Lavoro da remoto, l’Italia non è ancora pronta

Specialmente in un’emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo, il costo per le aziende rischia di essere molto alto. L’emergenza Coronavirus ha costretto molte aziende italiane ad adottare lo smart working, ma la maggioranza non è ancora pronta a causa della mancanza di informatizzazione dei propri sistemi. Chiedere ad un dipendente di utilizzare il proprio computer è sufficiente per poter affermare che si lavora da remoto? Le aziende cosa dovrebbero fare per adeguare i propri sistemi? Per il CEO di Atlante Informatica, Alessandro Musso, è prima di tutto necessario chiarire cosa si intende per smart working o lavoro da remoto. “Questa tipologia di lavoro – spiega – è l’insieme degli strumenti tecnologici che permettono ad un lavoratore di essere produttivo in egual misura, lavorando in luogo geograficamente diverso rispetto a dove lavora di solito. Quindi, con un PC o un tablet e una connessione internet, l’utente deve avere accesso completo al ‘sistema informatico aziendale’ come se fosse esattamente seduto di fronte al suo PC in ufficio”. In sostanza “mi metto al pc di casa mia, eseguo il programma che mi connette al sistema aziendale e inizio a lavorare come se fossi in azienda. Posso lanciare una stampa, rispondere al mio solito interno telefonico e svolgere tutte quelle attività che farei in ufficio, comprese le riunioni con i colleghi”. Le imprese italiane sono effettivamente pronte a questa diversa tipologia di occupazione?“Sappiamo da vari dati statistici – sottolinea Musso – che l’Italia è il fanalino di coda riguardo all’innovazione tecnologica nelle aziende, anche se in realtà il dato non è del tutto completo. Abbiamo due tipologie di aziende: quelle super tecnologiche che non hanno avuto nessun problema ad organizzare, da un giorno all’altro, il lavoro da remoto per i loro impiegati e poi ci sono le aziende che sono lontane anni luce dal poterlo fare e che, in questo caso, avranno bisogno di tempi lunghi per affrontare il cambiamento tecnologico”. Perché esiste questo divario tra le aziende? “Spesso si pensa che la colpa – spiega ancora Musso – sia da imputare alla mancanza di soluzioni tecnologiche, ai costi elevati, oppure alla scarsa copertura di banda internet (copertura di connessione) che le aziende devono avere per mettere in piedi queste soluzioni. Ma la tecnologia c’è, basta organizzarsi, pianificare e installarle. Per le piccole e medie imprese, ovvero il 95% delle aziende italiane, gran parte di questa tecnologia è completamente gratuita e già disponibile online completa di guide e manuali. Esistono soluzioni gratuite che permettono il collegamento sicuro da remoto ai sistemi IT aziendali. Adottando questi sistemi si può, piuttosto semplicemente, espandere virtualmente i confini dell’azienda all’infinito”. Secondo Musso la maggiore responsabilità per il mancato adeguamento tecnologico da parte delle aziende è spesso in capo al management. “Svolgo l’attività di consulente da 15 anni nelle PMI e mi trovo a spiegare il funzionamento di questi sistemi. Mi accorgo che, la ragione per cui non vengono implementati riguarda la volontà del management. Spesso non viene percepita la sicurezza di questi sistemi, in altri casi il management non percepisce ciò che si può ottenere dallo smart working, in altri si ha paura del cambiamento e dell’innovazione. Ma questi sistemi sono molto sicuri e una volta installati sono facili da gestire e manutenere”. Il costo che pagheranno le aziende che non si sono ancora attrezzate rischia di essere molto alto.“Il Coronavirus – avverte Musso – per loro potrebbe essere fatale! Oltre al costo della soluzione tecnica che risulta essere, come detto piuttosto basso, si deve considerare, poi, la formazione dell’utente che dovrà cambiare parzialmente la propria modalità di lavoro, oltre all’adeguamento dei processi lavorativi interni all’azienda. Chi non si è adeguato dovrà farlo ‘correndo’ molto in fretta e non è detto che ci riuscirà. Sarà come tentare di tappare una falla ad una barca che sta affondando: sarebbe stato molto più semplice dotare lo scafo delle dovute precauzioni prima dell’emergenza”. Sicuramente – conclude Musso – “la situazione creata dal Coronavirus aumenterà il divario tra le aziende virtuose e quelle che rischiano la chiusura. Questa emergenza sta infatti mettendo a rischio l’esistenza e l’operatività di moltissime aziende italiane che hanno una sola possibilità: dotarsi di un sistema informatico adeguato per affrontare l’emergenza con il lavoro da remoto”. Fonte: BitMat.it
Coronavirus: attenzione all’email phishing

Identificata una nuova campagna sotto forma di lettera a firma del rettore della Statale di Milano inviata da un indirizzo dell’Ateneo di Bologna. La psicosi del coronavirus non risparmia i sistemi di posta elettronica. Alle ore 11:00 di ieri (lunedì 10 febbraio) e con trend crescente nelle ore a seguire, Libraesva ha identificato una nuova forma di campagna di email phishing, che per la prima si presenta volta nel panorama delle minacce informatiche trasmesse via email tra mittenti e destinatari italiani. La nuova forma di phishing appena riscontrata e analizzata dagli esperti degli ESVALabs si presenta sotto forma di lettera a firma del rettore dell’Università degli Studi di Milano. Il mittente della mail è però dell’Ateneo di Bologna (con ogni probabilità compromesso) che la invia a tappeto a una moltitudine di indirizzi email tra cui gli stessi dell’Università Statale di Milano. L’email dei primi casi intercettati ha come oggetto ‘Aggiornamento sul romanzo Coronavirus(2019-nCov)’ e ha come obiettivo primario quello di fare aprire ai destinatari un allegato word con contenuti di approfondimento (si veda allegato). Una volta selezionato il file, gli hacker indirizzano il malcapitato utente a una finestra che invita ad avvalersi di un lettore PDF di Microsoft: Quando si clicca poi su questa schermata, si atterra sul sito di phishing reale, che sembra persino autorizzato dalla stessa Microsoft di cui ne riporta il logo: Quando l’utente clicca su “Download File”, si apre il modulo di richiesta di credenziali – in questo caso degli account dell’Università -, che rappresentano cioè l’obiettivo finale degli autori di questa forma di campagna phishing: Il commento a caldo di Libraesva Entrambi gli Atenei italiani sono stati prontamente informati per poter attuare tutte le procedure di sicurezza e di informazione interna necessarie a contenere i danni di questo tentativo massiccio di data-breach. “Siamo di fronte alla conferma, una volta di più, di come gli hacker siano disposti a usare indiscriminatamente ogni contenuto di interesse di massa, oltre che di importanza per la comunità scientifica come in questo caso specifico, per propagare campagne malevoli mirate al furto di credenziali dichiara Paolo Frizzi, ceo di Libraesva che insieme ai suoi esperti sta monitorando la situazione e la sua evoluzione sin dalla prima apparizione. Dalle 11 di stamane ad adesso abbiamo intercettato e messo in quarantena una quantità di email purtroppo crescente. Temiamo che il tema di maggiore attualità e diritto informativo quale è il Coronavirus sarà sfruttato in maniera esponenziale dai criminali malintenzionati per perpetrare attacchi non solo ad Università ma anche ad enti e istituti di ricerca o anche sanitari, aziende e amministrazioni pubbliche oltre che ad utenti finali. Invitiamo tutti i reparti IT, oltre che gli utenti stessi, a porre la massima attenzione nei confronti di email riguardanti il virus, evitando di fare click su eventuali allegati o anche solo su link presenti nei corpi delle email ed evitare così di attivare codice malevolo nascosto o perdita di dati e credenziali.” Fonte: BitMat.it
Pianificare il fallimento: 5 regole per gestire le violazioni IT

Un CEO deve pianificare procedure che, in caso di violazione, consentano la business continuity. “Negli affari pianifichiamo il successo. Nella sicurezza informatica dobbiamo pianificare il fallimento”, mi ha detto recentemente un dirigente di Fortune 500, riassumendo lo stretto allineamento tra gli obiettivi di business e la sicurezza informatica. Una violazione IT può causare danni notevoli a operation, vendite, reputazione e anche al prezzo delle azioni di un’azienda, oltre a mettere improvvisamente la parola fine alla carriera di un CEO o di un CSO, come è avvenuto nel caso di alcuni attacchi informatici negli ultimi anni. L’Allianz Risk Barometer 2020 – il più grande sondaggio sui rischi a livello mondiale – ha riconosciuto le interruzioni del business causate da violazioni di sicurezza IT come il rischio più grave per le organizzazioni. Ora, anche se non si può mai prevedere quando si verrà attaccati, è possibile guadagnare tempo mettendo in atto un piano di cyber resilienza ben collaudato ed efficace, essenziale per mitigare gli effetti peggiori di un attacco mantenendo l’azienda in attività. Per poter reagire rapidamente ed evitare danni a lungo termine, le aziende devono simulare un attacco informatico per capire le giuste responsabilità, le potenziali lacune dei processi o i problemi tecnologici. Tuttavia, anche per i più preparati, una crisi informatica potrebbe verificarsi in qualsiasi momento. Cosa si deve fare se si è l’amministratore delegato di un’azienda che ha subito un attacco informatico? Regola 1: Prendere il comando. È una questione personale Rimboccatevi le maniche. Delegare il lavoro al team IT durante una violazione informatica può essere pericoloso per l’azienda e per voi personalmente. Le interruzioni operative e i costi delle controversie legali hanno un effetto immediato sulla reputazione, se non gestiti a dovere. Non sorprende infatti che gli azionisti stiano iniziando a richiedere conseguenze personali per le aziende coinvolte in un incidente informatico. Una gestione efficace comporta un impegno a livello di consiglio di amministrazione, di COO e di CFO. Ma un CEO è spesso la persona migliore per gestirla. Regola 2: è tutta una questione di comunicazione Quando si è colpiti da un attacco, nessuno vuole essere al centro dell’attenzione. Si è trattato di una lacuna nella sicurezza o di un attacco hacker in piena regola? Avete valutato davvero la portata dei dati trafugati? Ci sono altre backdoor che potrebbero essere utilizzate per attività di sabotaggio? Una crisi IT è quasi sempre molto complessa. Possono essere necessari da mesi ad anni per rispondere a tutte queste domande. Tuttavia, la giusta strategia di comunicazione determinerà il parere dell’opinione pubblica sul modo in cui avete gestito l’incidente. Trattare la crisi in modo trasparente vi porterà benefici tra cui il sostegno delle autorità, dei ricercatori e dei clienti. Ma dovete essere pronti a sopportare la pressione. Regola 3: Competenze in materia di sicurezza informatica La maggior parte delle aziende si affida al CISO per la gestione della crisi, ma spesso conviene coinvolgere i seguenti stakeholder nel processo: Incidenti di sicurezza ed esperti di crisi – La segnalazione e l’analisi tecnica possono probabilmente essere fatte in modo più efficace da aziende esterne che hanno affrontato situazioni simili. Fornitori di sicurezza – La maggior parte delle aziende è scettica nel considerare i fornitori di sicurezza come partner ma, in realtà, sono forse loro i partner migliori per aiutarvi a mitigare la minaccia. Peer – La sicurezza IT è uno sport di squadra e la maggior parte delle minacce da affrontare ha probabilmente già colpito alcuni dei vostri colleghi. Coinvolgerli e chiedere aiuto è fondamentale. Le forze dell’ordine – In molti paesi il coinvolgimento delle forze dell’ordine è più che altro un atto formale per registrare l’incidente. Tuttavia, le autorità in alcuni stati alcuni hanno notevoli capacità di investigazione e supporto nella protezione delle reti. Regola 4: Utilizzare il contenimento intelligente Contenere una crisi informatica potrebbe richiedere anni se si seguono tutte le raccomandazioni disponibili. Come riesce il CISO a bilanciare il contenimento degli incidenti mantenendo l’operatività? La task force può applicare un approccio di contenimento basato sul rischio, affrontando le questioni più importanti: Perché siamo stati hackerati? Quali sono i nostri asset più importanti? Sono stati colpiti? Come possiamo mitigare la minaccia? Per capire come mitigarle, è necessario triangolare la prima e la seconda domanda in modo corretto. A volte, è persino necessario tenere l’aggressore per un po’ di tempo nella propria rete per determinare le sue vere motivazioni. Per tutti gli attacchi mirati, c’è sempre una domanda da porre al CSO: abbiamo identificato il paziente zero? Come nelle epidemie di virus, il paziente zero può aiutarvi a ricostruire il percorso dell’attacco e identificare le potenziali backdoor create come backup nella vostra rete. Se la vostra task force non riesce a identificare il paziente zero, non sarà capace di confermare la presenza dell’hacker nella rete o di determinare la portata dell’attacco. Regola 5: Siate prudenti, non siate dispiaciuti Che impatto ha avuto la violazione sulla vostra azienda dal punto di vista reputazionale, legale, finanziario e tecnico? Avete perso denaro perché non siete riusciti a gestire un server nelle ultime 20 ore. Stimate il costo complessivo dell’attacco. Non solo nel caso in cui abbiate un’assicurazione, ma anche per ricavare l’investimento necessario per la sicurezza. Alla fine, la maggior parte delle aziende che vivono una crisi informatica aumentano significativamente gli investimenti in sicurezza. Concentrarsi su principi come Zero Trust, migliorare la cyber-igiene e semplificare i processi e le tecnologie di sicurezza sono alcune delle cose più importanti – e fondamentali – da fare. La cyber resilienza in poche parole Non importa quale sia il vostro settore, un piano di cyber resilienza adeguato è un must se volete essere preparati per lo scenario peggiore. Ridurre la portata dei danni di un attacco cibernetico è l’obiettivo primario di un piano di cyber resilienza. Una cosa è tentare di mettere in sicurezza la rete, ma attivare un piano di business continuity ben pensato e testato può far risparmiare grandi quantità di tempo e denaro. Quindi siate ben preparati. A cura di Sergej Epp, chief security officer, Central European region, Palo Alto Networks
Smart Working, tre errori da evitare

Il lavoro agile presenta numerosi vantaggi, ma ci sono anche cautele da seguire per non mettere a rischio i dati sensibili. L’ormai ben noto smart working è entrato prepotentemente nel dibattito collettivo con l’esplosione del Coronavirus, quasi al pari delle scorte di mascherina o amuchina andate esaurite. Per semplificare un aspetto che presenta lati anche complessi se rapportati alla qualità del lavoro, bisogna inevitabilmente passare dalla direttiva ufficiale emanata dal ministero dal Dipartimento della Funzione Pubblica, a firma della Ministra Fabiana Dadone. La direttiva spinge sul lavoro agile in favore del personale complessivamente inteso e sul lavoro flessibile con un occhio di riguardo per i dipendenti delle PA affetti da patologie pregresse, che usano i trasporti pubblici o che hanno carichi familiari ulteriori connessi alle eventuali chiusure di asili e scuole dell’infanzia. La direttiva introduce, per questo momento di emergenza, una preferenza per riunioni, convegni e momenti formativi svolti con modalità telematiche che possono sostituire anche gran parte delle missioni nazionali e internazionali, escluse quelle strettamente indispensabili. E se lo smart working – come da decreto legge approvato nelle scorse ore – diventa applicabile “in via automatica” fino al 15 marzo nelle regioni interessate dai contagi, per il resto d’Italia il faro-guida è rappresentato dai suggerimenti proposti dalla direttiva-Dadone. I numeri dello smart working in Italia Secondo i dati più recenti di Eurostat, i lavoratori dipendenti italiani potenzialmente occupabili nello smart working (manager e quadri, professionisti, tecnici e impiegati d’ufficio) sono 8 milioni 359 mila. Se a un terzo di questi fosse concessa la possibilità di lavorare saltuariamente o stabilmente in modalità “agile”, si raggiungerebbero i 2 milioni 758 mila. Questa modalità di lavoro è largamente diffusa in Europa, ma ancora molto poco in Italia. Sempre secondo tali dati nel 2018 l’11,6% dei lavoratori europei alle dipendenze d’imprese o organizzazioni pubbliche praticava smart working, lavorando da casa saltuariamente (8,7%) o stabilmente (2,9%), grazie alle opportunità messe a disposizione dalle nuove tecnologie. In Italia la percentuale si ferma al 2% (solo 354 mila lavoratori dipendenti), risultando non solo la più bassa d’Europa (poco sopra Cipro e Montenegro), ma anche la più distante da Paesi come Regno Unito (20,2%), Francia (16,6%) o Germania (8,6%). Per non parlare di quelli del Nord Europa, dove la quota di lavoratori che possono lavorare da casa anche con flessibilità oraria sale al 31% in Svezia e Olanda, 27% circa in Islanda e Lussemburgo, 25% in Danimarca e Finlandia. I vantaggi Senza concentrarsi sui possibili ritorni in termini di mera “qualità di vita” per i dipendenti, le analisi che operano un focus su aspetti puramente economici o di performance sono tutte concordi nel considerare lo smart working una soluzione particolarmente vantaggiosa, anche se ancora poco sfruttata, soprattutto nel nostro paese. Secondo i dati di Variazioni, società di work-life balance e change management, un’organizzazione smart di poco più di 3 giorni al mese, su un’azienda di almeno 100 dipendenti, può far risparmiare all’azienda oltre 200 mila euro all’anno tra buoni pasto, indennità di trasferta e altro. Un guadagno non indifferente per il datore di lavoro, che vede al di là della soddisfazione del proprio lavoratore anche un maggior attaccamento di quest’ultimo verso l’azienda. Più del 95% dei dirigenti, ad esempio, ha dichiarato che la produttività aumenta e che tutti gli obiettivi sono stati raggiunti dai lavoratori smart, mentre l’81% dei lavoratori ha dichiarato che aumenta la concentrazione e il lavoro di team diventa più efficiente. Ma oltre a benefici qualitativi anche il lavoratore ottiene dal lavoro agile un guadagno economico che ammonta a una busta paga l’anno, circa 1.300 euro per gestire la propria presenza sul posto di lavoro, oltre al fatto che eviterebbe tutti i rischi legati al commuting (pendolarismo) casa-lavoro. Il risparmio lo si misura anche in termini chilometrici: circa 62 sono i chilometri al giorno risparmiati da un lavoratore per gli spostamenti, 2.400 chilometri all’anno, oltre ad evitare un impatto ambientale di 270 chili di CO2 nell’aria, equivalente a 18 alberi per ciascun smart worker. Gli errori da evitare Quando si sceglie una soluzione di smart working ci sono 3 errori comuni, secondo gli esperti di It e Ict, che rischiano di inficiare benefici ed efficacia del sistema. “Il primo è quello di scegliere una soluzione troppo complessa da installare, mantenere e soprattutto da usare. Soluzioni “pesanti” per gli hardware e con interfacce complicate demotivano il lavoratore in partenza. Il sistema da scegliere deve invece essere “user-friendly”, avere un’interfaccia a prova di utente “analogico”. È fondamentale che la soluzione sia intuitiva e facile da usare”, osserva Steve Osler, CEO di Wildix. “Il secondo errore è quello di utilizzare strumenti non professionali. Poter collaborare bene anche in smart working è fondamentale. E nell’ambito della comunicazione da remoto, per esempio, la scelta di un device audio professionale, certificato per le principali piattaforme di Unified Communication, rappresenta un acceleratore della produttività. Meno interruzioni e più efficienza per i lavoratori”, dichiara Luca Barbarossa, Regional Product Marketing Manager, Emea South di Jabra. “Un altro errore, infine, è quello di adottare un sistema che non comunica perfettamente con i software gestionali dall’azienda. La corretta integrazione permette di risparmiare fino a due ore al giorno in operazioni quotidiane come inserire contatti, cercarli in rubrica, etc.”, osserva Osler. L’ultimo punto, in particolare, è quello su cui insistono maggiormente le società specializzate in cyber protection, come Acronis. Al di fuori del network aziendale, i dispositivi sono facilmente soggetti agli attacchi di terze parti e di criminali informatici. Attaccare questi endpoint non tutelati può rivelare ai criminali informatici le credenziali di accesso del dipendente, creando così ai medesimi un varco per accedere al sistema delle società o persino per utilizzare il virus informatico per bloccare i dati aziendali. “Smart working significa lavoro flessibile indipendentemente dal luogo in cui ci si trova – afferma Steve Osler, CEO di Wildix ed esperto in tecnologie per il lavoro agile. Da casa o dalla spiaggia, il lavoratore deve essere in grado di chiamare, chattare, condividere documenti e avviare videoconferenze così come fosse in ufficio. Non cambiano le azioni, cambia solo il luogo di lavoro. Ciò a patto
Difendersi dal ransomware con la corretta strategia di backup

La minaccia dei ransomware aleggia costantemente sulle aziende, che spesso trascurano l’implementazione di una adeguata strategia di backup. Anche se la percezione è che il rischio non sia così elevato o che sia sotto controllo, la minaccia dei ransomware aleggia costantemente sulle aziende, che spesso trascurano l’implementazione di una adeguata strategia di backup. Non sono pochi i responsabili che ritengono di non essere esposti, nonostante questi tipi di attacchi siano estremamente comuni. In Europa, Nord America e Medio Oriente, ad esempio, più di un terzo delle compagnie finanziarie e assicurative ne è stato vittima; quindi sì, il tasso di esposizione è elevato. I dati sono una risorsa vitale per le aziende, probabilmente la più forte e allo stesso tempo la più debole. I dati sono ormai il motore delle aziende e le analisi delle informazioni possono generare insight in grado di fornire reali vantaggi competitivi alle aziende stesse. Pertanto, la protezione dei dati e delle informazioni in senso ampio è fondamentale alla operatività, alla competitività e alla reputazione delle aziende. Per le aziende con dati dislocati in più sedi, è fondamentale avere una soluzione unificata che protegga tutte le informazioni in ambienti fisici, virtuali e cloud. In questo senso, è essenziale che le organizzazioni siano proattive nella prevenzione attraverso soluzioni di sicurezza e che i dipendenti siano formati in questo campo. Secondo le ultime previsioni, i costi globali dei danni da ransomware raggiungeranno i 20 miliardi di dollari entro il 2021, 57 volte di più rispetto al 2015. Una tale cifra pone il ransomware come il tipo di crimine informatico in più rapida crescita. I costi di questo tipo di software dannoso includono danni e distruzione dei dati, tempi di inattività, perdita di produttività, interruzione del normale corso del business e danni alla reputazione. Il 91% dei cyber-attacchi inizia con il phishing via e-mail, una via comunemente usata per il ransomware. L’adozione di una soluzione multilivello riduce drasticamente questa possibilità di infezione e migliora la capacità dei dipendenti di evitare le costanti minacce a cui sono esposti. Tre azioni per mitigare i rischi Veritas raccomanda alle aziende tre passaggi per mitigare i pericoli che potrebbero influire sulla loro attività: Formazione. Gli impiegati sono la prima linea di difesa contro le minacce alla sicurezza, ma spesso si scopre che sono proprio loro la causa di un attacco. Un’indagine globale sulla sicurezza, condotta da PwC, ha concluso che i lavoratori sono le cause più comuni di incidenti. L’apertura di un’e-mail può causare l’infezione in una rete; educare i dipendenti a controllare le e-mail e chiedersi se il mittente sia una fonte che riconoscono è quindi un utile investimento di tempo. I dipendenti dovrebbero anche evitare siti web sconosciuti, fare attenzione agli allegati di posta elettronica e sapere che non dovrebbero installare software sconosciuti o non approvati. Questi sono solo alcuni concetti di base da seguire. Sicurezza. Sulla base della formazione dei dipendenti, la sicurezza è vitale. L’installazione di un’infrastruttura IT sicura fungerà da seconda barriera in caso di violazioni. È importante garantire che i driver dei dispositivi siano aggiornati regolarmente e che siano mantenuti tali con gli aggiornamenti rilasciati dalla casa produttrice del software. Anche se non è garantita una protezione completa, questo passaggio può essere molto utile. Protezione. Questa è l’ultima linea di difesa. Se tutto il resto fallisce, le aziende dovrebbero sempre avere un piano alternativo ed essere in grado di recuperare i dati in caso accadesse il peggio. L’impatto di non avere un piano di backup efficace può essere catastrofico. Eppure, la protezione dei dati con strumenti evoluti viene spesso ignorata fino a quando le aziende non scoprono di avere un problema serio tra le mani e di dover ripristinare i dati con urgenza. Le conseguenze di ciò possono essere costose, lente e dannose per la reputazione di un’organizzazione. In ogni caso, la prevenzione non è più sufficiente, e questo è un dato di fatto che non può essere assolutamente ignorato. Un’azienda non si riprende mai del tutto da un attacco ransomware, poiché l’attività è stata danneggiata sia a causa dei tempi di inattività che a causa della perdita di dati. Le soluzioni anti-malware non solo aumentano i tempi di risposta e la resilienza, ma infondono anche fiducia in clienti e stakeholder. Soluzioni contro i ransomware Veritas è un partner strategico chiave nella lotta globale contro la criminalità informatica come il ransomware. L’obiettivo di Veritas è quello di aumentare il più possibile la sicurezza dei dati di backup, in modo da renderli disponibili a fronte di un attacco ransomware e garantire tempi di ripristino veloci per garantire la ripartenza sia per i dati delle applicazioni IT che per i dati sui laptop e desktop dei dipendenti. Grazie alla soluzione Veritas NetBackup i clienti sono in grado di costruire una strategia di backup e restore, efficace e efficiente. La certificazione di NetBackup per ambienti fisici, virtuali e in cloud, è così ampia da poter supportare la maggior parte dei workload esistenti, fornendo un unico punto di controllo della protezione dei dati. Inoltre, l’architettura di Netbackup è stata studiata per garantire il massimo livello di sicurezza della piattaforma stessa da attacchi ransomware. Anche le piccole e medie imprese non sono esenti da attacchi ransomware. La metà di esse ha subito uno o più di questi attacchi, spesso compromettendo la continuità delle operazioni. Veritas Backup Exec fornisce una soluzione unificata e collaudata che protegge i dati critici dalla caduta in mani sbagliate, indipendentemente da dove si trovino le informazioni. In ogni caso, è fondamentale essere sempre attenti alle intrusioni indesiderate, anche quando si pensa che la protezione sia totale. I criminali informatici scoprono sempre nuove vulnerabilità e spesso sviluppano varianti di malware e ransomware noti. Il rischio di cliccare sul collegamento ipertestuale sbagliato o di aprire un link pericoloso è costante e dobbiamo essere tutti preparati. Fonte: Bitmat.it
Sicurezza aziendale: i pericoli dello smartworking

I team IT possono proteggere i dispositivi dei professionisti, cosa che diventa molto più difficile quando si accede dall’esterno della rete. Le autorità di tutto il mondo sono al lavoro per circoscrivere il coronavirus, e le restrizioni ai viaggi stanno inducendo molte società a ripensare alle modalità di lavoro puntando sullo smartworking. Anziché recarsi in una regione in cui il loro volo di ritorno potrebbe essere a rischio di essere messo in quarantena, molte imprese si rivolgono alla videoconferenza, alla sincronizzazione e alla condivisione dei file e ad altre soluzioni di lavoro a distanza. In Cina, dove è iniziata la malattia e dove le politiche di lavoro a distanza sono storicamente deboli, lo strumento di collaborazione remota Zoom ha visto un aumento del 15% dei download per singolo giorno. Il lavoro a distanza può sicuramente giovare a un’azienda, incoraggiando una maggiore collaborazione e condivisione delle conoscenze. Ecco perché la sua adozione è cresciuta significativamente negli ultimi anni. Infatti, il mercato globale della sincronizzazione e condivisione dei file aziendali dovrebbe raggiungere 24,4 miliardi di dollari entro il 2027, rispetto ai 3,4 miliardi del 2018. Tuttavia, una soluzione sbagliata può mettere a rischio le imprese se queste non affrontano il tema della sicurezza e della privacy dei dati. Per contrastare questa situazione, le aziende devono implementare la sincronizzazione sicura dei file e condividere le tecnologie in modo che i dipendenti possano lavorare da casa e al contempo accedere e trasferire i dati in modo sicuro e protetto. Cos’è la tecnologia di sincronizzazione e condivisione dei file? La tecnologia di sincronizzazione e condivisione dei file è progettata pensando al moderno panorama professionale; uno scenario in cui la forza lavoro si affida a più dispositivi e alla flessibilità della posizione per massimizzare la produttività. Questa tecnologia offre alle società il potere di condividere i file su più dispositivi e con più persone utilizzando la sincronizzazione e archiviando i documenti in un deposito di dati affidabile, al quale i dipendenti possono accedere da remoto e da qualsiasi dispositivo. Rischi per la sicurezza associati al lavoro a distanza Storicamente, le politiche di lavoro a distanza sono sempre state un argomento delicato per le imprese. Mentre alcuni datori di lavoro temono che il lavoro a distanza crei un calo delle prestazioni dei dipendenti, oggi la preoccupazione maggiore è – in realtà – quella di mettere in sicurezza i fondamentali dati proprietari su cui fanno affidamento le moderne organizzazioni. Per ciò che concerne la rete aziendale, i team IT possono facilmente proteggere i dispositivi dei professionisti, ma ciò diventa molto più difficile da fare quando un dipendente accede al sistema dall’esterno della rete. Al di fuori della rete aziendale, i dispositivi sono facilmente soggetti agli attacchi di terze parti e di criminali informatici. Attaccare questi endpoint non tutelati può rivelare ai criminali informatici le credenziali di accesso del dipendente, creando così ai medesimi un varco per accedere al sistema delle società o persino per utilizzare il virus informatico per bloccare i dati aziendali. Cosa che è accaduta al servizio NextCloud lo scorso autunno. Vantaggi della sincronizzazione e condivisione sicura dei file Le soluzioni create per garantire la sincronizzazione e la condivisione sicura dei file offrono alle società la flessibilità necessaria per consentire la collaborazione e la produttività dei dipendenti, garantendo al contempo al reparto IT il controllo sulla protezione dei dati aziendali. Ecco alcuni dei modi in cui la sincronizzazione sicura dei file e la condivisione della tecnologia proteggono e rafforzano le imprese: Condivisione sicura dei file – È risaputo che quando non viene fornita una soluzione di sincronizzazione e condivisione dei file, i dipendenti ricorrono spesso all’uso dei propri dispositivi e strumenti personali. Operando al di fuori del controllo dei dipartimenti IT, questi sono intrinsecamente poco sicuri e mettono a rischio i dati sensibili dell’azienda. Con la sincronizzazione e la condivisione sicura, invece, i dipendenti possono facilmente accedere ai file aziendali mentre l’IT mantiene la privacy e la sicurezza dei dati. Accesso facile, in qualsiasi momento – Oggi molte organizzazioni iniziano a vedere la giornata lavorativa in modalità meno standardizzata (con orari di entrata e uscita) e hanno adottato un formato che supporta i vari programmi e stili di vita dei propri dipendenti. Con la sincronizzazione e la condivisione sicura dei file, i dipendenti non sono più vincolati a un singolo dispositivo aziendale per essere produttivi. Prevenzione della perdita di dati e ripristino di emergenza – Quando i dati aziendali sono archiviati centralmente, sono meglio protetti dal rischio di perdite di dati causati, ad esempio, da un attacco informatico, un errore del dipendente o un dispositivo smarrito o rubato. Con una soluzione di sincronizzazione e condivisione dei file, i dati aziendali sensibili vengono mantenuti in sicurezza e protetti. Agile collaborazione – I servizi di sincronizzazione e condivisione dei file si stanno adattando non solo per proteggere i dati dell’azienda, ma anche per favorire la collaborazione da remoto dei dipendenti. Gli strumenti di sincronizzazione e condivisione oggi forniscono agli utenti quanto necessario per visualizzare in anteprima e modificare i file nel browser, cercare e trovare documenti e versioni specifiche. In questo modo tutti i dipendenti possono essere operativi sulla stessa versione di un documento. Considerazioni finali Mentre le emergenze globali come l’epidemia di coronavirus possono evidenziare i vantaggi di una politica di lavoro a distanza, l’uso di strumenti di collaborazione efficaci e sicuri dovrebbe essere inteso come parte di una più ampia riflessione. Man mano che un numero crescente di organizzazioni adotta politiche di lavoro da remoto, i team IT e i Managed Service Provider (MSP) che forniscono assistenza a queste aziende dovrebbero adottare le soluzioni di sincronizzazione e condivisione dei file. Per aiutare le società a introdurre criteri di lavoro da remoto in modo sicuro, i MSP possono offrire ai propri clienti business Acronis Cyber Files Cloud, una soluzione di sincronizzazione e condivisione dei file sicura che include crittografia end-to-end, controlli utente e sequenze cronologiche di informazioni. Allo stesso modo, le organizzazioni che non fanno affidamento su un MSP possono scegliere Acronis Cyber Files Advanced,
Sanzioni GDPR, l’Italia si scopre da record ma c’è poco da festeggiare: tutti i problemi

Il GDPR è un gran bel dono ma può fare male: per sancirne il successo non bastano le sanzioni, ci vorranno decenni di migliori prassi, molta giuris-prudenza. Tutte le figure coinvolte, dai Funzionari e Dirigenti dell’Autorità ai consulenti privacy sono perciò chiamati ad affrontare un periodo di prudente rodaggio. Il Garante Privacy italiano in coda di mandato ha deciso una sanzione – 27,8 milioni di euro a Tim per il telemarketing – che ha permesso all’Italia di scalare di colpo la classifica delle sanzioni Gdpr, ora secondi solo al Regno Unito. Ma c’è poco da festeggiare. Il Gdpr ha introdotto elementi di incertezza del diritto che rischiano facilmente di collidere con i principi essenziali del potere sanzionatorio amministrativo: il Regolamento europeo per la protezione dei dati personali è insomma uno strumento sì prezioso, ma da usare con cautela. Un po’ come quando capita di leggere, sui giornali, storie di entusiasti padroni di belve esotiche – tigri, leoni, pantere e affini – che alla fine ne vengono disgraziatamente divorati. In questi casi di cronaca nera, di solito, l’entusiasmo incoraggia prima l’incoscienza e poi l’imprudenza dell’essere umano, il quale sottovaluta i rischi e le possibili conseguenze di una relazione acritica e non proporzionata con l’altro (alieno) da sé. È una forma di wishful-thinking, di desiderio d’armonia che si fa convinzione malgrado la difforme realtà, e la realtà spesso arriva a riequilibrare crudelmente tutto. Nella tragedia, ahinoi. Lo confesso, io tendo a provare un sentimento simile e inquietante, di sottofondo, quando leggo i proclami elettrizzati, magari provenienti da illustri colleghi variamente galvanizzati, a commento delle notizie di sanzioni e ispezioni in materia di protezione dei dati personali e privacy che – meglio tardi che mai – stanno iniziando ad arrivare dopo due anni e mezzo di sostanziale moratoria nazionale. Sanzioni e diritti Il motivo di tanta euforia lo comprendo bene, e simpatizzo: senza ispezioni né sanzioni, e a monte senza regole, non ci sarebbe il minimo rispetto per i diritti e le libertà fondamentali degli individui. Tutti noi siamo persone interessate e protette da queste garanzie fondamentali, e potenzialmente – o effettivamente, talvolta – siamo oggetto di abusi e soprusi privacy: quindi è certamente giusto gioire dell’enforcement. Peraltro, in assenza di applicazione delle norme verrebbe meno la necessità di consulenza e assistenza in queste materie, sia per le vittime sia per i trasgressori, e si spegnerebbe un ormai florido mercato professionale specializzato: motivo in più perché gli “addetti ai lavori privacyisti” debbano rallegrarsi della severità dell’approccio da parte delle autorità competenti. Però l’inquietudine resta, è lì e non passa, anzi cresce. Da sempre, mi divido personalmente tra due mondi e indosso due “cappelli”: da un lato, quello della dottrina, della ricerca e dell’innovazione, con l’Istituto Italiano per la Privacy e la Valorizzazione dei Dati e attraverso la scrittura di saggi e lunghissimi commentari; dall’altro, quello della professione, come avvocato dei dati. Non è un segreto che io mi occupi, come altri colleghi meglio di me, di assistere in Europa medie e grandi imprese o enti negli adempimenti e nei procedimenti in materia di privacy e protezione dei dati personali. Per questo, lasciatemi essere – come d’altronde non so non essere, abitualmente – sincero e fuori dal coro. Quando leggo di sanzioni multimilionarie adottate ai sensi e per gli effetti dell’art. 83 del Regolamento privacy europeo (il “famigerato” GDPR), io provo inquietudine, preoccupazione, per certi versi tristezza. Dopotutto, una sanzione rappresenta la certificazione ufficiale di un fallimento del convivere umano. La cronaca si fa tragica, se emerge l’accertamento di violazioni dei diritti umani fondamentali – tali sono le violazioni privacy – e quindi non si può godere della notizia: vuol dire che ci sono state delle persone in pericolo, almeno potenziale, o perfino degli individui che hanno sofferto un nocumento apprezzabile, a causa dell’inosservanza di regole e salvaguardie da parte di colpevoli titolari o responsabili del trattamento di dati personali. Vuol dire che imprese o enti dovranno pagare multe pesanti, e questo potrà danneggiarne la robustezza economica e la reputazione, e potrà avere ripercussioni sulla loro competitività e sui loro lavoratori. C’è poco da festeggiare, insomma, sono situazioni tristi. L’inquietudine, però, aggredisce anche altri lati ed aspetti, e tradirei il mio spirito garantista – che immagino appartenere ad ogni avvocato che abbia giurato lealtà, onore e diligenza secondo i principi del nostro ordinamento – se non li elencassi e spiegassi brevemente di seguito. Chi si occupa quotidianamente di queste materie, come avvocato/DPO, è già stato probabilmente coinvolto – in veste di consulente e/o di Responsabile della protezione dei dati, esterno o interno – in ispezioni aziendali e procedimenti per possibili violazioni GDPR. Molti controlli e istruttorie hanno avuto luogo tra il 2018 e il 2019, restando ancora “dietro le quinte”. Se questo è accaduto, si saranno sperimentati i metodi e le fasi concrete di richiesta d’informazioni e d’ispezione da parte dell’Autorità e della Guardia di Finanza, di presentazione agli ispettori del Modello adottato in azienda, di discussione e chiarimento in merito all’effettività delle misure e delle procedure implementate, e – in taluni frangenti – anche di accertamento delle violazioni con conseguente redazione di memorie difensive e produzione d’impegni a migliorare da parte dei titolari e dei responsabili del trattamento. Ebbene, io credo che siamo tutti – e con “tutti” intendo, espressamente, sia i Funzionari e Dirigenti dell’Autorità e gli Ufficiali della Guardia di Finanza (ai quali va il mio personale e sincero apprezzamento, in nessun modo adulatorio ma solo obiettivo, per la straordinaria bravura tecnica e l’estrema qualità umana nell’operare che fa dell’Italia una punta di diamante nel settore), sia gli avvocati e i consulenti privacy, e i manager che si occupano di queste materie in imprese ed enti – chiamati ad affrontare un periodo pluriennale di umiltà e prudente rodaggio. Dovremmo imparare e consolidare metodi nuovi di organizzazione, gestione e controllo in ottica GDPR, anche con l’aiuto di dottrina, codici di condotta e giurisprudenza. Con urgenza, ma senza eccessiva frettolosità: la fretta di realizzare modelli, da una parte, e di accertare violazioni
Data protection: ancora difficoltà per le aziende che temono l’errore umano

Il 50% delle aziende non sa ancora quale sarà l’impatto delle nuove tecnologie come IoT e blockchain sulla gestione della privacy Secondo una nuova ricerca condotta da DNV GL, per la maggior parte delle aziende la Data Protection è ancora difficile da gestire; per il 64%, il rischio più grande è l’errore umano. Sullo sfondo di un inasprimento delle normative, come nel caso del GDPR in Europa, e della diffusione di news che vedono il 90% degli incidenti informatici come frutto di errori umani piuttosto che della tecnologia, le aziende mondiali si dicono ancora in difficoltà con le leggi sulla protezione dei dati. Un significativo 50% di aziende, inoltre, non conosce o non è sicuro dell’impatto che le nuove tecnologie – come blockchain, Internet of Things (IoT) e sensori – possono avere in materia di gestione della privacy. Dati che fanno emergere la necessità di una maggiore fiducia e trasparenza sul mercato; soprattutto perché solo 1 società su 10 si ritiene esperta in gestione dei dati. La ricerca di DNV GL ha coinvolto circa 1.300 aziende di diversi settori in Asia, Europa, Nord America, Centro e Sud America, evidenziando come le aziende stiano affrontando difficoltà nella gestione delle minacce informatiche, dei record e dell’enorme quantità di dati da conservare e proteggere dagli errori. Luca Crisciotti, CEO DNVGL – Business Assurance spiega: “Oggi, la protezione dei dati rappresenta senza dubbio una delle aree di rischio più pressanti per le aziende, con risvolti che vanno ben oltre la compliance. Regolamenti come il GDPR implicano la capacità di soddisfare le legittime richieste dei clienti per la protezione dei dati personali e possono avere effetti sulla reputazione aziendale o la continuità operativa. Un approccio adeguato non è più un’opzione ma un requisito cruciale. È un aspetto che interessa le aziende di tutto il mondo, ma sono numerose quelle che hanno ancora delle difficoltà nel gestire gli aspetti più basilari.” Solo le aziende con processi consolidati vedono nella protezione dei dati un mezzo per tutelare il proprio brand o per soddisfare le esigenze dei clienti, mentre l’80% la vive come una sorta di “ticket to trade” per il business. Le normative sono complesse e il 40% delle aziende ha difficoltà nell’individuare dove focalizzare i propri sforzi per essere compliant. Nel complesso, le aziende considerano la gestione dei dati come un’attività rischiosa, con minacce che non sono solo esterne o correlate alle infrastrutture IT (19%). Tra le altre principali preoccupazioni troviamo la carenza di competenze legali e tecniche (rispettivamente pesano per il 24% e il 17%) e la mancanza di consapevolezza dei dipendenti (22%) e del management (20%). Dopo anni in cui l’attenzione si è concentrata principalmente sulle infrastrutture, oggi i riflettori sono puntati anche sul ruolo delle persone, con il 43% delle aziende che investe in formazione del personale, un’attività che si colloca sul podio degli investimenti prioritari per le aziende insieme agli investimenti per il miglioramento della sicurezza IT (49%) e alle attività di risk assessment (38%). Luca Crisciotti, CEO di DNVGL-Business Assurance, ha aggiunto: “Robuste misure di sicurezza IT, una corretta valutazione dei rischi e lo sviluppo di una cultura aziendale che preveda un’appropriata gestione dei dati a tutti i livelli, sono misure fondamentali per affrontare il tema della protezione dei dati. La certificazione ISO / IEC 27001 facilita questo processo. Prevede che policy, ruoli e responsabilità siano chiaramente definiti, che vengano implementate tecnologie e processi di gestione delle informazioni e che il personale sia formato.” Per 8 aziende su 10 tra quelle certificate ISO / IEC 27001, la certificazione rappresenta un valido supporto per la gestione della protezione dei dati personali. I benefici ottenuti grazie all’applicazione dello standard ISO/IEC aiutano a fronteggiare i rischi più pressanti: il 51% ha osservato un maggiore impegno da parte del management, il 44% più coinvolgimento da parte dei dipendenti, mentre il 46% ha potuto implementare misure tecniche adeguate. Quasi 6 aziende su 10 tra quelle certificate, infine, sostengo che una gestione dei dati corretta ed efficiente porta vantaggi competitivi (58,3%).
Quattro segreti per aumentare la cyber-resilienza

La cyber-resilienza non si sostituisce alla cybersicurezza, ma mira a minimizzare l’impatto di un cyberattacco sulle attività aziendali Le vulnerabilità proliferano e gli attacchi informatici sono sempre più complessi. Ormai le aziende non si chiedono più se, ma quando subiranno un attacco – e se, nonostante l’attacco, riusciranno a garantire la continuità dei propri servizi e delle attività aziendali. Quest’ultimo elemento è ciò che caratterizza la cyber-resilienza. Stormshield suggerisce quattro misure per accrescerla. Riconoscere le debolezze del cyberspazio Negli ultimi vent’anni si è parlato molto cybersecurity e di come le soluzioni per la sicurezza informatica proteggano infrastrutture e dati aziendali. Nel corso del tempo tuttavia il cyberspazio ha subito una forte trasformazione. L’Internet è diventato molto più veloce e «democratico», la digitalizzazione ha ormai raggiunto la stragrande maggioranza delle organizzazioni. A fronte della dipendenza da un crescente numero di fornitori di servizi, le aziende oggi sono più esposte di un tempo a rischi sistemici. Ogni giorno vengono alla luce nuove vulnerabilità, che rendono l’intero ecosistema sempre più prono agli attacchi informatici. Monitorare e porre rimedio a tutti i punti deboli è tuttavia un compito troppo oneroso sia a livello di risorse umane sia economiche. Subire un cyberattacco pare quindi inevitabile. Anche per questo motivo comincia ad emergere un cambiamento di paradigma verso la cyber-resilienza. L’approccio della resilienza è tutt’altro che fatalista. Esso mira a minimizzare l’impatto di un cyberattacco sulle attività aziendali. La sicurezza informatica svolge comunque un ruolo predominante ma viene integrata in un approccio realmente sistemico, ovvero quello della cyber-resilienza. Si tratta di garantire la prosecuzione delle attività dell’organizzazione, anche in modalità ridotta, qualora si verifichi un disservizio, un malfunzionamento o, appunto, un attacco. La continuità delle attività aziendali poggia su cinque pilastri: identificazione, protezione, rilevamento, reazione, ripristino. Buone pratiche che favoriscono la cyber-resilienza delle aziende La cyber-resilienza non si conquista dall’oggi al domani. Le aziende devono dapprima comunicare e accettare come tale il fatto che eventuali situazioni di emergenza digitale possano verificarsi in qualsiasi momento. La comprensione di questa premessa di base da parte del management si rivela essenziale, poiché è responsabilità del management mettere a disposizione le risorse necessarie per l’implementazione dei piani per la cyber-resilienza. Oltre alle misure elementari, come ad esempio i back-up regolari dei dati e la rispettiva archiviazione in ambienti non connessi alla rete aziendale, sono diversi i passi da intraprendere. Monitorare la propria conformità alle normativeSarebbe opportuno valutare il proprio livello di conformità alle normative ed includere tra le misure previste per garantire la continuità delle attività aziendali anche la prevenzione e reazione ai cyberattacchi. Bisogna anche essere consci del fatto che non si tratta di un processo «una tantum»: i meccanismi della cyber-resilienza devono essere aggiornati e testati regolarmente. Da un lato le minacce evolvono costantemente, dall’altro le aziende: un nuovo progetto aziendale può eventualmente incrementare il rischio di attacco informatico. Se tale pericolo non venisse riconosciuto tempestivamente, potrebbe vanificare le misure per la cyber-resilienza adottate. Considerare il fattore umanoIl fattore umano è decisivo. Non si può fare affidamento sul fatto che l’automazione di determinati processi o le misure all’insegna del “security by design” siano risolutive. Le aziende devono poter contare sulla reattività del personale, consapevole delle tematiche di sicurezza, per evitare che i dipendenti debbano tornare alla carta per svolgere il proprio lavoro. Rafforzare i partnerAltrettanto importante è potersi fidare dei propri partner, che vanno egualmente informati dei rischi a cui sono soggetti gli ecosistemi digitali. Ancora meglio sarebbe se fornitori e appaltatori fossero resi corresponsabili: in linea con il GDPR un’idea sarebbe quella di definire a livello contrattuale la suddivisione delle responsabilità in merito alla cyber-resilienza della supply-chain. Favorire lo scambio di informazioniInfine, sarebbe opportuno stabilire in quale modo l’azienda desidera comunicare in merito a questioni di cybersecurity ed eventuali attacchi. Oltre all’obbligo legale di notifica degli incidenti informatici, favorire lo scambio di informazioni su tali temi tra colleghi, partner e collaboratori, con gli investitori e persino con i clienti contribuisce a generare fiducia. Prepararsi già oggi a gestire potenziali episodi investendo in cybersecurity e resilienza rappresenta un vero valore aggiunto per tutti. Come per tutti i processi legati alla gestione di una crisi, la cyber-resilienza va raggiunta prima che si verifichi un eventuale attacco o incidente informatico, per poter superare tali evenienze «illesi». In linea con un mondo sempre più digitale, dove quotidianamente si scambiano sempre più dati, questa nuova prospettiva si basa su un approccio sistemico che prevede la presenza di una consapevolezza generalizzata, di uno scambio di informazioni tra tutti gli attori e la selezione dei giusti strumenti di cybersecurity come primo livello essenziale di protezione. Fonte: BitMat.it
Social engineering: gli attaccanti si concentrano sulle email

BEC, VEC, estorsioni e phishing: gli attacchi del 2020 saranno low tech, ma avranno un’efficacia senza precedenti Nei prossimi mesi i professionisti della sicurezza informatica dovranno affrontare nuove svolte, perché i criminali informatici si concentreranno meno su attacchi tecnici complessi e più su truffe semplici low-tech basate sul social engineering, che possono produrre danni finanziari e reputazionali incredibili con un’efficacia davvero impressionante. Parola di Armen Najarian, CMO e CIO di Agari. Ecco uno sguardo a quello che i CISO possono aspettarsi nel 2020 in queste 10 previsioni stilate da Agari. Il VEC diventa la prima minaccia alla sicurezza della posta elettronicaNel 2020, la forma di BEC (Business Email Compromise) conosciuta come vendor email compromise (VEC) emergerà come la principale modalità di attacco alla posta elettronica delle grandi aziende. In attacchi VEC come quelli lanciati dal gruppo di cybercrime Silent Starling, i truffatori dirottano account e-mail aziendali, spiano le comunicazioni e quindi impersonano il legittimo proprietario dell’account nelle e-mail volte a frodare le società lungo l’intera supply chain. Altre truffe di ingegneria sociale mirano alle aziende e alle elezioni del 2020 negli USALe organizzazioni criminali informatiche lanceranno attacchi e-mail meno tecnici e basati su ingegneria sociale su larga scala. Ma i criminali informatici non saranno i soli a utilizzare queste tattiche. L’Iran, la Russia, la Cina e altri attori di minacce straniere cercheranno di violare gli account e-mail delle campagne presidenziali statunitensi nella speranza di influenzare le elezioni del 2020 e deviando le donazioni delle campagne. Nuovi attori pericolosi entrano nel BECLa criminalità informatica dell’Europa orientale e russa che ha assistito all’ascesa del BEC, portata avanti dalla criminalità nigeriana, lancerà probabilmente i suoi attacchi BEC nel 2020. Data l’abilità operativa di questi attaccanti e le reti estese di canali di riciclaggio di denaro sporco, il loro successo potrebbe facilmente eclissare quello dei criminali nigeriani. Il SIM swapping e le truffe di social engineering sconfiggono la 2-FAConsiderato il maggiore utilizzo dell’autenticazione a due fattori, i criminali cercheranno nuovi modi per aggirare questo ulteriore livello di protezione. Gli attacchi di scambio di SIM (SIM swapping) aumenteranno, ma aumenteranno anche i semplici stratagemmi basati sul social engineering che ingannano le vittime in merito ai one-time passcode (OPT) inviati tramite SMS durante l’autenticazione a 2 fattori. I criminali informatici che acquisiscono le credenziali di accesso al conto bancario, ad esempio, possono inviare un avviso fraudolento di “accesso non autorizzato” allo smartphone del cliente della banca, aggiungendo: “Se NON eri tu, ti preghiamo di ricambiare il codice che ti abbiamo appena inviato.” Semplice, ma potenzialmente catastrofico. Phishing delle credenziali e violazioni dei dati democratizzano le frodi tramite e-mailLe ricorrenti violazioni dei dati porteranno a una crescente disponibilità di milioni di credenziali e-mail compromesse (come la Collection #1), rendendo più semplice che mai l’acquisizione dell’account e-mail di un potenziale bersaglio di alto valore. In rete si registra un boom delle offerte di servizi phishing-as-a-service (PaaS), nonché un numero crescente di kit di phishing “chiavi in mano”. Da kit gratuiti fino a kit da $ 300, questi pacchetti di risorse di phishing in genere includono file zip con HTML, file PHD, immagini e altre risorse necessarie per impostare siti di phishing che replicano pagine di accesso legittime per marchi affidabili come DropBox, Adobe, Microsoft, LinkedIn, Google e altro. Intelligence Identity + AI richieste per superare le minacce avanzate alla posta elettronicaIn un mondo in cui i criminali informatici non devono più fare affidamento su malware o contenuti dannosi, le aziende hanno chiaramente bisogno di un nuovo approccio alla sicurezza della posta elettronica. Per molte aziende, potrebbe essere richiesta l’intelligence identity del mittente abbinata all’apprendimento automatico (Machine Learning) per risolvere minacce avanzate su scala aziendale. Un’accurata intelligence del mittente in tempo reale si baserà su un grafico di identità che viene arricchito quotidianamente con un enorme pool di dati comportamentali e telemetrici dei mittenti, un vero e prorio database di relazioni e modelli comportamentali tra individui, marchi, aziende, servizi e domini che utilizzano centinaia di caratteristiche per definire comunicazioni affidabili. Bloccare semplicemente gli attacchi informatici non è più sufficienteNonostante i 100 miliardi di dollari investiti nella sicurezza informatica nell’ultimo anno, i livelli di minaccia continuano ad aumentare. Nel 2020, Agari ritiene che un numero maggiore di aziende sentirà l’obbligo di reagire con nuove misure di “difesa attiva”. Ciò includerà gli sforzi intersettoriali per assistere i team di ricerca di esperti che lavorano per infiltrarsi negli account e-mail di criminali collegati in rete, documentare tattiche, identificare gli autori e altro ancora. Non lanciare contrattacchi, ma condividere i risultati con le istituzioni finanziarie e le forze dell’ordine in modo che possano recuperare fondi rubati, arrestare gli autori e infine ostacolare gli anelli transnazionali di criminalità informatica. Una delle principali società statunitensi perde $50 milioni per il programma di posta elettronica internoQuando gli attacchi di phishing provengono da un collega o da un dipendente di un partner fidato della catena di approvvigionamento, il rilevamento può arrivare troppo tardi. Soprattutto quando l’obiettivo non è il furto finanziario diretto. L’esfiltrazione di informazioni e strategie competitive, IP e dati preziosi dei clienti è una vera minaccia. I costi medi associati alle violazioni dei dati ora superano $ 8,2 milioni per incidente per le società con sede negli Stati Uniti. Per le mega-violazioni, i costi possono arrivare fino a $ 388 milioni o più. E questo prima di eventuali multe o azioni legali. Considerando la perdita di $37 milioni che una consociata Toyota ha recentemente sofferto a seguito di un attacco via e-mail esterno, non è insondabile che una grande azienda dovrà affrontare perdite per 50 milioni di dollari a causa di una frode interna o di un attacco di phishing di credenziali che si traduce in una violazione dei dati nel 2020. La tecnologia vocale espande la superficie di attacco BEC“Alexa, puoi hackerare la mia e-mail?” Nei prossimi mesi, la tecnologia vocale sarà utilizzata in nuovi attacchi informatici. Poiché le forme relativamente insicure della tecnologia di registrazione continua dei dati (CDR, continuous data recording) vengono inevitabilmente compromesse, i criminali informatici uniranno le credenziali di accesso vocale e le