Digitalizzazione PMI, assegnato l’importo del voucher alle aziende vincitrici. L’elenco completo

Pubblicato l’elenco completo con il relativo importo per le imprese vincitrici del Voucher per la digitalizzazione delle PMI. Le domande di erogazione del Voucher possono essere presentate a partire dal 14 settembre 2018. Il ministero dello Sviluppo Economico ha approvato e diffuso l’elenco con il relativo importo, articolato su base regionale, delle imprese assegnatarie del Voucher per la digitalizzazione delle PMI. L’assegno è una misura agevolativa per le micro, piccole e medie imprese che prevede un contributo, tramite concessione di un “Voucher”, di importo non superiore a 10 mila euro, finalizzato all’adozione di interventi di digitalizzazione dei processi aziendali e di ammodernamento tecnologico. Ecco l’elenco completo in pdf delle imprese assegnatarie delle agevolazioni articolato su base regionale con il relativo importo: Abruzzo Basilicata Calabria Campania Emilia Romagna Friuli Venezia Giulia Lazio Liguria Lombardia Marche Molise Piemonte Puglia Sardegna Sicilia Toscana Trentino Alto Adige Umbria Valle d’Aosta Veneto Nell’allegato B sono riportate le imprese per le quali non vi è corrispondenza fra gli aiuti de minimis dichiarati in sede di domanda e quelli registrati nel Registro nazionale degli aiuti di Stato. Nell’ Allegato C sono riportate le imprese per le quali non vi è corrispondenza fra i la dichiarazione rilasciata in sede di domanda in merito al requisito Deggendorf e i dati registrati nel Registro nazionale degli aiuti di Stato. Alla concessione delle agevolazioni alle imprese riportate negli allegati B e C si provvederà con successivi provvedimenti, esclusivamente previo superamento dei motivi ostativi indicati. Le modalità di erogazione del Voucher Le domande di erogazione del Voucher possono essere presentate dalle imprese assegnatarie delle agevolazioni, a seguito della realizzazione del progetto e del pagamento a saldo di tutte le relative spese, esclusivamente attraverso una apposita procedura informatica che sarà resa disponibile, sul sito sviluppoeconomico.gov.it/voucher-digitalizzazionea partire dal 14 settembre 2018. Le imprese dovranno allegare alla procedura informatica la seguente documentazione: titoli di spesa recanti le specifiche diciture previste dalla normativa di attuazione; estratti del conto corrente utilizzato per i pagamenti connessi alla realizzazione del progetto agevolato; liberatorie sottoscritte dai fornitori dei beni e dei servizi acquisiti, predisposte sulla base dello schema di cui all’allegato n. 4 al decreto direttoriale 24 ottobre 2017; resoconto sulla realizzazione del progetto, redatto secondo lo schema di cui di cui all’allegato n. 5 al decreto direttoriale 24 ottobre 2017. Il termine finale per la presentazione delle richieste di erogazione, pena la decadenza delle imprese assegnatarie dalle agevolazioni concesse, è il novantesimo giorno successivo alla scadenza dei 6 mesi per l’ultimazione del progetto agevolato, quindi il 13 dicembre 2018. Per avere tutte le informazioni relative al Voucher Digitalizzazione PMI e scaricare i relativi allegati clicca qui. Fonte: Key4Biz.it
Impronte digitali per i furbetti del cartellino. L’idea della ministra Bongiorno fa discutere ma è a prova di privacy

La ministra Giulia Bongiorno ha annunciato il ricorso alle tecnologie per combattere i furbetti del cartellino: ‘Rilevazioni biometriche per evitare che ci sia chi strisci il tesserino per altri’. Il sistema è a prova di privacy come dimostra il S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona nel Salernitano, il primo ospedale a utilizzare le impronte digitali per i dipendenti. Giulia Bongiorno vuole ricorrere alle nuove tecnologie per combattere a monte il fenomeno dei furbetti del cartellino nella PA, più che inasprire ed enfatizzare le sanzioni come ha fatto il suo predecessore Marianna Madia. Nella sua prima intervista da ministra della Pubblica amministrazione, rilasciata al Corriere della Sera, Bongiorno ha le idee chiare su come affrontare il problema: “L’assenteismo è un fenomeno odioso. La Madia ha modificato le sanzioni. Credo si debba anche prevenire, con rilevazioni biometriche per evitare che ci sia chi strisci il tesserino per altri”. Molto probabilmente l’idea le è venuta dalla sua esperienza da parlamentare: “Cosa c’è di male nel prendere le impronte digitali ai dipendenti?” ha risposto la ministra alla giornalista che è rimasta di stucco all’annuncio: “A me alla Camera le hanno prese quando c’erano i ‘pianisti’. E non sono rimasta traumatizzata”. L’ospedale S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona di Salerno, il primo a utilizzare le impronte digitali per i dipendenti Il Parlamento non è stato l’unico caso in Italia in cui si è ricorso alle impronte digitali per combattere l’assenteismo. Per esempio, contro i furbetti del cartellino l’Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona, nei suoi 5 ospedali di Salerno, Ravello, Mercato San Severino e Cava de’ Tirreni, ha adottato il sistema di lettura di dati biometrici mediante parziale identificazione dell’impronta digitale per la rilevazione della presenza in servizio dei dipendenti. Come ha raccontato l’ospedale a Key4biz, i 3.157 dipendenti all’ingresso presentano il badge e contestualmente appongono il dito che hanno scelto per il riconoscimento attraverso l’impronta digitale: “Buongiorno, ben entrato”, così il sistema saluta il lavoratore dopo l’avvenuta doppia conferma dell’identificazione. La stessa procedura deve avvenire all’uscita al termine del turno: “Arrivederci e buona giornata”, è il messaggio audio che dipendente ascolta prima di lasciare l’ospedale. “Con questa modalità abbiamo posto fine al timbratore seriale”, ci ha detto l’azienda ospedaliera, finita alcuni anni fa al centro dello scandalo per la maxi-inchiesta proprio sui furbetti del cartellino. Per combattere il fenomeno l’ospedale ha chiesto l’ok al Garante della Privacy per l’installazione del sistema di lettura dei dati biometrici per accertare l’ingresso e l’uscita dei dipendenti e soprattutto non consentire più l’odiosa pratica dei cartellini timbrati da una sola persona. Perché il Garante Privacy ha dato l’ok alle impronte digitali per i dipendenti dell’ospedale S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha dato il via libera all’installazione del sistema di lettura di dati biometrici presso l’ospedale S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona, che è “costato 60mila euro all’azienda ospedaliera”, ma è maggiore il ritorno per la collettività: “si ha una maggiore tranquillità che tutti i dipendenti siano nel posto di lavoro per garantire le prestazioni sanitarie ai pazienti e agli utenti in generale”, tiene a precisare l’ospedale. L’ok del Garante, vincolato a una serie di condizioni, dimostra che la strada indicata da Bongiorno non è impraticabile nella Pa, perché è a prova di privacy. (Qui il provvedimento generale prescrittivo dell’Autorità Garante Privacy in tema di biometria). Infatti i dipendenti non vengono geolocalizzati, non sono tracciati i loro spostamenti: sono registrati solo matricola, data e orari per il conteggio delle presenze. Inoltre l’Azienda ha assicurato al Garante Privacy sulla “volatilità” del dato: “non c’è memorizzazione del dato biometrico in alcun database, né sotto forma di codifica numerica né tantomeno sotto forma di immagini”. Inoltre non vi sarebbe trasmissione in rete del dato biometrico che è in forma numerica crittografata sul badge in possesso e ad uso esclusivo del dipendente. Infine i titolari di trattamento di dati biometrici sono tenuti a comunicare al Garante le violazioni di tali dati (data breach) che si verificano nell’ambito dei propri sistemi. Dell’applicabilità delle impronte digitali contro i furbetti del cartellino ne è ben consapevole in primis la stessa ministra-avvocato: “Tra i beni confliggenti deve prevalere l’interesse collettivo: che siano tutti al lavoro, al servizio del cittadino”, ha spiegato bene Giulia Bongiorno. E ne sono coscienti gli stessi sindacati dei lavoratori della PA, che alla ministra non hanno contestato l’annuncio dell’introduzione delle impronte digitali per contrastare l’assenteismo nella Pubblica amministrazione, ma che la questione non è la priorità perché riguarda solo “lo 0,2-0,3% dei lavoratori pubblici, cioè i fannulloni, dimenticando tutti gli altri”, le ha fatto notare Antonio Foccillo, Uil. “Come prime parole dalla nuova ministra”, ha detto Ignazio Ganga, segretario Cisl per il pubblico impiego, “ci aspettavamo un segnale di conforto per tutti quei lavoratori pubblici che ogni mattina arrivano in ufficio, timbrano il cartellino e fanno il loro lavoro”. Nella Pa sono già previste le nuove tecnologie per far rispettare l’orario di lavoro L’articolo 24 del Testo unico stabilisce che per “Il rispetto dell’orario di lavoro è assicurato mediante forme di controlli obiettivi e di tipo automatico”. E lo stesso Ganga (Cisl) ha ricordato come “in gran parte delle amministrazioni pubbliche esistano già strumenti per le rilevazioni elettroniche della presenza, vanno solo applicate”. Si tratta per lo più di rilevazioni (a volte anche solo il passaggio di una mano o di un dito) usate per l’accesso e l‘uscita dal posto di lavoro, ma che, per ragioni di privacy, non registrano date e orari e non conservano le informazioni raccolte. I dati biometrici e il GDPR Mentre la segretaria generale Fp Cgil Serena Sorrentino si chiede se “la Bongiorno è un ministro o uno sceriffo?”, il GDPR, nel tutelare maggiormente i dati biometrici, perché maggiormente rischiosi per i diritti e le libertà dell’individuo, ne consente l’utilizzo per un trattamento lecito, ma obbliga il Titolare del trattamento dei dati biometrici ad effettuare una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati:“è altresì richiesta per la sorveglianza di zone accessibili al pubblico su larga scala, in particolare se effettuata mediante dispositivi optoelettronici, o per altri trattamenti che l’autorità di controllo competente ritiene possano presentare un rischio elevato per i diritti e le libertà degli interessati, specialmente perché
Energia elettrica, ad aprile aumenta la domanda e diminuisce la produzione

Nei primi quattro mesi dell’anno la domanda di energia elettrica è aumentata dell’1,7% su base annua in Italia. L’Italia vede aumentare i livelli di consumo di energia elettrica e ad aprile 2018 la domanda ha segnato un+1,5% su scala nazionale rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. Il bisogno di elettricità è stato pari a 24,1 miliardi di kWh. Ma non si tratta di un mese isolato, perché se prendiamo il dato sui primi quattro mesi dell’anno in corso, secondo quanto riportato da Elettricità Futura su rilevazione Terna, la domanda di energia elettrica è aumentata dell’1,7% su base annua Se scendiamo nel dettaglio territoriale, la crescita dei consumi è diffusa: si va dal +2,3% del Nord Italia al +1,2% del Centro, allo +0,1% del Sud e Isole. All’aumento della domanda non ha poi corrisposto un altrettanto adeguato aumento della produttività: la produzione nazionale netta (20,7 miliardi di kWh) è diminuita dello 0,8% rispetto ad aprile 2017. In forte aumento la fonte di produzione idrica (+72%), in flessione le altre (geotermica -0,6%; fotovoltaica -2,6%; eolica -11,3%; termica -14%). Nel mese di aprile 2018 la domanda di energia elettrica è stata soddisfatta per l’84,8% con produzione nazionale e per la quota restante (15,2%) dal saldo dell’energia scambiata con l’estero. Secondo Elettricità Futura, il risultato di aprile è dovuto ad un combinato effetto calendario e temperatura alta: quest’anno, infatti, aprile ha avuto un giorno lavorativo in più (19 vs 18) ma ha fatto registrare una temperatura media mensile superiore di quasi due gradi centigradi rispetto ad aprile del 2017. Fonte: Key4Biz.it
GDPR, ok del Garante Privacy al decreto di adeguamento ‘Per i social età minima 14 anni’

Via libera in tempi stretti del Garante Privacy allo schema di decreto legislativo per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del nuovo Regolamento (Ue) 2016/679 sulla Data Protection (GDPR). Via libera in tempi strettissimi del Garante Privacy allo schema di decreto legislativo per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del nuovo Regolamento (Ue) 2016/679 sulla Data Protection (GDPR), che entra pienamente in vigore il 25 maggio. Ora la palla passa alle Camere, sperando che non si vada alle calende greche. Oggi in Senato (sono le Commissioni speciali che in questo periodo esaminano gli Atti del Governo, in attesa del nuovo esecutivo) alle ore 14,15 è inserita nell’ordine del giorno la discussione sull’”Adeguamento normativa nazionale circa la protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali”. Il decreto dovrà tornare poi a Palazzo Chigi e ottenere il via libera definitivo del Consiglio dei Ministri (dovrà prima esserci anche l’ok di cinque ministeri: Giustizia, Affari esteri, Economia, Sviluppo economico e Pa). Insomma, l’Italia partirà comunque in ritardo e il nuovo regolamento entrerà in vigore senza il necessario adeguamento della nostra normativa al nuovo quadro di riferimento europeo. Non siamo soli, però avremmo potuto e dovuto fare di più. Data Retention a 72 mesi, Garante chiede cancellazione Il parere del Garante Privacy mette in evidenza alcune posizioni critiche dell’Autorità, che ribadisce l’opportunità di alcune modifiche e integrazioni, in particolare in materia di Data Retention con il prolungamento fino a 72 mesi (sei anni) dell’obbligo di conservazione de dati di traffico telefonico e telematico, nonché alle chiamate senza risposta per anti-terrorismo. “La conferma di tale deroga determina rilevanti criticità…in ordine al rispetto del principio di proporzionalità tra esigenze investigative e limitazioni del diritto della protezione dei dati dei cittadini”, si legge nel parere del Garante, che da tempo sostiene questa posizione e chiede al Governo di espungere dal decreto questa norma perché appunto sproporzionata. Preoccupazione per la Piattaforma digitale nazionale dei dati Il Garante esprime poi “preoccupazione” per le disposizioni del CAD in materia di Piattaforma digitale nazionale dei dati (articolo 50) finalizzata a favorire la conoscenza e l’utilizzo del patrimonio informativo, detenuto, per finalità istituzionali, dai soggetti pubblici che in fase sperimentale sarebbe affidata al Commissario Straordinario per l’Attuazione dell’Agenda Digitale. “La pur necessaria valorizzazione del patrimonio informativo pubblico non deve, infatti, avvenire a discapito della tutela dei diritti fondamentali e con possibili ricadute anche in termini di sicurezza nazionale”, si legge nel parere del Garante, che teme quindi la concentrazione presso un unico soggetto di informazioni, anche sensibili e sensibilissime, con evidenti rischi di usi distorti e accessi non autorizzati di dati sensibili condivisi. Trattamento illecito, chieste sanzioni penali ‘per danno’ e non solo ‘per profitto’ Per quanto riguarda gli illeciti penali e amministrativi del trattamento illecito di dati (art. 167 dello schema di decreto) il Garante chiede di valutare, per stabilire sanzioni penali, “quale oggetto alternativo del dolo specifico il danno e non solo il profitto”. In altre parole, il reato di uso illecito dei dati secondo il Garante dovrebbe valutare soprattutto il danno d’immagine e reputazionale della vittima e non solo il profilo del mero profitto economico dell’autore dell’illecito. Una differenza sostanziale e quanto mai opportuna, considerata la marea di casi in cui la vittima di un uso distorto dei dati personali resi di pubblico dominio senza autorizzazione per danneggiare qualcuno ha distrutto la reputazione, se non addirittura la vita, di un numero sempre crescente di vittime. Uso dei social, età minima 14 anni In relazione ai servizi della società dell’informazione, il Garante Privacy fissa a 14 anni (e non a 16) l’età minima per iscriversi ad un social network. Il ragionamento è questo: se a 14 anni un ragazzo può denunciare atti di bullismo e dare il suo consenso all’adozione, sarebbe incoerente non consentirgli anche di iscriversi ai social a quell’età, tanto più che lo schema di decreto, in relazione ai servizi dell’informazione, indica che è consentito “il trattamento dei dati personali del minore di età inferiore a sedici anni”. Riutilizzo dei dati a fini di ricerca o fini statistici Il Garante solleva alcuni dubbi sulla nozione di “riutilizzo” che non viene definita dal decreto, che “coincide con l’utilizzo da parte di terzi, a fini commerciali o non commerciali, diversi da quelli iniziali per i quali le informazioni sono state prodotte, e riguarda soltanto i documenti contenenti dati pubblici (indipendentemente che si tratti di dati personali o meno) nella disponibilità di pubbliche amministrazioni e di organismi di diritto pubblico”. A scanso di equivoci, il Garante suggerisce di sostituire il termine “riutilizzo” con quello di“trattamento ulteriore da parte di terzi”. Fonte: Key4Biz.it
GDPR, diffuse le linee guida per gli avvocati in materia di protezione dei dati

La protezione dei dati personali del cliente, oltre ad essere “essenziale per garantire il segreto professionale”, rappresenta un elemento di trasparenza e confidenzialità nel rapporto. I rischi da evitare per gli studi legali e il Capitolo del digitale. Indipendentemente dalla dimensione e dall’area di attività, anche gli studi legali dovranno adeguarsi al nuovo regolamento generale europeo per la protezione dei dati (GDPR, Regolamento UE 2016/679), che lo ricordiamo entrerà in vigore tra 48 ore, il 25 maggio prossimo. La Commissione privacy del Consiglio nazionale forense presso il Ministero della Giustizia ha diffuso ieri le “linee guida per gli avvocati in materia di protezione dei dati personali”. I dati ai quali l’avvocato ha accesso, nell’esercizio delle sue funzioni, sono per loro natura particolarmente sensibili: “essi possono infatti riguardare la salute, l’orientamento religioso politico o sessuale, dati giudiziari, situazione familiare, dati di minori e molto altro, ed il loro trattamento osserva una logica specifica, diversa da quella dell’impresa commerciale, essendo intimamente connessa al rapporto di fiducia che lega l’avvocato al suo cliente e al rispetto degli obblighi deontologici, primo fra tutti l’obbligo di garantire il segreto professionale”. La protezione dei dati personali del cliente, oltre ad essere “essenziale per garantire il segreto professionale”, rappresenta un elemento di trasparenza e confidenzialità nel rapporto. Al fine di evitare il pericolo della perdita di tali dati, gli avvocati dovranno prestare particolare attenzione alle seguenti indicazioni: le finalità di trattamento dei dati e la loro trasmissione siano chiaramente definite; le misure di sicurezza (tanto informatica che fisica) siano precisamente individuate, definite e attuate; le persone coinvolte (segreteria, praticanti, colleghi, collaboratori a qualsiasi titolo) siano adeguatamente informate e coinvolte nel processo di protezione dei dati personali. Un capitolo a parte è dedicato al rapporto tra studi legali e innovazione tecnologica. Spesso molti servizi vengono “esternalizzati” a terzi, come nel caso dell’utilizzo di una segreteria virtuale, o nella conservazione dei dati su cloud, o si utilizzano propri mezzi di comunicazione, ad esmpio siti web, blog, o ancora appoggiandosi su siti terzi, “in tutti questi casi la leva digitale dovrà sempre rispettare gli obblighi deontologici e normativi, prestando la massima attenzione a che i dati siano trattati in modo sicuro e nel rispetto delle norme”. Il GDPR offrirà agli avvocati nuovi spazi di intervento professionale, come nel caso di “giuristi in possesso di particolari competenze che potranno prestare consulenza in materia di privacy ai loro clienti”, oppure “rivestire le funzioni di responsabile della protezione dei dati, ove in possesso anche di competenze tecniche specifiche” Materiale utile: Linee guida “Il GDPR e l’avvocato” Allegato 1 – Modello di informativa Allegato 2 – Schema di registro dei trattamenti Fonte: Key4Biz.it
eCommerce, la sfida di Poste a Amazon ‘Consegne fino a sera e nel weekend’

Il postino suona fino alle 19:45, pure sabato e domenica, per consegnare i pacchi. Così Poste Italiane ha iniziato a sfidare la concorrenza. In arrivo anche i ritiri da armadietti ‘fai da te’ in supermercati, centri commerciali e negozi sotto casa. L’Ad Matteo Del Fante: obiettivo 50 milioni di pacchi nel 2018. Poste Italiane ha messo in atto la strategia giusta per sfidare Amazon e gli altri concorrenti nella consegna dei pacchi. Saranno i 30mila portalettere a recapitarli. Tutti i giorni e fino a sera, anche sabato e domenica. Entro l’anno arriveranno anche 350 locker, gli armadietti fai da te per il ritiro in supermercati centri commerciali e al negozio sotto casa. La nuova modalità di consegna è partita da meno di un mese. I dettagli sono emersi, questa settimana, dalla presentazione dei conti trimestrali dell’azienda. Nei primi tre mesi dell’anno le consegne di pacchi da parte della rete dei portalettere sono state il 50% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Dopo una crescita esplosiva (4/5 milioni di pacchi consegnati nel 2015; 15 milioni nel 2016; 35 milioni nel 2017). Ora Poste, con il piano varato dall’A.d Matteo Del Fante, punta a 50 milioni di pacchi consegnati nel 2018 per crescere a quota 100 milioni nel 2022: “Una svolta storica. Cambia completamente il lavoro dei nostri portalettere, una grande risorsa, una rete capillare che era legata al declino della corrispondenza tradizionale ed ha ora una grande opportunità di sviluppo”, ha detto l’amministratore delegato. Nei primi tre mesi dell’anno le consegne di pacchi da parte della rete dei portalettere sono state il 50% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Dopo una crescita esplosiva (4/5 milioni di pacchi consegnati nel 2015; 15 milioni nel 2016; 35 milioni nel 2017) Poste ha avviato il nuovo progetto dal 16 aprile: lo sta diffondendo sul territorio gradualmente e andrà avanti così per tutto quest’anno e nel 2019. Il postino suona fino alle 19:45, anche sabato e domenica, se si vuole Il progetto affida ai portalettere il recapito di pacchi fino a 5 chili (l’85% del fenomeno eCommerce): ultima consegna alle 19:45, e si lavora anche nel fine settimana. È un modello flessibile per aumentare le consegne al primo tentativo: per esempio, la mattina più nei quartieri dove ci sono uffici, di pomeriggio e sera soprattutto nelle zone residenziali dove di giorno in casa non c’è nessuno. Poste ha presentato il nuovo modello di distribuzione agli analisti finanziari sottolineando di puntare su “efficienza, flessibilità, più qualità del servizio” e con una “riduzione dei costi”: sarà possibile con una razionalizzazione delle aree territoriali, ridotte da 9 a 6, e differenziando il servizio sul territorio in base alla diversa “densità di oggetti da recapitare“: strutturalmente sette giorni su sette nelle grandi aree metropolitane (8% della popolazione, 600 pacchi al giorno per chilometro quadrato) e per la sola ‘rete business’ (prevalentemente i pacchi dell’e-commerce) anche nelle aree urbane (68% della popolazione, dove la densità scende a 80 pacchi/chilometro). Nelle aree rurali (24% degli italiani, 10 pacchi/chilometro) le consegne restano a giorni alterni. L’obiettivo dell’AD Matteo Del Fante: 50 milioni di pacchi nel 2018 e 100 nel 2022 Il progetto è parte del piano a 5 anni ‘Deliver 2022‘ varato a fine febbraio dall’A.d Matteo Del Fante, che lo considera “uno dei pilastri” della sua strategia: punta a 50 milioni di pacchi consegnati nel 2018 per crescere a quota 100 milioni nel 2022. Partita a metà aprile, la nuova modalità di consegna dei pacchi è già operativa in 71 dei 900 centri di recapito di Poste. Ad oggi tocca 500 Comuni e 10 Regioni ed entro giugno saranno operative prime aree in tutte le Regioni italiane. Genova è avanti, con 3 centri su 4 già al lavoro con il nuovo modello. Fonte: Key4Biz.it
Rapporto Istat, il 69% degli italiani è online. Il 60% ha usato i social

Cresce in Italia l’utilizzo della Rete e dei social media, visti come uno strumento complementare ai rapporti reali con gli amici. Cresce nel nostro paese l’utilizzo della Rete e dei social media, visti come strumento complementare delle relazioni sociali classiche, vale a dire non virtuali. E’ quanto emerge dal Rapporto Istat pubblicato oggi, secondo cui Internet e le tecnologie digitali hanno trasformato i diversi ambiti della vita quotidiana, creando nuovi modi di comunicare, relazionarsi e ragionare e rendendo meno necessarie la compresenza e la prossimità fisica tra le persone; i confini delle relazioni sociali sono sempre più permeabili. Le relazioni d’amicizia e gli stessi legami con i familiari sono inseriti sempre più spesso in un sistema “virtualizzato” di relazioni. Ecco alcuni dati presenti nel Rapporto. Online il 69% degli Italiani L’Italia, con il 69,0% di utenti regolari di internet tra i 16 e i 74 anni, si colloca agli ultimi posti fra i paesi Ue. Naviga di più la generazione delle reti, ossia i nati dopo il 1996 (90,3%). Internet in Italia Tuttavia, nell’ultimo decennio la generazione della transizione – nati tra il 1966 e il 1980 – ha fatto registrare incrementi tali da ridurre il divario con le generazioni cresciute nell’era del digitale (dal 48,2% del 2006 al 79,6% del 2016). Navigano di più le persone con titoli di studio più elevati e quelle residenti nel Centro-nord. Social network Nel 2016, il 60,1% degli utenti regolari ha utilizzato un social network, il 52,5% ha inviato messaggi in chat, scritto su un blog o su un forum, il 32,4% ha condiviso testi, fotografie o musica. L’uso delle piattaforme sociali avvicina le generazioni e annulla le differenze tra persone con livelli di istruzione diversi. Inviare messaggi, intervenire su blog o forum è un’attività più diffusa nelle città del Centro-nord (55,0%); nei territori del disagio (64,2%) e nel Mezzogiorno interno (63,1%) dove sono più alte le quote di utenti di social network. Il web potenzia le relazioni La Rete è uno strumento di potenziamento delle relazioni sociali: chi frequenta di più gli amici è anche più attivo sui social network. Le relazioni sociali non virtuali restano comunque la forma di interazione più appagante: su una scala da -3 a +3, il punteggio di piacevolezza attribuito alle attività di socialità con gli amici è 2,22 mentre per la socialità online è 1,88. Fonte: Key4Biz.it
Pec, 3 email su 10 non lette nonostante 9 milioni di caselle aperte

Secondo un sondaggio di Achab, società italiana specializzata nel settore, il 32% dei messaggi di posta elettronica certificata non viene letto da aziende e liberi professionisti, nonostante nel primo bimestre 2018 si sia raggiunto il numero di quasi 9 milioni di caselle Pec aperte. Secondo gli ultimi dati disponibili relativi a gennaio-febbraio 2018, in Italia sono state aperte 8,9 milioni di caselle Pec e in totale sono stati inviati con la posta elettronica certificata 297 milioni di messaggi (fonte AgiD). Il 30% delle email, pari a 89 milioni, non sono state mai lette dai destinatari. Il sorprendente dato emerge dal sondaggio condotto da Achab, (azienda italiana specializzata in software e soluzioni che permettono alle PMI di costruire infrastrutture ICT), su un campione di 154 Service Provider IT. Dunque il crescente numero di caselle Pec non va di pari passo con la consapevolezza della necessità di un suo migliore utilizzo. Spesso sono aperte perché obbligatorie, per esempio per i professionisti iscritti a Ordini e collegi, alle nuove società, Partite Iva e ditte individuali – artigiani compresi, fino alle pubbliche amministrazioni. Pec, anche problemi di gestione Dal sondaggio di Achab emerge, inoltre, che meno del 10% delle aziende è in grado di gestire correttamente il contenuto della propria casella Pec. Ciò significa che le stesse aziende sono nell’impossibilità di utilizzarla come prova in caso di contenzioso. Una lacuna non da poco, quindi, con ripercussioni di impatto, potenziale, molto dannoso. Proprio dalla casella di posta Pec, infatti, passano i documenti più importanti: dalle comunicazioni Inail a quelle dell’Inps, passando per Camera di Commercio, Tribunale, Ufficiale giudiziario, Ordine professionale ecc. L’errore più comune? Trattare una mail ricevuta in posta Pec come se fosse una corrispondenza telematica qualunque. La giurisprudenza ha stabilito che tutto ciò che è contenuto in una Pec è, a tutti gli effetti, un documento informatico, non analogico, e come tale deve essere archiviato e conservato, altrimenti non ha alcun valore legale. Rispetto alla posta raccomandata cartacea però, la Pec ribalta l’onere della prova in caso di contenzioso: è il proprietario della casella di posta elettronica certificata a dover controllarne periodicamente il contenuto, mentre con la raccomandata “classica” è il mittente a doversi curare di inviarla all’indirizzo giusto ed attenderne la ricevuta di ritorno come prova dell’avvenuta ricezione. Inoltre, come tutte le scritture contabili di un’azienda, anche la corrispondenza via Pec va conservata nel tempo, ma la firma legale che la certifica spesso ha una scadenza temporale inferiore rispetto a quanto necessario. La storia della Pec La Posta Elettronica Certificata (Pec) è obbligatoria per tutte le aziende, pubbliche e private, e i liberi professionisti dalla conversione del Decreto legge 179/2012 nella legge 221/2012. Eppure, a distanza di sei anni, moltissime imprese, professionisti e privati cittadini non sanno ancora come rapportarsi bene a questo importante strumento. Fonte: Key4Biz.it
GDPR, rivivono le sanzioni penali e non si abolisce il codice privacy

Palazzo Chigi ha inviato alla ragioneria generale dello Stato il Decreto di adeguamento al Gdpr. Il testo prevede le sanzioni penali, cancellate nella prima bozza, e non cancella il codice privacy. Il decreto deve essere approvato entro il 21 maggio dal Consiglio dei ministri, ma prima deve ricevere il parere delle Commissioni parlamentari e del Garante Privacy. Il Decreto di adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento europeo sulla data protection (Gdpr) ha mosso un passo importante in vista della sua approvazione che deve avvenire entro il 21 maggio, 4 giorni prima l’entrata in vigore del Gdpr. Il testo è stato inviato dalla presidenza del Consiglio dei ministri alla Ragioneria generale dello Stato. Tante le novità. Sanzioni penali, reclusione fino a tre anni Rivivono, fortunatamente, le sanzioni penali per il trattamento illecito dei dati (ora disciplinato dall’art. 167 del codice privacy), cancellate nella prima bozza con una depenalizzazione a tappeto di tutti i reati previsti dal codice privacy. Dunque il testo ripropone una sezione penale: per il trattamento illecito di dati le sanzioni vanno da sei mesi a 18 mesi di reclusione e, in determinate condizioni, fino a tre anni. Resta anche la reclusione da sei mesi a tre anni per falsa dichiarazione di fronte al Garante privacy. Nuova, invece, è il reato della comunicazione e diffusione illecita di dati riferibili a un ingente numero di persone, punita con la reclusione da uno a sei anni, e quella dell’acquisizione fraudolenta di informazioni personali per trarne profitto, sanzionata con la reclusione da uno a quattro anni. Codice Privacy, abrogazione selettiva Il testo del decreto non abroga totalmente il decreto legislativo 196 del 2003, noto come Codice Privacy, ma lo armonizza al contenuto del Gdpr prevedendo solo una abrogazione parziale. Invece a marzo, il governo Gentiloni, frettolosamente, aveva approvato lo schema del decreto che prevedeva l’abrogazione totale del codice Privacy in vigore. L’alzata di scudi una serie di associazioni in difesa della privacy “Gdpr, il codice per la protezione dei dati va difeso non abrogato” ha sortito l’effetto desiderato. Minori, sui social solo a 16 anni In Italia dal 25 maggio prossimo solo chi ha 16 anni potrà iscriversi, liberamente, ai social network. Questa è un’altra novità contenuta del testo del decreto di adeguamento al Gdpr. “In relazione a servizi della società dell’informazione (app e servizi su internet), il legislatore italiano fissa a 16 anni l’età valida per fornire il proprio consenso”. Nella prima bozza era fissato a 14 anni. Il limite di 16 anni è indicato dall’articolo 8 del regolamento europeo: “Per quanto riguarda l’offerta diretta di servizi della società dell’informazione ai minori, il trattamento di dati personali del minore è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni”. Per gli under 16 “ tale trattamento è lecito soltanto se e nella misura in cui tale consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale”. PA, nessun consenso se tratta i dati secondo la legge Il decreto prevede che la Pubblica amministrazione non deve chiedere il consenso se tratta dati in base alla legge. In base alle disposizioni sopravvivono i regolamenti sul trattamento di dati sensibili, già adottati e aggiornati da tutti gli enti pubblici. Sanità Le norme sulla privacy sanitaria dello schema di decreto legislativo di coordinamento perdono tutte le disposizioni sul consenso. D’altra parte il regolamento Ue 2016/679 (articolo 9) prevede per il trattamento dei dati sanitari presupposti diversi dal consenso. Il tempo stringe, 10 giorni ‘lavorativi’ per l’approvazione del decreto Dopo la “bollinatura” il decreto deve avere il parere sia delle commissioni parlamentari di Camera e Senato (sono le Commissioni speciali che in questo periodo esaminano gli Atti del Governo, in attesa del nuovo esecutivo), sia del Garante Privacy, per poi ritornare a Palazzo Chigi e ottenere il via libera definitivo del Consiglio dei Ministri (dovrà prima esserci anche l’ok di cinque ministeri: Giustizia, Affari esteri, Economia, Sviluppo economico e Pa). Come risulta a Key4biz per questa settimana non è prevista nell’ordine del giorno delle Commissioni speciali parlamentari la discussione sul decreto. Il tempo stringe. Fonte: Key4Biz.it
Twitter vende i dati pubblici degli utenti (anche a Cambridge Analytica)

Il social ha ammesso di aver venduto l’accesso ai dati pubblici degli utenti alla società di Aleksandr Kogan, il ricercatore che ha attinto illecitamente i dati di 87 milioni di utenti su Facebook e poi venduti a Cambridge Analytica. Una notizia che fa scoprire una parte del modello di business di Twitter. Gli iscritti lo sanno? L’artefice dello scandalo Datagate, che ha coinvolto Facebook, ha utilizzato anche i dati (pubblici) degli utenti di Twitter. La notizia è stata diffusa solo ora ed è stata scoperta da Bloomberg, a cui Twitter ha confermato di aver venduto l’accesso ai suoi dati pubblici alla società Gsr del ricercatore Aleksandr Kogan, ideatore dell’app thisisyourdigitallife attraverso cui ha raccolto illecitamente i dati di 87 milioni di persone su Facebook e poi venduti a Cambridge Analytica, società inglese di analisi di big data a scopi politici. “Nel 2015 la Gsr ha avuto un accesso Api di una sola volta a una campione casuale di tweet pubblici relativi a un periodo di cinque mesi, da dicembre 2014 ad aprile 2015”, ha scritto Twitter nella nota inviata a Bloomberg. “Sulla base di quanto emerso recentemente, abbiamo condotto un’inchiesta interna e non abbiamo trovato alcun accesso a dati privati degli utenti che usano il social network”, ha concluso la società del microblogging che ha, comunque, rimosso dall’elenco degli inserzionisti l’account di Cambridge Analytica e profili di società collegate. Dunque la dichiarazione ufficiale di Twitter getta subito acqua sul fuoco e allontana i possibili dubbi su nuovo scandalo Datagate sulla piattaforma. Ma la notizia ha un grave rovescio della medaglia, ci ha fatto scoprire che Twitter commercializza i dati pubblici degli utenti. Gli iscritti lo sanno? Infatti il social permette ad aziende e sviluppatori di accedere, a pagamento, a dati pubblici degli iscritti attraverso l’API (interfaccia di programmazione di un’applicazione). A chi acquista ‘il pacchetto’ viene fornito il più ampio accesso ai dati, che include gli ultimi 30 giorni di tweet o l’accesso ai tweet dal 2006. Per ottenere tale accesso, i clienti devono spiegare in che modo intendono utilizzare i dati e chi l’utilizzatore finale. Il listino prezzi dei dati pubblici degli utenti insieme ad altre entrate sono cresciute del 20% circa, a 90 milioni di dollari nel primo trimestre, periodo in cui Twitter ha anche rimosso 142mila applicazioni collegate attraverso l’API. Applicazioni che hanno pagato per venire in possesso di una molteplicità dei nostri dati sul social. Quindi, così come su Facebook, anche su Twitter è consigliabile inserire pochi dati, se non obbligatori per utilizzarlo. Fonte: Key4Biz.it