Cyber sicurezza, domotica sotto attacco: “Danni per 4 sistemi smart home su 10”

Nel primo semestre del 2019, hanno subito attacchi 4 computer su 10 impegnati nella gestione degli edifici dotati di sistemi digitali. Confindustria: “Il mercato della cyber security vale un miliardo di euro, pari solo all’1% della spesa high-tech aziendale, quando un livello adeguato sarebbe intorno al 10% del totale”. Le imprese investono ancora troppo poco in sicurezza informatica. In termini di annunci tutti dichiarano di voler spendere di più a partire dal prossimo anno, ma nel frattempo il numero di attacchi è aumentato e con esso il volume complessivo dei danni. In molti casi poi, le organizzazioni non hanno gli strumenti e le competenze per capire sino in fondo la natura di un attacco e per valutarne gli esiti. Secondo una recente indagine Kaspersky, il 55% delle aziende a livello internazionale è certo di non essere oggetto di attacchi informatici, mentre quasi un 39% però non è sicuro di conoscere a sufficienza le minacce potenziali che potrebbero riguardare la propria organizzazione, di conseguenze non può neanche dire con precisione se è o no oggetto di attacchi. D’altronde, le aziende, necessariamente sempre più connesse, costituiscono il bersaglio principale degli attacchi cyber, che hanno come obiettivo la sottrazione di dati a scopo di trarne un vantaggio economico. In occasione del convegno organizzato da Associazione IMQ, il Presidente Maria Antonietta Portaluri ha ricordato che “gli attacchi cyber alle imprese sono aumentati di 10 volte nell’ultimo biennio e sono in aumento”, aggiungendo, sì legge in una nota ANIE Confindustria, che “nel primo semestre del 2019, hanno subito attacchi 4 computer su 10 impegnati nella gestione degli edifici dotati di sistemi digitali. Tutto ciò ci deve portare ad aumentare gli investimenti in sicurezza”. All’evento hanno partecipato, tra gli altri, anche Giulio Iucci, Presidente ANIE Sicurezza, Stefano Mele, Avvocato specializzato in Cyber Security, Filippo Cavallarin, Ricercatore ed esperto di sicurezza informatica, Giacomo Stucchi, Past President COPASIR – Consulente Regione Lombardia in tema di trasparenza, legalità e cyber security, Guido Allegrezza, Responsabile Compliance, Governance & Security di Telecom Italia Trust Technologies, Stefano Zanero, Professore Associato del Politecnico di Milano Gli investimenti in sicurezza delle imprese italiane, inoltre, restano ancora molto bassi, secondo Andrea Bianchi, Direttore Area Politiche Industriali Confindustria: “Il mercato della cyber security vale un miliardo di euro, pari soltanto allo 1% della spesa high-tech aziendale, quando un livello adeguato sarebbe intorno al 10% del totale”. Fondamentale, è dare valore all’industria di qualità, in grado di offrire già oggi al mercato soluzioni per garantire la sicurezza dei prodotti e sistemi, “ed un valore certamente, avrà con sempre maggiore evidenza, la certificazione”, ha ribadito Portaluri: “Centralità del ruolo della certificazione di fatto confermata dal Cybersecurity Act, Regolamento Europeo entrato in vigore a luglio per rafforzare il ruolo dell’Agenzia europea per la sicurezza e dare mandato per schemi di certificazione europei, a cui tutti dovremmo lavorare maggiormente”. Stando ai dati diffusi da una ricerca condotta da ServiceNow, nell’ultimo anno gli attacchi informatici sono cresciuti del 17% in numero e, aspetto da non sottovalutare, del 27% come gravità. Come ha ricordato un recente studio Acenture, i danni per le aziende potrebbero arrivare alla stratosferica cifra di 5.200 miliardi di dollari entro i prossimi cinque anni. Fonte: Key4Biz.it
Cybercrime, Microsoft Outlook ancora esposto a rischi?

Sembra che una vulnerabilità del servizio di posta targato Outlook possa fornire ben più che un aiuto ai Criminal Hacker specializzati in certi tipi di attacco. Le email sono da tempo uno degli anelli deboli nel perimetro di un Cyber Security Framework. Come non ricordare i casi che hanno coinvolto Hilary Clinton e il Democratic National Committee (DNC) e lo scandalo che ne seguì…tutto nato da una campagna di phishing ad opera di un gruppo di Criminal Hacker russi. Anche in Italia non sono mancati i casi di primo piano, come la truffa ai danni del colosso Maire Tecnimont, costata svariati milioni di euro e originata da una mail. Ora sembra che una vulnerabilità del servizio di posta targato Outlook possa fornire ben più che un aiuto ai Criminal Hacker specializzati in questo tipo d’attacco. Outlook sotto la lente d’ingrandimento La criticità in questione era stata scoperta e “fixata” già in tempi non sospetti nell’ottobre del 2017. Questa si nascondeva in una funzionalità non molto conosciuta di uno dei programmi per la gestione delle mail più diffusi al mondo: la Home page. Questa finestra – in teoria – funge da schermata principale e ha la capacità di caricare contenuti esterni, per esempio dal server aziendale o dal sito. In pratica questa funzione è praticamente ignorata o sconosciuta alla maggior parte degli utenti, perché giustamente la maggior parte di noi apre Outlook direttamente dall’inbox. Questa feature nascosta è saltata, sfortunatamente, all’occhio di alcuni Criminal Hacker che si sono resi conto che – ottenute le credenziali di accesso di un utente – avrebbero potuto utilizzare una vulnerabilità del programma per caricare file come malware o spyware e, di conseguenza, avrebbero potuto eseguire codice di expolit per bypassare le difese di Outlook e prendere direttamente il controllo del sistema operativo del device bersaglio. Una delle peculiarità di questo attacco è la sua bassa tracciabilità, in particolare perché ha tutte le caratteristiche di semplice traffico dati Outlook. Come se non bastasse, una volta compromesso il sistema, la backdoor installata dai Criminal Hacker sopravvive anche dopo un Reboot della macchina. Un pericolo sottovalutato Inizialmente (2017) Microsoft aveva classificato la vulnerabilità come di bassa severità e aveva aggiunto che questa non era mai stata replicata al di fuori degli ambienti di test dei ricercatori di Cyber Security. Questo strideva con le evidenze riscontrate. In particolare alcuni gruppi di Criminal Hacker sponsorizzati e spalleggiati dagli Stati come gli arci-noti APT33 e APT34, erano stati collegati all’utilizzo di questo particolare exploit. Fast forward al luglio di quest’anno e il Dipartimento di Stato americano si è visto costretto a emanare un’allerta riguardo la possibilità di attacchi attraverso questa falla. Solo ad ottobre 2019, Microsoft si è vista costretta a rimangiarsi le sue parole, ammettendo che i già citati gruppi avevano preso di mira gli account Office 365 dello staff della campagna presidenziale di Donald Trump. Quando le “toppe” non funzionano Come accennato, Microsoft aveva già emanato una patch di sicurezza nel 2017 quando per la prima volta era emersa la possibile vulnerabilità. Questo, giustamente, aveva dato l’impressione agli utenti che il “caso fosse chiuso” con l’ultimo aggiornamento. Il “fix” essenzialmente riduceva l’ambito delle operazioni concesse alla Home Page attraverso degli aggiustamenti del registro di Windows (di fatto il database che controlla i settaggi del sistema operativo e dei programmi proprietari). Ma nonostante questo è stato facile trovare l’escamotage – sia per i ricercatori che hanno analizzato la problematica sia per i Criminal Hacker – per aggirare questi cambiamenti e ripristinare la vulnerabilità al suo stato originale, anche dopo che la patch di sicurezza era stata installata. La soluzione Se, come detto, non possiamo difenderci attraverso l’aggiornamento di Microsoft, qual è la soluzione per difenderci dall’exploit di questo tipo di attacco? L’unica soluzione al momento è un effettivo Lock-down delle chiavi di registro attraverso una configurazione delle Group Policy in maniera tale che sia impossibile per un potenziale attaccante riuscire a fare il roll-back dei cambiamenti implementati con la patch del 2017. Tecnicamente l’exploit in questione, richiedendo un certo livello di accesso per effettuare l’annullamento delle modifiche, non ha annullato la patch di sicurezza di Microsoft, quindi questa non si può considerare un fallimento. Ma la problematica non solo esiste, ma è anche pressoché sconosciuta e potenzialmente molto pericolosa. Fonte: Key4Biz.it
Attacchi ransomware: ripristino rapido per non perdere clienti

In caso di attacco le organizzazioni devono recuperare velocemente i dati, pena la perdita di clienti attratti dalla concorrenza. La storia insegna. Secondo quanto rivelato dal Data Breach Investigation Report 2018, quando il National Healthcare Service (NHS), il sistema sanitario nazionale del Regno Unito, fu colpito da attacchi Ransomware, insieme ad altre 786 società, fu una corsa contro il tempo per riprendere rapidamente il controllo delle operazioni mediche e per riconquistare la fiducia dei clienti. Con l’avvento della Digital Transformation, i dati hanno assunto un ruolo chiave per le aziende. Per questo motivo è importantissimo prepararsi al meglio agli attacchi ransomware, nonché ai problemi di perdita e integrità dei dati, al fine di garantire tempi di recupero rapidi. Nell’era della società Always On abituata alla gratificazione istantanea, infatti, i clienti si aspettano un servizio sempre disponibile, indipendentemente dalle problematiche informatiche in atto. Nella frenesia del mondo digitale, gli utenti hanno accesso a tutto ciò di cui hanno bisogno, sempre più velocemente e ad un livello più avanzato che mai, e, di conseguenza, anche le aspettative sono più elevate; diventa pertanto essenziale riuscire a fidelizzare il cliente al proprio brand. Salesforce ha rivelato nel suo recente report “State of the Connected Customer” che “il 92% dei clienti ritiene che l’esperienza fornita da un’azienda sia importante quanto il prodotto o il servizio che offre”. In questo scenario, offrire un rapido ripristino dei servizi aziendali durante tutti i processi critici è l’obiettivo della maggior parte dei CIO e dei CTO. Infatti, visto l’elevato investimento nell’acquisizione di nuovi clienti (una recente ricerca di Hubspot mostra che il costo è aumentato di oltre il 50% negli ultimi 5 anni) è necessario attuare strategie adeguate ad assicurarne la fidelizzazione. Diventa, quindi, di primaria importanza garantire sempre la disponibilità dei dati, la loro perfetta gestione e il veloce recupero. Per molti anni, le imprese hanno implementato soluzioni incentrate sul backup, ma ora è tempo di abbandonare questo approccio per assumerne uno più incentrato sulla recovery dei dati. Quindi, oggi cosa devono cercare le aziende in un’infrastruttura di backup e ripristino? Tempi di recupero: questa è un’area di interesse crescente, in quanto la maggior parte delle realtà fatica a rendere più rapidi i tempi di recupero. L’attesa del completamento della recovery, infatti, è uno dei fattori che influenza più significativamente l’esperienza del cliente. High Availability: la necessità di ripristinare rapidamente i dati implica che l’infrastruttura sia altamente disponibile. Nessuna impresa può attendere diverse ore per il recupero dei dati, pena la scelta della concorrenza da parte dei clienti. Bilanciamento di costi e prestazioni: il costo non può essere troppo elevato, ma con le soluzioni Flash la sostituzione di supporti a basso costo/alta capacità per velocizzare i backup non è praticabile a causa dei prezzi. I problemi di prestazioni andrebbero pertanto risolti attraverso una migliore architettura di rete. Flessibilità (“Elasticità”): un modello di Capacity on Demand (COD) significa maggiore flessibilità aziendale e un aumento dei ricavi. A causa di una sempre maggiore dipendenza dai dati, le imprese sono ora obbligate a pianificare e costruire infrastrutture IT che consentano un recupero dei dati sensibili sempre più rapido. Questo significa dover rivalutare le decisioni prese in passato e implementare strumenti di recovery adeguati a soddisfare SLA sempre più rigorosi. Il focus si sta, quindi, spostando dalla velocità di backup alla velocità di restore, al fine di fornire una maggiore flessibilità per rispondere adeguatamente alle trasformazioni digitali in atto. I clienti si aspettano che il proprio business viaggi sempre veloce: la flessibilità dell’infrastruttura di backup, insieme alla velocità di backup e restore, è oggi forse la componente più importante per raggiungere l’efficienza operativa. A cura di Eran Brown, CTO EMEA Infinidat Fonte:BitMat.it
Fattore H: l’importanza degli individui per la cyber security

Parlando di sicurezza informatica si dà spesso troppa poca importanza alla causa principale di incidenti di sicurezza: il fattore umano Quando si presentano a un cliente le armi e le strategie per difendersi da attacchi e si spiega come comportarsi in caso di incidente, si parla sempre di soluzioni, servizi e tecnologie. Si dà spesso troppa poca importanza a quella che è attualmente la causa principale di incidenti di sicurezza: il fattore umano o, come viene chiamato in ambito cyber, il fattore H. Gli attaccanti usano sempre più il social engineering per rendere i loro attacchi il più possibile efficaci e abbastanza ingannevoli da indurre le persone a cadere nel tranello di aprire file, cliccare su link o condividere informazioni con altri utenti, creando una catena di problemi per le aziende e gli utenti. Secondo un recente studio del vendor di security Proofpoint, oltre il 99% delle minacce richiede un’interazione umana per agire – l’abilitazione di una macro, l’apertura di un file, di un link o di un documento – a indicare l’importanza del social engineering per consentire il successo di un attacco. Da un lato la ricerca di vulnerabilità tecnologiche è diventata sempre più complessa e costosa anche per i cybercriminali, mentre un utilizzo sempre più spinto dei social media, non sempre ottimale dal punto di vista della sicurezza, mette a disposizione di tutti informazioni anche personali che possono essere utilizzate per creare messaggi credibili che spingano i destinatari ad azioni imprudenti e non conformi alle policy aziendali. Ricordate la truffa del falso CEO? È una frode informatica che è stata portata a termine avendo trovato il contatto giusto, scrivendo una mail plausibile e credibile tramite una falsa identità dirigenziale, per indurlo a effettuare un bonifico bancario urgente. Questa frode esiste da tempo, ha creato danni a moltissime persone e continua a mietere vittime: è forse l’esempio più famoso di quanto il fattore H sia importante. Inviare e-mail fraudolente, rubare le credenziali e caricare allegati dannosi nelle applicazioni cloud è più facile e molto più redditizio che creare un exploit complesso e costoso, che ha anche un’alta probabilità di fallimento. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita tecnologica esponenziale, sia dal punto di vista delle opzioni e delle funzionalità che della sua effettiva diffusione, in ambienti domestici e lavorativi. Adesso si è però arrivati al punto in cui sono le persone a fare la differenza: se analizziamo la catena della sicurezza logica in un’azienda, il comportamento dei dipendenti è tra gli elementi più critici e va quindi “configurato” e “ottimizzato” come tutti gli altri elementi che la compongono. Non viene richiesto ovviamente di diventare degli psicologi esperti, ma il Social Engineering deve rientrare tra i mezzi utilizzati per la difesa degli asset aziendali, innanzitutto aumentando la consapevolezza delle persone e poi formandole in base a quanto rilevato tramite un assessment attento e puntuale sia sulla parte tecnologica che su quella umana. È fondamentale quindi rivolgersi ad aziende che propongano un approccio consulenziale e che sappiano offrire un’analisi approfondita per consigliare, non solo le migliori tecnologie, ma anche le migliori strategie da adottare per mettere al sicuro i propri asset e le persone che lavorano per e con la propria azienda. Fonte: BitMat.it
Attacchi via email: nel mirino PA, telecomunicazioni e manifattura

Più di 70 campagne rilevate negli ultimi 180 giorni, di natura prevalentemente finanziaria, portate avanti utilizzando diversi tipi di malware Negli ultimi 180 giorni, il Threat Insight Team di Proofpoint ha monitorato più di 70 attacchi via email destinati specificamente al nostro paese, in un aumento rispetto ai mesi precedenti. In queste campagne, gli aggressori si rivolgono principalmente a PA, telecomunicazioni e settore manifatturiero. Questi attacchi sono principalmente di natura finanziaria. Gli aggressori utilizzano diversi tipi di malware, come Trojan bancari e ransomware, per rubare o estorcere denaro alle vittime. Tra i malware specifici identificati nel corso di questi attacchi ci sono JasperLoader, Gootkit, sLoad, Ursnif e Emotet. Un esempio di ransomware che i nostri ricercatori hanno visto in queste campagne è mostrato nella figura 1. Esempio di messaggio di riscatto Proofpoint ha scoperto che in alcuni attacchi sono coinvolti due noti gruppi hacker. Il primo, TA542, è un gruppo già visto in precedenza, all’inizio del 2019, che ha distribuito decine di milioni di messaggi rivolti a tutti i settori italiani. L’altro, TA544, è un gruppo che si è focalizzato sull’utilizzo di Ursnif all’inizio del 2019 in vari paesi, tra cui anche l’Italia. Questi attacchi hanno diversi elementi in comune: Presentano email con allegati dannosi. Utilizzano tecniche di social engineering per convincere i destinatari ad aprire gli allegati. In molti casi, i destinatari vengono invitati a cliccare e a ignorare gli avvisi di sicurezza che possono apparire. La figura 2 mostra la catena di infezioni per gli attacchi JasperLoader che portano a Gootkit, o ad altre infezioni ransomware. La catena dell’infezione La figura 3 mostra un esempio di un allegato pericoloso di Microsoft Excel con istruzioni in italiano che invitano l’utente a ignorare l’avviso di sicurezza e attivare le macro. Una volta che l’utente procede con l’abilitazione, , la macro dannosa scarica e installa malware sul sistema dell’utente. Allegato pericoloso di Microsoft Excel in italiano che, una volta attivato, scarica e installa malware Questi attacchi si distinguono anche per due elementi: In molti casi, le email dannose sono in italiano, come mostrato nella figura 4. In alcuni casi, gli aggressori riutilizzano l’oggetto di precedenti conversazioni legittime per le loro email dannose. Messaggio email con un allegato Microsoft Excel contenetente macro che, se abilitate, scaricano e installano malware. Alcuni esempi di oggetti email utilizzati dagli hacker nel corso di queste campagne sono: “documenti sig.” “Fattura per bonifico” “Fatturazione 123456” (numeri casuali) “fatture scadute” Questi recenti attacchi dimostrano che gli aggressori sono sempre più attenti al modo di creare e utilizzare email dannose, utilizzando messaggi in lingua nativa e persino dirottando gli argomenti legittimi da conversazioni via email già esistenti. Questi attacchi dimostrano anche che la Pubblica Amministrazione, le telecomunicazioni e il settore manifatturiero italiano sono visti come obiettivi praticabili e potenzialmente redditizi per attacchi di natura finanziaria come i ransomware. Anche in Italia, le aziende dovrebbero essere consapevoli di queste minacce nuove e sempre più sofisticate, e adottare misure adeguate per proteggersi. Le organizzazioni possono educare i loro utenti a essere prudenti con gli allegati, a non ignorare gli avvisi di sicurezza, ed essere informati sulle minacce più recenti, come il dirottamento delle conversazioni email. Le organizzazioni possono anche proteggersi implementando difese a più livelli al gateway di posta, alla periferia della rete e agli endpoint per proteggersi da link, contenuti dannosi e altro ancora. Fonte: BitMat.it
Vacanze natalizie: alcuni accorgimenti per proteggere la privacy

Fare un backup dei file più importanti, limitare le interazioni sui social ed utilizzare un servizio di VPN sono solo alcuni dei suggerimenti per godersi le vacanze in serenità Mancano pochi giorni a Natale e Capodanno: a breve potremo festeggiare con parenti e amici, ma anche raggiungere piste da sci, città d’arte o qualche spiaggia tropicale. Secondo le stime, sono ben 18 milioni gli italiani che partiranno per le vacanze natalizie. Queste cifre non significano solo una moltitudine di veicoli sulle autostrade e aeroporti affollati, ma anche rischi per la privacy. Si direbbe che andare in ferie sia completamente innocuo, ma dal punto di vista della sicurezza informatica non è così. Gli hacker non vanno in vacanza e molti viaggiatori non sanno come proteggere i propri dati quando si spostano. Per questo motivo Panda Security ha previsto cinque consigli pratici per proteggere la sicurezza dei dati e della privacy quando siamo lontani da casa. Backup È importante copiare e salvare i file più importanti dei propri dispositivi connessi a Internet su un hard disk esterno o nel cloud. In questo modo, non solo libereremo spazio prezioso su telefono o tablet, ma ridurremo drasticamente anche il numero di ricordi che potremmo perdere se dovessimo smarrire uno dei nostri dispositivi. Ecco la guida di Panda Security per eseguire facilmente il backup. Limitare i post dei nostri viaggi sui social media Facebook, Instagram e tutti i social ci hanno abituato a condividere ogni momento della nostra vita privata, compresi quelli in cui siamo in procinto di partire per le agognate vacanze. È naturale farlo, ma è anche uno dei modi in cui mettere a repentaglio la nostra sicurezza. Uno dei primi posti dove i criminali cercano nuove potenziali vittime sono infatti i social media. Un hacker può aspettare il momento in cui partiamo per attaccare, perché sa che in quei giorni potremmo non notare delle attività sospette negli account o dispositivi. Se però la tentazione di condividere la meta del nostro prossimo viaggio è irresistibile, ricordiamoci almeno di controllare le impostazioni della privacy e di sicurezza dei nostri profili online. Ciò che invece bisogna assolutamente evitare è pubblicare foto dei biglietti aerei! Attivare la cancellazione remota Durante i viaggi e gli spostamenti è più facile perdere o farsi rubare uno smartphone. Se si attiva la funzionalità di cancellazione remota dei dati del telefono si potrà eliminarne tutto il contenuto nel caso in cui dovessimo perderlo. Importante, inoltre, portare con sè le password del proprio operatore. Eliminare tutti i dati personali in anticipo Il modo migliore per non farsi rubare dati personali è rimuoverli dal telefono o dal tablet che porteremo con noi. Non si tratta solo di un accorgimento contro i furti, ma serve anche per proteggere la nostra privacy in casi legali. Ad esempio, da qualche tempo, durante i controlli doganali degli Stati Uniti gli agenti hanno il diritto di chiedere lo smartphone per ispezionare le nostre attività degli ultimi anni. Ci si può rifiutare ma, in questo caso, potremmo non essere ammessi nel Paese. Utilizzare una VPN Durante la nostra vacanza ci vorremo sicuramente connettere a Internet, magari navigando tramite rete Wi-Fi pubblica in un bar o in un hotel per risparmiare dati e navigare più velocemente. È bene ricordarsi che queste reti possono essere monitorate dagli amministratori di rete e sono più facili da “bucare” per eventuali hacker vacanzieri e malintenzionati digitali. In questi casi, è una buona idea utilizzare un servizio di VPN. Le VPN criptano il traffico su Internet, così nessuno può visualizzare le informazioni che riceviamo e trasmettiamo, anche sulle reti pubbliche. Inoltre, in base al luogo in cui siamo in vacanza, potremmo averne bisogno per aggirare le limitazioni su base geografica: in diversi paesi, ad esempio, i social sono censurati e molti servizi di streaming sono legati al paese di residenza. Insomma, bastano alcuni semplici accorgimenti per goderci il nostro meritato viaggio, senza timori per la nostra sicurezza e la nostra privacy. Buone vacanze! Fonte: BitMat.it
Le conversazioni su WhatsApp sono sicure, il problema sono i dispositivi

La crittografia end-to-end rende impossibile spiare le conversazioni in remoto, ma bisogna prestare attenzione ai malware che agiscono sui device Con più di 1 miliardo e 600 milioni di utenti attivi in oltre 180 paesi, di cui 32 milioni in Italia, WhatsApp non ha rivali in termini di popolarità tra le piattaforme di messaggistica istantanea. Il risvolto della medaglia di tutta questa popolarità è che la rende uno dei bersagli preferiti dei cybercriminali, che spesso mirano a diffondere virus e malware attraverso messaggi e allegati inviati a un numero elevatissimo di destinatari. Quanto sono sicure le conversazioni su WhatsApp? È di questi ultimi giorni la notizia di una vulnerabilità legata a un file mp4 (video o audio), che una volta scaricato dà il via all’esecuzione arbitraria di codice che permette al pirata informatico di entrare in possesso dello smartphone e di rubare tutti i dati presenti all’interno del device. Per evitare ogni rischio, Facebook – proprietaria della piattaforma – invita tutti gli utenti ad aggiornare immediatamente l’applicazione all’ultima versione disponibile. Malware a parte, è innegabile che WhatsApp negli ultimi anni sia diventata una piattaforma più sicura, grazie, ad esempio, all’integrazione della crittografia end-to-end. Questa tecnologia fa sì che le conversazioni siano leggibili solo sui dispositivi dei due utenti coinvolti, perché vengono crittografate con un sistema a doppia chiave: una pubblica, comune a entrambi gli utenti, e una privata per ciascuno di essi. Da quando WhatsApp l’ha implementata, app come WhatsApp Sniffer, sviluppata alcuni anni fa per spiare le conversazioni, non funzionano più, anche se in rete circolano ancora voci sulla sua presunta e attuale efficacia. WhatsApp Sniffer è un’applicazione di scansione delle porte TCP: un dispositivo su cui è installato lo sniffer può intercettare il traffico TCP degli altri dispositivi connessi alla stessa rete, ad esempio una rete Wi-Fi pubblica. Per farlo, però, i dati devono essere leggibili, senza essere cifrati in alcun modo. Con la crittografia end-to-end, WhatsApp Sniffer potrebbe ancora intercettare i pacchetti di dati, ma ne ricaverebbe solo un lungo elenco di numeri incomprensibili. L’unico modo per intercettare una conversazione su WhatsApp è possedere le chiavi di cifratura o indovinarle, ed entrambe le ipotesi sono remotissime se non completamente irrealizzabili. Inoltre, dato che lo sniffer di WhatsApp non funziona più, le versioni che si trovano tuttora in rete sono solo specchietti per le allodole, che attirano utenti curiosi riempiendo i loro computer di virus. Altre app per spiare WhatsApp Per lo stesso motivo per cui WhatsApp Sniffer non funziona più, anche le altre versioni di app di scansione delle porte TCP hanno smesso di creare problemi agli utenti di WhatsApp. Su Internet si continuano a trovare notizie dai titoli tendenziosi come “Le migliori app per spiare WhatsApp” o “Come spiare le conversazioni di WhatsApp”. In realtà, la maggior parte di questi post parla di app di monitoraggio da installare direttamente sul dispositivo, ad esempio quelle di parental control per i genitori di minori. Gli utenti possono stare tranquilli, le conversazioni di WhatsApp sono sicure ed è possibile averne la prova con la Verifica del codice di sicurezza. Con questa operazione si può verificare che i messaggi scambiati con un’altra persona vengano cifrati con una chiave di crittografia univoca. Da sottolineare che la procedura è facoltativa e serve solo come verifica; la crittografia end-to-end è attiva per impostazione predefinita e non si deve fare assolutamente niente per utilizzarla su WhatsApp. Sicurezza delle conversazioni e dei dispositivi Purtroppo, quanto detto finora non significa che le nostre conversazioni siano completamente al sicuro, così come i nostri dati personali presenti su telefoni e altri dispositivi. Se da un lato la crittografia end-to-end protegge le conversazioni di WhatsApp da app illegali come Sniffer, dall’altro queste sono ancora alla mercé di altri virus e malware. Il problema non è WhatsApp, ma la sicurezza del dispositivo: esistono varie tipologie di programmi di sniffing che non agiscono sulle applicazioni ma direttamente sul telefono, ad esempio ci sono spyware e keylogger in grado di registrare tutti gli input inseriti tramite la tastiera virtuale del telefono. Inoltre, tutti i messaggi non crittografati come e-mail, commenti o risposte nei forum, possono essere intercettati da app di scansione installate su altri dispositivi connessi alla stessa rete. Questo è il rischio principale delle reti Wi-Fi pubbliche o aperte, dove gli amministratori di rete sono autorizzati a monitorare il traffico. Come proteggere le conversazioni su WhatsApp Diventa quindi fondamentale, per garantire la sicurezza delle conversazioni, proteggere i dispositivi che utilizziamo. Ecco allora alcuni semplici consigli di sicurezza di Panda Security per difendersi da spyware e sniffer: Innanzitutto, per evitare di scaricare malware e virus, è necessario porre molta attenzione a link, annunci e allegati di phishing. Scaricare un antivirus efficace, come Panda Dome per Android, e mantenerlo sempre aggiornato. Utilizzare la versione più recente del sistema operativo e impostare gli aggiornamenti automatici per approfittare delle patch di sicurezza. Quando ci si connette a una rete Wi-Fi aperta, utilizza una VPN e, in generale, evitare di mantenere conversazioni riservate e inviare dati personali. Impostare l’autenticazione a due passaggi per WhatsApp, così nessuno potrà utilizzare il nostro account da un altro dispositivo. Insomma, le nostre conversazioni su WhatsApp sono al sicuro, ma a questo non significa che si possa abbassare la guardia: i cybercriminali sono sempre in agguato e nuove minacce mettono ogni giorno in pericolo la nostra privacy. Facciamo quindi affidamento sulle soluzioni di cybersicurezza e, soprattutto, poniamo sempre molta attenzione online. Qui maggiori informazioni. Fonte: BitMat.it
Ransomware contro i comuni in aumento del 60% nel 2019

In tutto il mondo, 174 Comuni e oltre 3000 istituzioni collegate hanno subito attacchi con richieste di riscatto fino a 5 milioni di dollari Il 2019 è stato l’anno degli attacchi ransomware contro i Comuni: secondo i ricercatori di Kaspersky, almeno 174 istituzioni comunali e oltre 3.000 organizzazioni collegate sono state prese di mira da ransomware, registrando un +60% rispetto al 2018. Mentre le richieste di riscatto dei criminali informatici raggiungono talvolta fino a 5 milioni di dollari, le stime relative ai danni subiti e al costo effettivo degli attacchi sono decisamente più elevate. Questi i principali risultati del Kaspersky Security Bulletin: Story of the Year 2019. Il ransomware è un noto “grattacapo” per il settore aziendale che colpisce, ormai da diversi anni, le aziende di tutto il mondo. Come se ciò non bastasse, il 2019 ha visto un rapido sviluppo di una già nota tendenza di questa minaccia, ovvero quella di prendere di mira le organizzazioni municipali. I ricercatori hanno rilevato che, sebbene questi obiettivi non siano in grado di pagare una somma di denaro così alta per il riscatto, si dimostrano i più propensi ad accettare le richieste dei criminali informatici. Questo perchè il blocco di un qualsiasi servizio comunale, influirebbe direttamente sul benessere dei cittadini e si tradurrebbe non solo in perdite finanziarie, ma anche in altre conseguenze socialmente significative ed impattanti. Secondo quanto è emerso dalle informazioni rese pubbliche, gli importi del riscatto variavano notevolmente, raggiungendo fino a 5.300.000 dollari e attestandosi in media a 1.032.460 dollari. Queste cifre non ritraggono in maniera accurata i costi finali di un attacco, poiché le conseguenze a lungo termine risultano essere molto più costose. “È molto importante ricordare che pagare il riscatto è una soluzione a breve termine che, oltre ad incoraggiare i criminali a proseguire con questa attività, fornisce loro risorse economiche per finanziare nuovi attacchi. Inoltre, va tenuto in considerazione che nel momento in cui un Comune subisce un attacco, l’intera infrastruttura viene compromessa ed è necessario richiedere un’indagine sugli incidenti e un audit approfondito. Ciò comporta inevitabilmente costi aggiuntivi che si vanno a sommare a quelli richiesti per il riscatto. Allo stesso tempo, dalle nostre indagini è emerso che, la tendenza dei Comuni a pagare il riscatto è giustificata dalla stipula di assicurazioni che coprono il costo dei rischi informatici o da budget precedentemente allocati per i servizi di incident response. Per evitare questi attacchi però, il migliore approccio consiste nell’investire in misure proattive: soluzioni di sicurezza e di backup collaudate e regolari controlli di sicurezza, commenta Fedor Sinitsyn, security researcher di Kaspersky. Nonostante gli attacchi rivolti ai Comuni siano in crescita, è possibile fermare questa tendenza adeguando l’approccio alla sicurezza informatica, prima di tutto rifiutando di pagare il riscatto e poi comunicando questa decisione con una dichiarazione pubblica ufficiale.” In questo caso, il malware identificato come il principale colpevole può variare ma i ricercatori di Kaspersky hanno individuato tre famiglie tra le più note: Ryuk, Purga e Stop. Ryuk è apparso nel panorama delle minacce più di un anno fa e da allora è attivo in tutto il mondo sia nel settore pubblico che in quello privato. Il suo modello di distribuzione prevede solitamente la consegna di un malware tramite una backdoor che si diffonde poi attraverso email di phishing con un finto documento finanziario in allegato. Il malware Purga è conosciuto sin dal 2016, ma solo di recente è stato scoperto che alcuni Comuni sono stati presi di mira da questo trojan con vari vettori di attacco, dal phishing ad attacchi più violenti. Il cryptor Stop, invece, è una “new entry” rispetto agli altri in quanto ha solo un anno di vita. Questo malware si propaga nascondendosi all’interno di software installer ed è tra i più popolari, infatti, ha conquistato il settimo posto nella classifica dei 10 cryptor più noti del terzo trimestre del 2019. Per evitare che questi malware si infiltrino nelle organizzazioni, Kaspersky raccomanda di: Installare tutti gli aggiornamenti di sicurezza non appena disponibili. La maggior parte degli attacchi informatici sfruttano le vulnerabilità già individuate e affrontate. Installare gli aggiornamenti di sicurezza più recenti riduce le possibilità di attacco Proteggere l’accesso da remoto alle reti aziendali tramite VPN e utilizzare password sicure per gli account di dominio Aggiornare sempre il sistema operativo per eliminare le vulnerabilità recenti e utilizzare una soluzione di sicurezza consolidata con database aggiornati Disporre sempre di nuove copie di backup dei file in modo da poterli sostituire in caso di perdita (per un attacco malware o per la rottura di un dispositivo) e conservarli non solo su un dispositivo fisico ma anche nel cloud storage per una maggiore affidabilità Ricordarsi che il ransomware è un reato. Il riscatto non dovrebbe essere pagato. In caso di attacco è importante fare una denuncia alle forze dell’ordine locali. Inoltre, è necessario cercare online un decryptor, alcuni di questi sono disponibili gratuitamente a questo link Per prevenire gli attacchi è importante educare i dipendenti al “cyber igene”. Kaspersky Interactive Protection Simulation Games offre uno scenario speciale rivolto proprio alla pubblica amministrazione locale che si concentra sulle minacce che più la riguardano Utilizzare una soluzione di sicurezza per le aziende, come Kaspersky Endpoint Security for Business, in grado di proteggere i dati aziendali dai ransomware. Il prodotto è dotato di funzionalità di rilevamento dei comportamenti, controllo delle anomalie e funzionalità di prevenzione che rilevano minacce note e sconosciute e prevengono attività dannose Migliorare le soluzioni di sicurezza di terze parti con il tool gratuito Kaspersky Anti-Ransomware Tool È possible trovare maggiori informazioni sul report Story of The Year 2019 su Securelist.com L’elenco completo delle analisi del Kaspersky Security Bulletin, con i risultati del 2019 e le previsioni per il 2020, è disponibile a questo link. Fonte: BitMat.it
Lo stato della digitalizzazione in Italia: a che punto siamo?

Protagonisti ed esperti di digitale si sono confrontati in occasione del convegno organizzato da Associazione IMQ per delineare gli scenari futuri della Cyber Security. Durante il convegno organizzato da Associazione IMQ, lo scorso 2 dicembre, esperti ed attori del digitale hanno fatto il punto sugli scenari futuri della Cyber Security e sullo stato della digitalizzazione in Italia. “Abbiamo coinvolto diversi attori per trattare il tema da diversi punti di vista – ha commentato Stefano Micheli, Segretario dell’Associazione IMQ – perché crediamo che serva una risposta di sistema complessiva, quale il mondo IMQ, grazie alla propria governance e ai propri soci di riferimento, può dare, per trasformare in opportunità quelli che oggi vengono visti come rischi della digitalizzazione.” Aprendo i lavori della giornata, il Presidente di IMQ, Maria Antonietta Portaluri, ha ricordato come le aziende, necessariamente connesse, costituiscano il bersaglio principale degli attacchi cyber, che hanno come obiettivo la sottrazione di dati aziendali a scopo di trarne un vantaggio economico. “Se gli attacchi cyber alle imprese sono aumentati di 10 volte nell’ultimo biennio – ricorda Portaluri – sono in aumento, nel primo semestre del 2019 gli attacchi ai computer impegnati nella gestione degli edifici dotati di sistemi digitali (4 su 10). Tutto ciò ci deve portare ad aumentare gli investimenti in sicurezza.” “Gli investimenti in sicurezza delle imprese italiane restano ancora molto bassi, afferma Andrea Bianchi, Direttore Area Politiche Industriali Confindustria, che ha fatto il punto della situazione della digitalizzazione nelle aziende italiane. Il mercato della cyber security vale un miliardo di euro, pari soltanto allo 1% della spesa Hi-tech aziendale, quando un livello adeguato sarebbe intorno al 10% del totale.” E ciò nonostante il nostro Paese è in grado di offrire soluzioni tecnologiche per proteggerci, come sostiene Giulio Iucci, Presidente ANIE Sicurezza secondo cui “In passato c’erano le infrastrutture critiche, oggi tutto è diventato critico dal punto di vista della sicurezza, per cui la logica di azione ed intervento cambia completamente: il punto fondamentale su cui costruire sicurezza è l’intera architettura di sistema e la visione olistica del tutto.” Per Filippo Cavallarin, Ricercatore ed esperto di sicurezza informatica, la cyber ruota intorno al concetto di vulnerabilità e, considerato che il canale principale per accedere ai sistemi sono le persone, bisogna investire in formazione e lavorare sull’organizzazione aziendale. Lo conferma Guido Allegrezza, Responsabile Compliance, Governance & Security di Telecom Italia Trust Technologies, che nel suo intervento ha sottolineato l’importanza dei valori e della cultura ed organizzazione aziendale nella prevenzione degli attacchi. Valerio Pastore, Esperto di Sicurezza Militare, Fondatore e CTO Di BooleBox si è concentrato sull’esigenza di “mantenere la proprietà dei nostri dati e non lasciarli ad entità indefinite, allo sbaraglio.” Secondo Stefano Mele, avvocato specializzato in Cyber Security, “L’utente deve avere il diritto di beneficiare di livelli di sicurezza alti, in particolare in relazione ai servizi ritenuti strategici ed essenziali nel Paese.” Giacomo Stucchi, Past President COPASIR – Consulente Regione Lombardia in tema di trasparenza, legalità e cyber security, ha analizzato la questione dal punto di vista dello Stato e delle amministrazioni pubbliche: “Non esiste il rischio zero. Lo Stato ha bisogno di tutti i suoi stakeholder per giocare una partita in cui tutti sono coinvolti (i privati, le università, la pubblica amministrazione i ricercatori…)”. È e sarà il sistema paese ed europeo che farà la differenza.” Stefano Zanero, Professore Associato del Politecnico di Milano, ha chiuso gli interventi dei relatori con un’istantanea sui rischi che tutti noi corriamo. “Ogni individuo è iper-connesso e scambia continuamente attraverso la Rete, spesso in modo inconsapevole, dati sensibili che lo riguardano: la tecnologia ha semplificato il nostro vivere, ma dobbiamo fare attenzione alle informazioni che diamo in pasto alla Rete.” “È quindi fondamentale – ha concluso il Presidente Maria Antonietta Portaluri – dare valore all’industria di qualità, in grado di offrire già oggi al mercato soluzioni per garantire la sicurezza dei prodotti e sistemi, ed un valore certamente, avrà con sempre maggiore evidenza, la certificazione. La centralità del ruolo della certificazione è confermata dal Cybersecurity Act, Regolamento Europeo entrato in vigore a luglio per rafforzare il ruolo dell’Agenzia europea per la sicurezza e dare mandato per schemi di certificazione europei, su cui IMQ sta già lavorando.” Fonte: BitMat.it
2020: cambio di traiettoria per le minacce informatiche

Una protezione proattiva passa da strategie di sicurezza che massimizzino integrazione, intelligenza artificiale avanzata e Actionable Threat Intelligence Fortinet presenta le previsioni dei FortiGuard Labs relative al panorama delle minacce informatiche per il 2020 e gli anni a seguire. Le previsioni rivelano le metodologie che verranno utilizzate dai cybercriminali nell’immediato futuro, insieme ad alcune importanti strategie che aiuteranno le aziende a proteggersi dagli attacchi in arrivo. Un’overview dettagliata delle prediction e dei punti salienti è disponibile sul blog di Fortinet. “Gran parte del successo dei criminali informatici in passato era legato alla loro capacità di sfruttare la superficie di attacco in espansione e le conseguenti lacune di sicurezza dovute alla trasformazione digitale. Di recente, le loro metodologie di attacco sono diventate più sofisticate integrando i precursori dell’IA e della tecnologia swarm intelligence. Fortunatamente, questa tendenza è destinata a cambiare se più organizzazioni usassero, per difendere i propri network, le stesse strategie che i cybercriminali adottano per prenderli di mira. Questo richiede un approccio unico, che sia ampio, integrato e automatizzato per consentire protezione e visibilità su tutti i segmenti di rete e sui vari edge, dall’IoT ai cloud dinamici” dichiara Derek Manky, Chief Security Insights & Global Threat Alliances in Fortinet. Qui di seguito alcuni dati emersi: Un cambiamento nella traiettoria dei cyberattacchi Negli ultimi anni le metodologie di attacco informatico sono diventate sempre più sofisticate, aumentando la propria efficacia e velocità. È probabile che questo trend continui in futuro, a meno che le aziende non cambino il modo di pensare alle proprie strategie di sicurezza. Il volume, la velocità e la raffinatezza delle minacce attuali fanno sì che le aziende debbano essere in grado di rispondere in tempo reale e a machine-speed per contrastare in modo efficace gli attacchi più aggressivi. I progressi nell’intelligenza artificiale e nella threat intelligence saranno fondamentali in questa sfida. L’evoluzione dell’AI come sistema (immunitario) Uno degli obiettivi dello sviluppo di un’intelligenza artificiale security-focused nel tempo era creare un sistema immunitario per il network simile a quello del corpo umano. La prima generazione di AI è stata progettata per adottare modelli di machine learning per apprendere, correlare e quindi determinare una specifica linea di condotta. La seconda generazione di intelligenza artificiale sfrutta le sue capacità sempre più sofisticate di rilevare pattern ricorrenti per migliorare in modo significativo, ad esempio, l’access control in un ambiente, e lo fa distribuendo diversi nodi di apprendimento attraverso uno specifico ambiente. La terza generazione di intelligenza artificiale sarà caratterizzata dall’interconnessione dei nodi di apprendimento locali in modo che i dati raccolti possano essere condivisi, correlati e analizzati in modo più distribuito, invece di fare affidamento su un centro di elaborazione statico e centrale, Si tratta di uno sviluppo molto importante in quanto le aziende puntano sempre più a proteggere i propri ambienti periferici in espansione. L’apprendimento federato Oltre a sfruttare le forme tradizionali di threat intelligence estratte dai feed o derivate dal traffico interno e dall’analisi dei dati, l’apprendimento automatico farà affidamento su un’incredibile mole di informazioni pertinenti provenienti dai nuovi dispositivi periferici e dai nodi di apprendimento locali. Tracciando e correlando queste informazioni in tempo reale, un sistema di intelligenza artificiale sarà in grado di generare una visione più completa del panorama delle minacce, ma anche di perfezionare il modo in cui i sistemi locali possono rispondere agli eventi localizzati. I sistemi di intelligenza artificiale saranno in grado di vedere, correlare e tracciare nonché di prepararsi per le minacce condividendo informazioni attraverso la rete. Un sistema di apprendimento federato consentirà l’interconnessione dei set di dati in modo che i modelli possano adattarsi agli ambienti in continuo cambiamento e al trend degli eventi e che un singolo evento possa migliorare l’intelligence dell’intero sistema. L’importanza di combinare l’Intelligenza Artificiale e i playbook per predire gli attacchi Investire nell’AI non solo consente alle aziende di automatizzare le attività, ma può anche abilitare un sistema automatizzato in grado di ricercare e identificare gli attacchi, post evento, e prima che si verifichino. La combinazione del machine learning con l’analisi statistica consentirà alle aziende di sviluppare piani d’azione personalizzati legati all’intelligenza artificiale per migliorare il rilevamento e la risposta alle minacce. Questi playbook relativi alle minacce potrebbero svelare i modelli sottostanti che consentono al sistema di intelligenza artificiale di prevedere la prossima mossa di un criminale informatico, ipotizzare dove è probabile che si verifichi il prossimo attacco e persino determinare quali possano essere i colpevoli più probabili. Se queste informazioni vengono aggiunte a un sistema di apprendimento AI, i nodi di apprendimento remoto potranno fornire una protezione avanzata e proattiva, non solo rilevando una minaccia, ma prevedendo anche i movimenti, intervenendo in modo proattivo e coordinandosi con gli altri nodi per bloccare contemporaneamente tutti i percorsi di attacco. Le opportunità nel controspionaggio e nella Cyber Detection Una delle risorse più importanti nel mondo dello spionaggio è il controspionaggio, lo stesso vale quando si attacca o si difende un ambiente in cui le mosse vengono attentamente monitorate. Chi si occupa di cyber defence ha un netto vantaggio dato dall’accesso a tipologie di threat intelligence solitamente non disponibili per i criminali informatici, che può essere incrementato mediante l’apprendimento automatico e l’intelligenza artificiale. L’utilizzo di migliori tecniche di cyber detection potrebbe innescare un’azione di controspionaggio da parte dei cyber avversari. In questo caso, gli aggressori dovranno imparare a distinguere tra traffico legittimo e ingannevole senza essere scoperti semplicemente spiando i vari modelli di traffico. Le aziende saranno in grado di contrastare efficacemente questa strategia integrando playbook e intelligenza artificiale più pervasiva alle proprie strategie. Questo consentirà di individuare i criminali che cercano di rilevare il traffico legittimo, ma migliorerà anche il traffico ingannevole in modo che diventi impossibile distinguerlo dalle transazioni legittime. Alla fine, le organizzazioni potrebbero rispondere a qualsiasi sforzo di controspionaggio prima che si verifichi, il che consentirebbe loro di mantenere una posizione di controllo. Maggiore integrazione con le forze dell’ordine La cybersecurity ha requisiti unici relativi a fattori come la privacy e l’accesso, al contrario del crimine informatico che non ha confini. Di conseguenza, le forze dell’ordine stanno creando centri