Dipendenza da smartphone, 4 italiani su 10 cercano di uscirne

Il 40% degli italiani crede di usare troppo lo smartphone e tenta di limitarne l’utilizzo, prevalentemente silenziando le notifiche (più del 30% dei giovani) o spegnendolo durante la notte (42% degli over 65). Il trend emerge dalla ‘Global Mobile Consumer Survey 2017’ curata da Deloitte. Il confronto con l’estero. Quattro italiani su dieci ritengono di utilizzare troppo il proprio cellulare e un 36% di questi ammette di esagerare in tutte le situazioni: il 27% durante la sera, il 20% nei momenti con la famiglia e il 13% a lavoro, scuola o università. Ad avere maggiori difficoltà a separarsi dal proprio cellulare sono gli under 24 con una percentuale del 61% ma anche i più grandi non scherzano: il 20% degli over 65, che negli anni passati si sono avvicinati al mondo dello smartphone ma senza abusarne, oggi ritiene di utilizzarlo troppo. I dati sulla dipendenza da smartphone degli italiani emergono dalla Global Mobile Consumer Survey 2017, una ricerca di Deloitte, che coinvolge 33 Paesi tra i principali al mondo e delinea le tendenze relative alle abitudini e ai comportamenti degli utenti connessi tramite smartphone. Quale metodo si usa per limitare l’utilizzo del cellulare? Il confronto Italia/Estero In Italia il 34% lo spegne durante la notte, percentuale che arriva al 42% con gli over 65, mentre i giovani silenziano le notifiche (più del 30%). Invece all’estero il detox viene praticato principalmente tenendo il telefono in borsa quando si incontrano le persone, pratica tipica del 36% dei britannici, il 37% dei tedeschi e il 42% degli olandesi. Mentre quasi 4 spagnoli su 10 silenziano le notifiche per disintossicarsi dal cellulare. Smartphone, l’inseparabile assistente tascabile per 6 italiani su 10 Per la restante parte degli italiani lo smartphone è la longa manus, un’appendice, una protesi, come dimostrato questi altri dati della ricerca: Lo smartphone per 6 italiani su 10 è un vero e proprio assistente personale, tra questi uno su 5 non può fare a meno della ricerca vocale: il 49% la usa per ricercare informazioni e il 48% per chiamare un contatto della rubrica Con 20 punti percentuali in più rispetto al 2016, l’Italia risulta al di sopra della media europea per l’acquisto online di prodotti e servizi tramite smartphone. Il 30% di chi non ha ancora pagato tramite smartphone dichiara di non averlo fatto perché non considera il telefono un mezzo sicuro Un italiano su 5 utilizza lo smartphone per pagare i trasporti pubblici e il parcheggio e più di uno su 3 lo utilizza per effettuare transazioni bancarie di vario genere In Italia cresce l’utilizzo di dispositivi intelligenti per svago (24%), auto (9%) e casa (7%). Boom per le Smart TV: +17% rispetto allo scorso anno Gli italiani risultano i più propensi all’acquisto di dispositivi intelligenti connessi per la casa: il 17% per sistemi di sorveglianza, il 12% per elettrodomestici e termostati, il 11% per sistemi di illuminazione Nel 2017 la condivisione di contenuti è diventata una vera e propria moda, con più dell’80% di italiani che condividono mediante app di messaggistica: tra i giovani, ben il 95% le usa per condividere foto. Esplode inoltre la mania del live streaming sui social: il 40% degli intervistati lo utilizza. Fonte: Key4Biz.it
Voucher digitalizzazione PMI, l’elenco completo dei vincitori

Ecco l’elenco, consultabile per regione, delle imprese alle quali risulta assegnabile il Voucher per la digitalizzazione delle PMI. Nell’elenco non è indicato l’importo del Voucher concedibile, in quanto il Ministero, considerato che il riparto delle risorse oggi disponibili tra le oltre 90.000 domande presentate condurrebbe all’assegnazione di un’agevolazione sensibilmente inferiore a quella richiesta dalla singola impresa, sta verificando la possibilità di integrare la copertura finanziaria dell’intervento. In ogni caso, da domani le imprese possono cominciare ad effettuare le spese programmate nei progetti di digitalizzazione e di ammodernamento tecnologico presentati. In allegato al decreto direttoriale 14 marzo 2018 è riportato l’elenco, articolato su base regionale, delle imprese alle quali, subordinatamente all’esito positivo delle verifiche previste dalla normativa e della registrazione dell’aiuto nel Registro nazionale degli aiuti di Stato, risulta assegnabile il Voucher. Il Mise con un successivo provvedimento direttoriale pubblicherà l’elenco delle imprese per le quali le verifiche si saranno concluse positivamente, con l’indicazione dell’importo del Voucher assegnato. Tale importo sarà determinato sulla base delle risorse finanziarie stanziate dalla norma istitutiva dell’intervento e di quelle che eventualmente si renderanno disponibili a seguito di approfondimenti in corso di svolgimento. Elenco delle imprese ammesse divise per Regioni Abruzzo Basilicata Calabria Campania Emilia Romagna Friuli Venezia Giulia Lazio Liguria Lombardia Marche Molise Piemonte Puglia Sardegna Sicilia Toscana Trentino Alto Adige Umbria Valle d’Aosta Veneto Per maggiori approfondimenti è possibile visitare la Scheda informativa sul Voucher per la digitalizzazione delle PMI qui.
La Pec compie 18 anni, ma c’è poco da festeggiare

Nel 2000 nasce il concetto giuridico di ‘posta elettronica certificata’, mentre dal 2005 la Pec ha assunto lo stesso valore legale di una raccomandata con avviso di ricevimento. Non ha avuto una diffusione di massa come si sperava: solo 2,8 milioni di cittadini privati ne hanno una. In totale le caselle Pec sono 8,9 milioni. Compie 18 anni la posta elettronica certificata, sconosciuta alla stragrande maggioranza degli italiani. Eppure quando è stata istituita si sperava in una diffusione di massa soprattutto per accelerare la rivoluzione digitale del Paese. Nel 2000 è nato il concetto giuridico di ‘posta elettronica certificata’ (non l’acronimo Pec né le sue regole tecniche fissate poi nel 2005 con il Cad), con il provvedimento del 28 dicembre del 2000 (il DpR numero 445) che ha equiparato una mail certificata a una lettera cartacea tra pubbliche amministrazioni. Poi 12 anni fa è avvenuta l’istituzione della Posta Elettronica Certificata (PEC) intesa come strumento utile a tutti, non più esclusivo per far dialogare le pubbliche amministrazioni, ma anche utilizzabile dai semplici cittadini. E circa 5 anni fa, dal primo luglio 2013 le comunicazioni tra imprese e pubblica amministrazione devono avvenire solo via Pec, non essendo più accettate le comunicazioni in forma cartacea. I numeri della Pec in Italia Al di là della storia per fare un bilancio della Pec è necessario leggere i dati diffusi da Agid: Vengono inviate all’incirca 4 milioni di Pec al giorno Le caselle attive sono aumentate a 8.8 milioni I messaggi scambiati nel corso del 2017 sono stati oltre 1 miliardo e 454 milioni Con questi numeri si può parlare di successo oppure la Pec non è ancora ‘matura’ in Italia? Quanti di questi 8,8 milioni di utenti sono privati cittadini? L’Agid non suddivide il dato tra privati, aziende o pubbliche amministrazioni. In aiuto ci viene l’INI-PEC, (l’Indice nazionale della posta elettronica certificata gestito dal MiSe) dal quale si legge che ad oggi sono stati raccolti oltre 1.440.000 indirizzi Pec di professionisti relativi a oltre 1.735 ordini e collegi professionali. La copertura degli ordini e collegi professionali che comunicano con INI-Pec è dell 93%. Per quanto riguarda la sezione imprese, sono disponibili quasi 4.600.000 indirizzi Pec, tra società e imprese individuali. Se dagli 8,8 milioni di caselle Pec sottraiamo gli indirizzi dei professionisti e delle imprese si scopre che solo 2,8 milioni di cittadini privati hanno una Pec. Troppo pochi per festeggiare questo 18esimo compleanno. Non decolla anche perché si può inviare un’email con valore legale senza Pec A molti può sembrare strano e un ossimoro, ma si può inviare un’email senza Pec con valore legale, purché utilizzi un “servizio elettronico di recapito certificato”. E il destinatario deve avere una PEC? No, basta che ha abbia una semplice email o una SIM di un telefono cellulare. A quale legge si fa riferimento? I nuovi servizi di recapito elettronico certificato sono previsti dal regolamento UE n. 910/2014 (eIDAS) tradotti con il D.Lgs. 179/2016, che modifica ed integra il D.Lgs. 82/2005, Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD). Fonte: Key4Biz.it
GDPR, il nuovo regolamento Ue subentra al Codice Privacy

Il Consiglio dei Ministri del 21 marzo ha approvato lo schema del decreto legislativo che adegua il Codice Privacy alle disposizioni del nuovo Regolamento Ue 2016/679. A due mesi dalla piena entrata in vigore del nuovo regolamento Ue sulla Data protection, l’Italia si mette in regola recependo nell’ordinamento il testo della nuova normativa europea che sostituisce il codice Privacy in vigore. Un passaggio tecnico necessario che il Governo Gentiloni ha voluto chiudere prima dei sei mesi di tempo che aveva per farlo. Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Paolo Gentiloni e del Ministro della giustizia Andrea Orlando, ha approvato, un decreto legislativo che, in attuazione dell’art. 13 della legge di delegazione europea 2016-2017 (legge 25 ottobre 2017, n. 163), pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 6 novembre ed entrata in vigore il successivo 21 novembre, introduce disposizioni per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento europeo relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati. Il decreto doveva essere adottato entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge delega avvenuta il 21 novembre 2017 acquisiti i pareri delle competenti Commissioni parlamentari e del Garante per la protezione dei dati personali. Quale scenario si aprirà nel nostro Paese? A far data dal 25 maggio 2018, data in cui le disposizioni di diritto europeo acquisteranno efficacia, il vigente Codice in materia di protezione dei dai personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, sarà abrogato e la nuova disciplina in materia sarà rappresentata principalmente dalle disposizioni del suddetto Regolamento immediatamente applicabili e da quelle recate dallo schema di decreto volte ad armonizzare l’ordinamento interno al nuovo quadro normativo dell’Unione Europea in tema di tutela della privacy. Dunque il Codice in materia di protezione dei dati personali (Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196) sarà abrogato e la nuova disciplina in materia sarà rappresentata principalmente dalle disposizioni del Regolamento Ue 679/2016 immediatamente applicabili. Fonte: Key4biz.it
Gli abitanti delle città più smart risparmiano 125 ore ogni anno

Una città tecnologicamente avanzata permette ai propri cittadini di risparmiare tempo. Quanto? 125 ore ogni anno secondo la stima che emerge dalla ricerca effettuata da Juniper Research e commissionata da Intel. Una ricerca che stila la classifica globale delle venti città più avanzate tecnologicamente; città in cui l’utilizzo di sistemi connessi e di apparati legati al mondo dell’IoT facilita la vita dei cittadini nel compiere le operazioni più comuni, permettendo loro di risparmiare preziosi minuti o addirittura ore. Nei primi 20 Paesi di questa speciale classifica non troviamo nemmeno una città dell’Unione Europea, fatta eccezione per Londra mentre ad occupare le prime posizioni abbiamo Singapore, New York, San Francisco e Chicago. Una ricerca sicuramente molto interessante, specialmente per il fatto che spesso non ci rendiamo conto di quanto tempo perdiamo nelle operazioni più comuni e di quanto la tecnologia possa essere utile nel risparmiare questo tempo. La coda allo sportello per il ticket di un dato esame, la ricerca di un parcheggio e il pagamento della sosta, la macchinetta dei biglietti della metropolitana che non funziona, la verifica dei dati negli uffici dell’amministrazione pubblica. Operazioni banali, che spesso sono rallentate da procedure non ottimizzate che ci fanno perdere davvero tanto tempo. Analizzando i servizi legati a 4 aree tematiche particolarmente importanti come: mobilità, sanità, sicurezza pubblica e produttività, Juniper Research ha quindi studiato come un corretto utilizzo di servizi smart efficienti impatta sulla vita di tutti i giorni. In particolare, studiando le tecnologie legate alla viabilità nelle città più in alto in questa speciale classifica, si è calcolato che strumenti come la direzione intelligente del traffico, l’assistenza nella ricerca e nel pagamento dei parcheggi e il miglioramento della sicurezza stradale, permettano di far risparmiare circa 60 ore l’anno ad ogni cittadino. Insomma, non ci resta che promuovere e incentivare la digitalizzazione dei servizi e l’utilizzo dell’Internet of Things in tutte le nostre città. Fonte: HDBlog.it
Smartphone, secondo uno studio sono i dispositivi più dannosi per l’ambiente

Gli smartphone sono dispositivi estremamente inquinanti, stando a quanto emerso da un nuovo studio condotto da due professori dell’università canadese McMaster. Secondo le nuove previsioni, pare che l’impatto della filiera produttiva degli smartphone sulla creazione dei gas serra sia maggiore di quanto ipotizzato in precedenza ed entro il 2020 questi saranno i dispositivi di elettronica di consumo più pericolosi per l’ambiente, arrivando a superare il livello di emissioni prodotte dall’utilizzo di computer fissi e portatili. Sebbene gli smartphone consumino un modesto quantitativo di energia durante l’utilizzo, ben l’85% del gas serra prodotto da questa categoria proviene dal ciclo produttivo. Oltre a ciò, la durata limitata limitata nel tempo delle loro batterie spinge senza sosta la produzione di nuovi modelli, mentre un’altra fonte di inquinamento è rappresentata dal processo di estrazione dei metalli rari utilizzati per realizzare i chip e le schede madri presenti all’interno di questi dispositivi. Il report sottolinea anche l’impatto causato da molti dei servizi accessori, come ad esempio le emissioni provenienti dai data center che gestiscono tutte le operazioni di rete, come l’invio di messaggi o le telefonate, dal momento che molte di queste infrastrutture continuano ad essere alimentate con combustibili fossili. Tuttavia sempre più società stanno spingendo verso la creazione di data center completamente mossi da fonti di energia rinnovabile, come ad esempio quelli di Google e Facebook. Gli autori della ricerca sottolineano anche l’insostenibilità dei piani tariffari che offrono aggiornamenti biennali per gli smartphone, i quali alimentano la continua domanda di nuovi dispositivi. Nel suo complesso, il settore delle telecomunicazioni rappresenta al momento circa l’1.5% delle emissioni di gas serra globali, tuttavia le previsioni suggeriscono che questa percentuale potrebbe raggiungere il 14% entro il 2040, arrivando a pesare quanto la metà dell’intero settore dei trasporti su scala globale. Insomma, si tratta di uno scenario allarmante che richiede la massima attenzione da parte dei produttori. Fonte: HDBlog.it
WiFi, da quest’estate disponibile a pagamento su alcuni aerei

‘British Airways’ e ‘Iberia’ saranno le prime a dotarsi del WiFi ultraveloce offerto da giugno dall’European Aviation Network. Sarà a pagamento per i passeggeri dell’Ue che navigheranno una velocità pari alla banda larga domestica. Si apre un nuovo mercato: 1 miliardo di dollari solo per il 2018. Da giugno sugli aerei in volo in Europea si potrebbe navigare su Internet alla stessa velocità, “se non addirittura maggiore”, della banda larga domestica su linea fissa. Il decollo del WiFi ultraveloce anche nei cieli dei 28 Paesi dell’Unione europea, più Norvegia e Svizzera, è stato previsto dal Finalcial Times che ha annunciato il lancio, dal prossimo giugno, da parte di Inmarsat, operatore satellitare britannico, dell’Europan Aviation Network (Ean), un sistema progettato per le comunicazioni in volo. Uno studio, commissionato dallo stesso Inmarsat, prevede che la banda larga in volo genererà 130 miliardi di dollari di entrate totali per l’intero settore entro il 2035, di cui 30 miliardi sarebbero le “entrate accessorie” delle compagnie aeree. ‘In Europa 1 passeggero su 10 disposto a pagare per il WiFi a banda larga in aereo’ La banda larga è realtà sui voli a lungo raggio negli Stati Uniti, dove l’80 per cento dei passeggeri ha volato, nel 2017, su un aereo che offre il WiFi, secondo Deloitte, che ha anche previsto entrate generate quest’anno dal WiFi a bordo degli aerei in Europa pari a 1 miliardo di dollari. Inoltre dalla stessa rilevazione della società di ricerca emerge che un cliente su 10 sarebbe contento di pagare per connettersi mentre è in volo nell’Ue. L’accesso al WiFi a bordo degli aerei sta diventando una forte esigenza per i passeggeri, che vogliono essere online anche in volo. E molti sono anche disposti a pagare il servizio in cambio di una connessione di alta qualità. Dunque c’è mercato ed è iniziata la battaglia su questo nuovo business. British Airways e Iberia le prime con a bordo il Wifi ultraveloce Viasat, la società satellite che fornisce già servizi WiFi per United Airlines e American Airlines, ha minacciato di denunciare Inmarsat alle autorità europee, sostenendo che la concorrente britannica si sia avvalsa in maniera illegale di una licenza ottenuta per fornire servizi a terra, e non in volo. La società ha firmato un accordo con Deutsche Telekom per realizzare una rete di trecento ‘base station’, ovvero ricetrasmettitori, in 30 Paesi europei, e con Nokia, che creerà ripetitori speciali in grado di fornire un segnale stabile a un aereo che viaggia a 1.200 chilometri all’ora a un’altezza di 10 chilometri. Le nuove antenne che dovranno essere installate sugli aeroplani verranno invece costruite da Cobham e Thales. Fonte: Key4Biz.it
Phishing, come i cyber criminali fanno guadagni sulle nostre tasse

Sempre più truffatori online nel mondo sfruttano i sistemi fiscali locali col fine unico di impadronirsi di quantità enormi di informazioni personali. Gli attacchi phishing hanno come obiettivo proprio le imposte. Via mail ormai ci arriva di tutto: documentazione da enti pubblici e privati, dal fisco, dalle amministrazioni locali, da organizzazioni di varia natura. Sono diverse le comunicazioni ufficiali che ci raggiungono grazie alla posta elettronica, soprattutto via mobile, e le frodi digitali sono all’ordine del giorno. I cyber criminali di tutto il mondo hanno da tempo preso di mira queste “comunicazioni ufficiali”, perché sanno bene che quando ci arriva una mail dall’Agenzia delle Entrate e dalla banca va a finire che molti di noi la aprono, seguendo le indicazioni contenute. Si va dalla richiesta di nuovi documenti, all’aggiornamento dei dati personali, fino all’ingiunzione di pagamento per ritardi sulle imposte o addirittura, al contrario, all’offerta di rimborsi. Certamente nessuno rimane indifferente di fronte a messaggi del genere, provenienti da fonti di rilievo anche istituzionale, e che magari annunciano l’arrivo inaspettato di denaro (cosa che già dovrebbe far sorgere più di un sospetto). Si tratta dell’abile lavoro di truffatori online che sfruttano i sistemi fiscali locali col fine unico di impadronirsi di quantità enormi di informazioni personali di utenti ignari. In un nuovo Report di Kaspersky Lab, con casi di attacco phishing rilevati in diversi Paesi, come Stati Uniti, Canada e Regno Unito, Francia, Italia, Ungheria e Russia, è emerso che questo tipo di attacchi è in forte aumento. Nel 2016, nei mesi precedenti alla fine dell’anno fiscale, in Canada, Stati Uniti e Regno Unito sono stati rilevati picchi notevoli di phishing online che aveva come focus centrale le imposte. L’anno dopo, sono stati rilevati un numero crescente di attacchi che utilizzavano siti online di autorità fiscali falsi dall’aspetto autentico che promettevano un rimborso fiscale. Obiettivo dei cyber criminali, lo ricordiamo, è rubare agli utenti di rete più informazioni sensibili possibile, a partire dall’identità delle persone fino al denaro, “attirandoli verso siti web falsi di agenzie governative ritenute affidabili”. Quando parliamo di informazioni sensibili e dati privati, ci riferiamo precisamente a carte bancarie (incluso il codice PIN), al numero di previdenza sociale, al numero di patente, all’indirizzo, al numero di telefono, alla data di nascita, al cognome da nubile della madre e al datore di lavoro. I criminali informatici, inoltre, con l’ausilio di dispositivi malevoli recuperano anche l’indirizzo IP e le informazioni di sistema. Tra i consigli più utili per evitare brutte sorprese, il documento suggerisce di controllare sempre l’indirizzo web quando si riceve la richiesta di inserire le proprie credenziali, di non smarrirsi di fronte a messaggi minacciosi (i phisher sfruttano prima di tutto la paura, la poca dimestichezza con l’argomento e l’ansia dell’utente), di non offrire mai spontaneamente nostre informazioni personali a nessuno, di non cliccare senza riflettere sui link all’interno di email provenienti da persone sconosciute o all’interno di messaggi inaspettati. Fonte: Key4Biz.it
San Valentino, un rischio per la privacy condividere password e device col proprio partner

Il 50% degli utenti condivide con il proprio partner PIN e password dei propri dispositivi. Un utente su tre ammette di spiare il proprio partner online. Nella vita di coppia digitale si corre il rischio di condividere con terzi “informazioni che sarebbe meglio tenere segrete”. All’interno di una relazione, i dispositivi di connessione alla rete (smartphone e tablet su tutti) sono sempre più condivisi. I personal device diventano sostanzialmente “tecnologie di coppia”, perché sono in molti a voler condividere il medesimo apparecchio con tutti i dati in esso contenuti. L’80%, delle persone è convinta che le coppie debbano avere un proprio spazio privato, sia online che offline, mentre il 70% degli individui dà più valore alla relazione piuttosto che alla privacy. I dati sono di un’indagine Kaspersky Lab, secondo cui il 50% degli utenti condivide con il proprio partner apertamente PIN e password dei propri dispositivi e un quarto delle persone ha aggiunto l’impronta digitale sul dispositivo della propria metà. Tecnologie di coppia, che magari migliorano i rapporti e potenziano la fiducia, ma che allo stesso tempo rendono più vulnerabile la privacy dei due partner. Quando condividiamo l’accesso alla nostra vita digitale, hanno spiegato i ricercatori, “esponiamo le nostre impronte digitali e riveliamo i nostri segreti”, che siano buoni o cattivi. I partner con rapporti di coppia instabili hanno anche maggiori probabilità di ritenere che la propria privacy venga messa in pericolo dal partner (31%), rispetto a coloro che vivono una relazione felice (15%). “Quando si forma una coppia, i confini della privacy online potrebbero essere messi in discussione e le persone potrebbero non essere preparate al fatto che il partner conosca e acceda alla propria vita online. I partner che utilizzano i dispositivi dell’altro o spiano la vita dei propri cari, oltrepassano sicuramente i confini della privacy”, ha affermato Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky Lab. Tra le attività che vengono mantenute maggiormente segrete ci sono il contenuto dei messaggi inviati ad altre persone, il modo in cui utilizzano i propri soldi, alcuni file personali e i siti web visitati. La questione della privacy e della riservatezza che circonda le attività online potrebbe anche portare a litigi tra i partner e infatti dallo studio risulta che un terzo degli intervistati (33%) ha avuto una discussione dopo aver scoperto che il partner aveva visto qualcosa sul device che l’altro non avrebbe voluto condividere. Le truffe online sono tantissime nei giorni che precedono la festa di San Valentino. Solo nel 2016 il danno economico è stato di 230 milioni di dollari, ma secondo Webroot la cifra reale è almeno il doppio, visto che molti casi non sono stati denunciati. Le url dannose di improbabili siti web per fare regali all’amato/a hanno infettato il 220% in più di utenti nella settimana che ha preceduto la festa degli innamorati nel 2016. Fonte: Key4biz.it
Gli smartphone 5G scalpitano, in arrivo nel 2019
Un anno prima del rilascio globale del nuovo standard di rete il mercato ospiterà già modelli capaci di connettersi a internet a velocità mai viste La promessa di avere tra le mani un cellulare capace di connettersi al 4G in anticipo sui tempi è più che mai reale. Diversi produttori hanno già confermato l’intenzione di lanciare sul mercato i primi dispositivi 5G-capable, cioè in grado di beneficiare delle prossime velocità in ambito mobile. Sappiamo che Verizon ha mostrato un’anteprima del suo 5G a pochi fortunati durante il Super Bowl, mentre a Taiwan HTC U12 viaggia ben oltre gli 800 Mpbs, metriche possibili solo con il protocollo di nuova fattura. Un totale di 18 operatori testerà il 5G in giro per il mondo nel corso del 2018, sfruttando i modem di Qualcomm; tra questi ci sono Vodafone e TIM che, con Ericsson, è in una fase avanzata di sperimentazione. Cosa succede Dal punto di vista dell’hardware, decine di produttori sono all’opera per capire come sfruttare al meglio il modem 5G X50 di Qualcomm. Non mancano nomi importanti, tra cui LG, HTC, Xiaomi e Nokia, così come gli assenti, Samsung, Apple e Huawei, che sembrano voler puntare maggiormente sullo sviluppo della AI piuttosto che adottare tecnologie di rete avanzate. Non è detto poi che sia Qualcomm la sola a fornire gli elementi necessari a integrare il 5G negli smartphone, visto che un concorrente diretto, come Intel, è più attivo che mai sul settore. E proprio Intel potrebbe essere la scelta di Apple nella costruzione di un iPhone 9 abile a connettersi con il nuovo standard. Intano al Mobile World Congress di Barcellona ci sarà modo per testare il 5G presso i padiglioni delle principali telco, che stanno contribuendo a bruciare le tappe in favore di una realizzazione concreta del protocollo nel più breve tempo possibile. The post Gli smartphone 5G scalpitano, in arrivo nel 2019 appeared first on Data Manager Online.