Stampanti e MFP in rete: il 48% delle PMI non le protegge adeguatamente

Così facendo, le aziende si espongono ad un serio rischio di violazione dei dati e quindi ad un possibile danno economico Una recente ricerca condotta da Censuswide per Sharp evidenzia che il 48% delle PMI non protegge adeguatamente stampanti e MFP (multifunzioni) collegate in rete, esponendosi così ad un serio rischio di violazione dei dati e quindi ad un possibile danno economico. La ricerca fornisce un quadro europeo del comportamento sull’uso delle stampanti in ufficio, e rivela che l’87% gli impiegati italiani non conosce i rischi potenziali a cui sono sottoposte stampanti e MFP installate negli uffici, e non considera questi dispositivi pericolosi per la sicurezza della rete informatica. Inoltre, solo il 12% degli impiegati ritiene che lasciare le stampe nel vassoio della MFP sia un possibile rischio per la sicurezza dei dati. Anche se si è molto parlato degli hacker di alto profilo come quelli collegati alla star di YouTube, PewDiePie, solo il 24% degli impiegati italiani intervistati sa che le stampanti possono essere “hackerate” ed è a conoscenza di questo rischio per l’azienda. Il 48% ha affermato che le stampanti usate nei loro uffici non richiedono nessuna autentificazione e che chiunque può usarle liberamente. Sharp, in risposta ai risultati di questa ricerca, ha pubblicato una guida gratuita alla sicurezza dei dati, sviluppata insieme all’hacker etico, Jens Müller. La guida “Come stampare in sicurezza nelle PMI” si può scaricare gratuitamente qui e fornisce delle indicazioni utili per i responsabili della tecnologia in ufficio. Per Müller: “Le stampanti sono ovunque. Ogni società ne ha una e generalmente sono collegate alla rete aziendale, con il risultato che se non sono sicure diventano un facile bersaglio per gli hacker. Attraverso le stampanti e le MFP non si può accedere solo ai documenti sensibili stampati, scansionati e inviati via fax, ma si corre il rischio di subire attacchi più sofisticati, che possono violare la rete di tutto l’ufficio. Gli hacker hanno solo bisogno di trovare l’elemento debole per sferrare l’attacco, assicurati che non sia proprio la tua stampante.” La questione è ancora più rilevante per le imprese con meno di 50 dipendenti, che risultano meno propense ad adottare misure di sicurezza in loco. Il 62% delle imprese intervistate consente a chiunque di utilizzare la propria stampante, in confronto al 43% delle aziende più grandi (151-200 dipendenti). I settori che tipicamente gestiscono informazioni sensibili o riservate, come l’Ufficio Legale, sono meno propensi a dotarsi di caratteristiche di sicurezza di base, con circa l’80% di impiegati che afferma di utilizzare liberamente i propri dispositivi. Carlo Alberto Tenchini, Direttore Marketing e Comunicazione di Sharp Electronics Italia, aggiunge: “L’impatto della violazione dei dati, sia dal punto di vista finanziario che regolamentare, può essere devastante per le aziende, qualunque sia la loro dimensione. Dal momento che la nostra ricerca evidenzia che le imprese più piccole hanno meno risorse e minore capacità di affrontare il tema della sicurezza informatica, informare e preparare i dipendenti su questi rischi è davvero importante.” Fonte: BitMat.it
Allarme malware: attenzione ai link su YouTube

Alcuni link che promettono di condurre alle pagine social degli autori dei video portano in realtà a server da cui parte l’infezione Secondo le statistiche di Similarweb, YouTube è il secondo sito web più visitato al mondo. Anche un sito così popolare, tuttavia, cela delle minacce che gli utenti dovrebbero considerare per potersi difendere al meglio. Axitea, global security provider, lancia l’allarme e spiega agli utenti come possono proteggersi al meglio. Il problema non dipende ovviamente da YouTube, ma dai link che spesso accompagnano i video che vengono caricati sulla piattaforma. Lo stratagemma è semplice, ma efficace: alla fine della descrizione del video viene inserito un link camuffato che sembrerebbe portare alla pagina Facebook o Instagram dell’autore del video (ad esempio per avere maggiori informazioni sulla ricetta o sugli highlight sportivi che si sono appena visti), ma in realtà rimanda lo spettatore verso dei server dai quali parte l’infezione vera e propria. I video, di per sé innocui, diventano così un subdolo strumento per veicolare un pericoloso virus, chiamato Casbaineiro o anche Metamorfo. Capire quali sono i video che contengono il link a Casbaneiro non è semplice, perché il “format” scelto dagli hacker è molto frequente su YouTube: nella descrizione del video vengono inserite informazioni coerenti con il video stesso (ad esempio, nel caso delle video-ricette, vengono scritti gli ingredienti), vengono aggiunti hashtag in linea con il contenuto e, alla fine, il finto link a Facebook o Instagram. Se si clicca sul link camuffato non si viene rimandati né su Facebook né su Instagram, ma sul dominio del server C&C (Command and Control) dal quale parte l’attacco tramite comandi crittografati. Casbaneiro è un trojan molto pericoloso e dalle molteplici forme: può installare una backdoor sul nostro dispositivo per tracciare tutta la nostra attività, fare screenshot, registrare ciò che visitiamo e ciò che scriviamo. Controlla se e quali antivirus abbiamo installato e può sottrarci (registrando i nostri accessi) le credenziali dei conti correnti online. Per aver cliccato su un link al termine di una ricetta, possiamo quindi trovarci con il conto svuotato. Se poi si possiede un conto in Bitcoin, Casbaneiro fa anche di più: reindirizza tutta la nostra criptovaluta verso il wallet degli hacker. “Tutto è molto credibile e ben fatto, e cascarci è facilissimo, spiega Stelvio Guglielmi, Cyber Sales Specialist di Axitea. Lato utente individuale, è richiesto un livello di attenzione molto elevato, come sempre del resto quando si naviga su Internet. Le aziende invece possono proteggersi in modo adeguato dotandosi di strumenti di gestione, controllo e monitoraggio della propria infrastruttura informatica con un servizio SOC as a Service, in grado di agire tempestivamente qualora si riscontrino anomalie.” Queste indicazioni su come proteggersi sono fondamentali, visto che YouTube è disponibile in più di 90 paesi, con supporto in 80 lingue, e vanta oltre 1,9 miliardi di utenti attivi ogni mese, numero che equivale a circa un terzo di tutti gli utenti di Internet. Fonte: BitMat.it
Le nuove strategie di compromissione delle email aziendali

Nel mondo del lavoro la posta elettronica rimane lo strumento di comunicazione preferito, e i cyber criminali affinano le loro tecniche Se nell’ultimo decennio applicazioni di messaggistica mobile e social media sono diventati le modalità preferite per le nostre comunicazioni private, nel mondo del lavoro la posta elettronica resta lo strumento principale. Il suo utilizzo continuerà a cambiare e di conseguenza anche i cyber criminali adegueranno le loro tecniche di compromissione delle email aziendali ai cambiamenti del panorama in continua evoluzione. Le minacce trasmesse tramite email cambiano e si materializzano ogni minuto, da sofisticati attacchi ransomware a tattiche di impersonificazione come BEC (Business Email Compromise), a CEO fraud e campagne di phishing mirate. I criminali informatici oggi continuano a trovare metodi creativi per invogliare i destinatari delle email ad aprire questi messaggi sempre più dannosi. Questi, se aperti, possono esporli a contenuti che possono causare significative perdite finanziarie e/o di dati. Secondo l’Email Threat Report di FireEye, gli attacchi di impersonificazione, le CEO fraud e la compromissione delle email aziendali (BEC), hanno visto un costante incremento nel primo trimestre del 2019, con un ulteriore aumento proseguito per tutta la prima metà dell’anno. I cyber criminali impersonificano dirigenti, senior manager e partner della supply chain per indurre i dipendenti ad agire, autorizzando bonifici fraudolenti o fornendo informazioni riservate. Gli attacchi di impersonificazione possono costare alle aziende miliardi di dollari e danneggiare seriamente la loro reputazione. Gli attacchi di impersonificazione aumentano e allo stesso modo il report indica un incremento del 17% degli attacchi di phishing nel primo trimestre 2019 rispetto all’ultimo trimestre 2018. L’utilizzo prevalente di Microsoft Office 365 ha portato i cyber criminali a prendere di mira principalmente Office 365, insieme a OneDrive che fa parte anch’esso della suite Microsoft Office. Spesso l’intento è quello di raccogliere le credenziali aziendali per potersi appropriare degli account. Se un account di un utente finale viene carpito, esso è spesso utilizzato per attività dannose, che così hanno come mittente un indirizzo email legittimo e affidabile per scopi quali: Distribuire malware all’interno dell’organizzazione Utilizzare account validi per realizzare spear phishing con privilegi elevati Compromissione delle email aziendali dei dirigenti (BEC) Colpire clienti e partner Effettuare ricognizione dell’ambiente Accedere alle VPN o ad altri servizi cloud per infiltrarsi ulteriormente nell’azienda colpita “Per un utente inconsapevole, un’email di phishing può spesso apparire come un messaggio legittimo proveniente dal team di supporto aziendale che chiede, ad esempio, di riconfermare i dati del proprio account, dichiara Gabriele Zanoni, Consulting Systems Engineer di FireEye. Gli aggressori ingannano i destinatari falsificando gli indirizzi email e l’utilizzo del brand, facendosi fornire password e altre informazioni riservate. Office 365, Dropbox, Slack e altri servizi SaaS sono obiettivi popolari per gli hacker, e una volta ottenuto l’accesso a un account, possono insediarsi nella rete per espandere il loro accesso all’interno dell’organizzazione.” Le tattiche utilizzate e l’importanza di avere visibilità I professionisti del settore IT sanno quanto sia importante un’efficace sicurezza delle email e il phishing è lo strumento più potente che gli aggressori possiedono nel loro arsenale. URL dannosi incorporati nel testo possono essere difficili da rilevare per la maggior parte delle soluzioni di sicurezza email e gli URL possono anche essere “armati” solo dopo essere stati scansionati e trovati “puliti”. Ad esempio, durante le ore lavorative, un URL presente all’interno di una email è collegato a una pagina web di phishing, ma durante le ore di inattività lo stesso conduce a una pagina web HTML completamente vuota. FireEye Email Security Server Edition, offre agli amministratori IT la possibilità di ispezionare visivamente, in maniera istantanea e in ogni momento, le pagine web a cui gli URL incorporati sono collegati. Questo servizio integra varie firme, analisi e plugin per l’apprendimento automatico, così da rilevare attacchi di email phishing basati su URL. FireEye PhishVision utilizza tecniche di deep learning e compila e confronta screenshot di brand affidabili e di uso comune con le pagine web e di login a cui fanno riferimento gli URL contenuti in una email. L’utilizzo di questa metodologia consente a FireEye di identificare con successo attacchi di phishing, ottenendo anche una certa consapevolezza del brand colpito. La funzione URL screenshot della soluzione di FireEye illustra l’aspetto degli URL di phishing dannosi per il destinatario. Questa funzionalità è utile per fornire all’analista, per scopi di reporting e sensibilizzazione degli utenti, una panoramica di come può essere convincente la landing page dove inserire le credenziali. Possedere la capacità di analizzare le minacce di raccolta delle credenziali, aiuta i team IT a ridurre i rischi. Questa funzionalità consente, inoltre, di adottare misure di risposta adattiva da correlare con altre tecnologie interne e convalidarle se ci sia stato un impatto sull’organizzazione. Riducendo i tempi di latenza tra il rilevamento e la risposta, i responsabili della sicurezza limitano i danni e prevengono le minacce future. FireEye, inoltre, fornisce una prioritizzazione completa degli avvisi per aiutare gli amministratori IT a comprenderne la gravità, oltre all’intelligence sulle tattiche, le tecniche, le procedure e le analisi forensi approfondite, come l’endpoint, il comportamento della rete e la metodologia globale di attacco. Utilizzando tutte queste informazioni, FireEye può automatizzare le risposte e mettere automaticamente in quarantena le email anche qualora identificate retroattivamente, come gli URL di spear phishing armati dopo la consegna delle email. Dall’alert alla correzione, il tempo medio di FireEye per identificare un avviso è di circa 4 minuti, contro le 2 ore di altre soluzioni. Questa accelerazione della risposta non solo aumenta l’efficienza delle operazioni di sicurezza, ma riduce anche l’impatto degli incidenti di sicurezza per l’organizzazione. L’utilizzo della posta elettronica sta cambiando e le tattiche adattive dei cyber criminali rappresentano una grande minaccia per le organizzazioni. È imperativo che i responsabili IT forniscano la massima sicurezza delle email per ridurre una violazione. Fonte: BitMat.it
Attacchi via PEC: come difendersi dalle campagne di phishing

Ogni utente deve essere consapevole di queste potenziali situazioni e assicurarsi che la propria postazione sia in stato di sicurezza, a partire dall’aggiornamento dell’antivirus Le campagne di attacco che diffondono malware e virus via web o che sfruttano tecniche avanzate di phishing per rubare dati agli utenti fanno leva soprattutto sull’attendibilità del mezzo utilizzato per diffondersi. Oltre alla e-mail tradizionale, i criminali usano anche attacchi via PEC (Posta Elettronica Certificata) per le loro campagne. A lanciare l’allarme è AssoCertificatori, Associazione dei Prestatori Italiani di Servizi Fiduciari Qualificati e dei Gestori Accreditati, che ha pubblicato una nota stampa per denunciare questo tipo di attività criminali. Per organizzare l’attacco, il criminale informatico si appoggia su una botnet, una rete di computer e dispositivi che sono compromessi da malware. Queste postazioni di utenti, che magari non sanno nemmeno di avere il PC infetto, rappresentano la base dalla quale i criminali avviano i loro attacchi. I dispositivi che fanno parte della botnet diventano quindi – all’insaputa dei loro utilizzatori – veicolo di propagazione degli stessi virus che li hanno infettati e di frodi informatiche diffuse tramite malspam, phishing e social engineering. Tutte queste tecniche fanno spesso leva sulla fiducia che il destinatario ha nei confronti del mittente e soprattutto cercano di servirsi illecitamente di uno strumento autorevole come la Posta Elettronica Certificata per rendere i messaggi più convincenti e plausibili perché trasmessi su un canale certificato. Come fare per evitare le frodi? Purtroppo è semplice che la propria postazione entri a fare parte di una botnet, ad esempio è sufficiente inserire nel PC una chiavetta USB compromessa o aprire un file infetto magari scaricato in automatico navigando su un sito internet compromesso. Per questo, ogni utente deve essere consapevole di queste potenziali situazioni e assicurarsi che la propria postazione sia in stato di sicurezza, a partire dal semplice aggiornamento dell’antivirus. Se il computer non è posto in sicurezza e da esso si accede a una casella di Posta Elettronica Certificata, è probabile che quell’indirizzo PEC venga utilizzato per veicolare i malware, così come è possibile che i criminali abbiano accesso ad aree protette come l’home banking o le aree di pagamento di siti e-commerce, con evidenti probabilità di subire furti economici. Per evitare che ciò avvenga, esistono una serie di accorgimenti utili da attuare: a livello comportamentale, relativi a tutte quelle cautele che è utile prendere per evitare di aprire il messaggio PEC ritenuto sospetto e che costituiscono un primo livello di sicurezza diretto da parte dell’utente, e a livello tecnico, utili a evitare il problema dal punto di vista applicativo, come ad esempio tenere aggiornati il sistema antivirus e in generale tutti i software utilizzati ogni giorno. L’utilizzo del “buon senso”, ad ogni modo, è una buona norma da ricordare sempre. Di seguito alcune raccomandazioni per andare in questa direzione: avere cura della propria password (non salvare le credenziali di accesso alla casella PEC nei vari form di accesso online; non salvare la propria password all’interno di file mantenuti sui dispositivi; non utilizzare la medesima password per più applicativi; non comunicare la password a terzi); non cliccare su link presenti, se non si è sicuri che la URL a cui fanno riferimento sia lecita; non scaricare gli allegati di mittenti sconosciuti; prima di aprire un allegato non atteso chiedere conferma al mittente; effettuare una scansione antivirus della propria postazione e degli allegati che si intende aprire con software aggiornato e proveniente da fonti attendibili; non eseguire le macro dei documenti Microsoft Office; valutare con attenzione il contenuto dei messaggi: gli istituti di credito, come anche un provider, non chiedono di inserire dati sensibili all’interno di form online. Nel caso ci sia anche solo il sospetto di aver perso il controllo della propria postazione, è necessario intervenire tempestivamente, attraverso due semplici operazioni: Mantenere sicuri i dispositivi – Per prima cosa, al fine di evitare successive ulteriori intrusioni, si raccomanda di mettere in sicurezza tutte le postazioni utilizzate, eseguendo tutti i controlli e gli interventi tecnici necessari a ripulire da infezioni dovute a malware e virus. Modificare le password – Appurata la “pulizia” dei dispositivi, si consiglia di procedere comunque alla variazione delle password di accesso utilizzate per i servizi web in generale (tra cui, ovviamente la PEC). La modifica periodica della password (con cadenza almeno trimestrale) rappresenta in generale una buona norma da rispettare nell’utilizzo delle proprie credenziali. Ad attirare l’attenzione dei criminali informatici è stata probabilmente l’enorme diffusione della PEC in Italia, con oltre 10 milioni e mezzo di caselle attive e quasi 430 milioni di messaggi scambiati nel bimestre marzo-aprile 2019 (fonte AgID); ma attraverso accorgimenti comportamentali, tecnici e buon senso è possibile continuare a difendere le proprie caselle di Posta Elettronica Certificata e, più in generale, i propri dati. I Gestori PEC accreditati stanno portando avanti importanti collaborazioni con le Autorità nazionali per continuare l’attività di contrasto al phishing via PEC, si tratta di tavoli di lavoro comuni tramite cui è attivo un costante monitoraggio della situazione attraverso software specializzati nel rilevamento delle frodi. Grazie al tavolo operativo continua inoltre la diffusione di contenuti, guide e materiali di supporto che indicano le buone prassi da adottare: è tramite tutte queste operazioni e una sempre maggiore sensibilizzazione degli utenti alla protezione dei propri dati che si ottiene il più alto livello di sicurezza. Per maggiori informazioni scarica qui l’approfondimento per contrastare fenomeni di phishing e malware. Fonte: BitMat.it
Shopping online: 6 segnali di pericolo e 9 consigli per evitarli

Con il Singles Day di Alibaba si è aperta ufficialmente la stagione di shopping più lunga dell’anno: attenzione alle truffe e ai siti falsi Con il Singles Day di Alibaba è iniziata ufficialmente la stagione di shopping più lunga dell’anno: da novembre – con Thanksgiving, Black Friday e Cyber Monday – fino a Natale. Un numero sempre crescente di consumatori sceglie di acquistare online piuttosto che in un negozio fisico, talvolta invogliato da sconti a cui è impossibile resistere. Il Singles’ Day, ad esempio, è cresciuto in modo esponenziale e attualmente rappresenta il più grande giorno di shopping del mondo, durante il quale siti asiatici come Alibaba e JD.com sono leader nel mercato online del giorno. Ma con tutto questo shopping online, c’è un grande rischio. Gli hacker aspettano con impazienza di approfittare di acquirenti frettolosi e poco accorti, freneticamente alla ricerca di buoni affari. Tentano di rubare le loro informazioni finanziarie in qualsiasi modo possibile, e i trucchi diventano sempre più sofisticati anno dopo anno. Questo processo è chiamato ‘phishing’, perché come il pescatore gettano l’amo in attesa che un pesce abbocchi. Qui ci sono i primi 6 segnali per riconoscere una truffa durante la stagione degli acquisti online di novembre: Sconti troppo belli per essere veri.Proprio come ogni tentativo di pesca inizia con un’esca, così è il caso del phishing. L’esca è spesso sotto forma di un’offerta civetta. Un consumatore vede un prezzo irresistibile su un prodotto che ha sempre desiderato, recapitato via e-mail o in un annuncio pubblicato sui social media, clicca sull’affare e gli viene chiesto di compilare i propri dati personali, come nome e indirizzo, oltre ai dati bancari. Così facendo si inviano queste informazioni direttamente al truffatore. In alternativa, possono creare un sito falso sul quale “finire il lavoro” se alcuni consumatori sono scettici sull’offerta iniziale. Siti falsiI siti falsi che imitano i siti di shopping popolari durante la stagione dello shopping online, come Alibaba e Amazon, sono preparati con largo anticipo per il grande giorno. I ricercatori di Check Point hanno notato qualcosa di sorprendente: gli URL di phishing per lo shopping online sono più che raddoppiati dal 2018. In effetti, il numero è aumentato del 233%. Più di 1.700 domini che sembrano simili al dominio amazon.com sono stati registrati negli ultimi sei mesi. I ricercatori di Check Point hanno tracciato una campagna di minaccia che coinvolge il popolare marchio di occhiali da sole Ray Ban. La campagna è iniziata il 7 novembre 2019 ed è stata inviata a migliaia di potenziali vittime. Il lookalike domain https://rbs.xwrbs[.]com/ è stato usato come motivo ricorrente in questa campagna di truffa. Il sito truffa accetta pagamenti solo tramite PayPal. La seguente e-mail, bloccata dai nostri sistemi questa settimana, ha offerto ai destinatari uno speciale affare Black-Friday fino all’80% di sconto sugli occhiali da sole Ray Ban! Queste pagine incoraggiano il login per iniziare, cosa che può sembrare normale alla maggior parte dei clienti. Tuttavia, non appena vengono inserite le credenziali, come e-mail/nome utente e password, queste informazioni vengono inviate agli hacker, che potranno accedere al vostro account e rubare qualsiasi informazione personale in esso contenuta. Strane forme di pagamentoSpesso, i truffatori incoraggeranno l’uso di metodi di pagamento bizzarri, come vaglia, bonifici bancari o carte e buoni prepagati. Questi metodi non solo rendono più difficile individuare il destinatario, ma rendono quasi impossibile recuperare i soldi indietro. False RestituzioniGli acquisti non sono l’unico modo che i truffatori usano per sabotare le loro vittime. False procedure di reso sono diventate diffuse nel gioco della truffa dell’e-commerce, per cui gli utenti che tentano di effettuare una restituzione compilano le informazioni su un modulo falso che li conduce a un sito web copia del sito su cui hanno effettuato l’acquisto, come ad esempio Amazon, e vengono indirizzati a un falso “centro resi” per compilare maggiori dettagli che i truffatori utilizzeranno e sfrutteranno. Politica di non restituzioneOltre alle restituzioni false, può anche mancare del tutto una politica di restituzione, il che è insolito per un sito di shopping. Inoltre, la mancanza di una politica sulla privacy, i termini e le condizioni e i dettagli per la risoluzione delle controversie dovrebbero far scattare una bandiera rossa, poiché spesso indicano un sito di phishing. Informazioni sul venditore sconosciuteAnche i siti falsi che non forniscono adeguati dati di contatto del venditore dovrebbero destare preoccupazione. 9 modi per evitare di essere truffati in questa stagione delle vendite: Evitare reti Wi-Fi non protetteCome quelle presenti negli aeroporti e in altri luoghi pubblici Ricerca di simboli di sicurezzaCercare un certificato SSL che consenta la crittografia, contrassegnando il sito come sicuro. Controllare la validità del sito cercando in un database di siti falsiPer il Black Friday vengono spesso creati siti speciali come blackfridayscom.tld e black-fridaywalmart.tld per fornire ai clienti un luogo per verificare che i siti che si navigano siano legittimi. Utilizzare solo metodi di pagamento sicuriAssicurati che il sito web contenga delle vere e proprie icone di convalida nella sezione pagamenti. Queste icone devono essere cliccabili e non solo immagini. Utilizzare una carta di credito o un conto PayPal per gli acquistiSarà più facile recuperare i soldi e o mettere i soldi in un conto deposito (come con PayPal) fino all’arrivo dell’articolo. Non effettuare un bonifico bancario diretto o acquistare una carta prepagata. Non effettuate acquisti impulsiviPrendetevi il vostro tempo e valutate il sito web per i segni di phishing che abbiamo esaminato in questo articolo. Identificare il venditoreChiediti: a chi invieresti un’e-mail o una chiamata in caso di problemi? È consigliabile provare una ricerca su Google per verificare la validità dei dati di contatto. Siti come WHOIS possono fornire informazioni sul proprietario del sito e sulla durata di esistenza del dominio. Se il dominio non esiste da troppo tempo, questo potrebbe indicare che il sito è stato costruito solo di recente ed è probabilmente falso. Se non esistono dati di contatto, non procedere all’acquisto. Cercare sempre una politica di restituzioneSe non è evidente, è un buon segno che il sito è falso, in quanto è una parte standard di un sito di
Exploit di Windows 7 cresciuti del 400% nella prima metà del 2019

Da gennaio a giugno, il numero di IP che eseguono Windows non aggiornato o senza patch è aumentato di oltre il 70% Threat Report: Mid-Year Update è lo studio con cui Webroot esplora l’evoluzione del panorama della cybersecurity. Sulla base dei trend osservati durante la prima metà del 2019, è emerso che 1 link su 50 è malevolo, quasi un terzo dei siti di phishing utilizza il protocollo HTTPS e gli exploit di Windows 7 sono cresciuti più del 70% a partire da gennaio. Il report evidenzia l’importanza di una buona educazione informatica degli utenti dal momento che i messaggi di phishing sono sempre più personalizzati e gli hacker riutilizzano le informazioni così ricavate, oltre a prendere possesso degli account violati. Di seguito i principali risultati: Gli hacker si servono di domini considerati attendibili e del protocollo HTTPS per ingannare gli utenti Quasi un quarto dei link dannosi (24%) sono ospitati su domini sicuri: gli hacker sanno bene che gli URL considerati attendibili generano meno sospetti e sono più difficili da bloccare in termini di misure di sicurezza. 1 link su 50 (1,9%) è risultato malevolo, un dato piuttosto alto se si considera che quasi un terzo degli utenti (33%) clicca su più di 25 link al giorno in una normale giornata lavorativa. Quasi un terzo delle pagine phishing rilevate (29%) utilizza il protocollo HTTPS come metodo per ingannare gli utenti facendogli credere di essere su un sito affidabile grazie alla presenza del simbolo del lucchetto. Gli attacchi phishing hanno avuto un rapido incremento nel 2019 e i criminali informatici hanno esteso i loro obiettivi di attacco Il phishing è cresciuto rapidamente, da gennaio a luglio 2019 è stato rilevato un incremento del 400% degli URL malevoli. Tra i principali settori rappresentati da questi attacchi phishing: 25% fornitori SaaS/Webmail 19% istituti finanziari 16% social media 14% retail 11% servizi di file hosting 8% società di servizi di pagamento Gli attacchi phishing sono sempre più personalizzati grazie ai dati personali raccolti a seguito di una violazione Le password violate vengono utilizzate non soltanto per prendere il controllo dell’account, ma anche per perpetrare altre azioni tra cui, in particolare, l’invio di email a scopo di ricatto in cui si dichiara di avere sorpreso la vittima in situazioni imbarazzanti o in grado di comprometterne la reputazione, minacciando di condividere il tutto con colleghi, amici e parenti a meno che non si paghi un riscatto. Il phishing non sempre mira ad acquisire username e password, ma punta a violare anche le domande segrete e le relative risposte. Windows 7 è sempre più a rischio: le infezioni sono aumentate oltre il 70% Da gennaio a giugno, il numero di IP che eseguono Windows non aggiornato o senza patch (e quindi soggetto a exploit) è aumentato di oltre il 70%. Oltre il 75% dei malware che infettano i sistemi di Windows si nasconde in 3 aree: 41% in temp, il 24% in appdata e l’11% nella cache Le aziende possono impostare facilmente delle policy per limitare l’esecuzione di qualsiasi applicazione dalle posizioni temp e cache, prevenendo in questo modo più del 50% delle infezioni. I malware rilevati all’interno di un solo PC sono cresciuti del 95,2%, in aumento rispetto al 91,9% del 2018. Tra i PC risultati infetti, il 64% sono macchine di utenti finali mentre il 36% sono dispositivi aziendali, probabilmente perché gli utenti domestici non sono protetti da firewall aziendali e da misure di sicurezza idonee e spesso non dispongono di un dispositivo aggiornato regolarmente. “Ultimamente assistiamo a un aumento degli attacchi hacker in cui le email di phishing risultano sempre più personalizzate grazie ai dati raccolti in occasione di precedenti violazioni, così come l’uso crescente di HTTPS e domini considerati attendibili per sembrare più legittimi agli occhi degli utenti. Queste tattiche sfruttano la familiarità e il contesto e spesso si traducono in una fiducia ingiustificata che compromette la sicurezza degli utenti. Motivo per cui aziende e consumatori devono essere consapevoli di queste tattiche in continua evoluzione e dei relativi rischi per non farsi cogliere impreparati e riuscire a proteggere i propri dati e i propri dispositivi” ha commentato Tyler Moffitt, Senior Threat Research Analyst di Webroot. Fonte: BitMat.it
Disaster recovery: il 75% delle PMI non ha un piano

I disastri informatici possono succedere a chiunque e in qualsiasi momento, e vanno pertanto trattati come un’emergenza convenzionale Secondo un recente report Deloitte, il 90% delle attività commerciali che non hanno approntato un piano di disaster recovery sono destinate al fallimento. È dunque sorprendente che solo il 25% delle PMI ha posto in essere un piano per le emergenze. Gli imprenditori che non lo hanno ancora fatto sono probabilmente convinti, leggendo le notizie relative agli attacchi informatici, che non possa succedere proprio a loro. Secondo gli esperti, le aziende non guardano al quadro complessivo, ma si preoccupano solo delle emergenze “convenzionali”, come gli incendi o le alluvioni. In realtà, invece, anche le minacce informatiche, oggi in costante evoluzione, possono colpire in qualsiasi momento, assumendo forme diverse (anche attraverso i provider di servizi gestiti) e in genere quando è meno prevedibile. L’argomento è di estrema attualità: oltre 1.000 tra professionisti e imprenditori IT hanno partecipato questa settimana alla conferenza organizzata dal Disaster Recovery Journal; per chi non c’era, riepiloghiamo le nozioni di base per la programmazione di un efficiente disaster recovery. Dopo tutto, non è mai troppo tardi per affrontare con serietà le minacce che incombono, ed è sempre un buon momento per prevedere il peggio. Il piano di disaster recovery è una priorità Sebbene la presenza dei backup di dati, applicazioni e sistemi rappresenti un approccio consolidato al data recovery, nonché il primo passo in difesa del fatturato, è il ripristino d’emergenza a garantire di poter tornare operativi in tempi rapidi. Adottando una soluzione cloud (DRAAS, disaster recovery as-a-service), i sistemi aziendali “critici” possono essere eseguiti in remoto mentre si provvede al ripristino degli altri. Nella pianificazione delle emergenze occorre per prima cosa identificare i sistemi aziendali “critici”, come ad esempio il sistema POS, il sito web, i dati memorizzati dei pazienti o dei clienti. L’approccio dipende ovviamente dal tipo di attività, dalla modalità di erogazione dei servizi e, nello specifico, dai sistemi di distribuzione in uso. Il disaster recovery as-a-service è rapido e accessibile Per la maggior parte delle aziende, realizzare un ambiente di disaster recovery indipendente può avere costi proibitivi. Il cloud rappresenta un modo pratico e conveniente per organizzare un piano di ripristino di emergenza. Scegliere la giusta soluzione cloud consente infatti ad aziende di ogni dimensione di garantire la disponibilità e l’operatività continua delle applicazioni di business strategiche. Ad esempio, Disaster Recovery Add-On è un componente di Acronis Backup che consente di accedere al cloud Acronis per eseguire il ripristino indipendentemente dalla causa che l’ha provocato, che sia Madre natura o un attacco informatico. Cosa includere in un piano di disaster recovery Oltre a dare priorità ai sistemi e ai dati indispensabili a garantire la resilienza dell’azienda durante una crisi, e a implementare ogni tecnologia necessaria per proteggerli, l’azienda deve approntare anche un piano dettagliato che permetta a tutte le persone coinvolte di sapere come agire durante le emergenze. Per ottenere un piano completo, occorre documentare quanto indicato di seguito: Introduzione. Oltre a un riepilogo e alle finalità del piano, includere le persone che lo hanno creato e approvato e chi è responsabile del suo avvio. Ruoli e responsabilità. Elencare tutti i membri del team di disaster recovery, dettagliando le informazioni di contatto, i ruoli, le responsabilità, i limiti di spesa, ecc. Altre informazioni di contatto. Elencare le informazioni di contatto primarie e secondarie, dai numeri delle forze di pubblica sicurezza a quelli dei fornitori di hardware, software, servizi vari, ecc. Intervento in caso di emergenza. Documentare il piano per la valutazione del danno subito dall’azienda e le fasi iniziali della procedura di disaster recovery. Attivazione del piano. Indicare le procedure operative in modalità di emergenza, inclusi i dettagli per l’avvio del piano e le istruzioni per tutti i membri del team. Ritorno alla normale operatività. Delineare i criteri per il ritorno alla normale operatività e includere le necessarie procedure per la sostituzione della attrezzature, il riavvio dei sistemi, l’invio di notifiche al personale, ecc. Documentazione della cronologia. Registrare tutte le date e le revisioni dei documenti inclusi nel piano di disaster recovery. Includere il nome e la qualifica di chiunque abbia rivisto il piano e approvato le revisioni. Procedure. Dopo l’attivazione del piano, i componenti del team di disaster recovery devono prendere i materiali loro assegnati e avviare gli interventi e le attività specificati nel piano. Quanto più dettagliato è il piano, tanto maggiore è la probabilità che la risorsa IT interessata venga restituita alla normale operatività. Esecuzione dei test. Documentare tutti i test da effettuare, specificando le date e le risorse che li gestiranno ed eseguiranno. Il test del piano di disaster recovery deve essere eseguito con cadenza annuale o semestrale. Scegliere la tecnologia più adatta a supporto del piano Come detto prima, predisporre un piano accurato di disaster recovery presuppone la disponibilità del supporto e delle tecnologie più adeguate alla sua esecuzione. L’adozione di Acronis Backup e Disaster Recovery Add-on consente di proteggere e ripristinare in modo semplice, efficiente e sicuro qualsiasi carico di lavoro, che sia virtuale, locale o nel cloud. Aggiungendo alla soluzione di backup una tecnologia di failover di facile impiego, che in caso di emergenza consente di eseguire le applicazioni aziendali strategiche nel cloud Acronis, si pone l’azienda in una condizione a prova di emergenza, senza la necessità di investimenti in infrastruttura o formazione. I service provider possono affidarsi ad Acronis Disaster Recovery Cloud per offrire il disaster recovery as-a-service, incrementando la continuità aziendale dei propri clienti e permettendo loro di evitare costosi tempi di inattività, sanzioni e danni alla reputazione. Considerazioni finali Un piano di disaster recovery ben approntato può fare la differenza tra il fallimento e la sopravvivenza dell’azienda: di fatto, può ridurre i mancati utili, le interruzioni delle attività, limitare le responsabilità legali e proteggere le risorse digitali dell’organizzazione. Elaborare un piano di disaster recovery è il primo passo per tutelare l’azienda dalle catastrofi naturali e da quelle provocate dall’uomo. Acronis rende il disaster recovery facile, efficiente e sicuro, fruibile tanto dai professionisti IT che proteggono i dati della propria azienda quanto dai service provider che si occupano di un numero elevato di clienti.
Cyber-resilienza e PMI: 5 consigli per evitare gli attacchi

Le PMI sono ormai le più colpite, soprattutto a causa delle asimmetrie tra la crescente sofisticazione degli attacchi e le scarse risorse disponibili per la sicurezza Le PMI sono tra le aziende più colpite dagli attacchi informatici. Ciò è dovuto al crescente livello di sofisticazione e al vantaggio asimmetrico che gli aggressori hanno rispetto alle scarse difese e al basso livello di cyber-resilienza presente in media nella maggior parte delle organizzazioni di piccole e medie dimensioni. Negli ultimi anni, la maggior parte delle aziende ha investito molto in prodotti di sicurezza con l’intento di costruire delle “mura di difesa” lungo il perimetro aziendale per tener fuori possibili attaccanti; recentemente si assiste a un ritorno ai fondamentali, ci si sta concentrando su cosa nei processi di business può essere oggetto di attacchi e quale può essere la superficie attaccabile. Le aziende hanno compreso che devono ridurre i “perimetri vulnerabili” del proprio business, quelli cioè più esposti all’azione di malintenzionati su Internet; è altresì necessario porre attenzione alla correttezza delle configurazioni e aumentare la consapevolezza degli utenti in merito alle nuove possibili minacce. Questo approccio risulta il più efficace sia a livello di prevenzione degli attacchi che per efficienza operativa. Il personale esperto in sicurezza informatica è esiguo e questo approccio offre un migliore ritorno sugli investimenti (ROI). Ecco cinque cose che le PMI dovrebbero prendere in considerazione per ridurre al minimo il rischio di incidenti di cybersecurity, senza dover costruire un esercito di esperti con i relativi costi. Innanzitutto, le imprese devono raggiungere una visibilità completa del proprio ambiente digitale. L’adozione del cloud, i container e la mobilità aziendale sono progetti IT molto interessanti per le PMI poiché consentono di usufruire di infrastrutture agili; per contro, tali iniziative espandono anche l’ambiente IT con il rischio di ridurre notevolmente la capacità di capire cosa c’è e cosa funziona in qualsiasi momento. Diventa quindi difficile mettere in sicurezza ciò che non si vede e non si riesce a monitorare in modo puntuale. Le aziende necessitano di “occhi” per controllare la propria attività, cioè di sensori in grado di raccogliere dati provenienti da tutte le loro risorse IT, dai dispositivi fisici ai sistemi operativi e al cloud. In secondo luogo, è bene ottenere informazioni accurate su tutte le risorse IT disponibili. Senza una conoscenza precisa si corre il rischio di sovraccaricare le risorse e il personale con uno tsunami di eventi da investigare, spesso senza successo. Un buon modo per raggiungere questo livello di dettaglio è elaborare centralmente le informazioni raccogliendole in un ambiente cloud sicuro. Per evitare i costi di investimento in infrastrutture, le PMI dovrebbero utilizzare le piattaforme SaaS (Software as a Service) che permettono loro di contestualizzare gli eventi, assegnando loro delle priorità e informando l’utente di eventuali interventi di riparazione. In terzo luogo, operare in maniera scalabile. Una moderna PMI che sappia cogliere le opportunità del cloud e dell’agilità offerta della trasformazione digitale deve poter espandere o ottimizzare continuamente l’ambiente IT in base alle esigenze dei clienti. Ancora una volta, una soluzione SaaS è in grado di garantire questa capacità di rendere l’infrastruttura IT scalabile, per far fronte all’aumento e alla diminuzione della domanda e alla giusta velocità. In questo modo l’impresa può essere sempre aggiornata rispetto alle possibile aree di vulnerabilità, contestualmente all’espandersi o al contrarsi della propria infrastruttura IT. Quarta capacità è l’immediatezza delle informazioni, il monitoraggio dei perimetri e degli asset della propria infrastruttura IT, indipendentemente dalla loro tipologia ed ubicazione. Una soluzione SaaS permette infatti di indicizzare e accedere ai metadati rapidamente; questo consente di eseguire query, di mantenere le situazioni sotto controllo attraverso l’utilizzo di dashboard dinamiche e di ricevere un avviso proattivo nel caso in cui si verifichino anomalie (ad es. nuove vulnerabilità individuate, nuove risorse che appaiono sulla rete e certificati digitali scaduti). Infine, l’automazione può essere un alleato prezioso. Come accennato, molte PMI hanno investito in tecnologie difensive negli ultimi anni, con vari gradi di efficacia e soddisfazione per i risultati ottenuti; diventa ora fondamentale sfruttare tali investimenti per ottenere informazioni qualitativamente accurate. Utilizzando un’interfaccia API (Application Programming Interface) è possibile, per esempio, interconnettere facilmente tecnologie e piattaforme diverse, creando flussi di informazioni sicuri che espongono ed evidenziano situazioni anomale; ottenere informazioni contestuali relativamente a una superficie vulnerabile e definire le priorità di intervento, oltre a capire come strutturare le difese per minimizzare la superficie di attacco. A cura di Marco Rottigni, Chief Technical Security Officer EMEA di Qualys Fonte: BitMat.it
Pagamenti elettronici, qual è il livello di sicurezza attuale?

E’ opportuno ricordare scenari di minacce informatiche che possono inficiare il valore assicurato dall’impiego del servizio di pagamento elettronico, come il caso relativo alle carte contactless (senza contatto) e mobile wallet (portafoglio mobile). In questi giorni di fervide trattative per il varo della legge finanziaria, i pagamenti elettronici sono sotto i riflettori degli organi di informazione e all’attenzione della classe politica e dei cittadini come mai avvenuto in precedenza. E’ opportuno ricordare scenari di minacce informatiche che possono inficiare il valore assicurato dall’impiego del servizio di pagamento elettronico, come il caso relativo alle carte contactless (senza contatto) e mobile wallet (portafoglio mobile) Nuove vulnerabilità offrono agli hacker la possibilità di aggirare i limiti di pagamento sulle carte contactless Visa indipendentemente dal terminale della carta, secondo una ricerca di Positive Technologies (Visa card vulnerability can bypass contactless limits.) In un comunicato stampa del 29 luglio, Positive Technologies ha affermato che i ricercatori hanno testato più volte i difetti con cinque principali banche del Regno Unito e con carte e terminali al di fuori del Regno Unito. Hanno scoperto che i limiti potevano essere aggirati il 100% delle volte e potevano consentire a un attaccante di rubare dai conti. Scenario di attacco L’attacco funziona manipolando due campi di dati che vengono scambiati tra la carta e il terminale durante un pagamento contactless. Soprattutto nel Regno Unito, se il pagamento necessita di un’ulteriore verifica del titolare della carta (che è richiesta per pagamenti superiori a 30 sterline nel Regno Unito), le carte risponderanno “Non posso farlo”, il che impedisce di effettuare pagamenti oltre questo limite. In secondo luogo, il terminale utilizza impostazioni specifiche del paese, che richiedono che la carta o il portafoglio mobile forniscano un ulteriore verifica del titolare della carta, ad esempio inserendo il PIN della carta o l’autenticazione tramite impronta digitale sul telefono“, si legge nel comunicato stampa. I controlli sono stati aggirati utilizzando un dispositivo che fungeva da proxy per intercettare la comunicazione tra il terminale di pagamento e la carta, un attacco noto come man in the middle (MITM). Questi attacchi MITM possono anche essere eseguiti utilizzando i portafogli mobili, consentendo a un truffatore di caricare fino a £ 30 senza sbloccare il telefono. La sicurezza dei pagamenti elettronici Secondo il comunicato “Il dispositivo dice alla carta che la verifica non è necessaria, anche se l’importo è superiore a £ 30. Il dispositivo quindi comunica al terminale che la verifica è già stata effettuata con altri mezzi. Questo attacco è possibile perché Visa non richiede che gli emittenti e gli acquirenti dispongano di controlli che blocchino i pagamenti senza presentare la verifica minima“. “L’industria dei pagamenti ritiene che i pagamenti contactless siano protetti dalle garanzie che hanno messo in atto, ma il fatto è che le frodi sono in aumento. Sebbene si tratti di un tipo di frode relativamente nuovo e al momento potrebbe non essere la priorità numero uno per le banche, se i limiti di verifica senza contatto possono essere facilmente aggirati, ciò significa che potremmo vedere perdite più dannose per le banche e i loro clienti.”, secondo il comunicato. Salvaguardia e raccomandazioni I ricercatori Positive Technologies suggeriscono che gli utenti di carte contacless devono essere vigili nel monitorare i loro estratti conto bancari per rilevare tempestivamente le frodi e, se disponibili con la propria banca, implementare ulteriori misure di sicurezza come limiti di verifica dei pagamenti e notifiche via SMS. Fonte: Key4Biz.it
Cybersecurity e sanità: l’anello debole sono le persone

Un nuovo report di Proofpoint evidenzia un incremento del 300% delle email fraudolente nel Q1 2019 rispetto allo stesso trimestre nel 2018 Sono pochi i settori che gestiscono significativi volumi di dati sensibili e svolgono attività complesse e importanti come quello sanitario. Sfortunatamente, queste caratteristiche comportano sfide impegnative in termini di protezione. Cybersecurity, la nuova sfida per la sanità Gli attacchi informatici mettono a rischio i dati sanitari personali. I ransomware possono bloccare le attività di un pronto soccorso; email fraudolente colpiscono responsabili, pazienti e personale clinico. Tutte minacce che mettono a rischio le capacità del settore sanitario di prendersi cura dei propri pazienti. Le istituzioni sanitarie considerano la sicurezza IT dei pazienti come parte integrante della loro protezione all’interno della loro attività generale. Si tratta di un’attenzione nata una decina di anni fa, quando la cyber security era considerata un problema di conformità all’HIPAA (Health Insurance Portability and Accountability Act) o uno strumento per ottenere finanziamenti significativi a supporto dell’implementazione della cartella sanitaria elettronica. Da Proofpoint un nuovo report: l’obiettivo sono le persone Per aiutare le organizzazioni sanitarie a comprendere meglio l’evoluzione delle minacce informatiche, Proofpoint ha analizzato il valore degli attacchi informatici rivolti ad aziende e assicurazioni sanitarie e farmaceutiche (il report completo è disponibile qui). Sono state prese in esame centinaia di milioni di email pericolose, ed è stato rilevato un trend predominante: gli attacchi oggi mirano alle persone, non all’infrastruttura. Gli hacker ingannano i dipendenti, cercando di convincerli ad aprire un allegato non sicuro o un link dubbio che conduce a malware. Fingono di essere membri del team esecutivo e danno istruzioni al personale per eseguire bonifici o condividere informazioni sensibili. Dirottano la fiducia dei pazienti, truffandoli e monetizzano sfruttando la brand equity di un’azienda. Alcuni dati principali della ricerca: • Ogni azienda sanitaria colpita ha ricevuto in media 43 email fittizie nel primo trimestre 2019, con un aumento incredibile del 300% rispetto allo stesso periodo nel 2018. Il 95% delle organizzazioni compromesse, ha subìto lo spoofing del dominio; • In media, 65 dipendenti hanno ricevuto email di spoofing per ogni azienda colpita. • Gli oggetti dei messaggi includevano parole quali “pagamento”, “richiesta”, “urgente” e termini simili sono apparsi nel 55% di tutti gli attacchi email fraudolenti. • Il 77% degli attacchi email utilizzava URL pericolosi. • L’autenticazione DMARC non è stata possibile solo per il 51% delle email inviate da domini di aziende sanitarie, rendendoli quindi possibile vittima di spoofing. • I Trojan bancari sono stati la minaccia più grande nel periodo della nostra ricerca. • Avere accesso a dati e sistemi critici o avere una email di dominio pubblico può rendere chiunque una persona altamente a rischio. Le tecniche di attacco cambiano ed evolvono, ma il punto in comune è l’obiettivo: colpiscono le persone, non solo la tecnologia. Approfittano della curiosità umana, dei limiti di tempo in reparti di terapia intensiva e del loro desiderio di prestare cure. Neutralizzare questi attacchi richiede un nuovo approccio alla sicurezza focalizzato sulle persone. Fonte: BitMat.it