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Password: come sceglierle nel modo giusto

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Le password servono a proteggere noi e i nostri dati dai malintenzionati. Da quando milioni di persone in tutto il mondo a causa della pandemia sono state costrette a passare più tempo a casa e a trascorrere molto più tempo online, poi, la sicurezza dei dati personali è diventata ancora più importante.       Secondo uno studio di DoubleVerify, infatti, il tempo giornaliero dedicato al consumo di contenuti online è raddoppiato a livello globale dall’inizio della pandemia COVID-19, da una media di 3 ore e 17 minuti a 6 ore e 59 minuti. Dal recente sondaggio di Kaspersky, “Consumer appetite versus action: The state of data privacy amid growing digital dependency”, è emerso che i dispositivi del 31% degli utenti di tutto il mondo hanno subito un’infezione e più della metà (53%) ha dovuto sostenere dei costi come conseguenza. Un’altra preoccupazione diffusa è la sicurezza della propria vita digitale. Il 28% degli utenti ha subito tentativi di hacking dei propri account online e nel 41% dei casi si trattava degli account di social media. Anche gli account di posta elettronica e i wallet di criptovaluta sono stati oggetto di hacking rispettivamente nel 37% e 31% dei casi. Nonostante ciò, il 2020 e la pandemia hanno avuto un effetto positivo sulla cyber hygiene degli utenti che hanno cercato di mettere in atto le buone pratiche di un uso corretto e sicuro delle password e hanno aumentato il livello di sicurezza dei loro dispositivi. Secondo il sondaggio di Kaspersky, l’89% di tutti gli intervistati adotta alcune misure di sicurezza informatica tra quelle più comuni, ma efficaci, e le mette in pratica per proteggere la propria privacy e tenere al sicuro le proprie informazioni personali. Mentre il 37% degli utenti usa addirittura le password per bloccare i file per assicurarsi che i propri dati rimangano nelle loro mani. Kaspersky ha sviluppato alcuni semplici consigli per aiutare gli utenti a rendere più forti e sicure le loro password: Come utilizzare le password: 10 semplici regole Come rendere il mondo un post più sicuro? Iniziamo dalle nostre password Il dilemma delle password: semplici ma facili da craccare oppure robuste e difficili da ricordare? È possibile leggere il report completo a questo link. Per controllare il livello di sicurezza delle proprie password Kaspersky offre uno strumento molto utile a questo link.     Fonte: BitMat.it

Installare gli aggiornamenti: attività rimandata dal 50% degli italiani

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Secondo l’indagine Kaspersky “Pain in the Neck”, installare gli aggiornamenti è un compito noioso che viene ignorato da quasi la metà degli intervistati in Italia. Aggiornare i dispositivi non serve solo ad ottenere l’accesso a nuove funzionalità o interfacce, ma consente di mantenere un livello alto di sicurezza. I vendor testano regolarmente i loro prodotti alla ricerca di nuove vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate dagli attaccanti ed è proprio per questo motivo che installare gli aggiornamenti è una difesa efficace contro i criminali informatici se viene effettuata tempestivamente. Il tempo di attesa necessario ad aggiornare i dispositivi potrebbe essere impiegato per aumentare la produttività e il benessere delle persone. Dall’indagine è emerso che, per buona parte degli intervistati, il tempo trascorso in attesa che i dispositivi si aggiornino è prezioso: il 34% ritiene di poter sfruttare il tempo trascorso ad installare gli aggiornamenti per altre attività, anche se a discapito della produttività, mentre il 41% è contento di prendersi una pausa dalla tecnologia. Di norma, gli utenti preferiscono dedicarsi ad altre attività durante l’installazione degli aggiornamenti. Ad esempio, il 40% degli italiani, quando non può utilizzare il proprio dispositivo, si rilassa guardando la TV o leggendo un libro, il 15% si distrae cucinando mentre il 9% preferisce fare sport o una passeggiata. I più impazienti, circa il 21% degli intervistati, cambia semplicemente dispositivo e continua a dedicarsi a quanto stava facendo prima di installare gli aggiornamenti. Nonostante gli utenti riconoscano i benefici di prendersi una pausa dalla tecnologia approfittando degli aggiornamenti, il 50% degli intervistati ne rimanda l’installazione quando riceve la notifica sul proprio dispositivo. La maggior parte delle volte questo accade perché le notifiche arrivano durante le ore di lavoro (35%), o perché l’utente in quel momento sta utilizzando il dispositivo per un’attività che non vuole interrompere (26%) o ancora perché non intende chiudere le applicazioni aperte (23%). Nel complesso, il 62% degli intervistati ritiene che installare gli aggiornamenti successivamente non costituisca un problema per la sicurezza. “Passare da un dispositivo all’altro in attesa che il ciclo di aggiornamenti di un device sia completato può essere sicuramente molto utile per non interrompere ciò che si sta facendo. Lo sport, la cucina o la meditazione possono però offrire una pausa dal lavoro e aiutare le persone a rilassarsi per poi riprendere le attività con più energia. Siamo contenti che molti degli intervistati seguano già pratiche salutari in attesa degli aggiornamenti e sarebbe sicuramente utile per tutti prendere esempio. Fare delle piccole pause per installare gli aggiornamenti, non solo aiuta a migliorare l’umore, ma può anche aumentare la produttività“, ha dichiarato Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky. Per promuovere la campagna “Pain in the Neck”, Kaspersky, in collaborazione con la nota blogger, insegnante di yoga e personal trainer Shona Vertue, ha anche preparato un breve corso con alcuni esercizi che possono essere completati durante l’installazione degli aggiornamenti. Il corso è molto semplice e può essere seguito da tutti, direttamente da casa. Il video con gli esercizi è disponibile a questo link.   Fonte: BitMat.it

Resilienza informatica: 6 step per raggiungerla

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Lo smart working ha messo a dura prova la resilienza informatica delle aziende. Secondo un recente studio pubblicato da Webroot, nel 2020 il repentino passaggio al lavoro da casa ha portato a registrare un aumento del 40% di computer con protocollo RDP (Remote Desktop Protocol) non protetto, mentre il numero di file dannosi contenenti il termine “Zoom” nel nome è cresciuto addirittura del 2000%.     Tale contesto, che vede reti e connessioni non adeguatamente protette accompagnare l’uso di dispositivi personali, aumenta esponenzialmente le possibilità di attacco da parte dei criminali informatici, che possono quindi mettere in campo strategie sempre più efficaci. “Per quanto il lavoro da remoto fosse un concetto già conosciuto, molte organizzazioni sono state colte impreparate da questa transizione forzata e, spesso di fronte alla necessità di tagliare il bilancio, hanno scelto di mettere la cybersecurity in secondo piano commenta Antonio Matera, Regional Vice President Italy, Malta, Greece & Cyprus di OpenText. Con lo smart working che diventerà sempre più la normalità nel prossimo futuro, però, crediamo che il problema della sicurezza informatica continuerà a essere attuale. Le aziende devono quindi chiedersi come possano proteggersi in questo nuovo scenario, quando le probabilità di subire un cyber attacco giocano a loro sfavore.” Cyber resilienza e cyber sicurezza Alla luce dei rischi che il lavoro da remoto comporta, l’attenzione delle aziende dovrebbe concentrarsi non solo sulla sicurezza, ma sulla resilienza informatica, ovvero sulla capacità di riprendersi da un attacco e ripristinare le attività il più rapidamente possibile. La cyber resilienza inizia con la capacità di rilevare una violazione, ma comprende tutte quelle strategie necessarie per eliminare la minaccia e garantire allo stesso tempo la continuità del business. Infatti, è più facile ottenere un buon risultato quando la sicurezza informatica è parte di una più ampia strategia di resilienza e solo così le aziende possono proteggersi contro l’inevitabile e mitigare qualsiasi danno potenziale che una violazione causerebbe. Ancora troppo spesso la resilienza informatica viene trattata come una pratica a sé stante, separata da qualsiasi altra politica di sicurezza, perdendo così la sua potenzialità. Un futuro più resiliente Per evitare danni che compromettano l’intera organizzazione, le aziende hanno quindi bisogno di una soluzione che possa identificare le minacce in tempo reale, neutralizzandole tempestivamente. Inoltre, devono essere in grado di recuperare rapidamente sistemi e dati, per garantire la continuità delle operazioni anche in caso di attacco. Per aiutare le organizzazioni a impostare una strategia di protezione efficace, OpenText ha individuato i 6 step necessari per raggiungere la cyber resilienza: PrevenzionePrevenire è sempre meglio che curare. Per evitare gli attacchi informatici, è necessario un approccio a più livelli che includa tecnologie, persone e processi. Le aziende devono mettere in atto policy di sicurezza complete e formare il personale, così che ognuno sia consapevole del proprio ruolo in ambito security. ProtezioneI soli antivirus e firewall non sono più sufficienti per affrontare le minacce di oggi. Avere visibilità sull’attività della rete e degli endpoint, sulla sicurezza delle e-mail e dei contenuti, implementare l’autenticazione a più fattori e tool per la gestione dell’identità sono tutti fattori che contribuiscono alla sicurezza: ogni elemento deve essere integrato agli altri per proteggere l’azienda nel suo complesso. GestioneSi tratta di un passaggio fondamentale nel caso in cui un attacco faccia breccia nel sistema. L’implementazione di soluzioni come piattaforme di gestione dei contenuti e strumenti di collaborazione sul cloud può contribuire a raggiungere la resilienza, poiché tali strumenti consentono alle aziende di isolare rapidamente i dati presi di mira, garantendo la disponibilità degli altri sistemi e assicurando quindi la continuità operativa. RispostaQuando si verifica la violazione, l’azienda deve essere pronta a rispondere: perché questo avvenga, è importante investire nella formazione del personale, che sarà così pronto ad affrontare qualsiasi imprevisto. Migliore è il piano di risposta, migliore sarà la capacità di raggiungere i prossimi due step. RipristinoModelli efficaci di backup e recupero dei dati aiuteranno le aziende a ripristinare velocemente i dati rubati o a riparare i servizi danneggiati causati da un attacco informatico. AdattamentoLe aziende devono assicurarsi che la loro strategia di cyber resilienza possa adattarsi automaticamente alle minacce più recenti per contrastarle. In futuro, infatti, le soluzioni di sicurezza in grado di sfruttare le informazioni aggiornate sulle minacce si riveleranno sempre più essenziali. I tool di analytics basati su IA, ad esempio, possono sfruttare i dati registrati durante una precedente violazione per migliorare il modo in cui il sistema risponderà in futuro. Con il panorama delle minacce destinato a crescere nei prossimi anni, le aziende devono agire ora per assicurarsi una protezione davvero a lungo termine, adottando un approccio proattivo che includa formazione, tecnologie di sicurezza all’avanguardia per il rilevamento e la risposta agli attacchi informatici, simulazioni e test continui, nonché soluzioni di backup e ripristino, pronte a entrare in azione in caso di necessità.     Fonte: BitMat.it

Dispositivi mobile: lavoro remoto e cyber security

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I cambiamenti apportati alle attività da remoto hanno influito negativamente sulla sicurezza.   L’implementazione forzata del lavoro da remoto che si è resa necessaria negli scorsi mesi spesso non è stata accompagnata dall’adozione delle adeguate misure di sicurezza. Il Mobile Security Index (MSI) 2021 di Verizon Business rivela che molte imprese potrebbero avere prestato il fianco ai criminali informatici nel tentativo frettoloso di garantire che la propria forza lavoro potesse operare da remoto. Il 49% delle aziende intervistate nell’ultima edizione dell’MSI di Verizon ha sottolineato che le modifiche apportate per supportare il remote working e l’utilizzo di dispositivi mobile durante il lockdown hanno influito negativamente sulla sicurezza informatica aziendale. È interessante notare che, anche se il 40% delle imprese ha riconosciuto che i dispositivi mobile rappresentano la minaccia più grave per la propria security, il 45% di loro ha sacrificato consapevolmente la sicurezza dei device per raggiungere i propri obiettivi di business (ad esempio in merito a produttività o scadenze) e quasi un quarto (24%) l’ha fatto per facilitare la propria risposta alle restrizioni messe in atto a causa della pandemia. “La pandemia ha causato un cambiamento a livello globale nel modo in cui operano le organizzazioni, molte delle quali hanno accelerato i loro programmi di trasformazione digitale e cambiato i modelli di lavoro per soddisfare le esigenze di dipendenti e clienti che si sono evolute in modo repentino, ha affermato Sampath Sowmyanarayan, Chief Revenue Officer di Verizon Business. Mentre le aziende stavano concentrando i propri sforzi altrove, i criminali informatici hanno intravisto una vasta gamma di nuove opportunità di attacco. Con l’aumento delle risorse che operano da remoto e l’incremento nell’utilizzo dei dispositivi mobile, il panorama delle minacce è cambiato, che per le organizzazioni significa una maggiore necessità di concentrarsi sulla sicurezza mobile per proteggere se stesse e i propri utenti”. L’effetto della pandemia sulle risorse avrà un impatto duraturo. Secondo il MSI, un’ampia maggioranza (70%) di coloro che hanno visto crescere il lavoro a distanza a causa delle restrizioni dovute alla pandemia si aspetta che in futuro questo cambiamento si ridimensioni. Tuttavia, il 78% delle aziende intervistate ha affermato che il remote working si attesterà a livelli maggiori rispetto a prima del lockdown. Nel complesso, gli intervistati hanno affermato che si aspettano che il numero di lavoratori da remoto si stabilizzi intorno alla metà (49%). Anche le piccole e medie imprese sono minacciate Oltre la metà di coloro che hanno partecipato alla ricerca (52%) ha affermato che le piccole e medie imprese sono un obiettivo più appetibile rispetto alle grandi imprese, ma nonostante questo il 59% delle PMI ha sacrificato la propria security e il 22% ha subito la violazione di un dispositivo mobile. Il 78% ha dichiarato di dover prendere più sul serio la sicurezza di questi device. La sicurezza dovrebbe essere sempre in primo piano Tra gli intervistati, il 72% delle organizzazioni è preoccupato per l’abuso o l’uso improprio dei dispositivi. Parte del problema è che molte aziende faticano a sviluppare policy di utilizzo efficaci: il 57% non ne aveva affatto una. Il MSI descrive in dettaglio persone e comportamenti, app, dispositivi e oggetti e reti e cloud in quanto principali bersagli delle minacce mobile. Inoltre, fornisce approfondimenti di esperti su come proteggere la propria azienda dagli attacchi informatici in corso, magari attraverso la creazione di un modello “zero trust network access (ZTNA)” e un’architettura Secure Access Service Edge (SASE), progettata per mondo un mobile e cloud first.     Fonte: BitMat.it

Fingerprinting: la nuova cyber minaccia ai nostri dati personali

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Un’attività lecita ai fini pubblicitari e per il rilevamento di frodi può essere sfruttata dagli hacker.   Analizzando i dati di circa mille navigatori-tipo, Ermes ha scoperto che gli spioni del web spesso si nascondono dietro attività apparentemente lecite sfruttando le vulnerabilità dei sistemi e l’ingenuità degli utenti. Ad essere sotto accusa è il cosiddetto fingerprinting: una tecnica utilizzata solitamente per raccogliere informazioni su chi naviga online identificando l’impronta digitale del browser. Attività consentita ai fini pubblicitari, ma anche per il rilevamento delle frodi e il riconoscimento dei bot, il fingerprinting può però essere sfruttato dagli hacker per sottrarre illegalmente informazioni riservate. I ricercatori della startup torinese – specializzata nella lotta ai più sofisticati sistemi di spear phishing – hanno preso in esame un dataset di 420.000 script, identificandone 4.500 in grado di eseguire fingerprinting provenienti da 842 domini diversi. Di questi, solo il 17% era costituito da tracker conosciuti o legati a servizi di sicurezza e antifrode. Nell’83% dei casi, invece, i tracker sono sconosciuti agli elenchi ufficiali ma impiegano le stesse tecniche utilizzate da quelli verificati, rendendo difficile capire la natura dei servizi per cui vengono utilizzati. “Il tracciamento può diventare un lato oscuro del web e va monitorato attentamente per individuare il confine, spesso labile, tra i servizi leciti e utili e le attività illegali che compromettono la sicurezza di chi naviga online sottolinea Hassan Metwalley, CEO e cofondatore Ermes. In questo campo il nostro algoritmo è all’avanguardia e abbiamo voluto condividere i dati e la tecnica delle nostre analisi per far capire a tutti l’entità del problema”. Per individuare i potenziali rischi online gli ingegneri Ermes (Valentino Rizzo, Stefano Traverso e Marco Mellia) hanno messo a punto una speciale metodologia che combina analisi statica del codice e apprendimento automatico, raggiungendo un’accuratezza del 94% nell’identificare automaticamente i fingerprinters. I dipendenti – e il browser che utilizzano per navigare e lavorare – sono anche il vero tallone d’Achille delle reti aziendali, da cui passano i furti di password e identità digitali utilizzate negli attacchi mirati alle imprese. E’ qui che si innesta il sistema Ermes Intelligent Anti Phishing, potenziando i filtri tradizionali della navigazione web. Non solo su computer ma anche su smartphone e tablet, sempre più utilizzati per accedere alle reti aziendali. Gli algoritmi brevettati analizzano il traffico di ogni utente proteggendolo in tempo reale e sviluppano continuamente nuovi “anticorpi” per prevenire nuove aggressioni. Social: Tecnica lecita, utile contro le frodi e per la raccolta di dati pubblicitari o pericolosa porta aperta all’ingresso degli #hacker? Una ricerca #Ermes svela il lato (potenzialmente) oscuro del #Fingerprinting. Un dato su tutti: l’83% dei tracker analizzati è sconosciuto agli elenchi ufficiali.       Fonte: BitMat.it

Conservazione Digitale: serve un cambiamento culturale

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Per 4 aziende su 5 il gap culturale costituisce la maggior difficoltà nelle fasi di avvio di un progetto. L’Assemblea Annuale di Assoconservatori Accreditati – Assintel, avvenuta all’interno del contest degli Stati Generali della Conservazione organizzato lo scorso 15 e 16 aprile in collaborazione con l’Università della Calabria, ha visto anche la partecipazione del Ministro dell’Università e Ricerca Cristina Messa e del Garante per la Protezione dei Dati Personali. I dati emersi sono molto chiari: la Conservazione Digitale è uno dei tasselli fondamentali per portare a compimento una vera Transizione Digitale: la pandemia ne ha accelerato l’adozione, innescando un processo irreversibile che sta impattando fortemente su aziende, Pubbliche Amministrazioni e cittadini. Pertanto la previsione delle aziende fornitrici è più che positiva: per l’82% di loro il mercato nei prossimi tre anni sarà in crescita, soprattutto per i comparti Sanità (65%), Banking e PMI (35%). Se l’impianto normativo e tecnologico sono pronti, il fattore ad oggi maggiormente critico è il gap culturale, che per 4 aziende su 5 costituisce la maggior difficoltà nelle fasi di avvio di un progetto. La Firma Digitale e lo SPID sono ad oggi i fattori abilitanti su cui continuare a puntare, mentre il Cloud è la tecnologia che per il 63% dei Conservatori farà la differenza per l’evoluzione futura. Il settore si è interrogato anche sulle possibili azioni di sostegno: al primo posto, per il 63% dei Conservatori, il PNRR dovrebbe puntare a finanziare l’istituzione di Archivi Digitali e l’adozione di sistemi di conservazione digitale qualificati, con l’obiettivo generale di arrivare al traguardo Carta Zero. Ma a livello più generale è il tema della Ricerca e Sviluppo che va valorizzato: l’associazione insiste nel chiedere finanziamenti strutturali sia per le imprese utenti, sia sul versante dell’Offerta, sostenendo le Piccole e Medie imprese del Made in Italy ICT nello sviluppo di nuovi prodotti e servizi in risposta ai nuovi bisogni del mercato. Così commenta Giovanni Maria Martingano, coordinatore di Assoconservatori Accreditati: “Oggi serve una sinergia di tutti gli stakeholder per sfruttare questo momento di grande discontinuità legato alla pandemia e fare il salto quantico verso un Paese veramente digitale. Noi crediamo che la strada sia quella della leva culturale, più che l’obbligo normativo: ma per sostenerla occorre spingere sul binomio semplificazione e normativa chiara, sui quali innestare incentivi mirati all’adozione dei servizi documentali e al change management.” Secondo la presidente Assintel Paola Generali: “La strategia deve uscire dall’essere focalizzata solo sulla digitalizzazione della PA per estendersi decisamente al mondo delle imprese. Serve a monte un tavolo interministeriale e intersettoriale sul Digitale che dialoghi con tutti gli stakeholder, per coordinare la messa a terra del PNRR e integrare la transizione digitale con quella Green. Sostituire la carta con il digitale è solo un primo passo, e anche noi di Assintel ci stiamo muovendo decisamente in questa direzione”.       Fonte: BitMat.it

Lavoro remoto: i sei errori di sicurezza più comuni da evitare

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A emergenza finita, 5,35 milioni di italiani continueranno a lavorare almeno in parte da remoto. Da quando è esplosa l’emergenza sanitaria e fino a oggi, i passi falsi registrati in tema di sicurezza da remoto sono stati numerosi. Dopo più di un anno, alcune persone stanno ancora affrontando come gestire la funzione “muto” del loro telefono, per non parlare delle precauzioni necessarie a proteggere le identità digitali o le informazioni aziendali. In tutto questo, i cybercriminali hanno a disposizione tecniche avanzate per indurre in errore anche i dipendenti più attenti alla sicurezza. Il recente report dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano ha indicato che Il 97% delle grandi imprese ha usufruito del lavoro da remoto durante la fase più critica dell’emergenza, contro il 94% delle PA italiane e il 58% delle PMI, per un totale di 6,58 milioni di lavoratori, un terzo dei dipendenti italiani. Si tratta di un numero estremamente significativo, se paragonato ai circa 570mila smart worker che erano stati censiti nel 2019. L’Osservatorio conferma che, anche a emergenza finita, gli italiani che continueranno a lavorare almeno in parte da remoto saranno ben 5,35 milioni. I giorni in cui tutti operavano in sede su PC forniti dall’azienda sembrano passati per sempre. Lo scorso gennaio, Fortune ha riportato i dati delle vendite di computer portatili e desktop, che hanno superato i 302 milioni di unità nel 2020 – il numero più elevato degli ultimi sei anni. Molti di questi dispositivi sono connessi alle reti aziendali, ma sono utilizzati anche da studenti a distanza, giocatori virtuali e acquirenti online, e gli attaccanti ne stanno approfittando. Quando si lavora da casa, spesso non si ha il medesimo atteggiamento rispetto alla protezione, esponendo maggiormente la rete aziendale ad attacchi, anche a causa dei minori controlli di sicurezza a cui si è soggetti. Oggi, formare ed educare i dipendenti sui rischi di cybersecurity è una delle principali sfide operative dei responsabili di sicurezza, e poiché un numero elevato di persone continua a lavorare fuori dall’ufficio, la necessità di controlli e attenzione non è mai stata così importante. Ecco i sei errori più comuni del lavoro remoto da evitare: Utilizzare password deboliI professionisti della cybersecurity e dell’IT hanno a lungo sottolineato l’importanza di usare password uniche, sicure, complesse e casuali, specialmente quando si gestiscono informazioni sensibili. Purtroppo, questi avvertimenti non sono sempre presi sul serio e gli utenti tendono a usare password semplici e facili da ricordare. In base a una recente indagine CyberArk, l’82% dei lavoratori remoti ammette di riutilizzare le proprie password. Se si naviga su Internet, è opportuno prendere in considerazione l’utilizzo di un’applicazione di gestione di password personale in modo che ogni sito abbia una password unica, e affidarsi anche a biometria e autenticazione multi-fattore su siti e applicazioni, per aggiungere un ulteriore livello di protezione. Per chi è responsabili della gestione degli accessi aziendali su scala, i gestori di password non sono sufficienti, e la gestione degli accessi privilegiati può essere utile. Aggirare le policy di sicurezzaLe pratiche di cybersecurity a volte possono sembrare troppo impegnative, e nel corso di una giornata di lavoro intensa, i dipendenti da remoto potrebbero essere tentati di trovare soluzioni che aumentino la produttività a scapito della sicurezza. La nostra indagine mette in luce che il 67% degli intervistati ha aggirato le policy di sicurezza aziendali, ad esempio inviando documenti di lavoro al proprio indirizzo e-mail personale, condividendo password o installando applicazioni non verificate sui dispositivi aziendali. Un grande rischio che molti corrono per comodità è quello di memorizzare le password nel browser, che è il primo luogo in cui i cybercriminali tipicamente cercano le credenziali – sia personali che aziendali. C’è un’impostazione di configurazione in Chrome o Safari, ad esempio, con l’opzione ‘non salvare le password’, che solitamente viene attivata automaticamente in azienda, ma spesso a casa gli utenti lo fanno ugualmente per comodità. I lavoratori da remoto possono tentare di eludere questi controlli senza essere pienamente consapevoli dei rischi di esposizione delle credenziali. Prendere scorciatoie può sembrare innocuo, ma i protocolli di sicurezza sono in atto per un motivo, e ignorarli può avere conseguenze reali. Condividere i dispositivi con i familiariEssere bloccati a casa ha fatto sì che chi lavora da remoto permettesse ai membri della famiglia di utilizzare il loro computer aziendale per attività ludiche. In un momento simile, il dispositivo di lavoro diventa anche quello personale e i figli, ad esempio, potrebbero aver bisogno di usare una determinata app. Non sempre il rischio è dovuto a una vulnerabilità, ma l’utilizzo di un device non familiare potrebbe condurre ad aprire un link o un sito sconosciuto. Per questo è importante separare utilizzo lavorativo e personale, e spesso questo confine viene superato. Condividere un dispositivo di lavoro con altri non è mai saggio, e se si desidera utilizzare la connessione Internet di casa si raccomanda di seguire alcune semplici precauzioni per mantenere lavoro e dati personali separati e sicuri. In primo luogo, creare una rete WiFi ospite separata dalla rete domestica standard per le attività legate al lavoro, che isoli tutti i dispositivi, in modo che non possano comunicare tra loro, ma solo verso l’esterno. Può essere utile anche la creazione di un account separato, protetto da password, con accesso limitato per navigazione web e attività quotidiane. Ignorare i segnali comuni di un attaccoQuando un attacco viene perpetrato, segnali e sintomi comuni possono agire da allarme per gli utenti. I responsabili aziendali dovrebbero sforzarsi di educare i loro lavoratori da remoto sugli elementi da individuare e su come identificare una potenziale violazione. Ad esempio, modifiche del browser, pop-up e finestre che si aprono in automatico, senza che siano attivate dall’utente, la perdita di controllo della tastiera o del mouse, la comparsa di applicazioni o file che non sono stati scaricati intenzionalmente e improvvisi e inspiegabili rallentamenti del sistema, sono chiari segnali di compromissione, e non bisogna non ignorarli. La consapevolezza dell’utente rappresenta l’elemento chiave. Fornire accesso troppo ampio a fornitori e consulentiLa maggior parte delle aziende fa affidamento su fornitori e appaltatori esterni, che spesso richiedono un determinato livello di accesso per garantire i

Perdita dei dati: le best practice per prevenirle

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La regola di base è effettuare backup periodici per poterli recuperare in caso di incidente. Nel mondo digitale, la perdita di dati personali è una delle situazioni peggiori che possano accadere. Immaginiamo di perdere dati indispensabili per la presentazione di un progetto con una scadenza incombente, oppure i documenti necessari per la domanda di una borsa di studio o, ancora, informazioni sui clienti e relative allo svolgimento del nostro lavoro. È necessario comprendere cosa significa non avere un backup quando si verifica una perdita di dati e cosa bisogna fare nel caso in cui accada. Quali sono gli effetti di una perdita di dati? Immaginiamo si sia verificata una perdita di dati critici su cui non sia stato eseguito un backup per un lavoro a scadenza. Il tempo che si spende nel tentativo di recuperare le informazioni attraverso la ricerca, compilazione o riscrittura si traduce in minor produttività e forse anche nella realizzazione di un prodotto di qualità inferiore. Inoltre, il tempo perso non si può recuperare, e fare le cose di fretta potrebbe farci trascurare importanti opportunità che non capitano così spesso. L’impatto di una perdita di dati può variare a seconda del tipo di informazioni perse e del momento in cui ciò si verifica. Eseguendo regolarmente un backup di tutti i dati importanti utilizzati durante il flusso di lavoro, porterebbe una riduzione della maggior parte dello stress accumulato, perché basterebbe ripristinare l’ultimo salvataggio effettuato per recuperare tutti i dati necessari. Oltre a privarsi di dati strumentali alla propria attività, queste perdite possono essere ancora più impattanti se coinvolgono immagini o video che catturano ricordi affettivi che non sarà possibile ricreare: ricordi del matrimonio, memorie d’infanzia, foto di persone care che non ci sono più. Come si perdono i dati Sono molti i modi per perdere dati preziosi; alcuni si possono evitare mentre altri sono più difficili sia da prevedere che da prevenire. Scoprire che il proprio dispositivo è stato infettato dal malware è uno di questi e, a seconda del tipo di codice dannoso, la memoria del computer potrebbe essere completamente cancellata, i dati danneggiati o – se ci si imbatte in un ransomware – questi potrebbero essere criptati. Utilizzando una soluzione di sicurezza completa e applicando le best practice di cybersecurity, queste eventualità potrebbero essere scongiurate. Inoltre, potrebbero verificarsi eventi o incidenti imprevedibili, come il furto di un dispositivo o un danno meccanico (per una caduta o il classico caffè rovesciato sulla tastiera). Oltre a questi, non è raro che i dispositivi non funzionino correttamente a causa dell’obsolescenza o di difetti di fabbricazione che colpiscono un componente specifico, come il surriscaldamento dell’hard disk. O ancora le interruzioni di corrente, che implicano la perdita immediata dei dati su cui si sta lavorando. Senza sottovalutare l’errore umano, che potrebbe determinare la cancellazione accidentale di dati importanti o addirittura dare il via a una catena di eventi che potrebbe persino portare al reset del dispositivo. Non abbiamo un backup: cosa fare? In caso di eliminazione accidentale dei dati, si consiglia di interrompere immediatamente l’uso senza spegnere il dispositivo. Se è alimentato a batteria tenerlo in carica. Disabilitare tutta la connettività di rete, se possibile attivare prima la modalità Aereo, poi la modalità Sospensione. Se invece il malfunzionamento è stato provocato da un liquido, spegnere immediatamente il dispositivo e provare ad asciugarlo rapidamente con un panno morbido e asciutto. Se il dispositivo è collegato a un supporto esterno, scollegare e asciugare anche quello. Lasciare asciugare completamente per alcuni giorni, considerando che, a seconda della quantità di liquido, potrebbe essere necessario consultare un centro assistenza professionale. Fortunatamente anche quando si verifica uno degli scenari accennati, non tutto è perduto. Esistono tecniche per provare a recuperare i dati. Se il dispositivo è stato intaccato da un ransomware, è possibile cercare strumenti di decryptor che consentano il recupero dei dati. Sono utility sviluppate sia dai produttori dei dispositivi sia da quelli delle varie componenti o, in alternativa, ci si può affidare a software di terze parti specifici per determinati sistemi operativi o dispositivi. Esaurite le opzioni fai-da-te o superate le proprie capacità di intervento in autonomia, si può far ricorso all’intervento di tecnici specializzati nel data recovery. Tenendo conto che questa operazione potrebbe avere costi molto elevati. Vale anche la pena ricordare che qualsiasi tentativo di recupero fai-da-te può inficiare l’intervento di un tecnico. A seconda del tipo di dispositivo e del tipo di danno, si possono richiedere servizi di assistenza da remoto o presso centri autorizzati. Se decidiamo di prendere in considerazione questa opzione è bene contattare il service il prima possibile, poiché il personale preposto saprà fornire le corrette indicazioni da seguire dopo la perdita di dati. Conclusioni Una cosa è certa: “prevenire è meglio che curare”. In questo contesto, il backup dei dati sensibili e importanti effettuato a intervalli regolari permette il recupero della maggior parte delle informazioni senza dover perdere tempo prezioso alla ricerca dei dati persi. Quando si tratta di pianificare i backup è meglio salvarli in molteplici siti per non rischiare di perdere documenti importanti. La cosa migliore da fare è utilizzare più forme di archiviazione, come soluzioni cloud affidabili, in modo da avere sempre i dati a portata di mano in caso di necessità, oltre a unità di archiviazione esterne su cui fare il backup offline dei propri dati. A completare il tutto, si dovrebbero sempre crittografare i dati prima di archiviarli online e offline, in modo da proteggere sempre le informazioni in caso di furto. La soluzione ESET Full Disk Encryption fornisce una potente crittografia gestita in modo nativo dalla console di gestione remota ESET e aumenta la sicurezza dei dati della nostra organizzazione per soddisfare le normative di conformità. A cura di Fabio Buccigrossi, Country Manager di ESET Italia     Fonte: BitMat.it

PDF dannosi: attenzione al phishing: +1.160% nel 2020

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Unit 42, threat intelligence unit di Palo Alto Networks, ha rilevato un aumento del 1.160% di file PDF dannosi dal 2019 al 2020 – passati da 411.800 a 5.224.056. I file PDF sono un vettore di phishing allettante in quanto multipiattaforma e consentono agli attaccanti di interagire con gli utenti, rendendo i loro schemi più credibili rispetto a un’e-mail basata su testo con un semplice link. Per convincere le persone a cliccare su link e pulsanti incorporati nei PDF, Unit 42 ha identificato i cinque principali schemi utilizzati dagli attaccanti nel 2020 suddivisi in: Fake Captcha, Coupon, Pulsante Play, File Sharing e e-Commerce. Raccolta dei dati L’analisi dei trend osservati nel 2020, è basata sui dati raccolti dalla piattaforma WildFire di Palo Alto Networks, estrapolando un sottoinsieme di campioni PDF di phishing nel corso di tutto l’anno, su base settimanale. Sono state poi impiegate varie elaborazioni euristiche e analisi manuali per identificare i temi principali nel set di dati raccolti e create le regole di Yara che corrispondevano ai file in ciascun bucket, applicandole a tutti i file PDF dannosi osservati tramite WildFire. Overview dei dati Nel 2020, si sono riscontrati più di 5 milioni di file PDF pericolosi, con un aumento incredibile del 1.160% rispetto al 2019. La maggior parte dei file PDF dannosi appartiene alla categoria dei finti “CAPTCHA” con il 38,67% (tralasciando la categoria “Altro” pari al 56,53% che racchiude troppe varianti e non dimostra un tema comune). Reindirizzamento del traffico Dopo l’analisi di diverse campagne PDF pericolose, è stata rilevata una tecnica comune nella maggior parte di esse: l’uso del reindirizzamento del traffico. I link incorporati nei PDF di phishing spesso conducono l’utente a un sito di gating, da cui viene reindirizzato a un sito pericoloso, o a diversi siti in modo sequenziale. Invece di incorporare un sito di phishing finale – che può essere soggetto a frequenti eliminazioni – l’attaccante può estendere la durata dell’esca del PDF ed eludere il rilevamento. Inoltre, l’obiettivo finale può essere modificato a seconda delle necessità (ad esempio, l’attaccante potrebbe scegliere di cambiare il sito finale, da uno di furto di credenziali a uno di frode con carta di credito). Trend di phishing con file PDF Abbiamo identificato cinque principali schemi di phishing dal nostro set di dati e li abbiamo suddivisi nel loro ordine di distribuzione. È importante ricordare che i file PDF di phishing spesso agiscono come passaggio secondario e collaborano con il loro vettore (ad esempio, un’e-mail o un post web in cui sono inclusi). Finti CAPTCHAI file PDF finti CAPTCHA, come suggerisce il nome, richiedono agli utenti di verificare sé stessi attraverso un falso CAPTCHA. I CAPTCHA sono test che aiutano a determinare se un utente è umano o meno. Tuttavia, i file PDF che abbiamo osservato non utilizzano un vero CAPTCHA, ma un’immagine incorporata di un test CAPTCHA. Non appena gli utenti provano a “verificare” sé stessi cliccando sul pulsante continua, vengono condotti su un sito web controllato dall’attaccante. CouponLa seconda categoria è rappresentata da file PDF di phishing a tema coupon e spesso usavano un logo di una nota compagnia petrolifera. Una notevole quantità di questi file era in lingua russa con messaggi come “ПОЛУЧИТЬ 50% СКИДКУ” e “ЖМИТЕ НА КАРТИНКУ” che si traducono rispettivamente in “ottieni il 50% di sconto” e “clicca sull’immagine”. Immagine statica con pulsante PlayQuesti file di phishing non hanno necessariamente un messaggio specifico, in quanto sono per lo più immagini statiche che riportano un pulsante di riproduzione. Abbiamo osservato diverse categorie di immagini, una parte significativa di esse ha usato nudità o temi monetari specifici come Bitcoin, grafici azionari e simili per attirare gli utenti a cliccare sul pulsante Play. Dopo aver cliccato il pulsante di riproduzione, come previsto, si viene reindirizzati a un altro sito web. File SharingQuesta categoria utilizza noti servizi di condivisione di file online per attirare l’attenzione dell’utente, spesso informandolo che qualcuno ha condiviso un documento con lui. Tuttavia, per ragioni che possono variare da un PDF all’altro, l’utente non può visualizzare il contenuto e apparentemente deve cliccare su un pulsante incorporato o un link. Con l’aumento del numero di servizi di condivisione di file basati su cloud, non sarebbe sorprendente vedere questo tema aumentare e continuare a essere tra i più diffusi. e-CommerceIncludere temi di e-commerce in e-mail e documenti di phishing non è una nuova tendenza. Tuttavia, è stato osservato un aumento del numero di file PDF fraudolenti che hanno utilizzato note aziende di e-commerce per indurre gli utenti a cliccare sui link incorporati. L’immagine sottostante mostra un esempio di file PDF di phishing che notifica all’utente la scadenza della carta di credito e la necessità di “aggiornare le informazioni di pagamento” per non interrompere i benefici di Amazon Prime. Tutti i dettagli sono disponibili qui.     Fonte: BitMat.it

Millenials poco attenti alla sicurezza informatica

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Oggi sempre più informazioni personali vengono condivise senza il consenso degli utenti e nel dark web aumenta la vendita dei dati personali. Nell’era dei Social Network l’attenzione che la community riserva alla privacy sta cambiando. La presenza online è parte integrante della vita quotidiana di molte persone, purtroppo però la condivisione di informazioni può portare a delle conseguenze negative. Quando si sceglie di condividere sul web commenti, foto o altri contenuti è molto probabile che attirino l’attenzione di molte persone, ma non sempre nel modo desiderato. Inoltre, le informazioni condivise online si diffondono molto più rapidamente rispetto a quanto potrebbe avvenire nel mondo reale e, una volta pubblicate, è quasi impossibile rimuoverle. Per questo motivo diventa essenziale che la presenza online di ciascun utente venga accompagnata da misure appropriate per la protezione dei dati personali. Esiste ancora troppa poca consapevolezza in materia di sicurezza informatica. Secondo uno studio di Kaspersky, infatti, i Millenials italiani passano in media più di 7 ore al giorno online, eppure solo il 38% è consapevole di dover rafforzare le proprie competenze di sicurezza. Addirittura il 43% dei Millenials italiani pensa di essere troppo noioso per suscitare l’interesse di un criminale informatico. Questo atteggiamento potrebbe rivelarsi molto pericoloso se si tiene in considerazione il prezzo molto basso a cui vengono venduti i dati sensibili nel dark web e altra pratica che potrebbe avere conseguenze disastrose è il Doxing, ovvero la divulgazione di informazioni personali di una persona senza il suo consenso. L’ emissione di informazioni personali, che possono essere considerate imbarazzanti potrebbero avere delle forti ripercussioni anche sulla carriera di una persona. Infatti oggi molti datori di lavoro controllano i profili LinkedIn, Instagram, Facebook e Twitter per verificare che i dipendenti e i candidati siano rispettabili, la divulgazione di alcune informazioni sensibili potrebbe comportare un rischio per la reputazione sociale della persona presa di mira e quindi la difficoltà a trovare un lavoro e ad avere un reddito.     Fonte: BitMat.it