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Fatturazione elettronica tra privati, le regole dell’Agenzia delle Entrate

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L’e-fatture potranno essere generate con strumenti resi disponibili gratuitamente dall’Agenzia delle Entrate (una procedura web, una app e un software da installare su pc) o con software di mercato. Chiarimenti anche per cessioni carburante e subappalti per i quali la fatturazione elettronica scatta dal 1^ luglio. Il Fisco ha fissato le regole per la fatturazione elettronica tra privati che scatterà, obbligatoriamente, dal primo gennaio 2019, ma per cessioni di carburante e per i subappalti della Pa debutterà tra due mesi, dal 1^luglio. Il provvedimento firmato dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, fissa le modalità per l’applicazione dell’e-fattura. Ecco le novità. E-fatture generate anche gratuitamente Le fatture elettroniche potranno essere generate con strumenti resi disponibili gratuitamente dall’Agenzia (una procedura web, una app e un software da installare su pc) o con software di mercato. Le e-fatture, che viaggeranno in maniera sicura tramite il Sistema di Interscambio (SdI), potranno essere trasmesse, anche tramite intermediari, via posta elettronica certificata oppure utilizzando le stesse procedure web e app; in alternativa, previo accreditamento al SdI, potranno essere inviate tramite un “web service” o per mezzo di un sistema di trasmissione dati tra terminali remoti (FTP). In caso di superamento dei controlli minimi su alcuni dati obbligatori della fattura, sarà recapitata – entro 5 giorni – una “ricevuta di consegna” del file della fattura elettronica al soggetto che lo ha inviato e la fattura si considererà emessa. Recapito “semplificato” per consumatori finali e piccole partite Iva Se la fattura elettronica è destinata a un consumatore finale, un soggetto Iva che rientra nei regimi agevolati di vantaggio o forfettario o dell’agricoltura, l’emittente potrà valorizzare solo il campo “Codice Destinatario” con un codice convenzionale e la fattura sarà recapitata al destinatario attraverso la messa a disposizione del file in un’apposita area web riservata dell’Agenzia delle Entrate. Della stessa semplificazione potrà usufruire anche il cessionario/committente Iva che non si trovi nelle condizioni di poter utilizzare, né direttamente né tramite un intermediario appositamente delegato, i canali standard per la ricezione (Pec, web service, Ftp): troverà le fatture nell’apposita area web riservata dell’Agenzia. Conservazione facilitata con il supporto delle Entrate I cedenti/prestatori e i cessionari/committenti residenti, stabiliti o identificati in Italia possono conservare elettronicamente le fatture elettroniche e le note di variazione trasmesse e ricevute attraverso il Sistema di interscambio, utilizzando il servizio di conservazione elettronica, conforme a quanto previsto dal Codice dell’Amministrazione Digitale (Cad), gratuitamente messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate, dopo aver aderito, anche tramite intermediari, all’accordo di servizio pubblicato nell’area riservata del sito web dell’Agenzia. L’Agenzia metterà, inoltre, a disposizione un servizio di ricerca, consultazione e acquisizione delle fatture elettroniche emesse e ricevute all’interno di un’area riservata del sito. Sicurezza dei dati Tutte le modalità di trasmissione avverranno attraverso protocolli sicuri su rete internet, come descritto nelle specifiche tecniche allegate al provvedimento. Inoltre, la consultazione degli archivi informatici dell’Agenzia delle Entrate è garantita da misure di sicurezza che prevedono un sistema di profilazione, identificazione, autenticazione e autorizzazione dei soggetti abilitati alla consultazione, di tracciatura degli accessi effettuati, con indicazione dei tempi e della tipologia delle operazioni svolte. Carburanti, chiarimenti in una circolare L’Agenzia delle Entrate ha, infine, pubblicato anche una circolare sulle ultime novità in tema di fatturazione e pagamento per la cessione di carburanti interessati dall’e-fattura a partire dal prossimo luglio. Nel documento di prassi vengono, inoltre, forniti primi chiarimenti sull’ambito applicativo delle nuove regole sui contratti d’appalto. Le novità in sintesi Diverse le novità che vanno nella direzione di semplificare il nuovo processo di fatturazione per gli operatori. Ad esempio, per rendere più agevole la predisposizione delle fatture elettroniche e ridurre i tempi, l’Agenzia metterà a disposizione un servizio web e una app dedicata che consentirà al soggetto che emette la fattura anche di acquisire “in automatico” i dati identificativi del cessionario e l’indirizzo telematico tramite un QR-code reso disponibile dall’Agenzia a tutte le partite Iva nell’area autenticata del sito internet. Semplificazioni anche sul fronte della conservazione delle fatture, per cui potrà essere la stessa Agenzia, su richiesta, a “custodire” i documenti elettronici per conto degli operatori economici, e sul processo di recapito, con un nuovo servizio web gratuito che consentirà di registrare l’indirizzo telematico (codice destinatario o indirizzo Pec) prescelto per ricevere le fatture elettroniche.     Fonte: Key4Biz.it

Economia circolare, tecnologia italiana per recuperare il 30% di plastica dai rifiuti elettronici

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Tutta la filiera Raee si attiva per sostenere l’economia circolare nazionale, andando a studiare nuove modalità di recupero e trattamento delle plastiche contenute nei piccoli elettrodomestici e nell’elettronica di consumo. Iniziativa cofinanziata dal Ministero dell’Ambiente. L’anno scorso in Italia sono state raccolte 55 mila tonnellate di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) di piccole e medie dimensioni. Da questi è possibile estrarre 16.000 tonnellate di plastica. Parte da qui il progetto per la “Separazione e selezione delle plastiche contenute nei RAEE di cui al raggruppamento 4 (piccoli elettrodomestici): innovazioni di processo e miglioramento delle percentuali di riciclo e recupero”, messo in piedi da Ecolight, consorzio nazionale per la gestione dei RAEE, il Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Industriale dell’Università di Brescia e Stena Technoworld, impianto di trattamento dei rifiuti elettronici. Stando ai dati del Green economy Report 2016, pubblicato da Remedia l’estate scorsa, a livello europeo si è stimato che grazie al riciclo dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche si possono evitare 2,9 milioni di tonnellate di Co2. Su 39.800 tonnellate di rifiuti tecnologici raccolti da Remedia, l’88,4% è stato avviato a recupero dei materiali (il 3.1% è stato trasformato in energia ed l’8% circa è finito in discarica) di cui 21% plastica, 20% vetro, 53% metalli e 6% altri materiali da integrare nell’economia circolare. Il positivo impatto ambientale di queste attività si traduce in un risparmio di acqua non consumata pari a 659.845 mc, 70.378 tonnellate di risorse non prelevate dall’ambiente e 336 ettari di territorio non sfruttato. Il risparmio in termini di emissioni Co2eq evitate è stato pari a quasi 205mila tonnellate. In termini meramente economici, grazie al recupero di questi materiali, è stato possibile ridurre i costi di importazione di materie prime per un valore pari a 24,2 milioni di euro. Tornando all’iniziativa di Ecolight, ateneo bresciano e Stena Technoworld, che gode del sostegno del Ministero dell’Ambiente e che è stata finanziata con 300 mila euro nell’ambito del bando per il cofinanziamento di progetti di ricerca finalizzati allo sviluppo di nuove tecnologie di recupero riciclo e trattamento dei Raee, l’obiettivo principale è studiare, sviluppare e promuovere nuove tecnologie che permettano di migliorare ed aumentare il recupero delle materie plastiche contenute nei piccoli elettrodomestici, nei cellulari e nell’elettronica di consumo. Un nuovo percorso nazionale per realizzare l’economia circolare sui territori. I Raee sono infatti ricchi di plastica, circa il 30% del loro peso. Soprattutto nei piccoli Raee (raggruppamento 4), la cui raccolta è aumentata del 9% nel 2017, la quantità di plastica da recuperare e riciclare è davvero rilevante economicamente. La sfida su cui il gruppo di studio dovrà concentrarsi è quella dei polimeri: “La grande diversità dei polimeri utilizzati nei Raee, si legge in una nota stampa congiunta, rende sempre più complesso l’obiettivo di ottenere frazioni più omogenee e pulite riutilizzabili”. Inoltre, “la presenza di plastiche con ritardanti di fiamma bromurati impone la necessità di un ulteriore processo di separazione per massimizzare la componente riciclabile della plastica stessa”. Ecco perché, Individuare nuove tecnologie in grado di superare questi ostacoli attribuiscono al progetto italiano, della durata complessiva di 18 mesi, un’importanza non solamente nazionale ma pienamente europea.     Fonte: Key4Biz.it

Facebook ha attivato in Italia il riconoscimento facciale. Privacy di nuovo a rischio

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Gli utenti maggiorenni italiani che da oggi accedono al social hanno la possibilità di attivare il riconoscimento facciale, ma a cosa serve? ‘A capire quando potresti essere presente nelle foto e nei video per proteggerti dagli sconosciuti che usano la tua identità’, scrive Facebook. La tecnologia non è disponibile per i minori. Più Facebook è sotto l’occhio del ciclone per gli effetti dello scandalo Cambridge Analytica più azzarda l’uso di tecnologie che potrebbero mettere a rischio la privacy degli utenti. Da oggi gli utenti maggiorenni italiani, che accedono al social, hanno la possibilità, (non è una funzione standard), di attivare il riconoscimento facciale. A cosa serve? “Se attivi questa impostazione, useremo la tecnologia di riconoscimento facciale per capire quando potresti essere presente nelle foto, nei video e nella fotocamera per proteggerti dagli sconosciuti che usano le tue foto, trovare le immagini in cui sei presente ma non ti hanno taggato, comunicare alle persone con disabilità visive chi è presente nella foto o nel video e suggerire alle persone chi potrebbero voler taggare”, scrive Facebook. In sostanza, con il riconoscimento facciale il social network analizza le foto e i video in cui si è presente per calcolare un numero unico (“modello”) che rappresenta il proprio aspetto nelle immagini. La funzione è disponibile da oggi in Europa e poi sarà estesa al resto del mondo, Stati Uniti compresi. Fortunatamente non è attivabile “per chiunque abbia meno di 18 anni”, questa la decisione presa da Facebook che nei giorni scorsi ha rafforzato gli strumenti in difesa dei dati personali dei minori. Riconoscimento facciale, rischio per privacy?   Apple è stata tra le prime società hi-tech ad introdurre questa tecnologia nell’iPhone X per sbloccare il dispositivo e per effettuare i pagamenti con Apple Pay. E subito è sorto il potenziale allarme privacy per il riconoscimento del volto. A sollevarlo anche un report del Washington Post secondo il quale le misure di sicurezza garantite dalla compagnia di Cupertino rischiano di non essere sufficienti per gli sviluppatori di applicazioni terze. Questi, scrive il quotidiano, potrebbero usare e conservare sui propri server le informazioni del volto degli utenti raccolte con l’iPhone X per scopi non sempre noti. Apple ha affermato di “considerare molto seriamente la privacy e la sicurezza”,“un impegno che si riflette nelle forti protezioni realizzate per i dati del Face ID”. La società ha spiegato che gli sviluppatori non hanno accesso alla mappa completa del volto fatta dal sistema Face ID: questi dati “non lasciano mai il dispositivo”, “né vengono inviati ad Apple o a terze parti”. Gli sviluppatori hanno però accesso ad alcuni dati della fotocamera TrueDepth e, secondo gli esperti interpellati dal Washington Post, le scansioni potrebbero rivelare una mole di informazioni come età, sesso, razza ed emozioni degli utenti. “Penso che dovremmo essere abbastanza preoccupati – ha raccontato al Washington Post Jay Stanley, analista di politica senior presso l’American Civil Liberties Union -. Sono piuttosto alte le probabilità che presto vedremo il danno dei dati facciali, se non su Apple su Android”.   In sintesi come sono usati i dati biometrici degli utenti Ecco per quali scopi Facebook dichiara il trattamento dei dati: Proteggere gli iscritti dagli sconosciuti che usano le foto degli utenti per rubare le identità. Proteggere la piattaforma e il pubblico da pericoli e usi impropri. Trovare e mostrarti foto in cui si è presente ma non taggato. Suggerire persone che si potrebbe voler taggare. Migliorare e sviluppare i servizi, ad esempio comunicando a una persona con disabilità visive chi è presente in una foto o in un video. Mostrare contenuti personalizzati, ad esempio suggerendo filtri della fotocamera che potrebbero piacere.   Fonte: Key4biz.it

Shopping online. Pugno di ferro della Commissione Ue a tutela dei consumatori

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Pugno di ferro della Commissione Ue, che propone multe fino al 4% del fatturato globale per i marketplace che violano i diritti dei consumatori online. Maggiori tutele per i consumatori, soprattutto quelli digitali. E’ questo il senso del New Deal per i consumatori reso noto dalla Commissione Europea, che di fatto punta ad aumentare la trasparenza nelle vendite online, accrescere la protezione per i servizi gratuiti, permettere ai gruppi di consumatori di fare delle cause collettive e fissare degli standard minimi per compensi individuali e multe ai venditori che violino i diritti dei consumatori. L’iniziativa della Commissione rientra nel lavoro di revisione della regolazione a tutela dei consumatori, avviato dopo il Dieselgate, e ha lo scopo di accrescere la protezione dei consumatori online nel quadro del Digital Single Market. In questo ambito, la Commissione vuole più trasparenza sui marketplace in rete, con l’obbligo di precisare se l’acquisto avviene da un negoziante o da un privato, in modo tale da potersi rivalere in base ai loro diritti. Inoltre, i consumatori devono sapere se nelle ricerche online l’indicizzazione del risultato è frutto di pagamento da parte del venditore. In seguito all’indagine della Commissione Ue su Google, con relativa multa antitrust da 2,42 miliardi di euro, diventa obbligatorio per i marketplace online informare i consumatori sui criteri che determinano l’indicizzazione dei risultati delle ricerche. Inoltre, la Commissione vuole che i servizi digitali gratuiti siano soggetti alle stesse regole di tutela valide offline. Ad esempio, applicando il diritto di recesso da un contratto entro 14 giorni dalla sottoscrizione. Tanto più che, sottolinea la Commissione, i servizi gratuiti online vengono pagati indirettamente con la cessione di dati personali al fornitore. È questo il caso dei servizi di storage su cloud, social media o posta elettronica. Per quanto riguarda la richiesta di risarcimento danni o compensazione in Rete, la Commissione vuole aprire le porte alla possibilità di richieste collettive di compensazione tramite associazioni no profit. Uno strumento legale alternativo alla class action di matrice statunitense, che secondo la Commissione ha il vantaggio di costare meno. I singoli individui potranno fare causa a livello individuale, chiedendo i danni ad esempio per pratiche commerciali scorrete in materia di pubblicità ingannevole e marketing aggressivo. Un terreno, quest’ultimo, nel quale ad oggi gli stati membri si muovono in ordine sparso. Anche sul fronte delle sanzioni, il nuovo corso della Commissione Ue per la tutela dei consumatori prevede un inasprimento delle pene, in particolare per le violazioni massive dei diritti degli acquirenti. Ad oggi, secondo la Commissione, le sanzioni sono troppo basse soprattutto per le aziende che vendono all’estero e che operano su larga scala. E’ per questo che le Authority nazionali avranno facoltà di imporre multe più salate, fino al 4% del fatturato globale annuo in ogni paese colpito da pratiche scorrette. Gli Stati membri sono liberi di introdurre sanzioni massime più elevate. Per quanto riguarda le aziende, la Commissione Ue allenterà invece gli obblighi sul fronte dell’obbligo di ritiro e sostituzione dei prodotti. Ad esempio, le aziende non saranno più obbligate a sostituire merci già utilizzate dagli acquirenti. Abolito altresì l’obbligo di rimborso prima di aver materialmente ricevuto la merce resa. Le nuove norme introdurranno anche una maggiore flessibilità nel modo in cui i professionisti possono comunicare con i consumatori, consentendo di utsare anche moduli web o chat anziché la posta elettronica, purché i consumatori possano tenere traccia delle comunicazioni con il professionista. Le nuove norme dovranno ancora passare al vaglio dal Parlamento e dal Consiglio Ue. Non c’è un termine temporale entro il quale chiudere la partita.   Fonte: Key4Biz.it

Gioco online, italiani secondi in Europa per spesa. 56mila hanno chiesto aiuto per smettere.

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8 milioni i conti gioco online, con 2,2 milioni di italiani che ogni mese spendono a testa 52 euro. I numeri sono nella ricerca dell’Osservatorio Gioco Online, promossa da Sogei, dalla School of Management del Politecnico di Milano e dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. 56mila hanno chiesto aiuto al Registro Unico delle Autoesclusioni per smettere di giocare. Sono oltre 8 milioni i conti gioco online in Italia, con 2,2 milioni di utenti che ogni mese spendono procapite 52 euro. Questo il quadro della situazione del gioco online tratteggiata dalla ricerca 2017-2018 dell’Osservatorio Gioco Online, promossa dalla School of Management del Politecnico di Milano, assieme all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm) e Sogei. Dalla ricerca emerge anche una crescita del gioco online, con un’offerta di gioco sempre più stabile e controllata. Nel 2017 la spesa (la differenza tra le giocate complessive e le vincite restituite) è stata di 1,38 miliardi di euro (+34% rispetto al 2016): si tratta di una fetta pari al 7,2% dell’intero settore giochi e che vale il secondo posto in Europa, dietro i 5,6 miliardi spesi nel 2017 nel Regno Unito. Cresce anche l’incasso per lo Stato, pari a 318 milioni di euro nel 2017 (+29%): a contribuire maggiormente sono i casinò e le scommesse sportive, che insieme generano quasi i tre quarti dei volumi erariali. Complessivamente il gettito per lo Stato dall’online è pari al 3,2% del settore, in aumento rispetto al 2,5% del 2016. Se da una parte crescono i giocatori online dall’altra aumenta il numero di chi vuole smettere e non riesce a farlo da solo. A loro è rivolto il Registro Unico delle Autoesclusioni (Rua) che consente allo scommettitore dipendente di chiedere al concessionario la chiusura del proprio conto gioco online. Uno stop che da oggi si estenderà automaticamente anche su tutti gli altri siti di gioco. È una delle principali novità presentate questa mattina nella Ricerca 2017-2018 dell’Osservatorio Gioco Online – promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano, assieme all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm) e Sogei. La pratica dell’autoesclusione è una pratica molto più comune di quanto si creda: nel 2017 sono 56mila i giocatori che ne hanno fatto richiesta. A tutelare e gestire il bacino di utenti che ogni giorno effettuano le loro giocate online c’è l’Anagrafe centralizzata dei Conti di Gioco, che consente di analizzare movimentazioni sospette e anomale, rivelatrici in alcuni casi di condizionamenti di risultati sportivi, o anche incrementi eccessivi della raccolta che potrebbero indicare fenomeni di riciclaggio. Ma non solo, l’Anagrafe permette anche di confrontare i dati dei titolari dei conti con l’Anagrafe Tributaria, bloccando automaticamente i conti ritenuti irregolari. Nel 2017 è salito del 22% il numero di giocatori che hanno fatto almeno una puntata online rispetto all’anno precedente. Secondo l’identikit delineato dalla ricerca, il giocatore-tipo è maschio, residente al Centro-Sud e con età compresa tra i 25 e i 44 anni. Le donne sono in leggero aumento e concentrano le loro giocate in giochi particolari come il Bingo.   Fonte: Key4biz.it

Facebook ti spia sempre con il ‘Like’ anche se non iscritto e dopo il logout

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Facebook traccia anche i dati degli utenti quando non sono connessi al social e addirittura di quelli che non hanno un account? A queste domande del Congresso Zuckerberg è andato in difficoltà: ‘lo facciamo per motivi di sicurezza’. La piattaforma spia sempre tutti durante la navigazione sul web attraverso il pulsante ‘Mi Piace’.   Mark Zuckerberg non ha avuto il coraggio di ammetterlo candidamente in diretta mondiale durante la seconda audizione al Congresso Usa. “Agli americani non piace essere spiati, voi state raccogliendo informazioni anche su persone che nemmeno hanno un account Facebook: sì o no?”, ha domandato la democratica Kathy Castor. Il ceo di Facebook è andato in difficoltà, non ha risposto né ‘Sì’ né ‘No’, a fatica ha provato ad elaborare una risposta alla domanda diretta “Non credo che quello sia ciò che tracciamo…La gente sceglie di condividere dati, questo è il modo primario in cui Facebook funziona”, ha detto. Le parole non hanno soddisfatto la deputata Castor che l’ha incalzato con altre domande sempre legate al tracciamento totale degli utenti, sia che abbiano effettuato il ‘logout’ dal social network sia non iscritti alla piattaforma. Il botta e (non) risposta tra Castor e Zuckerberg è finito solo grazie al cronometro, che ha posto fine all’intervento della deputata e salvato il fondatore di Facebook. Che, invece, ha risposto sullo stesso tema al deputato Ben Lujan, rappresentante del New Mexico: “in generale, raccogliamo informazioni su persone non iscritte a Facebook per motivi di sicurezza”. La risposta ha mandato su tutte le furie il deputato che ha esclamato: “Mi sorprende che non se ne sia parlato molto oggi. Lei dice che ognuno controlla i propri dati. Ma voi raccogliete dati su persone che non sono iscritte e che non hanno firmato nessun accordo sulla privacy. Dobbiamo risolvere quest’altro grave problema di privacy”, ha concluso Lujan. Zuckerberg ha spiegato perché vengono raccolti i dati anche dei non iscritti al social: per evitare che qualcuno non iscritto a Facebook si metta a raccogliere tutti i dati disponibili pubblicamente su quanti invece sono iscritti, “dobbiamo sapere quando qualcuno sta cercando di accedere ripetutamente ai nostri servizi”. Identificandoli, diventa possibile fermare l’attività, questa è la versione data dal 33enne Ceo. Ma la risposta precisa alle domande rivolta durante l’audizione di mercoledì scorso dalla commissione per il commercio e l’energia della Camera si trova direttamente su Facebook, precisamente qui, nella sezione ‘Centro Assistenza’. La pagina in questione inizia così: Quali informazioni riceve Facebook quando visito un sito in cui è presente il pulsante Mi piace? “Se non sei connesso su Facebook oppure non hai un account Facebook”, si legge, “e visiti un sito Web con il pulsante Mi piace o un altro plug-in social, il tuo browser ci invia un numero di informazioni più limitato. Ad esempio, dal momento che non sei connesso su Facebook, avrai meno cookie di qualcuno che invece ha effettuato l’accesso. Come altri siti su Internet, riceviamo informazioni relative alla pagina Web che stai visitando, la data e l’ora e altre informazioni riguardanti il browser. Registriamo queste informazioni per migliorare i nostri prodotti”. Ecco il dato di fatto. Facebook ci spia sempre. Anche quando non siamo sul social network e lo fa esclusivamente per profilare più utenti possibili, che diventano bersaglio da colpire con le inserzioni pubblicate a pagamento dal social network. Pubblicità che la piattaforma riesce a mostrare “all’interno e all’esterno di Facebook…attraverso i cookie, come indicato dalla nostra Normativa sui dati…”. Quindi in Italia Facebook non possiede solo i dati dei 33 milioni di iscritti, ma molti di più perché conosce anche i profili “ombra”. In barba alla privacy di chi non ha nemmeno un account sul social network.   Fonte: Key4biz.it

World Backup Day 2018, nel 2017 3,6 milioni di incidenti aziendali con perdita di dati

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Il 31 Marzo è stata la Giornata mondiale dedicata all’informazione e l’approfondimento delle tecniche di backup. Perdere dati è facile ed anche costoso: si calcola che la spesa globale nel 2023 sarà superiore ai 2.500 miliardi di dollari.   Perdere dati e informazioni è più facile di quanto si creda. Basta smarrire il proprio smartophone, il tablet o una videocamera, e all’improvviso non disponiamo più di informazioni che ci riguardano, che raccontano del nostro lavoro, dei nostri affetti, dei nostri progetti e dei nostri conti economici. Ovviamente, la tecnologia stessa ci viene in aiuto e grazie al backup possiamo prevenire tali drammatici fatti, mettendo al riparo tutto il nostro mondo, che è un mondo fatto di dati. Tecnicamente, il backup è una seconda copia di tutti i nostri file più importanti, come ad esempio, foto di famiglia, video, documenti di varia natura ed email. Invece di salvarli tutti in un unico posto, come spesso accadeva fino a qualche anno fa, come nel proprio computer, se ne fa una copia da un’altra parte (può essere il tradizionale ma ormai superato disco esterno, o il sempre più utilizzato modello cloud). Sembra tutto facile, ma a guardare le statistiche oggi sappiamo che il 30% delle persone non ha mai fatto un backup e che la perdita di dati può avvenire in più modi ed in qualsiasi momento: il 29% degli incidenti accade in maniera del tutto casuale, ogni minuto 113 smartphone sono andati smarriti o sono stati rubati, un dispositivo elettronico su dieci è vittima di attacchi informatici. I casi di perdita dei dati, come anticipato, sono molto frequenti: da un’indagine del 2017, sono stati 3,62 milioni gli incidenti che hanno coinvolto perdite di dati aziendali. Affidare i propri dati a data center certificati, che offrono garanzie a livello di data securitye conformità alle regolamentazioni in merito di trattamento e protezione del dato, è ormai un aspetto da cui non si può prescindere. Discorso ancora più rilevante se si pensa che a breve entrerà in vigore il GDPR (General Data Protection Regulation), il nuovo Regolamento europeo relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento e alla libera circolazione dei dati personali. Il provvedimento preso dalla Commissione europea entrerà in vigore il prossimo 25 maggio: ogni azienda dovrà garantire ai clienti (se richiesto) l’accesso ai dati e adottare sistemi per memorizzare tali dati in modo sicuro, assicurandosi che non possano essere cancellati accidentalmente. Ogni azienda dovrebbe, quindi, affidarsi a piani di disaster recovery e soluzioni di backupallo scopo di garantire integrità e ripristino dei dati in caso di eventuali guasti di archiviazione La spesa in data loss prevenction (Dlp) supererà i 2.546 miliardi di dollari entro il 2023. L’insieme di tecniche e sistemi che identificano, monitorano e proteggono i dati relativi a singole persone, gruppi, imprese, enti pubblici ed altre tipologie di organizzazioni, è uno dei segmenti del mercato cybersecurity dedicato alle soluzioni tecnologiche e ai servizi per la sicurezza informatica con il maggiore tasso di crescita annuo, secondo quanto affermato in un nuovo studio Research and Markets, valutato attorno al 16% (Carg 2018-2023).   Fonte: Key4Biz.it

Garante Privacy ‘Vietato controllo massivo e conservazione illimitata di email di lavoro”

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Il Garante ha accertato che una società ha trattato in modo illecito i dati personali contenuti nelle email, anche private, scambiate da un lavoratore. I dati raccolti erano poi stati utilizzati per contestare un provvedimento disciplinare seguito dal licenziamento del dipendente poi annullato dal giudice del lavoro. No al controllo massivo e alla conservazione senza limite delle email. Il Garante per la Privacy ha vietato ad una società il trattamento di dati personali effettuato sulle email aziendali dei dipendenti in violazione della normativa sulla protezione dei dati e di quella sulla disciplina lavoristica. La società dovrà ora limitarsi a conservare i dati a fini di tutela dei diritti nel giudizio pendente. L’Autorità, intervenuta a seguito del reclamo di un dipendente, ha accertato che la società trattava in modo illecito i dati personali contenuti nelle email in entrata e in uscita, anche di natura privata e goliardica, scambiate dal lavoratore con alcuni colleghi e collaboratori. I dati raccolti nel corso di un biennio erano poi stati utilizzati per contestare un provvedimento disciplinare cui era seguito il licenziamento del dipendente poi annullato dal giudice del lavoro. Le violazioni riscontrate dal Garante Privacy Nel disporre il divieto l’Autorità ha rilevato numerose e gravi violazioni. La società non ha infatti fornito ai dipendenti alcuna informazione su modalità e finalità di raccolta e conservazione dei dati relativi all’uso della posta elettronica, né con una informativa individualizzata né attraverso la policy aziendale. Un comportamento in contrasto con l’obbligo della società di informare i lavoratori riguardo alle caratteristiche essenziali dei trattamenti effettuati, comprese le operazioni che possono svolgere gli amministratori di sistema (ad es., accesso ai contenuti delle email). La società, inoltre, conservava in modo sistematico i dati esterni e il contenuto di tutte le email scambiate dai dipendenti per l’intera durata del rapporto di lavoro e anche dopo la sua interruzione, violando così i principi di liceità, necessità e proporzionalità stabiliti dal Codice privacy. Ingiustificata, in particolare, la raccolta a priori di tutte le email in vista di futuri ed eventuali contenziosi, il Garante ha ribadito infatti che la conservazione deve riferirsi a contenziosi in atto o a situazioni precontenziose e non a ipotesi astratte e indeterminate. Il Garante ha ritenuto, infine, non conforme alla legittima aspettativa di riservatezza della corrispondenza l’accesso della società alle email in ingresso sull’account aziendale dopo il licenziamento del lavoratore. Al cessare del rapporto di lavoro la casella di posta elettronica deve essere disattivata e rimossa e al suo posto di devono attivare eventuali account alternativi. L’Autorità si riserva di valutare con un autonomo procedimento la contestazione di sanzioni amministrative relative agli illeciti riscontrati.   Fonte: Key4biz.it

Sicurezza informatica, sui siti pirata aumenta del 20% il rischio di infezione malware

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Più tempo si passa sulle piattaforme pirata, più aumenta il rischio di attacchi informatici ai nostri dispositivi. Pubblicato nuovo studio della Carnegie Mellon University. Bagnoli Rossi (FAPAV): “Le piattaforme pirata traggono profitto anche dalla vendita dei dati personali degli utenti”. Ogni volta che un utente passa più tempo sui siti web pirata che offrono gratuitamente e illecitamente film, serie tv e file musicali, protetti dalle leggi del diritto d’autore, aumenta del 20% il rischio di contrarre malware e altre minacce informatiche. È quanto stabilito da un nuovo studio, “Does Online Piracy make ComputersInsecure? Evidence from Panel Data”, pubblicato a marzo dalla Carnegie Mellon University e dedicato proprio al rapporto sempre più stretto che esiste tra il consumo illegale di contenuti online protetti da copyright e attacchi informatici ai dispositivi degli utenti. Il documento illustra gli esiti di un lungo periodo di osservazione e monitoraggio delle attività di 253 utenti tra il 2016 ed il 2017. Sulla base dei dati raccolti, 174 utenti sul totale hanno visitato almeno una volta un sito pirata e dai controlli effettuati da remoto è emerso che nei loro pc o altri device in uso hanno erano presenti una media di 1,4 file infetti, relativi proprio al consumo di contenuti piratati. Al contrario, chi non accedeva a tali siti non superava la media di 0,7 malware nel proprio dispositivo. Una piccola frazione del campione, inoltre, sembra non abbia utilizzato le dovute precauzioni durante la navigazione dei siti pirata e il consumo dei contenuti offerti, in termini di software antivirus o anti malware, peggiorando ulteriormente il livello di rischio generale di attacchi informatici (soprattutto malware generici e ransomware) e senza mostrare ulteriore volontà di installare tali software a difesa dell’integrità informatica dei propri device. Secondo gli ultimi dati della ricerca FAPAV/Ipsos, solo il 56% dei pirati, infatti, è consapevole di questi rischi, mentre la percentuale tra i più giovani è ancora più bassa (46%). Frodi informatiche di vario tipo e la probabilità di imbattersi in malware, phishing e furto di dati personali sono invece più alte di quanto si possa pensare. E’ importante ricordare – ha inoltre sottolineato Bagnoli Rossi –  che talvolta le piattaforme che offrono illecitamente contenuti tutelati, traggono profitto, oltre che dalla pubblicità, anche dalla vendita dei dati personali degli utenti che si registrano a tali siti: una zona oscura del web in cui le normali regole relative la privacy e il trattamento dei dati personali vengono meno. Una corretta educazione digitale, da affrontare anche nelle scuole, diventa pertanto centrale per affrontare con la piena conoscenza delle conseguenze la nostra vita sul web. In un Rapporto di Intelligent Content Protection del 2014 si afferma che il 90% dei siti web pirata più popolari “pullula di malware ed altre minacce informatiche”, tra cui quelli che il documento chiama “potentially unwanted programmes“, categoria vasta che include software più o meno pericolosi per i nostri dispositivi e soprattutto i nostri dati personali più sensibili (credenziali per conti bancari/postali online, carte di credito e molto altro).   Fonte: Key4biz.it

GDPR, la Guida in PDF del Garante della Privacy

guida nuovo regolamento europeo privacy

Cosa fare da subito per il nuovo Regolamento Ue. Una panoramica per imprese e PA sui principali adempimenti necessari da subito per l’applicazione del nuovo Regolamento Ue sulla Data Protection, pienamente in vigore dal 25 maggio. La Guida del Garante Privacy all’applicazione del regolamento Ue in materia di Protezione dei Dati Personali (scarica il documento in PDF) fornisce un panorama delle principali problematiche che imprese e soggetti pubblici dovranno tenere presenti in vista della piena applicazione del regolamento, prevista il 25 maggio 2018. Attraverso raccomandazioni specifiche vengono suggerite alcune azioni che possono essere intraprese sin d’ora perché fondate su disposizioni precise del regolamento che non lasciano spazi a interventi del legislatore nazionale (come invece avviene per altre norme del regolamento, in particolare quelle che disciplinano i trattamenti per finalità di interesse pubblico ovvero in ottemperanza a obblighi di legge). Vengono, inoltre, segnalate alcune delle principali novità introdotte dal regolamento rispetto alle quali sono suggeriti possibili approcci.   Consenso esplicito obbligatorio Per i dati sensibili il consenso deve essere esplicito; lo stesso vale per il consenso a decisioni basate su trattamenti automatizzati (compresa la profilazione). Il consenso non deve necessariamente essere per iscritto, anche se la forma scritta del consenso resta inequivocabile. Inoltre, il titolare deve essere in grado di dimostrare che l’interessato ha prestato il consenso a uno specifico trattamento. Il consenso dei minori è valido a partire dai 16 anni e può essere abbassato a 13 anni dalla normativa nazionale. Non è ammesso il consenso tacito o presunto (no a caselle pre-spuntate su un modulo). Il consenso raccolto prima del 25 maggio 2018 resta valido se ha le caratteristiche sopra menzionate, altrimenti è opportuno raccoglierlo nuovamente. La richiesta di consenso deve essere chiaramente distinguibile da altre richieste e dichiarazioni rivolte all’interessato.   Informativa, la profilazione va dichiarata I contenuti dell’informativa sono più ampi rispetto al Codice Privacy. Il titolare deve sempre specificare i dati di contatto del RPD-DPO (Responsabile della Protezione Dati – Data Protection Officer), ove esistente, la base giuridica del trattamento, se trasferisce i dati in Paesi terzi e se lo fa con quali strumenti. Il titolare deve specificare il periodo di conservazione dei dati e il diritto di presentare reclamo all’autorità di controllo. L’informativa deve specificare se il trattamento prevede processi decisionali automatizzati (compresa la profilazione), indicando la logica dei processi automatizzati e le conseguenze previste per l’interessato. In linea di principio, l’informativa deve essere data per iscritto e preferibilmente in formato elettronico. L’informativa va fornita all’interessato prima di effettuare la raccolta dei dati.   Diritti dell’interessato Il termine per la risposta all’interessato che esercita i suoi diritti (stabiliti in generale negli articoli 11 e 12 del regolamento) è di un mese, estendibile a 3 mesi in casi particolarmente complessi. Il titolare del trattamento deve facilitare l’esercizio dei diritti dell’interessato. Deroghe ai diritti dell’interessato sono ammesse in particolare per quanto riguarda il diritto alla cancellazione/oblio, trattamenti di natura giornalistica e trattamenti per finalità di ricerca scientifica o storica o di statistica.   Diritto di accesso    Il diritto di accesso prevede in ogni caso il diritto di ricevere una copia dei dati personali oggetto di trattamento. I titolari possono consentire agli interessati di consultare da remoto e in smodo scuro i loro dati.   Rafforzato il diritto all’oblio Il diritto all’oblio è rafforzato. Si prevede l’obbligo per i titolari di informare della richiesta di cancellazione altri titolari che trattano i dati personali cancellati, compresi qualsiasi “link, copia o riproduzione”.   Diritto di limitazione del trattamento (novità) Si tratta di un diritto diverso dal blocco del trattamento, che l’interessato può chiedere in attesa di una rettifica dei dati da parte del titolare.   Diritto alla portabilità dei dati (novità) Si tratta di un nuovo diritto previsto dal regolamento, analogo in un certo senso alla number portability in ambito Tlc. Sono portabili soltanto i dati automatizzati (la data portability non si applica agli archivi o registri cartacei) e trattati con il consenso dell’interessato o sulla base di un contratto stipulato con l’interessato e forniti dall’interessato al titolare (ad esempio in ambito bancario). Il titolare deve essere in grado di trasmettere i dati ad un altro titolare, se tecnicamente possibile, per questo dovrà mettersi nelle condizioni di poter produrre i dati in formato interoperabile.   Titolare, responsabile, incaricato del trattamento   Il regolamento disciplina la contitolarità del trattamento, le caratteristiche con cui il titolare designa un responsabile del trattamento con un contratto specifico, consente la nomina di sub-responsabili del trattamento. Prevede obblighi specifici in capo al responsabile del trattamento, primo fra tutti la tenuta del registro dei trattamenti svolti; l’adozione di misure tecniche e organizzative idonee per garantire la sicurezza dei trattamenti, la designazione di un RPD-DPO. Anche il responsabile di trattamento non stabilito nella Ue dovrà designare un rappresentante in Italia.   Valutazione d’impatto e accountability di titolari e responsabili Il regolamento pone l’accento sul principio di responsabilizzazione (accountability) di titolari e responsabili, in base ai criteri di privacy by default e by design, in base alla necessità di prevedere fin dall’inizio i requisiti necessari per rispettare il regolamento e tutelare i diritti degli interessati. In questo senso, il responsabile dovrà svolgere valutazioni d’impatto sui rischi noti o evidenziabili e delle misure tecniche e organizzative (anche di sicurezza) che il titolare ritiene di adottare per mitigare i rischi.   Registro dei trattamenti (fondamentale) Tutti i titolari e responsabili di trattamento, eccezion fatta per gli organismi con meno di 250 dipendenti ma solo se non effettuano trattamenti a rischio, devono tenere un registro delle operazioni di trattamento.   Notifica delle violazioni di dati personali (72 ore per i data breach) Tutti i titolari dovranno notificare all’Autorità di controllo le violazioni di dati personali di cui vengano a conoscenza entro 72 ore e comunque senza ingiustificato ritardo ma soltanto se ritengono probabile che da tale violazione derivino rischi per i diritti e le libertà degli interessati.   Responsabile della protezione dei dati (DPO profilo centrale) La sua designazione è una novità in ottica di accountability. Questa figura è finalizzata