WhatsApp supera il miliardo di gruppi attivi, ma pieni di fake news e truffe

I cyber criminali potrebbero dirottare le conversazioni a loro vantaggio, ma anche creare e diffondere false notizie in oltre 1 miliardo di gruppi attivi. Ad esempio, potrebbero diffondere informazioni errate su un determinato prodotto e causare così gravi danni anche d’immagine a un’azienda. È una delle piattaforme di instant messaging (IM) più famosa e frequentata al mondo, ora di nuovo al centro di storie di false notizie e raggiri finanziari. Attualmente, WhatsApp, che è di proprietà di Facebook, conta più di 1,5 miliardi di utenti, oltre 1 miliardo di gruppi e 65 miliardi di messaggi inviati ogni giorno. In una recente indagine di cybersecurity, è saltata fuori una nuova falla che “permetterebbe a un criminale informatico di intercettare e manipolare i messaggi inviati all’interno dei gruppi di discussione o delle chat private”. Gli hacker, quindi, potrebbero a detta dei ricercatori sfruttare questa vulnerabilità “non solo dirottando la conversazione a loro vantaggio, ma anche creando e diffondendo fake news”. Le conseguenze della vulnerabilità possono essere diverse e comportare altrettante azioni da parte dei cyber criminali, tra cui: sostituire la vera risposta di un utente con un’altrapuramente inventata; citare un messaggio mentre si risponde in un gruppo così da farlo apparire come se provenisse da una persona che non fa nemmeno parte del gruppo; inviare un messaggio a un membro di un gruppo, sotto forma di un messaggio di gruppo, ma che di fatto viene inviato solo a un destinatario. Le conseguenze reali? Il criminale manipola il testo di una risposta così da fornirne una che potrebbe essere di grande beneficio per lui. Oppure, i criminali informatici potrebbero diffondere informazioni errate su un determinato prodotto e causare così gravi danni anche d’immagine a un’azienda. Gli hacker, infine, potrebbero trarre in inganno i membri di un gruppo inducendoli a svelare segreti di qualsiasi tipo e informazioni riservate a loro insaputa. Altra vulnerabilità, stavolta scoperta da Eset, riguarda la cyber sicurezza generale della piattaforma, con il rischio concreto per molti degli iscritti della piattaforma di IM di aprire messaggi truffa finalizzati, come sempre, al sottrarre risorse finanziarie alle sfortunate vittime. Con il messaggio ambiguo e falso di “insegnare a clonare gli account degli altri utenti e vedere il contenuto dei messaggi che mandano e ricevono”, la vittima spinta dalla curiosità risponde a tutti gli imput fino a quando finisce per attivare, probabilmente inconsapevolmente, un servizio SMS a pagamento che consuma il credito dello smartphone. Facendo leva non solo sulla curiosità, ma soprattutto su altri sentimenti più forti, come gelosia e invidia, i cyber criminali fanno cadere l’utente nel tranello e allo stesso tempo lo obbligano a condividere il messaggio delle finte istruzioni per clonare un account con tutti i suoi contatti, favorendo in definitiva la diffusione del malware. Ogni SMS ci può scalare fino a 5 dollari dal credito e ne possono partire più di uno contemporaneamente. Fonte: Key4Biz.it
Facebook in 2 anni ha perso la metà degli accessi in Usa. Perché si è rotto il giocattolo? (Anche in Europa)

Dal 2016 ad oggi gli accessi degli utenti americani al social network sono quasi dimezzati, mentre sono in ascesa quelli di YouTube, che nei prossimi due o tre mesi potrebbe prendere il posto di Facebook e diventare il secondo sito più visitato negli Usa, dopo Google. Ma perché il social ha perso appeal in Usa e in Europa? Per diversi anni, la classifica dei primi cinque siti più visitati negli Stati Uniti è rimasta stabile: Google, Facebook, YouTube, Yahoo e Amazon. Ora stiamo assistendo a un cambio di paradigma, perché Facebook è in caduta libera: dal 2016 ad oggi ha perso la metà degli accessi e tra 2-3 mesi sarà scavalcato da YouTube, stando alle proiezioni contenute nel nuovo studio della società di ricerche di mercato Mi-io. Nel report si legge anche che nello stesso periodo assisteremo al sorpasso di Amazon nei confronti di Yahoo. Infine, nessuno tra Facebook, YouTube, Yahoo e Amazon si avvicina a Google. Sebbene il motore di ricerca abbia visto un certo calo del traffico del sito Web perché in aumento la ricerca da app e vocale, nel luglio del 2018 Google ha registrato circa 15 miliardi di visite. Gli altri 4 erano tutti sotto i 5 miliardi, riporta lo studio. Perché si va di meno su Facebook sia negli Usa sia in Europa? Secondo il report, Facebook ha registrato un forte calo delle visite mensili alle pagine, da 8,5 miliardi a 4,7 miliardi negli ultimi due anni. Anche se il traffico delle app di Facebook è cresciuto, non è sufficiente per compensare tale perdita, riporta lo studio. Il crollo degli accessi è stato comunicato dalla stessa società il mese scorso facendo registrare un sonoro tonfo (-20%) a Wall Street quando ha riferito che il numero di utenti attivi giornalieri è rimasto stabile in Nord America nel secondo trimestre e che è diminuito in Europa, anche a causa del Gdpr. Nel nostro continente il calo è di 3 milioni di utenti al giorno e 1 milione di quelli unici al mese. Una morìa. Tuttavia, Facebook può contare su WhatsApp e Instagram, entrambi di sua proprietà “Sì, Facebook.com non funziona, ma la società deve essere considerata come un portfolio di prodotti” ha affermato Stephen Kraus, responsabile delle analisi di Mi-io e autore dello studio. Infatti sono gli altri prodotti di Facebook ad andare bene, come Instagram, il social del momento. Molti utenti lo preferiscono a Facebook per diversi motivi. L’invasione di parenti e genitori ha fatto perdere appeal a Facebook, facendolo diventare ‘invadente’ e ‘noioso’. I luoghi della creatività sono invece altri per i giovani: Snapchat, con la sua architettura che protegge molto di più la privacy, ed Instagram è scelto perché si dà valore alle foto e all’immagine da esibire più che alle parole. Instagram offre anche uno strumento in più a favore della privacy dei millennials: il profilo privato, grazie al quale si può comunicare liberamente solo all’interno della community (senza gli occhi addosso di genitori e parenti). Le storie. Su Instagram più di 400 milioni di utenti utilizzano le stories (copiate da Snapchat). Le storie sono il format del futuro, anche per le pubblicità. Sono apprezzate e visualizzate di più su WhatsApp, poi Instagram, Snapchat, Facebook e Messenger, come mostra l’infografica di DataMediaHub. Molto probabilmente la maggioranza degli utenti di Instagram, buona parte scappata da Facebook, e nel caso dei millennials non si può parlare in maniera generale di fuga perché in tanti sono iscritti solamente a questo social, non sa che è sempre preda degli annunci pubblicitari di Facebook, perché i due social sono vasi comunicanti di dati… Facebook come Yahoo? Nonostante i conti siano positivi e in crescita, il giocattolo Facebook si è rotto. L’utile netto è salito nel secondo trimestre a 5,11 miliardi e i ricavi complessivi sono cresciuti del 42% a 13,23 miliardi di dollari, ma il valore delle azioni è diminuito del 20%. Perché c’è allora un problema Facebook? Perché il social network più famoso e popolato al mondo sta perdendo appeal? Nel decodificare i dati leggiamo che il modello di business basato sulle inserzioni pubblicitarie funziona, sempre più utenti e aziende spendono denaro per sponsorizzare sul social post e contenuti, ma a causa dello scandalo Cambridge Analytica Facebook ha iniziato a perdere la fiducia. Da quando è esploso il datagate ha subìto un danno reputazionale o d’immagine. Non ci si fida più ciecamente del social network, che non è in grado di proteggere la privacy degli iscritti. In molti dicono che Facebook farà la fine di Yahoo, le cui azioni hanno raggiunto il picco nel 1999 con altrettanto successo di utenti. Le prospettive di Yahoo sono in calo da un decennio. Sebbene continui a generare traffico considerevole negli Usa, le visite a Yahoo.com negli ultimi due anni sono diminuite di circa un terzo, da 2,9 miliardi a 1,9 miliardi. Un crollo come quelle su Facebook.com. Fonte: Key4biz.it
Smartphone in classe, ok della Francia alla legge che lo vieta fino a 15 anni. E in Italia?

Via libera del Parlamento francese alla legge, promessa dal presidente Macron in campagna elettorale. Il divieto, applicato agli studenti fino ai 15 anni, riguarderà tutti i dispositivi connessi alla rete (smartphone, tablet e smartwatch). Consentito l’uso pedagogico, ma su deroga delle scuole. In Italia qual è la posizione del Miur? Da settembre gli studenti in Francia fino a 15 anni non potranno più utilizzare in classe lo smartphone, né qualsiasi altro dispositivo connesso al web. Il divieto entra in vigore a livello nazionale in virtù della legge approvata, in via definitiva, dal Parlamento francese. L’uso di smartphone, tablet e smartwatch sarà consentito solo per usi pedagogici a seconda dei regolamenti interni degli istituti scolastici, che potranno creare una sorta di “deposito” di telefonini all’ingresso della scuola o autorizzare gli allievi a tenerli, spenti, nello zaino. Il governo metterà a punto nelle prossime settimane un vademecum pratico per studenti e professori per spiegare meglio i contenuti della legge. Una legge promessa in campagna elettorale dal presidente Emmanuel Macron e proposta dai deputati del partito LREM (comunemente conosciuto come En Marche! e fondato da Macron). In Francia divieto per gli studenti fino a 15 anni La legge approvata dall’Assemblée Nationale impone il divieto di usare in aula dispositivi collegati al web per gli studenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado, fino ai 15 anni di età. I device possono essere, invece, utilizzati, nelle attività extracurriculari e per gli allievi diversamente abili. Più soft il divieto per le scuole superiori che saranno lasciate libere di applicare un divieto parziale o totale all’uso della tecnologia connessa in rete. Il Codice dell’istruzione vietava già per legge, dal 2010, l’uso di telefoni cellulari “durante ogni attività di insegnamento e nei luoghi previsti dal regolamento interno”. Infatti circa la metà delle scuole transalpine aveva già inserito nel regolamento interno il divieto di smartphone in classe, eccezione fatta che per il cortile durante la ricreazione, ma secondo il ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer“questo divieto mancava di un solco giuridico solido”. Ecco la necessità di una legge nazionale che renderà cogente il regolamento uniformando il divieto in tutte le scuole della Francia. E in Italia? Qual è la posizione del Miur La legge, appena approvata in Francia, dovrebbe essere presa in considerazione anche dal ministro italiano dell’Istruzione, Marco Bussetti, dopo che la ministra Valeria Fedeli aveva invece sdoganato fra mille polemiche (prima delle elezioni del 4 marzo) l’utilizzo dei cellulari in classe a scopo didattico, mentre Matteo Salvini aveva messo nel suo programma di governo il divieto. “La linea in Italia è già ben definita. Esistono i regolamenti d’Istituto che rientrano nell’autonomia didattica, le scuole hanno già posto dei regolamenti interni”, ha detto il ministro Bussetti, il mese scorso. Allo stesso tempo, consapevole dell’importanza e della delicatezza della vicenda, il ministro non ha fretta, come chi l’ha preceduto al Miur, di prendere nuove misure: “Sicuramente quella francese è un’opportunità per riflettere ancora di più sull’uso consapevole dei telefoni in classe, quindi ben venga”.“È importante rendere consapevoli i ragazzi del corretto uso degli smartphone”, ha aggiunto il ministro dell’Istruzione. Quindi più che imporre smartphone e tablet personali (non messi a disposizione dalla scuola, questo prevedeva il decalogo) “perché la tecnologia è uno strumento che facilita l’apprendimento”, ripeteva l’ex ministra Fedeli, servirebbero ore di: Educazione digitale e non utilizzare i device per l’apprendimento di tutte le materie. Progetti Scuola per la protezione dei dati personali, perché è necessario far comprendere ai millennials che sulla Rete nulla è gratis, il prezzo che si paga è la perdita della privacy. Resta del lavoro da fare anche per sviluppare la connessione in banda larga nelle scuole. La fibra arriva oggi a poco più di un istituto su 10.Il piano nazionale per la scuola digitale ha messo sul piatto 1 miliardo e 200mila euro, ne sono stati spesi la metà. Fonte: Key4biz.it
Agcom, modem libero svincolato dall’abbonamento

L’Autorità approva nuove regole che sganciano la scelta del router di accesso alla Rete dall’abbonamento con il provider di connettività. Il commissario Antonio Nicita: ‘Il pacchetto contribuirà a rafforzare la libera e consapevole scelta dei consumatori italiani e la creazione di un ecosistema competitivo’. Libertà di modem, il Consiglio dell’Agcom dopo un’ampia consultazione pubblica, dà il via libera a nuove regole, che di fatto svincolano la scelta del router di accesso online da rete fissa dall’abbonamento del provider di connettività. Si tratta di una grossa novità, in linea con il regolamento Ue sull’accesso ad una rete Internet aperta, visto che ad oggi il modem viene di fatto venduto, ceduto in comodato d’uso o noleggiato dall’operatore insieme al pacchetto di accesso. “Al fine di consentire scelte consapevoli e informate, nonché di tutelare i consumatori finali, la decisione dell’Autorità delinea gli elementi essenziali e il dettaglio dei prezzi e delle modalità di vendita dei terminali e dei servizi collegati ricadenti sui fornitori di servizi di accesso alla rete, in base a quanto previsto agli articoli 70 e 71 del Codice delle comunicazioni elettroniche”, si legge nella nota dell’Autorità. Il provvedimento, relatore Antonio Nicita, (delibera 348/18/CONS) ha confermato “il diritto degli utenti di scegliere liberamente i terminali di accesso ad Internet da postazione fissa, fissando al contempo specifici obblighi sugli operatori, finalizzati a garantire scelte consapevoli e informate da parte dei consumatori finali”. “Dal punto di vista tecnico, gli operatori di reti pubbliche di comunicazioni e i fornitori di servizi di comunicazione accessibili al pubblico non potranno rifiutare di collegare apparecchiature terminali alla propria rete se l’apparecchiatura scelta dall’utente soddisfa i requisiti di base previsti dalla normativa europea e nazionale, né imporre all’utente oneri aggiuntivi o ritardi ingiustificati, ovvero discriminarne la qualità dei servizi inclusi nell’offerta, in caso di collegamento ad un’apparecchiatura terminale di propria scelta”, precisa l’Autorità. In altre parole, nel pacchetto Internet non dovrà per forza essere incluso il terminale del provider, che non potrà nemmeno imporre un sovrapprezzo agli utenti che sceglieranno un modem alternativo, purché ovviamente con le caratteristiche tecniche adeguate e necessarie per funzionare. Di fatto gli utenti potranno acquistare il modem che vogliono e usarlo per l’accesso online, compatibilmente con i vincoli tecnici che ovviamente restano. Il nuovo regolamento prevede inoltre che il fornitore di accesso alla rete dia assistenza tecnica al cliente per la configurazione anche se dovesse scegliere un modem alternativo. “Eventuali motivate restrizioni da parte degli operatori dovranno essere approvate dall’Autorità”, precisa l’Autorità, che fissa una serie di paletti contrattuali per gli operatori, che in futuro non potranno vincolare la scelta degli utenti con condizioni (prezzo, volumi di dati o velocità, o altre pratiche commerciali). In caso di offerta abbinata del terminale con i servizi di connettività, sarà necessario precisare in modo chiaro le condizioni di fornitura lasciando sempre aperta la possibilità per il consumatore di scegliere un terminale diverso, offrendo inoltre le specifiche tecniche per il funzionamento. In particolare, se il modem sarà ceduto dagli operatori a titolo oneroso, dovranno essere precisati eventuali costi di installazione, il numero e il valore delle rate di noleggio e le condizioni di riscatto della proprietà del terminale. Se invece il terminale sia fornito gratis, il consumatore dovrà poter conoscere le condizioni economiche e tecniche aggiuntive collegate a tale fornitura e ogni altra informazione utile a distinguere le condizioni contrattuali relative al servizio di accesso ad Internet rispetto all’uso del terminale e i servizi correlati. Inoltre, nel caso di recesso, la mancata restituzione di un’apparecchiatura terminale non utilizzata dall’utente, ancorché ceduta a titolo non oneroso, non dovrà generare oneri aggiuntivi per l’utente. Insomma, la restituzione del modem a fine contratto non sarà più un costo aggiuntivo per il cliente. “Con questa misura – ha sottolineato Nicita – l’Autorità specifica le misure di trasparenza e di interoperabilità necessarie per garantire l’accesso ad un Internet aperta, come definita dal legislatore europeo, coniugando due libertà economiche che vanno salvaguardate: quella della libera scelta dell’utente dell’apparecchiatura terminale e quella commerciale dell’impresa anche attraverso offerte abbinate”. Il pacchetto di misure adottato, ha spiegato Nicita, “contribuirà a rafforzare la libera e consapevole scelta dei consumatori italiani e la creazione di un ecosistema competitivo, favorevole all’innovazione tecnologica, sia in termini di servizi di connettività più performanti che di sviluppo di apparecchi terminali più evoluti e rispondenti alle necessità dei cittadini”. Fonte: Key4biz.it
Musica, libri e contenuti video, cosa cambia per chi va in vacanza nell’Ue

Dopo il Gdpr, la portabilità dei contenuti/servizi e il diritto all’oblio, nei prossimi mesi diventeranno realtà altri nuovi diritti digitali, compresa la possibilità di fare acquisti online ovunque nell’UE senza ingiustificate discriminazioni. Dopo l’abolizione delle tariffe roaming in tutti i Paesi membri dell’Unione europea avvenuta lo scorso anno, l’Unione europea ha deciso di accelerare sul Digital single market (Dsm), o mercato unico digitale, promuovendo diritti e servizi per tutti i cittadini, soprattutto per chi viaggia, sia per piacere, sia per lavoro. Secondo quanto annunciato da Bruxelles lunedì scorso, infatti, “chi viaggia può ora portare con sé i propri abbonamenti online a TV, film, sport, musica o e-book senza costi aggiuntivi. Chiunque nell’UE può inoltre beneficiare di nuove norme all’avanguardia in materia di protezione dei dati che garantiscono agli europei un migliore controllo sui propri dati personali”. Sono i primi reali vantaggi tangibili del mercato unico e dei diritti digitali, ha dichiarato Andrus Ansip, Vicepresidente della Commissione europea responsabile per il Mercato unico digitale: “Quest’estate sarà possibile portare in viaggio con sé i propri programmi TV ed eventi sportivi preferiti, a prescindere dalla propria destinazione nell’UE. Entro la fine dell’anno sarà anche possibile acquistare biglietti per festival o noleggiare auto online in tutta l’UE senza incorrere nel blocco geografico o essere reindirizzati su un altro sito”. Tra i nuovi servizi e diritti del Dsm, abbiamo che dall’aprile 2018, anche quando si recano in altri paesi dell’UE, i consumatori possono accedere ai servizi di contenuti online cui si sono abbonati nel loro paese d’origine, tra cui film, serie e trasmissioni sportive (cfr. esempi riportati nella scheda informativa). In base alle nuove norme in materia di protezione dei dati, in vigore nell’UE dal 25 maggio 2018, gli europei possono trasferire tranquillamente dati personali tra fornitori di servizi quali il cloud o l’email; tutti hanno ora il diritto di sapere se i loro dati sono stati divulgati o sono stati oggetto di pirateria, o in che modo i loro dati personali vengono raccolti. Inoltre, con il “diritto all’oblio” i dati personali devono essere cancellati su richiesta se un’azienda non ha motivi legittimi per conservarli. La strategia per il mercato unico digitale è stata proposta dalla Commissione nel maggio 2015 al fine di adeguare il mercato unico dell’UE all’era digitale, abbattendo le barriere normative e passando dagli attuali 28 mercati nazionali a un mercato unico. Questo potrebbe apportare 415 miliardi di euro all’anno alla nostra economia e creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro. A distanza di tre anni, “la strategia è a buon punto: sono state concordate 17 proposte legislative, mentre 12 proposte sono ancora in discussione”, si legge in una nota riassuntiva. Grazie al Dsm, si calcola che il valore dell’economia dei dati europea ha il potenziale per superare i 700 miliardi di euro entro il 2020, pari al 4% dell’economia dell’UE. A partire dai prossimi mesi saranno riconosciuti ulteriori diritti digitali. Da settembre 2018 gli europei vedranno sempre più riconosciuto il diritto di utilizzare la propria identificazione elettronica nazionale (eID) in tutta l’UE per accedere ai servizi pubblici. Da dicembre 2018 tutti potranno beneficiare della libera circolazione dei dati non personali poiché avranno accesso a servizi di archiviazione e trattamento dei dati migliori e più concorrenziali nell’UE, integrando in tal modo la libera circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali. Nel frattempo, gli imprenditori acquisiranno il diritto di decidere dove, nell’UE, archiviare e trattare ogni tipo di dato. Sempre a dicembre, ovunque si trovino nell’UE, gli europei potranno fare acquisti online senza discriminazioni ingiustificate e non dovranno più preoccuparsi del fatto che un sito web li blocchi o li reindirizzi su un altro sito solo perché sono di un altro paese (o lo è la loro carta di credito). A partire dall’anno prossimo i cittadini potranno raffrontare i costi di consegna dei pacchi con più facilità e beneficiare di prezzi più abbordabili per la consegna transfrontaliera dei pacchi. A seguito del recente accordo su un codice europeo delle comunicazioni elettroniche, gli europei avranno il diritto di cambiare più facilmente fornitore di servizi Internet e di telecomunicazioni. Con le norme aggiornate a disposizione del settore dei media audiovisivi, infine, gli europei avranno il diritto a un ambiente online sicuro che li protegga dall’incitamento alla violenza, all’odio e al terrorismo, dalla pedopornografia, dal razzismo e dalla xenofobia. Fonte: Key4biz.it
Auto elettriche, in Italia immatricolazioni cresciute del 124% a giugno 2018

Il mercato delle auto ad alimentazione alternativa cresce rapidamente in Europa. Il confronto tra i trend della mobilità elettronica in Italia, Francia e Germania. Nel mercato italiano delle auto ad alimentazione alternativa, a giugno 2018 conquistano il risultato migliore le vetture elettriche, che crescono del 124,5% su base annua, arrivando a quota 440, pur rappresentando solo lo 0,3% del mercato. Le immatricolazioni di auto ibride, invece, hanno registrato una crescita del 26,5% ed una quota di mercato del 4,6%. Nel complesso, le autovetture ad alimentazione alternativa, in cui ricadono anche quelle a metano, crescono nel mese di giugno del 13,9%. Sono questi i dati diffusi lo scorso 17 luglio dall’ACEA e relativi alle immatricolazioni di auto nei Paesi dell’Unione europea. A giugno 2018, si legge in una nota dell’ANFIA (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica), il dato europeo complessivo (delle auto alimentate con qualsiasi carburante ed energia) è arrivato a 1.618.985 unità, con un incremento del 5,1% su base annua. Allargando il dato a tutto il primo semestre 2018, i volumi immatricolati raggiungono in Europa 8.695.785 unità, con una variazione positiva del 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In Italia, le immatricolazioni totalizzate a giugno si attestano a 174.702 (-7,3%). Nei primi sei mesi del 2018, le immatricolazioni complessive ammontano a 1.120.829, con un decremento dell’1,4% rispetto ai volumi dello stesso periodo del 2017. In Europa, in termini di mobilità elettrica o eMobility, va bene la Francia che nel primo semestre 2018 ha immatricolato 14.381 auto elettriche (+6% e 1,2% di quota), 7.107 ibride plug-in (+45% e 0,6% di quota), 45.405 ibride tradizionali (+32% e 3,8% di quota). Stessa cosa in Germania, dove nel periodo gennaio-giugno 2018 sono state immatricolate 11.466 auto ibride (il 3,4% del mercato, +62,8% di incremento), di cui 3.139 ibride plug-in (+25,4%), 2.651 elettriche (0,8% di quota, +20,7% di incremento). Un ultimo dato è quello relativo alle flotte aziendali. A giugno le auto ibride tradizionali hanno registrato un aumento del 51% e quelle elettriche (a batteria) del 3,6%, mentre le auto ibride plug-in sono aumentate del 54%. Insieme, le auto elettriche (BEV) e le auto ibride plug-in (PHEV) rappresentano il 2,7% del mercato. Fonte.Key4Biz.it
4 miliardi di nuovi internauti nel 2022. 5G, palloni e satellite per connetterli

Gli utenti della Rete sono destinati a raddoppiare in pochi anni, tanto che l’intera popolazione globale di 8 miliardi di persone sarà online entro 4-7anni. Più di 4 miliardi di nuovi internauti sbarcheranno online nei prossimi sei anni. Queste le previsioni dell’americana PHD Ventures, che per la precisione vede 4,2 miliardi di nuovi utenti della Rete in arrivo entro il 2022 fissando quindi per quella data lo sbarco, nei prossimi 4-7 anni, di tutta la popolazione globale (che per allora è stimata in 8 miliardi di persone) in Rete. La previsione arriva da Peter Diamandis, guru della Silicon Valley e fondatore della Singularity University. Numeri che danno l’idea plastica della rivoluzione digitale in atto e che aprono una serie di interrogativi strutturali per il futuro del web. In primo luogo, i 4,2 miliardi di nuovi internauti neofiti della rete cosa cercheranno online? Cosa scopriranno e cosa consumeranno? Quali saranno le nuove aziende nasciture del futuro globale? Quali settori industriali saranno completamente rivoluzionati da questa massa di nuovi utenti digitali? In primo luogo, la domanda riguarda la connettività e la capacità della rete di reggere a quest’onda d’urto di nuovi utenti in arrivo. I network esistenti saranno in grado di reggere? Di certo, già oggi stiamo assistendo ad un rapido progresso di accelerazione della capacità trasmissiva e della capacità di banda, che in estrema sintesi si sta concretizzando in tre modi sul fronte dei network. L’esordio del 5G nel mondo del wireless I palloni aerostatici per connettere tutti gli 8 miliardi di abitanti della terra dall’atmosfera Le reti spaziali Connessioni 5G Attese in fase commerciale nel 2020, le reti 5G promettono velocità di connessione fino a 100 volte superiori a quelle 4G e in media 10 volte superiori alle connessioni a banda larga fissa. Film scaricabili in pochi secondi e auto in grado di comunicare in real time con sensori disseminati ovunque nelle smart city saranno presto di attualità. Con una velocità compresa fra 1 e 10 Gbps, il 5G è il cuore dell’economia di domani, con miliardi di sensori disseminati ovunque. Dalle auto a guida autonoma alle smart factories, realtà virtuale e realtà aumentata, IoT domestico, smart city faranno esplodere il numero di sensori incorporati negli oggetti che circondano. Per dare un’idea, in un singolo palazzo potranno esserci circa 100mila sensori secondo previsioni di dell’ex Cto di Qualcomm Matt Grob, tanto che secondo alcune stime la spesa globale in infrastrutture 5G raggiungerà quota 326 miliardi di dollari nel 2025. E mentre operatori e produttori di infrastrutture stanno lavorando alle nuove reti di connessione sulla terra, altri come Google stanno testando palloni aerostatici per consentire di connettere intere porzioni del globo dalla stratosfera e altri stanno mandando in orbita costellazioni di satelliti per la trasmissione Internet come ad esempio sta facendo SpaceX. Palloni aerostatici per coprire la terraCon un raggio di copertura compreso fra 20 e 50 chilometri, palloni aerostatici e droni sono un altro strumento utilizzato dall’alto per garantire la connessione dei 4 miliardi di nuovi internauti che attendono di connettersi nei prossimi anni. Google Loon sta realizzando i palloni aerostatici in grado di muoversi su e giù nella stratosfera per fornire capacità di connessione 4G Lte dall’alto. Il progetto Loon è essenzialmente disegnato per sfruttare l’energia solare e muovere in base a modelli predittivi i palloni dove è necessaria la copertura seguendo tra le altre cose il flusso del vento. Un nuovo pallone può essere dirottato nell’area richiesta nel giro di 30 minuti. Ad agosto 2017 Google ha mostrato una capacità di trasmissione fra diversi palloni posti a una distanza di 100 chilometri l’uno dall’altro, con una velocità di 10 Mbps di trasmissione diretta verso smartphone Lte sulla terra. Dopo aver fornito connettività a più di 100mila portoricani colpiti dall’uragano Maria nel 2017, Loon ha lo scopo di mandare nella stratosfera migliaia di palloni per fornire connettività ovunque sulla terra, soprattutto nelle aree in digital divide. Ma Google non è sola in questa battaglia per la connettività universale. Altre aziende come OneWeb e SpaceX stanno mettendo in cantiere migliaia di satelliti per raggiungere lo stesso obiettivo, con una rete di migliaia di satelliti che trasmettono a banda larga ovunque, fino ai più recessi angoli della terra. Le reti spaziali via satellite L’obiettivo di OneWeb e SpaceX è di realizzare la loro rete satellitare a banda larga entro il 2020. Costellazioni in orbita nella parte bassa dell’atmosfera, realizzate con i ricchi fondi di Qualcomm, Richard Branson e SoftBank fra gli altri, OneWeb sta lavroando ad una flotta di circa 1.980 satelliti operativa nei piani a metà 2020 con una velocità media di trasmissione di 50 Mbps. La società ha ricevuto il disco verde della Fcc (Federal Communication Commission) americana per trasmettere il segnale ai cittadini americani con 720 satelliti per iniziare. Ma è appunto soltanto l’inizio per OneWeb, che grazie ai razzi di Blue Orgini di Amazon intende lanciare i suoi satelliti direttamente nello spazio e ha già fatto domanda alla FCC per la seconda fase del suo business, che riguarda altri 1.260 satelliti a banda larga globali. L’obiettivo dell’azienda satellitare è raggiungere una copertura del 100% della terra entro il 2027. SpaceX dal canto suo ha già lanciato in orbita diversi satelliti quest’anno, a bordo del suo Falcon 9. Un altro player satellitare, SpaceX, ha un piano (si chiama SkyLink) per il lancio di 4.425 satelliti intorno alla terra per raggiungere velocità nell’ordine del gigabit. Secondo stime, SpaceX, che ha già ottenuto l’ok dalla Fcc, avrà 40 milioni di utenti a banda larga su Starlink entro il 2025, pari a 30 miliardi di dollari di ricavi. Certo, il tallone d’Achille della trasmissione a banda larga satellitare è la latenza. Ci vuole più tempo per il segnale per raggiungere la terra rispetto alle tradizionali tecnologie di connessione terrestre. Latenza che nel caso dei satelliti di OneWeb è pari a 30 millisecondi, il che rappresenta un grande progresso rispetto alla media. Latenza che diminuisce progressivamente più ci si avvicina alla superficie terrestre. E’ per questo che SpaceX, la cui prima
Cybersecurity, il piano del ministro Trenta ‘Così combattiamo la guerra cibernetica’

Il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, nell’illustrare in Parlamento le linee programmatiche del Dicastero, ha posto grande attenzione alla cybersecurity: ‘la minaccia cyber è un imprescindibile fattore di rischio per il Paese. E’ necessario continuare ad investire in tecnologia per contrastare in maniera efficace la cyber guerra’. L’Italia come può difendersi dalla nuova guerra in atto, quella cibernetica? “Con la resilienza e il dual use”, queste sono le due parole chiave della strategia messa in campo dal ministero della Difesa, guidato da Elisabetta Trenta. Resilienza e duplice uso affinché la Difesa non sia considerata più solo uno strumento militare, bensì un vero e proprio Sistema: integrato, connesso e a più livelli. Il ministro, nell’illustrare alle Commissioni congiunte di Camera e Senato le linee programmatiche del Dicastero, ha spiegato come cambia la mission della Difesa proprio per fronteggiare le nuove minacce cyber. Dall’ultimo decennio a oggi, ha spiegato Trenta, alla Difesa viene sempre più chiesto di mettere a disposizione degli altri ministeri le proprie competenze e capacità per lo svolgimento di compiti non militari, proprio nell’ambito più ampio del concetto di resilienza. “Le nuove minacce che ci troviamo di fronte esigono questo tipo di preparazione e il mio lavoro, in questo senso, sarà finalizzato a rendere l’Italia un Paese più sicuro sotto ogni aspetto, incluso il campo cibernetico” ha detto il ministro Trenta. “Con resilienza”, ha spiegato, “mi riferisco alla capacità di adattamento dell’intero apparato statale, quindi di resistere e reagire a tutto ciò che possa turbarne la sicurezza, la stabilità interna e la governabilità attraverso l’opera concorsuale delle attività che ricadono principalmente nell’ambito delle aree di competenze dei vari ministeri a supporto del Presidente del Consiglio nella sua veste di Autorità Nazionale per la Sicurezza”. “Dual Use”, invece, ha specificato il numero uno della Difesa “intesa come la consapevolezza di dover sostenere, e al contempo ampliare, le opportunità di duplice uso delle capacità della Difesa per scopi non militari e a supporto, appunto, della resilienza stessa”. La cyber defence centrale nell’azione di Governo Nella prima occasione di “dialogo” col Parlamento il ministro della Difesa ha spiegato in che modo la cyber defence è e sarà centrale nell’azione di Governo: “La minaccia cyber è un imprescindibile fattore di rischio per il Paese ma anche di grandi opportunità di investimento, aumentando il nostro grado di difesa e sicurezza. In linea con il processo di sviluppo delle tematiche di Cyber Defense in ambito NATO e in generale con i programmi di ‘trasformazione digitale’, la Difesa ha già delineato le esigenze operative per rafforzare la sicurezza dello spazio cibernetico. In particolare, sono stati avviati una serie di programmi di acquisizione per accedere a strumenti operativi ad alto contenuto tecnologico in grado di assicurare la protezione, la resilienza e l’efficienza delle reti e dei sistemi informativi gestionali e operativi della Difesa”, ha spiegato il ministro Trenta, che ha evidenziato la forte necessità di continuare ad investire nelle tecnologie di ultima generazione per combattere efficacemente la cyber guerra: “In tale quadro, è necessario continuare ad investire, al fine di potenziare ulteriormente le dotazioni strumentali e organizzative di protezione cibernetica e sicurezza informatica, incrementando progressivamente la capacità di contrastare in maniera efficace le minacce. Le linee programmatiche del Ministero della Difesa 20”. “È poi imprescindibile il conseguimento di capacità operative che andranno a supportare il neocostituito Comando Interforze per le Operazioni Cibernetiche (CIOC)”, ha dichiarato il ministro. Le altre ‘armi’ in campo Inoltre, ha annunciato Trenta, sarà promossa la pianificazione e l’implementazione di una vera e propria Strategia Nazionale Sistemica per il potenziamento della Sicurezza Collettiva e della Resilienza Nazionale, da sviluppare attraverso la collaborazione fra Ministeri, ma anche con l’Industria, l’Accademia, la Ricerca e il settore privato. “Vogliamo che il concetto di ‘difesa’ che conosciamo diventi un vero e proprio Sistema e si inserisca nel concetto di sicurezza collettiva dell’intero Sistema-Paese, nel cui ambito gli altri Dicasteri condividano le proprie capacità nell’esclusiva tutela degli interessi nazionali” ha concluso il Ministro. Fonte: Key4Biz.it
L’industria del libro, un disastro. Come la competizione dei media digitali sta schiacciando l’editoria

Netflix e Amazon hanno stravolto l’industria del libro. Il motivo? Una volta i media erano separati, ciascuno era per conto suo sul proprio canale di distribuzione. Oggi tutto è cambiato. Tutti i media sono insieme e competono nello stesso ambiente: uno schermo connesso a Internet. Il libro sarà ucciso da Netflix? Una manciata di dati ci danno la misura della incredibile crescita di Netflix e dello streaming video nelle preferenze dei consumatori di prodotti culturali. 125 milioni di nuclei familiari nel mondo hanno un abbonamento a Netflix. Considerando che Netflix consente di condividere, per qualche euro in più al mese, un abbonamento fino a 4 utenti, si può tranquillamente moltiplicare per qualcosa questa già sbalorditiva cifra. Netflix consuma il 37% dell’intera banda di Internet, più del doppio del suo più prossimo concorrente, YouTube. Se mettiamo insieme i servizi di streaming video, succede che esso consuma il 76,3 per cento della banda globale in downstream. Però, il dato, forse più rilevante, è che il tempo trascorso su Netflix da una famiglia sfiora le due ore giornaliere. È grande parte del tempo libero di una persona. Quest’anno per la produzione di originals (film e serie TV) Netflix ha investito 13 miliardi di dollari, più di qualsiasi altro gruppo che opera nell’industria culturale. La società di Los Gatos punta al 100% del nostro tempo non lavorativo. Dall’altra parte succede che il tempo che le persone possono dedicare al consumo di cultura non è aumentato nel corso degli anni. Speriamo che ce ne liberino un po’ i robot. Viene allora da chiedersi, a chi sta mangiando il pasto Netflix. Senz’altro ai libri. Lo sta mangiando perché, come non si stanca di ripetere Jeff Bezos, nel nuovo scenario digitale “i libri non competono soltanto con i libri. I libri competono con i videogiochi, la televisione, i film, Facebook, i blog, i siti gratuiti di notizie e tanto altro ancora”. È proprio cambiato lo scenario competitivo dei media. Una volta i media erano separati, ciascuno era per conto suo sul proprio canale di distribuzione. Un contenuto competeva solo con un contenuto affine. Oggi tutto è cambiato. Tutti i media sono insieme e competono nello stesso ambiente: uno schermo connesso a Internet. Che Netflix stia mangiando davvero l’industria del libro ce lo dicono le statistiche del mercato più importante e predittivo, quello americano. La fiction a picco Dal 2012 al 2017, in appena cinque anni, la fiction ha perduto un quinto del proprio valore. Ad aggravare il quadro generale nel 2017 è successo che sono mancati i bestseller, che sono il vero e proprio motore dell’industria. Come l’industria del cinema hollywoodiana non esiste al di fuori dei blockbuster e dei sequel, così l’industria del libro di New York è poca cosa senza i bestseller e il drappello di autori che stravendono replicando uno dopo l’altro i successi e i contenuti che gli hanno fatto conquistare una base massiccia di consumatori fedeli. In una recente intervista Jonathan Franzen, una delle grandi eccellenze della fiction letteraria globale, ha riferito che le vendite dei suoi libri dal 2002 sono in un rapporto inverso al successo di critica che hanno ottenuto. Il suo romanzo del 2001, Le correzioni, ha venduto 1,6 milioni di copie, ma l’ultimo apprezzatissimo lavoro, Purity, non è arrivato a 300 mila copie. Le analisi delle cause sarebbe lunga, ma al fondo c’è che la gente compra e legge sempre meno libri e quindi il problema che ha l’ecosistema del libro è quello di conquistare un nuovo pubblico, un pubblico che vive culturalmente sulla rete. Fortunatamente, nel 2017, è stata proprio la non-fiction ad evitare il peggio grazie ai libri su Trump, che si rivela una sorta di benedizione per l’industria editoriale. Il libro di James Comey, ex-direttore FBI bruscamente licenziato da Trump, ha venduto 600 mila copie nella prima settimana, mentre Fire and Fury, del giornalista Michael Wolff bersagliato dai twitter di Trump, veleggia verso i 2 milioni di copie. Sono risultati impensabili per la non-fiction. Forse sono proprio le improbabili storie del controverso presidente americano, la fiction del momento. In fin dei conti, la sua presidenza non è un reality show ben sceneggiato? E non è un caso che proprio un ex-presidente, Bill Clinton, si sia associato con l’autore campione assoluto d’incassi, James Patterson (350 milioni di libri venduti) per confezionare un thriller politico-istituzionale la cui prima tiratura ha superato il milione di copie. Chi sa se funzionerà da solo come iniezione di adrenalina nel corpo anemico della fiction. L’immiserimento degli autori Andiamo adesso nel Regno Unito dove un’associazione che tutela gli interessi degli autori ha condotto un’indagine sui ricavi di 5500 scrittori professionisti. Dal 2005 i loro ricavi hanno subito una flessione del 43% e l’introito medio annuo degli intervistati ha superato appena le 10mila sterline, un reddito che li colloca nell’area della povertà. Anche in questo ambito professionale si riproduce il gap nella distribuzione della ricchezza che affligge le economie terziarie. Pochi soggetti, gli scrittori bestseller, si appropriano della grande maggioranza delle risorse create dal business, lasciando a grande distanza la massa. Le conseguenze sono pesantissime per la cultura e l’industria della creatività. Sempre più scrittori dovranno cercare nuovi sbocchi come pennivendoli o omologarsi alla bestseller economy che respinge le idee più originali e innovative in una corsa mimetica che lascia parecchie vittime. Volano gli audiolibri Mentre gli ebook dei grandi editori si confermano in calo brutale e competono con il libro nel collezionare segni negativi, sono proprio gli audiobook il fenomeno più esplosivo dell’industria. Come dice il book critic del New York Times, Alexandra Alter, sembrano gli ebook delle origini, quando il mercato cresceva di un terzo ogni anno. Il successo degli audiobook, che ha colto di sorpresa gli stessi operatori del settore, la dice lunga sulle nuove abitudini dei consumatori. Gli audiolibri, sono pur sempre dei libri e quindi una conferma che l’essenza del libro non è in crisi come la sua fenomenologia. Gli audiolibri, però, sono dei libri speciali nel formato e nel contenuto. Possono esser
Cosa fanno, cosa cercano e cosa rischiano i bambini su internet?

Dalle ricerche condotte negli ultimi mesi a livello globale, i contenuti video sono quelli che destano maggiore attenzione online nei bambini, raggiungendo il 17% delle ricerche totali, con la possibilità che i bambini finiscano per guardare video con contenuti inappropriati. La scuola è finita e bambini e ragazzi hanno più tempo libero per giocare e rilassarsi, ma anche per usare dispositivi tecnologici e navigare online. Ma cosa cercano i bambini su Internet? Se lo è chiesto Kaspersky Lab che ha recentemente realizzato un nuovo report analizzando i dati rilevati dalle soluzioni e dai moduli con funzionalità di protezione dei minori dei propri prodotti. Il report mostra le attività online dei bambini, segnalando le differenze dei vari tipi di ricerche a seconda della lingua e sottolineando l’importanza di proteggerli quando stanno navigano su Internet. Ad esempio, dalle ricerche condotte negli ultimi mesi a livello globale, i contenuti video sono quelli che destano maggiore attenzione online, raggiungendo il 17% delle ricerche totali, e, sebbene molti di questi possano essere innocui, è comunque possibile che i bambini finiscano per guardare video con contenuti inappropriati. Il report presenta i risultati delle ricerche degli ultimi 6 mesi nelle dieci lingue più popolari (da novembre 2017 a maggio 2018): i dati mostrano che la categoria video e audio – che comprende le richieste relative a qualsiasi contenuto video, servizi di streaming, video blogger, serie e film – è tra quelle più “cercate” dai più piccoli (il 17% delle ricerche totali). Il secondo e il terzo posto sono rispettivamente occupati dai siti di traduzione (14%) e di comunicazione (10%). È interessante notare che i siti web di giochi si posizionano al quarto posto, generando solo il 9% delle richieste di ricerca totali. Inoltre, si può anche notare una chiara differenza linguistica nelle richieste di ricerca: ad esempio, i siti web di video e musica sono tipicamente ricercati in inglese, il che può essere spiegato dal fatto che la maggior parte dei film, serie TV e gruppi musicali hanno nomi inglesi. Invece i bambini di lingua spagnola eseguono più richieste di siti per traduzioni, mentre i servizi di comunicazione sono per lo più ricercati da chi usa la lingua russa. I bambini di lingua cinese sono quelli che cercano maggiormente servizi educativi, mentre i bambini francesi sono più interessati ai siti web di sport e giochi. Le richieste in lingua tedesca dominano nella categoria “shopping”, mentre il numero principale di ricerca di contenuti a carattere pornografico sono in arabo, mentre quelle che riguardano gli anime sono in giapponese. Oltre ad analizzare le ricerche, il report di esamina anche i siti web che i bambini hanno visitato, o tentato di visitare, con contenuti potenzialmente dannosi. I dati mostrano che i siti di comunicazione (come ad esempio i social media, i servizi di messaggistica o le email) sono stati quelli più visitati dai PC con il “controllo genitori” attivato, riguardando il 60% dei casi negli ultimi 12 mesi. Tuttavia, la percentuale di questa categoria sembra essere in calo di anno in anno, poiché i dispositivi mobili ricoprono un ruolo sempre più importante nelle attività online dei più piccoli. La seconda categoria più popolare di siti web visitati da questi utenti è quella “software, audio e video” (pari al 22%). I siti web con questo tipo di contenuto sono diventati molto più popolari rispetto all’anno scorso, quando era solo la quinta categoria più popolare, con una percentuale pari al 6%. Il terzo posto è occupato dalla categoria “alcol, tabacco e siti web sulle droghe” (6%), una novità rispetto ai risultati dello scorso anno e rispetto allo stesso periodo. La tendenza ad utilizzare maggiormente i dispositivi mobile per connettersi a Internet è nuovamente evidenziata nelle cifre relative ai siti web di gioco, che ora sono solo al quarto posto nella lista dei siti visitati da PC, corrispondendo al 5% dell’attività online. Considerato che i bambini mostrano sempre più una preferenza per i giochi su dispositivi mobile piuttosto che per i giochi per computer, quest’ultima categoria perderà progressivamente l’interesse dei piccoli utenti nei prossimi anni. Fonte: Key4Biz.it