Marketer Digitale: le 3 skills che non devono mancare nel 2023
Per gli esperti di Piwik PRO sono tre le competenze essenziali che il marketer digitale deve possedere per ottenere risultati eccellenti dalle attività di marketing data-driven. Il marketer digitale di oggi ha davanti a sé un contesto sempre più mutevole e sfidante. Il 2023, infatti, si prospetta per i professionisti del marketing come un anno cruciale, ricco di novità e cambiamenti. Dai trend tecnici a quelli legali, passando per quelli di consumo, le nuove mode e le innovazioni tecnologiche continueranno incessantemente a rimodellare le modalità con cui le aziende operano. Marketer digitale vs AI: una competizione che non esiste Il successo del tanto discusso strumento di OpenAI ChatGPT, per esempio, potrebbe indurre a credere che presto o tardi le soluzioni di intelligenza artificiale andranno a sostituire figure specializzate di ogni ambito e industry – tra cui il marketer digitale. Non è così, però, o almeno non ancora: il digital marketing si basa sulla combinazione di creatività e originalità, qualcosa ancora impossibile per l’AI, che modella le sue risposte su ciò che è stato precedentemente creato. Un contesto così volubile, tuttavia, richiede al marketer digitale un costante lavoro di aggiornamento delle proprie competenze, che permetta loro non solo di rimanere al passo con le evoluzioni del settore, ma anche di cogliere con tempestività le opportunità che esse portano con sé. Sono queste le motivazioni per cui Piwik PRO, provider di un software proprietario privacy-friendly che analizza la customer journey su web e app, si è confrontato con degli esperti in materia per identificare e condividere le tre skill immancabili per ottenere risultati eccellenti dalle proprie attività di marketing data-driven nell’anno appena iniziato. Comprensione totale degli obiettivi di business Potrebbe apparire scontato, ma non lo è affatto. La base di ogni strategia di successo è la conoscenza e la piena assimilazione delle modalità con cui la propria azienda opera, quali sono i suoi obiettivi principali e come la raccolta dei dati può concretamente contribuire al loro raggiungimento. È, quindi, fondamentale la capacità di interrogarsi, porre domande e cercare risposte chiarificatrici che permettano al professionista di conoscere al meglio la propria organizzazione. La reale cognizione dei KPI dei differenti team interni all’impresa passa anche dal massimo sviluppo delle soft skill. In particolare, chi è attivo nel mondo del marketing non dovrebbe trascurare la propria abilità nel lavorare in squadra e nel comunicare, oltre a impegnarsi nel miglioramento delle competenze interpersonali e di pensiero critico. Cross-team cooperation Il marketer digitale deve saper interfacciarsi e collaborare efficacemente con altri team è un’abilità di primaria importanza, specie in presenza di differenze significative. Oggi, per esempio, è quanto mai imprescindibile essere in grado di relazionarsi con persone provenienti da culture e background diversificati e riconoscerne, al di là delle diversità, le idee e le skill. Tale predisposizione si mostra anche nella capacità di chiedere aiuto nel momento del bisogno e di riconoscere le persone più adatte a cui rivolgersi. È impossibile, d’altronde, essere preparati su ogni argomento e specializzati in ogni campo: il gioco di squadra è la risposta. Di particolare rilevanza per un marketer digitale data-driven, inoltre, è la cooperazione con i rappresentanti dell’équipe legale, specialmente per quanto riguarda le questioni di privacy compliance. Le leggi in materia, infatti, cambiano costantemente e, sebbene i professionisti del marketing possano avere un’idea generale dei mutamenti in atto, è per loro impensabile conoscere ogni normativa. La collaborazione tra team è, quindi, essenziale, specie se gli esperti sono in grado di tradurre le complesse terminologie giuridiche in un linguaggio più facilmente comprensibile a tutti coloro che contribuiranno alla definizione di una strategia di compliance. Abbracciare il potenziale dei dati Sempre più aziende si dichiarano con orgoglio data-driven, ma in quante sanno davvero come diventarlo? Sono due le caratteristiche indispensabili per qualunque brand che voglia rientrare in questa definizione. Innanzitutto, la qualità dei dati a cui ha accesso. Dati di qualità mediocre ostacolano un adeguato approccio data-driven, oltre a generare sfiducia negli stakeholder. Ne consegue che è basilare scegliere con accuratezza i tool del marketing stack aziendale, selezionando quelli più adatti al raggiungimento degli obiettivi del brand e in linea con i suoi valori. In secondo luogo (ma non necessariamente in questo ordine), è fondamentale un giusto mindset, ovvero un atteggiamento che riconosca le effettive potenzialità di un business model basato sui dati e che ne guidi l’implementazione. “Le innovazioni tecnologiche, pur non essendo ancora in grado di sostituire realmente la figura del marketer digitale, ci confermano che il suo ruolo e le sue abilità devono necessariamente continuare ad evolversi nel tempo”, commenta Mateusz Krempa, Chief Revenue Officer di Piwik PRO. “Il futuro premierà quegli specialisti che a una più ampia conoscenza di canali e competenze sapranno affiancare una particolare expertise in un paio di aree tematiche selezionate, persone che si distinguono per il possesso di skill cognitive, intelligenza emotiva e creatività”. Fonte:bitmat
Il mercato digitale è il presente e il futuro
SAP ha pubblicato i risultati di un’indagine che fa luce sulle tendenze, le opportunità e le sfide legate agli acquisti di soluzioni software per il mercato digitale. “Il mercato digitale è qui per restare”, afferma Kahly Berg, Senior VP, Digital Experiences, SAP SE presentando i risultati dell’analisi “2022 B2B Digital Buyers’ Journey: Forces Shaping the Future of Enterprise Procurement”, condotta da Futurum Research e promossa da SAP. La ricerca illustra le dinamiche che stanno disegnando sia la domanda che i processi di acquisto di software aziendale. “I drastici cambiamenti nell’economia globale, le continue interruzioni della supply chain, l’aumento di una forza lavoro altamente distribuita e la rapida digitalizzazione del consumatore hanno spinto le organizzazioni ad adattarsi rapidamente e a evolvere per sopravvivere, non solo dal punto di vista del procurement ma anche del loro modello di business principale”, ha continuato Kahly Berg. Risultati più significativi della ricerca sui software dedicati al mercato digitale Man mano che i requisiti business cambiano, cambia anche il tipo di software che le aziende devono acquistare Tra le organizzazioni che hanno risposto, l’89% dichiara di aver cambiato il proprio modello di business negli ultimi due anni (e il 39% afferma che il cambiamento è stato significativo). Il 41% delle organizzazioni intervistate afferma che le proprie esigenze di software o soluzioni sono cambiate in modo significativo negli ultimi due anni. Il 78% del panel dichiara di essere alla ricerca di nuovi modi per semplificare il processo di approvvigionamento, mentre il 27% afferma che il processo attuale non funziona mai o solo occasionalmente in modo efficiente come in passato. Il futuro degli acquisti è digitale La maggioranza dei professionisti del procurement (54%) dichiara di voler acquistare principalmente online entro il 2024, attraverso il sito di un fornitore o un marketplace digitale. Il 44% degli intervistati ritiene che la possibilità di avere uno sportello unico per più fornitori sia l’elemento più importante di un marketplace digitale. Il 16% degli intervistati prevede di acquistare almeno la metà del software aziendale attraverso un marketplace digitale. Sia i top manager che i team di approvvigionamento sono stati maggiormente coinvolti nei processi di acquisto del mercato digitale Il 61% degli intervistati afferma che gli executive aziendali sono più coinvolti nel processo di acquisto rispetto a due anni fa. Il 51% dei team di approvvigionamento è coinvolto in modo significativo nella determinazione delle esigenze delle soluzioni software della propria organizzazione. I processi decisionali distribuiti stanno diventando la nuova normalità La maggioranza delle aziende ritiene che siano necessari quattro o più membri del team Procurement per ogni gruppo funzionale per prendere una decisione finale sugli acquisti. Un quarto delle aziende con 50.000 o più dipendenti afferma di aver bisogno di almeno 11 manager per approvare un normale acquisto. Il 34% delle aziende afferma che la mancanza di consenso da parte del gruppo è un problema, un ostacolo o un rischio significativo per il successo dell’approvvigionamento di soluzioni software aziendali per il mercato digitale. Fonte:Bitmat
Cybersecurity: i 6 errori più comuni commessi dalle aziende
Gli investimenti di stato e aziende sulla cybersecurity dovrebbero essere incrementati per diminuire il rischio di attacchi hacker. In questo articolo Angelo Rosiello, Partner Utilities & Digital della società Oliver Wyman espone i sei errori più comuni che le imprese commettono, facendole cadere vittima di attacchi hacker. Investire sulla cybersecurity per proteggere le infrastrutture critiche Ormai da molti anni, il sistema economico in cui viviamo, ma anche le nostre stesse vite, sono stati investiti da una crescente digitalizzazione, che ci ha resi sempre più interconnessi, ma che ha anche portato alla ribalta la questione cruciale della sicurezza informatica (o cybersecurity), un settore che deve svilupparsi altrettanto rapidamente se governi, imprese o famiglie vogliono evitare di subire ripercussioni da attacchi hacker come quello su scala mondiale che ha avuto luogo lo scorso 5 febbraio. In particolar modo, ci auspichiamo che questo avvenga in quei segmenti che operano su infrastrutture critiche o che sono vitali per un sistema paese, come i servizi finanziari, l’energia, le telecomunicazioni e il servizio pubblico. Quella della cybersecurity è una questione che deve essere affrontata attraverso investimenti governativi che mirino a promuovere la cultura della sicurezza informatica, a sviluppare un piano strategico chiaro per agire sulle aziende e sulla pubblica amministrazione con interventi di messa in sicurezza degli asset critici e delle infrastrutture essenziali – come del resto già previsto dalle linee guida del PNRR – a favorire lo sviluppo di una intelligence per prevenire potenziali attacchi, a facilitare la collaborazione tra i vari settori e tra le imprese e a monitorare l’effettivo allineamento delle imprese alle best practice. Gli obiettivi degli hacker Escludendo gli attacchi sferrati a fine dimostrativo o di protesta (ad esempio da parte di gruppi anarchici), si può osservare che questi sono quasi sempre diretti verso il mondo delle imprese. Gli scopi degli hacker, infatti, nella maggior parte dei casi rientrano nell’ambito dello spionaggio industriale, dell’interruzione dell’operatività aziendale, anche a scopo di riscatto (ransomware), degli attacchi DDoS, volti a interrompere il normale traffico di un server, servizio o rete, e del “data breach”, cioè la violazione dei dati aziendali, spesso su dati personali, con obbligo di notifica al Garante. Alla luce di quanto riportato sopra, è essenziale che un grande sforzo allo sviluppo della cybersecurity provenga dalle imprese stesse, che, da un lato, devono investire di più nella formazione del capitale umano a tutti i livelli (attraverso la simulazione di gestione delle emergenze lungo tutta la supply chain, la sensibilizzazione del board e l’aggiornamento continuo) e nell’appianare il gap di obsolescenza tecnologica e di vulnerabilità degli asset ICT/OT; dall’altro devono evitare di commettere degli errori che possono compromettere la loro sicurezza. Gli errori di cybersecurity individuati da Oliver Wyman Di questi, noi di Oliver Wyman ne abbiamo rilevati 6 che oggi sono, purtroppo, molto diffusi: Considerare la cybersecurity come un tema solo tecnologico, per addetti ai lavori (CIO, CISO), invece di una priorità per il board, da portare all’attenzione del top management. Non pianificare adeguati investimenti, che sono sempre più importanti per stare al passo con la digitalizzazione. Non conoscere la propria esposizione al rischio cyber (quant’è in euro la perdita attesa in caso di uno scenario di attacco), che può portare a parcellizzare gli investimenti e diluire l’attenzione. Non valutare il rischio cyber lungo tutta la supply chain (per esempio quello relativo ai fornitori). Non innestare il rischio cyber nei processi decisionali e di business. Non integrare l’IoT/OT nei piani di sicurezza. di Angelo Rosiello, Partner Utilities & Digital della società Oliver Wyman Fonte:Bitmat
Pagamenti contactless bloccati? È colpa di Prilex
Con le nuove varianti del malware Prilex, i criminali informatici ora possono bloccare i pagamenti contactless. Kaspersky lancia l’allarme: il malware Prilex torna con tre nuove varianti. Realizzato da un gruppo di criminali informatici, che ha preso il nome dal più avanzato malware Point-of-Sales (PoS) del 2022, Prilex è adesso in grado di bloccare le transazioni contactless near-field communication (NFC) sui dispositivi infetti, costringendo i clienti a utilizzare le loro carte di credito fisiche e di conseguenza permettendo ai criminali informatici di rubare denaro. Conosciamo bene Prilex Prilex è un noto attore di minacce, che si è gradualmente trasformato da malware per gli sportelli bancomat (Automated Teller Machine – ATM) a esclusivo malware modulare Point of Sales (PoS) – la minaccia PoS più avanzata scoperta finora. Come descritto da Kaspersky nel 2022, il malware ha condotto i cosiddetti attacchi “GHOST”, che gli hanno permesso di eseguire frodi con le carte di credito, anche su carte protette con CHIP e PIN, tecnologie apparentemente non violabili. Ora Prilex si è spinto oltre Gli esperti di sicurezza si sono chiesti se fosse in grado di catturare i dati provenienti da carte di credito con tecnologia NFC. Di recente, durante la gestione di un incidente per un cliente colpito da Prilex, i ricercatori di Kaspersky hanno scoperto tre nuove versioni in grado di bloccare le transazioni di pagamento contactless, che sono diventate estremamente popolari durante la pandemia. I sistemi di pagamento contactless, come le carte di credito e di debito, i portachiavi e altri smart device, compresi gli smartphone, sono tradizionalmente dotati di un sistema di identificazione a radiofrequenza (RFID). Di recente, Samsung Pay, Apple Pay, Google Pay, Fitbit Pay e applicazioni bancarie mobile hanno implementato le tecnologie near-field communication (NFC) per supportare transazioni contactless sicure. Le carte di credito contactless permettono di effettuare pagamenti comodi e sicuri senza la necessità di toccare, inserire o strisciare fisicamente la carta. Tuttavia, Prilex ha imparato a bloccare questo tipo di transazioni attraverso l’implementazione di un file basato su regole che stabiliscono se catturare o meno le informazioni della carta di credito e un’opzione per bloccare le transazioni basate su NFC. Estratto dal file delle regole di Prilex che fa riferimento al blocco NFC Poiché le transazioni basate su NFC generano un unico numero di carta valido per una sola transazione, se Prilex rileva una transazione basata su NFC e la blocca, il PIN pad mostrerà il seguente messaggio: Errore falso di Prilex visualizzato nel lettore PIN che indica “Errore Contactless, inserire la carta”. Ecco come agisce l’hacker L’obiettivo del cybercriminale è quello di costringere la vittima a utilizzare la sua carta fisica inserendola nel lettore di PIN pad, in modo che il malware possa catturare i dati provenienti dalla transazione, utilizzando tutti i modi disponibili per Prilex, come la manipolazione dei crittogrammi per eseguire attacchi GHOST. Un’altra nuova funzionalità aggiunta agli ultimi sample del malware è la possibilità di filtrare le carte di credito in base al loro livello, creando regole diverse per ciascuno. Ad esempio, è possibile bloccare l’NFC e catturare i dati della carta solo se è di tipo Black/Infinite, Corporate o altro con un massimale elevato, molto più interessante rispetto alle carte di credito standard con un saldo/limite basso. Prilex è attivo in LatAm dal 2014 e sembrerebbe essere il responsabile di uno dei più grandi attacchi avvenuti in questa regione. Durante il carnevale di Rio del 2016, ha clonato più di 28.000 carte di credito e svuotato oltre 1.000 sportelli bancomat di istituti di credito brasiliani. Ora ha esteso i suoi attacchi a livello globale. Nel 2019 è stato individuato in Germania, quando una banda criminale ha clonato carte di debito Mastercard emesse dalla banca tedesca OLB e ha prelevato più di 1,5 milioni di euro da circa 2.000 clienti. Le varianti scoperte di recente sono state rilevate in Brasile, ma potrebbero diffondersi anche in altri Paesi e regioni. La parola all’esperto “I pagamenti contactless fanno ormai parte della nostra vita quotidiana e le statistiche mostrano che il segmento retail domina il mercato con una quota superiore al 59% del fatturato globale contactless nel 2021. Queste transazioni sono estremamente comode e particolarmente sicure, quindi è logico che i criminali informatici creino malware che bloccano i sistemi legati all’NFC. Poiché i dati delle transazioni generate durante il pagamento contactless sono inutili dal punto di vista dei criminali informatici, è comprensibile che Prilex abbia bisogno di impedire il pagamento contactless per costringere le vittime a inserire la carta nel terminale PoS infetto”, ha commentato Fabio Assolini, Head of the Latin American Global Research and Analysis Team (GReAT) di Kaspersky. Proteggersi da Prilex Kaspersky consiglia di: Utilizzare una soluzione a più livelli che offre una selezione ottimale di strati protettivi per fornire il miglior livello di sicurezza possibile per dispositivi di diversa potenza e scenari di implementazione. Implementare tecnologie antivirus nei moduli PoS per evitare che il codice dannoso possa manomettere le transazioni gestite da tali moduli. Garantire la sicurezza dei sistemi più vecchi con una protezione aggiornata in modo che siano ottimizzati per eseguire le versioni più datate di Windows e l’ultima suite Microsoft con tutte le funzionalità. In questo modo la vostra azienda potrà contare su un supporto totale per le famiglie MS più vecchie in un prossimo futuro e avrà la possibilità di effettuare l’aggiornamento in qualsiasi momento. Installare una soluzione di sicurezza che protegga i dispositivi da diversi vettori di attacco. Se il dispositivo ha specifiche di sistema estremamente basse, la soluzione lo proteggerà comunque con uno scenario Default Deny. Per le istituzioni finanziarie vittime di questo tipo di frode, Kaspersky raccomanda il Threat Attribution Engine per aiutare i team IR a trovare e rilevare i file Prilex negli ambienti attaccati. Fonte:Bitmat
Soluzioni di cybersecurity troppo complesse: le aziende chiamano gli esperti
Secondo Kaspersky il 54% delle aziende europee si affida a esperti esterni a causa della complessità delle soluzioni di cybersecurity. Kaspersky ha pubblicato il report annuale IT Security Economics. Lo studio ha rivelato che la complessità delle soluzioni di cybersecurity ha costretto le aziende ad affidare alcune funzioni a fornitori esterni di InfoSec, poichè hanno maggiori competenze e possono gestire le tecnologie in modo più efficiente rispetto ai dipendenti dell’azienda. Una soluzione di cybersecurity complessa non garantirà la migliore protezione senza uno specialista competente che la gestisca. La ricerca di un professionista qualificato da parte di un’azienda è ancora più difficile a causa della mancanza a livello mondiale di esperti in questo campo. Questo aspetto è stato quantificato da (ISC)2 che, nel suo Cybersecurity Workforce Study 2022, ha rilevato un gap di competenze nel mercato professionale pari a 3,4 milioni di lavoratori. Questa situazione ha costretto le aziende ad affidare alcune funzioni IT a managed service provider (MSP) o managed security service provider (MSSP) esterni per ottenere le competenze necessarie e formare i team. Altri fattori oltre la complessità delle soluzioni di cybersecurity La ricerca di Kaspersky, condotta tra i decision-maker europei del settore IT, ha rilevato che il 54% delle PMI e delle grandi aziende ha dichiarato che l’efficienza garantita dagli specialisti esterni è stata la ragione più comune che le ha spinte a trasferire alcune responsabilità di sicurezza IT a MSP/MSSP nel 2022. Tra le altre ragioni, le aziende hanno indicato anche la necessità di disporre di competenze specialistiche (48%), la complessità dei processi aziendali (40%), la carenza di personale IT (34%) e i requisiti in materia di conformità (33%). Per quanto riguarda la collaborazione con gli MSP/MSSP, circa il 64% delle aziende ha dichiarato di lavorare abitualmente con due o tre fornitori, al contrario il 10% delle PMI e delle grandi aziende dichiara di avere a che fare con più di quattro IT security service provider all’anno. Il commento e i consigli di Kaspersky “Gli specialisti esterni possono gestire tutti i processi di cybersecurity di un’azienda o occuparsi solo di task specifici. Generalmente dipende dalle dimensioni delle aziende, dalla loro maturità e dal coinvolgimento del management. Per alcune PMI può essere conveniente in termini di costi ed efficienza non assumere uno specialista a tempo pieno e affidare alcune unzioni agli MSP o MSSP. Per le grandi aziende, gli specialisti esterni di solito sono delle risorse aggiuntive a supporto dei propri team di cybersecurity per gestire una grande mole di lavoro. Tuttavia, è importante capire che in ogni caso l’azienda deve avere una conoscenza di base della sicurezza informatica per poter valutare correttamente il lavoro in outsourcing”, ha commentato Konstantin Sapronov, Head of Global Emergency Response Team di Kaspersky. Per proteggere l’azienda da attacchi sofisticati, anche se non dispone di personale di sicurezza o di specialisti interni, Kaspersky consiglia di affidarsi ai managed protection services. Inoltre, i corsi di formazione completi per esperti aiutano gli specialisti della sicurezza informatica a migliorare le proprie competenze e a prepararsi al meglio per affrontare il panorama delle minacce informatiche. fonte:Bitmat
Guerra informatica: 61% delle aziende violate
Il 61% degli intervistati ha registrato una violazione della sicurezza informatica nelle loro organizzazioni, ma la cyberwarfare ha stimolato le realtà a investire maggiormente in cybersecurity. Armis ha recentemente presentato la ricerca Armis State of Cyberwarfare and Trends Report: 2022-2023, che mostra la percezione della guerra informatica da parte dei professionisti IT e responsabili della sicurezza. Con riferimento alle aziende italiane, il 61% degli intervistati ha affermato di aver riscontrato un attacco informatico alla propria organizzazione. In generale, l’Italia mostra attualmente una discreta attenzione alla cybersecurity, con oltre l’85% degli intervistati che dichiara che la propria organizzazione dispone di misure per rispondere alle minacce informatiche, anche se ci sono molte aree ancora da migliorare. Le preoccupazioni differiscono dalla realtà rispetto al contesto geopolitico Rispetto al resto del mondo, l’Italia è mediamente meno preoccupata dell’impatto della guerra informatica sulle infrastrutture critiche dell’azienda e sui suoi servizi. Quando chiesta l’opinione sull’affermazione “La mia azienda considera il cyber come un rischio strategico per l’organizzazione”, il 29% degli intervistati italiani si è trovato fortemente d’accordo, un dato che risalta, paragonato al 44% degli intervistati a livello globale. È necessario porre maggiore enfasi sui rischi associati a un evento di questa portata per stimolare la consapevolezza dei professionisti della sicurezza. La ricerca ha toccato anche il tema della fiducia nel governo per quanto riguarda la difesa di fronte a un cyberattacco, che ha mostrato risultati interessanti. A livello globale, il 33,5% si sente molto fiducioso dell’impegno delle organizzazioni governative, mentre in Italia solo il 18% degli intervistati ha la stessa fiducia. Il Data Protection Framework italiano e Cybersicurezza: la conformità alle direttive italiane L’Italia ha redatto il Framework Nazionale per la Cybersecurity e la Data Protection, un benchmark adottato da diverse tipologie di organizzazioni come strumento per coordinare la propria strategia di difesa contro le minacce cyber. Nonostante ciò, oltre 2 aziende su 5 (41%) dichiarano di non aver intrapreso azioni per essere conformi al nuovo quadro normativo, e solo il 7% delle organizzazioni in area governativa dichiara di avere un piano conforme. Il settore più proattivo è quello finanziario e bancario, con il 33% degli intervistati che dichiara di aver implementato un piano pienamente conforme. In generale, la preoccupazione è debole nelle organizzazioni appartenenti ai settori OT e retail, dato che la percentuale di entità che non hanno ancora implementato un piano, o che stanno pianificando di farlo, è rispettivamente del 25% e del 21%. Questo dato è forse ancora più preoccupante se si considera che oltre 4 professionisti IT su 5 (84%) intervistati concordano sul fatto che la loro organizzazione detiene dati sensibili, che ci sono regolamenti da seguire e che vogliono ridurre al minimo qualsiasi effetto negativo di un evento di sicurezza. La protezione dei dati è un imperativo per tutti i Paesi dell’UE e, sebbene la consapevolezza della sua importanza sia evidente, sembra esserci uno scostamento con l’effettiva conformità alle norme. La priorità è rafforzare le proprie misure di sicurezza Le organizzazioni italiane stanno migliorando il loro approccio alle minacce informatiche, ma ci sono ancora diverse misure da adottare. L’attenzione principale è rivolta alla protezione dei dati, al rilevamento delle intrusioni e alla gestione dell’identità e degli accessi, che gli intervistati hanno indicato come le loro priorità principali, mentre la prevenzione di possibili attacchi alla catena di fornitura e il monitoraggio dei macchinari appaiono secondari. Le prospettive future sembrano essere rassicuranti e incoraggianti, in quanto il campione di intervistati prevede maggiori investimenti da parte delle proprie organizzazioni in misure di cybersecurity rilevanti. Gli intervistati prevedono investimenti in formazione sulla cybersecurity immediatamente (35%) o entro sei mesi (31%); in nuovi fornitori il 21% immediatamente e il 33% entro sei mesi; e in risorse per la gestione delle vulnerabilità il 40% immediatamente e il 29% entro sei mesi. “Dai risultati di questo studio emerge chiaramente che le organizzazioni italiane non condividono le preoccupazioni della maggior parte degli altri Paesi riguardo alla minaccia della guerra informatica e hanno ancora molta strada da fare per quanto riguarda la compliance”, ha dichiarato Nicola Altavilla, Country Manager Italy & Mediterranean Area di Armis. “Entrambi questi problemi possono essere affrontati con una maggiore visibilità degli asset, la gestione delle vulnerabilità e la valutazione continua dei rischi. Armis è in una posizione unica per assistere le organizzazioni italiane nel raggiungimento della conformità e nel miglioramento delle loro posizioni di sicurezza”. Fonte:Bitmat
Giornata della protezione dati: serve più sensibilizzazione
Il 28 gennaio viene celebrata annualmente la giornata mondiale della protezione dati e Whatchguard condivide alcuni consigli per adottare abitudini di sicurezza che aiutino a proteggere la privacy. Dal 2007, ogni 28 gennaio, ricorre la giornata della protezione dei dati e rappresenta un’opportunità per sensibilizzare organizzazioni e persone sulle questioni legate alla privacy, condividere best practice in materia di sicurezza informatica per migliorare la protezione e discutere del perché la privacy è importante. La protezione dei dati è una questione ancora irrisolta per molte aziende. Dato che le leggi in materia vengono ampliate e rese più restrittive a livello globale, la conformità è diventata un processo complicato che interessa tutte le aree di un’organizzazione. Gartner prevede che, entro il 2024, i dati del 75% della popolazione mondiale saranno coperti da qualche forma di normativa sulla privacy. Il panorama legislativo mondiale sulla privacy è cambiato in modo significativo da quando è stata creata la giornata della protezione dei dati. Leggi complete, come GDPR, CCPA e LGPD, impongono requisiti rigorosi alle aziende e concedono nuovi diritti alle persone fisiche. Come festeggiare la giornata della protezione dei dati Diffondere cultura sulla sicurezza informatica è fondamentale per cercare di porre un argine a quello che viene considerato l’anello debole della cybersecurity: l’essere umano. In occasione del Data Privacy Day, WatchGuard torna a suggerire alcuni comportamenti virtuosi che possono essere utilizzati per adottare abitudini di sicurezza che aiutino a proteggere la privacy. Ecco alcune raccomandazioni: “Fai clic qui”: fai attenzione a dove fai clic, in particolare sui link o sugli allegati nei messaggi SMS o nelle e-mail. Usa una VPN per aggiungere un ulteriore livello di sicurezza tra il tuo dispositivo o computer e Internet. Mantieni il software aggiornato per evitare violazioni della sicurezza. Utilizza un DNS attendibile per garantire la protezione delle informazioni ricevute da Internet. Elimina i cookie da browser web significativi. I cookie possono comportare un rischio per la privacy a causa della quantità di informazioni che possono contenere, ad esempio dati di identificazione personale, che vengono utilizzati come supporto per compilare automaticamente i moduli nei browser. Se si preferisce proteggere la privacy riguardo ai cookie, meglio eliminarli. Utilizza un sistema di gestione delle password per creare password univoche e garantire la privacy dell’identità digitale. Abilita l’autenticazione a più fattori (MFA) per rendere obbligatoria l’identificazione con più passaggi di verifica e credenziali per accedere ai dati. Consigli di sicurezza per le aziende Il terzo trimestre del 2022 ha visto la prima applicazione del California Consumer Privacy Act (CCPA), con una multa di 1,2 milioni di dollari imposta a Sephora per aver venduto le informazioni personali dei consumatori a società di tracciamento online senza il loro consenso. Inoltre, all’inizio di quest’anno, la società che controlla Facebook, Meta, è stata condannata a pagare due multe: la prima, di 210 milioni di euro (222,5 milioni di dollari) per violazioni del GDPR, e la seconda, di 180 milioni di euro, per violazioni della stessa legge da parte di Instagram. Insieme, le sanzioni ammontano a 390 milioni di euro. Queste conseguenze finanziarie e reputazionali sono attribuibili ad aziende di tutti i tipi e dimensioni. Prepararsi per le normative sulla protezione dei dati esistenti e future può sembrare impossibile. Tuttavia, si possono seguire alcune raccomandazioni per facilitare il raggiungimento della conformità: Identificare i quadri normativi a cui è soggetta l’azienda, in modo che i responsabili della sicurezza decidano quali soluzioni sono necessarie per adeguarsi alle normative. Condurre una valutazione del rischio per identificare le lacune nella protezione dei dati, valutare i processi di sicurezza in essere e dare priorità alla risoluzione di eventuali lacune riscontrate in base alla gravità. Elaborare una roadmap con le misure da adottare in ogni fase, in base alle priorità individuate nella valutazione del rischio. Eseguire i backup. I backup proteggono le aziende da fuga, perdita e danneggiamento dei dati, oltre che da altri problemi legati alla perdita di informazioni. Formare i dipendenti sulla protezione dei dati: è essenziale, in quanto permette di evitare che l’errore umano interferisca con la conformità dell’azienda. La giornata della protezione dei dati rappresenta un’opportunità per alzare l’attenzione su questi temi, ma misure di sicurezza devono essere adottate 365 giorni all’anno. Fonte:Bitmat
Social media e dopamina: lo scrolling infinito
Passport-Photo.Online ha intervistato 1.029 persone per scoprire in che modo i social media li influenzano, se i benefici superano gli aspetti negativi, e molto altro. Immagina se potessimo portare una persona dagli anni ’50 a fare un giro in metropolitana. La sua reazione sarebbe nientemeno che spaventata. Orde di gente che non stacca gli occhi da quelle che sembrano piccolissime tv, con volti annoiati o qualche sorriso qua e là. In meglio o in peggio, i social media hanno cambiato la nostra vita. Siamo passati dalla posta ordinaria alla possibilità di parlare con chiunque, ovunque, e in qualsiasi momento. Ma, benefici superano gli aspetti negativi? Per scoprirlo, Passport-Photo.Online ha intervistato più di 1.000 persone per capire come sono influenzati dai social network, se il loro utilizzo abbia abbassato la soglia dell’attenzione, se li rende invidiosi delle vite altrui e molto altro. Risultati chiave Il 31% degli intervistati rinuncerebbe ai social media solo per un anno se ricevesse tra i 5.001€ e +10.000€ circa. Il 54% dei lavoratori lavora presso l’azienda scoperta mentre controllava LinkedIn a lavoro. Per l’84% degli utenti, i social creano dipendenza. Il 70% delle persone crede che i social network abbiano ridotto la loro soglia di attenzione. Il 78% crede che i social network li abbiamo resi invidiosi delle vite altrui. Il 94% dei lavoratori crede che usare i social a lavoro li aiuti a ricaricarsi, li faccia sentire più produttivi. L’83% dei lavoratori trova che i social siano utili per creare reti e scoprire nuove opportunità lavorative. Il 37% dei lavoratori ha passato più ore sui social da quando lavora in smart working. I social media nel 2022 Per cominciare, gli esperti di Passport-Photo.com volevano capire cosa pensassero le persone dei social network. Quali sono stati i risultati? Nonostante ci siano tanti benefici, alcuni di noi hanno cominciato a chiedersi cosa comporta il loro utilizzo. Questo è nato soprattutto dopo che Netflix ha lanciato “The Social Dilemma”, un documentario che cerca di indagare quelli che sono i problemi nascosti del consumo dei media, suscitando un certo malessere generale. Quindi, ecco qual è l’atteggiamento generale nei confronti dei social: Positivo: 49% Molto positivo: 31% Indifferente: 15% Negativo: 3% Molto negativo: 2% Da come si nota, la maggior parte degli utenti (80%) ha ancora un atteggiamento positivo nei confronti dei social media. È stato poi chiesto loro quali fossero i siti o le app che più utilizzano. Ecco una lista dei 7 social media più usati: Instagram: 70% WhatsApp: 67% YouTube: 66% Facebook: 65% Twitter: 52% Snapchat: 33% TikTok: 31% Quindi, Instagram si aggiudica la prima posizione tra i social network più utilizzati, essendo usato dal 70% degli intervistati. Seguito da WhatsApp (67%) e YouTube (66%). In seguito, è stato chiesto il punto di vista degli intervistati a proposito dell’uso che ne fanno, che è in media di 2 ore e 3 minuti, secondo Statista. Trascorrono troppo, troppo poco o il giusto tempo sui social? Il giusto: 39% Troppo: 34% Troppo poco: 27% Social media: solo pro? A questo punto dello studio si volevano scoprire i benefici dei social media. Sebbene spesso siano visti come il luogo in cui avviene una competizione spietata per ottenere il numero maggiore di like o mostrare il proprio stile di vita, i social hanno portato anche qualcosa di buono. Quindi, è stato chiesto agli intervistati, “A cosa ti aiutano maggiormente i social media?” Ecco i risultati: Stare più in contatto con famiglia e amici: 40% Diffondere notizie su eventi importanti: 39% Avere modo di mandare messaggi a più persone per volta: 37% Costruire relazioni: 36% Informarsi e imparare: 34% Trovare uno spazio dove dar sfogo alla propria libertà di espressione e creatività: 30% In più, è stato chiesto agli intervistati se i social network li avessero mai aiutati a risollevare il morale, il 68% ha risposto positivamente. Questo ha senso soprattutto se si pensa che stiamo vivendo un periodo difficile, caratterizzato dall’inflazione alta e da quello che ne consegue, dalla guerra in Ucraina, o da tutto quello che ha a che fare con il COVID-19. “Il brutto e il cattivo” dei social media Dopo aver esplorato “il buono”, è tempo di esaminare “il brutto e il cattivo” dei social media. Per cominciare, si voleva capire se le persone trovassero i social strumenti che creano dipendenza. Per l’84% la risposta è stata affermativa. Questo forse perché i social media sono noti perché attraverso dei trucchetti riescono a mettere in moto degli effetti psicologici a loro favore, facendo sì che gli utenti restino online il maggior tempo possibile, secondo Natasha Schüll, la scrittrice di Addiction by Design. Ma non finisce qui. Un altro 70% degli intervistati crede che i social media abbiano ridotto la loro soglia di attenzione. Anche studi esterni lo hanno dimostrato. Microsoft ha scoperto che dal 2000, la soglia di attenzione dell’utente medio è passata da 12 a 8 secondi. Questo significa che ora abbiamo una soglia di attenzione più bassa di quella di un pesciolino rosso, che può concentrarsi su un oggetto o su un compito per nove secondi. Per continuare, è stato chiesto agli intervistati, “Sei d’accordo o no con la seguente affermazione: i social media mi rendono invidioso delle vite altrui” Ecco i risultati: D’accordo: 50% Indifferente: 20% Estremamente d’accordo: 18% In disaccordo: 8% Estremamente in disaccordo: 4% Alla fine è stato chiesto agli intervistati quanti soldi sarebbero disposti ad accettare per rinunciare ai social media per SOLO un anno. A seguire i risultati: 501€ – 1.000€: 22% 001€ – 10.000€: 18% 001€ – 3.000€: 17% 001€ – 5.000€: 16% 0 – 500€: 14% 001€ o più: 13% Se la maggior parte ha votato per “501€ – 1.000€”, il 31% rinuncerebbe per un anno se ricevesse tra i 5.001€ o +10.000€. Questi risultati dimostrano quanto i social media possano creare dipendenza. I social media uccidono la produttività al lavoro? Fin qui tutto bene. Ora che abbiamo scoperto il buono, il brutto e il cattivo dei social media, ci concentriamo su come influenzano l’ambito lavorativo (affari e lavoratori).
Evoluzione degli attacchi informatici per il 2023
Experian condivide i trend del nuovo anno relativi all’evoluzione degli attacchi informatici. Metaverso, deepfake e cyberspazio i grandi protagonisti. Il metaverso sta aprendo nuovi spazi di manovra per gli attori malevoli, rendendo urgente uno spostamento del mercato da approcci insufficienti e focalizzati sulla prevenzione verso una strategia proattiva incentrata su resilienza e recovery. È questo uno dei risultati principali emersi dalla decima edizione del Data Breach Industry Forecast della società di global information Experian, società di global information. La ricerca esplora le prossime frontiere di sviluppo ed evoluzione degli attacchi informatici, rilevando i principali trend per il 2023. Il 2022 ha registrato un record di data breach, con 1.862 violazioni segnalate da parte di enti sanitari, finanziari, governativi ed energetici: un’evidenza che dimostra come le dimensioni dell’azienda non ne determinino l’immunità da minacce informatiche sempre più complesse e ramificate. In quest’anno abbiamo assistito a due delle più significative violazioni nel settore delle criptovalute e verso molti brand di consumo come Uber, American Airlines, North Face e Door Dash. Per effetto del consolidamento del modello di lavoro ibrido e delle crescenti tensioni politiche internazionali, sistemi di difesa, centri dati e infrastrutture digitali saranno tutte indiscriminatamente a rischio. Il punto dolente fino al 2032 “Con il continuo aumento delle superfici di violazione e la moltiplicazione dei dispositivi utilizzati per lavoro, intrattenimento e transazioni, aumentano anche le vulnerabilità che possono essere sfruttate dagli attori malevoli”, spiega Giulio Virnicchi, Global Consulting Practice di Experian. “Non sorprende che le aziende impieghino ancora più di 200 giorni in media per rilevare un’intrusione: pertanto, il tempo necessario per identificare e difendersi da un attacco informatico continuerà a essere un punto dolente nelle strategie delle imprese e non ci saranno molti passi avanti nei prossimi 10 anni”. I trend per il 2023 La curiosità per il metaverso è in aumento. Gartner ha previsto che, entro il 2026, il 25% della popolazione trascorrerà almeno un’ora al giorno nel metaverso. Tuttavia, mentre i consumatori e le aziende acquisiscono familiarità con questa tecnologia nascente, gli hacker esperti di ecosistemi digitali hanno già trovato il modo di sfruttarne le vulnerabilità. I dispositivi come cuffie VR e occhiali AR raccolgono costantemente informazioni sui movimenti, le abitudini e le preferenze degli utenti e possono persino registrarne l’aspetto e la voce: informazioni che, combinate con altri dati personali, possono potenzialmente aggravare l’impatto di un hack. Gli individui e le aziende devono procedere con cautela nella sperimentazione del metaverso e ricordare che le regole di sicurezza del mondo online 2D si applicano anche al regno virtuale. L’evoluzione degli attacchi informatici è inarrestabile! I cyberattacchi pioveranno dallo spazio. La nostra crescente dipendenza dalle tecnologie satellitari, l’aumento del numero di satelliti nello spazio e la mancanza di una supervisione normativa fanno sì che la probabilità che i satelliti vengano violati sia elevata e che gli effetti di queste violazioni possano essere molto ampi. Ci sono oltre 4500 satelliti attivi in orbita ad oggi, e altre migliaia saranno lanciati nello spazio nel prossimo futuro. I satelliti tradizionali non vengono aggiornati facilmente o regolarmente con patch e altre correzioni di sicurezza, ed esistono anche quelli dismessi, ancora in orbita, che possono essere violati. Le organizzazioni con risorse spaziali, o anche la NASA, dovranno rafforzare le protezioni e rimanere costantemente vigili e aggiornate per non trovarsi sotto attacco. Anche gli hacker usano l’AI. L’intelligenza artificiale è un’innovazione straordinaria che può dare un contributo positivo in molti ambiti della nostra vita. È un potente alleato per le aziende in termini di difesa, ma lo è anche per gli hacker. Prendiamo, ad esempio, il vettore di attacco preferito dagli hacker: le e-mail di phishing. Utilizzando l’AI, queste possono essere generate in maniera più mirata e personalizzata per la vittima, diventando quindi altamente credibili. Le organizzazioni possono proteggersi adottando un modello “zero-trust” e incrementando la propria attenzione al traffico web. Il furto di identità si è evoluto oltre il furto di password. L’evoluzione degli attacchi informatici riguarda anche la tecnologia deepfake, che consente ai criminali informatici di rubare le immagini e le sembianze reali degli individui e di impersonarli per raggiungere i propri scopi. Si tratta di una modalità di raggiro in continuo aumento: in un recente sondaggio di VMware, il 66% degli intervistati ha riferito di aver subito attacchi di questo tipo negli ultimi 12 mesi, in crescita del 13% rispetto al 2021. In futuro, il deepfake potrebbe non essere più utilizzato solo in maniera goliardica, per scherzi e meme, ma potremmo assistere alla pianificazione di attacchi più strategici da parte di Paesi in conflitto e di hacker globali che sfrutteranno l’immagine e la voce di individui di alto profilo, come i leader mondiali o le celebrità, per diffondere disinformazione e provocare il caos. Le guerre avranno due campi di battaglia: a terra e nel cyberspazio. Quest’anno abbiamo assistito al primo uso strategico della guerra informatica a complemento degli interventi sul campo. In futuro, questa modalità di conflitto ibrida sarà sempre più presente. Non solo: è possibile che una nazione possa scegliere di condurre un attacco informatico come prima mossa per paralizzare l’opposizione prima ancora di mettere piede nel territorio avversario. Ciò potrebbe portare a una riduzione delle forze armate sul campo e a un aumento dell’impiego di specialisti informatici anche nel settore della difesa. Basti pensare che l’esercito degli Stati Uniti ha previsto di raddoppiare le dimensioni delle sue forze cibernetiche in servizio attivo, portandole a circa 6.000 unità entro la fine del decennio. Fonte:Bitmat
Budget per il Marketing: quanto è giusto investire?
Di seguito proponiamo un esempio di proporzione Aurea sul budget per il marketing relativo ad ogni tipo di azienda. Vi siete mai chiesti quale dovrebbe essere il budget annuale per il marketing? Definire un investimento da destinare al marketing è fondamentale per ogni azienda, dalla microimpresa alla multinazionale. Il budget per il marketing si definisce in base a diversi parametri, che sono: Numero di dipendenti; Fatturato dell’azienda; Obiettivi dell’azienda espansionistici o protezionistici; Comportamento dei competitor; Tipologia di azienda; Aspettative di crescita della base clienti; Tempi per il raggiungimento degli obiettivi. Rispetto al fatturato previsionale che si vuole ottenere il budget ideale per il marketing è dal 5% al 10% Intorno al 5% per le aziende che sono in un mercato non troppo competitivo e che vogliono mantenere le proprie quote. Intorno al 10% per le aziende che vogliono incrementare le proprie quote di mercato oppure se c’è molta competizione nel settore e devono quindi avere visibilità maggiore rispetto ai competitor. Le startup dovrebbero investire in media tra il 20% al 30% nei primi anni, per emergere rispetto a realtà più consolidate e anche semplicemente per farsi conoscere. Facciamo un esempio: Su un fatturato di 1.000.000€ si decide di investire il 10% (il massimo del rapporto aureo) ponendosi come obiettivo almeno lo stesso fatturato previsionale. Se invece si prevede, come obiettivo, di passare da 1 milione a 2 milioni di fatturato allora occorre mettere come budget marketing il 10% di 2 milioni. Dimensione d’impresa Micro imprese: meno di 10 dipendenti. Fatturato inferiore a 2 milioni di euro. Piccole imprese: da 10 a 49 dipendenti. Fatturato inferiore a 10 milioni di euro. Medie imprese: meno di 250 dipendenti. Fatturato inferiore a 40 milioni di euro. Grandi imprese: più di 250 dipendenti. Fatturato superiore ai 40 milioni di euro. Fonte:bitmat