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Cyber attacchi contro le PMI: dal “virus del riscatto” al phishing

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Gli esperti di Gyala elencano i cyber attacchi contro le PMI più frequenti e con alcuni esempi consigliano come affrontare le minacce quotidiane. Le minacce informatiche sono ormai all’ordine del giorno. Poche settimane fa un attacco ha messo in ginocchio i server della Regione Lazio, generando una vera e propria emergenza digitale e creando moltissimi disagi ai cittadini, ma soprattutto rivelando le fragilità in termini di cyber security dell’intero sistema. Quello dei cyber attacchi contro le PMI e le istituzioni non è un problema solo italiano, ma coinvolge l’intero pianeta. Sempre di recente, infatti, i pirati informatici avevano tenuto in ostaggio il Colonial Pipeline, il più grande oleodotto statunitense, 9.000 chilometri di lunghezza. Con l’infrastruttura bloccata per giorni, i gestori hanno deciso di pagare agli hacker circa 4,4 milioni di dollari in bitcoin. Qualche giorno più tardi, il 31 maggio, è stata la volta di JBS, il più grande fornitore di carne al mondo. Anche questa volta un bel bottino per i cybercriminali, circa 11 milioni di dollari. Eventi gravi ma sempre più frequenti: sono finiti nelle mani degli hacker anche diversi ospedali, un impianto di filtraggio e purificazione dell’acqua in Florida, il servizio traghetti tra Cape Cod, Martha’s Vineyard e Nantucket. “Energia, cibo, acqua, sanità, trasporti, ad essere vulnerabili oggi sono aziende e infrastrutture sensibili”, ricorda Nicola Mugnato, Co-founder con Gian Roberto Sfoglietta e Andrea Storico di Gyala, la startup romana che ha usato tutto il meglio della ricerca militare per realizzare prodotti per rimediare ai cyber attacchi contro le PMI e istituzioni100% Made in Italy. Ma quali sono le minacce informatiche da cui un’azienda oggi deve imparare a difendersi? Dai ransomware ai cryptojacking Il primo esempio di uno dei più frequenti cyber attacchi contro le PMI è il ransomware, il cosiddetto “virus del riscatto”. I ransomware sono diventati tristemente noti in Italia proprio a seguito dell’attacco ai server della Regione Lazio. Questi virus criptano i file e li rendono inaccessibili chiedendo, poi, alla vittima di pagare – in genere bitcoin o altre monete elettroniche – per avere la password per recuperarli. Spesso, per caderne vittime, basta una mail con un finto allegato (una bolletta o una ricevuta di spedizione): una volta aperto il documento il ransomware inizia a cifrare i file e per l’hard disk rimane poco da fare. “Esiste anche un altro modo meno aggressivo che gli hacker usano per fare soldi: anziché rapire i dati, rubano la capacità di calcolo con i cryptojacking – racconta Nicola Mugnato – questi software, installati di nascosto sui computer delle vittime, girano assieme ai normali programmi producendo cryptovaluta”. Il virus entra nel sistema tramite allegati di posta elettronica, proprio come i ransomware tradizionali, tuttavia, in questo caso l’obiettivo non è il denaro dell’utente, quanto la sua potenza di elaborazione dati che viene dirottata verso fini illeciti. Social engineering, attenzione alle trappole online “Oltre il 70% dei cyber attacchi contro le PMI avvengono a causa di un errore umano. Ecco perché la mancanza di consapevolezza e di un know how di base, ma anche degli strumenti giusti, oggi è molto pericolosa”, prosegue Nicola Mugnato. La social engineering agisce utilizzando le informazioni presenti sui social network, rese pubbliche dalla vittima stessa, che scopre così il fianco a intrusioni informatiche di varia natura. Tali informazioni vengono sfruttate per manipolare e ingannare la vittima, che spesso è inconsapevole di aver spalancato le porte dei suoi dati personali, quindi della sua vita o magari dell’azienda dove lavora. In questo senso i problemi di sicurezza degli endpoint sono tra i più impegnativi. Spear phishing, gli hacker non sparano più nel mucchio “Il fatto che i cyber attacchi contro le PMI e gli attacchi di phishing non accennino a diminuire è indice della loro costante efficacia – dice l’esperto – infatti, nonostante le continue raccomandazioni e campagne di sensibilizzazione sia in azienda che sui media, le persone non riescono a resistere quando leggono CLICCA QUI. Quello che sta cambiando, però, è il tipo di phishing: stiamo passando dalla “pesca a strascico” del phishing tradizionale, realizzata con l’intento di colpire più vittime possibili e massimizzare proporzionalmente il guadagno illecito, allo spear phishing. Si tratta di un attacco di phishing mirato”, spiega Nicola Mugnato, “spesso rivolto ad una specifica persona, di solito con un ruolo chiave all’interno dell’organizzazione con accesso a dati sensibili e informazioni riservate, che rappresentano un bottino interessante sul mercato nero dello spionaggio”. Smart working e aumento degli attacchi Nel post-pandemia, secondo un recente report Alvarez & Marsal, la sicurezza informatica è destinata a diventare un asset per l’80% delle aziende europee. Gli ultimi dati sul settore stimano che la spesa per la sicurezza informatica raggiungerà i 133,8 miliardi di dollari entro i prossimi due anni ed evidenziano che, nonostante gli investimenti, nel mondo restano ancora scoperte 2.930.000 posizioni correlate alla cybersecurity. Il Covid, come abbiamo visto, ha improvvisamente rivelato la fragilità dei nostri sistemi di sicurezza informatica, facendo registrare un’impennata nel numero dei cyber attacchi contro le PMI: uno studio di Splunk ha riportato che il 47% dei dirigenti IT intervistati ha dichiarato che gli attacchi informatici sono aumentati dall’inizio della pandemia e il 36% di loro afferma di aver sperimentato un aumento del volume di vulnerabilità di sicurezza a causa del lavoro a distanza. “La sicurezza dei lavoratori a distanza diventerà non solo uno dei principali obiettivi delle aziende, ma sarà un imperativo, poiché i lavoratori in smart working continueranno a rappresentare un insieme unico di opportunità per i cyber criminali”, raccontano da Gyala, “almeno fino a quando le aziende non impareranno a gestire in modo strutturato lo smart working, non solo definendo delle nuove politiche di lavoro flessibili, ma anche introducendo policy e sistemi di sicurezza per garantire la sicurezza delle infrastrutture IT estese dai pc privati dei propri dipendenti”. Come difendersi “La pandemia, da questo punto di vista, ha solo accelerato un processo che credo sarebbe stato comunque inevitabile: da un lato le infrastrutture IT delle aziende si estendono a pc domestici, servizi cloud e interconnessioni con terze parti, dall’altro gli

Cloud security delle imprese: quali sono i profili a rischio?

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Vectra ha analizzato i profili di rischio per la cloud security delle imprese e la capacità di reazione nei settori Sanità, Manifatturiero, Servizi Finanziari e Scuola. La minaccia è attuale, qualsiasi sia il settore o il Paese di provenienza. Con circa 65mila episodi previsti nel 2021 soltanto negli Stati Uniti, i cybercriminali hanno dato prova di riuscire a sferrare attacchi ransomware a ogni tipo di organizzazione per estorcere denaro o dati preziosi. Un numero crescente di imprese, in Italia e all’estero, si è trovato nella scomoda posizione di dover decidere se pagare il riscatto o dire addio ai propri dati. E spesso è solo questione di tempo prima che l’attacco si ripeta e la cloud security delle imprese venga compromessa. Come proteggersi, dunque, da questo tipo di minacce? Vectra AI, società che opera in ambito threat detection and response, ritiene che affrontare i ransomware richieda un nuovo modo di pensare. Questa tipologia di attacchi non può infatti essere scongiurata con le attuali strategie di sicurezza già adottate dalle imprese. È possibile, però, rilevare eventuali movimenti fuori dall’ordinario e permettere al team incaricato della sicurezza di contenere eventi malevoli. I sistemi di detection per la cloud security delle imprese si rivelano fondamentali per tenere il team aggiornato su ogni movimento o comportamento sospetto che si verifichi all’interno del perimetro aziendale. Il report Vision and Visibility: Top 10 Threat Detections for Microsoft Azure AD and Office 365 analizza, differenziandoli per ciascun settore, i maggiori profili di rischio per la cloud security delle imprese e le possibilità di reazione, mediante detection riconducibili al comportamento dell’attaccante, come nel caso del ransomware o degli attacchi alla supply chain. Per proteggere il perimetro, è fondamentale essere in grado di raccogliere i dati giusti e avere un sistema di intelligenza artificiale focalizzato sulle possibili minacce, che consenta di verificare i dettagli degli attacchi e di concentrarsi sulle violazioni più urgenti da bloccare. Sanità Un esempio di profilo di rischio per la cloud security delle imprese è dato dal recente l’attacco che ha paralizzato i sistemi informatici della Regione Lazio, mettendo fuori uso il portale che gestisce le prenotazioni dei vaccini anti covid, le minacce dirette alle strutture sanitarie non solo possono mettere a rischio dati rilevanti, ma possono anche interferire con la qualità dei servizi di prevenzione e cura erogati alle persone. È frequente che la rilevazione di attacchi abbia a oggetto Office 365, particolarmente attrattivo per i criminali informatici perché anche con un accesso base senza particolari privilegi si rivela un formidabile canale di ingresso nel sistema. Manifatturiero Votato alla massima operatività e rapidità, il settore manifatturiero è l’obiettivo prediletto dei ransomware. L’arresto repentino della produzione induce, infatti, le imprese a trovare nel pagamento del riscatto una soluzione veloce per limitare le perdite e riprendere le attività. Le industrie manifatturiere, inoltre, si stanno spostando velocemente sul cloud per garantirsi rapidità, scalabilità e maggiore connettività, aggiungendo un altro livello di possibile attacco che compromette la cloud security delle imprese. In questo settore, due terzi degli attacchi analizzati da Vectra sono legati alla condivisione di attività su Office 365. Ogni condivisione sospetta dovrebbe essere analizzata dagli addetti alla sicurezza informatica per verificarne l’autorizzazione ed evitare progressioni negli attacchi. Servizi Finanziari Il Finance è uno dei settori più regolamentati, ma il passaggio al cloud sta offrendo nuove prospettive di attacco alla cloud security delle imprese. Vectra hanno riscontrato le maggiori violazioni. Scuola La pandemia ha spinto il mondo dell’istruzione a trovare soluzioni nuove per mantenere produttivi studenti e insegnanti. Anche in questo settore si è fatto ampio affidamento sul cloud e la grande quantità di mail e attività condivise ha aumentato la difficoltà nel rilevamento delle minacce. È ora di iniziare a capire il comportamento degli account. Qualunque sia il settore di appartenenza è fondamentale sviluppare una visione chiara di quali siano i comportamenti autorizzati e aumentare la visibilità per monitorare e misurare le deviazioni da questo standard. Senza questi due accorgimenti, individuare le minacce contro la cloud security delle imprese diventa una sfida complessa, perché non è possibile distinguere con certezza azioni autorizzate e movimenti messi in atto dagli attaccanti. di Massimiliano Galvagna, Country Manager Italia di Vectra AI fonte: bitmat.it

E-commerce 2021: le nuove tendenze del secondo semestre

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Cresce l’uso del mobile (51%), che vince in estate e durante il Black Friday Più di un acquisto online su due viene effettuato tramite dispositivo mobile, soprattutto nel weekend, in estate e durante il Black Friday, in particolare per lo shopping di prodotti cosmetici e abbigliamento. È quanto rivela una ricerca condotta da PayPug. “Le persone sono sempre più connesse tramite smartphone e tablet e lo dimostra il fatto che il canale mobile si sia consolidato negli ultimi 4 anni, con una costante ascesa, passando dal 41% del 2018 al 51% nel 2021”, spiega Gloria Ferrante, Marketing Manager Italia di PayPlug. Un andamento che rispecchia i dati diffusi dall’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano secondo i quali con 15,65 miliardi di euro il mondo smartphone rappresenta il 51% del totale del mondo e-commerce. A consolidarsi è anche il valore medio del carrello su mobile, sempre più spesso superiore ai 75€: ciò avviene nel 39% dei casi, percentuale cresciuta di ben 7 punti dal 2019, andando a sottolineare grande fiducia e usabilità nel mezzo. Cosmesi (55%) e abbigliamento (53%) sono i settori in cui lo shopping da mobile conquista maggiormente i consumatori. A spingere gli acquisti da mobile anche il commercio conversazionale, ovvero l’atto di vendere prodotti e servizi intrattenendo una conversazione personalizzata con i propri clienti, tramite SMS, e-mail, applicazioni di messaggistica e chatbot. Secondo PayPlug, tra gennaio e maggio 2021 il 15% dei commercianti (contro l’11% dello stesso periodo del 2020) ha infatti concluso vendite via SMS utilizzando i link di pagamento: inviati tramite SMS, e-mail, applicazioni di messaggistica, re-indirizzano il cliente ad una pagina di pagamento sicura in cui inserire i dati per il pagamento e convalidare infine l’ordine, in modo semplice e veloce dal proprio smartphone. Ma quali sono i momenti in cui gli italiani preferiscono acquistare da mobile? Se durante la settimana si registra il dato più “conservatore”, con il 51% di utenti che utilizza il computer per lo shopping online, nel fine settimana, momento tradizionalmente dedicato al riposo e allo svago, gli smartphone recuperano, andando a staccare il 56% delle vendite online. “Il dato aiuta a comprendere uno dei maggiori punti di forza del commercio interattivo e da mobile: l’essere vicino al consumatore in ogni momento, fino a diventare parte integrante della sua esperienza di shopping di tutti i giorni”, sottolinea Gloria Ferrante. Durante l’anno, PayPlug nota inoltre interessanti aumenti per lo shopping da mobile in estate e in occasione del Black Friday, quando raggiunge il 54% di preferenze. Una rilevazione che acquista  ancora più importanza a soli due mesi di distanza dal fatidico “venerdì nero” (26 novembre) che non soltanto rappresenta il giorno di picco per gli acquisti ma segna anche l’inizio di un periodo di massima attività per i commercianti, con gli acquisti prenatalizi e i saldi invernali. “Le piattaforme di e-commerce stanno evolvendo in termini di user experience per andare incontro alle esigenze dei clienti che tendono sempre più ad acquistare tramite dispositivi mobili. Per il Black Friday le soluzioni di vendita smart e on the go potrebbero essere le favorite in termini di volumi di vendita generati”, spiega Ferrante. “Per questo è fondamentale che grandi e piccoli commercianti arrivino preparati a momenti fondamentali per lo shopping come il Black Friday e Natale, lavorando già da ora su una maggiore attenzione all’interazione con il cliente, alla omnicanalità, alla fruibilità dei loro canali di vendita da qualsiasi dispositivo. In questo modo, sarà possibile creare nuove esperienza di acquisto e contribuire allo spostamento dei volumi di vendita sui canali mobili e interconnessi”. Fonte: bitmat.it

Firme elettroniche: come funzionano e perchè usarle?

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Siav chiarisce ogni dubbio sull’uso delle firme elettroniche e sottolinea l’importanza per le aziende di una gestione digitale dei documenti e dei processi a 360°. Contratti di fornitura, accordi di vendita, stipulazioni di partnership, assunzione del personale, sono solo alcuni esempi di applicazione della firma all’interno delle organizzazioni. Già prima dello scoppio della pandemia e della conseguente crescita dello smart working, l’uso delle firme elettroniche o digitali era una pratica diffusa e in netto aumento: secondo gli ultimi dati dell’AgID, nel 2019 erano oltre tre miliardi le firme digitali remote e a inizio 2020 l’Agenzia per l’Italia Digitale aveva già registrato 20 milioni di utenze attive in più. Sono ancora però molti i dubbi sul tema. A seconda, infatti, del valore legale e probatorio del documento e della tipologia di processo, la firma da apporre non è la stessa. SIAV, azienda italiana che fornisce soluzioni software per la gestione dei documenti elettronici e dei processi digitali, presenta le tipologie di firme elettroniche previste dalla normativa e ne chiarisce ogni aspetto: firma Elettronica Semplice (FES): di fatto la soluzione meno complessa tra le firme elettroniche esistenti, nonché più economica in termini di implementazione. È di solito utilizzata per firmare documenti che non richiedono un valore legale opponibile a terzi in particolare per casi di presa visione, e trova ampia applicazione ad esempio nella logistica. firma Elettronica Avanzata (FEA), la cui applicazione più nota è la firma grafometrica, che garantisce un valore maggiore dal punto di vista giuridico ed è pertanto utilizzata per documenti, quali ad esempio firme di contratti o modulistica lato HR, oppure per i dipartimenti acquisti in ambito retail. firma Digitale (FD): la soluzione più robusta ma anche la più articolata e necessita di Software o Hardware dedicati. Si tratta di un particolare tipo di firma elettronica qualificata basata su una coppia di chiavi crittografiche di tipo asimmetrico (una pubblica e l’altra privata, sotto il controllo esclusivo del sottoscrittore), che ha il più ampio spettro di utilizzo rispetto alle altre tipologie di sottoscrizioni informatiche. Può essere utilizzata in tutti gli scenari di sottoscrizione con il necessario valore probatorio. È disconoscibile solo provando di non aver firmato ovvero il sottoscrittore ha l’onere della prova. Detto ciò, la scelta delle firme elettroniche spetterà all’azienda cliente, che dovrà valutare non solo il valore economico e strategico del documento, ma anche il tipo di relazione tra le parti, come anche la semplicità di gestione e i costi differenti. In particolare, le nuove modalità di lavoro da remoto rendono imprescindibile adottare soluzioni che consentono la firma a distanza anche in assenza della presenza fisica, che godano di interoperabilità verso tutte le Certification Authorities e che consentano di gestire anche processi di firma digitale che coinvolgono firmatari sprovvisti di certificati di firma digitale, supportando il processo di digital onboarding del firmatario, da qualsiasi tipologia di device. In tutti i casi comunque, le firme elettroniche, al fine di garantire l’efficienza per cui vengono impiegate, devono includere una corretta gestione digitale del documento, a partire dalla sua creazione, una sua efficace condivisione per abilitare collaborazione e processi digitali, con attività scadenzate e monitorate, integrazioni con ERP e portali e, infine, una corretta conservazione a norma. L’atto di sottoscrizione di un documento, rappresentato dalla firma elettronica, è infatti solo una parte del processo più strutturato, che un’azienda che vuole gestire efficacemente i propri documenti, deve avere. “La firma non deve essere concepita come un’attività fine a sé stessa, bensì come parte di un processo più ampio”, sottolinea Nicola Voltan, CEO di Siav. “La sottoscrizione, infatti, è solo uno step di un processo di gestione documentale che tipicamente sorge con la creazione del documento in formato elettronico e tramonta con la conservazione digitale dello stesso. Questo implica che, soprattutto nel caso di volumi considerevoli di sottoscrizioni, è opportuno scegliere un software che non si limiti semplicemente a sottoscrivere un PDF/A ma è preferibile orientarsi verso una soluzione che abiliti una visione di insieme dell’archivio e dei processi documentali. Si tratta di un salto di qualità non da poco, che permetterà ad un’azienda di rendere la digitalizzazione un’evoluzione naturale del proprio modo di lavorare, non un ripiego per sentirsi al passo coi tempi”.  Fonte: bitmat.it

Passaporto vaccinale: opportunità d’oro per i cybercriminali

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Le applicazioni per il passaporto vaccinale sono una calamita per i cybercriminali che hanno sfruttato il Covid 19 per rubare denaro e credenziali in cambio di cure, test e avvisi fraudolenti. Lo sconvolgimento causato dalla pandemia ha toccato ogni aspetto della nostra vita, con un impatto particolarmente più forte sulla nostra capacità di viaggiare. A oggi, dopo oltre un anno dalla prima ondata, l’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) elenca restrizioni totali o parziali alle frontiere in quasi tutte le nazioni del mondo. Naturalmente, i governi mondiali, insieme agli operatori del settore turistico, stanno concentrando la loro attenzione sulla ricerca di una soluzione che permetta a tutti di attraversare di nuovo i confini. Finora, l’iniziativa principale sembra essere il passaporto vaccinale – un documento fisico o digitale progettato per confermare al personale di frontiera che un viaggiatore è stato vaccinato o è risultato recentemente negativo al tampone. Il passaporto vaccinale può offrire una soluzione per i viaggi internazionali, ma pongono molte altre domande sulla privacy, la sicurezza e la loro potenziale falsificazione, ed è per questo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità attualmente non promuove ufficialmente alcun passaporto per l’immunità da COVID-19. Mancanza di trasparenza Anche se i certificati di immunità sono già utilizzati in alcuni paesi per la febbre gialla, non c’è uno standard chiaro e universale per la convalida dell’immunità, e questo porta con sé alcune sfide significative. Con le vacanze estive che si avvicinano, c’è urgenza di trovare una soluzione. Tuttavia, qualsiasi rimedio sarà probabilmente un patchwork di sistemi e schemi tra governi e aziende private, diverso in tutto il mondo. Nel marzo di quest’anno, la Commissione Europea ha rilasciato una dichiarazione che richiede un Digital Green Certificate, “come questione di urgenza” per facilitare la libera circolazione sicura all’interno dell’UE durante la pandemia COVID-19. Israele ha un “Green Pass” per convalidare la vaccinazione, la Francia sta sperimentando un passaporto vaccinale per i viaggi aerei, e molti paesi nordici stanno collaborando su un’applicazione di passaporto digitale per i vaccini da usare negli aeroporti. L’Africa Centres for Disease Control and Prevention sta sviluppando “My COVID Pass“, uno strumento digitale di verifica dei vaccini da utilizzare alle frontiere di entrata e uscita. Queste numerose iniziative sollevano una serie di preoccupazioni, legate in primo luogo ai dati stessi. Servirà chiarezza su chi detiene quali dati contenuti nel passaporto vaccinale, con chi li condividerà e, ancora più importante, quanto saranno attrezzate le varie parti per conservare tali dati in modo sicuro. Le compagnie aeree sono state bersagli privilegiati dei criminali informatici per anni, e qualsiasi incremento del loro già ricco archivio di dati personali servirà solo ad aumentarne l’interesse. Più organizzazioni conservano o accedono alle nostre informazioni sensibili, più queste stesse organizzazioni sono esposte a perdite e violazioni. E, al di fuori di enti medici o governativi, è improbabile che la maggior parte abbia protezioni adeguate per garantire la sicurezza di questi dati contenuti nel passaporto vaccinale. Senza dubbio, i cybercriminali sceglieranno i loro obiettivi di conseguenza. Un’opportunità da non perdere L’assenza di una soluzione uniforme per il passaporto vaccinale può portare incertezza e confusione, e i criminali non hanno certo bisogno di incoraggiamento per capitalizzare su tali circostanze. Già nell’aprile dello scorso anno erano state individuate oltre 300 esche di phishing legate al COVID-19, e molte hanno avuto successo quando le vittime si sono trovate di fronte al contenuto pericoloso. Infatti, già con la migrazione verso il lavoro remoto in massa avvenuta a inizio pandemia, il 58% dei CISO globali ha segnalato un aumento degli attacchi mirati. Finora, gli autori delle minacce hanno sfruttato il COVID-19 per rubare denaro e credenziali in cambio di cure, test e avvisi fraudolenti. L’iniziativa del passaporto vaccinale offre un’altra opportunità di un incentivo fasullo, e le condizioni sono giuste per dare ulteriore spinta a questo tipo di attacco. Rispetto alle truffe più comuni un primo livello di difesa è rappresentato dalla familiarità. Tutti conosciamo il nome della nostra banca, ad esempio, o dell’ente che rilascia la patente di guida. Eppure, nonostante queste informazioni, le truffe continuano ad avvenire. Ad oggi, non c’è la stessa familiarità con il passaporto vaccinale. I viaggiatori hanno poche notizie sul suo aspetto, su come sarà rilasciato, o su quali informazioni dovranno condividere per riceverne uno. Di conseguenza, possiamo aspettarci comunicazioni fittizie da compagnie aeree, enti commerciali, governi e altro, che richiederanno credenziali di valore, informazioni personali e persino denaro, a un pubblico probabilmente molto ricettivo. Ecco un altro potenziale pericolo. Molti di noi hanno vissuto restrizioni di viaggio internazionali per mesi. Le persone non vedono l’ora di tornare alla normalità, prendersi una pausa mai così necessaria, o viaggiare per rivedere i propri cari. Tutto ciò aggiunge un senso di urgenza e desiderio che ci rende più inclini a “cadere” sulle tipologie di esche su cui fanno affidamento i criminali. Sotto pressione sociale, emotiva e di tempo, le persone sono meno propense a controllare due volte i domini dei siti web e più disposte a cliccare su un link o aprire un allegato da un mittente sconosciuto o non verificato. I malintenzionati adatteranno le loro esche per ottenere la massima efficienza, sfruttando anche le applicazioni del passaporto vaccinale e affinando il loro messaggio per ingannare socialmente le vittime e far commettere un errore. È il momento di incrementare la consapevolezza La migliore difesa rispetto alla maggior parte delle minacce è la consapevolezza. Se comprendiamo i metodi e le motivazioni di un autore, possiamo evidenziare i tratti rivelatori, operare per cambiare i comportamenti e implementare protezioni per limitare le loro possibilità di successo. Tuttavia, allo stato attuale, non sappiamo molto sulla logistica, la meccanica e l’estetica degli schemi del passaporto vaccinale e questo presenta sia una sfida che un’opportunità. Fino a quando non sapremo di più su chi li emetterà e i loro processi, è impossibile offrire consigli concreti su esche specifiche. Ma non è mai un brutto momento per aumentare la consapevolezza del pericolo sempre presente di phishing e furto di credenziali, perché se c’è una cosa di cui possiamo essere sicuri, è che i

Truffe online, gli stratagemmi più usati dai criminali

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4 modi in cui usano i nomi e l’immagine di personaggi famosi per attirare i fan in trappola. Le truffe online sono tra le tecniche preferite dai criminali per derubare vittime inconsapevoli. I truffatori escogitano vari stratagemmi che sfruttano gli argomenti d’attualità, come le vaccinazioni contro il COVID-19, o coinvolgono esche sempreverdi, come quelle che promettono eredità da un lontano parente, o ancora, usano i nomi e l’immagine di personaggi famosi per attirare fan, e non solo, in trappola. Omaggi in criptovaluta I regali fake in criptovaluta sono tra le truffe preferite dai criminali informatici. Per raggiungere il maggior numero di persone vengono utilizzati diversi canali, spesso dirottando account YouTube con molti follower o cercando di diffondere la notizia attraverso Twitter. Viene richiesto l’invio di denaro digitale a un indirizzo bitcoin con la promessa, mai mantenuta, di raddoppiare la somma. Per rendere l’operazione credibile, inoltre, i truffatori cercano di far sembrare che gli omaggi siano finanziati da titani della tecnologia. Bill Gates, ad esempio, è spesso utilizzato in queste truffe, il che di per sé rappresenta una tattica discutibile dal momento che il fondatore di Microsoft si è spesso dichiarato contro le criptovalute. Elon Musk, CEO di Tesla e SpaceX, invece, fino al repentino cambio di rotta di pochi giorni fa, era un fan delle criptovalute e il suo nome è stato spesso associato a questo tipo di truffa, tanto che in uno di questi attacchi, il nome Musk era stato incorporato nell’indirizzo bitcoin stesso. Facebook Live, indovina e vinci – oppure no Ad alcune celebrità piace interagire direttamente con i fan postando video su Facebook o Instagram. Mentre i fan apprezzano gli sforzi che le loro celebrità preferite mettono nel creare contenuti per loro o nel rispondere ad alcune domande, i truffatori escogitano dei metodi per ingannarli. Vengono così creati account falsi che rispecchiano i veri profili social del vip individuato come esca, compresi i post, le foto e i video. Tuttavia, il nome è scritto in modo sbagliato o integrato con una parola come “TV”, “fan page”, o simili. A questo segue un video che il VIP ha realmente postato o trasmesso dal vivo qualche tempo prima, con la descrizione, corredata di hashtag di tendenza per aumentarne la visibilità, che informa che i primi a commentarlo riceveranno una ricompensa in denaro. Nel momento in cui il fan interagisce con il video, riceve un messaggio con le istruzioni per ricevere il premio, contenenti un link a qualche sito in cui viene chiesto di inserire dati personali sensibili o addirittura di inviare del denaro dal proprio account. È certo che il denaro inviato andrà perso e che i dati potranno essere usati per ulteriori truffe. Vuoi sostenere la mia causa di beneficenza? Un’altra truffa che utilizza le celebrità prevede la creazione di account fasulli che le impersonano e raggiungono i fan direttamente tramite i messaggi. Questo può avvenire su qualsiasi piattaforma social, che sia Facebook, Instagram o Twitter. La tattica non è così sofisticata; la vittima riceve un messaggio diretto dall’account fasullo e l’impostore che agisce spacciandosi per il VIP, gli chiederà di contribuire ad un ente di beneficenza che sta sostenendo. In alternativa, potrebbero anche essere offerti biglietti per concerti privati inesistenti, in modo da convincere la vittima a separarsi dai suoi soldi. Anche in questo caso le vittime perderanno denaro e l’ente di beneficenza non vedrà mai un centesimo dei soldi che la vittima ha “donato”. Rappresentativo il caso di un truffatore che, spacciandosi per Bruce Springsteen è riuscito a sottrarre una cifra esorbitante ad uno dei suoi fan. Investi in questo, io l’ho fatto! Un’altra strategia popolare impiegata dai truffatori online per fare soldi facili è ingannare le vittime, del tutto inconsapevoli, a investire soldi in “progetti” che si suppone siano sostenuti da celebrità. Questo genere di truffa non è una novità e comunica sempre lo stesso messaggio, ovvero moltiplicare l’investimento rapidamente e facilmente, dando per certo un risultato “garantito”. Lo schema di solito prende la forma di vari annunci popup che si presentano come articoli che rivendicano un incredibile ritorno sull’investimento, completi di titoli roboanti come “la celebrità X ha puntato su questa azienda o prodotto e ha visto il suo investimento quadruplicarsi” oppure “la celebrità Z consiglia di mettere i soldi in questo perché rappresenta il futuro”. L’opportunità di investimento è, però, di solito falsa; a volte può basarsi su qualcosa di reale, ma il denaro non sarà mai depositato, e gli unici che si arricchiranno sono gli organizzatori della truffa. Nel contesto italiano, famoso è il caso dell’utilizzo non autorizzato dell’immagine dell’imprenditore Flavio Briatore e della presentatrice Barbara d’Urso: a Briatore, infatti, ospite alla trasmissione Pomeriggio Cinque, viene falsamente attribuita la frase in cui svelerebbe un modo per fare soldi in maniera facile, veloce e sicura, ottenendo guadagni stellari usando i bitcoin. La risposta non si è fatta attendere e Mediaset ha presentato una denuncia in tribunale per tutelare i suoi programmi e i suoi dipendenti. Come proteggersi? Individuare truffe come queste non richiede molto lavoro, anche grazie alle misure di protezione che le piattaforme di social media adottano per distinguere le vere celebrità dagli impostori. Quindi, quando un VIP ci contatta, la cosa più semplice che possiamo fare è dare un’occhiata se il suo profilo è verificato. Facebook, Instagram e Twitter utilizzano tutti un badge verificato sotto forma di segno di spunta accanto al nome utente. Per quanto riguarda i vari enti di beneficenza e le opportunità di investimento, questi possono essere controllati attraverso una rapida ricerca su Google per vedere se sono autentici. Se sono verificati, per sicurezza è possibile comunque contattarli direttamente per sapere se stanno collaborando con una celebrità specifica. Per riassumere, il modo migliore per proteggersi è quello di rimanere vigili e mettere in discussione tutto ciò che sembra anche solo un po’ sospetto. E dare seguito a questi sospetti non farà male. Dopotutto, se qualcosa sembra troppo bello per essere vero, quasi certamente sarà così. Per ulteriori informazioni consultare www.welivesecurity.com A cura di Amer Owaida, Content Writer, ESET Security Community Fonte: BitMat.it

Programma Antivirus e Antimalware: quali le differenze?

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Panda Security spiega la differenza tra programma antivirus e antimalware e consiglia quale scegliere per la sicurezza del pc. Tempo fa, i virus erano solamente righe di codice informatico e le aziende di cybersecurity hanno potuto contrastare le minacce grazie ad un programma antivirus pensato per rispondere a tutte le esigenze di rilevamento, indipendentemente dal sistema informatico e dal suo utilizzo. In seguito, le minacce e i cyberattacchi hanno iniziato a evolversi, così come anche i servizi delle aziende che, pur mantenendo la connotazione di “antivirus” per non creare fraintendimenti nel pubblico, hanno ampliato sempre di più le funzionalità di sicurezza. Fraintendimenti che però continuano a lasciare perplesse intere generazioni cercando la risposta alla domanda: “che differenza c’è tra un programma antivirus e un antimalware?” L’intendo di Panda Security è risolvere questo dilemma. Antimalware e antivirus sono la stessa cosa? Antivirus e antimalware non sono la stessa cosa: un virus è effettivamente un tipo di malware, mentre non tutti i malware sono virus. Sono due componenti imprescindibili e complementari di un buon sistema di protezione, a cui dobbiamo aggiungere anche l’adozione di buone abitudini online. Se il programma antivirus protegge dai virus informatici, gli antimalware fanno un passo in più e cercano di rilevare potenziali minacce informatiche di natura più varia e più avanzate tecnologicamente. Per non creare confusione, si userà la parola antivirus per riferirci unicamente ai programmi che NON hanno funzionalità antimalware. Che cosa significa esattamente antivirus? I programmi antivirus semplici eseguono una scansione del dispositivo alla ricerca di virus conosciuti. Di solito, gli antivirus gratuiti offrono un livello di protezione minimo contro i virus più noti come i keylogger e i worm, mentre le versioni premium proteggono anche da minacce più avanzate ed includono funzionalità antimalware. L’efficacia del programma antivirus dipende al 100% dalla qualità del database di riferimento. Per capire se il programma antivirus è efficace e completo, bisogna assicurarsi che abbia le seguenti funzionalità: Scansione eseguita in modo continuo che consente di rilevare le minacce nel momento in cui entrano in contatto con il sistema. Aggiornamenti automatici, fondamentale che il software sia in grado di riconoscere anche le forme più recenti. Che cos’è un programma antimalware? I software antimalware sono in grado di rilevare forme avanzate di malware e minacce informatiche e vengono sviluppati pensando alle nuove minacce e i nuovi meccanismi di infezione digitale. In un certo senso, possiamo dire che l’antimalware proteggono dal malware di seconda generazione, che il programma antivirus classico non è in grado di individuare. L’importante è che il programma dedicato alla protezione dal malware includa: Sandbox: un ambiente controllato e separato in cui il software esamina le potenziali minacce per capire se vanno messe in quarantena e rimosse. Filtro del traffico: protegge bloccando l’accesso a server e siti sospetti che potrebbero diffondere malware. Sicurezza proattiva: il software deve eseguire scansioni, rilevare e rimuovere i malware conosciuti, come trojan, adware e spyware. Se si ha la possibilità, la soluzione migliore è dotarsi di entrambi i programmi. L’antimalware si concentra sulle nuove minacce, mentre programma antivirus protegge da quelle più tradizionali come i worm e gli attacchi di phishing. Questi due tipi di programmi sono complementari, ma è chiaro che nell’ecosistema informatico odierno è necessario poter fare affidamento su un antimalware intelligente e potente, in grado di riconoscere le nuove forme di codice dannoso. Possiamo vedere la protezione data dal programma antivirus come il primo sistema di difesa, superato il quale avremo bisogno di un antimalware per rimuovere i software già attivati e funzionanti. Poter contare su entrambe le tipologie di protezione, ricorrendo ad esempio alle soluzioni disponibili sul sito di Panda Security, riduce molto il rischio di cyberattacchi. Tuttavia, è necessario ricordare quanto sia importante il fattore umano. Anche utilizzando il programma antivirus più potente al mondo, bisogna conoscere bene il mondo digitale ed evitare comportamenti pericolosi online.     Fonte: BitMat.it

Zero Trust: un nuovo approccio alla sicurezza aziendale

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Fondamentale il supporto della formazione e della comprensione delle proprie esigenze e dei rischi. Le esigenze degli utenti sono cambiate radicalmente negli ultimi cinque anni: la diffusione dei dispositivi mobile e l’avvento del cloud hanno trasformato profondamente le aziende, rendendo sempre più obsoleto un concetto di difesa tradizionale. Lo smart working dell’ultimo anno non ha fatto altro che accentuare ulteriormente il processo di evoluzione verso una visione sempre più “liquida” del perimetro aziendale. Se, come è ormai assodato, le difese tradizionali non sono più sufficienti, è altrettanto vero che oggi non si può più escludere un attacco a priori: dobbiamo dare per scontato che la nostra organizzazione sarà interessata da un problema di sicurezza, possiamo provare ad anticiparlo, costruendo una strategia completa, ma dobbiamo comunque accettare che presto o tardi accadrà. Per questo emerge in modo sempre più preponderante un concetto che in 4wardPRO abbiamo molto a cuore: la corporate resiliency, che, declinata in ambito sicurezza, comporta la capacità di reagire a un attacco informatico dimostrando la propria resilienza. La digital transformation, sotto la spinta dell’emergenza Covid-19, ha estremizzato la necessità di adottare un nuovo approccio alla sicurezza. Le vecchie politiche di accentramento in ambito security, che riportano tutto nel “fortino” aziendale, anche rispetto ai dipendenti che si collegavano da casa, sono risultate complicate. La triangolazione stessa, imponendo il passaggio dalla VPN per meglio controllare lo scambio di dati, si è dimostrata poco sensata. Oggi le aziende hanno bisogno di un nuovo modello di sicurezza che si adatti in modo più efficace alla complessità dell’ambiente moderno, abbracciando la forza lavoro mobile e proteggendo persone, dispositivi, applicazioni e dati ovunque si trovino. Le tecnologie ci vengono incontro e ci permettono di proteggere il dato ovunque sia, ma per farlo impongono l’adozione di un approccio Zero Trust che ci obblighi a verificare che la persona che si sta collegando e vuole usufruire del dato sia autorizzata a farlo. Da questo punto di vista, per un approccio moderno alla sicurezza, la comunicazione tra client e cloud deve essere pulita per definizione, anche perché il sistema stesso fatica a fidarsi di qualcuno che si pone in mezzo tra esso e il singolo dispositivo, in una logica di “man in the middle” che accomuna molte tipologie di attacco informatico. Oggi le organizzazioni IT possiedono un livello di maturità molto variabile in termini di security, con modelli di operation e budget molto diversi tra loro. Basti pensare, come indicano i dati dell’ultima edizione dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano, che nel 40% delle organizzazioni non esiste una specifica funzione di Information Security, ma è incardinata sotto l’IT, e il responsabile della sicurezza è lo stesso CIO. Da qui nasce anche una differente sensibilità e consapevolezza sui temi della security che porta alcuni responsabili a credere ancora che implementare la migliore tecnologia sia sufficiente a fermare eventuali attacchi. Il modello Zero Trust, invece, ci permette di monitorare efficacemente la situazione: invece di pensare che tutto ciò che si nasconde dietro il firewall aziendale sia al sicuro, presuppone la verifica di ogni richiesta come se questa provenisse da una rete aperta. Oggi lo sforzo di prevenzione e adeguamento deve essere continuo e dovrebbe partire sempre da un Cyber Security Assessment (CSA) mirato, con lo scopo di analizzare la propria infrastruttura, i controlli di sicurezza messi in atto e la capacità di rimediare alle vulnerabilità. Una valutazione che non può prescindere da un’analisi e gestione del rischio condotta nel contesto degli obiettivi aziendali della propria organizzazione, e che deve essere fatta non solo a scopo informativo ma strategico, per aiutare i clienti a capire quali sono le proprie priorità in termini di cybersecurity e gli interventi da mettere in atto. Se è vero che tutti vorrebbero proteggere al meglio i propri asset digitali, è infatti altrettanto vero che bisogna fare i conti con le peculiarità dei diversi modelli operativi, con il budget e, soprattutto, con una terza variabile fondamentale: il fattore umano. Secondo la European Union Agency for Cybersecurity (ENISA) il 62% degli attacchi informatici è causato da utenti non adeguatamente formati. È fondamentale quindi educare alla sicurezza anche i singoli utenti, non solo chi si occupa di sicurezza in azienda. Accompagnando i nostri clienti nella formazione su Microsoft 365, ad esempio, ci siamo accorti che spesso anche se hanno già acquistato i tool non hanno ancora compreso bene come proteggere i proprio ambienti e come utilizzarli in modo corretto. Per questo abbiamo creato appositamente uno spin-off in ambito risk assesment per spiegare loro come funziona il tenant Office 365. Il nostro obiettivo è proprio quello di formare sia gli utenti finali sia gli amministratori di sistema, compreso chi sviluppa le applicazioni, perché possano divenire “secure by default”. In realtà, Microsoft 365 offre molti strumenti per la sicurezza efficaci e completi, anche per quanto riguarda le esigenze di conformità a molti standard normativi, ma chi li utilizza spesso non ne sfrutta pienamente le potenzialità. Nel guardare alla security abbiamo scelto di utilizzare lo stack Microsoft non solo perché siamo partner storici dell’azienda ma perché ad oggi è l’unico in grado di riunire tutte le principali tecnologie di sicurezza in un’unica console di amministrazione completa. Piuttosto che compiere una stratificazione di vendor su vari ambiti, riteniamo per una azienda importante possedere una visione unica e omogenea e seguire l’attacco tramite un unico strumento, senza doversi interfacciare tra migliaia di prodotti diversi che rendono il tutto ancora più oneroso. Microsoft è in grado di aggregare una mole di dati con oltre 8 triliardi di segnali di sicurezza in ingresso elaborati ogni giorno che rappresentano una base importante per offrire agli utenti servizi di sicurezza integrati. La possibilità di accedere a servizi cloud da qualsiasi location nel mondo e garantire la sicurezza solo attraverso la correlazione dei dati rappresenta infatti un valore unico sul mercato. Le aziende che supportiamo operano in tutti i settori, perché la difesa informatica è ormai trasversale; tutte hanno bisogno di sicurezza dal punto di vista infrastrutturale e della protezione del dato, che oggi

Zero-day, il 74% delle minacce sfugge agli antivirus

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Gli attaccanti stanno anche cercando di mascherare e riutilizzare i vecchi exploit. Dal nuovo Internet Security Report di WatchGuard Technologies, riferito a Q1 2021, emerge che il 74% delle minacce rilevate nell’ultimo trimestre sono malware zero-day – o minacce per cui non è stata rilevata al momento del rilascio del malware una soluzione antivirus basata su firme – in grado di aggirare le soluzioni antivirus convenzionali. Il report evidenzia anche un aumento del numero di attacchi alla rete, come gli attaccanti stiano cercando di mascherare e riutilizzare i vecchi exploit, quali sono stati i principali attacchi malware del primo trimestre dell’anno e altro ancora. “L’ultimo trimestre ha registrato il livello più alto di rilevamenti di malware zero-day che abbiamo mai registrato. Il numero di malware evasivo ha effettivamente eclissato quello delle minacce tradizionali, il che è un altro segno che le organizzazioni devono evolvere le proprie difese per stare al passo con attori di minacce sempre più sofisticati”, ha dichiarato Corey Nachreiner, chief security officer di WatchGuard. “Le soluzioni anti-malware tradizionali da sole sono insufficienti per affrontare le minacce odierne. Ogni organizzazione ha bisogno di una strategia di sicurezza proattiva e stratificata che preveda l’apprendimento automatico e l’analisi comportamentale per rilevare e bloccare minacce nuove e avanzate”. Ecco i principali risultati emersi dall’Internet Security Report di WatchGuard riferito a Q1 2021: Una variante di malware fileless esplode in popolarità – XML.JSLoader è un payload malevolo che è apparso per la prima volta nelle due liste di WatchGuard dei principali malware per volume e dei rilevamenti malware più diffusi. È stata anche la variante che WatchGuard ha rilevato più spesso tramite l’ispezione HTTPS nel primo trimestre. Il sample identificato da WatchGuard utilizza un attacco di un’entità esterna XML (XXE) per aprire una shell per eseguire comandi per bypassare le policy di esecuzione di PowerShell locali, in modo non interattivo, quindi nascosto all’utente o alla vittima. Questo è un altro esempio della crescente diffusione di malware fileless e della necessità di funzionalità avanzate di rilevamento e risposta degli endpoint. Un semplice trucco nel nome del file aiuta gli hacker a spacciare loader ransomware come allegati PDF legittimi – Il loader ransomware Zmutzy rappresenta una delle prime due varianti di malware crittografato per volume nel primo trimestre. Associato specificamente al ransomware Nibiru, le vittime incontrano questa minaccia come un file compresso allegato a un’email o un download da un sito Web malevolo. L’esecuzione del file zip scarica un eseguibile, che alla vittima sembra essere un PDF legittimo. Gli attaccanti hanno utilizzato una virgola invece di un punto nel nome del file e un’icona adattata manualmente per trasferire il file zip malevolo come PDF. Questo tipo di attacco evidenzia l’importanza dell’istruzione e della formazione sul phishing dei dipendenti, nonché dell’implementazione di soluzioni di backup nel caso in cui una variante come questa scateni un’infezione ransomware. Gli attori delle minacce continuano ad attaccare i dispositivi IoT – Sebbene non sia stata inserita nell’elenco dei primi 10 malware di WatchGuard per il primo trimestre, la variante Linux.Ngioweb.B è stata utilizzata recentemente dai criminali per prendere di mira i dispositivi IoT. La prima versione di questo sample era destinata ai server Linux che eseguono WordPress, arrivando inizialmente come file EFL (Extended Format Language). Un’altra versione di questo malware trasforma i dispositivi IoT in una botnet con server di comando e controllo a rotazione. Gli attacchi di rete aumentano di oltre il 20% – Le appliance WatchGuard hanno rilevato oltre 4 milioni di attacchi di rete, un aumento del 21% rispetto al trimestre precedente e il volume più alto dall’inizio del 2018. I server e le risorse aziendali on-site sono ancora obiettivi di alto valore per gli attaccanti nonostante il passaggio al lavoro remoto e ibrido: le organizzazioni devono mantenere la sicurezza perimetrale insieme a protezioni incentrate sull’utente. Una vecchia tecnica di attacco di directory trasversal fa il suo ritorno – WatchGuard ha rilevato una nuova firma di minaccia nel primo trimestre che coinvolge un attacco di attraversamento di directory tramite file cabinet (CAB), un formato di archiviazione progettato da Microsoft per la compressione dati senza perdita e certificati digitali incorporati. Nuova aggiunta all’elenco dei 10 principali attacchi di rete di WatchGuard, questo exploit induce gli utenti ad aprire un file CAB malevolo utilizzando tecniche convenzionali o falsificando una stampante connessa in rete per ingannare gli utenti nell’installazione di un driver della stampante tramite un file CAB compromesso. HAFNIUM zero-day fornisce lezioni sulle tattiche di minaccia e le migliori pratiche di risposta – Lo scorso trimestre, Microsoft ha riferito che attaccanti hanno utilizzato le quattro vulnerabilità di HAFNIUM in varie versioni di Exchange Server per ottenere l’esecuzione di codice remoto di sistema non autenticato e l’accesso arbitrario in scrittura di file a qualsiasi server senza patch esposto a Internet, come la maggior parte dei server di posta elettronica. L’analisi dell’incidente di WatchGuard approfondisce le vulnerabilità ed evidenzia l’importanza dell’ispezione HTTPS, dell’applicazione tempestiva di patch e della sostituzione di sistemi legacy. Gli attaccanti cooptano domini legittimi nelle campagne di cryptomining – Nel primo trimestre, il servizio DNSWatch di WatchGuard ha bloccato diversi domini compromessi e malevoli associati alle minacce di cryptomining. Il malware Cryptominer è diventato sempre più popolare a causa dei recenti aumenti di prezzo nel mercato delle criptovalute e della facilità con cui gli attori delle minacce possono sottrarre risorse a vittime ignare. I report trimestrali di WatchGuard si basano su dati in forma anonima provenienti dai Firebox Feed di appliance WatchGuard attive i cui proprietari hanno acconsentito alla condivisione dei dati per supportare gli sforzi di ricerca del Threat Lab. Nel primo trimestre 2021, WatchGuard ha bloccato un totale di oltre 17,2 milioni di varianti di malware (461 per dispositivo) e quasi 4,2 milioni di minacce di rete (113 per dispositivo). Il report completo include dettagli su ulteriori malware e tendenze emersi nel primo trimestre del 2021, un’analisi dettagliata degli exploit di HAFNIUM Microsoft Exchange Server, suggerimenti di difesa per i lettori e altro ancora.     Fonte: BitMat.it

Passaporto vaccinale: opportunità d’oro per i cybercriminali

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Le applicazioni per il passaporto vaccinale sono una calamita per i cybercriminali che hanno sfruttato il Covid 19 per rubare denaro e credenziali in cambio di cure, test e avvisi fraudolenti. Lo sconvolgimento causato dalla pandemia ha toccato ogni aspetto della nostra vita, con un impatto particolarmente più forte sulla nostra capacità di viaggiare. A oggi, dopo oltre un anno dalla prima ondata, l’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) elenca restrizioni totali o parziali alle frontiere in quasi tutte le nazioni del mondo. Naturalmente, i governi mondiali, insieme agli operatori del settore turistico, stanno concentrando la loro attenzione sulla ricerca di una soluzione che permetta a tutti di attraversare di nuovo i confini. Finora, l’iniziativa principale sembra essere il passaporto vaccinale – un documento fisico o digitale progettato per confermare al personale di frontiera che un viaggiatore è stato vaccinato o è risultato recentemente negativo al tampone. Il passaporto vaccinale può offrire una soluzione per i viaggi internazionali, ma pongono molte altre domande sulla privacy, la sicurezza e la loro potenziale falsificazione, ed è per questo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità attualmente non promuove ufficialmente alcun passaporto per l’immunità da COVID-19. Mancanza di trasparenza Anche se i certificati di immunità sono già utilizzati in alcuni paesi per la febbre gialla, non c’è uno standard chiaro e universale per la convalida dell’immunità, e questo porta con sé alcune sfide significative. Con le vacanze estive che si avvicinano, c’è urgenza di trovare una soluzione. Tuttavia, qualsiasi rimedio sarà probabilmente un patchwork di sistemi e schemi tra governi e aziende private, diverso in tutto il mondo. Nel marzo di quest’anno, la Commissione Europea ha rilasciato una dichiarazione che richiede un Digital Green Certificate, “come questione di urgenza” per facilitare la libera circolazione sicura all’interno dell’UE durante la pandemia COVID-19. Israele ha un “Green Pass” per convalidare la vaccinazione, la Francia sta sperimentando un passaporto vaccinale per i viaggi aerei, e molti paesi nordici stanno collaborando su un’applicazione di passaporto digitale per i vaccini da usare negli aeroporti. L’Africa Centres for Disease Control and Prevention sta sviluppando “My COVID Pass“, uno strumento digitale di verifica dei vaccini da utilizzare alle frontiere di entrata e uscita. Queste numerose iniziative sollevano una serie di preoccupazioni, legate in primo luogo ai dati stessi. Servirà chiarezza su chi detiene quali dati contenuti nel passaporto vaccinale, con chi li condividerà e, ancora più importante, quanto saranno attrezzate le varie parti per conservare tali dati in modo sicuro. Le compagnie aeree sono state bersagli privilegiati dei criminali informatici per anni, e qualsiasi incremento del loro già ricco archivio di dati personali servirà solo ad aumentarne l’interesse. Più organizzazioni conservano o accedono alle nostre informazioni sensibili, più queste stesse organizzazioni sono esposte a perdite e violazioni. E, al di fuori di enti medici o governativi, è improbabile che la maggior parte abbia protezioni adeguate per garantire la sicurezza di questi dati contenuti nel passaporto vaccinale. Senza dubbio, i cybercriminali sceglieranno i loro obiettivi di conseguenza. Un’opportunità da non perdere L’assenza di una soluzione uniforme per il passaporto vaccinale può portare incertezza e confusione, e i criminali non hanno certo bisogno di incoraggiamento per capitalizzare su tali circostanze. Già nell’aprile dello scorso anno erano state individuate oltre 300 esche di phishing legate al COVID-19, e molte hanno avuto successo quando le vittime si sono trovate di fronte al contenuto pericoloso. Infatti, già con la migrazione verso il lavoro remoto in massa avvenuta a inizio pandemia, il 58% dei CISO globali ha segnalato un aumento degli attacchi mirati. Finora, gli autori delle minacce hanno sfruttato il COVID-19 per rubare denaro e credenziali in cambio di cure, test e avvisi fraudolenti. L’iniziativa del passaporto vaccinale offre un’altra opportunità di un incentivo fasullo, e le condizioni sono giuste per dare ulteriore spinta a questo tipo di attacco. Rispetto alle truffe più comuni un primo livello di difesa è rappresentato dalla familiarità. Tutti conosciamo il nome della nostra banca, ad esempio, o dell’ente che rilascia la patente di guida. Eppure, nonostante queste informazioni, le truffe continuano ad avvenire. Ad oggi, non c’è la stessa familiarità con il passaporto vaccinale. I viaggiatori hanno poche notizie sul suo aspetto, su come sarà rilasciato, o su quali informazioni dovranno condividere per riceverne uno. Di conseguenza, possiamo aspettarci comunicazioni fittizie da compagnie aeree, enti commerciali, governi e altro, che richiederanno credenziali di valore, informazioni personali e persino denaro, a un pubblico probabilmente molto ricettivo. Ecco un altro potenziale pericolo. Molti di noi hanno vissuto restrizioni di viaggio internazionali per mesi. Le persone non vedono l’ora di tornare alla normalità, prendersi una pausa mai così necessaria, o viaggiare per rivedere i propri cari. Tutto ciò aggiunge un senso di urgenza e desiderio che ci rende più inclini a “cadere” sulle tipologie di esche su cui fanno affidamento i criminali. Sotto pressione sociale, emotiva e di tempo, le persone sono meno propense a controllare due volte i domini dei siti web e più disposte a cliccare su un link o aprire un allegato da un mittente sconosciuto o non verificato. I malintenzionati adatteranno le loro esche per ottenere la massima efficienza, sfruttando anche le applicazioni del passaporto vaccinale e affinando il loro messaggio per ingannare socialmente le vittime e far commettere un errore. È il momento di incrementare la consapevolezza La migliore difesa rispetto alla maggior parte delle minacce è la consapevolezza. Se comprendiamo i metodi e le motivazioni di un autore, possiamo evidenziare i tratti rivelatori, operare per cambiare i comportamenti e implementare protezioni per limitare le loro possibilità di successo. Tuttavia, allo stato attuale, non sappiamo molto sulla logistica, la meccanica e l’estetica degli schemi del passaporto vaccinale e questo presenta sia una sfida che un’opportunità. Fino a quando non sapremo di più su chi li emetterà e i loro processi, è impossibile offrire consigli concreti su esche specifiche. Ma non è mai un brutto momento per aumentare la consapevolezza del pericolo sempre presente di phishing e furto di credenziali, perché se c’è una cosa di cui possiamo essere sicuri, è che i