Customer care: la figura dell’operatore si evolve con l’Agentic AI
Alessandra Peterlin di Spitch Italia spiega come l’avvento dell’Agentic AI stia trasformando il customer care e ridefinendo il ruolo degli operatori Nell’articolo che riportiamo di seguito, Alessandra Peterlin, Director Sales & Consultancy di Spitch Italia, mostra come l’Agentic AI ha spinto l’operatore del customer care a evolversi da mera figura esecutiva a vero e proprio consulente strategico all’interno dell’organizzazione. Buona lettura! Da supporto a strategia: l’agente del customer care come protagonista del cambiamento Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, e ancora di più con l’Intelligenza Artificiale agentica (Agentic AI), i customer care stanno vivendo una profonda trasformazione, abbandonando il ruolo tradizionale di supporto, per diventare cuori pulsanti della strategia relazionale e dell’innovazione aziendale, capaci di generare valore, rafforzare la relazione con il cliente e dare un impulso concreto alla crescita del business aziendale. In un contesto in cui i clienti sono sempre più consapevoli, la customer experience assume un ruolo centrale. La capacità di creare relazioni autentiche e personalizzate rappresenta oggi il vero elemento distintivo per un’azienda e ne accelera il vantaggio competitivo. L’operatore dei customer care, in passato, era incaricato di gestire le chiamate, fornendo informazioni di base e risolvendo problematiche più complesse, spesso con il supporto di script predefiniti. Le performance venivano valutate soprattutto in base a criteri quantitativi: volume di chiamate gestite, tempi di risposta ed efficacia nella risoluzione. Oggi, questo modello tradizionale mostra i suoi limiti, in un mercato che richiede sempre più personalizzazione, efficacia ed empatia, elementi chiave per generare vero valore per il cliente. La risposta è l’utilizzo Agentic AI, l’evoluzione dell’intelligenza artificiale pensata per agire in modo autonomo, proattivo e contestuale, capace di prendere decisioni in tempo reale, dialogare con altri sistemi, anticipare i bisogni del cliente e collaborare con l’essere umano. Oggi, infatti, il ruolo dell’agente nei customer care sta vivendo una trasformazione profonda e radicale, evolvendosi da mera figura esecutiva a vero e proprio consulente strategico all’interno dell’organizzazione. Questo cambiamento è reso possibile dall’integrazione sempre più sofisticata di tecnologie di automazione, e in particolare dall’adozione Agentic AI. L’Agentic AI non si limita a eseguire compiti ripetitivi o semplici, ma agisce come un vero e proprio supporto intelligente che può gestire autonomamente una vasta gamma di richieste dei clienti, dalle più semplici alle più complesse. La collaborazione tra l’Agentic AI e l’agente umano è costante e integrata, con l’agente che conserva sempre il ruolo essenziale di supervisione e di intervento nelle situazioni che richiedono empatia e capacità di giudizio critico. Questa trasformazione genera benefici tangibili. Combinare l’expertise umana con l’IA agentica permette di garantire un’esperienza cliente più fluida, con un impatto diretto sulla soddisfazione dei clienti e sulla loro fidelizzazione. Inoltre, in questo nuovo scenario, l’agente umano può generare valore concreto individuando nuove opportunità commerciali e promuovendo attività di upselling e cross-selling fino a diventare un vero e proprio consulente strategico per la crescita del business. Parallelamente, l’introduzione di strumenti omnicanale integrati con soluzioni avanzate di analytics consente agli agenti di accedere a una visione completa e sempre aggiornata del cliente, comprendendone abitudini, comportamenti e bisogni. Questo permette di costruire un profilo cliente evoluto, fondato sull’esperienza maturata nelle interazioni con il brand, e di adottare un approccio sempre più personalizzato e proattivo. Questa evoluzione ha reso indispensabile lo sviluppo di nuove competenze e un investimento mirato nelle risorse umane, segnando un vero punto di svolta nel ruolo degli operatori. Oggi, lavorare in un customer care richiede abilità che vanno ben oltre la semplice gestione delle chiamate: è necessario saper interpretare dati e insight per offrire un servizio realmente su misura, instaurare relazioni di fiducia con i clienti e affrontare efficacemente anche le situazioni più complesse. Infine – ma non da ultimo – il nuovo agente, sempre più “consulente”, deve integrare anche competenze commerciali, così da proporre soluzioni coerenti con la strategia aziendale e contribuire attivamente al posizionamento del brand sul mercato. In questo contesto, assume sempre più rilevanza anche il benessere e la soddisfazione dell’agente stesso. Un agente motivato, formato e valorizzato è più coinvolto e quindi più capace di instaurare una relazione autentica con il cliente. Questo non solo arricchisce l’esperienza del cliente, ma contribuisce anche a valorizzare e nobilitare la professione stessa, che da mansione un tempo considerata “non qualificata” si sta trasformando in un ruolo altamente specializzato e di grande valore. L’agente diventa un vero e proprio Brand Ambassador. Ripensare il customer care non è più un’opzione, ma un’opportunità strategica per distinguersi e creare vantaggio competitivo in un mercato in continua evoluzione. Investire nell’adozione di tecnologie avanzate e nella formazione degli operatori consente di ripensare il “touch point” non più come una funzione di gestione della richiesta del cliente, ma come un motore strategico capace di generare valore e differenziazione. Un asset che non si misura solo in termini di efficienza o performance, ma anche nella capacità di valorizzare le persone. Formazione continua, strumento di supporto basati su IA e percorsi di crescita professionale contribuiscono in modo decisivo a migliorare la soddisfazione degli operatori, stimolando l’ambizione, rafforzando il senso di appartenenza e l’immagine dell’azienda sul mercato. Fonte: BitMat
L’Intelligenza Artificiale conquista tutti e non se ne può più fare a meno
Dall’assistenza sanitaria alla moda, dalla spiritualità alla cucina, l’Intelligenza Artificiale è ovunque, anche in contesti inaspettati L’ultima infografica di Unicusano sull’intelligenza artificiale (AI) offre uno sguardo originale sull’evoluzione delle tecnologie AI tra il 2017 e il 2025, mettendo in luce settori sorprendenti in cui l’automazione ha già superato i confini tradizionali. Tanto da segnare oltre 3.300 applicazioni AI attive nei settori più disparati I numeri dell’intelligenza artificiale Il mercato dell’Intelligenza Artificiale vale oggi più di 500 miliardi di dollari con una crescita annua del 20%. A “spingere” sono soprattutto le imprese: ben otto aziende su dieci hanno deciso di investire in AI (nel 2017 era solo il 20%) sfruttando gli oltre 3.300 applicativi in commercio che, grazie proprio all’intelligenza artificiale, consentono di migliorare le performance in più di 50 settori fra cui moda, salute, lutto, religione e ristorazione. Tali dati, raccolti e diffusi dall’Unicusano nella sua ultima infografica, trovano ragion d’essere nell’utente finale affamato di intelligenza artificiale: secondo l’Unicusano, infatti, l’80% dei cybernauti ci interagisce ogni giorno mentre più di un miliardo di persone nel mondo la utilizza quotidianamente, spesso senza una piena consapevolezza. Per l’Unicusano l’intelligenza artificiale ha superato la soglia dell’invisibilità, diventando parte integrante della nostra quotidianità. Se da un lato siamo ormai abituati a interagire con chatbot, assistenti virtuali e algoritmi di raccomandazione, dall’altro esistono contesti meno noti in cui l’AI sta rivoluzionando pratiche millenarie, ruoli umani e persino riti sacri. Per questo, volendo andare oltre le statistiche economiche e tecnologiche, è interessante osservare dove e come l’intelligenza artificiale agisce in modo inatteso. Tra moda, cucina, lutto e spiritualità, le applicazioni più insolite dell’intelligenza artificiale sollevano interrogativi importanti e spunti di riflessione interdisciplinari a cui l’Unicusano con il suo studio vuole dare voce. L’Intelligenza Artificiale sulle passerelle e nei guardaroba Nel settore moda, il 35% dei brand utilizza già l’intelligenza artificiale per la creazione di collezioni e per il design di capi generativi. Software di machine learning analizzano trend, tessuti e silhouette per produrre in autonomia outfit innovativi. Alcune sfilate sperimentali hanno visto modelli virtuali indossare abiti progettati interamente da algoritmi. Non si tratta solo di creatività, ma anche di sostenibilità: le previsioni AI aiutano a ridurre gli sprechi, ottimizzando la produzione. Nel 2025 il valore di mercato dell’AI nel settore moda è stimato a 3,14 miliardi di dollari, segnando un +40 rispetto all’anno precedente. Un dato che è anche frutto della scelta strategica, sempre più condivisa, di ricorrere all’AI per creare collezioni: ne è convinto non solo il 35% degli atelier, ma anche il 50% degli stilisti. Tanto che, secondo l’Unicusano, ogni giorno 200 capi d’abbigliamento vengono generati proprio dall’intelligenza artificiale. Salute mentale e benessere: quando a rispondere è un algoritmo La diffusione dei chatbot terapeutici è cresciuta del 42% in un solo anno, rendendo l’intelligenza artificiale uno strumento sempre più presente nei percorsi di supporto psicologico. App e coach virtuali offrono assistenza 24/7, basandosi su elaborazione del linguaggio naturale e analisi emotiva. In contesti dove lo stigma o l’accessibilità limitano la possibilità di rivolgersi a uno psicologo, questi strumenti rappresentano una prima risposta, pur con importanti limiti etici. L’infografica di Unicusano evidenzia come il mercato dei chatbot per la salute mentale e la terapia è passata da 1,49 miliardi di dollari nel 2024 a 2,01 miliardi nel 2025 con una crescita del +35,2%. In cinque anni il suo valore supererà i 5 miliardi di dollari segnando una crescita media annua del 24%. Il 31% degli Under 35, secondo i dati raccolti da Unicusano, ha parlato almeno una volta con un assistente terapeutico AI mentre il 59% dei giovani ricorre all’intelligenza artificiale per gestire ansia e stress. Così non deve stupire se in Italia, per esempio, un terapeuta su tre integra l’IA nei protocolli (Ipsico). Perciò, secondo le previsioni dell’ateneo telematico, entro il 2030 il 70% delle diagnosi sarà AI-assisted. Tra vita e morte: l’intelligenza artificiale nell’elaborazione del lutto Dal 2020 al 2024 l’uso di chatbot e ologrammi funebri è passato dallo 0,5% al 10% nei funerali. Oggi, in alcuni Paesi, è possibile “interagire” con un defunto attraverso una replica generata da AI della sua voce e dei suoi gesti. Questo solleva delicate questioni legate all’identità, alla memoria e al consenso post-mortem. Non mancano di certo le curiosità: se in Giappone una startup ha lanciato un “pacchetto lutto” dove si riceve una chiamata settimanale da un parente defunto, in Corea del Sud un’azienda ricorre all’intelligenza artificiale e alla realtà virtuale per ricostruire l’immagine dei defunti consentendo così un “ultimo incontro” ai parenti. Ma non solo, perché oggi le AI vengono utilizzare per scrivere discorsi funebri, scegliere la musica e inviare messaggi programmati post mortem. Esiste poi un software, “Rememory”, in grado di simulare voce e movenze dei defunti. Spiritualità e fede nell’era digitale Anche la religione è toccata dall’innovazione. Dal 2017 a oggi, oltre 20 località nel mondo (soprattutto in Asia) hanno introdotto robot-preti e liturgie supportate da AI. Figure come Mindar o BlessU-2 guidano cerimonie, offrono riflessioni spirituali e rispondono a domande esistenziali, sfumando il confine tra umano e artificiale. Secondo la ricerca di Unicusano, il 48% degli utenti è favorevole a pratiche spirituali AI-guidate tanto che, per esempio, il 28% dei giovani credenti ha usato un’intelligenza artificiale per ricevere consigli spirituali. Dalla spiaggia alla cucina, passando per l’hotel Nel 2025, sono almeno 15 le spiagge italiane dotate di bagnini AI (nel 2023 erano appena cinque): robot in grado di rilevare incidenti in mare in meno di 3 secondi e di monitorare onde, meduse e vento, riducendo del 25% gli episodi non rilevati. L’intelligenza artificiale in questo contesto è così preziosa che, secondo l’infografica Unicusano, nel 2025 oltre il 20% dei salvataggi in mare è stato gestito da AI o droni autonomi senza un intervento umano diretto. In ambito ristorazione, l’adozione di AI è raddoppiata dal 2020 al 2024: prenotazioni, ordini e gestione del servizio sono spesso interamente automatizzati, con il primo ristorante completamente AI-driven aperto nel 2024. In Italia una cucina su cinque è AI-based. Anche nel settore alberghiero l’impatto è evidente: il 76% dei brand pianifica investimenti in intelligenza artificiale e il 50% l’ha già implementata per ottimizzare check-in, pulizie e customer experience. Serve consapevolezza, non solo competenza tecnica Nonostante l’adozione crescente, solo
NIS2: la scadenza è vicina. Ultimi giorni per mettersi in regola
Entro il 31 luglio, le entità incluse nell’elenco dei soggetti essenziali o importanti, devono adeguarsi agli obblighi di comunicazione NIS2. Sanzioni sino al 0,1% del fatturato Mentre continuano gli attacchi informatici in Italia – ultimo quello alla Biennale di Venezia – si avvicina la scadenza del 31 luglio, data limite per l’adempimento degli obblighi di comunicazione all’ACN previsti dalla normativa NIS2 (Network and Information Security) per tutte quelle realtà che si sono registrate sulla piattaforma digitale di ACN, Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, e che “hanno ricevuto dalla stessa, entro la metà del mese di aprile, formale conferma via PEC del loro inserimento nella lista dei cosiddetti soggetti ‘essenziali’ o ‘importanti’ (20mila organizzazioni individuate e 5mila essenziali)”, specifica l’avv. Nadia Martini, partner dello studio internazionale multidisciplinare Rödl & Partner, “cosa che comporta l’effettiva applicabilità degli obblighi discendenti dalla NIS2 e con sanzioni che in caso di mancati adempimenti possono arrivare fino allo 0,1% del fatturato annuo aziendale per i soggetti essenziali, o per i soggetti importanti, fino allo 0,07% del fatturato annuo”. Gli obiettivi della NIS2 In Italia, secondo il recente rapporto Clusit, Associazione italiana per la cybersicurezza, avviene il 10% dei cyber attacchi globali, i dati evidenziano anche come l’82% delle aziende italiane abbia subito almeno un incidente di sicurezza dovuto all’uso dell’intelligenza artificiale (dati Cybersecurity Readiness Index 2025 Cisco), mentre il 56% delle PMI italiane risulta poco consapevole o totalmente impreparato, con una quota del 44% che riconosce il rischio cyber ma senza intervenire in maniera efficace (rapporto Cyber Index PMI). La NIS2, si inserisce proprio in questo panorama, con l’obiettivo di rafforzare la cybersecurity nell’Unione Europea (recepita col Decreto Legislativo n. 138/2024), elevando il livello di sicurezza informatica, riducendo le vulnerabilità e aumentando la resilienza delle infrastrutture critiche, sia pubbliche che private e si applica alle organizzazioni di medie e grandi dimensioni che operano in 18 settori considerati essenziali per il funzionamento della società e dell’economia per oltre 80 tipologie di soggetti (come energia, trasporti, sanità, spazio, digitale, cloud, data center, produzione e tanti altri ancora). Fonte: BitMat
Truffe RFQ: ecco come riconoscerle
Proofpoint spiega le caratteristiche chiave delle truffe RFQ, frodi online che sfruttano richieste di preventivo per colpire le aziende I ricercatori di Proofpoint hanno pubblicato un report nel quale approfondiscono una diffusa campagna di truffe RFQ (Request For Quote – richiesta di preventivo), che prevede l’utilizzo di tradizionali opzioni di finanziamento (a 15, 30, 45 giorni) per rubare beni elettronici e di alto valore. Il finanziamento a 15-90 giorni è il termine di pagamento più comune utilizzato dalle aziende. Nelle truffe RFQ, l’attore contatta un’azienda per chiedere preventivi per vari prodotti o servizi, per sfruttarli in seguito per creare esche molto convincenti per inviare malware, link di phishing e persino ulteriori frodi di compromissione della posta elettronica (BEC) e ingegneria sociale. Possono anche essere usati come scusa per aprire una linea di credito a 15/30/45 giorni con un’azienda, al fine di ricevere in consegna beni di alto valore, basandosi sulla promessa di pagare il saldo dovuto nel periodo di tempo assegnato. Il livello di sofisticazione varia tra gli attori delle minacce, ma il modello delle truffe RFQ rimane lo stesso: utilizzano una rete di servizi di spedizione, magazzini autonomi e singoli money mule per mettere in atto i loro crimini. Per comprendere meglio come funzionano le truffe RFQ, i ricercatori di Proofpoint hanno identificato numerosi cluster di attività che conducono frodi RFQ e si sono impegnati direttamente con loro, fingendosi fornitori con dipartimenti finanziari permissivi per ottenere una migliore comprensione della catena di attacco post-interazione. Come individuare le truffe RFQ Con le truffe RFQ che continuano a proliferare, ci sono caratteristiche chiave che le organizzazioni dovrebbero considerare: Diffidare delle richieste di finanziamento con un forte senso di urgenza. Controllare sempre l’indirizzo di consegna. Se si tratta di un servizio di spedizione o di un indirizzo residenziale, procedere con prudenza e trovare metodi alternativi per convalidare identità e autenticità della persona con cui si sta comunicando. Verificare sempre indirizzo email, nome e dominio dell’azienda di riferimento. Chiamarla direttamente a utilizzando il numero di telefono elencato sul sito legittimo può aiutare a verificarne l’autenticità. Diffidare degli account di posta gratuiti che si presentano come un rappresentante di un’azienda o istituzione consolidata. Questo dovrebbe far scattare immediatamente dei campanelli d’allarme. Fonte: BitMat
Annunci di lavoro: attenzione alle frodi!
Proofpoint ha scoperto una nuova campagna di phishing che sfrutta falsi annunci di lavoro per distribuire strumenti RMM o RAS, con l’obiettivo di rubare dati sensibili o installare malware sui dispositivi delle vittime Sei alla ricerca di una nuova occupazione? Fai attenzione agli annunci di lavoro, potrebbero nascondere delle insidie! I ricercatori di Proofpoint hanno identificato una campagna di frodi in crescita che prende di mira le persone in cerca di lavoro. I cybercriminali stanno sfruttando finte opportunità di impiego per distribuire strumenti di monitoraggio e gestione remota (Remote Monitoring and Management – RMM) che possono portare a furto di dati, frodi finanziarie o all’installazione di malware, inclusi ransomware. I falsi annunci di lavoro scoperti da Proofpoint Proofpoint ha rilevato molteplici campagne di email fraudolente che si presentano come inviti a colloqui di lavoro. Queste email, che spesso imitano comunicazioni da piattaforme come Zoom o Microsoft Teams, non conducono a un vero colloquio, ma all’installazione di software RMM legittimi come SimpleHelp, ScreenConnect o Atera. Sebbene questi strumenti siano usati dalle aziende per la gestione IT, se abusati, possono funzionare come trojan di accesso remoto, consentendo agli attaccanti di prendere il controllo dei sistemi delle vittime. “L’uso di software RMM come payload iniziale è diventato estremamente popolare tra gli attori delle minacce,” spiegano i ricercatori di Proofpoint. “Invece di consegnare direttamente RAT o infostealer, utilizzano RMM perché possono confondersi con il traffico legittimo, rendendo più difficile il rilevamento. Una volta installati, possono rubare denaro, informazioni o installare ulteriore malware.” Le recenti campagne mostrano un’elevata sofisticazione, con email che possono provenire da account compromessi o impersonificare aziende reali, con nomi di mittenti che richiamano reclutatori o dipendenti. I contenuti dei messaggi si riferiscono a reali annunci di lavoro, alcuni dei quali sono stati effettivamente pubblicati dalle organizzazioni impersonificate o compromesse. In un caso, Proofpoint ha trovato prove di un account LinkedIn hackerato che aveva pubblicato una descrizione di lavoro fraudolenta, includendo un indirizzo Gmail che si fingeva l’individuo compromesso. Gli attori delle minacce ottengono le liste dei bersagli in vari modi: creando falsi annunci di lavoro per raccogliere email, compromettendo caselle di posta o account social di reclutatori e responsabili delle assunzioni, o utilizzando liste di indirizzi precedentemente rubate. Questa attività si inserisce in un più ampio schema di campagne email che distribuiscono strumenti RMM o RAS (Remote Access Software), osservate in precedenza anche in contesti in cui si fingono enti pubblici, istituzioni finanziarie o invitano a eventi. I consigli di Proofpoint Consigli per chi è in cerca di lavoro: Controllare attentamente il mittente: prestare estrema attenzione a nomi e domini dei mittenti delle email, poiché potrebbero essere falsificati. Diffidare di file eseguibili: se si riceve un file eseguibile o un URL che porta a uno di essi, è molto probabile che si tratti di una truffa. Le aziende legittime raramente chiedono di installare software per un colloquio iniziale. Verificare l’autenticità: in caso di dubbi, contattare direttamente l’azienda o il reclutatore tramite canali ufficiali (sito web aziendale, pagina LinkedIn) per verificare la realtà degli annunci di lavoro o degli inviti. Non cliccare su link sospetti: evitare di aprire link o scaricare allegati da email non richieste o sospette. Proofpoint invita tutti i candidati a rimanere vigili e a segnalare ogni attività sospetta. La consapevolezza è la prima linea di difesa contro queste minacce in evoluzione. Fonte: BitMat
Ransomware epidemia globale: in Italia minacce cresciute del 27%
Secondo il nuovo studio di Semperis la perdita di dati e il danno d’immagine sono i danni maggiori causati da un attacco ransomware Sebbene la consapevolezza globale sulle minacce informatiche sia in crescita, non è il momento di abbassare la guardia. Gli attacchi informatici alle aziende non accennano a diminuire, al contrario. I cybercriminali affinano le loro tecniche e spesso riescono ad eludere i sistemi di sicurezza più sofisticati. Tra le minacce cyber più diffuse e con maggiore tasso di successo c’è il ransomware. Semperis, azienda specializzata nella sicurezza dell’identità basata sull’intelligenza artificiale e nella resilienza informatica, ha pubblicato i risultati di uno studio globale sul ransomware, condotto in collaborazione con la società di ricerca internazionale Censuswide, su circa 1.500 organizzazioni e 8 settori industriali in Nord America, Europa, Regno Unito e Asia-Pacifico, con l’obiettivo di comprendere la loro esperienza con il ransomware negli ultimi 12 mesi. Il ransomware a livello globale Lo studio dimostra che i criminali informatici sono implacabili e che il ransomware continua a essere un’epidemia globale. Il 78% degli intervistati è stato preso di mira da ransomware negli ultimi 12 mesi. Tra le aziende che hanno subito attacchi con successo, il 73% ha subito attacchi più volte, il 31% tre o più volte. Nel 40% degli attacchi, i cybercriminali hanno minacciato di fare del male fisicamente ai dirigenti delle organizzazioni che si sono rifiutate di pagare il riscatto. Le aziende statunitensi hanno ricevuto minacce fisiche nel 46% dei casi, mentre il 44% delle aziende tedesche ha subito forme simili di intimidazione. In Italia il dato è del 27%. Il 2025 Ransomware Risk Report: Essential Guidance for Building Operational Resilience Against Cyberattacks ha rilevato che il 47% delle aziende attaccate in USA, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Italia, Singapore, Canada, Australia e Nuova Zelanda ha dichiarato che gli hacker hanno minacciato di presentare denunce normative contro di loro se non avessero segnalato l’incidente. Negli Stati Uniti, il tasso è salito al 58% rispetto al report 2024 di Semperis, con un aumento del 23%, mentre a Singapore la minaccia di estorsione ha raggiunto il 66%, con un’impennata del 40%, il dato più alto tra tutti i paesi. In Italia il dato è, come per le minacce fisiche, del 27%. Confrontando i risultati con lo studio dell’anno precedente, Semperis ha rilevato una lieve diminuzione nel numero di aziende che pagano i riscatti. Tuttavia, il 69% delle aziende vittime di ransomware ha comunque pagato un riscatto (il 41% in Italia). Purtroppo, il 38% ha pagato più di una volta e l’11% ha pagato tre o più volte. Negli Stati Uniti, il 47% delle aziende ha pagato più volte, mentre a Singapore il dato è salito al 50%. In Italia, i dati sono migliori: solo l’8% ha pagato due volte (non risultano richieste di tre o più volte). L’ex Direttore Nazionale per la cybersicurezza degli Stati Uniti e attuale consulente strategico di Semperis, Chris Inglis, avverte che non è il momento di abbassare la guardia: “Il vero rimpianto non è sapere cosa avresti dovuto fare, ma non aver fatto ciò che sapevi fosse necessario e che avevi i mezzi per fare.” Risultati per l’Italia L’82% delle organizzazioni intervistate in Italia con oltre 500 dipendenti ha subito attacchi ransomware negli ultimi 12 mesi (solo per l’11% hanno causato l’interruzione dell’operatività). Per oltre il 56% il punto di ingresso è stata l’infrastruttura di identità. Per ancora il 12% il piano di disaster recovery dell’organizzazione non include procedure specifiche per il ripristino dei sistemi di identità e l’8% non ha sistemi di backup. Tra le organizzazioni che hanno pagato il riscatto, il 50% ha pagato per un valore compreso tra $500,001–$750,000. Per le organizzazioni che sono state prese di mira da un attacco ransomware negli ultimi 12 mesi e l’attacco ha avuto successo con interruzione delle attività, il tempo medio per tornare all’operatività si è aggirato da più di 1 giorno a meno di 1 settimana. Tra i danni maggiori causati dal ransomware, gli intervistati hanno indicato la perdita di dati (45%) e il danno d’immagine (45%). Tra le sfide più grandi per la resilienza operativa e la continuità aziendale nei prossimi 12 mesi vi sono le minacce alla cybersecurity (45%), direttive e regolamentazioni in materia di cybersecurity (35%) e i limiti di budget (31%). Tra le maggiori sfide per la sicurezza informatica aziendale nei prossimi 12 mesi vi sono: aumento della frequenza o della sofisticazione degli attacchi (42%), minacce geopolitiche (30%), vulnerabilità legacy o debito tecnico (20%). La Piaga del Ransomware Gli attacchi ransomware continuano a essere altamente coordinati, lanciati in momenti strategici e profondamente radicati nei sistemi prima dell’esecuzione. Questo consente a più attaccanti di accedere a diversi sistemi operativi per compiere attacchi multipli. Le organizzazioni devono essere in costante allerta, pronte a fronteggiare non uno, ma molteplici attacchi. I risultati indicano che gli attacchi ransomware sono frequenti: il 50% degli intervistati a livello globale li identifica come la principale minaccia alla resilienza aziendale. La sfida più grande in ambito cybersecurity è rappresentata dalla sofisticazione degli attacchi (37%), seguita dagli attacchi all’infrastruttura identitaria delle organizzazioni (32%), in particolare ad Active Directory. Quasi il 20% delle aziende che hanno pagato un riscatto ha ricevuto chiavi di decrittazione corrotte o ha subito la pubblicazione dei dati rubati nonostante le promesse contrarie degli hacker. “Pagare un riscatto non dovrebbe mai essere la scelta predefinita. Anche se in alcuni casi può sembrare inevitabile, dobbiamo riconoscere che si tratta solo di un acconto sul prossimo attacco. Ogni dollaro dato ai gruppi di ransomware alimenta la loro economia criminale, incentivandoli a colpire di nuovo. L’unico modo reale per interrompere questa piaga è investire nella resilienza, creando l’opzione concreta di non pagare”, ha dichiarato Mickey Bresman, CEO di Semperis. Cosa possono fare le organizzazioni per rafforzare la resilienza contro il ransomware? Valutare la sicurezza dei partner e dei fornitori della catena di approvvigionamento, spesso l’anello più debole. Quando questi soggetti hanno accesso a sistemi e dati sensibili, il rischio aumenta. Prepararsi a tattiche in evoluzione nello sviluppo e nella distribuzione del ransomware. Pianificare regolarmente esercitazioni simulate (tabletop exercises) per migliorare la risposta agli attacchi. L’ex Direttrice della Cybersecurity and Infrastructure Agency (CISA), Jen Easterly, ritiene che vi siano segnali incoraggianti che indicano che i difensori stanno vincendo sempre più battaglie nella lotta al ransomware contro le imprese
Successo per il Webinar “Innovazione, Start-Up e Proprietà Intellettuale” – Un momento di confronto e ispirazione
Martedì 29 luglio 2025 si è tenuto il webinar “Innovazione, Start-Up e Proprietà Intellettuale”, organizzato da 360 Consulenza in collaborazione con Intellecto e trasmesso in diretta su LinkedIn. Un evento che ha visto la partecipazione attiva di imprenditori, professionisti e startupper, accomunati dal desiderio di approfondire tematiche cruciali per lo sviluppo e la protezione dell’innovazione. 💬 Un confronto concreto e ricco di spunti L’interazione tra relatori e partecipanti ha reso l’appuntamento un vero e proprio laboratorio di idee. Sono emerse best practice, casi reali e strategie operative, offrendo a tutti i presenti strumenti utili per affrontare le sfide dell’innovazione in modo strutturato e consapevole. 📢 Le testimonianze Numerose le impressioni positive raccolte a margine dell’evento. I partecipanti hanno apprezzato l’approccio pratico, l’accessibilità dei contenuti e la disponibilità dei relatori. Un’occasione preziosa per fare networking, confrontarsi e ricevere stimoli concreti. 🌐 360 Consulenza: al fianco delle imprese Questo webinar rappresenta un ulteriore tassello nel percorso di 360 Consulenza nel promuovere la cultura dell’innovazione e accompagnare le aziende verso una crescita sostenibile e strategica.
Ransomware: anatomia di una minaccia in evoluzione
Il ransomware è diventato una delle minacce più diffuse e pervasive nel contesto della cybersecurity moderna. Non è più una questione di “se”, ma di “quando”. Il ransomware è diventato una delle minacce più diffuse e pervasive nel contesto della cybersecurity moderna. Un tipo di malware progettato per bloccare l’accesso ai file o ai sistemi – attraverso crittografia o blocco del dispositivo – e chiedere un riscatto in cambio della chiave di sblocco. Ma negli ultimi anni la posta in gioco è aumentata: al semplice sequestro dei dati si aggiungono oggi tecniche di doppia e tripla estorsione, in cui le informazioni vengono sottratte, minacciate di pubblicazione e, in alcuni casi, usate per colpire terze parti. Un’evoluzione che testimonia quanto questo fenomeno non sia statico, ma guidato da logiche criminali sempre più complesse. Secondo stime recenti, il numero di attacchi ransomware è cresciuto di oltre il 149% in un solo anno, coinvolgendo non solo grandi aziende o infrastrutture critiche, ma anche piccoli studi professionali, scuole, ospedali e utenti privati. A essere colpito è chiunque utilizzi un dispositivo connesso. E se la finalità economica rimane centrale, i danni collaterali possono includere perdita definitiva di dati, interruzione operativa, violazioni di dati sensibili e furto d’identità. Le vie d’ingresso sono molteplici. Il vettore più comune resta l’email di phishing, spesso camuffata da comunicazione legittima, con allegati o link malevoli. Ma esistono anche modalità più silenziose: exploit di vulnerabilità non patchate, download da siti compromessi, banner pubblicitari infetti, dispositivi USB, fino a tecniche più sofisticate che prevedono accessi remoti tramite credenziali rubate. Il malware può restare dormiente per giorni o settimane, in attesa del momento ideale per criptare il sistema. Esistono diverse categorie di ransomware, ognuna con modalità d’azione differenti. I crypto ransomware sono i più comuni: criptano file e cartelle, spesso utilizzando algoritmi robusti (AES, RSA), e impediscono qualsiasi accesso ai contenuti. I locker ransomware, invece, bloccano l’intero sistema operativo, rendendo inutilizzabile il dispositivo. Esistono poi forme più leggere, come gli scareware, che simulano la presenza di virus o minacce e spingono l’utente a installare software fraudolento o a pagare per “rimuovere” un problema inesistente. Seppure meno distruttivi, questi ultimi possono comunque generare danni economici e psicologici rilevanti. L’efficacia di un attacco ransomware si basa in larga parte su una debole cyber hygiene. Sistemi non aggiornati, software obsoleti, scarsa attenzione agli allegati email, mancanza di segmentazione di rete e privilegi amministrativi distribuiti in modo non controllato rappresentano il terreno fertile per la diffusione. Il caso WannaCry del 2017, che ha sfruttato una vulnerabilità di Windows non corretta in tempo, è l’esempio perfetto di quanto il fattore tempo – tra la scoperta di una falla e l’implementazione della patch – sia cruciale. La risposta alla minaccia ransomware non può affidarsi più a soluzioni uniche. Gli antivirus tradizionali, basati su firme, faticano a rilevare minacce nuove o mutanti. Per questo le strategie di difesa più efficaci oggi si basano su un approccio multilivello, che prevede prevenzione, rilevamento e capacità di recupero. Sistemi di analisi comportamentale, motori di intelligenza artificiale per individuare attività anomale, firewall intelligenti, segmentazione della rete, autenticazione a più fattori: sono tutte componenti che concorrono a innalzare il livello di resilienza. In questo contesto, il backup rappresenta un pilastro fondamentale, ma non può essere considerato una soluzione autonoma. Disporre di copie dei propri file, salvate in più versioni e protette, consente in molti casi di evitare il pagamento del riscatto e ripristinare l’operatività. Tuttavia, da solo non previene l’infezione né impedisce la diffusione all’interno della rete. Per essere realmente efficace, il backup deve essere parte di una strategia integrata, progettata in anticipo, testata regolarmente e isolata rispetto al sistema attivo per resistere ai tentativi di cifratura. La capacità di ripristino rapido e sicuro – più che la semplice esistenza di copie – è ciò che fa davvero la differenza in scenari ad alta criticità. Serve inoltre una visibilità continua sull’ambiente IT. Le soluzioni più avanzate integrano rilevamento in tempo reale, risposta automatizzata e rollback selettivo, con notifiche immediate in caso di comportamenti anomali. La rapidità con cui il ransomware si evolve supera spesso la capacità di risposta delle difese tradizionali. In questo scenario, resilienza è la parola chiave. Nessuna tecnologia può garantire l’inviolabilità assoluta, ma combinare prevenzione attiva, visibilità continua e capacità di recupero permette di contenere l’impatto e ripartire. Il ransomware non scomparirà domani, ma è possibile affrontarlo con strumenti adeguati, consapevolezza e preparazione. Fonte: BitMat
BeeProd® sarà al MECSPE Bari 2025!
[vc_row type=”in_container” full_screen_row_position=”middle” column_margin=”default” column_direction=”default” column_direction_tablet=”default” column_direction_phone=”default” scene_position=”center” text_color=”dark” text_align=”left” row_border_radius=”none” row_border_radius_applies=”bg” overlay_strength=”0.3″ gradient_direction=”left_to_right” shape_divider_position=”bottom” bg_image_animation=”none”][vc_column column_padding=”no-extra-padding” column_padding_tablet=”inherit” column_padding_phone=”inherit” column_padding_position=”all” column_element_spacing=”default” background_color_opacity=”1″ background_hover_color_opacity=”1″ column_shadow=”none” column_border_radius=”none” column_link_target=”_self” gradient_direction=”left_to_right” overlay_strength=”0.3″ width=”1/1″ tablet_width_inherit=”default” tablet_text_alignment=”default” phone_text_alignment=”default” bg_image_animation=”none” border_type=”simple” column_border_width=”none” column_border_style=”solid”][vc_column_text] Siamo lieti di invitarvi al MECSPE Bari 2025! Dal 27 al 29 novembre, BeeProd sarà presente alla Fiera del Levante per partecipare alla nuova edizione del MECSPE, il salone internazionale dell’industria manifatturiera. [/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row type=”in_container” full_screen_row_position=”middle” column_margin=”default” column_direction=”default” column_direction_tablet=”default” column_direction_phone=”default” scene_position=”center” text_color=”dark” text_align=”left” row_border_radius=”none” row_border_radius_applies=”bg” overlay_strength=”0.3″ gradient_direction=”left_to_right” shape_divider_position=”bottom” bg_image_animation=”none”][vc_column column_padding=”no-extra-padding” column_padding_tablet=”inherit” column_padding_phone=”inherit” column_padding_position=”all” column_element_spacing=”default” background_color_opacity=”1″ background_hover_color_opacity=”1″ column_shadow=”none” column_border_radius=”none” column_link_target=”_self” gradient_direction=”left_to_right” overlay_strength=”0.3″ width=”1/1″ tablet_width_inherit=”default” tablet_text_alignment=”default” phone_text_alignment=”default” bg_image_animation=”none” border_type=”simple” column_border_width=”none” column_border_style=”solid”][/vc_column][/vc_row]
Form trappole per i dipendenti: è allarme phishing!
2 dipendenti su 10 inseriscono le credenziali nei form trappola di phishing. Qui il report Yarix che analizza il fenomeno Due dipendenti su dieci, pari al 20% del personale di un’azienda, finiscono per inserire inconsapevolmente le proprie credenziali nei moduli ingannevoli contenuti nelle email di phishing, messaggi che simulano comunicazioni ufficiali – come quelle di una banca, di un fornitore o di un collega – e che inducono l’utente a cliccare su un link e compilare un modulo con username e password. Il numero è in aumento rispetto al dato del 13,4% registrato per il 2023. Lo attesta l’Y-Report 2025, il report annuale di Yarix, centro di competenza per la cybersecurity di Var Group, secondo il quale cresce l’esposizione delle aziende italiane agli attacchi informatici. In aggiunta al phishing, si sta diffondendo sempre più anche un’altra modalità di furto di dati: le informazioni sensibili vengono carpite con un apposito software malevolo denominato Infostealer, letteralmente un “ladro di informazioni”: solo nel corso del 2024, il team YCTI (Yarix Cyber Threat Intelligence) ha identificato oltre 8,1 milioni di sistemi compromessi differenti (pc, telefoni aziendali, tablet…) e più di 920 milioni di credenziali compromesse da questo tipo di software (+376.7% rispetto al 2023). Tra le credenziali compromesse identificate, oltre 170 mila avrebbero permesso di accedere a portali aziendali critici gestiti da diversi fornitori di tecnologia, come reti private virtuali (VPN), spesso utilizzate dai dipendenti a lavoro da remoto e Firewall, “barriere” di sicurezza che filtrano la comunicazione tra l’interno e l’esterno dell’organizzazione. Questa particolare tipologia di software malevolo viene diffuso principalmente attraverso campagne di phishing e software piratati, attraverso un modus operandi comunemente utilizzato dalle gang ransomware. Una volta infettato il dispositivo, l’Infostealer raccoglie dati sensibili e li trasmette al cybercriminale: da credenziali salvate sul browser a carte di credito, fino a cookies e wallets. Questi, specialmente se associati a servizi critici e ancora validi, permettono agli attaccanti di accedere ai sistemi aziendali. Secondo i dati raccolti da Yarix, l’Italia nel 2024 è stato il quinto Paese in Europa per dispositivi infetti (60.000, +57.9% rispetto al 2023), preceduta da Spagna (120 mila), Germania (73 mila), Polonia (71 mila) e Francia (66 mila), e seguita da Romania (54 mila), Regno Unito (44 mila), Portogallo (34 mila) e Ungheria (29 mila). Nel corso del 2024, i team di sicurezza del centro di competenza Yarix hanno inoltre gestito e analizzato diversi incidenti BEC (Business Email Compromise), ovvero email apparentemente legittime, inviate da indirizzi compromessi o contraffatti, che simulano comunicazioni ufficiali per indurre l’utente ad aprire allegati o cliccare link dannosi. Tra gli incidenti analizzati, il 42% degli attacchi si è concentrato nel primo trimestre del 2024, facilitati dalla diffusione di nuovi Phishing-as-a-Service, “kit” pronti all’uso che consentono anche a chi ha competenze informatiche minime di accedere a strumenti di phishing avanzati. Tale strumento ha permesso ai cybercriminali di aggirare i sistemi di autenticazione a più fattori e ottenere l’accesso diretto alla casella di posta elettronica delle vittime. In questi casi, il punto di ingresso dell’attacco è stato principalmente una e-mail di phishing contenente un link o un allegato malevolo, inviata a un destinatario legittimo. Una volta compromesso, l’account è stato a propria volta sfruttato per condurre ulteriori attacchi all’interno dell’organizzazione o verso contatti esterni. Tra i settori più colpiti tramite BEC compaiono il Manufacturing (23,72%) e il Food (8,33%). “Il phishing non è più un rischio riservato alle grandi aziende: oggi anche le PMI italiane sono nel mirino di attacchi sempre più sofisticati e automatizzati. La diffusione di strumenti come gli Infostealer e i kit di Phishing-as-a-Service abbassa la soglia tecnica per i cybercriminali che, anche senza conoscenze approfondite di hacking, hanno la possibilità di lanciare campagne di phishing su larga scala. L’Italia è tra i Paesi europei più colpiti, ed è dunque fondamentale che anche le imprese di piccole e medie dimensioni investano in formazione, prevenzione e monitoraggio continuo”, ha dichiarato Mirko Gatto, Head of Cybersecurity di Var Group. Fonte: BitMat