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Risparmio energetico: come agiscono le aziende italiane?

L’ultima ricerca di reichelt elektronik dimostra che le aziende investono su nuove tecnologie a favore di risparmio energetico e sostenibilità. Agire a favore della sostenibilità è un’azione comune intrapresa da tutte le aziende mondiali. Ma come si stanno muovendo le imprese italiane? Che misure prendono per il risparmio energetico? Le forti tensioni geopolitiche e la crisi economica hanno incentivato le aziende italiane, di ogni settore industriale, ad adottare misure di risparmio energetico, ricorrendo – in molti casi – a tecnologie all’avanguardia per arginare gli effetti del caro energia e dell’inflazione. Reichelt elektronik, uno dei più grandi distributori europei online di elettronica e di tecnologie IT, con un portfolio di oltre 130.000 prodotti, ha commissionato un’indagine alla società di ricerca OnePoll con l’obiettivo di intervistare 250 decision-maker IT in Italia appartenenti a diversi settori industriali per capire come si pongono le aziende italiane nei riguardi del risparmio energetico, analizzarne le preoccupazioni più imminenti e il loro livello di propensione ad effettuare ulteriori investimenti. Tecnologia e sostenibilità: una combinazione vincente Il tema del caro energia e, di conseguenza, delle possibili misure di risparmio energetico, è ormai da tempo al centro del dibattito pubblico-politico, ma anche in ambito aziendale ricopre un ruolo di primo piano. Il 64% dei rispondenti intervistati in Italia ha infatti dichiarato di aver investito in misure di risparmio energetiche negli ultimi 12 mesi, ad esempio installando sistemi fotovoltaici, monitorando i consumi di energia o abbassando le temperature degli ambienti. A questi si aggiunge il 27% delle aziende che ha affermato di non aver ancora effettuato investimenti in questa direzione, ma ha pianificato di farlo entro i prossimi 12 mesi. Tra le misure più diffuse, emergono in particolare: la sostituzione delle lampade tradizionali con quelle a LED (54%); la regolazione dei sistemi di riscaldamento degli ambienti a temperature più basse (45%); la sensibilizzazione della forza lavoro ad un utilizzo più consapevole delle risorse (43%); la sostituzione dei vecchi impianti di riscaldamento a gas con installazioni più efficienti dal punto di vista energetico (41%). Risparmio energetico: gli investimenti delle aziende italiane Si delinea dunque uno scenario in cui emerge la volontà delle aziende italiane di investire in nuove tecnologie. Il 72% di esse ha già avviato investimenti (o intende farlo) per l’installazione di un impianto fotovoltaico o per l’ampliamento di quello esistente. Il 60% delle aziende intervistate, invece, ha investito (o ha in programma di farlo) in sistemi di riscaldamento alternativo, come le pompe di calore. Le aziende italiane si stanno anche concentrando molto su investimenti a favore di tecnologie per il risparmio delle risorse: il 29% utilizza già tecnologie smart o altre tecnologie di controllo per il risparmio energetico delle macchine, mentre il 27% ha sostituito i vecchi impianti con nuovi macchinari o dispositivi più efficienti sul piano energetico. Secondo quanto emerso dalla ricerca di reichelt elektronik, questi investimenti hanno già generato dei successi tangibili per le aziende italiane: circa un quarto di esse (25%) è riuscita a risparmiare tra l’11 e il 20% di energia, mentre il 22% ha ottenuto risparmi più significativi, tra il 41 e il 60%. Burocrazia e budget ostacolano gli investimenti in nuove tecnologie Emergono tuttavia anche alcune preoccupazioni. Oltre la metà (53%) delle aziende italiane rispondenti al sondaggio, infatti, afferma che la mancanza di budget e disponibilità economiche ridotte siano la principale ragione per cui, ad oggi, non ha effettuato o pianificato alcun investimento per il risparmio energetico. Il 21% dei decision-maker IT, invece, ritiene che attualmente non sono necessari investimenti urgenti per ridurre i dispendi energetici. Un altrettanto 21% delle aziende italiane confida in tempi migliori e preferisce attendere la disponibilità di tecnologie più economiche. Ma l’ostacolo maggiore all’adozione di misure di risparmio energetico restano le lunghe procedure burocratiche. Circa un terzo (31%) delle aziende italiane intervistate ritiene che i processi burocratici e i lunghi iter di approvazione rendano i progetti incredibilmente lunghi e costosi. Il 28% considera invece le nuove tecnologie o la loro installazione troppo dispendiosa dal punto di vista economico. Il 23% ritiene di avere difficoltà a sapere quale tecnologia prevarrà nel lungo periodo. Ciononostante, il 66% è molto o abbastanza soddisfatto delle normative esistenti e di quelle adottate dalla propria azienda per incentivare il consumo energetico. In linea generale, il 44% delle aziende italiane concorda sul fatto che la tutela dell’ambiente, in questo caso attraverso misure di risparmio energetico, è molto importante per la propria azienda per dare un contributo positivo alla società. Costi elevati e mancanza di fiducia Nel complesso, la maggior parte (70%) dei rispondenti al sondaggio di reichelt elektronik sembra soddisfatta delle misure adottate dalla propria azienda, ma non per tutti è così. Il livello di frustrazione per gli elevati costi energetici (32%) e l’idea che la propria azienda non stia facendo abbastanza per risparmiare energia (30%) rappresentano l’altra faccia della medaglia, con il 17% delle aziende intervistate che ritiene che le misure di risparmio energetico non stanno producendo i risultati desiderati. Non solo: secondo il 26% delle aziende coinvolte nel sondaggio, i dipendenti prestano poca attenzione alle norme in vigore sul risparmio energetico. In altre, non vengono proposte nuove idee sul tema (25%), diminuiscono gli investimenti (24%) o i progetti avviati non vengono portati a termine (16%). Parallelamente, il 69% degli intervistati afferma che la loro competitività sarà compromessa se i prezzi dell’energia rimarranno così alti, mentre quasi la metà delle aziende (45%) non sarà più in grado di operare economicamente. Per questo motivo, il 45% degli intervistati vorrebbe che il governo fornisse più sostegno alle aziende particolarmente colpite dall’aumento dei costi energetici. Risparmio energetico: l’outsourcing resta l’unica soluzione? Nonostante tutti gli investimenti portati a termine per risparmiare energia, molte aziende hanno scelto la strada dell’outsourcing. Il 31% di esse sta attualmente trasferendo all’estero, in tutto o in parte, i processi ad alta intensità energetica, o ha già compiuto questo passo, a fronte del 36% delle aziende che ha in programma di farlo. “I dati emersi da questa ricerca testimoniano, almeno in parte, la lungimiranza delle aziende italiane, che hanno scelto di investire in

Trust Generative AI integra ChatGPT ai dati aziendali

Making Science presenta Trust Generative AI, la soluzione che permette di utilizzare la potenza dell’AI generativa di OpenAI con i dati contenuti nei database. Il mondo sta iniziando a conoscere e sfruttare la potenza dell’intelligenza artificiale generativa e un nuovo passo avanti viene fatto. Making Science, società internazionale specializzata nell’accelerazione digitale, ha lanciato sul mercato Trust Generative AI, strumento che sfrutta il potenziale del tool di OpenAI su cui si basa ChatGPT integrandolo con i dati proprietari dell’azienda e restituendo così contenuti più precisi, utili e allineati all’azienda, che mantiene il pieno controllo dei propri dati. Non solo: la nuova piattaforma proprietaria, frutto dell’attività di ricerca e sviluppo della società internazionale che opera in 13 paesi, risponde a un altro problema rilevato nei principali modelli di generative AI, ovvero l’assenza di informazioni aggiornate. Se i modelli di linguaggio di ChatGPT sono stati “allenati” con dati fino a settembre 2021, il training set alla base degli algoritmi di Trust Generative AI attinge anche ai dati aziendali recenti. Le potenzialità di Trust Generative AI La prima applicazione testata con successo è stata realizzata proprio in Italia, dove Making Science conta tre diverse sedi tra Milano, Padova e Rimini. Per il marketplace riminese Ventis, acquisito nel 2021 dalla società internazionale, Trust Generative AI ha “creato” infatti in pochi minuti un catalogo con 100 mila prodotti: le descrizioni sono risultate per il 95% allineate a quelle redatte dal dipartimento editoriale con un costo di circa 10 mila volte inferiore. Sviluppato con Google Cloud Platform e OpenAI grazie alla solida partnership fra Making Science e il colosso di Mountain View, questo nuovo strumento si presta a numerose applicazioni: oltre alle descrizioni di prodotti può generare ad esempio e-mail o FAQ o può gestire il call center aziendale attraverso la creazione automatica di messaggi audio. Un’innovazione che potenzia, e non sostituisce il fattore umano “La Generative AI porta con sé diversificazione e varietà nella generazione dei contenuti”, spiega José Antonio Martínez Aguilar, CEO Making Science, “ma almeno per un po’ di anni avrà bisogno di essere supervisionata dagli umani allo stesso modo in cui oggi controlliamo le auto mentre corrono in modalità self-driving”. Ecco che garantendo il controllo dei dati “Trust Generative AI consente alle imprese di guidare l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa e di guardare con fiducia a questa innovazione”. “Questo nuovo strumento”, aggiunge Victor Vassallo, Managing Director di Making Science Italia, “si affianca ad ad-machina, piattaforma dedicata alla generazione di inserzioni Google basata sul linguaggio naturale, e ci consente di accompagnare come partner tecnologico le imprese nella sfida di cogliere, e declinare sul proprio modello di business, a partire dall’analisi dei dati aziendali, tutto il potenziale della rivoluzione impressa dall’AI generativa. Le realtà che scelgono di cogliere già oggi questa opportunità, con cui inevitabilmente in un futuro non troppo lontano tutte le imprese dovranno fare i conti, avranno un grande vantaggio competitivo”. Fonte:bitmat

Criminalità informatica sottovalutata dal 66% degli italiani

Secondo uno studio di Kaspersky gli utenti sono poco consapevoli dei pericoli della criminalità informatica eppure ritengono di essere informati sulla sicurezza online. I pericoli online sono sempre in agguato, mantenere alta la guardia e avere un’adeguata informazione sulle minacce informatiche è un buon punto di partenza per proteggersi. Una ricerca Kaspersky sull’atteggiamento dei consumatori nei confronti della cybersecurity ha rilevato che il 66% degli italiani tra 25 e 54 anni ritiene di essere informata sulla sicurezza online. Nonostante due utenti su tre sappiano cos’è il phishing, il 23% ne è vittima e di questi solo il 35% ha preso provvedimenti, confermando la tendenza a non prendere abbastanza sul serio la minaccia della criminalità informatica, nonostante la consapevolezza dei possibili pericoli e di ciò che potrebbe accadere. La maggior parte degli utenti che cerca di proteggersi dagli attacchi di phishing blocca il numero telefonico o l’email dannosa (64,8%), si informa online sulla fonte dello scam (48,4%) o ad esempio, lo segnala al brand che l’attacco cerca di imitare (34,3%). “È chiaro che, nonostante conoscano i rischi della criminalità informatica, molti adulti continuano a rischiare a causa di un approccio non corretto alla sicurezza online. La condivisone di informazioni personali online e non verificare le condizioni di privacy sono solo due esempi di come gli utenti si rendano vulnerabili agli attacchi informatici”, ha commentato David Emm, Principal Security Researcher di Kaspersky. “Fin da piccoli ci viene insegnato che le nostre azioni hanno delle conseguenze, e questo vale anche per la sicurezza informatica. Se si spera semplicemente che le conseguenze svaniscano o che non si verifichino, è solo questione di tempo prima di subire una violazione. A mio avviso, è indispensabile un maggior impegno per spiegare le reali conseguenze di essere vittime di una frode”. Utenti poco consapevoli delle minacce della criminalità informatica Secondo la ricerca, pur conoscendo i rischi, la maggioranza degli italiani è disposta a condividere informazioni personali online. Il 60% ammette, infatti, di inserire informazioni personali come il proprio nome e la propria posizione sui social media. È allarmante che oltre la metà degli intervistati non controlli le proprie impostazioni sulla privacy (55,5%) e risponda a quiz sui social media. Infine, quasi il 50% utilizza ancora informazioni personali, come la squadra di calcio preferita o il nome del primo animale domestico, per ricordare le proprie password. “La criminalità informatica sta diventando sempre più sofisticata e non possiamo permetterci di essere così poco attenti quando si tratta di agire. È necessario che un numero maggiore di utenti prenda sul serio la criminalità informatica, altrimenti saranno loro stessi e la prossima generazione a pagarne il prezzo”, ha concluso David Emm. Più consapevolezza ed educazione alla sicurezza online sono necessarie per combattere la sempre maggiore diffusione delle truffe di phishing e insegnare alle nuove generazioni i pericoli della criminalità informatica. Kaspersky invita a prendere sul serio la sicurezza online e ad adottare le misure necessarie per proteggersi dalla criminalità informatica. Fonte:Bitmat

Link Building e backlink: perchè sono importanti per il posizionamento del tuo sito web

Google premia i siti più autorevoli e affidabili: per questo vale la pena investire in Link Building e in una corretta strategia di backlink Google nel corso degli anni ha elaborato delle politiche sempre più stringenti per il posizionamento dei siti web nelle pagine del suo motore di ricerca e per le imprese che vogliono comparire in alto è fondamentale aumentare la propria autorevolezza con ogni mezzo possibile. Tra gli strumenti più efficaci che le imprese possono sfruttare con questo fine troviamo la Link Building, una tecnica SEO finalizzata ad aumentare la quantità di link in ingresso, provenienti da siti di qualità e pertinenti, così da ‘convincere’ Google della bontà del sito in termini di autorevolezza e affidabilità. Cos’è la Link Building? Molti siti e blog pur prestando una grande attenzione ai propri contenuti e alla scelta delle parole chiave che soddisfano i requisiti delle ricerche dei motori di ricerca non ottengono risultati soddisfacenti perché il lavoro di inserimento di link, interni ed esterni, avviene in maniera perlopiù casuale. Con la Link Building, invece, si vanno a costruire ad hoc dei backlink (collegamenti ipertestuali a senso unico) col fine ultimo di migliorare il proprio posizionamento sui motori di ricerca. Se in passato per posizionare un sito in una buona posizione sulle pagine delle ricerche era sufficiente lavorare sulla qualità dei contenuti di modo che altri siti avrebbero potuto linkarlo e raccomandarlo come fonte affidabile oggi questo non funziona più perché quasi tutti i siti web professionali utilizzano l’attributo ‘nofollow’ quando linkano altri siti e questo non attiva i meccanismi di Link Building. Backlink: che caratteristiche devono avere? La strategia di Link Building può essere applicata anche ai link interni ma trova la sua massima applicazione con i link esterni: i link inseriti in una nostra pagina o articolo che puntano a siti esterni e che possono essere inseriti con l’attributo ‘dofollow’ o come accennavamo prima ‘nofollow’. Per ragioni legate alla SEO e al posizionamento sui motori di ricerca è fondamentale che il backlink ricevuto abbia attributo rel=dofollow. I backlink con attributo rel=nofollow linkano in genere a delle url appartenenti a siti web sconosciuti o social networks e hanno meno importanza dal punto di vista SEO: in pratica è come se questi siti non si prendessero la responsabilità della qualità del tuo sito o blog e dicessero al motore di ricerca che non vogliono esser complici di un miglior posizionamento di un sito che di fatto non conoscono. Il regolamento di Google più recente prevede che tutti i link relativi ad attività pubblicitarie siano nofollow, non contribuendo all’indicizzazione. I backlink no follow comunque contribuiscono alla diffusione del sito e in combinazione con i link dofollow servono per dare vita a un profilo backlink più naturale e quindi meno sospetto per i motori di ricerca. Esistono poi gli attributi UGC, utilizzati se il link viene inserito da un utente e Sponsored, quando il collegamento ipertestuale fa parte di un accordo promozionale. A fare la differenza in termini di ranking sui motori di ricerca non è la quantità dei backlink ma piuttosto la loro qualità. Perché i backlink sono importanti? La Link Building è un elemento centrale all’interno di un’adeguata strategia SEO perché Google stessa dichiara che un webmaster migliora la posizione del suo sito se questo ottiene più link in entrata da siti anch’essi autorevoli e che utilizzano un anchor text fortemente pertinente all’area semantica su cui il sito linkato vuole posizionarsi o diventare autorevole. Più i backlink sono di qualità e più sono i vantaggi per la SEO. Un link è di alta qualità se proviene da un sito web con argomenti simili a quelli proposti dal tuo sito e che è rilevante nel settore mentre è di bassa qualità se proviene da siti web non autorevoli o che trattano argomenti molto diversi. È inoltre importante essere presenti su siti che rispettano le linee guida di Google e un altro elemento fondamentale è la naturalezza dell’anchor text, che devo fornire all’utente un’idea precisa di cosa troverà cliccando sul link. Altro dettaglio da non trascurare è che il backlink deve essere posto in evidenza e che quindi deve essere ben visibile di modo da aumentare le probabilità che venga cliccato. Conclusione Ci sono varie tecniche di Link Building ma va sottolineato che una strategia corretta si basa sulla presenza congiunta di contenuti di qualità che attirano in maniera naturale link in ingresso e la generazione di citazioni e menzioni, cioè l’influencer marketing, che si muove su canali come blog e social media. I backlink svolgono un ruolo da attori protagonisti per il posizionamento di un sito nei motori di ricerca e, al contrario, se non sono curati nel modo adeguato, possono incidere negativamente decretando la fine di un sito web o un blog. I backlink sono infatti il principale strumento utilizzato dai motori di ricerca per indagare il grado di autorevolezza di una pagina web e quindi è un’attività in cui vale la pena investire tempo e risorse. Fonte:bitmat

Cyberattacchi in crescita: il ransomware continua a minacciare il mondo

CPR condivide un’analisi dei cyberattacchi a livello globale specificando quali sono le regioni e i settori più colpiti. Nessuna azienda, a livello globale, è al sicuro. È necessario stare sempre in guardia ed essere pronti a proteggersi da cyberattacchi sempre più frequenti. Sebbene il volume dei cyberattacchi sia aumentato solo marginalmente, abbiamo assistito a diverse campagne ben strutturate da parte di criminali informatici che stanno trovando il modo di sfruttare diversi strumenti per scopi malevoli. Gli esempi più recenti includono l’utilizzo di ChatGPT per la code generation che può aiutare gli attaccanti meno esperti a lanciare cyberattacchi senza sforzo e la trasformazione dell’app 3CXDesktop in un trojan per colpire le supply chain e lo sfruttamento della vulnerabilità RCE critica nel servizio “Microsoft Message Queuing” (comunemente noto come MSMQ). Il team di Check Point Research (CPR), la divisione Threat Intelligence di Check Point Software, ha anche scoperto Rorschach il ransomware più veloce a cifrare dati, il che dimostra come gli attaccanti continuino a perpetrare i loro crimini a ritmo incalzante senza segni di rallentamenti. Cyberattacchi globali complessivi Nel Q1 2023, la media globale dei cyberattacchi settimanali è aumentata del 7% rispetto al periodo corrispondente del 2022, con ogni organizzazione che ha dovuto affrontare una media di 1.248 attacchi a settimana. Cyberattacchi globali per settore  Nel Q1 2023, il settore Education/Research è stato il più colpito, con una media di 2.507 cyberattacchi settimanali per organizzazione, pari a un’impennata del 15% rispetto al primo trimestre del 2022. Il settore Government/Military è stato il secondo più bersagliato con una media di 1.725 attacchi a settimana, con un aumento del 3% rispetto all’anno precedente. Il settore Healthcare ha registrato un aumento significativo con una media di 1.684 attacchi a settimana, segnando una crescita del 22% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, il cambiamento più importante si è verificato nel settore Retail/Wholesale, che ha registrato il più alto aumento, con il 49% in più rispetto all’anno precedente e una media di 1.079 attacchi a settimana. Cyberattacchi complessivi per regione Nel Q1 2023, la regione africana ha registrato il numero più alto di cyberattacchi medi settimanali per organizzazione, con una media di 1.983, che indica una diminuzione marginale del 2% rispetto al primo trimestre del 2022. Al contrario, la regione APAC ha registrato l’aumento più significativo su base annua, con un’impennata del 16%, raggiungendo una media di 1.835 attacchi per organizzazione, seguita dalla regione nordamericana, che ha visto un aumento del 9% su base annua, arrivando a 950 attacchi medi settimanali per organizzazione. L’Europa si classifica quarta, con una media di 1.025 attacchi per settimana, ma con il 6% di crescita degli attacchi nello stesso periodo. C’è un miglioramento nella consapevolezza dei pericoli posti dai cyberattacchi e delle loro conseguenze, come dimostra l’introduzione di normative e politiche in vari Paesi – alcune norme sulla cybersecurity sono state recentemente riviste e le autorità di regolamentazione stanno attualmente valutando proposte volte a migliorare la segnalazione degli incidenti, la divulgazione delle informazioni, la supervisione e l’ammodernamento della legislazione obsoleta. Le modifiche proposte, che dovrebbero essere attuate nel corso di quest’anno, richiederebbero alle aziende di aggiornare i loro programmi di compliance in materia di cybersecurity, coprendo aree quali la corporate governance, i requisiti di notifica e reporting, nonché la gestione e la sicurezza degli asset. 1 organizzazione su 31 ha subito un attacco ransomware Nel Security Report 2023, Check Point Research ha illustrato in dettaglio come l’attribuzione delle operazioni ransomware e la tracciabilità degli attori delle minacce possano diventare ancora più difficili. Al contrario, l’attenzione si concentrerà maggiormente sulla cancellazione dei dati e sul rilevamento dell’esfiltrazione. CPR ha segnalato un preoccupante orientamento verso sofisticati malware progettati per distruggere il sistema compromesso e consiglia alle organizzazioni di adottare misure adeguate. Attacchi ransomware per regione Nel Q1 2023, circa 1 organizzazione su 31 in tutto il mondo ha subito un attacco ransomware su base settimanale – ciò rappresenta un aumento dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2022. L’Europa ha registrato numeri migliori, in linea con la media mondiale: ogni settimana, 1 organizzazione su 43 ha subito un attacco ransomware. Attacchi ransomware per settore Nel Q1 2023, il settore Government/Military è stato il più bersagliato dagli attacchi ransomware, con una media di 1 organizzazione su 20 colpita su base settimanale. Questo dato rappresenta un leggero calo del 2% rispetto all’anno precedente. Il settore Finance/Banking è stato il secondo più colpito, con circa 1 organizzazione su 25 registrando una crescita del 32% rispetto all’anno precedente. Il settore Education/Research è stato il terzo settore più colpito, con 1 organizzazione su 26 colpita da ransomware, il che indica un calo dell’8% rispetto all’anno precedente. Consigli per proteggersi dai cyberattacchi Patch aggiornate: mantenere aggiornati i computer e i server e applicare le patch di sicurezza, soprattutto quelle più critiche, può aiutare a limitare la vulnerabilità dell’organizzazione ai cyberattacchi. Formazione sulla cybersecurity awareness: una formazione frequente in materia di cybersecurity è fondamentale per proteggere l’organizzazione dai possibili attacchi. Tra le tante cose, questa formazione è volta a istruire i dipendenti a fare quanto segue: Non cliccare su link malevoli Non aprire mai allegati inaspettati o non attendibili Evitare di rivelare dati personali o sensibili Verificare la legittimità del software prima di scaricarlo Non collegare mai una USB sconosciuta al proprio computer Utilizzare una migliore prevenzione delle minacce: la maggior parte degli attacchi ransomware può essere rilevata e risolta prima che sia troppo tardi. Per massimizzare le possibilità di protezione, è necessario che l’organizzazione disponga di un sistema automatico di threat detection e prevention. Software aggiornato. gli attaccanti a volte trovano un punto di ingresso all’interno di applicazioni e software, notando le vulnerabilità e sfruttandole. Fortunatamente, alcuni sviluppatori cercano attivamente nuove vulnerabilità e le correggono. Per sfruttare queste patch, è necessario disporre di una strategia di gestione delle patch e assicurarsi che tutti i membri del team installino le ultime versioni. La prevention è meglio della detection: molti sostengono che i cyberattacchi siano inevitabili e che quindi l’unica cosa da fare è investire in tecnologie in grado di rilevare l’attacco una

A caccia di phishing con ChatGPT

Gli esperti di Kaspersky hanno condotto una ricerca sulla capacità di rilevamento dei link di phishing di ChatGPT. Condividiamo i risultati. Tra curiosità e timori ChatGPT, un modello linguistico alimentato dall’intelligenza artificiale, è stato oggetto di discussione nel mondo della cybersecurity per il suo possibile utilizzo nella creazione di e-mail di phishing e per il suo impatto sulla sicurezza del lavoro degli esperti di cybersecurity, nonostante i suoi sviluppatori abbiano sottolineato che è troppo presto per applicare questa nuova tecnologia a domini ad alto rischio. Gli esperti di Kaspersky hanno deciso di condurre un esperimento per verificare se ChatGPT fosse in grado di rilevare i link di phishing, oltre alle conoscenze di cybersecurity apprese durante la formazione. Gli esperti dell’azienda hanno testato gpt-3.5-turbo, il modello alla base di ChatGPT, su oltre 2.000 link che le tecnologie anti-phishing di Kaspersky consideravano tali e li hanno mescolati con migliaia di URL sicuri. I risultati dell’esperimento Nell’esperimento, i tassi di rilevamento variano a seconda del prompt utilizzato. L’esperimento si basava sul porre a ChatGPT due domande: “Questo link porta a un sito web di phishing?” e “Questo link è sicuro da visitare?”. I risultati hanno mostrato che ChatGPT aveva un tasso di rilevamento dell’87,2% e un tasso di falsi positivi del 23,2% per la prima domanda. Per quanto riguardava la seconda, sono stati riscontrati tassi di rilevamento e di fasi positivi superiori, rispettivamente pari al 93,8% e al 64,3%. Se la percentuale di rilevamento è molto elevata, quella dei falsi positivi è troppo alta per qualsiasi tipo di applicazione produttiva. ChatGPT potrebbe aiutare a classificare e analizzare gli attacchi? Dal momento gli attaccanti generalmente inseriscono brand popolari nei loro link per ingannare gli utenti e far loro credere che l’URL sia legittimo e appartenga a un’azienda rispettabile, il modello linguistico dell’intelligenza artificiale mostra risultati impressionanti nell’identificazione di potenziali obiettivi di phishing. Per esempio, ChatGPT è riuscito a estrarre un obiettivo da oltre la metà degli URL, compresi i principali portali tecnologici come Facebook, TikTok e Google, i marketplace come Amazon e Steam e numerose banche di tutto il mondo, tra gli altri, senza alcun apprendimento aggiuntivo. L’esperimento ha anche dimostrato che ChatGPT potrebbe avere seri problemi quando si tratta di dimostrare il proprio punto di vista sulla decisione di classificare il link come dannoso. Alcune spiegazioni erano corrette e basate sui fatti, altre hanno rivelato i limiti noti dei modelli linguistici, tra cui allucinazioni e affermazioni errate: molte spiegazioni erano fuorvianti, nonostante il tono sicuro. Esempi di spiegazioni fuorvianti fornite da ChatGPT “ChatGPT è sicuramente molto interessante nell’aiutare gli analisti esperti a rilevare gli attacchi di phishing, ma i modelli linguistici hanno ancora i loro limiti. Sebbene possano essere alla pari di un’analista di phishing di livello intermedio, quando si tratta di ragionare su questi attacchi e di estrarre i potenziali obiettivi, tendono ad avere allucinazioni e produrre risultati casuali. Quindi, anche se non rivoluzioneranno ancora il panorama della cybersecurity, potrebbero comunque essere strumenti utili per la comunità”, ha commentato Vladislav Tushkanov, Lead Data Scientist di Kaspersky. Alcuni suggerimenti di sicurezza da Kaspersky Per essere sempre protetti, gli esperti di Kaspersky consigliano: Per la cybersecurity aziendale, è indispensabile dotarsi di uno strumento in grado di rilevare e prevenire le intrusioni nelle loro fasi iniziali, che utilizzi modelli avanzati di apprendimento automatico per filtrare gli eventi banali e inviare solo quelli più preoccupanti ad analisti esperti. Questo servizio migliora la capacità di un’azienda di resistere alle minacce informatiche, ottimizzando l’uso delle risorse umane esistenti. È fondamentale fornire al personale una formazione di base di cybersecurity. Anche la simulazione di attacchi di phishing può contribuire a far sì che il personale sappia distinguere le e-mail di phishing. Per migliorare la cybersecurity è consigliabile utilizzare le informazioni di Threat Intelligence più recenti per essere consapevoli delle TTP (tattiche, tecniche e procedure) utilizzate dagli attori delle minacce. Fonte:bitmat

Commercio omnicanale: 5 best practice per i negozi fisici

Per un eCommerce di successo è importante sviluppare il commercio omnicanale in cui negozio fisico e online coesistono. Negli ultimi anni, il commercio online ha mostrato una decisa impennata, creando nuove sfide per gli esercenti dei negozi fisici e aprendo la strada allo sviluppo del commercio multi e omnicanale. Come mostrato da Eurostat, dal 2012 al 2022 la percentuale di utenti internet che dichiarano di acquistare o di aver acquistato sul web ha subito un incremento di 20 punti percentuale, passando dal 55% al 75%. Eppure, i negozi “offline” continuano a risultare attraenti per il cliente. Lo dimostrano le percentuali di fidelizzazione: 7% per i negozi fisici contro il 2,8% dei punti vendita online. L’interazione tra commercio analogico e digitale rimane quindi fondamentale. Se da un lato molti esercenti hanno “digitalizzato” e reso più smart la propria attività con gli strumenti dell’omnicanalità – come pagamenti Pay By Link, finalizzabili online in qualsiasi momento, e modalità di acquisto Click & Collect per acquistare online e ritirare la merce in negozio –, dall’altro il commercio online può farsi sempre più “personale” prendendo spunto dalle tecniche di vendita dell’offline e creare, così, un’esperienza su misura per il cliente. Il commercio omnicanale è la strada da seguire, lo confermano i dati È quanto sottolinea Payplug, la soluzione di pagamento online e omnicanale per PMI, grandi aziende e fintech, nel nuovo ebook “Come puoi trarre ispirazione dalle best practice del commercio fisico per il tuo e-commerce” (realizzato in collaborazione con Skeepers e Sendcloud), evidenziando l’importanza di un’interazione positiva e continuativa con il cliente anche nell’online. Perché il cliente vuole, prima di tutto, essere “riconosciuto” e “ricordato”. “Negli ultimi anni, le possibilità offerte al cliente per entrare in contatto con un brand o con un esercente si sono moltiplicate. La sfida che abbiamo davanti è rendere l’esperienza del cliente unificata e ‘senza cuciture’ attraverso tutti i mezzi a disposizione dell’esercente”, commenta Mirella Bengio, Country Manager Italia di Payplug. “È una strada suggerita dai dati: se infatti il cliente medio instaura un dialogo con un brand attraverso una media di 3,7 punti di contatto diversi, è però vero che il 90% dei consumatori si aspetta un’esperienza unificata e coerente. Per fare questo, dobbiamo identificare i punti di forza di entrambi i modelli, fisico e digitale, e unirli virtuosamente. Ecco perché, come Payplug, incoraggiamo gli esercenti ad adottare servizi di commercio omnicanale come quelli che offriamo”. Le 5 best practice di Payplug Punto di forza del commercio omnicanale è infatti proprio questo: unire il meglio dell’esperienza online e offline, per massimizzare le potenzialità di vendita e di fidelizzazione del cliente, avendo come parola d’ordine la personalizzazione. Ecco quindi da Payplug le 5 best practice del commercio offline che ogni esercente dovrebbe applicare per migliorare il proprio e-commerce. 1. Come rassicurare il cliente nel percorso digitale: la sicurezza dei pagamentiTra le principali motivazioni che spingono i consumatori a preferire i negozi fisici a quelli online figura la preoccupazione per la sicurezza dei propri dati personali o dei metodi di pagamento utilizzati per finalizzare l’acquisto. Basti pensare che il 64% dei consumatori europei ha identificato la difficoltà del processo di acquisto come motivo di preoccupazione durante il processo di acquisto online. A volte, questo è dettato da incertezze relative alla mancanza di addetti fisici alle vendite che sappiano rassicurare il cliente e fornirgli maggiori informazioni sull’operazione. Complessivamente, elementi come facilità e sicurezza del processo di acquisto influiscono sulla decisione finale di completare o meno la transazione per l’84% dei consumatori europei. Per gli esercenti online, le sfide sono dunque duplici: garantire la stessa sicurezza di un negozio fisico, e offrire un’esperienza fluida e senza intoppi. 2. Come acquisire nuovi clienti attraverso recensioni e Social Proof Nell’offline si chiama “passaparola”, nell’online si chiama Social Proof. Con un’offerta di brand ed e-commerce sempre più ampia, le recensioni e le opinioni degli acquirenti passati svolgono un ruolo fondamentale nel processo di acquisizione di nuovi clienti: secondo i dati disponibili, l’87% dei consumatori legge le recensioni di un prodotto o di un esercente prima di effettuare un acquisto online. Il suggerimento agli esercenti online che vogliono comunicare al meglio la fiducia dei propri clienti tocca quindi due aspetti essenziali: in primo luogo, dotarsi di una piattaforma che possa raccogliere in un unico luogo tutte le recensioni. Poi, ingaggiare i propri clienti attraverso i social media attraverso lo User-Generated Content: in questo modo, sarà possibile per il potenziale acquirente non solo ascoltare l’opinione di un cliente su uno specifico prodotto, ma anche osservarlo in video (o in foto) e in varie fasi del suo utilizzo. 3. Come interagire con il cliente: il commercio conversazionaleTra le potenzialità del commercio omnicanale, una in particolare può replicare l’esperienza faccia-a-faccia, e in tempo reale, di una vendita al dettaglio in un negozio fisico: il commercio conversazionale, ovvero la strategia di vendita online che, partendo dalla domanda di un potenziale cliente, sfrutta l’interazione per concludere una vendita in diretta. Il commercio conversazionale permette all’esercente di avanzare direttamente a una fase avanzata del funnel di conversione, senza che il cliente debba visitarne il punto vendita fisico o l’e-commerce. Per mettere in pratica questa strategia, i link di pagamento (Pay by Link) sono una strategia agile ed efficace: attivabili via SMS, e-mail o messaggistica istantanea, consentono infatti al consumatore di finalizzare il pagamento in qualsiasi momento e on-the-go, indirizzando direttamente all’apposita, e sicura, pagina di pagamento dell’esercente. 4. Come prevenire l’abbandono del carrello con il commercio omnicanale Non sempre il cliente è pronto a concludere la transazione immediatamente, e questo potrebbe portare a carrelli abbandonati e, dunque, a vendite mancate. Per evitare questo inconveniente tipico dell’online, due sono le tecniche di vendita da mutuare dal commercio offline: l’up-selling, proporre un prodotto di prezzo più alto al cliente, e il cross-selling, ovvero suggerire prodotti complementari a chiusura del carrello, così da convincere anche gli indecisi. Non solo: l’abbandono del carrello può avvenire anche in fase di pagamento, e spesso per una mancata percezione di fiducia del cliente nei confronti della pagina di

Attacchi ransomware e al cloud in aumento: quali le cause?

Secondo il rapporto annuale di Thales il lavoro ibrido apre le porte ad attacchi ransomware sempre più frequenti. L’errore umano è la causa principale. Anche se le posizioni di sicurezza informatica delle aziende è notevolmente migliorata, le minacce informatiche non accennano a diminuire. Lo conferma il Rapporto Annuale sulle Minacce Informatiche (2023 Thales Data Threat Report) pubblicato da Thalese condotto su circa 3000 professionisti IT provenienti da organizzazioni pubbliche e private di 18 diversi paesi, tra cui l’Italia. Il rapporto del 2023 rileva un aumento degli attacchi ransomware e un aumento dei rischi riguardanti i dati sensibili su cloud. Aumentano gli attacchi ransomware a livello globale Quasi la metà (47%) dei professionisti intervistati ritiene che le minacce alla sicurezza stiano aumentando in volume o gravità e il 48% segnala un aumento degli attacchi ransomware. Più di un terzo (37%) a livello globale (il 46% in Italia) ha subito una violazione dei dati negli ultimi 12 mesi e il 22% riferisce che la propria organizzazione è stata vittima di un attacco ransomware. Aumentano le violazioni dei dati del cloud Dall’indagine emerge che il principale obiettivo degli attacchi informatici sono i dati sul cloud. Oltre un quarto (28%) degli intervistati nel mondo (il 46% in Italia) afferma che lo storage basato su cloud è il principale obiettivo, seguito dai dispositivi degli utenti finali (44%). L’aumento degli attacchi al cloud è dovuto alla crescita del lavoro che si sposta sul cloud, infatti il 75% degli intervistati dichiara che il 40% dei dati archiviati nel cloud è ora classificato come sensibile rispetto al 49% degli intervistati nel 2022. Queste sono solo alcuni dei risultati che emergono dal 2023 Thales Data Threat Report condotto da 451 Research intervistando organizzazioni del settore sia pubblico che privato. Il rapporto mette in luce le strategie messe in atto dalle aziende per proteggere i propri dati, in uno scenario in cui gli attacchi informatici sono in continua evoluzione. L’errore umano Gli intervistati ritengono che la principale causa di violazioni dei dati cloud è costituita da semplici errori umani, come errori di configurazione o sviste che possono portare accidentalmente a violazioni dei sistemi. Il 55% di coloro che hanno subito una violazione dei dati negli ultimi 12 mesi, ritiene che la causa principale sia la configurazione errata, seguito dal mancato utilizzo di MFA (20%). Il report rileva che la gestione delle identità e degli accessi (IAM) sia la migliore difesa, infatti il 28% degli intervistati la identifica come lo strumento più efficace per mitigare questi rischi. L’impatto degli attacchi ransomware Nel frattempo, la gravità degli attacchi ransomware sembra essere in calo rispetto al 2022. Il 35% degli intervistati riferisce che il ransomware ha avuto un impatto significativo, contro il 44% degli intervistati del 2022. Anche la spesa si sta muovendo nella giusta direzione, il 61% degli intervistati riferisce che aumenterebbe il budget per acquisire strumenti atti a prevenire attacchi ransomware – rispetto al 57% nel 2022 – ma le risposte rispetto al ransomware rimangono non coerenti. Solo il 49% delle aziende riferisce di avere un piano formale per far fronte ad attacchi ransomware, mentre il 67% segnala perdita di dati causati da attacchi ransomware. Affrontare le sfide della sovranità digitale La sovranità digitale sta diventando sempre più importante per i professionisti IT responsabili della privacy e della sicurezza dei dati. Nel complesso, il rapporto Thales rileva che la sovranità dei dati rimane, per le imprese, una sfida sia a breve che a lungo termine. L’83% esprime preoccupazione per la sovranità dei dati e il 55% (63% in Italia) concorda sul fatto che la privacy dei dati e la compliance del cloud sono diventate sempre più difficili, probabilmente a causa dei requisiti per il raggiungimento della sovranità digitale. Anche le minacce provenienti dai computer quantistici che attaccano gli schemi di crittografia classici è motivo di preoccupazione per le organizzazioni. Il Rapporto Thales rileva che Harvest Now, Decrypt Later (“HNDL”) e la futura decrittografia della rete costituiscono i maggiori problemi di sicurezza del calcolo quantistico, con rispettivamente il 62% e il 55% che segnalano preoccupazioni.  Mentre la crittografia postquantistica (PQC) risulta essere la disciplina per contrastare queste minacce, il rapporto rileva che il 62% delle organizzazioni ha cinque o più sistemi di gestione chiave, presentando una sfida per PQC e l’agilità crittografica. Sergio Sironi, Direttore Commerciale Sud Europa per la business line Cloud Protection & Licensing, commenta: “Le aziende continuano ad essere molto preoccupate dalle minacce informatiche, sebbene i risultati del nostro rapporto indicano che si stanno compiendo buoni progressi in alcune aree. Dal rapporto emerge che i risultati italiani sono per lo più comparabili con quelli del resto del mondo, ad eccezione di due dati: in particolare quasi la metà degli intervistati – 46% in Italia – denuncia di aver subito una violazione dei dati negli ultimi 12 mesi, contro il 37% a livello globale e – sempre il 46% in Italia – afferma che lo storage sul cloud è il principale obiettivo.  Circostanza sicuramente legata al fatto che il lavoro è oggi sempre di più “ibrido”.  La grande novità emersa dalla ricerca 2023 è inoltre l’importanza della sovranità digitale che sta diventando cruciale per i responsabili IT delle aziende, i quali hanno sempre più necessità di conoscere come vengono archiviati i dati”. Fonte:bitmat

Icarius presentato a Bari dagli studenti di Poggiolevante

Alla presenza del Sindaco di Bari Antonio Decaro gli studenti di Poggiolevante presentano i risultati dei primi anni di attività dell’ASIRID, Alta Scuola Internazionale Residenziale per Innovatori Digitali illustrando, tra gli altri progetti, Icarius il software di UpNova Group dedicato alla pubblica amministrazione. Presenti all’evento il Dott. Giosef Perricci e Giandomenico Miccolis, amministratori di UpNova Group Srl Icarius è una piattaforma unica che offre molteplici servizi ai cittadini. Grazie al suo assistente virtuale, i cittadini possono gestire pagamenti, appuntamenti e documenti con facilità. L’OCR consente di digitalizzare i documenti con estrema semplicità eliminando la necessità di digitare manualmente i dati. Infine, la tecnologia Blockchain garantisce la sicurezza dei dati personali e miglioramenti nella gestione dei documenti grazie alla decentralizzazione. Icarius è certamente una soluzione innovativa e completa che può migliorare in modo significativo la vita dei cittadini. Con il Sindaco e le aziende partner, hanno commentano i progetti degli studenti ASIRID: Francesco Cupertino, Rettore del Politecnico di Bari Eugenio Di Sciascio, Vicesindaco di Bari Domenico Laforgia, Presidente dell’Acquedotto Pugliese Filippo Lanubile, Direttore del Dipartimento di Informatica dell’Università “Aldo Moro”, in rappresentanza del Rettore L’obiettivo dell’ASIRID è trattenere i talenti al sud attraverso un contatto diretto con il mondo imprenditoriale sin dal primo anno di università. Gli studenti, infatti, oltre a frequentare le aule del Politecnico e dell’Università di Bari, dedicano parte del loro tempo a risolvere problemi reali commissionati dalle imprese che erogano borse di studio al Collegio. In questo modo si ottiene un duplice risultato positivo: ragazzi con basse disponibilità economiche possono studiare a Bari in un ambiente esigente e formativo; giovani pugliesi e lucani si convincono che sul territorio esiste un ambiente imprenditoriale vivace che può accoglierli per la loro professione futura, evitando l’emigrazione al nord o all’estero.

Resi online a pagamento: cosa ne pensano i consumatori?

Il 76% dei consumatori intervistati da Packlink e Retail Economics ritiene che i resi online dovrebbero essere sempre gratuiti, la più favorevole a pagarli è la Gen Z (39%). La gestione dei resi online incide sui costi dei rivenditori, e non poco. Per questo motivo inizia a farsi strada la politica di resi a pagamento. Scopriamo le opinioni dei consumatori al riguardo. I tassi dei resi sono infatti aumentati a causa del passaggio all’online e al peggioramento del contesto economico. Lo studio congiunto di Packlink e Retail Economics “Report sulle spedizioni e-commerce 2023” mostra che il tasso dei resi degli acquisti online può spesso raggiungere il 30%, rispetto a meno del 10% in negozio. Resi online e spedizioni: i tre punti principali dello studio 1. Il problema dei resi gratuiti Sebbene i resi gratuiti possano essere sfruttati per incentivare le vendite online, consentono anche ai consumatori di considerare gli acquisti come una prova, piuttosto che come acquisti definitivi. Il cosiddetto “bracketing” (ordinare più varianti dello stesso articolo) è diventata una pratica comune, in particolare per l’abbigliamento. I resi, però, sono più costosi e complessi da gestire rispetto alla logistica in uscita, in quanto comportano una problematica reintegrazione dei prodotti nella catena di fornitura, la valutazione delle condizioni di rivendita e l’elaborazione dei rimborsi. La gestione di un reso online costa in media ai rivenditori circa un quinto del valore dell’ordine originale, intaccando i margini già messi a dura prova dall’aumento dei costi di manodopera, logistica e altri costi operativi. Per far fronte a questa situazione, moltissimi rivenditori hanno già iniziato ad aggiungere supplementi ai resi online in alcuni mercati per compensare i costi e scoraggiare i “restitutori seriali”, mentre altri sono pronti a seguirne l’esempio. 2. Consumatori non disposti a pagare per i resi online Prevedibilmente, davanti alle commissioni sui resi, molti clienti storcono il naso. Più di tre quarti (76%) degli acquirenti intervistati ritiene infatti che i resi dovrebbero essere sempre gratuiti. Sebbene la maggior parte dei consumatori si aspetti resi gratuiti, le generazioni più giovani sono favorevoli a pagarli. Il 39% della Gen Z afferma che prenderebbe in considerazione questa possibilità, rispetto a solo il 22% dei Boomer. Spesso visti come “restituzionisti compulsivi”, questa generazione attenta all’ambiente forse sente una maggiore responsabilità personale nel pagare la propria parte. I rivenditori devono quindi trovare un attento equilibrio con le spese di reso: devono scoraggiare i resi eccessivi senza però mettere a repentaglio le vendite o perdere clienti a favore della concorrenza. 3. Spedizioni sostenibili Strettamente legata al tema dei resi online è la questione delle spedizioni. Sebbene tre quarti dei commercianti riconoscano l’importanza della sostenibilità e della riduzione dell’impatto ambientale delle consegne, meno di un quinto (18%) lo considera un obiettivo strategico chiave per la propria attività. Dal canto degli acquirenti, i più sensibili al prezzo sono in gran parte favorevoli ad accettare tempi di consegna più lunghi (38%) e passare al ritiro “fuori casa” (34%), piuttosto che pagare un extra per compensare le emissioni (dove solo il 7% lo prenderebbe in considerazione). A questo proposito, oltre un terzo (34%) dei consumatori passerebbe volentieri alla “spedizione a un punto di ritiro” o al servizio clicca e ritira per i propri ordini online, rispetto al 25% del Benchmark Report dello scorso anno. Oltre a fornire un’alternativa conveniente e spesso gratuita alla consegna a domicilio, la consegna di più ordini online in un solo luogo “fuori casa” è anche più rispettoso dell’ambiente, poichè riducendo il numero di consegne, si riducono di gran lunga anche le emissioni. Un passo fondamentale verso un ultimo miglio più ecologico. “I consumatori sono alla ricerca di soluzioni che consentano loro di risparmiare, anche a causa della crisi economica e dell’aumento dei prezzi. Nonostante ciò, è importante sottolineare l’attenzione soprattutto delle generazioni più giovani per l’aspetto ambientale. Va sottolineato però che sebbene la possibilità dei resi online gratuiti è importante per incentivare le vendite è importante che ci sia un consumo responsabile da parte dei consumatori”, dichiara Noelia Lázaro, direttrice Marketing di Packlink. Fonte:Bitmat