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Strategia di cybersecurity abilitatore di business, ma non è ancora chiaro

I responsabili aziendali faticano ancora a comprendere l’importanza di una strategia di cybersecurity nelle dinamiche di business. Esistono ancora troppi stereotipi. Adottare una strategia di cybersecurity è di fondamentale importanza per il successo di un’azienda, sia per gli accordi commerciali che per il recruiting. Nonostante ciò i responsabili aziendali fanno ancora fatica a comprendere l’importanza della cybersecurity come abilitatore di business. Il dato emerge da “Risk & Reward: Reconciling the conflicted views of business leaders on the value of cybersecurity”, l’ultimo studio Trend Micro, specialista globale di cybersecurity. Il 64% dei decisori aziendali intervistati ha dichiarato di voler aumentare gli investimenti nella cybersecurity già da quest’anno. Tuttavia, la ricerca rivela anche delle criticità nella comprensione da parte del campione della relazione tra sicurezza informatica e altre parti dell’organizzazione. Strategia di cybersecurity: ancora troppi stereotipi La metà dei responsabili aziendali (51%) afferma che la sicurezza informatica è un costo necessario ma non contribuisce agli utili, mentre il 48% sostiene che il suo valore si limita alla prevenzione di attacchi/minacce. Un quinto (38%), vede addirittura la sicurezza come una barriera piuttosto che come un abilitatore di business. Tuttavia, l’81% teme che la mancanza di un’adeguata infrastruttura di sicurezza informatica possa influire sulla capacità di fare business e il 19% ammette che questo è già successo. Il 71% del campione ha infatti ammesso di aver ricevuto domande sulla propria postura di sicurezza in fase di negoziazione con potenziali clienti e fornitori e il 78% ha affermato che la richiesta di queste informazioni è sempre più frequente. È curioso, però, che nonostante i potenziali clienti o i fornitori attribuiscano importanza alla sicurezza in fase di negoziazione, solo il 57% dei responsabili aziendali percepisce una connessione forte o molto forte tra cybersecurity e acquisizione/soddisfazione del cliente. La relazione con l’acquisizione di talenti L’acquisizione di talenti è un’altra area in cui esistono evidenti lacune nella comprensione da parte dei decisori di business dell’interconnessione tra la sicurezza informatica e il resto dell’azienda. Quasi tre quarti (71%) degli intervistati ha affermato che la possibilità di lavorare da qualsiasi luogo è diventata vitale nella battaglia per l’acquisizione dei talenti. Tuttavia, solo due quinti del campione comprende la forte connessione tra sicurezza informatica e permanenza dei dipendenti (42%) o attrazione dei talenti (43%). Questo nonostante il campione riconosca l’impatto della strategia di cybersecurity sull’esperienza dei dipendenti: L’83% ha affermato che le attuali policy di security hanno compromesso l’abilità dei dipendenti di svolgere le attività (ad esempio criticità nell’accesso alle reti o alle informazioni). Il 43% ha affermato che le pratiche correnti di cybersecurity sono da freno alla possibilità dei dipendenti di lavorare da ogni luogo. Il 54% ha dichiarato che le regole aziendali di security limitano quali piattaforme o device i dipendenti possono utilizzare. Il punto di vista di Trend Micro “Questa ricerca mostra chiaramente come la strategia di cybersecurity adottata da un’azienda sia già oggi elemento di discussione nelle trattative con fornitori e potenziali clienti. Proprio questo aspetto deve indurre i responsabili aziendali ad adottare una visione della sicurezza meno stereotipata, che parta dalla presa di coscienza del ruolo fondamentale della cybersecurity nella crescita del business e nella capacità di attrarre talenti”, ha dichiarato Matteo Arrigoni, Principal Sales Engineer Trend Micro Italia. “La cybersecurity non può essere vista come un costo necessario, lontano dalle logiche del business aziendale e riconoscendole esclusivamente il valore di limitare e prevenire gli attacchi e le minacce cyber. Adottare un approccio basato sul rischio cyber aiuta i responsabili a dare le giuste priorità evitando che venga investito denaro in soluzioni tecnologie di alto profilo che però spesso risultano non essere di aiuto al business, creando esclusivamente ulteriore pressione sui team interni che le devono gestire”. Fonte:bitmat

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Attori delle minacce cyber più impegnati nel furto dati

Di certo gli attacchi ransomware non accennano a diminuire, ma gli attori delle minacce cambiano le loro tattiche e si focalizzano sull’estorsione. Le aziende hanno visto, soprattutto negli ultimi anni, un aumento irrefrenabile degli attacchi ransomware. Sicuramente l’attenzione verso questa “piaga” si è ulteriormente innalzata, con gli attori delle minacce che utilizzano sempre più spesso altre tecniche di estorsione per costringere le vittime a pagare, o addirittura tendono a fare a meno dello stesso ransomware, affidandosi direttamente all’estorsione. Le organizzazioni, a loro volta, devono far evolvere le proprie difese per far fronte ai vari metodi utilizzati per esercitare pressione. I piani di incident response oggi non solo devono includere considerazioni tecniche, ma anche salvaguardare la reputazione dell’azienda e riflettere su come sia possibile proteggere dipendenti o clienti che potrebbero diventare bersaglio di alcune delle tattiche più aggressive degli estorsori. Attori delle minacce: le previsioni di Unit 42 Il report “Ransomware and Extortion 2023” di Unit 42 di Palo Alto Networks analizza recenti casi di risposta agli incidenti e valutazioni degli analisti di threat intelligence sul panorama delle minacce, condividendo previsioni su come gli attori delle minacce utilizzeranno il ransomware e le tattiche di estorsione in futuro. In media, nel 70% circa dei casi di ransomware osservati da Unit 42 alla fine del 2022, gli attori delle minacce si sono impegnati nel furto di dati, in aumento del 30% rispetto a metà 2021. I cybercriminali spesso minacciano di diffondere i dati rubati sui siti di data leak nel dark web, cosa che si rivela sempre più una componente chiave dei loro sforzi di estorsione alle organizzazioni. Le minacce dirette sono un’ulteriore tattica di estorsione utilizzata in un numero maggiore di casi di ransomware. In azienda, individui specifici spesso appartenenti alla C-suite, vengono presi di mira con minacce e comunicazioni indesiderate. Si tratta di una tendenza la cui evoluzione è estremamente rapida: a fine 2022, le molestie erano un fattore presente in circa il 20% degli attacchi ransomware, rispetto al dato inferiore all’1% rilevato a metà 2021. Il riscatto rincara la dose Anche lo scorso anno, le richieste di riscatto dal ransomware sono state un punto dolente per le organizzazioni, raggiungendo la somma di 7 milioni di dollari nei casi osservati da Unit 42. La richiesta media è stata di 650.000 dollari, il pagamento medio di 350.000 dollari. In base all’analisi dei siti di data leak nel dark web, il settore manifatturiero è stato il più bersagliato nel 2022, con 447 organizzazioni compromesse esposte pubblicamente su questi siti. Unit 42 ritiene che ciò sia dovuto alla forte presenza di sistemi che utilizzano ancora software obsoleti, non aggiornati o patchati regolarmente o facilmente, e alla scarsa possibilità di tollerare tempi di inattività. Spesso, infatti, gli attori delle minacce ricercano obiettivi in settori in cui sia fondamentale essere in grado di fornire determinati prodotti o servizi in modo tempestivo, per approfittare della pressione a cui sono sottoposte queste aziende per rispettare scadenze e raggiungere risultati, sperando che ciò le induca a pagare rapidamente l’intero riscatto. I flussi di entrate persi a causa dei tempi di inattività operativa possono spingere le organizzazioni a cedere alle richieste degli attori delle minacce. Gli attacchi alle organizzazioni più grandi del mondo rappresentano una piccola ma notevole percentuale di questi incidenti. Nel 2022, 30 aziende della lista Forbes Global 2000 sono state colpite pubblicamente da tentativi di estorsione da parte di gruppi come LockBit, Conti, BlackCat, Hive e Black Basta. Fonte:Bitmat  

Social engineering: come proteggere l’azienda?

In questo articolo si analizzano i pericoli del social engineering e come combatterli; quali sono le tecniche più comuni; quali i percorsi di attacco che fanno leva nel mondo reale; cosa possono fare le imprese per ridurre i rischi. Non è un segreto che il social engineering sia un potente strumento in mano ai criminali informatici. Gli hacker usano la manipolazione psicologica per convincere ignari utenti a consegnare password, informazioni personali o denaro. Fino a oggi, questi attacchi sono stati lo strumento più comune per ottenere un punto d’appoggio iniziale ed effettuare i lateral movement all’interno della rete. In questo articolo si analizzano i pericoli del social engineering e come combatterli; quali sono le tecniche più comuni; quali i percorsi di attacco che fanno leva nel mondo reale; cosa possono fare le imprese per ridurre i rischi. Le principali tecniche di attacco Tra le molteplici tecniche di social engineering che più frequentemente prendono di mira le imprese si evidenziano: Phishing E’ certamente la tecnica più comune: i cyber criminali inviano e-mail che sembrano provenire da un mittente legittimo, come una banca o un retailer. L’e-mail potrebbe contenere un collegamento che porta a un sito web falso che sembra identico a quello reale. Una volta che l’utente inserisce i propri dati consente l’accesso all’hacker. Adescamento In questo caso, il cyber criminale lascia una chiavetta USB o altri tipi di dispositivi di archiviazione in un luogo pubblico. Quando qualcuno trova il dispositivo e lo collega al proprio computer, il dispositivo innesca azioni specifiche mirate ai sistemi dell’utente/impresa, infettandoli con malware che alla fine consentiranno di ottenere l’accesso o anche di avviare un pericoloso attacco. Whaling /Compromissione della posta elettronica aziendale (BEC) Il whaling è una variante del phishing che prende di mira dirigenti e vertici aziendali spingendoli a effettuare delle spese o a diffondere informazioni riservate. La compromissione delle e-mail aziendali (BEC), invece, cerca di confondere i dirigenti al fine di indurre un utente a svolgere determinate attività. Sia il whaling che il BEC richiedono una pianificazione e uno studio dei modelli comportamentali e possono portare a risultati molto elevati. L’attività può essere gestita anche via telefono. Si tratta del cosiddetto vishing: chi chiama finge di essere un dirigente legittimo di un’organizzazione (BEC) e cerca di indurre l’utente a rivelare informazioni sensibili, come numeri di carte di credito o numeri di previdenza sociale. Come proteggersi dal social engineering? Il social engineering è l’arte della manipolazione psicologica: la maggior parte delle persone ne cade vittima senza accorgersene. Gli attacchi si stanno evolvendo e per questo le aziende devono iniziare a sviluppare internamente una cultura consapevole investendo nella conoscenza informatica degli utenti. I dipendenti devono sapere con tempestività come segnalare gli attacchi di social engineering ai team di sicurezza. Questi ultimi hanno bisogno di tecnologie che li aiutino a proteggere, rilevare e rispondere prontamente a queste tecniche di attacco, che spesso riguardano la posta elettronica, l’identità e l’endpoint. La difesa inizia con la consapevolezza e la formazione interna La formazione dei dipendenti su come identificare un potenziale attacco di phishing e su come segnalarlo può prevenire gravi situazioni. Per questo diventa fondamentale che un dipendente che riceve una e-mail dall’aspetto sospetto o trova una chiavetta USB in luoghi pubblici sappia riconoscere il potenziale pericolo e informi immediatamente il team di sicurezza. Questo deve fornire istruzioni chiare e semplici per evitare qualsiasi ritardo o riluttanza nel segnalare le sospette, e il messaggio “Quando sei in dubbio, fermati e segnalalo” deve essere il leitmotiv adottato. Serve assicurare ai dipendenti che non saranno penalizzati per un ritardo nella singola azione o per aver segnalato qualcosa che ritengono sospetto, anche se in seguito potrebbe essere considerato un falso allarme. Promuovere la cultura del cyber empowerment è determinante. Altrettanto importante è testare la resilienza contro gli attacchi di phishing. Per questo è essenziale predisporre esercizi di simulazione di phishing per valutare il livello di preparazione dell’organizzazione. Le simulazioni di phishing sono uno strumento di valutazione utile per valutare la resilienza dei dipendenti contro le e-mail di phishing, ma lo stesso strumento non sarà efficace per i clic intenzionali dei dipendenti. L’utilizzo della tecnologia per contrastare il social engineering Dal punto di vista informatico, le organizzazioni possono valutare diversi sistemi di sicurezza per ridurre il rischio di attacchi basati sul social engineering: Autenticazione a più fattori (MFA): esistono metodi di raggiro dell’MFA, come la manipolazione di un dipendente per spingerlo a condividere la password monouso, ma l’implementazione dell’MFA può essere una valida soluzione; Autenticazione aggiuntiva: In caso di attacchi di compromissione della posta elettronica aziendale (BEC) in cui viene confuso un dirigente di alto profilo, prima di avviare l’azione è necessario effettuare un doppio controllo; Accesso condizionato (CA): le aziende possono garantire che solo le identità affidabili su endpoint sicuri possano ottenere l’accesso temporaneo alle risorse e ai servizi aziendali, a seconda delle necessità; Valutazione del rischio di identità (AD Assessment): è fondamentale poter individuare in tempo reale le errate configurazioni di sicurezza, il livello di rischio delle identità e l’esecuzione di azioni correttive; Identity Threat Detection and Response (ITDR): con il continuo aumento degli attacchi basati sull’identità, le organizzazioni sono alla ricerca di modi per rilevare e rispondere a questi tipi di attacchi, e per questo la tecnologia ITDR è importante; Rilevamento e risposta degli endpoint (EDR): poiché gli attacchi informatici avvengono sull’endpoint è fondamentale avere la capacità di rilevare e rispondere automaticamente o con un semplice clic a queste minacce, dotandosi anche della tecnologia EDR. Di Marco Rottigni, Technical Director per l’Italia di SentinelOne   Fonte:bitmat

eCommerce B2B: prevista una crescita di fatturato del 25%

Sempre più aziende adottano l’eCommerce B2B, tanto che nel 2022 si è registrata una crescita pari al 12% rispetto al 2021. L’eCommerce B2B viene sempre più apprezzato dalle realtà italiane che, infatti, ne fanno sempre più uso. Il 61% delle aziende italiane ha attività eCommerce B2B con proprio sito o su marketplace, l’11,7% in più rispetto a quanto rilevato nel 2021. Tra queste, prevalgono sempre di più le imprese focalizzate sull’utilizzo di marketplace B2B – costituiscono il 34%, con una crescita del 10% rispetto al 2021 -, non solo per la vendita, ma anche in chiave di lead generation. Tra il 39% che non ha ancora adottato soluzioni B2B, il 13% intende svilupparle nei prossimi 12 mesi, una percentuale che risulta raddoppiata rispetto al 2021 e che dimostra il crescente interesse per gli strumenti di vendita online, soprattutto presso le aziende di maggiori dimensioni. La quota di fatturato dalle vendite digitali in ambito B2B si attesta all’11%, ma è prevista una crescita di 14 punti percentuali nel giro di tre anni. Queste sono le principali evidenze della IV edizione dell’Osservatorio B2B Digital Commerce di Netcomm, realizzata con il supporto di Adacto | Adiacent, Big Commerce e Rewix. La ricerca è stata condotta su un campione di 400 imprese con fatturato sopra i €2 milioni. L’eCommerce B2B è determinante per il 39% delle aziende “Nel post-pandemia, la possibilità di fidelizzare il cliente attraverso il miglioramento e l’innovazione del servizio offerto è diventata la ragione principale che spinge le aziende alla digitalizzazione delle transazioni commerciali B2B. Oggi, infatti, è ritenuta determinante dal 39% delle imprese e, con una cresciuta di ben 20 punti percentuali rispetto al 2021, ha superato persino le ragioni legate all’ampiamento del mercato verso nuove aree geografiche”, ha spiegato Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. “Questo dimostra una maggiore maturità nel percorso di crescita del commercio B2B, che si trova oggi in una fase di maggiore attenzione rispetto alle diverse opportunità legate all’approdo online e all’utilizzo dei molteplici servizi digitali. Malgrado alcuni freni legati principalmente alla percezione di un’elevata complessità del progetto e ai timori di uno scarso ritorno in termini di vantaggi, prevediamo comunque che i ritmi di crescita siano ancora più serrati nei prossimi anni e che la quota di fatturato dalle vendite digitali raggiunga il 25% entro la fine del 2025”. Prevalgono gli “eCommerce oriented”: 1 su 3 approdato online all’inizio della pandemia Le aziende che hanno già attivato in modo strutturato processi e servizi per i canali digitali sono il 27% e possono essere definite “Heavy Digital”, in quanto il loro processo di digitalizzazione ha già toccato tutte le fasi canoniche, con particolare attenzione al pre-vendita orientato al marketing, alle vendite tramite sito diretto e al post-vendita. Si tratta di realtà pienamente convinte dell’impatto positivo del processo di digitalizzazione sul proprio business, in particolare per lo sviluppo del brand e per la ricerca di nuovi stakeholder: più in generale, sostengono l’utilità della digitalizzazione trasversalmente a tutti gli obiettivi e gli ambiti commerciali. Per tale motivo, continueranno a investire in questa direzione anche nel prossimo futuro, soprattutto in servizi di formazione e consulenza, ma anche nello sviluppo del sito eCommerce e dei contenuti per i canali digitali. La quota maggiore, il 34%, è però costituita dai cosiddetti “eCommerce oriented”, ossia quelle aziende che si sono focalizzate sull’eCommerce e su di esso hanno fondato le loro strategie di vendita, sia ricorrendo a un sito diretto (8 su 10) sia attraverso un marketplace (3 su 10). Tra queste, una su 3 è entrata nell’universo dell’eCommerce B2B con l’inizio della pandemia, spinta principalmente dalla volontà di ampliare il proprio mercato in nuove aree geografiche e migliorare il servizio offerto ai clienti. Dai curiosi ai refrattari: i freni allo sviluppo dell’eCommerce B2B Al di fuori della quota di aziende che fa uso di soluzioni eCommerce B2B (il 61%, in totale), è presente una piccola porzione di imprese (il 14%) che si trovano ancora in uno stato di sviluppo embrionale del percorso di adozione degli strumenti digitali. I cosiddetti “Light Digital” si concentrano solo su fasi legate al pre-vendita – soprattutto in chiave di lead generation – e/o al post-vendita, ma sono propensi alla digitalizzazione e credono che possa rappresentare un’opportunità di sviluppo in ottica futura. Infatti, tra questi, 1 su 2 dichiara che nel corso del prossimo anno investirà in servizi di formazione e consulenza a supporto del processo di digitalizzazione e 4 su 10 sullo sviluppo del proprio eCommerce diretto tramite sito. Rimane considerevole il numero di aziende che non hanno ancora attivato il processo di digitalizzazione in nessuna fase: esse costituiscono il 25% e oltre il 40% di queste non ha in agenda di sviluppare un canale eCommerce neanche in futuro. Si tratta di una porzione refrattaria alla digitalizzazione, che possiamo perciò denominare come “No Digital” e che individua tra i principali ostacoli la complessità del progetto, unita alla mancanza di competenze interne e all’entità degli investimenti richiesti. Sono ragioni che trovano parziale riscontro anche nel cluster precedente: in generale, anche a fronte di dubbi sulla sua facile realizzazione, la percezione di scarsa convenienza è il primo freno allo sviluppo dell’eCommerce per il B2B, ma le aziende hanno segnalato anche difficoltà legate agli aspetti logistici e a timori di conflittualità con altri canali di vendita. I servizi più utilizzati: sito eCommerce, marketing e post-vendita La vendita online tramite il proprio sito eCommerce B2B è l’attività digitale più diffusa (il 40% delle aziende intervistate ne fa uso), seguita da servizi di marketing e post-vendita, dove gli “Heavy Digital” sono campioni indiscussi. I Light Digital si dimostrano invece molto focalizzati sulla fase di pre-vendita finalizzata alla lead generation, attivata dal 60% del cluster e in crescita rispetto al 2021. Entrando nel merito dei servizi più utilizzati per i canali online, primeggiano i cataloghi digitalizzati e le schede prodotto. Per le aziende di dimensioni maggiori, vi è un significativo maggior utilizzo di servizi specifici per il B2B Digital Commerce, quali pagamenti digitali, Customer Care Commerciale B2B, servizi logistici e listini online

Edge Computing: ecco perché adottarlo

Il 2023 è l’anno dell’edge computing in quanto capace di proteggere le infrastrutture cruciali e resiste alle minacce provenienti da attacchi zero-day e hacking dell’IoT. Le minacce informatiche diventano ogni giorno più evolute e pericolose. Il perimetro di attacco si fa sempre più ampio e nascono, dunque, nuove esigenze di cybersecurity e di user experience. Garantire queste due cose diventa sicuramente impegnativo per le organizzazioni. In questi termini, Edgio, provider di soluzioni software edge-enabled, individua due dei cyber-pericoli più comuni che possono essere limitati grazie all’edge computing e fornire la migliore user experience possibile. Gli attacchi zero-day hanno raggiunto nuovi livelli: l’edge computing è la risposta Alcune delle minacce più importanti oggigiorno sono gli exploit di applicazioni zero-day, in cui gli hacker identificano una vulnerabilità nelle infrastrutture e la sfruttano per colpire le organizzazioni. Si tratta di attacchi massicci che possono essere difficili da individuare e molto pericolosi in termini di introiti e brand reputation. Ad esempio, nel secondo trimestre del 2022, gli attacchi DDoS verso applicazioni e reti sono aumentati rispettivamente del 72% e del 109%. Nell’ultimo decennio, circa il 40% degli attacchi ha avuto luogo solo nel 2021. È ormai vitale investire in soluzioni e capacità, non solo per prevenire gli attacchi informatici, ma anche per rilevarli e rispondere ad essi. Investire in una rete edge distribuita e in una doppia soluzione WAF consente di testare nuove tecniche di mitigazione proteggendo facilmente l’intero network. Le organizzazioni che utilizzano soluzioni che rilevano le minacce tramite intelligenza artificiale (AI) e machine learning (ML), rispetto a quelle che non ne fanno uso, hanno potuto chiudere una violazione in un periodo di 74 giorni più breve, con un risparmio medio di 3 milioni di dollari in più. I dispositivi IoT sono esposti maggiormente ai pericoli Con i continui progressi dell’Internet of Things, i dispositivi connessi a Internet continueranno ad aumentare, concedendo opportunità senza precedenti per gli hacker. Con oltre 43 miliardi di dispositivi IoT, ora i criminali informatici hanno molteplici vettori di attacco da poter sfruttare globalmente. Alcuni Stati, addirittura, stanno introducendo misure più incisive per aiutare i consumatori a capire quali rischi sono connessi a specifici dispositivi IoT. Ad esempio, il governo britannico sta già vagliando il Product Security and Telecommunications Infrastructure Bill, che formalizza il precedente Code of Practice for Consumer IoT Security. Non è semplice comprendere appieno il panorama degli attacchi e le opportunità per i criminali informatici. Si tratta di una sfida continua, in quanto i sistemi e le soluzioni continuano a evolversi man mano che cresce l’innovazione e quando le organizzazioni costruiscono la loro infrastruttura IoT. Tuttavia, spostare la sicurezza ai margini della rete può aiutare a filtrare i dati sensibili a livello locale e a inviare al cloud solo i dati IoT cruciali. 2023: l’anno dell’edge computing “Nonostante la sua grande diffusione a livello mondiale, l’edge computing è ancora agli albori, e molti decision-maker non sanno che: trasferendo i workflow verso l’edge, le organizzazioni otterrebbero performance migliori, latenza ridotta, costi più bassi e maggiore scalabilità e affidabilità. Il futuro delle digital experience è nell’edge. L’utilizzo di questa tecnologia protegge le infrastrutture cruciali e resiste alle minacce sempre più ingenti provenienti da attacchi zero-day e hacking dell’IoT”, ha dichiarato Ajay Kapur, Chief Technology Officer di Edgio. Un tempo si credeva che l’implementazione di una security completa avrebbe rallentato i processi e compromesso la user experience, ma non è così. Oltre il 40% di tutto il traffico Internet è costituito da traffico bot; quindi, bloccando i bot malevoli, gli utenti reali possono accedere al sito più facilmente e ottenere prestazioni migliori, poiché il sito non viene rallentato dalle richieste dei bot. Che si tratti di combattere gli attacchi zero-day, di prepararsi alle nuove minacce IoT o di adottare nuove soluzioni edge, i prossimi anni vedranno davanti a sé molte minacce, ma al tempo stesso grandi opportunità da cogliere. Fonte:Bitmat

Aziende di beni di consumo vogliono la digitalizzazione

Secondo un’indagine IDC per Salesforce sempre più aziende di beni di consumo italiane stanno lavorando per la trasformazione digitale dei processi. Maggiore collaborazione e una migliore customer experience spingono le aziende di beni di consumo italiane a dare la priorità ad una trasformazione digitale efficiente. Lo conferma un nuovo studio realizzato da IDC per Salesforce con il supporto di Centromarca (Associazione Italiana dell’Industria di Marca) al fine di indagare il livello di trasformazione digitale e le prospettive di innovazione customer-centric del settore CPG (Consumer Package Goods) in Italia. Aziende di beni di consumo: la trasformazione digitale è necessaria Dall’indagine, che ha coinvolto 225 aziende di beni di consumo presenti in Italia, è emerso in particolare che la trasformazione digitale è vista come un percorso necessario per raggiungere efficienza, sostenibilità e innovazione. Nel dettaglio: Migliorare la Customer Experience (CX) rappresenta un obiettivo strategico imprescindibile e l’area più importante dove investire per migliorare i rapporti tra canali di vendita e consumatori finali per il 36% delle aziende intervistate. In particolare, un terzo delle grandi aziende (34%) si dichiara già “customer-centric” e sta già trasformando e capitalizzando i processi di vendita e gestione del canale in logica data driven. Se i maggiori produttori di beni di consumo stanno già lavorando ad approcci “diretti” per le attività di marketing, analisi e loyalty del cliente finale, al contempo è forte la necessità di condivisione dei dati con la filiera distributiva per essere più efficaci nelle attività commerciali. Non a caso il 78% delle aziende di beni di consumo dichiara la necessità di aumentare lo scambio di dati con il canale in tempo reale. In particolare, gli obiettivi di miglioramento si focalizzano su due ambiti: Retail execution: attraverso l’introduzione di nuove soluzioni CRM (53% delle aziende) per ottimizzare la presenza dei brand nei punti vendita. Promo management: il 34% delle aziende considera prioritaria la gestione unificata e in tempo reale delle promozioni con i retailer. La strada verso il miglioramento Secondo quanto rilevato da IDC, il 65% delle aziende di beni di consumo ha già intrapreso dei percorsi di trasformazione, in particolar modo: Circa la metà sta seguendo un modello di innovazione “customer-centric”, puntando alla trasformazione dei processi di relazione con il canale distributivo e di analytics; L’altra metà sta percorrendo un modello “data-driven”, puntando su una visione incrementale delle capacità di analisi, che non abbraccia ancora la piena trasformazione dei processi, ma che si focalizza sulla capacità di abilitare i dati per i team di vendita. Il 49% delle aziende più innovative sta già utilizzando la CX come l’indicatore di valore per ottimizzare i rapporti di filiera e i processi di vendita. In conclusione, dall’indagine emerge che, se il cliente continuerà a essere al centro delle strategie di innovazione delle aziende di beni di consumo, crescerà la digitalizzazione dei processi di filiera che diventerà una priorità fondamentale per migliorare il posizionamento competitivo sul mercato. “Dai dati rilevati da IDC giunge la conferma di quanto tocchiamo con mano ogni giorno sul mercato: una gran parte (65%) delle aziende del settore dei beni consumo ha già intrapreso un percorso di trasformazione digitale ed è sempre più consapevole dei vantaggi che ciò comporta”, commenta Maurizio Pettorino, Senior Vice President di Salesforce. “Se il cliente continuerà a essere al centro delle strategie di innovazione delle aziende di beni di consumo, la digitalizzazione dei processi di filiera non solo continuerà a crescere, ma diventerà una priorità fondamentale per migliorare il posizionamento competitivo sul mercato”. Fonte:Bitmat

Customer experience: i leader sono soddisfatti di ciò che offrono?

Il report di Thoughtworks e Harvard Business Review Analytic Services esamina il gap tra l’importanza strategica della customer experience e la sua efficacia. Una Customer Experience (CX) eccezionale rappresenta la chiave per il successo di molte aziende. Una buona strategia di CX, infatti, contribuisce a salvaguardare il customer engagement e la brand equity, aiutando le aziende a diversificarsi dalla concorrenza. Tuttavia, solamente poche organizzazioni eccellono nel programmarla ed eseguirla e molte aziende si ritrovano spesso ad investire milioni in trasformazioni aziendali fallimentari e nell’integrare iniziative omnicanale che non sfociano nel risultato sperato. Harvard Business Review Analytic Services, in partnership con Thoughtworks, ha realizzato e presentato la nuova ricerca “Trasformare l’esperienza clienti all’interno e all’esterno“, che esamina il divario tra l’importanza strategica della customer experience e la sua effettiva implementazione da parte delle aziende, rivelando che solo il 10% dei professionisti della CX ritiene che la propria organizzazione sia in grado di offrire una customer experience leader del settore. Il report è stato condotto in forma di sondaggi e interviste rivolgendosi a 465 Business Leaders che si occupano di CX all’interno dell’azienda o che sono familiari alla sua strategia situati per il 42% nel Nord America, il 22% in Europa, il 21% nell’Asia-Pacifico, l’8% nel Medio Oriente/Africa, il 6% nell’America Latina e il 2% in altri Paesi. Risultati principali Il 94% degli intervistati afferma che è molto importante che la propria organizzazione offra una customer experience di altissimo livello se si vuole avere successo. Tuttavia, solo il 10% degli intervistati indica che la propria organizzazione sia effettivamente in grado di offrire una customer experience all’avanguardia. Il 74% concorda sul fatto che una customer experience ben progettata incrementa il valore del brand (brand equity), ma solo il 32% concorda sul fatto che la CX sia un punto focale della strategia di crescita complessiva della propria organizzazione. Il 73% afferma che il miglioramento della customer experience è una delle principali priorità strategiche della propria organizzazione. La maggior parte degli intervistati si rende conto che la CX costituisce un fattore determinante per le performance aziendali e afferma che il suo miglioramento debba essere una priorità di tipo strategico. Tuttavia, la maggior parte delle organizzazioni non riesce a gestire la CX come una leva aziendale. Se tutti, quindi, concordano sul fatto che la CX è importante per raggiungere gli obiettivi aziendali, perché un numero maggiore di organizzazioni non riesce a eccellere? Customer Experience: sfide e soluzioni Dall’indagine è emerso che la giusta leadership e la tecnologia rappresentano i fattori abilitanti più importanti per una CX di successo. I 465 intervistati hanno infatti fornito le seguenti risposte: La maggior parte degli intervistati ha indicato la presenza di silos organizzativi e/o aziendali come l’ostacolo principale per la messa in atto della strategia di CX. Il 67% delle organizzazioni che hanno implementato questo approccio ha dichiarato che è stato estremamente efficace, seguito a ruota dal 66% che ha affermato che anche promuovere una cultura incentrata sulla CX e migliorare l’esperienza dei dipendenti è altrettanto utile. Si è evidenziata la necessità di mappare la customer journey (38%) attraverso la creazione di processi di CX-design. Per un efficace strategia di CX è stata dichiarata cruciale l’adozione di nuovi strumenti digitali per la gestione delle iniziative aziendali (36%). Fonte:bitmat

Cloud Security: falle e sfide per le aziende

Secondo il report di Palo Alto dedicato alla cloud security, il 90% delle imprese non è in grado di rilevare, contenere e neutralizzare le minacce IT entro un’ora. Sempre più organizzazioni migrano processi e operazioni nel cloud e questo, spesso, comporta difficoltà nella gestione dell’automazione della cloud security e della mitigazione dei rischi. È per questo motivo che molte aziende desiderano ottimizzare la sicurezza fin dalle prime fasi del processo di sviluppo, affidandosi a un numero limitato di fornitori in grado di offrire maggiori funzionalità di sicurezza. Questo scenario è confermato da Palo Alto Networks, realtà mondiale operante nella cybersecurity, nel suo ultimo report State of Cloud-Native Security 2023 che, attraverso il coinvolgimento di oltre 2.500 dirigenti in tutto il mondo, mira a comprendere le strategie di adozione del cloud e la loro applicazione. L’utilizzo del cloud è aumentato, insieme alle preoccupazioni per la cloud security L’estensione del lavoro ibrido durante la pandemia ha spinto le organizzazioni a incrementare l’uso del cloud di oltre il 25%, costringendo i team DevOps a consegnare il codice di produzione in tempi ridotti e rendendo la sicurezza delle applicazioni più complessa. Lentezza nel rilevare e rispondere alle minacce Il 90% delle aziende intervistate ha dichiarato di non essere in grado di rilevare, contenere e contrastare le minacce IT entro un’ora. La maggioranza ha affermato di avere una postura di cloud security debole e ritiene di dover migliorare le attività sottostanti – dall’ottenere visibilità su più cloud, all’applicare una governance più coerente tra gli account, fino alla semplificazione della risposta a incidenti e indagini. I team non sono consapevoli delle loro responsabilità in materia di sicurezza Alla domanda sulle sfide del passaggio al cloud, le principali preoccupazioni degli intervistati sono rimaste invariate rispetto al report 2020, con problemi generali di sicurezza, conformità e complessità tecnica. La maggior parte delle organizzazioni (78%) ha dichiarato di aver distribuito la responsabilità di cloud security ai singoli team, ma quasi la metà (47%) ha affermato che la maggior parte delle persone non ne è pienamente consapevole. Maggiore necessità di sicurezza Code-to-Cloud Poiché un numero sempre più elevato di applicazioni viene progettato nel cloud utilizzando software standard, c’è il rischio che una vulnerabilità nel processo di sviluppo possa compromettere un’intera applicazione. Per ovviare a questo problema, è sempre più elevato il numero di aziende che incoraggia un livello di coinvolgimento maggiore tra sviluppatori di applicazioni e team e strumenti di sicurezza, con l’81% degli intervistati che ha dichiarato di aver inserito professionisti di security all’interno dei team DevOps. “Con tre organizzazioni su quattro che distribuiscono codice nuovo o aggiornato in produzione settimanalmente e quasi il 40% che ne applica di nuovi ogni giorno, nessuno può permettersi di trascurare la sicurezza dei workload cloud”, ha dichiarato Ankur Shah, Senior Vice President, Prisma Cloud, di Palo Alto Networks. “Con la costante adozione ed espansione del cloud, le aziende devono adottare un approccio basato su piattaforma che protegga le applicazioni dal codice al cloud in ambienti multicloud”. Percorso verso il consolidamento della cloud security Tre quarti dei responsabili intervistati dichiarano di avere difficoltà a identificare gli strumenti di sicurezza necessari per raggiungere i propri obiettivi. Questo ha portato molti di loro a implementare numerose soluzioni singole, con un’organizzazione media che utilizza più di 30 strumenti di sicurezza, di cui da sei a dieci dedicati alla cloud security. L’ampio numero di strumenti di sicurezza rende difficile ottenere visibilità approfondita sull’intero portafoglio cloud. Il 76% degli intervistati ha dichiarato che l’uso di più tool crea punti ciechi che influiscono sulla capacità di dare priorità ai rischi e prevenire le minacce. L’80% trarrebbe vantaggio da una soluzione di sicurezza centralizzata che copra tutti gli account e i servizi cloud. Un percorso chiaro per il futuro Nonostante gli sconvolgimenti causati dalla pandemia, le aziende sono riuscite a portare a termine con successo l’ampliamento nel cloud e chi ha definito l’infrastruttura cloud un obiettivo aziendale strategico ne ha generalmente tratto vantaggio. La cloud security si conferma così un evidente fattore di supporto per raggiungere i risultati di business. Una migliore sicurezza non garantisce il successo, ma averla sotto controllo, consolidando strumenti e fornitori e utilizzando strategie DevSecOps e di automazione comprovate, consente ai team di sviluppo di svolgere meglio il proprio lavoro e fornisce alle organizzazioni gli strumenti necessari per progredire. Fonte:Bitmat

Pubblicità digitale: Intelligenza Artificiale e Realtà Aumentata sono il futuro

Intelligenza artificiale e realtà aumentata stanno trasformando il settore della pubblicità digitale. Le campagne diventano più coinvolgenti e cambia il rapporto con il pubblico. La società di comunicazione Arialtop, specializzata nel settore della pubblicità digitale, analizza l’evoluzione del settore. La pubblicità digitale è diventata sempre più importante per le aziende di tutto il mondo negli ultimi anni. Con l’aumento dell’utilizzo di dispositivi mobili e di internet, i marketer hanno dovuto adattare le loro strategie di marketing per raggiungere un pubblico sempre più vasto e diversificato. Tuttavia, l’introduzione di tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale (AI) e la realtà aumentata (AR) sta trasformando il modo in cui le aziende si relazionano con il pubblico, creando nuove opportunità per creare campagne pubblicitarie più coinvolgenti e personalizzate. L’Intelligenza Artificiale nella pubblicità digitale L’AI è una tecnologia che consente alle aziende di analizzare e comprendere meglio i loro clienti, utilizzando dati e algoritmi complessi per creare esperienze pubblicitarie personalizzate. L’AI può analizzare i dati dei clienti, come la cronologia di ricerca e l’interazione sui social media, per creare annunci pubblicitari che siano rilevanti e interessanti per le loro esigenze e interessi. Questa tecnologia può anche aiutare le aziende a ottimizzare le loro campagne pubblicitarie in tempo reale, in modo da massimizzare i risultati e ridurre i costi. La realtà aumentata nella pubblicità digitale La AR è un’altra tecnologia emergente che consente alle aziende di creare esperienze pubblicitarie coinvolgenti e creative. La AR consente ai clienti di interagire con i prodotti e i servizi in modo innovativo e divertente, creando un’esperienza memorabile e coinvolgente. Ad esempio, un’azienda può utilizzare la AR per creare una vetrina virtuale, dove i clienti possono vedere come un prodotto si adatta alla loro casa o al loro guardaroba prima di acquistarlo. La combinazione di AI e AR può portare a risultati sorprendenti nella pubblicità digitale. Le aziende possono utilizzare l’AI per creare annunci pubblicitari personalizzati e mirati, che poi possono essere distribuiti attraverso canali AR come filtri di Snapchat o Instagram. Questo consente alle aziende di raggiungere un pubblico più ampio e di creare un’esperienza pubblicitaria coinvolgente e interattiva per i loro clienti. Esperienze mobile Inoltre, la pubblicità digitale sta diventando sempre più mobile, grazie alla diffusione di smartphone e tablet. Le aziende stanno investendo sempre di più nella creazione di applicazioni mobili e siti web ottimizzati per dispositivi mobili, per garantire un’esperienza di navigazione fluida e intuitiva ai propri clienti. L’AI sta giocando un ruolo fondamentale anche in questo contesto, grazie alla sua capacità di elaborare grandi quantità di dati in tempo reale e offrire soluzioni personalizzate ai clienti. Le sfide del settore Tuttavia, la pubblicità digitale presenta anche alcune sfide importanti. L’uso di dati personali e di algoritmi, può sollevare preoccupazioni sulla privacy e sulla sicurezza dei dati dei consumatori. Inoltre, le tecnologie emergenti come l’AI e la AR richiedono investimenti significativi in termini di risorse e competenze, il che potrebbe limitare l’accesso delle piccole e medie imprese a queste tecnologie. Nonostante queste sfide, il futuro della pubblicità digitale è brillante e pieno di opportunità. Le aziende che investono in tecnologie emergenti come l’AI e la AR possono creare campagne pubblicitarie più efficaci e coinvolgenti, raggiungere un pubblico più ampio e migliorare la loro reputazione. Le aziende che sono in grado di adattarsi a queste nuove tecnologie avranno un vantaggio competitivo significativo rispetto alle loro controparti meno innovative. Fonte:bitmat