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Incidenti cyber in azienda per asset non gestiti correttamente

L’ultima ricerca rivela che solo il 40% delle organizzazioni utilizza un approccio proattivo nella gestione del rischio sulla superficie d’attacco, mentre il 29% interviene solo dopo incidenti Si moltiplicano i cyber incidenti: il 58% delle aziende italiane ha subito un incidente cyber a causa di un asset sconosciuto o non gestito correttamente. Il dato emerge da “AI is accelerating Cyber Risk Exposure”. La diffusione dell’intelligenza artificiale generativa ha determinato la proliferazione di asset o risorse sconosciuti e non gestiti, come i dispositivi IoT utilizzati negli uffici e nelle abitazioni dei dipendenti. Questo scenario ha introdotto ulteriori complessità, tuttavia, come evidenzia la recente ricerca di Trend Micro, nonostante una crescente consapevolezza dei rischi, molte aziende non hanno ancora adottato strumenti adeguati per affrontare le nuove sfide della moderna superficie d’attacco.   I dati principali sui cyber incidenti  L’87% degli intervistati riconosce che la gestione della superficie d’attacco è strettamente legata al business risk della propria organizzazione, e la mancata gestione del rischio relativo agli asset esposti può generare impatti negativi significativi. Oltre ai rischi immediati per la sicurezza, eventuali incidenti possono compromettere aree strategiche come: Continuità operativa (34%) Competitività sul mercato (34%) Produttività dei dipendenti (32%) Fiducia dei clienti e reputazione del brand (29%) Relazioni con i fornitori (25%) Performance finanziarie (21%) Tuttavia, nonostante questa consapevolezza diffusa, solo il 40% delle organizzazioni adotta strumenti specifici per una gestione proattiva della superficie d’attacco, mentre il 29% continua a intervenire soltanto a seguito di un incidente. Dal punto di vista degli investimenti, la situazione è altrettanto critica: in media, solo il 25% del budget dedicato alla cybersecurity viene destinato alla gestione del rischio della superficie d’attacco, il 75% dei responsabili IT ritiene che le attuali risorse siano sufficienti ad affrontare le sfide. “Già nel 2022, molte organizzazioni temevano che la propria superficie d’attacco informatico stesse sfuggendo al controllo. Oggi, questa sfida è ancora più urgente: nonostante una maggior consapevolezza dei rischi per il business, sono ancora poche le aziende che adottano misure di sicurezza proattive e continue per mitigare le criticità. La gestione dell’esposizione al rischio informatico dovrebbe rappresentare una priorità assoluta per ogni organizzazione”. Fonte: bitmat.it

FakeUpdate malware più presente in Italia e nel mondo in maggio 2025

In Italia FakeUpdate si conferma la principale minaccia con un impatto dell’8,62%, facendo finalmente registrare una decrescita, mentre cresce il gruppo ransomware SafePay, e l’Istruzione si conferma essere il settore più colpito per maggio 2025. SafePay, un gruppo di ransomware relativamente nuovo e in rapida crescita, ha superato altre minacce divenendo il più diffuso nella lista dei principali gruppi di ransomware che utilizzano una strategia a doppia estorsione, mentre FakeUpdate continua a essere il malware più diffuso, con un impatto sulle organizzazioni di tutto il mondo. Il settore dell’istruzione rimane quello più preso di mira, riflettendo le vulnerabilità persistenti in tutte le istituzioni. A maggio, Europol, l’FBI, Microsoft e altri partner hanno lanciato un’importante operazione contro Lumma, piattaforma di malware-as-a-service di primo piano, portando al sequestro di migliaia di domini e interrompendone in modo significativo l’attività. Tuttavia, i server principali di Lumma con sede in Russia sarebbero rimasti operativi e gli sviluppatori hanno rapidamente ripristinato la sua infrastruttura. L’operazione ne ha comunque causato un danno alla reputazione, creando sfiducia tra i suoi utenti. Sebbene l’interruzione tecnica sia stata significativa, i dati relativi a Lumma continuano a circolare, sollevando preoccupazioni circa l’impatto a lungo termine dell’operazione. In Italia Anche il mese di maggio vede FakeUpdate come la minaccia più presente, con un impatto inferiore rispetto a quanto rilevato in aprile (-20,1%). Al secondo posto si conferma Androxgh0st, con un impatto anch’esso in riduzione rispetto al mese precedente (-10%), e al terzo sale Formbook continua a rimanere fuori dal podio condivide il quinto posto con Raspberry Robin.   FakeUpdate, maggiore minaccia Nello specifico, la minaccia più importante risulta essere ancora FakeUpdate (downloader JavaScript in grado di scrivere i payload su disco prima di lanciarli, che ha portato a ulteriori attacchi tramite numerose altre minacce informatiche, tra cui GootLoader, Dridex, NetSupport, DoppelPaymer e AZORult), con un impatto dell’8,62%, (-2,17 rispetto a marzo, ovvero -20,1%, ma sempre superiore all’impatto rilevato a livello globale che scende a 5,41%). La seconda minaccia nel nostro Paese risulta essere il malware Androxgh0st (botnet che colpisce le piattaforme Windows, Mac e Linux e ruba informazioni sensibili) con un impatto del 3,58% in riduzione rispetto al valore di aprile (-0,4, ovvero -10%) ma sempre superiore al dato globale che è del 2,6%). Al terzo posto nel mese di aprile torna a farsi notare AsyncRat (trojan che colpisce la piattaforma Windows). Questo malware invia informazioni di sistema sul sistema preso di mira a un server remoto. Riceve comandi dal server per scaricare ed eseguire plugin, uccidere processi, disinstallarsi/aggiornarsi e catturare schermate del sistema infetto, con un impatto del 2,17%, (-0,27 rispetto al dato di aprile, che corrisponde ad una riduzione di -12,4%). Anche in questo caso il dato di impatto nel nostro Paese è superiore a quello globale, che è di 1,7%. “I dati del Global Threat Index di maggio sottolineano la crescente sofisticazione delle tattiche dei criminali informatici”, afferma Lotem Finkelstein, Director of Threat Intelligence di Check Point Software. “Con l’ascesa di gruppi come SafePay e la minaccia persistente di FakeUpdate, le organizzazioni devono adottare misure di sicurezza proattive e multilivello. Dal momento che le minacce informatiche diventano sempre più avanzate, è fondamentale stare al passo con gli attacchi in evoluzione grazie a informazioni sulle minacce in tempo reale e difese robuste”.   Famiglie di malware più diffuse *Le frecce si riferiscono alla variazione di posizione rispetto al mese precedente. ↔  Fakeupdate (alias SocGholish) è un malware downloader scoperto inizialmente nel 2018. Si diffonde tramite download drive-by su siti web compromessi o malevoli, invitando gli utenti a installare un falso aggiornamento del browser. Fakeupdates è associato al gruppo di hacker russo Evil Corp e viene utilizzato per distribuire vari payload secondari dopo l’infezione iniziale. ↔  Remcos, un trojan per l’accesso remoto (RAT), rimane uno dei principali ceppi di malware, spesso utilizzato nelle campagne di phishing. La sua capacità di aggirare i meccanismi di sicurezza, come il controllo dell’account utente (UAC), lo rende uno strumento versatile per i criminali informatici. ↑  Androxgh0st malware basato su Python che colpisce le applicazioni Laravel, è salito di livello. Esegue la scansione dei file .env esposti, spesso contenenti informazioni sensibili come le credenziali di accesso, che vengono poi esfiltrate. Una volta ottenuto l’accesso, è possibile distribuire ulteriore malware e sfruttare le risorse del cloud.   I gruppi di ransomware maggiormente rilevati Il ransomware continua a dominare il panorama della criminalità informatica. Nel mese di maggio, SafePay cresce e si afferma come minaccia principale, con una nuova generazione di operatori che prendono di mira sia le grandi che le piccole aziende. Le tattiche utilizzate da questi gruppi stanno diventando sempre più sofisticate e la concorrenza tra loro si sta intensificando. SafePay è un gruppo di ransomware osservato per la prima volta nel novembre 2024, con indicatori che suggeriscono una possibile affiliazione russa. Il gruppo opera con un modello a doppia estorsione: crittografa i file delle vittime mentre sottrae dati sensibili per aumentare la pressione per il pagamento. Nonostante non operi come Ransomware-as-a-Service (RaaS), SafePay ha registrato un numero insolitamente elevato di vittime. La sua struttura centralizzata e guidata internamente porta a tattiche, tecniche e procedure (TTP) coerenti e a un targeting mirato. Qilin, noto anche come Agenda, è un’operazione criminale di ransomware-as-a-service crittografa ed esfiltra i dati dalle organizzazioni compromesse, chiedendo poi un riscatto. Questa variante di ransomware è stata rilevata per la prima volta nel luglio 2022 ed è sviluppata in Golang. Agenda è nota per prendere di mira le grandi imprese e le organizzazioni di alto valore, con particolare attenzione ai settori della sanità e dell’istruzione. Qilin si infiltra tipicamente nei dispositivi delle vittime tramite e-mail di phishing contenenti link dannosi per stabilire l’accesso alle loro reti ed esfiltrare informazioni sensibili. Una volta entrato, Qilin di solito si muove lateralmente attraverso l’infrastruttura della vittima, alla ricerca di dati critici da criptare. Play Ransomware, noto anche come PlayCrypt, è un ransomware apparso per la prima volta nel giugno 2022. Questo ransomware prende di mira un ampio spettro di aziende e infrastrutture critiche in Nord America, Sud America ed Europa, colpendo circa 300 entità nei primi 15 mesi di attività. Play Ransomware ottiene tipicamente l’accesso alle reti attraverso account validi compromessi o sfruttando vulnerabilità non corrette, come quelle presenti nelle VPN SSL Fortinet. Una volta all’interno, impiega tecniche

Cybersicurezza: Come la PA può affrontare la sfida della resilienza?

Secondo il Clusit, gli attacchi alla PA hanno registrato un incremento significativo nel 2024, passando da 560 a 1.430 (+155%). Questo conferma la crescente esposizione della PA alle cyberminacce e a rischi rilevanti Il Clusit, nel suo recente Rapporto sul panorama delle minacce in Italia nel 2024, segnala una crescita preoccupante degli attacchi condotti ai danni della pubblica amministrazione (PA). Le cause identificate includono la crescente instabilità geopolitica, l’incremento delle attività di hacktivisti, oltre all’espansione del perimetro d’attacco con la crescente disponibilità di servizi digitali per cittadini, imprese e PA. S’impone pertanto l’urgenza di intensificare gli sforzi in termini di sensibilizzazione e supporto, poiché budget costantemente limitati rendono difficile implementare misure di protezione efficaci, soprattutto nelle amministrazioni cittadine.   Stato dell’arte: la cybersicurezza negli enti locali e PA è ancora fragile Siano esse di piccole o grandi dimensioni, le amministrazioni comunali si trovano sempre più esposte a cyberminacce in costante evoluzione. Questa vulnerabilità deriva da diversi fattori strutturali. In primo luogo, i loro budget dedicati alla cybersicurezza rimangono spesso limitati, il che frena l’acquisizione di attrezzature performanti e l’implementazione di soluzioni adeguate. Parallelamente, la mancanza di personale qualificato, associata a una sensibilizzazione ancora insufficiente degli addetti, aggrava la situazione creando un ambiente propizio agli errori umani, spesso sfruttati dagli attaccanti. Infine, l’uso frequente di dispositivi personali per compiti professionali, combinato con parchi informatici eterogenei o tecnologicamente obsoleti, complica la messa in sicurezza dei sistemi. Queste fragilità rendono gli enti locali bersagli privilegiati per attacchi opportunistici, o divengono vittime collaterali nell’ambito di cyberattacchi su più ampia scala. Il valore dei dati che essi lavorano, in particolare quelli di natura finanziaria o anagrafica, li rende una risorsa particolarmente attraente per i cybercriminali. Ad esempio, un documento ufficiale come una carta d’identità rilasciata da un comune può essere rivenduto tra 2 e 5 euro, mentre una cartella clinica può raggiungere un valore tra i 50 e i 250 euro. Le conseguenze dei cyberattacchi su queste organizzazioni sono molteplici e profonde. Esse colpiscono in primo luogo la sicurezza dei sistemi, compromettendo così l’integrità dei dati e la protezione dei cittadini. Le interruzioni di servizi essenziali, quali la gestione dei rifiuti, l’accesso all’acqua o l’amministrazione scolastica, paralizzano il funzionamento quotidiano dei territori. A ciò si aggiunge un danno all’immagine pubblica dell’amministrazione comunale, a fronte dell’enfatizzazione mediatica degli incidenti informatici. Infine, le perdite finanziarie, che provengano dal riscatto richiesto, dai costi di ripristino o da eventuali sanzioni, aggravano un bilancio già precario.   Le sfide della trasformazione digitale: opportunità e rischi La trasformazione digitale offre un’opportunità significativa per modernizzare i servizi pubblici e ottimizzare la gestione delle risorse. Grazie a tecnologie avanzate, le amministrazioni comunali possono migliorare la qualità dei propri servizi, semplificare l’interazione con i cittadini e aumentare l’efficienza operativa. La dematerializzazione delle pratiche amministrative, o l’intelligenza artificiale applicata alla gestione energetica, illustrano il potenziale di questa transizione a livello locale. Tuttavia, questa evoluzione è accompagnata da sfide importanti. L’interconnessione crescente delle infrastrutture, indispensabile in un contesto di smart city, aumenta i rischi di cyberattacchi, ampliando la superficie d’attacco. Le reti connesse, pur rafforzando l’efficienza dei sistemi urbani, possono diventare bersagli per attacchi mirati o generici. Inoltre, la manutenzione a distanza espone maggiormente i sistemi alle intrusioni, mentre la presenza di infrastrutture digitali nello spazio pubblico le rende vulnerabili a danni fisici. La molteplicità degli attori coinvolti – fornitori, prestatori di servizi e partner tecnologici – rende più complessa la messa in sicurezza e il coordinamento degli ecosistemi digitali. Infine, la transizione digitale incontra diversi ostacoli. I budget spesso limitati delle amministrazioni comunali riducono l’accesso a tecnologie avanzate e soluzioni sicure. Inoltre, la mancanza di expertise interna può rallentare la gestione e l’integrazione degli strumenti digitali, rendendo i progetti dipendenti da fornitori esterni a volte difficili da inquadrare.   Verso enti locali resilienti e intelligenti: i pilastri di una transizione sicura Una stretta collaborazione nella PA tra enti, operatori di rete e produttori di software è indispensabile per affrontare la cybersicurezza nella sua interezza. Questa sinergia ripartisce le responsabilità, mutualizza le competenze e favorisce un approccio coordinato di fronte alle minacce. Diversificando le parti interessate, essa rafforza la resilienza collettiva e limita eventuali single point of failure. Per una protezione efficace, è essenziale adottare una strategia di sicurezza globale fin dall’inizio della transizione digitale. Ciò implica adattare le misure di protezione alle specificità di ogni sistema informativo, tenendo conto delle particolarità organizzative e dei rischi associati a ogni componente delle infrastrutture digitali. Il rispetto delle raccomandazioni del legislatore costituisce una leva chiave. Le evoluzioni normative, come la direttiva NIS2 o il GDPR, impongono standard più severi, in particolare per enti critici. La loro applicazione non solo riduce le vulnerabilità, ma rafforza anche la fiducia dei cittadini e dei partner nell’amministrazione cittadina. Infine, integrare la cybersicurezza fin dalla pianificazione dei progetti di digitalizzazione o smart city è basilare per coniugare innovazione e protezione. L’installazione di sensori e apparecchiature connesse sul territorio permette di mettere in atto una rete mesh, capace di rilevare e reagire rapidamente agli incidenti. L’adozione di soluzioni avanzate, come l’Extended Detection and Response (XDR), ottimizza la protezione delle infrastrutture migliorando al contempo l’efficacia operativa. Questi approcci proattivi consentono alla pubblica amministrazione sempre più digitalizzata di conciliare sviluppo tecnologico e gestione dei rischi. La transizione digitale della PA e degli enti locali rappresenta un’opportunità significativa per modernizzare i servizi pubblici, ma non può realizzarsi senza un approccio solido in materia di cybersicurezza. Integrando la sicurezza fin dalla concezione dei progetti, rafforzando le competenze interne e affidandosi a partner specializzati, essi possono proteggere i propri sistemi essenziali, sfruttando pienamente i benefici dell’innovazione. L’equilibrio tra modernizzazione e resilienza è indispensabile per rispondere alle aspettative dei cittadini, assicurare la continuità dei servizi e preservare la fiducia. Fonte: bitmat.it

Attacchi su smartphone dall’inizio 2025 in grande aumento

Secondo il report di Kaspersky “IT Threat Evolution in Q1 2025: Mobile Statistics”, nel primo trimestre del 2025 gli attacchi agli smartphone Android sono aumentati significativamente Secondo i dati raccolti dagli esperti di Kaspersky, il numero di campioni di malware rilevati in questo inizio d’anno ha raggiunto i 180.000 (+27% rispetto al Q4 2024). Le minacce sono state bloccate sui dispositivi di oltre 12 milioni di utenti di smartphone, registrando un aumento del 36% rispetto al quarto trimestre del 2024. La crescita del numero di utenti colpiti prosegue dunque una tendenza iniziata nel terzo trimestre del 2024.   Numeri di utenti con smartphone Android colpiti nei periodi di riferimento  Questa crescita è attribuibile a diversi fattori. Negli ultimi mesi, il trojan bancario Mamont è risultato particolarmente attivo, mascherato da software legittimo per sottrarre credenziali bancarie, messaggi di testo e dati personali. Anche altre applicazioni per la truffa del denaro falso, sono rimaste attive. Un’altra minaccia rilevante è rappresentata dalla backdoor Triada, individuata su falsi smartphone di brand popolari. Questo malware è stato probabilmente installato dagli aggressori dopo che gli smartphone hanno lasciato la fabbrica e prima che raggiungessero il mercato. Triada può modificare gli indirizzi dei portafogli di criptovalute durante i trasferimenti, sostituire i link nei browser, inviare SMS anonimi e intercettare le risposte. Inoltre, è in grado di rubare le credenziali di accesso alle app di messaggistica e ai social media.   Regioni specifiche All’inizio dell’anno è stato individuato un nuovo trojan bancario attivo principalmente in Turchia che si presenta sotto forma di un’app apparentemente legittima che permette la visione gratuita di film e serie TV. Una volta installata, l’app sfrutta i permessi DeviceAdmin per introdursi nel sistema, ottenendo l’accesso alle funzioni di accessibilità. In questo modo riesce a controllare il dispositivo e a sottrarre informazioni sensibili, facilitando l’accesso degli attaccanti al sistema. Inoltre, in Turchia si è registrata una forte presenza di altri trojan bancari come Coper, dotato di funzionalità RAT che permettono agli aggressori di controllare da remoto i dispositivi infetti e rubare denaro, oltre a BrowBot, un malware che intercetta e sottrae i messaggi di testo. Sono stati inoltre rilevati i trojan bancari Hqwar e Agent.sm, anch’essi attivi nel Paese. In India, gli utenti sono stati colpiti dal trojan bancario RewardSteal, che ha sottratto dati finanziari fingendosi un’app per la distribuzione di denaro. Anche il trojan UdangaSteal, precedentemente diffuso in Indonesia, è comparso in India, insieme a SmForw.ko, un malware in grado di inoltrare i messaggi di testo ricevuti a un altro numero controllato dagli attaccanti. “Gli utenti tendono a credere, erroneamente, che i loro smartphone siano più sicuri dei PC. In realtà, le minacce informatiche rivolte ai dispositivi mobili come i sofisticati trojan che abbiamo rilevato negli ultimi mesi, sono sempre più attive. Poiché oggi la maggior parte delle transazioni finanziarie avviene tramite applicazioni di mobile banking, attraverso le quali gli utenti gestiscono l’intero patrimonio personale, gli smartphone rappresentano un bersaglio prioritario per i cybercriminali. La percezione sbagliata di una sicurezza ‘di default’ nasce dalla fiducia nei confronti degli app store ufficiali e nelle restrizioni imposte dai sistemi operativi. Tuttavia, le tecniche di social engineering e le moderne minacce, inclusi i trojan preinstallati, riescono facilmente ad aggirare queste protezioni. Per difendersi da questi rischi in costante crescita, è fondamentale adottare soluzioni di sicurezza mobile efficaci e investire nella formazione digitale degli utenti”, ha commentato Anton Kivva, Malware Analyst Team Lead di Kaspersky.   Per proteggersi dalle minacce mobili Kaspersky consiglia di: Scaricare le app solo dagli app store ufficiali per smartphone, come Apple App Store e Google Play, anche se non sempre il download di app dagli store ufficiali è privo di rischi. Kaspersky ha recentemente scoperto SparkCat, il primo malware in grado di sottrarre screenshot per aggirare la sicurezza dell’App Store. Il malware è stato individuato anche su Google Play, con un totale di 20 app infette su entrambe le piattaforme, a dimostrazione del fatto che questi store non sono infallibili al 100%. Verificare sempre le recensioni delle app, utilizzando solo link provenienti da siti web ufficiali e installare un software di sicurezza affidabile, che sia in grado di rilevare e bloccare le attività malevole nel caso in cui un’app si riveli fraudolenta. Controllare le autorizzazioni delle applicazioni utilizzate e valutare attentamente prima di autorizzare un’applicazione, soprattutto quando si tratta di autorizzazioni ad alto rischio come i servizi di accessibilità. Aggiornare il sistema operativo e le applicazioni importanti non appena disponibili. Molti problemi di sicurezza possono essere risolti installando versioni aggiornate del software. Fonte: bitmat.it

CX Unlocked 2025: L’AI conquista e cambia le abitudini dei consumatori

Secondo i dati dell’osservatorio di indigo.ai, cresce l’uso da parte dei consumatori degli assistenti virtuali: 1 italiano su 3 li interroga prima di un acquisto e più di 7 aziende su 10 li hanno già implementati o prevedono di farlo entro l’anno L’Intelligenza Artificiale è sempre più protagonista della quotidianità degli italiani, tanto che oltre la metà dei consumatori (53%) la utilizza ormai regolarmente e ben il 68% ne riconosce l’impatto positivo nella vita di tutti i giorni. Come supporto allo studio e alle attività lavorative (45%) o come ispirazione per il tempo libero (39%) e i viaggi (26%), ma non solo: 1 italiano su 3 si rivolge all’AI anche per ricevere assistenza prima di un acquisto.   Le preferenze e le abitudini dei consumatori E’ quanto emerge dalla seconda edizione di Customer Experience Unlocked, l’osservatorio a cura di indigo.ai, leader italiano per gli assistenti virtuali basati su Agenti AI di ultima generazione che aiuta le aziende a evolvere la propria Customer Experience grazie all’Intelligenza Artificiale conversazionale. La ricerca, condotta in collaborazione con Dynata, approfondisce per il secondo anno consecutivo le preferenze e le abitudini dei consumatori, nonché le strategie che le aziende stanno mettendo in campo per affrontare le sfide presenti e future in termini di servizio clienti. “In uno scenario dove l’Intelligenza Artificiale è sempre più pervasiva, gli italiani si aspettano una Customer Experience che rifletta l’evoluzione delle loro abitudini. Questo può rappresentare una sfida per molte aziende, che devono saper guardare proprio all’AI come a un alleato strategico che le aiuti a rispondere in modo efficace ai desiderata degli utenti e a restare competitive”, dichiara Gianluca Maruzzella, Co-founder e CEO di indigo.ai. “La seconda edizione del nostro report mostra un’accelerazione dei trend osservati nel 2024, con una spinta ancora più decisa nell’adozione dell’AI conversazionale, le cui potenzialità, se messe a frutto appieno, possono contribuire a offrire un customer service sempre più empatico, personalizzato ed efficiente”.   Via chat o vocali, il servizio clienti passa per gli assistenti virtuali In un contesto sempre più digital-first, lo studio evidenzia una crescita esponenziale nell’utilizzo degli assistenti virtuali lungo l’intero customer journey: ben 1 italiano su 3 (33%) li interroga prima di un acquisto, quasi il doppio rispetto al 2024 (18%), mentre nel post-vendita il loro utilizzo sale al 49%, rispetto al 36,5% dell’anno precedente. Pur segnalando una crescente propensione all’uso dell’AI conversazionale, tuttavia, i dati delineano un quadro che presenta ancora margini di miglioramento. Se nel corso degli ultimi 12 mesi la maggioranza degli italiani (84%) – con Millennials (52%) e Gen Z (49%) tra i più entusiasti – ha utilizzato assistenti virtuali tramite chat per interfacciarsi con le aziende, tra loro si registra però un 40% che avrebbe preferito evitarli. Tra i limiti percepiti, si riportano l’incapacità di comprendere appieno le richieste (68%) o di fornire risposte accurate (61%), oltre a interazioni impersonali (46%). Inoltre, benché meno diffusi di quelli via chat, iniziano a prendere piede nelle abitudini dei consumatori anche gli assistenti virtuali vocali.Il 70% degli utenti lì ha già impiegati nel corso dell’ultimo anno, ma il 35% di loro avrebbe preferito non farlo per ragioni analoghe a quelle già riscontrate, cui si aggiunge la macchinosità del processo per arrivare alle risposte (46%), tipico di assistenti vocali di vecchia generazione che non si basano sull’AI generativa.   Stili di vita sempre più digitali trovano anche riscontro da parte delle aziende Ben il 93%, infatti, ritiene che utilizzare soluzioni basate sull’AI generativa per gestire la Customer Experience sarà fondamentale per rimanere competitive sul mercato, arrivando a favorire l’upselling secondo l’85% dei professionisti intervistati. Guardando nello specifico agli assistenti virtuali, il 32% dei brand (+5% rispetto al 2024) li ha già implementati per dialogare con i clienti tramite chat, mentre una buona parte (39%) ha intenzione di farlo nei prossimi 12 mesi. I vantaggi per chi ha già adottato queste soluzioni sono importanti e includono il miglioramento dei tempi di risposta (67%), l’ottimizzazione dei processi (52%) e del lavoro del team (42%) – aspetti che si traducono in ultima analisi in una migliore customer satisfaction (31%). In linea con le preferenze dei consumatori, cresce anche l’interesse verso l’adozione di assistenti virtuali vocali, seppur ancora in fase di consolidamento rispetto alle soluzioni testuali. Solo il 21% delle aziende italiane ha già implementato un assistente vocale, ma ben il 44% prevede di farlo entro l’anno e un ulteriore 27% ne manifesta l’intenzione, benché senza una roadmap definita. D’altro canto, alcune realtà mostrano ancora un certo scetticismo, scegliendo di non implementare tali tecnologie non solo per una lacuna organizzativa (ad esempio, il 31% di chi esclude l’adozione lamenta la mancanza di risorse adeguate a supervisionare i nuovi processi), ma anche perché ritengono che gli assistenti virtuali non garantiscano risposte empatiche, come farebbe una persona (54%). “È interessante notare che, nel 2024, solo il 36% dei brand era preoccupato da questo aspetto. Pare dunque farsi strada una nuova consapevolezza da parte delle aziende che, con l’evoluzione della tecnologia, vedono raffinarsi sempre più anche le esigenze dei consumatori in termini di qualità dell’interazione, sottolineando la necessità di affiancare all’AI un’esperienza realmente umana”, commenta Maruzzella.   Per fidelizzare i consumatori di oggi servono omnicanalità, efficienza ed empatia I consumatori dello Stivale sanno bene cosa vogliono e si aspettano un servizio clienti all’altezza, che non tradisca valori consolidati nel tempo e fornisca livelli adeguati di efficienza e chiarezza. Anche nel 2025, le priorità degli utenti si confermano, in primis, cortesia e disponibilità (47%) – apprezzate soprattutto dai Millennials (50%), accanto a rapidità nel risolvere i problemi urgenti (47%), facilità nel trovare i contatti (43%), tempi di attesa limitati (40%) e precisione nelle risposte (40%). Analogamente, gli italiani non sono disposti a scendere a compromessi e possono arrivare a interrompere l’acquisto se il servizio clienti non fornisce risposte veloci (65%), se non è raggiungibile 24/7 (48%), oppure a fronte di risposte non esaustive (86%) e di mancata coerenza tra i vari canali (82%). Proprio l’omnicanalità rappresenta una delle maggiori sfide in termini di Customer Experience, oggi sempre più ibrida, fluida e distribuita. Oltre che tramite gli assistenti

Attacchi informatici: l’Italia di fronte alla sfida dell’AI

L’esperta di Advens Italia, Cristina Mariano, commenta la preoccupante tendenza italiana e globale che vede intrecciarsi AI e attacchi informatici L’aumento degli attacchi informatici in Italia riflette una preoccupante tendenza globale, che si lega a un’altra evoluzione di rilievo, la crescente adozione dell’intelligenza artificiale. Questa rappresenta un’opportunità significativa per i cybercriminali, in quanto consente di accelerare e automatizzare le attività malevole, rendendo il malware più adattabile e difficile da rilevare. Nel 2024, l’uso dell’intelligenza artificiale per sviluppare malware in grado di modificare il proprio comportamento in tempo reale al fine di eludere i sistemi di sicurezza tradizionali è diventato una realtà concreta, come dimostrato anche da report dell’FBI. Parallelamente, l’AI viene impiegata per automatizzare l’esecuzione degli attacchi, riducendo i tempi di reazione e aumentando l’efficacia delle operazioni criminali. Non a caso, sempre più spesso le aziende si trovano ad affrontare attacchi guidati dall’AI, con un trend destinato con ogni probabilità a crescere ulteriormente in futuro. Anche nel contesto italiano, il 2024 ha segnato una svolta nell’evoluzione delle minacce informatiche, con l’intelligenza artificiale sempre più utilizzata per sviluppare malware in grado di modificare dinamicamente il proprio comportamento e aggirare i sistemi di difesa tradizionali. Il Rapporto Clusit 2025 evidenzia un incremento del 131% degli attacchi malware rispetto all’anno precedente, mentre l’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano rileva che l’84% delle grandi organizzazioni italiane percepisce l’impiego malevolo dell’IA come un rischio prioritario, in particolare per la sua capacità di rendere le campagne di social engineering sempre più convincenti e difficili da intercettare. Questo scenario in evoluzione sottolinea ulteriormente come la cybersecurity debba essere considerata una priorità strategica fondamentale per tutte le organizzazioni, indipendentemente dalle loro dimensioni o dal settore di appartenenza. Tra le misure essenziali per garantire una protezione efficace rientrano sicuramente la nomina di un Chief Information Security Officer e l’assegnazione di un budget dedicato. Tuttavia, sono ancora molte le aziende che non hanno ancora intrapreso queste azioni. Al punto che, per favorirne l’adozione, è cresciuta la pressione normativa, in particolare con l’implementazione della direttiva NIS 2, che impone un’urgente sensibilizzazione dei dirigenti aziendali sulla cybersecurity e la necessità di investire in misure di protezione adeguate. Si tratta di un momento importante della lotta cyber, perché spingerà molte organizzazioni a intraprendere i primi passi di un percorso che si è fatto ormai obbligato e che prevede l’integrazione della sicurezza nei processi non solo come meccanismo di difesa oggi, ma per guardare con maggiore fiducia le evoluzioni future di un business sempre più digitale. Fonte: bitmat.it

Cybersecurity: 52% delle aziende italiane prevede aumento investimenti

Deloitte: Entro i prossimi 2 anni aumenteranno investimenti nella cybersecurity: mentre il 94% delle organizzazioni italiane ritiene che l’AI contribuirà a rispondere alle minacce, 6 imprese su 10 potenziano la propria struttura di cybersecurity La cybersecurity sta diventando sempre più una leva strategica per la competitività e la creazione di valore, in particolare nel mondo delle imprese, con più della metà (52%) delle aziende italiane che prevede un aumento degli investimenti entro i prossimi due anni e una sempre maggiore integrazione del tema cyber nelle discussioni del Board aziendale, che nel 69% dei casi viene affrontato su base almeno mensile (26% almeno settimanale). Queste alcune delle principali evidenze che emergono dalla “Global Future of Cyber Survey 2025”, la quarta edizione della ricerca condotta da Deloitte a livello globale, che ha raccolto le opinioni di oltre 1.200 executive e C-level in ambito cyber, tra cui 54 top manager italiani appartenenti a grandi imprese attive in diversi settori. “In un contesto di mercato sempre più digitalizzato – commenta Matthew Holt, Cyber Leader di Deloitte Central Mediterranean – le imprese italiane devono operare in uno scenario di cybersecurity in continua evoluzione, contraddistinto da sfide complesse ma anche da nuove opportunità per incrementare ulteriormente il valore di business. Oggi la cybersecurity è riconosciuta non solo come un elemento di difesa delle infrastrutture digitali, ma anche in qualità di fattore abilitante per la digital transformation e la competitività delle imprese sul mercato: la protezione dei dati critici, degli asset e del know-how aziendale, insieme all’integrità della fiducia e della reputazione agli occhi dei clienti, sono infatti elementi determinanti per una crescita consolidata nel lungo periodo”.   La Cybersecurity: da necessità a vantaggio competitivo strategico Dalla survey emerge come la cybersecurity non venga più percepita esclusivamente come un sistema di difesa, ma come un fattore strategico determinante per la competitività delle imprese. In particolare, in quasi 7 aziende italiane su 10, il tema cyber viene discusso a livello di Board almeno una volta al mese, e in oltre il 26% dei casi la discussione avviene su base settimanale. Un dato che conferma una gestione del rischio cyber sempre più strutturata e proattiva e che sarà ulteriormente accentuato con l’introduzione delle responsabilità in capo ai membri del Organi di amministrazione e direttiva, come regolamentato dalla nuova direttiva NIS2. A rafforzare questa evidenza, il 70% dei rispondenti italiani si dichiara molto fiducioso nella preparazione del proprio Board nel trattare questioni legate alla cybersecurity. Questi risultati confermano che, per molte imprese, l’attenzione del top management è ormai orientata a integrare il tema cyber nella strategia complessiva, a tutela non solo della sicurezza, ma della sostenibilità e della reputazione aziendale. Tra le barriere all’implementazione della strategia cyber, gli intervistati segnalano la difficoltà ad assumere e mantenere i talenti e il personale specializzato e di armonizzare le esigenze di cybersecurity con quelle relative all’agilità e alla capacità di innovazione dell’impresa. “Un aspetto cruciale emerso dal report Deloitte – aggiunge Holt – è l’integrazione della cybersecurity nelle agende e discussioni strategiche dei consigli di amministrazione, confermato dal fatto che le imprese stanno incrementando proattivamente i propri investimenti in questo ambito. E ciò non soltanto per un tema di conformità normativa, ma soprattutto per prevenire danni reputazionali e costi significativi, presidiando al tempo stesso la capacità di creare un valore distintivo. La cybersecurity è diventata pertanto un elemento chiave per il successo aziendale. E il suo stretto legame con la trasformazione digitale – se adeguatamente valorizzato – può incrementare sensibilmente la capacità di innovazione e resilienza delle aziende stesse.”   La sinergia tra Cybersecurity e Cloud per potenziare la competitività aziendale Nel contesto della trasformazione digitale, la cybersecurity rappresenta un fattore abilitante fondamentale per la gestione degli ecosistemi cloud. Le aziende italiane riconoscono che soluzioni di sicurezza avanzate contribuiscono a ridurre la complessità del cloud, favorendo l’adozione di nuove tecnologie e garantendo una risposta tempestiva ad attacchi sempre più sofisticati. In particolare, le strategie più adottate includono l’impiego di tecnologie di monitoraggio degli ecosistemi cloud su diversi componenti e soluzioni (57%), l’attivazione di controlli sull’identità e la gestione degli accessi (44%) e l’implementazione di procedure e policy di sicurezza integrate (41%). Queste azioni permettono alle organizzazioni di rafforzare la governance, automatizzare i processi di sicurezza e condividere informazioni sulle minacce, assicurando così un ambiente cloud resiliente e competitivo.   Cybersecurity e Intelligenza Artificiale: le sfide  L’adozione crescente di tecnologie di Intelligenza Artificiale, in particolare la Generative AI e i Large Language Models (LLM), sta trasformando il panorama della cybersecurity, introducendo rischi inediti ma anche opportunità significative. Secondo quanto emerso dalla ricerca di Deloitte, tra i rischi più impattanti generati da GenAI identificati dalle imprese intervistate spiccano una governance inadeguata delle iniziative GenAI (50%), la necessità di sviluppare controlli efficaci sulle interazioni tra umani e sistemi GenAI (44%), e il possibile inquinamento degli output a causa della manipolazione delle banche dati usate per l’addestramento degli algoritmi (43%). Inoltre, tra le principali potenzialità dell’AI a supporto della cybersecurity, oltre 9 aziende su 10 citano la possibilità di rispondere più velocemente alle minacce informatiche (94%) e di monitorare continuamente l’integrità dell’infrastruttura digitale (92%). L’analisi di serie storiche e dati in tempo reale per comprendere pattern complessi e individuare attacchi inediti è indicata dall’89% delle organizzazioni.   Il ruolo crescente del CISO Per circa il 40% delle aziende intervistate è significativamente aumentato il coinvolgimento del Chief Information Security Officer (CISO), che il ruolo di emergere come una sorta di coordinatore in ambito cyber tra le diverse aree di business. Secondo il report di Deloitte, è lecito attendersi che, in prospettiva futura, il CISO non si limiterà a gestire i piani di cybersecurity dell’impresa, ma fornirà anche una guida e un orientamento strategico ai vertici aziendali. Fonte: bitmat.it

GenAI e Customer Experience: oltre il clamore, verso un impatto reale

Nel dibattito sull’interrelazione tra GenAI e Customer Experience, si alternano promesse di automazione totale e timori di perdita di posti di lavoro: vero o falso? Ce ne parla l’esperto di Konecta Nel dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale, si alternano promesse di automazione totale e timori di perdita massiccia di posti di lavoro. Tuttavia, sta emergendo una realtà più concreta. Konecta, leader globale nella customer experience, ha pubblicato oggi un white paper che intende sfidare questa narrazione attraverso esempi reali di implementazione dell’AI generativa nel servizio clienti (GenAI e Customer Experience). Realizzato in collaborazione con BCG, il documento smonta cinque miti diffusi sulla GenAI, basandosi su risultati concreti. Il messaggio è chiaro: la GenAI non è né una bacchetta magica né una soluzione pronta all’uso. Richiede un’infrastruttura solida, una forte cultura del dato e una revisione profonda dei processi aziendali. Un white paper, intitolato “GenAI e Customer Experience: Cutting through the noise – Early lessons from deploying GenAI to transform customer experience” offre indicazioni preziose per le aziende alle prese con l’integrazione della GenAI. Konecta sta già applicando questa roadmap attraverso il suo piano strategico Katalyst 2028, basandosi su casi d’uso concreti dei clienti. Vediamo qui di seguito quali sono i miti sulla GenAI e come reggono alla prova dei fatti. Mito n.1: La GenAI serve solo a ridurre i costi I benefici iniziali della GenAI (fino al 30% di aumento della produttività e 16% di riduzione dei tempi di gestione) confermano il suo valore operativo, ma il suo impatto va ben oltre. Migliora la qualità della comunicazione, supporta il coaching in tempo reale e aumenta l’engagement con clienti e vendite. Esempio: un’assicurazione europea ha registrato un aumento del 40% del tasso di conversione in sole sei settimane, grazie a una soluzione combinata di AI, formazione e supervisione umana. Che cosa osserviamo: nei contact center Konecta dove sono stati implementati strumenti di AI, gli operatori umani non solo lavorano più velocemente, ma anche in modo più intelligente. Fanno domande migliori, riformulano in modo più chiaro e colgono segnali più sottili. È in questi cambiamenti comportamentali, supportati da strumenti ben progettati e formazione mirata, che si crea il vero valore.   Mito n.2: La GenAI riduce la soddisfazione dei dipendenti GenAI e Customer Experience: contrariamente al timore diffuso, l’AI generativa integrata correttamente migliora l’esperienza dei dipendenti. Nei primi rollout, oltre il 70% degli operatori si è dichiarato entusiasta di utilizzare questi strumenti, principalmente per il tempo risparmiato e la possibilità di concentrarsi su interazioni ad alto valore. Che cosa facciamo: Konecta sta formando oltre 4.000 dipendenti in tutto il mondo all’uso dell’AI, con un forte focus su upskilling e sviluppo di carriera. Il 95% degli operatori intervistati ha trovato utili gli strumenti di trascrizione, e l’82% ha apprezzato la formazione personalizzata guidata dall’AI. Lungi dal sostituirli, la GenAI dà nuovo significato al loro lavoro.   Mito n.3: La GenAI e customer experience non coinvolgente È opinione diffusa che i clienti non gradiscano le interfacce automatizzate. Il white paper chiarisce che non è l’AI in sé a essere rifiutata, ma un servizio scadente. Se ben utilizzata — con integrazione contestuale e possibilità di escalation a un operatore umano — la GenAI può portare la soddisfazione del cliente ai livelli, se non superiori, di quelli del supporto tradizionale. Che cosa misuriamo: l’introduzione di strumenti GenAI in alcuni casi d’uso ha aumentato i punteggi di soddisfazione dal 81% all’85% in appena due mesi.   Mito n.4: Il successo della GenAI dipende tutto dall’algoritmo In realtà, il 70% del successo della GenAI dipende da processi, team e integrazione aziendale. L’AI non è solo un software plug-in: richiede un ecosistema tecnico completo — infrastruttura cloud, governance dei dati e un cambiamento profondo nei modelli operativi. Secondo il rapporto AI Radar 2025 di BCG, infatti solo il 10% degli sforzi profusi in una trasformazione tecnologica di successo è legato agli algoritmi stessi. Il 20% riguarda i dati e l’infrastruttura. La risposta di Konecta: il piano Katalyst 2028 prevede una doppia trasformazione, sia tecnologica che organizzativa. Le nostre partnership con Google Cloud, AWS e Uniphore riflettono questa visione. Stiamo strutturando i flussi di dati, potenziando le capacità analitiche e soprattutto investendo nell’adozione sul campo da parte di operatori e manager.   Mito n.5: La GenAI sostituirà gli operatori umani Il white paper smentisce chiaramente l’idea di perdite massive di posti di lavoro. I casi di maggior successo dimostrano un’interazione complementare tra umani e AI: gli strumenti automatizzati gestiscono i compiti ripetitivi, mentre le persone restano essenziali per situazioni complesse, emotive e strategiche. Secondo BCG, solo il 7% dei dirigenti si aspetta attualmente una riduzione del personale legata alla GenAI. La professione non scompare, dunque, ma si evolve verso maggiore ibridazione, maggiore competenza, e anche maggiore ascolto. La nostra visione: Konecta prevede di aumentare la propria forza lavoro a livello globale entro il 2028, assumendo profili ibridi — tecnologici ma anche empatici — in netto contrasto con gli scenari catastrofici previsti da alcuni osservatori. I nostri agenti riceveranno formazione specifica all’utilizzo degli strumenti digitali, in modo da sostenerli nel passaggio da BPO al digitale.   Gestire la trasformazione tra GenAI e Customer Experience La domanda non è più se la GenAI trasformerà il settore — lo sta già facendo. La vera domanda è come. Il white paper che abbiamo appena pubblicato, insieme all’implementazione del piano Katalyst 2028, dimostra che questa trasformazione può essere positiva, se gestita con responsabilità. Per costruire un futuro tecnologico al servizio del legame sociale e del progresso umano, sarà necessario riconoscere i limiti dell’AI – in particolare la sua assenza di discernimento morale, di esperienza vissuta e di interpretazione sensibile, indispensabili per le relazioni umane in ambito professionale e più in generale nella società. L’AI generativa non è qualcosa che si implementa dall’oggi al domani. Richiede basi solide, riorganizzazione umana e coinvolgimento degli operatori. Solo a queste condizioni può diventare un motore di performance sostenibile. Konecta sta già gestendo oltre 100 progetti GenAI. Il nostro ruolo è guidare questa trasformazione con responsabilità, mettendo le persone al centro. Fonte: bitmat.it

Campagna malware via PEC: sfrutta calendario lavorativo e festività nazionali

È stata identificata una nuova campagna di cyber attacchi in Italia finalizzata alla diffusione di malware infostealer che utilizza MintsLoader, un loader basato su PowerShell Secondo i dati riportati dal Cert-AGID, è stata scoperta una nuova campagna malware in cui gli aggressori sfruttano caselle di posta PEC compromesse e inviano e-mail contenenti file JavaScript offuscati, sfruttando un algoritmo di generazione dei domini (DGA) per attivare domini malevoli durante l’orario di lavoro. La campagna evidenzia l’adattamento dei criminali informatici al calendario lavorativo italiano, prendendo di mira in particolare gli utenti dopo le festività nazionali e i fine settimana. “Questa nuova campagna malware mette in luce ancora una volta la capacità da parte dei criminali informatici di adattarsi in maniera sempre più precisa e veritiera alle dinamiche e interazioni reali delle organizzazioni e degli utenti. In questo caso, la campagna evidenzia come gli attori malevoli sappiano ben adattarsi ai calendari lavorativi italiani o del Paese preso di mira. L’intelligenza artificiale, inoltre, sta riducendo il margine di errore di questo tipo di email”, afferma David Gubiani, Regional Director SE EMEA & Israel di Check Point Software. “Nel ricevere email come un sollecito di pagamento di una fattura, seppur via PEC, oppure multe e messaggi che sembrano provenienti dalla pubblica amministrazione, è importante non agire d’impulso e verificare sempre l’autenticità della fonte, senza cliccare su link sospetti”. Si tratta della nona ondata di malware MintsLoader registrata dall’inizio del 2025. La distribuzione temporale di questa campagna malware dimostra come gli attaccanti siano in grado di sfruttare le abitudini lavorative italiane, adattando gli attacchi per massimizzare l’efficacia quando gli utenti sono più propensi o hanno bisogno di consultare la email legate al lavoro dopo periodi di pausa come weekend o festività. Check Point Software, tra i fornitori leader di piattaforme di cyber security, consiglia inoltre una serie di semplici metodi di prevenzione per evitare di cadere vittima di questi attacchi, come leggere attentamente il testo dell’email, in questo caso quello via PEC, verificare che il logo e tutto il contesto dell’email siano pertinenti e corretti, oltre a controllare con attenzione l’URL prima di cliccare su qualsiasi link. Fonte: bitmat.it

Che cosa pensano gli italiani della Tecnologia?

Per 3 italiani su 4 il settore della Tecnologia è cruciale nella loro vita e nelle sorti globali e si sta muovendo nella giusta direzione per un futuro sostenibile, anche se reclamano maggior impegno verso consumatori, prodotti e servizi Che cosa motiva gli italiani, oggigiorno, nel loro rapporto con la Tecnologia? Quali sono le priorità identificate dai consumatori? A queste domande ha cercato di rispondere una recente ricerca dal titolo “Post-Invasion” 2024/2025, realizzata da Omnicom PR Group. Questa società di consulenza strategica in comunicazione con oltre 6.300 addetti nel mondo, ha analizzato la reputazione del Settore della Tecnologia nell’ambito di un’ampia ricerca su 8 settori chiave per l’economia italiana attraverso la lente di oltre 2000 consumatori.  Presentiamo di seguito alcune delle principali evidenze che emergono dalla ricerca “Post-Invasion”. Gli italiani e la Teconologia, quali prospettive? La Tecnologia e i brand di questo settore sono al centro dell’interesse e delle discussioni degli italiani, che riconoscono ai protagonisti di questa industry – prima tra tutte le 8 analizzate – una valutazione positiva sulle scelte intraprese nella direzione di un futuro sostenibile. Un giudizio sicuramente lusinghiero, anche alla luce del fatto che una percentuale elevata di intervistati (76%) ritiene che le decisioni delle aziende Tech abbiano un impatto importante sulla vita in Italia e nel Mondo. In un contesto sostanzialmente positivo, permangono aree in cui ai brand vengono richiesti maggior impegno e attenzione, in particolare quella del ‘Benefici per i Consumatori’ che presenta il parametro in assoluto più negativo tra aspettative ed esperienze, sia in termini di Cura del cliente che di Offerta di prodotti e servizi a maggiore valore aggiunto. Rispetto ai temi ESG, le priorità su cui gli italiani si aspettano che le aziende adottino la massima trasparenza riguardano l’impatto che hanno su di loro prodotti e servizi, le modalità di gestione e contrasto dell’inquinamento prodotto e le ricadute sulle comunità locali in cui i player del settore operano. “La Tecnologia ha il potere di cambiare il mondo e lo sta facendo, rendendolo in qualche maniera migliore, più sostenibile”, commenta Eros Bianchi, Vice President & Head of Technology, Omnicom PR Group Italy. Questo pensano gli italiani secondo la ricerca, sicuramente aiutati nel formulare questo giudizio da una comunicazione efficace sulle grandi innovazioni, la pervasività dell’Intelligenza Artificiale e i notevoli successi – anche finanziari – conseguiti dai brand più noti. Tuttavia, la survey sembra indicare che, se il settore ha imboccato la giusta direzione a livello macro, è nel micro – cioè nel rapporto quotidiano con gli utenti – che permangono le sfide più impegnative. In particolare, le grandi emergenze reputazionali riguardano una discrepanza tra quanto promesso e quanto mantenuto in termini di attenzione per le esigenze dei consumatori e nella percezione di valore aggiunto di prodotti e servizi. E proprio la comunicazione può dare un significativo contributo a ridurre questo gap, affiancando alla già soddisfacente trattazione di argomenti “alti” un maggiore focus sulla trasparenza e sull’approfondimento, così da favorire l’ascolto e il dialogo tra brand e clienti, consumatori e stakeholder. In sintesi, gli italiani vorrebbero essere al contempo parte attiva e beneficiari di questi straordinari cambiamenti che la tecnologia sta portando al mondo.”   Le priorità Questi aspetti emergono con forza nelle risposte date riguardo alla rilevanza degli impegni in ambito ESG delle aziende Tech, tra cui gli italiani identificano come prioritario nuovamente il Rispetto di consumatori e clienti, inteso come completezza e trasparenza (70,7%) nel fornire informazioni e una reportistica dettagliata che si focalizzi in primis sull’attenzione all’utente, dall’impatto dei prodotti  fino a una maggiore apertura nel comunicare eventuali furti di dati personali o indisponibilità temporanea di infrastrutture e servizi: una centralità percepita che non può che aumentare alla luce dei recenti cyberattacchi a istituzioni e imprese e dalle conseguenze che la crescente adozione dell’IA potrà portare anche in questo ambito. Rimane, poi, fondamentale il tema ambientale (Lotta all’inquinamento 69,4%), con le voci relative alle emissioni di CO2, alla gestione delle acque e in generale all’impronta ambientale che riscuotono l’interesse di molti e su cui viene richiesta una rendicontazione puntuale. Infine, agli italiani interessa comprendere se e quanto le aziende tech e le loro filiere impattino positivamente sulle comunità in cui operano, sia con benefici materiali che immateriali (68,7%). Anche in questi ambiti un’efficace comunicazione può garantire quella fiducia reciproca che rappresenta il miglior argine a fenomeni quali insicurezza nell’affidare i propri dati a terzi, preconcetti verso le nuove tecnologie e sindrome NIMBY. Dalle indagini neuro metriche, che misurano il non-dichiarato degli italiani, realizzate su stimoli e contenuti provenienti da aziende leader del Tech, emerge un importante engagement emotivo (che comprende i parametri di Piacevolezza e Intensità emotiva) verso il settore. Un dato che sottolinea, ancora una volta, quanto i brand della Tecnologia siano oggi percepiti come autorevoli candidati a guidare una transizione verso un mondo più equo e sostenibile.   Punti chiave dell’indagine, in breve Tra le 8 industry analizzate, il Tech si classifica al primo posto rispetto alla valutazione sulla bontà del percorso intrapreso  Per oltre il 76% degli italiani il settore Tech ha un impatto importante sulla vita in Italia e nel Mondo Tra le principali esigenze insoddisfatte rientrano Cura del cliente e Offerta di prodotti e servizi a maggior valore (cioè basati su parametri come certificazioni di terze parti, sostenibilità e trasparenza) Ai brand del settore si riconosce una comunicazione frequente ed esaustiva su aspetti istituzionali e finanziari  Tra i fattori ESG gli italiani collocano al primo posto per importanza l’impegno nel Rispetto di clienti e consumatori, seguito da Lotta all’inquinamento e impatto sulle comunità locali Fonte: bitmat.it