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Utilizzo dell’AI: USA e Europa le più “fifone”

Nonostante le potenzialità derivanti dall’utilizzo dell’AI, 8 americani su 10 considerano questa tecnologia come terreno di caccia per i malintenzionati. In Europa viene utilizzata solo dall’8% delle aziende. Il mondo dell’imprenditoria è timoroso nei confronti dell’utilizzo dell’AI (Intelligenza Artificiale) e, le parole dello psichiatra Carl Gustav Jung, risultano più che azzeccate per descrivere questa paura a livello globale: “Conoscere le nostre paure è il miglior metodo per occuparsi delle paure degli altri”. Secondo un serie di ricerche condotte sulle principali testate internazionali del settore da Espresso Communication per Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice, la più grande community italiana dedicata proprio alla scoperta della tecnologia sopra descritta, l’Intelligenza Artificiale risulta infatti un terreno di caccia per malintenzionati per circa 8 americani su 10 (78%). Utilizzo dell’AI: chi ne è impaurito? A confermarlo è un recente report approfondito dal Boston Globe: nel dettaglio, la generazione più impaurita dalla cosiddetta “AI Age”, in piena esplosione, è quella dei Boomer (83%), seguita da Gen X (81%), Millennials (74%) e Gen Z (70%). Ma non è tutto perché il 69% degli stessi cittadini born in the USA è convinto che ci siano grosse lacune in termini di conoscenze sull’intelligenza artificiale. Questa situazione va poi inevitabilmente ad influenzare il mondo del lavoro e delle imprese. Le prime indicazioni in merito arrivano da un sondaggio condotto da Deloitte: a livello globale il 22% delle aziende sta approfondendo le proprie AI knowledge senza, però, metterle in pratica e, allo stesso tempo, l’80% delle realtà coinvolte non sono attrezzate per educare la propria forza lavoro ed insegnare l’utilizzo dell’AI nel migliore dei modi. In Europa? La situazione si conferma drastica: stando a quanto indicato da Eurostat, infatti, solo l’8% delle organizzazioni del Vecchio Continente utilizza tecnologie basate sull’IA. Tra queste, ben 7 multinazionali su 10 non sono in grado di applicare correttamente l’intelligenza artificiale in modo tale da accrescere il business e perfezionare l’operatività. Le imprese e l’utilizzo dell’AI All’interno dell’approfondimento di Eurostat è presente anche una classifica dei paesi in cui è presente il maggior numero di imprese AI addicted e l’Italia risulta persino fuori dalla top 15. Sulla stessa lunghezza d’onda si dimostra anche il Polimi che, per l’occasione, ha realizzato un’indagine accurata che non lascia spazio a dubbi: ben il 94% delle imprese italiane non utilizza l’IA. Ora una domanda sorge spontanea: è possibile invertire questo trend e mettere al corrente imprenditori e manager che l’IA è un’opportunità e non il classico incubo notturno? La risposta è sì e proviene da una realtà 100% made in Italy: si tratta di Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice. “Immaginiamo un mondo in cui le aziende collaborano con l’intelligenza artificiale per prendere decisioni strategiche utili alla crescita del business”, affermano Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori di Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice. “È importante, però, concentrarsi sul valore offerto ai clienti, non dovendo rincorrere gli obiettivi di fatturato. L’IA non è un nemico, bensì un’innovazione avveniristica di cui siamo chiamati a fare tesoro al fine di rivoluzionare il presente e il futuro di tutte le principali industrie produttrici”. Dai fondatori di Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice emergono anche una serie di indicazioni e consigli utili per avvicinare i professionisti e le aziende al mondo dell’intelligenza artificiale, spronandoli ad informarsi sulle potenzialità e, in un secondo momento, ad utilizzare la stessa tecnologia per abbracciare il futuro al meglio delle loro possibilità. I 10 consigli sull’applicazione dell’Intelligenza Artificiale Ecco, quindi, il decalogo stilato dagli esperti con i consigli più sorprendenti per l’utilizzo dell’AI in ottica aziendale in modo del tutto innovativo e futuristico: C’è un’intelligenza artificiale adatta ad ogni impresa: oggi l’IA non è più una tecnologia a servizio solo delle grandi aziende e multinazionali perché esistono soluzioni avveniristiche anche per le PMI italiane. Si parte sempre da un problema: analizzando attentamente le mancanze operative, o finanziarie, di un’organizzazione è possibile adattare l’IA al settore di competenza e migliorarne così risultati e performance. Se l’erba del vicino è più verde, dare un’occhiata non guasta mai: prendere spunto dai competitor del proprio settore che risultano “più avanzati” può essere una strategia utile al fine di abbracciare le innovazioni del futuro. Esiste un’intelligenza artificiale 100% made in Italy: nonostante incertezze e ritardi, esistono versioni di intelligenza artificiale a km 0 realizzate e applicate da oltre 400 imprese italiane da cui è possibile prendere spunto. Dati, dati e ancora dati: analizzare internamente i tratti distintivi del proprio workplace è fondamentale per capire se e come sfruttare le potenzialità dell’intelligenza artificiale. Pronti, partenza, via: una volta definita la base fondante del proprio business e dei servicing, serve solo un pizzico di coraggio per aprirsi all’utilizzo dell’AI, vale a dire il nuovo collaboratore tuttofare. L’azienda intera deve sapere dell’IA: l’intelligenza artificiale può essere applicata ad ogni settore e ambito operativo e, proprio per questo, tutti i collaboratori presenti devo essere educati per utilizzarla al meglio. L’IA a supporto di ingegneri e non solo: la tecnologia del momento non è solo un insieme di dati e codici, bensì terreno fertile anche per coloro che hanno potenzialità “umanistiche”, soprattutto, in ottica ricerca informazioni ed elaborazione contenuti. Se non esiste una strada percorribile, bisogna crearla: l’intelligenza artificiale è un’opportunità unica nel suo genere che offre la possibilità di rivoluzionare la propria azienda a 360°. In assenza di conoscenze, è fondamentale informarsi: nel caso in cui l’IA fosse un terreno inesplorato, è possibile partecipare a eventi e webinar utili ad accrescere le proprie competenze e promuoverne l’utilizzo. Fonte:bitmat

Lenovo celebra i 30 anni di ThinkSystem con grandi novità

Il nuovo portafoglio completo di infrastrutture offre soluzioni scalabili per accelerare la nuova era dell’IT. Si tratta dell’ampliamento più significativo nella storia di Lenovo. Lenovo annuncia un completo rinnovamento del portafoglio d’offerta e presenta nuove soluzioni e servizi infrastrutturali end-to-end ottimizzati per accelerare la modernizzazione dell’IT globale con prestazioni avanzate, sicurezza e capacità di calcolo sostenibile. Il nuovo portafoglio Lenovo Infrastructure Solutions V3 offre innovazioni per aiutare aziende di ogni dimensione a implementare e gestire più facilmente ambienti ibridi multi-cloud ed edge, nonché carichi di lavoro tradizionali e workload legati all’intelligenza artificiale (AI) nei settori retail, manifatturiero, finanziario, sanitario, telco e altri ancora. L’introduzione celebra il 30° anniversario del server ThinkSystem x86, una svolta fondamentale per l’IT di livello enterprise che ha permesso di creare un ecosistema aperto per l’innovazione e ha condotto le aziende nella moderna era dell’informazione. Oggi, con l’accelerazione della digitalizzazione a livello globale, il nuovo portafoglio di soluzioni infrastrutturali V3 di Lenovo fornisce un’architettura aperta, unica, con gestione avanzata, affidabilità superiore e sicurezza estesa che aiuta le aziende a entrare con successo nella nuova era dell’IT. “Da oltre 30 anni Lenovo è pioniere di soluzioni infrastrutturali che hanno trasformato interi settori industriali“, dichiara Kirk Skaugen, Executive Vice President di Lenovo Group e Presidente di Infrastructure Solutions Group. “Sulla base di questa eredità, siamo in grado di presentare sul mercato il più ampio rinnovamento della nostra offerta nella storia di Lenovo, con prestazioni, affidabilità e sostenibilità, il tutto basato su un’architettura aperta che aiuterà i clienti a valorizzare più facilmente i dati per risolvere le più grandi sfide dell’umanità“. Innovazione per la nuova era dell’IT Gli analisti prevedono che la generazione dati raddoppierà entro il 2025 e per questo la nuova era dell’IT riflette la richiesta di elaborazione ovunque sia necessario. Le imprese hanno bisogno di una nuova architettura IT che abbracci client-edge-network-cloud-intelligence per aiutarle a sfruttare i dati e creare conoscenza in grado di trasformare le loro aziende. Il portafoglio Lenovo Infrastructure Solutions V3 comprende la nuova generazione di server e sistemi di storage ThinkSystem, ThinkAgile e ThinkEdge, apprezzati per la loro affidabilità e sicurezza. Grazie al supporto dei processori di nuova generazione AMD EPYC , Intel Xeon Scalable e Arm, nonché delle GPU AMD Instinct e NVIDIA e del software NVIDIA AI Enterprise, i clienti Lenovo possono eseguire carichi di lavoro aziendali ad alte prestazioni, AI e mission-critical in ambienti di elaborazione ibridi multi-cloud. Per semplificare la gestione dall’edge al cloud e garantire una maggiore agilità, Lenovo ha presentato anche XClarity One, una piattaforma di gestione software cloud aperta e all’avanguardia nel settore che integra TruScale Infrastructure-as-a-Service (IaaS), Management-as-a-Service e Smarter Support analytics in un portale unificato per i clienti. Lenovo XClarity One offre un’interfaccia moderna e intuitiva che semplifica l’orchestrazione, la distribuzione, l’automazione, il metering e l’assistenza IT dall’edge al cloud. I clienti beneficiano di visibilità sulle prestazioni dell’infrastruttura, misurazione dell’utilizzo e analisi del supporto. Lenovo TruScale Infrastructure as-a-Service offre un modello pay-as-you-go, eliminando l’over-provisioning e fornendo informazioni in tempo reale sui costi di utilizzo. I clienti possono inoltre personalizzare facilmente la posizione dei dati di gestione, da pubblica a privata, in ambienti ibridi multi-cloud. Soluzioni ottimizzate per una trasformazione intelligente  Le organizzazioni impegnate nell’implementazione delle proprie infrastrutture ibride multi-cloud richiedono soluzioni robuste con capacità di distribuzione agile su un’architettura cloud aperta globale. Progettate per aiutare a generare comprensione più immediati da dati complessi, le soluzioni ottimizzate di Lenovo forniscono hardware, software e servizi integrati sviluppati per offrire alle organizzazioni di tutte le dimensioni un’esperienza immediata, facile da implementare e realizzata appositamente per applicazioni e carichi di lavoro specifici. Le soluzioni di infrastruttura iperconvergente ThinkAgile V3 di nuova generazione di Lenovo sono pre-integrate con un ecosistema aperto di partner, tra cui le funzionalità software di Microsoft, Nutanix e VMware, e sono anche disponibili tramite TruScale Infrastructure as a Service per offrire la massima flessibilità. I clienti possono combinare la convenienza di un’esperienza simile al cloud con la sicurezza e il controllo delle soluzioni tradizionali on-premise. Lenovo Microsoft Azure Solutions Tra le novità presentate, ci sono tre nuove Lenovo Microsoft Azure Solutions: SQL for AI and Machine Learning (ML) Insights, Backup and Recovery, Azure Virtual Desktop. In particolare, la soluzione AI e ML Insights offre una piattaforma applicativa ideale per l’analisi dei dati. ThinkAgile MX Grazie al sistema ThinkAgile MX e le funzionalità di stored procedure di SQL Server, i data scientist e gli sviluppatori di database possono ora eseguire i loro script di ML dove risiedono i dati. In questo modo si elimina la necessità, costosa, lunga e rischiosa, di spostare i dati dall’archiviazione alle applicazioni di test attraverso la rete, migliorando in ultima analisi le prestazioni, la sicurezza e i risultati di AI e ML. Le soluzioni sono ottimizzate per portare qualsiasi azienda nel cloud e consentire l’AI aziendale per tutti. Le piccole imprese, come gli studi medici, i punti vendita al dettaglio o le filiali, possono gestire ambienti cloud ibridi dall’edge sfruttando un modello di prezzo basato sul consumo. Questo nuovo ecosistema di soluzioni aiuta le aziende a implementare con sicurezza l’IA con un’ampia varietà di formule di supporto per i clienti che desiderano portare l’IA dall’idea alla realtà, anche attraverso il programma Lenovo AI Innovators, annunciato di recente, che offre uno sportello unico per aiutare i fornitori di software indipendenti (ISV) e i loro clienti a semplificare l’implementazione. Recentemente, Lenovo ha collaborato con Kroger, catena di negozio al dettaglio USA, per ridurre l’impatto dei clienti e le perdite di scorte alle casse self-service grazie alla piattaforma Visual AI di Everseen, abilitata dalle soluzioni AI retail e dai solidi server Lenovo e dalle più recenti GPU NVIDIA. “Stiamo assistendo a un fantastico effetto a catena delle soluzioni Lenovo ed Everseen“, afferma Chris McCarrick, Senior Manager di Asset Protection Solutions and Technology, Kroger. “Stiamo già registrando un minor numero di errori alle casse automatiche. Questo non solo si traduce in una riduzione delle differenze che registriamo in fase di inventario, ma ci offre anche una visione più accurata delle scorte che escono

Cybersecurity: i 6 errori più comuni commessi dalle aziende

Gli investimenti di stato e aziende sulla cybersecurity dovrebbero essere incrementati per diminuire il rischio di attacchi hacker. In questo articolo Angelo Rosiello, Partner Utilities & Digital della società Oliver Wyman espone i sei errori più comuni che le imprese commettono, facendole cadere vittima di attacchi hacker. Investire sulla cybersecurity per proteggere le infrastrutture critiche Ormai da molti anni, il sistema economico in cui viviamo, ma anche le nostre stesse vite, sono stati investiti da una crescente digitalizzazione, che ci ha resi sempre più interconnessi, ma che ha anche portato alla ribalta la questione cruciale della sicurezza informatica (o cybersecurity), un settore che deve svilupparsi altrettanto rapidamente se governi, imprese o famiglie vogliono evitare di subire ripercussioni da attacchi hacker come quello su scala mondiale che ha avuto luogo lo scorso 5 febbraio. In particolar modo, ci auspichiamo che questo avvenga in quei segmenti che operano su infrastrutture critiche o che sono vitali per un sistema paese, come i servizi finanziari, l’energia, le telecomunicazioni e il servizio pubblico. Quella della cybersecurity è una questione che deve essere affrontata attraverso investimenti governativi che mirino a promuovere la cultura della sicurezza informatica, a sviluppare un piano strategico chiaro per agire sulle aziende e sulla pubblica amministrazione con interventi di messa in sicurezza degli asset critici e delle infrastrutture essenziali – come del resto già previsto dalle linee guida del PNRR – a favorire lo sviluppo di una intelligence per prevenire potenziali attacchi, a facilitare la collaborazione tra i vari settori e tra le imprese e a monitorare l’effettivo allineamento delle imprese alle best practice. Gli obiettivi degli hacker Escludendo gli attacchi sferrati a fine dimostrativo o di protesta (ad esempio da parte di gruppi anarchici), si può osservare che questi sono quasi sempre diretti verso il mondo delle imprese. Gli scopi degli hacker, infatti, nella maggior parte dei casi rientrano nell’ambito dello spionaggio industriale, dell’interruzione dell’operatività aziendale, anche a scopo di riscatto (ransomware), degli attacchi DDoS, volti a interrompere il normale traffico di un server, servizio o rete, e del “data breach”, cioè la violazione dei dati aziendali, spesso su dati personali, con obbligo di notifica al Garante. Alla luce di quanto riportato sopra, è essenziale che un grande sforzo allo sviluppo della cybersecurity provenga dalle imprese stesse, che, da un lato, devono investire di più nella formazione del capitale umano a tutti i livelli (attraverso la simulazione di gestione delle emergenze lungo tutta la supply chain, la sensibilizzazione del board e l’aggiornamento continuo) e nell’appianare il gap di obsolescenza tecnologica e di vulnerabilità degli asset ICT/OT; dall’altro devono evitare di commettere degli errori che possono compromettere la loro sicurezza. Gli errori di cybersecurity individuati da Oliver Wyman Di questi, noi di Oliver Wyman ne abbiamo rilevati 6 che oggi sono, purtroppo, molto diffusi: Considerare la cybersecurity come un tema solo tecnologico, per addetti ai lavori (CIO, CISO), invece di una priorità per il board, da portare all’attenzione del top management. Non pianificare adeguati investimenti, che sono sempre più importanti per stare al passo con la digitalizzazione. Non conoscere la propria esposizione al rischio cyber (quant’è in euro la perdita attesa in caso di uno scenario di attacco), che può portare a parcellizzare gli investimenti e diluire l’attenzione. Non valutare il rischio cyber lungo tutta la supply chain (per esempio quello relativo ai fornitori). Non innestare il rischio cyber nei processi decisionali e di business. Non integrare l’IoT/OT nei piani di sicurezza. di Angelo Rosiello, Partner Utilities & Digital della società Oliver Wyman Fonte:bitmat

Soluzioni di cybersecurity troppo complesse: le aziende chiamano gli esperti

Secondo Kaspersky il 54% delle aziende europee si affida a esperti esterni a causa della complessità delle soluzioni di cybersecurity. Kaspersky ha pubblicato il report annuale IT Security Economics. Lo studio ha rivelato che la complessità delle soluzioni di cybersecurity ha costretto le aziende ad affidare alcune funzioni a fornitori esterni di InfoSec, poichè hanno maggiori competenze e possono gestire le tecnologie in modo più efficiente rispetto ai dipendenti dell’azienda. Una soluzione di cybersecurity complessa non garantirà la migliore protezione senza uno specialista competente che la gestisca. La ricerca di un professionista qualificato da parte di un’azienda è ancora più difficile a causa della mancanza a livello mondiale di esperti in questo campo. Questo aspetto è stato quantificato da (ISC)2 che, nel suo Cybersecurity Workforce Study 2022, ha rilevato un gap di competenze nel mercato professionale pari a 3,4 milioni di lavoratori. Questa situazione ha costretto le aziende ad affidare alcune funzioni IT a managed service provider (MSP) o managed security service provider (MSSP) esterni per ottenere le competenze necessarie e formare i team. Altri fattori oltre la complessità delle soluzioni di cybersecurity La ricerca di Kaspersky, condotta tra i decision-maker europei del settore IT, ha rilevato che il 54% delle PMI e delle grandi aziende ha dichiarato che l’efficienza garantita dagli specialisti esterni è stata la ragione più comune che le ha spinte a trasferire alcune responsabilità di sicurezza IT a MSP/MSSP nel 2022. Tra le altre ragioni, le aziende hanno indicato anche la necessità di disporre di competenze specialistiche (48%), la complessità dei processi aziendali (40%), la carenza di personale IT (34%) e i requisiti in materia di conformità (33%). Per quanto riguarda la collaborazione con gli MSP/MSSP, circa il 64% delle aziende ha dichiarato di lavorare abitualmente con due o tre fornitori, al contrario il 10% delle PMI e delle grandi aziende dichiara di avere a che fare con più di quattro IT security service provider all’anno. Il commento e i consigli di Kaspersky “Gli specialisti esterni possono gestire tutti i processi di cybersecurity di un’azienda o occuparsi solo di task specifici. Generalmente dipende dalle dimensioni delle aziende, dalla loro maturità e dal coinvolgimento del management. Per alcune PMI può essere conveniente in termini di costi ed efficienza non assumere uno specialista a tempo pieno e affidare alcune unzioni agli MSP o MSSP. Per le grandi aziende, gli specialisti esterni di solito sono delle risorse aggiuntive a supporto dei propri team di cybersecurity per gestire una grande mole di lavoro. Tuttavia, è importante capire che in ogni caso l’azienda deve avere una conoscenza di base della sicurezza informatica per poter valutare correttamente il lavoro in outsourcing”, ha commentato Konstantin Sapronov, Head of Global Emergency Response Team di Kaspersky. Per proteggere l’azienda da attacchi sofisticati, anche se non dispone di personale di sicurezza o di specialisti interni, Kaspersky consiglia di affidarsi ai managed protection services. Inoltre, i corsi di formazione completi per esperti aiutano gli specialisti della sicurezza informatica a migliorare le proprie competenze e a prepararsi al meglio per affrontare il panorama delle minacce informatiche. fonte:bitmat

Multicloud sempre più utilizzato: ecco il perchè

L’approccio multicloud non rappresenta di per sé una novità, ma ciò che si è modificata nel corso degli ultimi anni è la consapevolezza sui benefici della sua adozione Il mercato del cloud in Italia ha sfiorato i 4,6 miliardi di euro nel 2022, facendo registrare un + 18% rispetto al 2021.  Un dato che non stupisce se pensiamo che, negli ultimi anni, complice la pandemia, c’è stata una forte accelerazione della domanda di flessibilità, tanto nei data center quanto nei servizi cloud.  L’obiettivo che molte aziende si sono poste nel corso dell’ultimo anno è stato quello di velocizzare ulteriormente la trasformazione digitale, anche perché il protrarsi del lavoro da remoto ha richiesto di dover accedere in modo più agile e scalabile alle proprie risorse. Per rispondere a queste necessità, alcune realtà hanno optato per un approccio hybrid cloud, affidandosi a servizi sia di tipo privato che pubblico per le proprie applicazioni e i carichi di lavoro. Altre, invece, hanno iniziato ad affidarsi al multicloud, optando per “multi-strategie” più funzionali alla rapida trasformazione del proprio business. A differenza delle soluzioni ibride, in cui diverse soluzioni cloud lavorano assieme nello stesso ambiente ognuna con un compito ben specifico, condividendo e intersecando insiemi di dati, il multicloud consente di distribuire la stessa tipologia di workload (tipicamente IaaS o PaaS) su provider diversi, aggiungendo un ulteriore livello di protezione per i dati e di continuità di servizio. Le ragioni che portano alla scelta di mantenere un’infrastruttura o parte di essa su diversi provider sono molteplici, per citare solo le principali: la riduzione del rischio di lock-in, l’agilità e scalabilità del servizio, la facilità di migrazione, il livello di servizio e di assistenza offerto (SLA), la ridondanza geografica e l’ottimizzazione dei costi. Continuità di servizio e sicurezza. Con un approccio multicloud, ad esempio, le aziende possono proteggere i dati in un cloud privato e gestire altre aree in un ambiente multi-hybrid, godendo di tutti i vantaggi derivanti da una piattaforma distribuita geograficamente, come ad esempio la resilienza rispetto ad un outage locale oppure ad un attacco DDoS mirato. Basti pensare che, in media, quando si verifica un problema con un servizio ospitato sul multicloud, le organizzazioni possono risolverlo e ripristinare il servizio in 29 minuti o meno, contro i 1672 minuti di chi opera solo on premise. Lock-in. In aggiunta, il multicloud aiuta a mitigare il rischio di “lock-in” con un singolo fornitore: esistono di fatto cloud provider con architetture fortemente vincolanti, ma l’utilizzo del multicloud consente alle aziende di mettere in comunicazione piattaforme su provider diversi e quindi di decidere dove localizzare un determinato dato o una specifica applicazione. Ogni azienda dovrebbe crearsi le condizioni per poter spostare facilmente i propri workload con il minimo effort. La quantità di dati gestita in cloud è elevatissima per cui è fondamentale facilitare, anche a livello economico, la possibilità di trasferimento dei dati. Questo renderebbe il mercato più veloce, flessibile, conveniente, competitivo e sano, ed un’azienda si troverebbe a scegliere esclusivamente sul piano della qualità dei servizi offerti. Sovranità dei dati e performance. Inoltre, il multicloud rappresenta una risorsa essenziale anche in termini di sovranità dei dati e quindi di attenzione alla loro localizzazione geografica. Può rappresentare di fatto la risposta per le aziende che hanno precise esigenze normative e di compliance, nei casi in cui sia necessario sapere dove i dati risiedono. In termini di performance, infine, consente di allocare determinate risorse il più vicino possibile agli end user, minimizzando così le latenze. Ovviamente, è fondamentale scegliere accuratamente i servizi che possono beneficiare di questo approccio in base alle proprie specifiche esigenze: il multicloud, infatti, è sempre parte di una più ampia strategia cloud. Per esempio, benché sia essenziale nella riduzione degli outage, il multicloud non è una soluzione di Disaster Recovery o di Business Continuity; motivo per cui sarà essenziale implementare a corredo soluzioni più specifiche per indirizzare questa esigenza. L’approccio multicloud non rappresenta di per sé una novità, ma ciò che si è modificata nel corso degli ultimi anni è la consapevolezza sui benefici della sua adozione: costi ottimizzati, maggiore agilità nell’adattarsi a nuovi carichi di lavoro, integrando quelli esistenti, maggiore libertà di scegliere la tecnologia e il provider più adatti. Non stupisce, quindi, che – secondo IDC – oltre il 70% delle aziende sfrutterà entro quest’anno le potenzialità di questa soluzione per garantire servizi e prodotti di qualità ed affidabilità sempre maggiori. A cura di Massimo Bandinelli, Marketing Manager di Aruba Enterprise Fonte:Bitmat

Comportamento d’acquisto: consumatori più parsimoniosi nel 2023

Secondo il PwC Consumer Insights Survey i consumatori stanno cambiando il loro comportamento d’acquisto e il 68% rimanda gli acquisiti di beni non essenziali. Il costo della vita aumenta inesorabilmente a livello globale e, di conseguenza, i consumatori hanno adeguato in modo drastico il proprio comportamento d’acquisto, con la maggior parte (53%) dei consumatori globali che “rimanda” gli acquisti di beni non essenziali. Secondo il sondaggio 2023 di PwC Global Consumer Insights Pulse Survey, che ha coinvolto 9.180 consumatori in 25 Paesi, il 15% dei consumatori ha smesso completamente di acquistare beni non essenziali. Comportamento d’acquisto: meno “sfizi” più necessità Dal sondaggio è inoltre emerso che nei prossimi sei mesi la maggior parte dei consumatori prevede di ridurre la propria spesa in tutte le categorie oggetto della ricerca, una riduzione significativa prevista in tutte le categorie rispetto al precedente sondaggio di giugno 2022. Settori quali i prodotti di lusso e di fascia alta, i viaggi e la moda saranno i più colpiti nei prossimi sei mesi dalla riduzione di spesa dei consumatori, mentre i generi alimentari dovrebbero essere i meno colpiti. Il costo della vita pesa sulla fiducia dei consumatori A livello globale i consumatori stanno modificando le abitudini d’acquisto online e in negozio a seguito dell’aumento del costo della vita, mentre le carenze di materie prime si ripercuotono sulla disponibilità dei prodotti e sui tempi di consegna. Circa la metà (49%) sostiene quindi di acquistare determinati prodotti quando sono in offerta, il 46% di cercare rivenditori che offrono un valore maggiore, il 40% di utilizzare siti di confronto dei prezzi per trovare alternative più economiche, il 34% di acquistare in stock per risparmiare e il 32% di acquistare prodotti a “marchio del rivenditore” per risparmiare. La carenza di materie prime sta cambiando il comportamento d’acquisto dei consumatori rispetto agli acquisti online e in negozio Mentre più della metà dei consumatori (56%) afferma che l’aumento dei prezzi è il fattore condizionante quando fa acquisiti in negozio, una notevole percentuale è rappresentata anche dai problemi legati alla carenza di materie prime con lunghe code e negozi affollati (30%), oltre alla disponibilità dei prodotti (26%) che influenza il comportamento d’acquisto dei consumatori. Le carenze di materie prime per gli acquisti in negozio sembrano interessare maggiormente i consumatori in Australia (36%), Stati Uniti (35%) e India (34%), mentre per chi acquista online, le preoccupazioni principali riguardano gli aumenti dei prezzi (48%), la disponibilità dei prodotti (24%) e i tempi di attesa più lunghi del previsto (24%). Il settore dei prodotti di lusso/fascia alta sarà quello maggiormente interessato dal calo degli acquisti I consumatori prevedono di ridurre nei prossimi sei mesi gli acquisiti in tutte le categorie al dettaglio oggetto del sondaggio: la maggiore riduzione di spesa è prevista per i prodotti di lusso/fascia alta o i prodotti di design (53%), i viaggi (43%), le attività virtuali online (42%) e il settore della moda come abbigliamento e calzature (41%). Persiste comunque un desiderio di spesa futura, con il 40% che indica che cercherà di fare acquisiti per sé stesso o per altri, mentre il 39% li considera di qualità superiore. Il settore dei generi alimentari (24%) è quello che ha registrato la minore riduzione di spesa prevista. I prodotti sostenibili sono molto richiesti dai consumatori Nonostante una prevista riduzione di spesa e un ambiente economico complesso, i consumatori sostengono di essere comunque disposti a pagare di più per l’acquisto di prodotti sostenibili. Incredibilmente, oltre tre quarti (78%) sono disposti a pagare di più per un prodotto realizzato/reperito localmente o prodotto con materiale riciclato, sostenibile o eco-compatibile (77%) o da un’azienda nota per le proprie pratiche etiche (75%). Canali dei consumatori A giugno 2022, apparentemente la frequenza di acquisti giornalieri/settimanali dei consumatori, che durante la pandemia aveva registrato una tendenza al rialzo, ha fatto un passo indietro tornando ai tempi pre-COVID. In questo sondaggio sul comportamento d’acquisto dei consumatori, la costante stabilità dimostra che nei prossimi sei mesi la maggior parte degli intervistati prevede solo un lieve cambiamento del canale di acquisto abituale nell’online, in negozio e con la formula “click and collect”. Il metaverso inizia ad interessare il comportamento d’acquisto dei consumatori L’adozione del metaverso come canale di acquisto è ancora nella fase iniziale di adozione. Questo mezzo rimane comunque ancora sotto-utilizzato, con solo un quarto (26%) degli intervistati che ha dichiarato di aver utilizzato la piattaforma per l’intrattenimento, le esperienze virtuali o l’acquisto di prodotti nel 2022. La maggior parte di questi utenti ha utilizzato il metaverso principalmente per la realtà virtuale, ovvero per giocare ai giochi o guardare un film (10%), entrare a far parte di un mondo virtuale, visitare l’ambiente di un rivenditore o partecipare a un concerto (9%) o acquistare un prodotto digitale, ad esempio un non-fungible token o NFT (9%). Coloro che registrano maggiori probabilità di interagire con attività correlate al metaverso sono India (48%), Vietnam (43%) e Hong Kong (42%), oltre ai Millennials (36%). Consumatori preoccupati per la privacy Al contempo, poiché lo shopping online continua a crescere a livello di volumi, i consumatori sono sempre più preoccupati in merito alla privacy dei dati. Quasi la metà (47%) afferma di essere estremamente o molto preoccupato quando interagisce con aziende di social media, siti web di viaggi di terze parti/portali (36%), aziende di assistenza sanitaria (34%) e di prodotti di consumo (32%). Paesi come l’India e le Filippine sono i più preoccupati in tali categorie. Di conseguenza, quasi la metà (49%) sostiene di non condividere i dati personali più di quanto sia necessario, il 32% sceglie di non voler ricevere comunicazioni da tali aziende e il 26% ha in generale ridotto le proprie interazioni con questi tipi di aziende. Fonte:Bitmat

Digital Marketing 2023: ecco come affrontare le prossime sfide

Andrew Warden di Semrush analizza le 5 tendenze del digital marketing del 2023 e spiega come preparare una strategia a prova di recessione. Quest’anno non è iniziato nei migliori dei modi. La recessione minaccia le aziende con sfide ardue ma non impossibili da superare. Per questo motivo, Andrew Warden, CMO di Semrush, fa un’analisi dei trend del digital marketing del 2023 e condivide consigli concreti per preparare la strategia della propria azienda e farsi trovare preparati alle nuove sfide. Gli ostacoli che il digital marketing deve affrontare nel 2023 Se gli esperti di economia dicono che la parola che caratterizzerà il 2023 è “recessione”, come possono i brand sopravvivere, o, meglio ancora, costruire un vantaggio competitivo in queste circostanze così sfavorevoli? Quali sono i tipi di contenuti che gli specialisti del digitale marketing dovrebbero pubblicare in via prioritaria, data l’incertezza del 2023? E cosa si aspetteranno i clienti dalle aziende nel nuovo anno? Le 5 tendenze del digital marketing 2023 Analizzando i dati delle ricerche online, Semrush individua i 5 trend del digital marketing che caratterizzeranno il 2023. Tendenza n. 1: Investire nella crescita per superare la recessione Nel 2022, le persone erano ossessionate dal fatto che fossimo ufficialmente entrati in recessione o meno. I dati Semrush rivelano che la ricerca “è in arrivo una recessione” è aumentata di oltre il 1287,5% da dicembre 2020 a dicembre 2022. I consumatori stanno cercando una risposta definitiva. In realtà, il solo fatto che le persone siano consapevoli di una potenziale recessione è sufficiente per iniziare a vederne gli effetti sul mercato. Cosa fare: Mettete in pausa le campagne o le spese pubblicitarie che non funzionano. Quel budget può essere utilizzato meglio con investimenti in aree in cui si può ottenere la massima crescita (suggerimento: organica!). Concentratevi sul marketing organico per contribuire alla crescita della vostra visibilità online, anche quando i budget per gli annunci a pagamento si riducono. Progettate contenuti creativi e convincenti che diano al marchio una maggiore visibilità, ottenendo risultati a lungo termine che superano qualsiasi singola campagna a pagamento. Sfruttate gli strumenti che vi dicono cosa cercano i consumatori e dove trascorrono il loro tempo online. Queste vi dirà come entrare in contatto con il vostro pubblico di riferimento. Tendenza n. 2: Dimostrare che il vostro marchio ci tiene, e dimostrarlo Questa tendenza del digital marketing per il 2023 dimostra che, oggi più che mai, i consumatori prestano attenzione all’impatto delle aziende che sostengono. Dalle questioni ambientali a quelle sociali, la posizione di un’azienda può attirare nuovi acquirenti e fidelizzare il pubblico, o allontanarlo. Semrush ha rilevato che le ricerche globali di “marchi con finalità sociali” sono aumentate del 133% da dicembre 2020 a dicembre 2022, IBM ha rilevato che i consumatori orientati allo scopo sono ora il segmento più grande, rappresentando il 44% del totale. Cosa fare: Parlare con i clienti per scoprire quali sono le cause che stanno loro più a cuore e, con il supporto della leadership manageriale, allineare questi valori in tutta l’azienda. Condividere con i leader dell’azienda le informazioni su ciò che sta a cuore ai clienti. Elaborare un piano d’azione su come il marchio può contribuire a queste cause. Rendere la vostra azienda responsabile. Spingere per un cambiamento importante per i vostri clienti accelererà il progresso sia per la vostra azienda, sia per i vostri clienti. Tendenza n. 3: Abbracciare i contenuti generati dall’IA Dagli strumenti di scrittura ai bot, l’IA consente ai marketer di ridurre i costi, risparmiare tempo e amplificare la creatività automatizzando alcune attività, prevedendo il comportamento dei consumatori. I dati di Semrush confermano che l’IA è in crescita, con le ricerche globali su Google per “strumenti di marketing IA” aumentate del 310,3% da dicembre 2020 a dicembre 2022. La domanda di IA nel digital marketing 2023 è alle stelle. Secondo Statista, nel 2021 il mercato dell’IA ha prodotto un fatturato di 15,84 miliardi di dollari. Si prevede un aumento a 107,5 miliardi entro il 2028. Cosa fare: Abbandonare le paure e iniziare subito a utilizzare l’IA: più si impara, più si può sfruttare e risparmiare tempo. Non accettate i risultati iniziali o successivi, probabilmente avremo bisogno di esseri umani per correggere la rotta nei prossimi 2-3 anni. Spazzolate e allacciate le cinture: come marketer, sappiamo che il gioco cambia in continuazione. Tendenza n. 4: Il digital marketing del 2023 deve lasciare i cookie nel passato  Da quando Google ha annunciato per la prima volta il suo piano di eliminazione graduale dei cookie di terze parti nel 2020, questo è stato uno dei principali argomenti di conversazione nei team di marketing e di sviluppo aziendale. Anche se la data di scadenza dei cookie è stata più volte rimandata e ora è prevista per il 2024, i professionisti del marketing devono prepararsi. Del resto, uno scioccante 83% dei marketer si affida ancora ai cookie di terze parti. Cosa fare: Chiedete ai vostri team di marketing digitale di abbandonare i cookie di terze parti per prepararsi al 2024. Ciò richiede una forte collaborazione tra la leadership del marketing e i team di marketing digitale e organico (se applicabile). Utilizzate un potente software di visibilità online e trovate le API giuste per raccogliere dati sul comportamento dei clienti e sul marketing digitale dagli utenti che visitano il vostro sito e interagiscono con il vostro marchio. Tendenza n. 5: Mettere in primo piano le storie dei clienti Anche se è facile entusiasmarsi per le nuove tendenze digitali, lo storytelling è sempre al centro di ciò che facciamo come marketer. Le storie avvincenti sono più importanti che mai anche nel digital marketing del 2023, ma quali tipi di storie? E chi dovrebbe raccontarle? Uno studio ha rilevato che ai clienti non interessa la pubblicità sui social media, a patto che il messaggio sia “divertente, utile, informativo o che mi commuova in qualche modo“. Individuare i tipi di narrazione che possano ottenere questi effetti dovrebbe essere una priorità assoluta. I dati di Semrush hanno rilevato che le ricerche globali su Google per “idee di storytelling

Perdita di dati: è la negligenza dei dipendenti la causa principale

Secondo il 21% di PMI e aziende europee intervistate da Kaspersky la perdita dei dati è causata dai dipendenti, per il 17% da attacchi informatici. La perdita di dati è, senza dubbio, la paura più grande delle aziende. La digitalizzazione globale ha inevitabilmente portato alla condivisione e all’archiviazione online di enormi quantità di dati. Secondo le ultime stime, il volume di dati generati, distribuiti, copiati e archiviati dovrebbe raggiungere più di 180 zettabyte entro il 2025. Tuttavia, un numero sempre maggiore di persone mette in dubbio la capacità delle aziende di mantenere i propri dati al sicuro, con un conseguente calo di fiducia nei confronti delle imprese. La ricerca di Kaspersky, condotta tra i decision-maker europei del settore IT, mostra che la perdita o l’esposizione di informazioni aziendali e sui clienti a causa di una violazione dei dati è uno dei principali timori per le aziende: il 55% degli intervistati di organizzazioni di tutte le dimensioni ha indicato questo problema come l’aspetto più impegnativo legato alla sicurezza IT. Tra le altre preoccupazioni più comuni ci sono i costi per la protezione di ambienti tecnologici sempre più complessi e i problemi legati all’adozione di infrastrutture cloud, rispettivamente per il 43% e il 38%. Quali sono i problemi aziendali più importanti legati alla sicurezza informatica nelle organizzazioni?   Pensando più in dettaglio alle sfide di sicurezza più diffuse, gli intervistati hanno indicato soprattutto la perdita di dati dai sistemi interni causata da attacchi informatici (17%) e dipendenti (21%). Questi incidenti hanno preceduto l’identificazione di vulnerabilità nel sistema informatico dell’azienda e gli incidenti che hanno interessato l’infrastruttura informatica ospitata da terzi, rilevati rispettivamente dal 20% e dal 19%. Policy di trasparenza: cosa ne pensano gli intervistati?   Dato che la protezione dei dati si è trasformata nel problema di sicurezza più allarmante, l’88% degli intervistati europei ritiene che la presenza o l’assenza di policy di trasparenza sia importante per stringere rapporti commerciali con fornitori o collaboratori. Se il 73% delle organizzazioni intervistate in Europa dispone già di politicy di trasparenza, il 77% ha invece confermato di essere pronto a investire risorse per svilupparle ulteriormente. “Oggi le aziende sono più consapevoli quando si tratta di sicurezza dei dati e un approccio responsabile alla loro gestione sta diventando un elemento essenziale quando si considerano fornitori e collaboratori. Per aiutare i propri clienti e partner a verificare che vengano applicati gli standard richiesti per garantire la sicurezza dei dati, sempre più aziende adottano politicy di trasparenza”, ha commentato Yuliya Shlychkova, Head of Public Affairs di Kaspersky. Come scongiurare la perdita di dati? I consigli di Kaspersky Per ridurre al minimo il rischio di attacchi, di violazioni e perdita di dati per le aziende, Kaspersky consiglia di utilizzare una protezione degli endpoint con una comprovata esperienza che fornisca capacità di rilevamento e risposta alle minacce. Inoltre, i Managed Protection Service aiuteranno le aziende nelle indagini sugli attacchi e nella risposta grazie agli esperti. Per ridurre la probabilità di incidenti causati dai dipendenti, è necessaria anche una formazione completa sulla cybersecurity che mostri come evitare le minacce più comuni. Fonte:Bitmat

Strategia Multicloud: preferita dal 98% delle aziende

Adottare una strategia multicloud vuol dire garantirsi l’agilità del business o l’accesso alle tecnologie più avanzate e avere più controllo sui costi. I vantaggi del cloud sono ormai riconosciuti da tutti, ma quella che uno studio condotto dalla società di ricerca 451 Research – che fa parte di S&P (Standard&Poor) Global Market Intelligence – per conto di Oracle Cloud Infrastructure racconta, è una nuova realtà: il multicloud. Con un campione di 1.500 persone intervistate che operano presso grandi aziende (superiori a 1000 dipendenti negli USA, a 500 nelle altre aree geografiche), lo studio ha indagato l’utilizzo del cloud rilevando che quasi ogni percorso di adozione cloud sta ora diventando una strategia “multicloud”. Più flessibilità e scalabilità con la strategia multicloud Negli ultimi anni, il cloud è diventato quasi sinonimo di IT in quanto le aziende cercano maggiore controllo e flessibilità nella tecnologia che utilizzano per gestire le proprie attività. Sebbene queste tendenze siano già in atto da tempo, oltre il 90% degli intervistati concorda sul fatto che anche la pandemia abbia aumentato l’interesse e spinto a investire di più nelle tecnologie cloud. Quando le aziende si sono trovate ad affrontare nuove sfide – come l’aumento dell’attività in remote/smart working e la collaborazione con nuovi partner commerciali e fornitori – hanno adottato una strategia multicloud per ottenere la flessibilità e la scalabilità necessarie per gestire la nuova realtà. “L’approccio ‘one stop shop’ non vale più, quando si parla di cloud. Al contrario, il multicloud è ormai una realtà negli ambienti tecnologici di fascia enterprise, perchè le grandi aziende cercano il mix corretto di soluzioni e funzionalità necessarie per operare in modo efficiente”, ha affermato Melanie Posey, research director, Cloud & Managed Services Transformation di 451 Research. “Il multicloud è quindi destinato a rimanere e le imprese scelgono questo modello per i vantaggi che offre per far fronte a una serie di necessità aziendali e operative diverse, come garantirsi l’agilità del business o l’accesso alle tecnologie più avanzate “. I principali risultati dello studio Quasi tutti i “cloud journey” sono multicloud Il 98% delle grandi aziende utilizza già o pianifica di utilizzare almeno due fornitori di infrastrutture cloud (IaaS), e il 31% ne utilizza 4 o anche di più. Il 96% utilizza già o pianifica di utilizzare almeno due fornitori di applicazioni cloud (SaaS, Software-as-a-Service) e il 45% dichiara di utilizzare applicazioni cloud di cinque o più fornitori. Questa strategia multicloud permette ai dipartimenti IT di soddisfare le esigenze tecnologiche specifiche di diversi comparti aziendali. Sovranità dei dati e ottimizzazione dei costi sono alla base dell’adozione di una strategia multicloud I due principali fattori trainanti per le strategie multicloud delle aziende sono la sovranità dei dati (41%) e l’ottimizzazione dei costi (40%). Altri elementi chiave sono: business agility e innovazione (30%), richiesta di servizi cloud e applicazioni avanzate (25%) ma anche preoccupazioni legate al rischio di “lock-in” con un singolo fornitore cloud (25%). La strategia multicloud fornisce alle aziende maggior controllo su dove e come vengono archiviati e utilizzati i loro dati, con al contempo la possibilità di controllare i costi delle attività cloud, perchè possono scegliere i servizi da utilizzare con i diversi fornitori. Le grandi aziende pianificano proattivamente strategie multicloud per il futuro La ridondanza dei dati (54%) è l’ambito di utilizzo che crescerà maggiormente, seguito dalla mobilità dei dati (49%) e dall’ottimizzazione dei costi nei cloud pubblici (42%). I dipartimenti IT prevedono inoltre di utilizzare strategie multicloud per ridurre i rischi per l’ambiente IT (40%) e per l’espansione a livello geografico o la fornitura di servizi su scala modiale (38%). I dipartimenti IT che pianificano strategie multicloud dimostrano di considerare il multicloud come un modo per prepararsi in anticipo sulle esigenze tecnologiche future, anziché come tattica per reagire alle crisi. Fonte:Bitmat

Attacco Hacker Globale: compromessi server in tutto il mondo

Gli attaccanti stanno utilizzando come vettore d’infezione una vulnerabilità nota dal 2021 L’allarme lanciato dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale su un attacco hacker globale condotto tramite ransomware conferma che l’attenzione alla sicurezza per molte aziende italiane è ancora troppo bassa. L’attacco rilevato dal Computer security incident response team (Csirt) italiano si basa su una vulnerabilità nota, già corretta in passato dal produttore, ma che non tutte le aziende che utilizzano tali sistemi avevano risolto. Eppure, secondo l’ultimo Security Leader Research report condotto in Italia da Vectra AI, il ransomware si conferma la principale preoccupazione per i responsabili della sicurezza: il 60% degli intervistati teme che un attacco simile vada a segno sottraendo dati alla propria organizzazione e il 40% ammette di non riuscire a rilevare le moderne minacce informatiche. Le informazioni attualmente a disposizione indicano, infatti, che gli attaccanti stanno utilizzando come vettore d’infezione una vulnerabilità nota dal 2021, per la quale sono disponibili pubblicamente dei PoC (proof of concept), esempi di codice che mostrano come sfruttare la vulnerabilità. Dalle prime analisi si evince inoltre una similarità tra il ransomware usato in questi attacchi e “Babuk”, un noto ransomware il cui codice è anch’esso disponibile pubblicamente e potrebbe essere stato utilizzato come base di partenza per lo sviluppo del malware. Queste condizioni comportano che anche attaccanti sprovvisti di elevate competenze tecniche possono lanciare azioni offensive di successo. La campagna in questione mette quindi in evidenza il livello di rischio a cui vengono esposte le macchine raggiungibili tramite internet e non protette adeguatamente. “Il numero dei server compromessi a livello globale al momento è di circa 2000, di cui 19 in Italia. Per tenere traccia dei servizi ESXi compromessi e dell’indirizzo Bitcoin a cui il riscatto dovrebbe essere inviato è stato rilasciato anche uno script da parte del fondatore della piattaforma Shodan raggiungibile ad un indirizzo web diffuso. Questi dati denotano che non vi è in corso un attacco verso l’Italia ma c’è l’ordinario tentativo di sfruttare vulnerabilità conosciute e non aggiornate da parte degli amministratori di rete” ha spiegato Pietro Di Maria, CTI Expert e advisor internazionale di cybersecurity. E’ stato reso noto che la vulnerabilità consente ai criminali informatici di portare all’esecuzione di codice in modalità remota (RCE) sui sistemi interessati e il vettore di attacco utilizzato per questa campagna potrebbe essere una nuova tipologia di ransomware denominato ESXiArgs, “ransomware” che sfrutta per la maggior parte i comandi di sistema già disponibili di default nelle installazioni vittime, pertanto si stima che non ci sia voluto più di un’ora per realizzarlo. “Dalle analisi effettuate questa tipologia di malware riuscirebbe a cifrare dati di piccola portata, .vmdk .vmx, e non file system e ciò non comporta un rischio inferiore per l’integrità delle infrastrutture mondiali”, continua Di Maria “Per evitare di incappare nell’infezione con questo tipo di malware è sufficiente aggiornare i sistemi VMware ESXi, mentre qualora i sistemi risultassero infettati bisognerà eseguire una pratica di ripristino per rendere nuovamente disponibili i file compromessi, creando un fallback usando flat.vmdk”. Già nei mesi scorsi, il direttore generale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Roberto Baldoni, aveva esortato le imprese italiane a giocare d’anticipo e attrezzarsi puntando su nuove tecnologie di analisi degli incidenti e su strumenti di prevenzione basati sull’intelligenza artificiale. Con l’evoluzione del panorama delle minacce, le difese tradizionali sono infatti sempre più inefficaci e le organizzazioni hanno bisogno di strumenti moderni che illuminino i punti ciechi. “Considerate le attuali strategie messe in atto dai criminali informatici, è importante dotarsi di soluzioni che offrano un monitoraggio completo di tutte le reti e mantenere piena visibilità sui propri ambienti in modo da essere a conoscenza di qualsiasi attacco senza dover aspettare le relative patch. I team di sicurezza hanno bisogno di individuare i segnali di un attacco prima che diventi una violazione e di integrare funzionalità avanzate di rilevamento e risposta per mitigare le minacce che stanno già aggirando i controlli esistenti” ha spiegato Massimiliano Galvagna, Country Manager per l’Italia di Vectra AI. Dotando gli analisti di soluzioni di intelligenza artificiale, le organizzazioni possono dare priorità alle minacce altrimenti sconosciute e urgenti che rappresentano il rischio maggiore per il business. Ciò migliora la produttività degli analisti e li mette in grado di ridurre il rischio e mantenere le organizzazioni al sicuro. Fonte:Bitmat