Attacchi informatici aziendali: il Covid è stata l’arma vincente dei criminali

Check Point Software dimostra che il COVID-19 è stata l’arma utilizzata nel 2020 per colpire tutti i settori aziendali e spiega le principali tattiche utilizzate, dagli exploit nel cloud, al phishing e al ransomware. Check Point Research ha pubblicato il suo Security Report 2021, che rivela i vettori d’attacco chiave e le tecniche osservate dai ricercatori di come gli hacker abbiano sfruttato il caos della pandemia da COVID-19 per colpire le organizzazioni in tutti i settori. Il report fornisce inoltre ai professionisti della cyber-security e ai dirigenti C-level le informazioni di cui hanno bisogno per proteggere le loro organizzazioni dagli ultimi attacchi informatici e dalle minacce informatiche avanzate di quinta generazione. Gli highlight del Security Report 2021 includono: L’adozione del cloud viaggia più velocemente della sicurezza: il 2020 ha visto i percorsi di digital transformation delle organizzazioni avanzare velocemente di oltre cinque anni sulle previsioni, come risposta alla pandemia e al lavoro da remoto. Ma la sicurezza del cloud pubblico è ancora una grande preoccupazione per il 75% delle imprese. Inoltre, oltre l’80% ha scoperto che i loro strumenti di sicurezza non funzionano affatto o hanno solo funzioni limitate nel cloud, dimostrando che le problematiche continueranno nel 2021 anche nel cloud. Il remote working è un target: gli hacker hanno intensificato gli attacchi “thread hijacking” sui lavoratori da remoto per rubare dati o infiltrarsi nelle reti utilizzando i trojan Emotet e Qbot, che hanno colpito il 24% delle organizzazioni a livello globale. Anche gli attacchi contro i sistemi di accesso remoto come RDP e VPN sono aumentati bruscamente. Gli attacchi ransomware double extortion aumentano: nel terzo trimestre del 2020, quasi la metà di tutti gli incidenti ransomware comportava la minaccia di rilasciare dati rubati alle organizzazioni. In media, una nuova organizzazione diventa vittima di ransomware ogni 10 secondi in tutto il mondo. Gli attacchi al settore sanitario sono l’altra faccia dell’epidemia: nel quarto trimestre del 2020, CPR ha riferito che, in particolare gli attacchi ransomware, agli ospedali sono aumentati del 45% in tutto il mondo, perché i criminali credono che ci siano più probabilità di ricevere il riscatto per via del COVID-19. Gli smartphone sono un bersaglio facile: nel 2020 il 46% delle organizzazioni ha avuto almeno un dipendente che ha scaricato un’app mobile dannosa, rivelandosi una minaccia delle loro reti e dei loro dati. La crescita del mobile durante i lockdown ha spinto anche la crescita dei banking trojan e degli info-stealer. “Le aziende nel mondo si sono sorprese della velocità delle loro iniziative digitali del 2020: si stima che la digital transformation abbia subito un avanzamento di quasi sette anni. Però allo stesso tempo, gli attori delle minacce e i criminali informatici hanno anche cambiato le loro tattiche in modo da poter approfittare di questi cambiamenti, e di quelli portati dalla pandemia, con impennate degli attacchi in tutti i settori”,ha dichiarato Dorit Dor, Vice President of Products di Check Point Software. “Dobbiamo agire ora per fermare questa cyber pandemia che si sta diffondendo sempre più. Le organizzazioni devono immunizzare le loro reti iperconnesse per prevenire questi attacchi dannosi che causano così tante difficoltà.” Il Security Report 2021 di Check Point si basa sui dati dell’intelligence ThreatCloud di Check Point, la più grande rete collaborativa per la lotta al crimine informatico, la quale fornisce dati: sulle minacce e i trend di attacco da una rete globale di sensori di minacce, sulle indagini di ricerca di Check Point degli ultimi 12 mesi e sui recenti report di indagine di Check Point sui professionisti IT e sui dirigenti C-level. Il report esamina gli attacchi informatici emergenti in tutti i settori industriali e fornisce un’overview completa dei trend osservati nel panorama delle minacce informatiche, nei vettori di violazione dei dati emergenti e negli attacchi informatici agli stati nazionali. Include anche l’analisi degli esperti dei leader di pensiero di Check Point, per aiutare le organizzazioni a capire e prepararsi al complesso panorama delle minacce di oggi e di domani. Per maggiori dettagli, scarica il report completo. Fonte: BitMat.it
Il cybercrime punta su identità e credenziali privilegiate

Il cybercrime è una continua minaccia per il mondo IT che ha sempre più bisogno di strategie di sicurezza efficaci. Il cybercrime prospera in quest’ultimo periodo, causa l’adozione, da parte di alcune aziende, di tecnologie e servizi basati sul cloud. La pandemia ha accentuato ancora di più questa tendenza, aggiungendo anche la necessità di dover supportare, all’improvviso, una forza lavoro maggiormente distribuita – che in molti casi si avvaleva di dispositivi personali. Anni di evoluzione sono stati compromessi in pochi mesi. Fattori che hanno contribuito a far scomparire il perimetro di rete tradizionale e a estendere la superficie di attacco in modo sproporzionato. Il cloud ha inoltre causato un’impennata nella creazione di credenziali, per umani e non, che, come è noto, sono quasi sempre gli elementi più desiderati dagli attaccanti per riuscire a compromettere dati o risorse. Proteggere e gestire l’identità, quindi, è diventato un imperativo strategico della sicurezza IT. È l’identità il vero nuovo perimetro, ed è ciò che collega gli utenti ai loro dispositivi, applicazioni, dati, sistemi e servizi. Affrontare questa situazione dal punto di vista informatico significa impiegare un paradigma di sicurezza focalizzato sull’identità, che permetterà di garantire un accesso sicuro e privilegi a ogni risorsa, con ogni tipologia di dispositivo, da qualunque luogo. Sono numerosi gli attacchi a cui abbiamo assistito, da minacce di alto profilo come lo spear-phishing di Twitter, all’enorme violazione di SolarWinds alla fine del 2020. Quest’ultimo, in particolare, avrà un impatto di vasta portata su aziende pubbliche e private di tutto il mondo, mostrandoci quanto si possa essere vulnerabili ad attacchi innovativi e sofisticati. La lezione per tutte le aziende – CyberArk inclusa – rimane la stessa: ogni organizzazione possiede elementi di valore per il cybercrime. Una strategia di sicurezza IT efficace, deve conoscere il percorso che un cyber criminale potrebbe compiere per arrivare a quel valore e proteggere i privilegi e le credenziali che consentono di accedere a questi dati o risorse. Di conseguenza, indipendentemente dalle dimensioni, le aziende devono analizzare e comprendere quali siano le aree vulnerabili nell’ambiente IT e il relativo impatto di ogni potenziale violazione. Valutando il potenziale danno, è possibile assegnare le giuste priorità e definire un programma di sicurezza su misura, focalizzato sui rischi unici dei diversi ambienti, DevOps, cloud e ibridi. In questo contesto, il ruolo del CISO gioca un ruolo fondamentale. Attacchi come SolarWinds da parte del cybercrime e le nuove sfide lanciate dal passaggio al lavoro remoto, hanno fatto aprire gli occhi a molte organizzazioni. I CISO sono stati in prima linea nell’affrontare questo cambiamento, con gli evidenti rischi alla sicurezza che viaggiano paralleli alle operazioni quotidiane. Sono stati coinvolti nelle attività principali, con la creazione di interazioni di livello più elevato. […]Fortunatamente le aziende smart hanno riconosciuto che la sicurezza informatica – e l’IT in generale – è un abilitatore di business, e non più un elemento che causa problemi di tanto in tanto. Se il 2020 ci ha insegnato qualcosa in senso tecnologico, è proprio che l’IT e la sicurezza sono fondamentali. Tuttavia, non bisogna abbassare la guardia. Vulnerabilità del codice software, difetti hardware ed errore umano non stanno scomparendo. Tutto è collegato al modo in cui vengono considerati e mitigati e ogni identità può essere privilegiata in determinate condizioni. Potrebbe essere un membro del team che ricopre anche il ruolo di amministratore di un sistema finanziario, o anche un’identità non umana, come un bot che accede abitualmente ad applicazioni sensibili. Per contrastare queste e altre minacce del cybercrime, una gestione efficace degli accessi privilegiati è un must, in quanto permette ai team di sicurezza di monitorare gli account umani e non con accesso privilegiato alle informazioni e alle risorse critiche. Le minacce IT stanno aumentando in ogni settore, e la protezione dei dati sensibili è destinata a diventare ancora più complessa con l’estensione dell’accesso. In questo ambiente incerto, per le organizzazioni è più importante che mai investire in robuste soluzioni di protezione per mantenere se stesse e il loro ecosistema al sicuro. Di Paolo Lossa, country sales manager di CyberArk Italia Fonte: BitMat.it
Come difendere le password dalle minacce tecnologicamente più avanzate?

A causa dell’aumento delle minacce informatiche è sempre più necessario difendere le password dai cybercriminali Lo sviluppo della tecnologia, oltre a migliorare la quotidianità della vita, fornisce involontariamente strumenti ai cybercriminali per ottenere illecitamente le credenziali di accesso degli utenti, rendendo poco sicure le password prescelte. È dunque diventato indispensabile dotarsi di strumenti di sicurezza efficaci per difendere le password. Infatti, di recente, la richiesta di creazione della password è cambiata, con l’obiettivo di garantirne una complessità maggiore e di conseguenza una maggiore difficoltà di individuazione dai parte dei malintenzionati. Ovviamente la complessità è un concetto relativo in base alla tecnologia che si ha a disposizione, ad esempio se si ha la possibilità di utilizzare, in luogo di un normale pc, un supercomputer (per non parlare di computer quantistici come quello creato da Google, destinati a rivoluzionare il concetto stesso di cybersicurezza). La maggior parte degli hacker non ha a disposizione un supercomputer, ma ha moltissimi altri strumenti che rendono la violazione delle password un’operazione relativamente semplice. Parliamo principalmente di violazione degli account online, cloud computing e ingegneria sociale, che ora esamineremo più da vicino. Violazione degli account La prima parte di questa equazione è rappresentata dai data breach. I cracker procedono acquistando grandi elenchi di credenziali di accesso rubate a siti web di grandi dimensioni, come un social media. Tuttavia, le password degli utenti non vengono salvate come testo semplice, ma criptate tramite un algoritmo di hash. Per questo motivo, il cracker può acquistare illegalmente un enorme elenco di password sottoposte a hashing. Da un hash è impossibile risalire alla password ma è possibile confrontarlo con il database di credenziali fino a trovare corrispondenze (anche parziali) e da lì ricostruire la password originale. Per fare questo, esistono software molto semplici, reperibili anche su Internet, ma affinché il processo non duri troppo tempo è necessaria molta potenza di calcolo. Cloud computing Per aumentare la potenza di calcolo, gli hacker se non possono utilizzare una rete di supercomputer, possono noleggiare i sistemi di Amazon AWS, IBM, Microsoft Azure o altre reti di cloud computing. In questo modo hanno accesso a strumenti informatici potentissimi, cha cambiano completamente le regole del gioco. Alcuni di questi servizi enterprise sono pensati per lavorare con grandi volumi di dati e questo è il caso di chi ha a disposizione un database di credenziali sottoposte ad hashing da confrontare con gli hash prodotti dal software. Nonostante tutto, anche disponendo di una grande potenza di calcolo, questa metodologia di attacco non è abbastanza efficiente da sola. Bisogna ridurre il limite di possibilità, o meglio concentrarsi sugli account più facili da violare, ed è qui che sfortunatamente entra in gioco il fattore umano. Social engineering e password deboli Eccoci arrivati all’ultimo elemento della nostra equazione: ridurre le possibilità concentrandosi sugli account meno protetti. Come abbiamo visto in questo articolo sulle password peggiori di tutti i tempi, nel mondo ci sono ancora tantissime persone che utilizzano credenziali facili da indovinare, e questo non riguarda solo profili di social network di utenti inesperti, ma anche gli account dei dipendenti delle aziende più grandi del mondo. A questo dato possiamo poi aggiungere un’altra debolezza umana: riutilizzare la stessa password per molti account o, nella migliore delle ipotesi, diverse varianti della stessa password principale. Per aiutarvi nella scelta di credenziali complesse e sicure, è sempre consigliato l’utilizzo di un password generator. Se l’account da estrapolare, invece di appartenere ad uno sconosciuto utente appartenesse ad una determinata persona, sarebbe possibile utilizzare tecniche di spear phishing e ingegneria sociale per risalire ad informazioni personali, su cui normalmente si basa la maggior parte delle password. Con questi dati è possibile costruire una sorta di dizionario che guiderà il processo di password cracking, limitando le opzioni da scandagliare. Soluzione: accesso sicuro e password manager Considerata la quantità e la qualità degli strumenti informatici a disposizione degli hacker e la semplicità delle credenziali utilizzate da moltissime persone per i propri account online, è necessario prendere sul serio questo argomento e iniziare subito a usare tutti gli strumenti disponibili: Utilizzare, quando è possibile, l’autenticazione a due fattori e strumenti di autenticazione più sicuri rispetto alle password, ad esempio l’accesso tramite impronta digitale o scanner facciale. Per quanto riguarda le password, utilizzare un password manager sicuro, ovvero un programma che salva tutte le nostre credenziali. In questo modo non dovremo ricordare tutte le password e potremo utilizzare combinazioni alfanumeriche e di caratteri molto complicate. Infine, per gli account più sensibili, controllare i nostri indirizzi email sul sito Have I been pwned, per sapere se e quando le nostre credenziali hanno fatto parte di un data breach. In caso positivo e recente, e solo in questa circostanza, aggiorneremo la password corrispondente per evitare problemi in futuro con l’account compromesso. La sicurezza delle password è un concetto in divenire: una password efficace oggi, domani potrebbe essere troppo debole. Per questo ti invitiamo a seguirci e continuare a informarti sulle ultime notizie di cybersicurezza e sul mondo digitale. Buona navigazione e buona gestione delle password! Fonte: BitMat.it
I codici QR sono pericolosi? Possono essere usati dai cybercriminali?

I codici QR non sono intrinsecamente non sicuri, ma potrebbero essere sfruttati dai cyber attaccanti I codici QR (quick response) vengono sempre più spesso utilizzati come strumento per ridurre i punti di contatto e la tracciabilità in questa fase pandemica, consentendo una condivisione dei dati comoda e senza contatto. Non sono intrinsecamente non sicuri, ma potrebbero essere sfruttati dai cyber attaccanti. Possiamo pensare ai QR code in modo simile ai servizi di abbreviazione degli URL – che forniscono un accesso istantaneo a informazioni come siti web e di contatto. Possono anche permettere agli utenti di accedere a una rete Wi-Fi senza password. Li vediamo sempre più utilizzati in tutti i settori. Ma noi come ci comportiamo di fronte a essi? La tecnologia dei codici QR è sicura di per sé, ma più aumenta la fiducia in essa, più i criminali informatici la stanno tenendo d’occhio. Questi codici potrebbero infatti rappresentare un accesso per potenziali attacchi informatici perché non forniscono alcuna visibilità sulla pagina web, l’applicazione, o altro a cui conducono. Reindirizzano infatti automaticamente gli utenti a siti e app store per scaricare applicazioni, effettuare pagamenti e altro ancora, fornendo ai cybercriminali l’opportunità di inserirsi nel processo. Durante la pandemia, Unit 42, il team di threat intelligence di Palo Alto Networks, ha osservato malintenzionati nei forum sotterranei online che discutevano di come sfruttare i codici QR per attaccare gli utenti, oltre ad aver trovato strumenti open source e video tutorial che offrono formazione su come condurre attacchi utilizzando questi codici. Nel 2018, Juniper Research aveva previsto un aumento di quattro volte nell’uso dei codici QR entro il 2022 dato che la funzionalità di scansione QR è oggi integrata nelle fotocamere di molti dispositivi mobili, ma è probabile che la pandemia abbia favorito ulteriormente l’uso di questa tecnologia, ed è importante essere cauti su ciò che stiamo scansionando. Come i criminali informatici potrebbero sfruttare i codici QR Ci sono diversi modi in cui i criminali informatici potrebbero sfruttare i codici QR per i loro obiettivi pericolosi. Un metodo è quello di entrare nel sito web di un’azienda e sostituire il codice QR con il proprio. Poiché sono così simili sarebbe incredibilmente difficile individuare lo scambio. La scansione di questo codice potrebbe indirizzare automaticamente i consumatori ignari verso un URL di phishing che richiede le credenziali dell’utente per prendere il controllo dei suoi account di posta elettronica o social media, per esempio. Potrebbe anche condurre gli utenti a un app store illegittimo, dove scaricare inconsapevolmente app dannose contenenti virus, spyware, trojan o altro tipo di malware impiegato per il furto di dati, la violazione della privacy (GPS o lista di contatti rubati, chiamate / messaggi intercettati), l’estorsione di ransomware o talvolta il cryptomining. Un’altra tecnica dei criminali informatici è un honeypot: la creazione di una rete Wi-Fi non sicura che promette Internet gratis a chiunque scansioni il codice QR. Una volta che un dispositivo è collegato, gli hacker possono spiare o intercettare i dati condivisi e rubare informazioni di identificazione personale, dati aziendali riservati, credenziali bancarie online e informazioni della carta di credito. Poiché lo smart working probabilmente continuerà, è importante essere consapevoli di questi metodi e collegarsi solo a reti Wi-Fi sicure. Codici QR: pensa prima di scansionare Come proteggerci? A occhio nudo, non c’è modo di dire se un codice QR è stato abusato dai criminali, ma ci sono molte precauzioni che si possono prendere per evitare di caderne vittime. Gli amministratori IT devono effettuare controlli regolari sull’integrità dei loro siti e applicazioni per assicurarsi che il codice e il link che stanno fornendo siano corretti. Devono monitorare sia la versione web che quella mobile del browser, poiché i cybercriminali sono noti per compromettere solo quest’ultima al fine di ridurre la possibilità di rilevamento. I datori di lavoro dovrebbero fornire al personale una formazione sulla sicurezza IT per renderli consapevoli dei rischi per l’organizzazione e se stessi. Questi includono l’uso di password forti e uniche sia per gli account personali che per quelli di lavoro, l’impostazione dell’autenticazione a più fattori e l’identificazione delle e-mail di phishing, così come degli ambienti virtuali non sicuri. Poiché molti dipendenti continuano a lavorare dall’esterno dell’azienda, la formazione sulla consapevolezza IT fornirà alla forza lavoro remota la conoscenza e la preparazione per prendere decisioni sensate, impedendo agli attaccanti di ottenere l’accesso a qualsiasi rete personale e aziendale, dispositivi e dati. A tutti noi è stato insegnato di “pensare prima di cliccare” su un link o un’e-mail sospetta, ma ora è il momento di rivedere questo concetto per i codici QR – quindi pensa prima di scansionare. Non procedere con un codice QR se non sai dove ti porterà, e visualizza l’anteprima del sito web e il nome del dominio per assicurarti di essere dove aspettavi di essere indirizzato. Ci sono molte app sicure per la scansione dei codici QR che permettono agli utenti di vedere in anteprima i siti web. Molti browser consentono anche di disabilitare i reindirizzamenti automatici ai siti, per consentire agli individui di controllare il dominio dell’URL e decidere se è degno di fiducia, fornendo ulteriori informazioni prima di agire. Assicurati di scaricare solo applicazioni da fonti affidabili come l’App Store di Apple o il Play Store di Google e di aggiornare continuamente tutti i dispositivi intelligenti per beneficiare delle ultime protezioni di sicurezza. In sintesi, i suggerimenti sono: Pensare prima di eseguire la scansione Controllare dopo la scansione Essere consapevoli e attenti Come per ogni tecnologia in rapida ascesa, è probabile che assisteremo a un aumento dei tentativi dei cyber criminali di abusare dei codici QR nei prossimi mesi, quindi è fondamentale essere consapevoli dei rischi per prendere le giuste precauzioni. Pensate attentamente prima, durante e dopo la scansione dei codici QR per massimizzare la possibilità di proteggere Di Anna Chung, analista principale presso Unit 42, team di threat intelligent di Palo Alto Networks Fonte: BitMat.it
Quali sono i malware più pericolosi e come difendersi?

Panda Security ha preso in esame le 4 tipologie di malware più diffuse e pericolose, suggerendo come difendersi attraverso semplici passi Mai come nel 2021, dopo l’enorme crescita di cyberattacchi legati alla pandemia di Covid-19 registrata lo scorso anno e ai malware più pericolosi diffusi, il tema dell’uso sicuro di Internet per bambini e adulti assume un’importanza fondamentale. Secondo la Polizia Postale i cyberattacchi in Italia nel 2020 sono aumentati del 353%, mentre il Rapporto Clusit 2020 evidenzia come gli attacchi a tema Covid-19 siano stati condotti nel 61% dei casi con campagne di “Phishing” e “Social Engineering”, anche in associazione a “Malware” (21%), colpendo tipicamente i cosiddetti “bersagli multipli” (64% dei casi): si tratta di attacchi strutturati per danneggiare rapidamente e in parallelo il maggior numero possibile di persone ed organizzazioni. Gli esperti Clusit rilevano che le tecniche di attacco quali SQLi, DDoS, Vulnerabilità note, Account cracking, Phishing e Malware rappresentano il 76% del totale, e la tendenza non mostra inversioni rispetto ai semestri precedenti. Proprio per questa ragione Panda Security ha preso in esame le 4 tipologie di malware più diffuse e pericolose, suggerendo come difendersi attraverso semplici passi Ransomware Il ransomware è un piccolissimo virus informatico, tanto letale quanto semplice, che codifica i file presenti nel dispositivo infettato. Una volta criptato, il computer diventa inutilizzabile perché il sistema operativo e i software non possono più accedere ai dati. Se il tuo PC è stato infettato e criptato da un malware, sullo schermo vedrai un messaggio (la parte del ricatto vero e proprio di questo attacco informatico) in cui viene ti offerta la chiave di decrittazione dei file, ovviamente a pagamento. Spesso, questo viene chiesto in Bitcoin o altre criptovalute, perché impediscono il tracciamento dei pagamenti. Di solito, come spiega anche la polizia postale, pagare il riscatto non è una buona idea, perché non si ha nessuna garanzia che, una volta pagato, l’hacker invii la chiave di decriptazione. L’unica arma davvero sicura contro i ransomware è avere sempre un backup aggiornato dei file sul computer. In questo modo, non solo ti assicuri di non dover pagare il riscatto, ma in più ti permette di ripristinare tutti i dati, cosa che a volte non è possibile con la chiave di decodifica perché i ransomware non funzionano molto bene. Trojan I famosi, famosissimi cavalli di Troia, conosciuti fin dagli albori di Internet, che prendono il nome dall’astuto marchingegno con cui Ulisse riuscì a espugnare le forti difese dei troiani con l’inganno. Ed è proprio su questo, l’inganno, che si regge la similitudine alla base del nome di questo virus. Una volta installato, il trojan aspetta di essere attivato, proprio come i soldati che si nascosero all’interno della grande statua di legno. Questa macrocategoria di malware può fare molte cose, come cancellare o danneggiare i dati, installare una backdoor nel sistema per consentire l’accesso agli hacker, installare altri malware o spiare la connessione al servizio di banking online (trojan bancario), tanto per citarne alcune. Inoltre, oggi i trojan sono il metodo più utilizzato per infettare i computer e connetterli alle botnet, le famose reti di computer zombie controllare da remoto. Queste reti vengono utilizzate per lanciare attacchi DDoS (Distributed Denial of Service) o per rubare direttamente dati dai computer. Spyware Tra i malware più pericolosi vi sono gli spyware. Le reti e i sistemi informatici di oggi sono molto sicuri e per un hacker non è più così facile come venti anni fa rubare le password di un utente. Inoltre, anche quando una banda di cybercriminali riesce a violare un database di credenziali di accesso (nome utente e password), di solito può farci ben poco, perché la maggior parte utilizza protocolli di crittografia avanzati e potenti. Ecco allora che gli hacker hanno inventato uno stratagemma differente per aggirare il problema della crittografia, gli spyware. Una volta installato, questo tipo di malware registra vari tipi di informazioni, dai dati sul funzionamento del sistema fino a ciò che viene digitato sulla tastiera. Esistono addirittura spyware così avanzati da ricostruire informazioni sul sistema in base ai suoni emessi dai componenti hardware. Poi, lo spyware approfitta della connessione a Internet per inviare i dati rubati al criminale che lo controlla da remoto. L’hacker in questione, grazie a particolari software sviluppati ad hoc, è in grado di ricostruire i dati originali, ad esempio le parole o le frasi digitate. Tra queste, cercherà quelle compatibili con le credenziali di accesso e violerà gli account della vittima. Worm I worm (letteralmente vermi), sono tra i malware più pericolosi. Si tratta di virus pensati per infettare un computer e replicarsi su tutti i sistemi che incontrano, diffondendo al massimo l’infezione, ad esempio all’interno della rete aziendale o tra gli utenti di un servizio basato sul web a cui è connesso uno degli end point infetti. Questo significa anche che l’infezione può estendersi rapidamente dal proprio computer desktop al portatile e altri dispositivi connessi alla rete Wi-Fi di casa. Le versioni più complete e avanzate di worm sono in grado di accedere alla rubrica di indirizzi e-mail del programma di posta elettronica per “farsi spedire” ad altre persone e così continuare a diffondersi. Il più delle volte, l’infezione in sé non comporta danni per il computer o perdite di dati, ma può essere rilevato a causa di un rallentamento generale del sistema. L’obiettivo dei worm è diffondersi il più possibile e poi inoculare altri virus o malware (payload). Ad esempio, il famoso MyDoom riuscì a infettare milioni e milioni di computer in tutto il mondo, utilizzandoli per inviare e-mail di spam. Come proteggersi dai 4 malware più pericolosi I malware appena descritti possono causare danni di entità variabile, da piccole perdite di dati o cali delle prestazioni generali del dispositivo fino alla compromissione completa di tutto il materiale salvato. In ogni caso, non bisogna mai sottovalutare le infezioni da malware, per quanto modeste o contenute esse siano. Il modo migliore in assoluto per proteggerti da questi tipi di malware è installare un antivirus potente, che soddisfi due esigenze fondamentali: rilevare i virus in base alle informazioni del proprio database e riconoscere potenziali minacce attraverso l’analisi di piccole parti dei file sul computer (analisi euristica). Inoltre, dato che l’organizzazione è una parte importantissima nella prevenzione delle infezioni, è
Data Loss Prevention: come affrontare gli attacchi esterni e interni

Le violazioni dei dati sono uno dei rischi più sentiti dai CISO, perché contrastarle spesso sembra una sfida impossibile. Queste possono verificarsi in molti modi, ma non ci sono solo gli hacker che espongono migliaia o milioni di record con informazioni sensibili di identificazione personale (PII), segreti commerciali, comunicazioni private o altre proprietà intellettuali. Le fughe di informazioni privilegiate dall’interno dovute a dolo, negligenza o semplice ignoranza rappresentano anch’esse una minaccia per la protezione dei dati e la privacy. Recentemente, il 2020 Cost of Insider Threats Global Report di Ponemon Institute ha rilevato che il 62% delle minacce da insider è causato solo da negligenza da parte dei dipendenti, non da dolo, percentuale aumentata del 47% negli ultimi due anni, e che il costo di tali incidenti è salito del 31%, passando da 8,76 milioni di dollari a 11,45 milioni di dollari. Con il passaggio al lavoro a distanza causato dalla pandemia, il potenziale di perdite di informazioni privilegiate è in aumento. Come osservato da Deloitte: “La pandemia può incrementare il rischio che la negligenza o gli insider malintenzionati possono rappresentare per asset e dati critici. Vista questa “nuova normalità”, è utile perfezionare in modo proattivo gli approcci attuali per proteggere meglio gli asset critici in presenza di minacce emergenti”. Come possono i CISO perfezionare gli approcci attuali e affrontare queste molteplici sfide in modo efficace, visto che il futuro è sempre più caratterizzato dal cloud computing, dal lavoro a distanza e da catene di fornitura digitali ampiamente distribuite? Una delle tecnologie più importanti per affrontare sia gli attacchi esterni che le minacce interne è la prevenzione della perdita di dati (DLP), tecnologia solitamente adottata on-premise e accessibile solo alle imprese più grandi. Negli ultimi anni, il DLP è stato integrato in applicazioni specifiche, come l’e-mail, ma fino ad ora non era disponibile con un approccio completo e basato sul cloud. Oggi questo è cambiato e le aziende di ogni dimensione possono trarre vantaggio da soluzioni DLP basate sul cloud integrate in tutti i punti di controllo dell’organizzazione. Un approccio moderno oggi fondamentale, poiché un numero sempre maggiore di aziende utilizza applicazioni basate su cloud per videoconferenze, condivisione di file, e-mail, con la conseguenza di avere dati sensibili memorizzati ovunque e quindi esposti a rischio. Ma proprio come il cloud sta causando disagi, può anche venirci in aiuto. Per le organizzazioni che si impegnano a proteggere i propri dati, un approccio DLP basato sul cloud è fondamentale. I DLP esistenti rappresentano una sfida I sistemi DLP esistenti sono tipicamente complessi, costosi e imprecisi. Quelli efficaci sono accessibili solo a imprese molto grandi, disposte a spendere milioni di euro per implementazione, funzionamento e gestione. Sono difficili da installare e richiedono l’integrazione di molti strumenti di terze parti, come agenti, proxy e file PAC. Gli approcci legacy sono anche afflitti da falsi positivi che segnalano erroneamente i dati di tutti i giorni come sensibili e costringono un amministratore a controllare manualmente tutti gli avvisi per determinare quali sono corretti. Attività che, dato anche l’attuale skill gap, rappresenta uno spreco di risorse. Adottare un approccio DLP on-premise significa spendere per l’acquisto di una licenza, che è una voce importante. L’hardware è un’altra voce di spesa – database, server e proxy – e, naturalmente, la manutenzione che richiede spesso un team numeroso. Abbracciate il futuro del cloud L’azienda media statunitense si avvale di oltre 1000 servizi in cloud, dalle applicazioni di collaborazione agli strumenti HR. Molte di queste app sono Software as a Service (SaaS), in cui tutto si svolge nel cloud e la sicurezza dei file è al di fuori del firewall aziendale, nelle mani del fornitore di servizi cloud. La quantità di dati che risiedono in cloud e che deve essere protetta è vasta e in crescita. Con un DLP basato sul cloud, non serve gestire tutta questa complessità, o implementare tutto l’hardware necessario o avere più persone che passano il loro tempo a svolgere compiti ripetitivi. Un approccio DLP cloud mette l’apprendimento automatico e l’automazione alla portata di tutte le organizzazioni. Livella il campo di gioco in modo che un’impresa di medie dimensioni possa avere lo stesso livello di protezione di una molto grande. Assicura inoltre la conformità l. Le normative sui dati non solo sono in costante aumento nel rigore, ma ne appaiono regolarmente di nuove e tenerne il passo è un onere. Un approccio cloud può tracciare tutte le normative in modo centralizzato e aggiungere automaticamente tutti i modelli e i tipi di informazioni di cui l’organizzazione ha bisogno, oltre a fornire modelli di conformità. Un approccio DLP cloud offre un modo migliore per proteggere i dati. Inoltre, ci sono diverse best practice che possiamo raccomandare per proteggersi dai rischi di perdita dei dati sensibili: Visibilità: Sapere quali sono i dati della vostra organizzazione e dove sono memorizzati. Sono sul cloud pubblico, sui dispositivi, sul cloud privato? Notifica: Avvisare gli utenti quando stanno per mettere a rischio le informazioni. Fategli sapere se stanno cercando di caricare qualcosa di sensibile in un luogo con accesso pubblico. Ad esempio, avvertite un membro dello staff che ha 20 file con numeri di carta di credito memorizzati nel suo account Gmail. Comunicare alle persone come stanno gestendo le informazioni sensibili è un passo fondamentale per migliorare la sicurezza. Educazione: Sforzatevi di offrire training su come rafforzare la sicurezza. Forse l’azienda ha un repository per file aziendali criptato in cui le informazioni sensibili possono essere condivise in modo sicuro, ma i dipendenti non ne sono a conoscenza. Alcune aziende hanno visto una riduzione del 50% o più del rischio di perdita di dati semplicemente educando le persone sulle pratiche di sicurezza. Protezione: Alla fine, in alcuni casi, il sistema dovrà impedire attivamente il trasferimento di informazioni bloccando ad esempio il caricamento di un documento nel cloud perché troppo sensibile. Il sistema potrebbe però anche fare un passo in più e spostare il file in un luogo sicuro, criptarlo e inoltrare all’utente un link protetto per accedervi in sicurezza. Le informazioni sono ovunque in un’organizzazione. Per salvaguardare i dati
Attacchi informatici: attenzione agli antivirus manipolati

Gli antivirus sono da sempri ritenute uno scudo importante contro le minacce informatiche, ragion per cui hanno riscosso l’interesse dei cybercriminali quali potenziali punti di ingresso nella rete aziendale – sia perché un antivirus manipolato non è più in grado di impedire gli attacchi informatici, sia perché spesso si presta alla veicolazione di tali attacchi. Questo nuovo approccio la dice lunga sull’evoluzione dei cyberattacchi e sulle possibili risposte. Perché veicolare un attacco informatico tramite soluzioni antivirus? Può sembrare illogico: i cybercriminali non rischiano di far scattare l’allarme quando attaccano un antivirus? Con la costante evoluzione dei software antivirus, il tentativo degli aggressori di celare il malware utilizzando codici offuscati si rivela sempre più difficile. Pertanto, ora tentano di disattivare l’antivirus prima di lanciare l’attacco vero e proprio. Oppure usano il programma antivirus per ottenere privilegi più elevati sul computer attaccato: attribuirsi privilegi d’uso su una macchina è sempre e comunque il Santo Graal dei cybercriminali. “Molti attacchi iniziano con il tentativo di prendere il controllo di un servizio non protetto e con un basso livello di privilegi”, spiega Sébastien Viou, cyberevangelista di Stormshield. Ulteriori vulnerabilità consentono poi di prendere il controllo di processi di livello superiore, che consentono l’esecuzione di comandi. Da questo punto in poi, si può estendere il raggio d’azione. Secondo Viou, questo approccio è abbastanza semplice. Più difficile e dispendioso in termini di tempo è identificare le vulnerabilità sfruttabili, ma alla fine dei conti, gli aggressori trovano sempre quello che cercano, anche nelle soluzioni antivirus. Se riescono a manipolare la protezione antivirus, i cybercriminali possono ottenere privilegi amministrativi su un computer, o persino attribuirsi il ruolo di amministratori di dominio. Estensione della superficie d’attacco Le soluzioni antivirus sono dei software. Ciò significa linee di codice e potenziali bug che possono evolvere in vulnerabilità. “Nella programmazione, in media, c’è un bug circa ogni 1000 linee di codice. E un software può contenere diverse migliaia di linee di codice. Qualunque software aggiunto ad un dispositivo ne aumenta la superficie di attacco, afferma Sébastien Viou. E’ un rischio che si corre sempre”. Le tre fasi di un attacco Un esempio di una diffusa vulnerabilità sfruttata per manipolare un antivirus è rappresentato dai collegamenti simbolici a file o cartelle. Lo scopo è quello di attirare l’attenzione del programma antivirus su un file diverso da quello contenente il malware. Il secondo passo è quello di acquisire diritti di accesso. Le soluzioni di sicurezza dispongono di privilegi elevati sulla postazione di lavoro in modo da poter interrompere processi o applicazioni se necessario. Se si riesce ad entrare nella gestione del sistema come amministratore, si ha accesso illimitato al dispositivo e non solo: “dato che il software antivirus di norma è installato su tutti i computer dell’azienda, trovare una vulnerabilità su un computer significa che può essere sfruttata sul resto dei dispositivi”, avverte Viou. La terza fase dell’attacco è la più dannosa: “Gli aggressori cercano di essere discreti nelle fasi iniziali per infettare il maggior numero possibile di computer prima di passare al furto di dati, al blocco delle postazioni di lavoro o all’interruzione della produzione. Di solito questo è il momento in cui si nota l’attacco: improvvisamente non si ha più accesso alle applicazioni e ai dati. Da qui in poi il panico è più che giustificato, perché è già troppo tardi”, spiega Viou. Il ruolo dell’architettura software Prima di essere immesse sul mercato, le soluzioni di sicurezza informatica vengono controllate per verificare che non ci siano bug o errori strutturali. Nonostante queste precauzioni, nessuna soluzione di sicurezza può garantire l’assoluta assenza di bug. Pertanto, per mitigare i rischi che possono sorgere, si dovrebbe optare per architetture più robuste e sicure. Ad esempio, la scelta di un’architettura software basata su microservizi offre una maggiore resilienza rispetto a una soluzione monolitica. Questo tipo di architettura consiste nel segmentare i diritti di accesso a determinati processi e nell’isolare il flusso di lavoro di ogni servizio, riducendo al minimo la superficie di attacco e limitando la diffusione del malware. Inoltre, la scelta di tecnologie affidabili, conformi alle direttive europee, riduce anche i rischi derivanti da potenziali backdoor.
Password: l’80% delle aziende non ha ancora imposto dei criteri

Le recenti ricerche di Acronis pongono l’accento su una potenziale minaccia globale alla privacy e alla sicurezza dei dati delle organizzazioni di tutto il mondo, mettendo in guardia le aziende sull’esigenza di azioni immediate per evitare attacchi potenzialmente devastanti. La recente ricerca condotta dagli esperti di Cyber Security che operano presso i CPOC (centri operativi di Acronis per la Cyber Protection) rivela che l’80% delle aziende non ha ancora imposto criteri per l’uso delle password. Tra il 15 e il 20% delle password utilizzate negli ambienti di business include il nome dell’azienda, uno stratagemma che ne semplifica l’individuazione. Due recenti violazioni di alto profilo esemplificano il problema: prima dell’attacco alla sua piattaforma Orion, l’azienda SolarWinds era stata avvisata della presenza di una password debole di uno dei server di aggiornamento: “solarwinds123”; secondo alcune informazioni, l’account Twitter dell’ex presidente Donald Trump fu hackerato perché la password “maga2020!” era facilmente intuibile. Nelle organizzazioni che non hanno imposto criteri per le password, i ricercatori riscontrano l’impiego delle password predefinite; fino al 50% di queste sono classificate come deboli. La larga diffusione dell’uso di password deboli e l’elevato numero di dipendenti che lavorano da casa come conseguenza della pandemia di COVID-19 in corso, rendono poco sicuri i sistemi di questi telelavoratori, e gli hacker ne approfittano. Nel corso del 2020, gli analisti di Acronis hanno registrato un sostanziale aumento del numero degli attacchi cyber, con una forte incidenza dello stuffing delle password, al secondo posto dopo il phishing. “L’improvvisa corsa al telelavoro dovuta alla pandemia ha incentivato l’adozione di soluzioni cloud, spiega Candid Wüest, Vicepresident Cyber Protection Research di Acronis. Nell’attuare questa transizione, tuttavia, molte aziende non hanno tenuto nella dovuta considerazione le esigenze di Cyber Security e protezione dei dati. Oggi queste aziende si accorgono che garantire la privacy dei dati è un fattore cruciale di una strategia di Cyber Protection olistica che integri sicurezza e protezione dei dati, e che è imprescindibile implementare misure di difesa più rigide per chi lavora da remoto”. Rischi finanziari e di reputazione Mentre il mondo imprenditoriale riconosce che una Cyber Protection avanzata può garantire la privacy dei propri dati e di quelli dei clienti, gli utenti digitali non sono ancora sufficientemente sensibili al tema. Uno studio rivela che il 48% dei dipendenti ammette una minore attitudine a rispettare le regole di sicurezza dei dati quando lavora da casa. Secondo gli analisti dei centri CPOC di Acronis, l’insufficiente protezione attiva delle password e la tendenza a infrangere le procedure di Cyber Security dei telelavoratori sono tra le cause dell’aumento delle fughe di dati previsto per il 2021, che avrà un pesante impatto finanziario poiché i criminali potranno accedere con più facilità a informazioni aziendali preziose, e appropriarsene. È una tendenza già osservata per gli autori di attacchi ransomware, che rubano dati riservati o imbarazzanti minacciando di pubblicarli se la vittima non versa un riscatto. Nello scorso anno, Acronis ha identificato più di 1.000 aziende a livello globale che hanno subìto una perdita di dati in seguito a un attacco ransomware. Adozione di tecniche di autenticazione più rigide Per evitare che una violazione dei dati provochi costosi tempi di inattività, danni alla reputazione e sanzioni amministrative, le organizzazioni devono rafforzare i requisiti di autenticazione necessari per accedere ai dati aziendali. Acronis e altri esperti di Cyber Security raccomandano le seguenti best practice: L’autenticazione a più fattori (MFA), che richiede agli utenti di completare due o più metodi di verifica per accedere alla rete, ai sistemi o alla VPN dell’azienda, dovrebbe diventare la norma in tutte le organizzazioni. Combinando le password con un metodo di verifica aggiuntivo, come la scansione dell’impronta digitale o un PIN casuale generato da un’app mobile, l’azienda resta protetta anche se il criminale indovina o manomette la password di un utente. Il modello Zero trust dovrebbe essere adottato per garantire la sicurezza e la privacy dei dati. A tutti gli utenti, che lavorino da remoto o all’interno della rete aziendale, è richiesto di autenticarsi, di comprovare le autorizzazioni di accesso e di convalidare costantemente la propria identità per accedere e utilizzare i dati e i sistemi dell’azienda. L’analisi comportamentale di utenti ed entità, o UEBA (User and Entity Behavior Analytics), facilita l’automazione della protezione aziendale. Monitorando la normale attività degli utenti tramite analisi statistiche e basate su IA, il sistema individua i comportamenti che esulano dagli standard, in particolare quelli che possono indicare una violazione e un furto di dati in corso. Sebbene il Data Privacy Day 2021 sia una straordinaria opportunità per focalizzare l’attenzione sui potenziali rischi per la privacy dei dati, i ricercatori dei CPOC di Acronis hanno identificato altre tendenze relative alle minacce informatiche, che quest’anno pongono grandi sfide agli amministratori di sistema, ai provider di servizi gestiti e ai professionisti della Cyber Security. La ricerca Acronis Cyberthreats Report, di recente pubblicazione, offre un’analisi completa dell’argomento. Fonte: BitMat.it
Data breach: l’importanza di identificarli

Rilevarli proattivamente consente alle PMI di subire il 40% di danni finanziari in meno. Non informare in modo tempestivo i clienti in merito ad un possibile data breach, comporta ripercussioni finanziare e danni reputazionali gravi. Tra i casi che hanno avuto grande risonanza ricordiamo, ad esempio, Yahoo! che è stato multato e giudicato negativamente per non aver informato gli investitori di aver subito una violazione dei dati e Uber che è stato multato per aver nascosto un incidente simile. L’indagine di Kaspersky, che si basa su un sondaggio a livello globale fatto su 5.200 professionisti che operano in ambito IT e cybersecurity, evidenzia come le aziende che prendono in mano la situazione e comunicano proattivamente gli incidenti informatici solitamente riescono a limitare i danni. In media si stima che le perdite subite da una PMI che comunica apertamente un data breach ammontino a 93 mila dollari, mentre chi lascia che la notizia dell’incidente trapeli attraverso i media subisce in media un danno economico pari a 155 mila dollari. Lo stesso vale per le enterprise. Infatti, le grandi aziende che informano volontariamente i propri clienti riguardo una possibile fuga di dati subiscono il 28% in meno di danni economici rispetto a chi lascia ai media il compito, rispettivamente 1.134 milioni di dollari contro 1.538 milioni. Dall’indagine è emerso, inoltre, che solo il 46% delle aziende ha rivelato un data breach in modo proattivo. Il 30% delle aziende che ha subito un furto di dati ha preferito non comunicarlo pubblicamente. Quasi un quarto (24%) delle aziende ha provato a nascondere l’incidente ma senza successo. Anche nei casi in cui le aziende riescono a non far trapelare l’incidente questo si rivela comunque un approccio non corretto. Queste aziende si sottopongono al rischio di subire perdite peggiori nel caso in cui l’incidente venga rivelato in un secondo momento. Inoltre, il sondaggio ha dimostrato che i rischi sono particolarmente elevati per quelle aziende che non riescono a individuare tempestivamente un attacco. Il 29% delle PMI che ha impiegato più di una settimana a identificare la violazione subita, si è ritrovato a leggere sui media la notizia dell’attacco. Questo dato è quasi il doppio rispetto alle aziende che hanno rilevato tempestivamente l’incidente (15%). Il trend è confermato anche per le grandi imprese, rispettivamente il 32% e il 19%. “Una divulgazione proattiva da parte dell’azienda può aiutare a ribaltare la situazione a proprio favore, andando oltre al semplice impatto economico. Se i clienti ricevono le informazioni direttamente dall’azienda, sono più inclini a dare fiducia al brand. Inoltre, l’azienda potrebbe cogliere l’occasione per informare i propri clienti su ciò che possono fare per non subire perdite. Così facendo, le aziende avrebbero anche la possibilità di raccontare la vicenda dal proprio punto di vista, condividendo con i media informazioni corrette e affidabili, anziché lasciare a fonti esterne il compito di descrivere la situazione e rischiare che lo facciano in modo non corretto”, ha commentato Yana Shevchenko, Senior Product Marketing Manager di Kaspersky. Per ridurre la possibilità di subire conseguenze disastrose in seguito ad una violazione dei dati, Kaspersky suggerisce alle aziende di mettere in atto queste misure preventive: Per il rilevamento avanzato delle minacce a livello di endpoint aziendale, l’indagine, la ricerca proattiva delle minacce e una risposta rapida, si consiglia di implementare soluzioni EDR come Kaspersky Endpoint Detection and Response. Le aziende più piccole che hanno competenze limitate in ambito di cybersecurity possono usufruire di Kaspersky EDR Optimum che fornisce funzionalità EDR di base, includendo visibilità migliore degli endpoint, la root cause analysis semplificata e un’opzione di risposta automatica. Oltre alla protezione degli endpoint, le imprese dovrebbero implementare una soluzione di sicurezza di livello aziendale in grado di rilevare le minacce avanzate sulla rete e che sia anche dotata di threat intelligence, come Kaspersky Anti Targeted Attack Platform. Questa soluzione offre protezione dai cybercriminali più esperti che preferiscono un approccio multi-vettoriale e che spesso combinano tra loro diverse tecniche per un singolo attacco informatico. Per rispondere in modo tempestivo ad un attacco informatico, è opportuno avere una prima linea di difesa composta da un Incident Response Team (IRT) interno all’azienda e delegare la gestione di problemi più complessi a professionisti esterni. Introdurre un programma di formazione per i dipendenti con l’obiettivo di educarli a riconoscere un incidente informatico e informarli su quali comportamenti adottare, come ad esempio contattare immediatamente il dipartimento di sicurezza informatica dell’azienda. Prendere in considerazione la possibilità di organizzare una formazione specifica per tutte le parti coinvolte nella gestione delle conseguenze di una violazione dei dati, compresi gli specialisti della comunicazione e il responsabile della sicurezza IT come Kaspersky Incident Communications. Il report completo è disponibile a questo link. Fonte: BitMat.it
GDPR: come gli hacker sfruttano la normativa a loro vantaggio

Oltre a crittografare i dati esfiltrano una copia dei documenti minacciando di pubblicare online tutti i dati. Negli ultimi mesi, però, gli esperti di sicurezza hanno lanciato un allarme riguardante un “effetto collaterale” del regime sanzionatorio introdotto con il GDPR. A sfruttare la normativa a loro vantaggio sono pirati informatici specializzati negli attacchi alle aziende che, normalmente, utilizzavano per le loro operazioni i cosiddetti crypto-ransomware. Questa tipologia di malware è progettata per agire in chiave estorsiva ai danni della vittima, attraverso la codifica tramite crittografia di tutti i dati e documenti presenti sui computer infetti. Chi subisce un attacco di questo tipo si trova in una situazione paradossale: tutti i dati sono presenti sui suoi sistemi, ma non può accedervi senza la chiave crittografica che è in possesso dei pirati. Lo schema, ormai adottato da numerosi cyber criminali, prevede poi la richiesta di un “riscatto” (a volte milionario) per ottenere la chiave di decodifica e ripristinare i dati presi “in ostaggio”. Inutile dire che il meccanismo nasconde numerose insidie e che percorrere la via del pagamento del riscatto è estremamente rischioso. La cronaca, infatti, ha registrato numerosi casi in cui i pirati informatici non hanno fornito la chiave crittografica nonostante il pagamento o, addirittura, hanno reiterato l’estorsione. La reazione corretta a un attacco di questo genere, così come confermano forze di polizia ed esperti di cyber security, prevede la denuncia del data breach e il ripristino dei dati attraverso strumenti specializzati o, in assenza di alternative, dei backup di sistema. Negli ultimi mesi, però, i pirati informatici hanno modificato il loro modus operandi per poter esercitare una pressione maggiore sulle loro vittime. Oltre a crittografare i dati, togliendone la disponibilità al legittimo proprietario, esfiltrano una copia di tutti i documenti. Nel documento che richiede il pagamento del riscatto, a questo punto, viene anche ventilata la minaccia di pubblicare online tutti i dati, innescando un meccanismo per cui l’azienda vittima dell’attacco rischierebbe anche di subire le (salatissime) sanzioni previste dal GDPR. A inaugurare questa strategia nel dicembre 2019 è stato un gruppo come Sodinokibi, seguito a ruota da altre gang di cyber criminali specializzati in attacchi ransomware. Uno di questi, chiamato Maze, ha addirittura creato un sito sul Dark Web in cui vengono sistematicamente pubblicati i dati rubati alle vittime che non cedono al ricatto. L’invito, in pratica, è quello di pagare il riscatto per poter tenere sotto silenzio l’accaduto ed evitare le indagini sul data breach da parte dell’autorità garante. Inutile dire che, anche in questo caso, il fatto che i cyber criminali rispettino i patti è tutt’altro che garantita. Sono molti i casi in cui, nonostante il pagamento, le informazioni sottratte sono state comunque divulgate, mettendo le vittime in una situazione ancora più complicata di fronte alle autorità. L’intera vicenda conferma la sorprendente creatività dei pirati informatici e, allo stesso tempo, come la linea per contrastarne l’attività possa passare solo da una rigorosa e puntuale esecuzione delle procedure. Qualsiasi “scorciatoia” rischia infatti di trasformarsi in un vero disastro. A cura di Francesco Pagano, Consigliere Aidr e Responsabile servizi informatici Ales spa e Scuderie del Quirinale Una normativa finalmente organica per regolare il trattamento dei dati personali. Il GDPR, entrato in vigore nel maggio 2018, ha senza dubbio portato a un miglioramento nel panorama complessivo della cyber security. Attraverso la previsione di obblighi puntuali e, non ultimo, di un sistema sanzionatorio per chi non adegua procedure e policy a quanto previsto, il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati ha obbligato numerosi soggetti ad adeguarsi a quelle best practice che consentono di tutelare la riservatezza dei dati e la privacy degli utenti. Fonte: BitMat.it