Violazioni dati: nel 2023 il costo medio supererà i 5 milioni di dollari
Il report annuale di Acronis mostra, oltre all’aumento del costo delle violazioni dei dati, anche un aumento del 60% del phishing e delle e-mail dannose. Acronis, specialista globale della Cyber Protection, ha diffuso il report sulle minacce digitali e sui trend del panorama informatico per il secondo semestre 2022. Nel report di fine anno si sottolinea l’aumento di violazioni dei dati, in particolare del phishing e degli attacchi MFA Fatigue, un metodo di desensibilizzazione agli allarmi estremamente efficace e utilizzato nelle violazioni mirate a entità di alto profilo. Elaborato dal Centro operativo Acronis Cyber Protection, lo studio fornisce un’analisi approfondita del panorama delle minacce informatiche, incluse le minacce ransomware, il phishing, i siti web dannosi, le vulnerabilità del software e le previsioni per la sicurezza per il 2023. I risultati del report mostrano un aumento del 60% del phishing e delle e-mail dannose, e indicano che il costo medio delle violazioni dei dati toccherà i 5 milioni di dollari entro il prossimo anno. Il team di ricerca che ha redatto il report ha registrato negli ultimi quattro mesi anche un balzo degli attacchi di social engineering, che rappresentano il 3% di tutti gli attacchi. La sottrazione o la perdita delle credenziali, con le quali gli attaccanti possono sferrare con facilità i loro attacchi informatici e avviare le campagne ransomware, è la causa di circa la metà di tutte le violazioni riferite nel periodo. “Gli ultimi mesi sono stati i più difficili di sempre, con l’emergere continuo di nuove minacce e criminali che utilizzano le stesse procedure collaudate per chiedere riscatti sempre più alti“, ha affermato Candid Wüest, Vicepresidente di Cyber Protection Research di Acronis. “Nel nuovo anno, quando cercheranno di mitigare il phishing e altri tentativi di accesso non autorizzato, le organizzazioni dovranno preferire soluzioni olistiche e davvero complete. Gli attaccanti migliorano continuamente i propri metodi: ora sono in grado di utilizzare contro di noi gli strumenti di sicurezza più diffusi, come l’autenticazione a più fattori su cui molte aziende fanno affidamento per proteggere i propri dipendenti e le proprie attività“. Le sfide emergenti nel panorama delle minacce Di pari passo all’evoluzione delle tattiche e delle tecnologie di sicurezza ad esse associate, anche gli autori delle minacce migliorano i propri metodi mentre cercano di infiltrarsi nelle organizzazioni e nei loro ecosistemi. Il flusso costante di ransomware, phishing e vulnerabilità prive di patch mostra quanto sia cruciale per le aziende riconsiderare le proprie strategie di sicurezza. Il ransomware resta al primo posto tra le minacce di violazioni dei dati In linea di massima, si segnala un peggioramento nelle minacce ransomware rivolte a enti e istituzioni varie, al settore sanitario, dell’istruzione e altri. Ogni mese della seconda parte dell’anno ha visto crescere di 200-300 unità l’elenco combinato delle vittime. Il mercato dei criminali dietro il ransomware è dominato da 4-5 attori. Alla fine del terzo trimestre, il numero totale di obiettivi compromessi da questi attori è il seguente: LockBit – 1157 Hive – 192 BlackCat – 177 Black Basta – 89 Sono 576 gli attacchi ransomware riusciti e resi noti al pubblico nel terzo trimestre, con un lieve aumento rispetto al trimestre precedente. Il numero totale di incidenti ransomware è lievemente diminuito nel terzo trimestre, dopo un’estate di grande allarme in cui da luglio ad agosto Acronis ha registrato un aumento del 49% degli attacchi ransomware bloccati a livello globale, a cui ha fatto seguito una diminuzione del 12,9% a settembre e del 4,1% a ottobre. Le attività degli autori delle minacce diventano sempre più professionali. Acronis registra un lieve spostamento verso la violazione e l’esfiltrazione dei dati: la maggior parte dei grandi gruppi criminali espande i propri obiettivi ai sistemi MacOS e Linux, e inizia a puntare agli ambienti cloud. Phishing ed e-mail dannose restano i principali vettori di diffusione Tra luglio e ottobre 2022, la percentuale degli attacchi di phishing è aumentata di 1,3 volte rispetto agli attacchi malware, raggiungendo il 76% di tutti gli attacchi e-mail, con un aumento netto rispetto al 58% della prima metà del 2022. Le percentuali dello spam sono aumentate di oltre il 15%, registrando il 30,6% di tutto il traffico in entrata. Gli Stati Uniti sono il primo paese con il maggior numero di clienti a sperimentare rilevamenti di malware, con il 22,1% nell’ottobre del 2022, seguiti dalla Germania con l’8,8% e dal Brasile con il 7,8%. Queste cifre indicano un lieve aumento per gli Stati Uniti e la Germania, soprattutto nei trojan finanziari. Nel terzo trimestre, Corea del Sud, Giordania e Cina si segnalano come i paesi più attaccati in termini di malware per utente. L’analisi delle 50 organizzazioni che hanno ricevuto il maggior numero di e-mail contenenti minacce indica i seguenti settori come i più colpiti: Settore edile Retail Settore immobiliare Servizi professionali (Computer e IT) Finanza Nel terzo trimestre del 2022, una media del 7,7% di tutti gli endpoint ha tentato di accedere a un URL dannoso, una lieve riduzione rispetto al trimestre precedente. I sistemi senza patch sono sempre nel mirino dei cybercriminali I vendor di software continuano a rilasciare regolarmente le patch, ma non è sufficiente. Sono moltissimi gli attacchi che vanno a segno a causa di vulnerabilità non corrette. Acronis continua a osservare e ad allertare i suoi utenti aziendali e privati sulle nuove vulnerabilità zero-day e su quelle mai corrette con le patch rilasciate, che continuano ad essere il principale vettore degli attacchi di compromissione dei sistemi. Microsoft: A settembre, una campagna di phishing rivolta agli utenti Microsoft ha sfruttato la notizia del decesso della Regina Elisabetta II; facendosi passare per il “Team di Microsoft”, un messaggio esca invitava i destinatari ad aggiungere un saluto di condoglianze in una bacheca online, indirizzando ovviamente a un sito dannoso. È stata individuata un’altra campagna di phishing su larga scala mirata alle credenziali del servizio e-mail Microsoft M365, nello specifico a organizzazioni fin-tech e di prestiti, contabilità, assicurazioni e alle unioni federali di credito di Stati Uniti, Regno Unito, Nuova Zelanda e Australia. “Nelle aziende di ogni livello registriamo
È il 2023 l’anno dell’Intelligenza Artificiale: siamo pronti?
In questo articolo di Cristina Calzecchi Onesti riflette sulla diffusione dell’Intelligenza Artificiale e quanto questa, nel 2023, continuerà a progredire. Non c’è dubbio che nel 2023 l’Intelligenza Artificiale (IA) entrerà maggiormente nelle nostre vite e nei cicli produttivi delle aziende, le quali già in larga parte ricorrono a questa tecnologia innovativa per ottimizzare i processi e ridurre i costi. Stesso discorso vale per l’utente, mediamente ancora scarsamente “alfabetizzato” nel nostro Paese, mentre in Cina i bambini ci giocano fin dall’asilo. Più trasparenza e spiegazioni chiare sono necessarie a creare fiducia, un uso più consapevole e costruire connessioni. Per questo anche le nostre Istituzioni desiderano avere un maggiore controllo sulla nuova tecnologia. L’IA sta conquistando i mercati di tutto il mondo, ma solo l’Unione Europea ha sentito per prima la necessità di creare un codice etico. Nel 2023 l’esame delle mitigazioni dei rischi contenuti anche in questa innovazione, così come in tutte le altre della storia scientifica, continueranno e presto sarà possibile avere i primi regolamenti. Alcuni esempi di rischi? Il riconoscimento facciale utilizzato per il controllo della popolazione o anche solo per multare un guidatore che passa con il semaforo rosso, come avviene già in Cina, da noi si scontra palesemente con il diritto alla privacy. Anche una IA preposta al controllo qualità, ad esempio del cibo, se tarata con malizia, potrebbe immettere sul mercato prodotti non perfettamente in linea con gli standard autorizzati e facilmente riconoscibili a occhio nudo. Utilizziamo l’IA senza accorgercene Resta il fatto che il processo di innovazione è in atto e spesso noi già ci rapportiamo con l’intelligenza artificiale senza necessariamente esserne pienamente coscienti. Un esempio efficace è il feed delle piattaforme dei social media, come Instagram o Facebook, sovraccaricato da immagini create dall’Intelligenza Artificiale. Oggi è possibile caricare molte foto di sé stessi con le quali l’IA può creare avatar del proprio viso. Questa funzionalità ha attirato anche persone che non avevano mai sentito parlare di Intelligenza Artificiale, a dimostrazione di come l’IA stia diventando mainstream e sia utilizzata più massivamente dal pubblico, come ci ha spiegato Petra Bárány, esperta di social media per la start up Asc27 specializzata in IA. “Secondo le previsioni”, prosegue Petra Barany, “nel 2023 sempre più aziende utilizzeranno i chatbot basati sull’AI, non solo per chiedere aiuto o informazioni sui prodotti, ma anche per la gestione dei reclami dei clienti. I 5 milioni di utenti che immediatamente si sono iscritti alla chatbot di OpenAI (ChatGpt), che risponde a tutte le domande ed è in grado di elaborare testi con un linguaggio estremamente plausibile e in tempo reale, ne è ulteriore esempio, così come il successo della piattaforma Dell-2, che suggerisce realizzazione grafiche per qualsiasi tema si inserisca nella stringa della search. Non perché, ma come usare l’IA Il punto, dunque, è che il progresso non si può e non si deve arrestare e che l’Intelligenza Artificiale, è già a nostra disposizione. Ma noi siamo pronti a questa rivoluzione culturale? Siamo consapevoli di tutte le sue peculiarità, positive e negative? Siamo disposti a rinunciare all’empatia dei rapporti umani nel presentare una richiesta di mutuo o un reclamo? Sappiamo quanti software, in cambio di servizi sempre più avanzati, acquisiscono nostri dati attraverso i quali veniamo schedulati e profilati per gli scopi più vari? Il metaverso colmerà le distanze fisiche L’Intelligenza Artificiale ci porta, poi, al metaverso, ancora non nella fase mainstream, ma in viaggio verso di noi. Durante le restrizioni dovute al COVID-19 le persone hanno sperimentato quanto non fosse necessario essere fisicamente presenti a una riunione per essere produttive, sebbene la maggior parte delle aziende e delle università abbiano notato anche effetti collaterali negativi del lavoro da remoto per l’assenza di interazione tra le persone. Siamo creature sociali e abbiamo bisogno di interagire gli uni con gli altri per creare legami. Il legame si è rivelato molto importante, tant’è che secondo molti studi, lavorare è più piacevole e produttivo se si va d’accordo con i colleghi. Tuttavia, a causa della globalizzazione, le aziende spesso hanno dipendenti distanti tra loro ed è costoso organizzare le trasferte di lavoro. Ecco allora che arriva il metaverso come soluzione, perché le parti possano sperimentare la vicinanza di altri esseri umani anche quando fisicamente distanti. Nel metaverso del 2023 saranno presenti umani digitali interamente costruiti dalla tecnologia AI, in grado di interagire come normali esseri umani. Anche per quanto riguarda la formazione i dipendenti non avranno più bisogno di viaggiare, ma potranno completarla comodamente da casa. di Cristina Calzecchi Onesti, Ufficio Stampa Asc27 Fonte:bitmat
ChatGPT: le ultime preoccupanti scoperte di CPR
Gli esperti di Check Point Reserch spiegano con tre esempi come ChatGPT venga utilizzato dagli hacker per sviluppare tool malevoli. Check Point Research (CPR), la divisione Threat Intelligence di Check Point Software, sta osservando i primi casi di criminali informatici e utenti che utilizzano ChatGPT per sviluppare tool pericolosi. Nei forum di hacking clandestini, creano infostealer, strumenti di crittografia e facilitate le attività di frode. CPR avverte del rapido aumento dell’interesse per ChatGPT da parte dei criminali informatici e condivide, di seguito, tre casi recenti di sviluppo e condivisione di tool malevoli utilizzando ChatGPT. Sergey Shykevich, Threat Intelligence Group Manager di Check Point, spiega: “ChatGPT è stato ideato a fin di bene per assistere gli sviluppatori nella scrittura di codice, ma può anche essere usato per scopi pericolosi. Nelle ultime settimane, stiamo osservando i criminali iniziare a utilizzare ChatGPT per scrivere codice malevolo, dando loro il potenziale per accelerare il processo d’attacco e buone basi di partenza. Sebbene i tool analizzati siano piuttosto elementari, è solo questione di tempo prima che i criminali più tecnici migliorino il modo in cui utilizzano gli strumenti basati sull’intelligenza artificiale. CPR continuerà a indagare nelle prossime settimane sulla criminalità informatica legata a ChatGPT”. Caso 1: creazione di malware infostealer Il 29 dicembre 2022, su un popolare forum di hacking clandestino è apparso un thread intitolato “ChatGPT – Benefits of Malware”. L’autore del thread ha rivelato che stava sperimentando ChatGPT per ricreare dei malware e le tecniche descritte nelle pubblicazioni di ricerca e negli articoli sui malware più comuni. In realtà, anche se questo individuo potrebbe essere un aggressore molto tech, questi post sembravano dimostrare ai criminali informatici meno capaci tecnicamente come utilizzare ChatGPT per scopi dannosi, con esempi reali che possono utilizzare immediatamente. Caso 2: creazione di un tool di crittografia multilivello Il 21 dicembre 2022, un aggressore soprannominato USDoD ha pubblicato uno script Python, che ha sottolineato essere il “primo script che abbia mai creato”. Quando un altro criminale informatico ha commentato che lo stile del codice assomiglia a quello di OpenAI, USDoD ha confermato che OpenAI gli ha dato una “bella mano a finire lo script con una bella portata”. Ciò potrebbe significare che i potenziali criminali informatici che hanno poche o nessuna capacità di sviluppo potrebbero sfruttare ChatGPT per sviluppare tool dannosi e diventare nuovi criminali informatici a tutti gli effetti con capacità tecniche. Il codice sopra menzionato può ovviamente essere utilizzato in modo innocuo. Tuttavia, questo script può essere facilmente modificato per criptare completamente il computer di qualcuno senza alcuna interazione da parte dell’utente. Ad esempio, è possibile trasformare il codice in un ransomware se si risolvono i problemi di script e sintassi. Caso 3: facilitare le attività di frode Un criminale informatico mostra come creare un marketplace script per il dark web utilizzando ChatGPT. Il ruolo principale del marketplace nell’economia clandestina è quello di fornire una piattaforma per il commercio automatizzato di beni illegali o rubati, come conti o carte di pagamento rubate, malware, o persino droghe e munizioni, con tutti i pagamenti in criptovalute. Fonte:bitmat
Refactoring del codice: approcci e best practice
L’ottimizzazione del codice permette di migliorare l’attività di manutenzione, ridurne i costi e contenere il debito tecnico Ottimizzare il funzionamento di un applicativo con il refactoring del codice Il refactoring è l’attività di ottimizzazione del codice che mira a renderlo più snello e “pulito” e, di conseguenza, a rendere più facile e meno costosa l’attività di manutenzione. Si tratta di un processo sistematico di miglioramento del codice, che non prevede l’aggiunta di nuove funzionalità o il cambiamento del comportamento esterno dell’applicativo. Devo rifattorizzare il codice se l’applicativo funziona? Le due cose non sono correlate poiché il refactoring non incide sul funzionamento del software: punta invece a migliorare la qualità del codice, a renderlo più facilmente manutenibile e a evitare l’accumulazione di debito tecnico. In particolare, il codice diventa più leggibile, riutilizzabile ed estendibile. Quando è necessario richiedere un intervento di refactoring? Quando il codice necessita di essere rivisto, solitamente presenta alcune caratteristiche che sono dei segnali di allarme per gli sviluppatori: – Presenza di codice duplicato e ripetitivo; – Difficoltà di lettura del codice; – Presenza eccessiva di bug. Inoltre, è buona norma procedere a un processo di refactoring ogni volta che si decide di installare nuove funzionalità. Il bad code è quindi il risultato di uno sviluppo di pessima qualità? Spesso è così, soprattutto a causa di una mancata o inadeguata fase di progettazione, ma è anche vero che durante la stessa scrittura del codice, potrebbero accumularsi delle strisce di codice duplicate o dipendenze tra classi diverse, troppe responsabilità per metodo o classe, ecc. Ogni sviluppatore ha uno stile diverso di scrittura e la collaborazione tra team diversi potrebbe essere un’altra ragione di duplicazioni e, in generale, di codice complesso che necessita di essere ottimizzato. Inoltre, il codice diventa “vecchio” perché le componenti all’esterno evolvono. Inoltre, tra il business e l’area tecnica spesso non c’è una visione comune e condivisa delle capacità ed evoluzioni progettuali e, di conseguenza, vengono effettuate richieste che, per essere soddisfatte, portano all’accumulo di debito tecnico. La revisione del codice dovrebbe avvenire in maniera continuativa, per evitare l’accumulazione di bad code ma, per diverse ragioni, spesso questo non è possibile. Di fronte quindi a un codice che necessita un intervento di ristrutturazione, il refactoring è l’attività giusta da richiedere. Come si esegue il refactoring? Questo processo può essere eseguito in diverse modalità a seconda delle esigenze. Per eliminare la ridondanza del codice, spesso di agisce con l’abstract refactoring che permette l’estrazione di codice e lo spostamento dello stesso tra classi, inferiori o superiori (metodo Push-Up/Push-Down). Questo metodo è ideale quando l’ammontare di strisce di codice da rifattorizzare è molto alto. Per semplificare la gestione del codice nel tempo e allungare i tempi di vita degli applicativi, si procede invece con il composing method che, sfruttando sempre l’estrazione, semplifica il codice ed eventuali modifiche successive. Come menzionato prima, è molto importante che il refactoring venga svolto ogni volta che si aggiunge una qualche funzionalità all’applicativo: in questo caso si parla di refactoring preparatorio, un metodo per aggiornare il codice ed evitare l’accumulo di debito tecnico. Spesso, a seguito dell’implementazione della nuova funzionalità, il codice potrebbe non essere così chiaro (soprattutto ad altri membri del team) e un nuovo intervento di refactoring potrebbe essere necessario. Il refactoring come strategia di modernizzazione del software per combattere il debito tecnico Sebbene il lavoro di refactoring possa avvenire in maniera continuativa, nella pratica questo succede raramente. Per questo motivo, spesso le aziende si trovano di fronte a sistemi applicativi con altissimi livelli di debito tecnico e il refactoring del codice diventa un lavoro urgente da svolgere. Per questo motivo, il refactoring è inserito tra le tecniche di software modernization, ossia il processo di modernizzazione degli applicativi. Ottimizzare il codice permette infatti di rendere l’applicativo più stabile e sicuro e previene l’accumulo di debito tecnico. Il debito tecnico funziona esattamente come i debiti finanziari: se il debito non viene ripagato, gli interessi si accumulano nel tempo. Questo comporta un calo della produttività dell’applicativo e un aumento dei costi di manutenzione. Spesso, individuare alti livelli di debito tecnico non è facile, ma esistono strumenti ad hoc che un’azienda di consulenza informatica può utilizzare per ottimizzare il lavoro di riduzione del debito, individuando gli hotspot ad alto interesse di debito. Se l’applicativo presenta malfunzionamenti e inefficienze operative o impone limiti e vincoli tecnologici, il refactoring non è sufficiente: in questo caso, potresti avere bisogno di processi di modernizzazione più incisivi come la software replatform o software rebuild. Per un ulteriore approfondimento sul refactoring e sulle diverse strategie di modernizzazione del software, puoi leggere questo articolo blog di Omnia Group, azienda di consulenza informatica specializzata in software modernization. Fonte:bitmat
Le previsioni sulla sicurezza informatica per il 2023
Deepfake sempre più usati negli attacchi, verso la quinta generazione di ransomware e attacchi trasferibili tra dispositivi smart: le nuove minacce per il 2023 Nel 2022 il ransomware ha continuato a regnare sovrano ed è diventato una delle minacce più comuni e pericolose per le organizzazioni sanitarie e le supply chain del software. La guerra all’Ucraina ha alimentato la preoccupazione per le minacce zero-day che hanno colpito le organizzazioni di tutto il mondo, la cyber gang Conti, con legami con la Russia, è riuscita a interrompere le operazioni finanziarie in tutta la Costa Rica e il gruppo di hacker Lapsus $ continua a confermarsi un formidabile attore di minacce. In un simile scenario, qual è il futuro per la sicurezza informatica nel 2023? Greg Day, VP & EMEA Field CISO di Cybereason ha stilato le previsioni sulla sicurezza informatica per il 2023. I deepfake svolgeranno un ruolo più importante negli attacchi misti. Negli ultimi anni, abbiamo visto aumentare il successo di attacchi misti che combinano, per esempio, tattiche di ingegneria sociale con collegamenti malevoli. Con gli utenti che diventano più consapevoli dell’ingegneria sociale, possiamo aspettarci che gli attaccanti più sofisticati si rivolgano sempre più ai deepfake per indurre gli utenti a fare clic su collegamenti malevoli, scaricare file infetti e simili. Non passerà molto tempo prima che i deepfake diventino un altro elemento comune e centrale degli attacchi misti utilizzati nella kill chain del crimine informatico. Emerge la quinta generazione di ransomware. Un recente report di Cybereason ha rilevato che il 73% delle organizzazioni ha subito almeno un attacco ransomware nel 2022, rispetto a solo il 55% nel 2021. Mentre si va verso la saturazione del ransomware, gli avversari esploreranno nuovi metodi per ottenere denaro dalle stesse vittime. Quella che vedremo sarà la quinta generazione del ransomware. Gli attacchi informatici saranno trasferibili tra dispositivi intelligenti. Il tipico attacco informatico si sposta dall’hacker al dispositivo, ma il 2023 potrebbe vedere il primo attacco informatico che si sposta passando tra dispositivi intelligenti. Con il ritmo accelerato dell’innovazione, un attacco a una smart car potrebbe passare sul veicolo accanto a te. Il ransomware colpirà i controlli di accesso del cloud storage. Il cloud storage può offrire alle organizzazioni un vantaggio significativo in termini di protezione dei dati, insieme a opzioni di ripristino più flessibili. Ma man mano che il ransomware si sposta dall’endpoint agli spazi in cloud, crea nuovi rischi per le organizzazioni, in particolare per quelle realtà che hanno accelerato l’adozione del cloud durante la pandemia e hanno perso di vista dove risiedono i dati sensibili e chi vi ha accesso. Ciò crea una gestione delle credenziali più debole, lasciando spazio all’infiltrazione del ransomware. Aumenta il rischio di un attacco significativo alle infrastrutture critiche nazionali. Cresce il potenziale per un attacco informatico sostanziale, molto probabilmente in un’area come lo spazio energetico. Questo rischio è più presente in EMEA, ma è certamente in cima ai pensieri degli esperti di sicurezza informatica e difesa nazionale a livello globale. Il burnout avrà un impatto sulla resilienza informatica. In un settore che sta ancora affrontando una massiccia carenza di competenze, non dovremmo sorprenderci se il burnout influirà sulla capacità dei team di sicurezza di mantenere la copertura ventiquattr’ore su ventiquattro, necessaria per rispondere a una crisi in modo tempestivo. I responsabili della sicurezza dovranno sviluppare nuove strategie per le minacce alla supply chain. Le valutazioni standard di due diligence e sicurezza che i CSO hanno eseguito sulle terze parti non sono più adeguate . Regolamenti come la direttiva NIS 2.0 dell’UE e i fornitori di assicurazioni informatiche stanno costringendo le aziende a condurre valutazioni più frequenti e dinamiche del rischio della loro catena di approvvigionamento e a controllare meglio l’accesso che terze parti hanno alle loro reti. Aumento degli attacchi alle credenziali cloud, a meno che… Molte nuove applicazioni SaaS non si integrano con le soluzioni Single Sign-On (SSO) esistenti nelle organizzazioni. Di conseguenza, gli avversari si concentreranno sempre più sulla ricerca di questi punti di accesso più deboli (nuove applicazioni SaaS) per ottenere l’accesso ai dati aziendali e personali, a meno che i dipartimenti IT e di sicurezza non riescano a riportare l’Identity and Access Management (IAM) sotto controllo. Fonte:bitmat
Informazioni sulle minacce cyber: i social media le fonti preferite dai C-Level
Secondo uno studio Kaspersky in Italia il 52,5% delle grandi aziende si affida ai social network per raccogliere informazioni sulle minacce cyber e dati di Threat Intelligence. Nel tentativo di informarsi sulle ultime minacce informatiche provenienti dal dark web, una ricerca di Kaspersky ha rilevato che oltre la metà (52,5%) di tutti i dirigenti aziendali italiani si affida a notizie, blog di settore e social media per ottenere informazioni sulle minacce cyber e sui problemi di sicurezza informatica più urgenti all’interno delle grandi aziende. Per le persone che vivono sotto regimi oppressivi che bloccano gran parte di Internet, il dark web è un’ancora di salvezza che fornisce un accesso inestimabile alle informazioni e una protezione dalle persecuzioni. I dark web sono anche reti estremamente sofisticate e complesse utilizzate per attività dannose, che offrono ai criminali un ambiente ideale per svilupparsi, lontano dagli occhi indiscreti delle autorità. La mancanza di indicizzazione standard delle pagine web rende i dark web non ricercabili dagli strumenti di ricerca più diffusi e richiede alti livelli di competenza per poter decifrare e decodificare le attività criminali in corso in varie lingue. Tuttavia, se da un lato le informazioni sulle minacce cyber disponibili pubblicamente forniscono un servizio essenziale per tenersi aggiornati sulle questioni più recenti, dall’altro la dipendenza dal consumo di informazioni sulle notizie di tendenza e più “popolari” potrebbe limitare la C-Suite dallo sviluppo di una comprensione complessiva della vera natura delle minacce per la loro azienda e di come agire contro di esse. Per una migliore comprensione, solo il 41% dei C-level intervistati in Italia ha dichiarato di utilizzare attualmente esperti esterni per raccogliere informazioni sulle ultime minacce cyber sofisticate che emergono dal dark web. Per quanto riguarda i vari Paesi, il 50% dei dirigenti di livello C intervistati in Spagna hanno dichiarato che è più probabile che utilizzino esperti esterni per raccogliere informazioni che possono essere discusse durante le riunioni del consiglio di amministrazione, mentre i dirigenti di livello C intervistati nel Regno Unito sono stati i meno propensi ad affermare lo stesso (solo il 34%). “La nostra ricerca delinea il quadro di una C-Suite che ha bisogno di aiuto per comprendere le minacce alla sicurezza aziendale che si presentano ogni giorno. Il consumo di risorse disponibili pubblicamente e l’aumento del budget destinato alla formazione sono molto importanti per contribuire a sviluppare la consapevolezza, ma il panorama delle minacce è complesso e in continua evoluzione e comprende alcuni dei criminali più motivati e tecnologicamente sofisticati del pianeta. La realtà è che senza un approccio stratificato alla cybersicurezza che combini le risorse di notizie disponibili pubblicamente e la consapevolezza dei social media, con un’intelligence azionabile interpretata dal dark web da esperti, le aziende si difendono solo a metà contro le minacce”, ha spiegato David Emm, Senior Security Researcher, di Kaspersky. La ricerca Kaspersky ‘Separated by a common language: is the C-Suite able to decipher and act upon the real threat of cyberattacks?’ ha coinvolto 1.800 decision-maker di livello C di grandi aziende con 1.000 o più dipendenti in 12 Paesi. In Italia sono stati intervistati 200 decision maker C-Suite che operano in aziende con oltre 1.000 dipendenti. Fonte:bitmat
La Data Collaboration è uno strumento prezioso per le aziende. Ecco perchè
Le imprese sono pronte a investire in tecnologie che semplificano l’uso della data collaboration, per migliorare il profitto e contribuire a risolvere le più grandi sfide dell’umanità. Lenovoha presentato i risultati del report “Data for Humanity“, che mostra quanto sia fondamentale un approccio collaborativo ai dati per migliorare la stabilità e la sicurezza a livello globale.Questo gruppo di aziende, denominate Data Leader, registrano già benefici a livello finanziario da questo approccio, oltre tre quarti (78%) hanno evidenziato un incremento del fatturato negli ultimi 12 mesi, rispetto alla metà (50%) di quelle aziende che non hanno pieno controllo dei propri dati.Il report prevede che le aziende nei prossimi 12 mesi investiranno una media di 3 milioni di dollari in tecnologie e iniziative di data collaboration con l’aspettativa di aumentare i propri ricavi del 50%. Ma nonostante il profitto sia indubbiamente importante di questi tempi, emerge quanto sia altrettanto importante per i leader aziendali l’interesse sociale nell’uso collaborativo dei dati. L’utilizzo innovativo dei dati per il benessere della società Dallo studio risulta chiaro che i dati sono da considerare come una soluzione per aiutare le aziende ad affrontare le sfide del pianeta migliorando al contempo la stabilità finanziaria, con un quarto (26%) degli intervistati che dichiara di voler fare di più con i propri dati per il beneficio dell’umanità. I risultati indicano che la crisi energetica è considerato il principale pericolo da affrontare nei prossimi tre anni, con quasi tre quarti degli executive (71%) che dichiarano di aspettarsi un impatto da moderato a grave sul business. Tra le situazioni di rischio seguono il riscaldamento globale (59%), la scarsa assistenza sanitaria (53%) e la disparità di reddito (52%). Tuttavia, solo i due quinti (40%) degli intervistati hanno dichiarato che la loro azienda sta adottando misure nei prossimi tre anni per affrontare la crisi energetica, ancora meno per il riscaldamento globale (33%), la sanità (22%) e la parità di reddito (18%). La Data Collaboration come vantaggio per l’innovazione Con il miglioramento progressivo dei dataset e delle capacità di analisi, i senior executive ritengono che un approccio alla data collaboration sarà fondamentale per migliorare la stabilità globale e la sicurezza. Sebbene oltre un quinto (23%) non sappia come utilizzare i dati in un modo che abbiano un impatto sul pianeta, molti ritengono che la collaborazione possa portare vantaggi all’umanità, all’innovazione e al business. Le aziende stanno già adottando con partner e organizzazioni esterne iniziative di data collaboration per aiutare a migliorare l’istruzione (46%) e il commercio (46%), rafforzare le democrazie e i diritti umani (44%), sostenere iniziative ambientali (43%) e favorire l’innovazione (43%). Coloro che non hanno partecipato alle data partnership e agli ecosistemi citano i costi come ostacolo maggiore, seguito dalle preoccupazioni relative alla sicurezza, al rischio, e alla conformità . I Data Leader La ricerca di Lenovo identifica un gruppo elitario chiamato Data Leader e Data Follower. Nei prossimi tre anni, è più probabile che i Data Leader rispetto ai Data Follower agiscano contro la crisi energetica , la scarsa assistenza sanitaria , scarsa istruzione e il riscaldamento globale. I Data Leader hanno una maggiore percezione sull’importanza dei dati per risolvere queste sfide e l’efficacia dell’utilizzo dei dati nello sviluppo di iniziative ambientali, sociali e di governance. Al contrario, solo una minoranza (41%) dei Data Follower afferma di essere attivo in quest’ambito. I Data Leader sono maggiormente portati a utilizzare i propri dati per un mix di iniziative commerciali e sociali, piuttosto che per scopo di lucro. Ciò suggerisce che man mano che le organizzazioni diventano più avanzate nell’utilizzo dei propri dati, è più probabile che li utilizzino per il bene comune. Fonte:Bitmat
Social Engineering: un dovere includerlo nella formazione sulla sicurezza
Luca Maiocchi di Proofpoint fa il punto sul social engineering, considerato un aspetto fondamentale di ogni percorso di formazione alla cybersecurity. Obiettivo finale della formazione sulla sicurezza è trasformare gli utenti in difensori attivi dell’azienda, facendo comprendere loro il ruolo critico e di prima linea che svolgono nel contribuire a proteggerla. Devono sapere come gli aggressori li possono manipolare per attivare le loro campagne e perché vengono presi di mira. Ciò rende il social engineering, che svolge un ruolo in quasi tutti gli attacchi incentrati sull’uomo, un argomento fondamentale per la consapevolezza della cybersecurity. Cos’è il social engineering? Con il nome di social engineering si definisce un insieme di tecniche che i malintenzionati utilizzano per manipolare la psicologia umana, sfruttandola per ingannare o minacciare gli utenti affinché compiano azioni quali: Rivelare credenziali di accesso Consegnare dati sensibili Eseguire codice dannoso Trasferire fondi Perché gli attaccanti si affidano pesantemente all’ingegneria sociale in così tante campagne? Perché sanno che le persone sono il modo più semplice per accedere in un ambiente. (Inoltre, perché fare tutto il lavoro sporco quando si può chiedere a qualcun altro di farlo al posto nostro?). Come i cybercriminali usano il social engineering per ingannare le persone Quando si parla di social engineering nell’ambito della sensibilizzazione alla cybersecurity, è fondamentale analizzare anche come i criminali approfittino degli utenti, sfruttando: Emozioni, trasmettendo un senso di urgenza, generando eccitazione per un’opportunità o creando paura di perdere denaro o di fare qualcosa di sbagliato. Fiducia, fingendosi qualcuno di cui l’utente si fida o abusando di un marchio o di un’autorità fidata (come l’IRS, UPS, Amazon e Microsoft). Stanchezza, programmando gli attacchi quando gli utenti sono probabilmente più stanchi o distratti e più inclini a lasciare che sia la loro “mente emotiva” a guidare le loro decisioni. Tipologie di attacco di social engineering I corsi di sensibilizzazione alla sicurezza sull’ingegneria sociale dovrebbero esaminare queste tecniche comuni: Phishing. Questo metodo si riferisce all’invio di e-mail dannose per indurre le persone a fare qualcosa per conto dell’aggressore. Di solito si tratta di aprire un link pericoloso o un allegato contenuti nell’e-mail. Ricerche condotte da Proofpoint nel report “2022 State of the Phish” mostrano quanto questa tecnica sia diffusa ed efficace: nel 2021, l’86% delle organizzazioni ha dovuto affrontare attacchi phishing di massa. Nelle simulazioni di phishing, un utente su 5 ha aperto un allegato e-mail e uno su 10 ha cliccato su un link. Analisi dei social media. Gli aggressori utilizzano spesso i social media per raccogliere informazioni sugli utenti da sfruttare come parte di un’altra campagna. Ad esempio, potrebbero raccogliere da LinkedIn informazioni su un dirigente aziendale per poterlo impersonare in una campagna di phishing. Fingendosi tale, l’aggressore potrebbe prendere di mira gli utenti del dipartimento finanziario, chiedendo loro operazioni inusuali e urgenti. Gli sforzi di ricognizione dei malintenzionati possono anche includere la ricerca diretta di un obiettivo. Vishing (phishing vocale) e smishing (phishing via SMS/testo).Con queste tecniche di social engineering, gli aggressori utilizzano software di trasformazione vocale e messaggi di testo per effettuare chiamate automatiche o inviare messaggi SMS agli utenti. I messaggi spesso promettono regali o servizi in cambio di un pagamento. Attacchi telefonici. Come evidenziato nel report di Proofpoint “Human Factor2022“, negli ultimi mesi si è assistito a un’impennata di attacchi telefonici, noti anche come call-back phishing. Fulcro di questo approccio è la conversazione telefonica tra persone. Naturalmente, questi attacchi richiedono la partecipazione attiva della vittima, iniziano con un’e-mail che sembra provenire da una fonte legittima e include un numero di telefono per l’assistenza ai clienti. I chiamanti vengono collegati a falsi rappresentanti del customer service che guidano la vittima attraverso l’attacco, alla quale potrebbero chiedere di consentire l’accesso al proprio computer da remoto o di scaricare un file che si rivela essere un malware. Suggerimenti utili per gli utenti La formazione dedicata al social engineering dovrebbe concludersi con alcuni suggerimenti che gli utenti possono mettere in pratica subito. Questi i principali: Non fidarsi mai ciecamente di chi li contatta via e-mail, telefono o social media. Pensare sempre due volte prima di intraprendere qualsiasi azione, come ad esempio eseguire una richiesta di invio di denaro o di acquisto di carte regalo senza aver verificato che il mittente (e la richiesta stessa) siano legittimi. Non condividere mai informazioni personali, come numeri di telefono o indirizzi di casa, nei post sui social media. Fare attenzione a cliccare sui link e ad aprire gli allegati e non fornire mai a nessuno le proprie credenziali. Infine, è importate ricordare che il buon senso può aiutare molto a prevenire un attacco di social engineering. Se sembra troppo bello per essere vero, è molto probabile che si tratti di una truffa. E se qualcosa non sembra o non suona bene, probabilmente c’è davvero qualcosa che non va. di Luca Maiocchi, country manager di Proofpoint Fonte:Bitmat
Ottenere risultati con il Digital Marketing: il metodo pratico e analitico per imprenditori di Saverio Bruno
In questo articolo analizziamo il metodo Saverio Bruno per ottenere risultati positivi con il Digital Marketing Esiste un metodo efficace e realmente funzionante che permetta agli imprenditori, o a chi gestisce un business di qualunque genere, di ottenere risultati con il digital marketing? Secondo Saverio Bruno, imprenditore digitale e CEO di RIOLAB S.R.L., assolutamente sì e ce ne parlerà oggi in questo approfondimento dedicato. Digital Marketing: cos’è e, soprattutto, cosa non è Il Digital Marketing è l’insieme di attività strategiche, tecniche e creative che permettono ad un business di raggiungere determinati risultati come acquisire nuovi clienti, migliorare la percezione e la popolarità del brand, ottenere traffico sul sito web, sfruttando i canali digitali. Sicuramente non ha nulla a che fare qualsivoglia scorciatoia per il successo, perché la rete è sì luogo immenso e complicato ma anche piuttosto meritocratico. Contrariamente a quanto troppo spesso si pensa, il successo nel Digital Marketing non si misura con la popolarità di un post sui social o con il numero di persone che hanno letto un articolo del blog, ma dai risultati tangibili che tali attività hanno portato. Per Saverio Bruno, quindi, fare Digital Marketing significa innanzitutto pianificare degli obiettivi e, in seguito, mettere a frutto le risorse disponibili in azienda per raggiungerli come previsto. Qual è il metodo pratico e analitico che permette di ottenere risultati? Il metodo di Saverio Bruno si fonda sulla veridicità inconfutabile del dato numerico e, quindi, sulla capacità di saper leggere dati e di interpretarli. È quanto accade quotidianamente nella sua azienda, specializzata in campagne pubblicitarie online di vario genere e, quindi, fortemente motivata e impegnata sul monitoraggio di dati, flussi di numeri e performance, come si può vedere anche dai casi studio pubblicati sul suo sito. Prima ancora di leggere i dati ottenuti da una campagna, tuttavia, occorre fare un passo indietro e parlare di pianificazione, attività senza la quale sarebbe impossibile interpretare i risultati ottenuti da un investimento qualsiasi in Digital Marketing. La pianificazione è l’attività che permette di ragionare sulle risorse disponibili in un’azienda e su come impiegarle, sul medio e lungo periodo, per raggiungere obiettivi misurabili, razionali e valutabili in un arco temporale ben definito. Il processo segue una logica fondata sul dato numerico e sul riscontro empirico, quasi come avviene in un laboratorio scientifico. I flussi di dati, infatti, sono una risorsa dalle potenzialità enormi per chi li sa leggere. Ed è proprio a partire dalle analisi dei flussi di dati che inizia la pianificazione della strategia da intraprendere, soprattutto in base a precisi obiettivi da raggiungere ed in un arco temporale ben definito. Dati, bisogni e risposte: le applicazioni pratiche del metodo Nella pratica il metodo di Saverio Bruno si fonda su due pilastri fondamentali del Marketing Digitale, ovvero quello della Domanda Consapevole e della Domanda Latente. La prima consiste nei bisogni espressi, ovvero quelli che derivano dalle azioni compiute da parte di chi ha maturato la consapevolezza di avere un’esigenza e, quindi, di essersi attivato per trovarvi risposta. La Domanda Latente, invece, esprime bisogni inespressi e potenziali. Essa si caratterizza come la manifestazione di interesse da parte di utenti che vengono raggiunti da contenuti promozionali ma che, in quell’esatto momento, non erano attivamente alla ricerca di soluzioni ad un loro bisogno inespresso. Nel primo caso, quindi, l’utente è consapevole di aver bisogno di una soluzione ed è pronto ad effettuare un’azione, che sia essa un acquisto, una richiesta di preventivo, una prenotazione di appuntamento e così via. Il compito dell’esperto di Marketing, in questo caso, sarà farsi trovare primo rispetto alla concorrenza e, soprattutto, formulare un’offerta convincente. Nel caso della domanda latente, invece, l’utente inizierà a formulare dei pensieri circa il suo bisogno inespresso, ragion per cui sarà compito del Marketer guidarlo nel processo di acquisizione, da indecisione-riflessione ad azione-conversione. Entrambe le attività si inseriscono in un piano d’azione strutturato, che coinvolge differenti strumenti di lavoro e competenze. Tra queste figurano le analisi personalizzate, audit, con le quali il cliente viene messo al corrente della situazione di partenza, delle opportunità da cogliere e dei miglioramenti da porre in essere. Grazie ai dati raccolti in fase di analisi si procederà alla valutazione degli obiettivi da raggiungere per poi passare all’azione, attraverso gli interventi SEM e tutte le attività collaterali, dirette ed indirette che ne derivano. Funziona veramente? Assolutamente sì. Questo metodo, infatti, è stato applicato nell’azienda che lo stesso Saverio Bruno ha fondato, ovvero RIOLAB S.R.L.. Dai primi passi ad oggi questa realtà ha collezionato tutti gli obiettivi pianificati dal suo fondatore, dimostrando che con la giusta pianificazione e con la pazienza di saper attendere i tempi di maturazione di un processo così importante, si può crescere anche durante il più duro dei periodi di crisi. Fonte:Bitmat
Verso il 2023 e oltre! Da Mirakl 5 tendenze per eCommerce e retail
Mirakl presenta le previsioni che impatteranno i settori eCommerce e retail nel 2023, un anno che vedrà maggiore flessibilità, ampliamento dell’offerta e nuovi modi di monetizzare. I retailer moderni hanno mai affrontato più caos e imprevedibilità di quanto non succeda attualmente? All’inizio del 2022, le aziende attendevano con impazienza un anno di stabilità, un ritorno alla normalità dopo due anni di pandemia. Mentre il 2022 volge al termine e ci si rivolge al 2023, quelle stesse aziende si trovano su un terreno instabile, caratterizzato da riduzione del potere d’acquisto dei consumatori, instabilità globale, blocchi continui alla supply chain, e forse anche una recessione. Il panorama economico, il mondo retail ed eCommerce sono molto diversi rispetto a 12 mesi fa. In uno scenario in cui queste condizioni continuano a evolversi, i retailer cercano modi nuovi ed efficaci per servire i propri clienti. Mirakl, avanzata piattaforma SaaS di marketplace enterprise, analizza le cinque previsioni per l’eCommerce e il retail che impatteranno il settore nel 2023 (e oltre): Priorità e flessibilità, agilità e resilienza per i retailer. Uno degli aspetti che ha segnato il retail nel 2022 è stata la lotta ai superstore per gestire l’inventario invenduto. Poiché gli indicatori economici continuano ad evolvere, i retailer troveranno ancora più difficile prevedere i comportamenti di spesa anche dei loro clienti più affidabili. Dovremmo aspettarci di vedere i retailer concentrarsi sulla flessibilità, con l’obiettivo di rispondere alla domanda dei consumatori ed evadere rapidamente gli ordini senza assumersi le spese e il rischio di un magazzino pieno di merci potenzialmente non gradite. Nell’eCommerce, i retailer che hanno già fatto leva su modelli di piattaforma come drop ship e marketplace enterprise potranno raggiungere la flessibilità necessaria più facilmente per avere successo. Questi strumenti consentono ai rivenditori di condividere la responsabilità e la logistica del trasporto di una gamma prodotti più amplia, invitando i venditori di terze parti a evadere gli ordini senza dover mantenere un inventario fisico. I retailer con un approccio drop ship o marketplace consolidati saranno più resilienti agli improvvisi picchi di domanda che si verificheranno nel 2023, poiché potranno fare affidamento sugli articoli dei seller partner quando i loro prodotti di proprietà saranno esauriti. Gli acquirenti riducono le spese, ma non smettono di spendere. Non è una novità. Per i baby boomer e i millennial, l’incombente recessione rappresenta la terza o quarta grande crisi economica della loro vita (basti pensare alla Grande Recessione e la bolla delle dot-com). In questo scenario, non ci si aspetta che i consumatori accumulino i loro soldi e smettano di spendere del tutto. Invece, nel 2023, i consumatori sposteranno la loro spesa verso il basso. Che si tratti di TJ Maxx invece di Talbot, New Balance invece di Nike, o preferire prodotti usati rispetto ai nuovi, i consumatori cercheranno sempre opportunità per continuare a fare acquisti pur mantenendo un budget più conservativo. Per i retailer, l’obiettivo è prepararsi a questi cambiamenti dei consumatori, assicurando che i clienti fedeli abbiano opzioni più convenienti senza dover acquistare altrove. I brand famosi si estenderanno in aree inaspettate. Per i marchi è più facile ottenere più acquisti dai clienti esistenti piuttosto che ottenere nuovi clienti. Anche se i consumatori di tutto il mondo cercano di limitare le spese, i retailer cercheranno di attrarre i clienti migliori per aumentarne la spesa. Dal prossimo anno i brand inizieranno a pensare oltre al prodotto per offrire esperienze ai propri clienti. Dopo aver trascorso quasi due anni al chiuso, i consumatori si stanno concentrando sull’ottenere il massimo dalle loro relazioni e dal mondo che li circonda. Dovremmo aspettarci che questa attenzione alle esperienze, dai concerti agli eventi sportivi, dalle vacanze ai corsi di cucina, continui negli anni a venire. Nel 2023, i retailer dovranno prepararsi a questo cambiamento trovando nuovi modi per interagire con “l’experience economy”. Retail media: una nuova frontiera per i brand. L’arrivo dei retail media nel 2022, ha portato a nuove strategie di business da parte di brand e advertiser. Alcuni dei retailer più famosi al mondo hanno subito riconosciuto il potenziale di una nuova fonte di entrate, mentre gli inserzionisti hanno visto l’opportunità di raggiungere un pubblico di grande valore che viene “pre-targetizzato”, avendo già trascorso del tempo a navigare sul sito di un retailer. Se nel 2022 i marchi hanno iniziato a interessarsi al retail media, il 2023 sarà l’anno della sua ascesa. In una situazione di calo delle possibilità economiche dei consumatori, nessun brand rinuncerà all’opportunità di monetizzare facilmente i propri canali online. L’imprevedibilità continuerà a regnare. È un cliché, ma nel 2023 sarà indiscutibile: i retailer devono aspettarsi l’imprevedibile. I conflitti globali non mostrano segni di cedimento e l’economia continuerà a oscillare violentemente. In questo contesto, prima i rivenditori saranno in grado di accettare questo stato di imprevedibilità, meglio staranno nei mesi e negli anni a venire. Fonte:Bitmat