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Sicurezza cloud indebolita: cosa devono fare le aziende?

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Un numero sempre più elevato di aziende non è in grado di proteggere l’Identity Access Management e di conseguenza la sicurezza cloud si indebolisce. Una nuova ricerca di Unit 42 evidenzia come oggi gli ambienti cloud siano più suscettibili agli attacchi rispetto alla fine dello scorso anno. L’indebolimento della sicurezza cloud è dovuto al significativo aumento del numero di organizzazioni che non hanno abilitato l’autenticazione a più fattori (MFA), né ruotato le chiavi di accesso o che hanno utilizzato account di servizio troppo permissivi nelle loro istanze con i cloud service provider (CSP). Questo le espone a un rischio maggiore di incidenti di sicurezza di alto profilo causati da account di gestione dell’identità e dell’accesso (IAM) compromessi per ambienti CSP. Questi risultati vanno a integrare il Cloud Threat Report 2H 2020 di Unit 42 in cui, nell’ottobre 2020, sono stati analizzati i rischi di sicurezza potenzialmente causati da configurazioni IAM errate negli ambienti cloud. Unit 42 esamina il cambiamento dei trend negli ultimi otto mesi, in particolare alla luce delle ramificazioni MFA altamente significative degli attacchi SolarStorm e Microsoft Exchange Server. Tra gennaio e giugno 2021, i ricercatori di Unit 42 hanno scoperto che la sicurezza cloud è più suscettibile ad attacchi oggi che nell’ottobre 2020. In particolare, hanno rilevato: Un incremento del 60% nel numero di aziende che configurano i bucket storage di Google Cloud in modo che siano accessibili a tutti gli utenti, mettendo i loro dati a maggior rischio. Un aumento del 42% nel numero di organizzazioni che non hanno abilitato le impostazioni MFA per gli account root sulla piattaforma Amazon Web Services (AWS). Un aumento del 22% nel numero di aziende che utilizzano AWS senza ruotare le chiavi di accesso per più di 90 giorni. Questi risultati (disattivazione dell’MFA, mancanza della rotazione delle chiavi e provisioning di account troppo privilegiati) sottolineano la necessità per le aziende di rafforzare le loro procedure operative di sicurezza DevOps.  Fonte: bitmat.it

Aziende vs Pandemia: quali sono state le strategie migliori?

La proattività delle aziende nella gestione dei rischi pandemici è stato un fattore decisivo per limitare l’impatto del COVID-19 sul business BDO, una delle principali organizzazioni internazionali di revisione e di consulenza aziendale in Italia e nel mondo, ha pubblicato i dati relativi all’indagine annuale Global Risk Landscape 2021, svolta su un campione di 500 C-level in tutto il mondo per capire come abbiano gestito durante lo scorso anno la prolungata situazione di incertezza causata dalla pandemia alle aziende, quali siano stati gli adattamenti effettuati sul loro modello di business per adeguarsi alle circostanze eccezionali e quali ostacoli abbiano dovuto superare per garantire continuità alle loro attività. Lo studio ha messo in evidenza l’importanza per le aziende di aver affrontato proattivamente i rischi derivati dall’evolversi della situazione pandemica. Infatti, più della metà (il 53%) delle Società che sono riuscite a gestire i fattori di incertezza ha dichiarato che l’impatto del Coronavirus sul proprio business è risultato essere “meno significativo” o “molto meno significativo” rispetto alle previsioni iniziali. Anche guardando al futuro, queste imprese si dimostrano ottimiste: il 51% di esse, infatti, si dice convinta di poter affrontare i rischi legati al Covid-19 nei prossimi sei mesi.  Tra le aziende avverse al rischio, invece, questa percentuale scende fino al 16% e ben il 52% di esse ha evidenziato che l’influenza della pandemia è stata peggiore di quanto stimato. Per il 25% degli intervistati, la difficoltà nel riconoscere la situazione di crisi è stato il più grosso ostacolo che ha impedito di prendere decisioni veloci ed efficaci. Analizzando i diversi settori di attività, quelli che sono riusciti ad adattarsi più rapidamente ai radicali cambiamenti causati dalla pandemia sono stati il manifatturiero, in grado di convertirsi alla produzione di dispositivi di protezione individuale e di strumenti di ventilazione, e i servizi professionali, che, nel 37% dei casi, hanno riportato un impatto sulle attività meno significativo di quanto preventivato. All’opposto, all’interno dei comparti maggiormente colpiti dalle misure di limitazioni degli spostamenti per limitare i contagi, come quello del tempo libero e hospitality, il 22% del campione ha sperimentato delle conseguenze sulle attività ancora peggiori delle aspettative. Il Global Risk Landscape ha poi messo in evidenza che solo poco più della metà (il 53%) dei rispondenti nel 2020 contemplava una “crisi sanitaria globale” all’interno dei fattori di rischio e, di questi, il 58% ha affermato che questo è stato di aiuto nella gestione della pandemia. In ogni caso, ben il 90% dei rispondenti ha ammesso che quanto accaduto lo scorso anno ha portato a una rivalutazione complessiva dei fattori di rischio per l’azienda. Tra le conseguenze dell’impatto del Covid-19 sulle organizzazioni messe in luce dall’analisi realizzata da BDO, la principale è risultata essere un’accelerazione della trasformazione digitale, indicata dal 57% del campione, con il 36% che ha affermato di aver aumentato gli investimenti in questo settore. Tuttavia, ancora solo una quota minoritaria degli intervistati (l’11%) utilizza gli strumenti tecnologici per individuare futuri rischi potenziali. La pandemia ha inoltre portato come risultato una maggiore focalizzazione delle aziende sulle componenti ESG (Environmental, Social and Governance): il 24% dei rispondenti ha infatti migliorato le proprie performance di sostenibilità ambientale, per esempio riducendo la loro “carbon footprint”, mentre il 20% ha ridefinito l’impatto sulla comunità del proprio business, diventando maggiormente responsabile dal punto di vista sociale. Infine, uno sguardo sui possibili futuri rischi individuati dagli intervistati vede al primo posto il rallentamento dell’economia e una ripresa più lenta del previsto, indicato dal 41% del campione; seguono un danno alla reputazione del brand e un aumento della concorrenza, entrambi indicati dal 35% del campione, e l’andamento macroeconomico, che raggiunge una quota del 30%. FOCUS SULL’EUROPA Secondo il 25% dei 200 manager C-level intervistati da BDO all’interno dell’area europea, l’impatto della pandemia si è rivelato “minore” o “molto minore” rispetto alle stime iniziali, ma per la metà degli intervistati la crisi ha riscontrato un’influenza maggiore delle aspettative sulle attività di business. Questo dato può essere spiegato con il fatto che solo il 52% delle imprese prevedeva la presenza di una pandemia o di una crisi sanitaria globale all’interno degli scenari di rischio. Un altro elemento da tenere in considerazione è l’importanza della tecnologia per prevedere future fonti di rischio: tuttavia solo il 16% delle aziende in Europa utilizza questo tipo di strumenti. Per questo motivo, il 34% del campione ha aumentato gli investimenti in nuove tecnologie e nella trasformazione digitale, accompagnando questa strategia ad altri cambiamenti come l’adattamento del proprio modello di business al nuovo scenario (per il 30%) e il consolidamento della supply chain (per il 27%). I C-level europei intervistati risultano però poco propensi ad aumentare la capacità aziendale di data analysis (opzione indicata solo dal 14%), probabilmente a causa di investimenti già effettuati nel settore in periodo pre-pandemico. Sul piano dell’organizzazione interna, la capacità di adeguarsi al nuovo scenario è stata ostacolata dal fatto di ignorare o non riconoscere il mutato contesto internazionale (per il 24% del campione) e dall’eccessivo focus sul contenimento dei costi (per il 20%). Anche in Europa, un’area che ha registrato un aumento dell’attenzione nel periodo di pandemia è quella degli aspetti ESG: per il 15% dei manager europei intervistati, infatti, occorre implementare misure più rigorose negli ambiti della sostenibilità, un dato superiore a quello registrato sul mercato Nord e Sud americano (10%) e nella zona APAC (8%). La survey di BDO ha inoltre evidenziato come il 41% dei rispondenti europei abbia ridotto l’impatto ambientale delle loro attività in seguito alla pandemia, mentre più della metà (il 54%) ha reso il proprio business maggiormente responsabile a livello sociale. Infine, tra i rischi maggiori che le organizzazioni dovranno affrontare nel prossimo futuro, i manager individuano il rallentamento economico o una ripresa più lenta del previsto (per il 40%), seguite dalle difficoltà a livello macroeconomico (31%) e dai fattori di instabilità geopolitica (27%). Fonte: bitmat.it

Come proteggere i tuoi dati di accesso come un professionista?

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Un suggerimento da prendere in considerazione per proteggere i dati personali come se si fosse un hacker consiste nell’attivare l’ autenticazione a due fattori. Le misure di sicurezza più diffuse e consigliate per gli utenti del world wide web sono più o meno le stesse su tutti gli account online e infatti, in generale, basta scegliere password lunghe e complesse, sceglierne diverse per ogni servizio e cambiarle regolarmente. È anche importante mantenere aggiornati anche il sistema operativo, il browser e il pacchetto antivirus. Gli aggiornamenti spesso risolvono i difetti di sicurezza, quindi le ultime versioni del software saranno anche le più sicure. Un suggerimento da prendere in considerazione per proteggere i dati personali come se si fosse un hacker consiste nell’attivare l’ autenticazione a due fattori. L’autenticazione (o verifica) a due fattori obbliga, a chiunque voglia, accedere a uno dei nostro account, a fornire più di un semplice nome utente e password:  infatti la procedura di autenticazione richiederà anche un codice secondario o un processo di verifica, spesso fornito su un altro dispositivo. Sfortunatamente, nulla può renderci sicuro al 100% online, perché ogni giorno vengono scoperte continuamente nuove vulnerabilità di sicurezza e non sempre c’è qualcosa che si può fare. Tuttavia, ridurre al minimo il rischio il più possibile è un imperativo quando si creano nuovi account in rete o si effettua registrazione a siti web che richiedono la comunicazione di dati sensibili. Certo, gestire tante password con tutti i criteri descritti non è facile, e ricordarsi ogni volta quella scelta per quel determinato account o per quel sito web sovente diventa davvero scocciante ovvero non si ricordano proprio. Sovviene in nostro aiuto il generatore di password. Cosa significa generatore di password? Un generatore di password è uno strumento software molto efficace, che crea password casuali o personalizzate per gli utenti. Aiuta gli utenti a creare password più efficaci che forniscono una maggiore sicurezza per un determinato tipo di accesso. I generatori di password aiutano coloro che devono inventare costantemente nuove password per garantire l’accesso autorizzato ai programmi e per gestire un numero elevato di password per la gestione dell’identità e degli accessi. Altri tipi di strumenti includono un archivio di password, in cui gli utenti gestiscono un numero elevato di password in un luogo sicuro. Alcuni tipi di generatori di password sono realizzati per generare password più riconoscibili piuttosto che un insieme di caratteri completamente casuale. Esistono strumenti per generare password pronunciabili, nonché strumenti personalizzati che consentono agli utenti di impostare criteri dettagliati. Ad esempio, un utente potrebbe impostare una richiesta per un certo numero di caratteri, un certo mix di lettere e numeri, un certo numero di caratteri speciali o qualsiasi altro criterio per generare una nuova password. Attenzione a proteggere la reimpostazione delle password Ogni account registrato su un sito web può essere a rischio di manomissione o furto di dati personali. Il trucco di scovare una password chiedendo di reimpostarla per un account è uno dei più utilizzati anche da chi non è un vero professionista del web. Questo accade perché per esempio in molti non prestano attenzione alla configurazione della domanda di sicurezza, la cui risposta va a rivelare la password se è stata dimenticata. Quando la risposta è facile da intuire, anche il nostro account diventa facile preda per chiunque, anche per eventuali amici furbi , vale quindi la pena andare a verificare le impostazioni di sicurezza di ogni account web e controllare la modalità di recupero della password, cancellando eventualmente quella tramite risposta a una domanda. Proteggere i propri dati come se fossimo noi stessi a derubarli Un modo efficace per proteggere i dati personali divulgati su internet sui siti web, nella creazione di account consiste nel simulare il furto di essi come se fossimo noi stessi a farli. Quando si naviga online e bisogna accreditarsi ad un sito per proseguire nella navigazione, da quando ci sono i social, viene richiesto di loggarsi direttamente con Facebook, Google ecc. Bene questa abitudine che può sembrare di facile utilizzo per l’utente finale, il quale, non deve registrarsi e perdere ulteriore tempo nello scrivere e divulgare i propri dati consiste proprio nell’eliminare le connessioni di account o app esterne. Inoltre, è necessario non inviare informazioni sensibili online tramite connessioni non crittografate (ad es. HTTP o FTP), perché i messaggi in queste connessioni possono essere captati con pochissimo sforzo: pertanto utilizzare connessioni crittografate come HTTPS, SFTP, FTPS, SMTPS, IPSec quando possibile. Se si sta viaggiando per essere sempre più sicuri si possono crittografare le connessioni internet prima configurando una rete VPN e alla fine della connessione basta chiudere il proprio browser quando si esce dal computer, altrimenti i cookie possono essere facilmente intercettati, rendendo possibile aggirare la verifica in due passaggi e accedere al tuo account con cookie rubati su altri computer. Fonte: bitmat.it

Attacchi Hacker in azienda: i dipendenti sono il “cavallo di Troia”

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CybaRefund stila le best practice per prevenire e ridurre i danni dovuti agli attacchi hacker in azienda a seguito di comportamenti involontari dei dipendenti nel 99% dei casi. Cresce la minaccia di attacchi hacker in azienda che mettono sotto scacco le imprese con azioni avanzate come il ransomware, un software intrusivo che blocca l’accesso a dati e sistemi: e il prezzo da pagare è sempre più alto. Nell’ultimo anno il costo medio per il ripristino dopo un attacco ransomware, che prevede la richiesta di un riscatto, è più che raddoppiato, e sono sempre più numerose le aziende che decidono di pagarlo (dal 26% nel 2020 al 32% nel 2021), con un costo medio che si attesta su oltre 147.000 euro. “Pagare, di norma, non è però una buona idea: compiuta la loro missione, infatti, gli hacker non guadagnano nulla dallo sbloccare i file”, evidenzia Gianluca Mandotti, CEO di CybeRefund, società benefit specializzata nella difesa e risarcimento contro i cyber attacchi. “È meglio, a seguito di un attacchi hacker in azienda, “investire” in un cyber negoziatore, professionista emergente che si occupa di prendere tempo affinché i dati sensibili rubati non siano divulgati, capire quali informazioni sono state sottratte, verificare se sono recuperabili e, se proprio necessario, negoziare il riscatto”. Secondo CybeRefund sono almeno una decina i danni che non solo il ransomware, ma in generale gli attacchi hacker in azienda possono causare: perdita e distruzione di informazioni cruciali, inattività del business, riduzione della produttività, danneggiamento di sistemi, dati e file in ostaggio, crollo della reputazione, oltre a un’interruzione dell’attività nel periodo post-attacco il cui costo si attesta su migliaia di euro al giorno. E, nei lavoratori, senso di vulnerabilità, frustrazione professionale, ansia e stress. Eppure sono quasi sempre i dipendenti i “cavalli di Troia” degli attacchi hacker in azienda che fanno leva su comportamenti inconsapevolmente scorretti quanto frequenti. La categoria più diffusa è quella degli impiegati identificabili come “attira malware” e derubati, ad esempio, del loro account e-mail, che finisce nel dark web; il “tallone di Achille” di altri è spesso la scelta infelice di una unica e semplice password per più account o la pigrizia nel cambiarla periodicamente; anche l’abitudine al “click facile” è comune, specie se si è sempre sommersi da e-mail e le si apre d’impulso senza badare al mittente, esponendosi al rischio di phishing. La pandemia da Covid-19 ha costretto aziende e PMI ad accelerare i processi di digitalizzazione: secondo il rapporto annuale Istat del 2021, in particolare, l’Italia ha destinato a questi progetti circa il 27% dei 235 miliardi di risorse comprese nel proprio PNRR e nei fondi React-Eu. Eppure si stenta ancora a inserire strumenti tecnologici nei processi in modo continuativo: solo il 37% delle PMI, per esempio, utilizza soluzioni avanzate di security, e, fra queste, è una minoranza (9%) ad avere un approccio evoluto rispetto alla digitalizzazione. Partendo da questi presupposti CybeRefund ha declinato il suo prodotto NautiLux anche per le società, con lo scopo di metterle in sicurezza dagli attacchi hacker in azienda attraverso la prevenzione attacchi, la difesa del dipendente e il risparmio dai gravi danni di un cyber attacco. “NautiLux per Aziende” punta a far raggiungere ai clienti il livello massimo di tutela operando su più fronti: la formazione (in aula o tramite e-learning), il monitoraggio continuo del dark web di tutte le identità aziendali, un contatto sempre raggiungibile a disposizione di ciascun dipendente e il supporto completo per ogni evento anomalo grazie al network legale del partner DAS Assicurazione (Gruppo Generali). “NautiLux, parte di un progetto Social Benefit di ampio respiro che ha fra i suoi obiettivi quello di promuovere la cultura digitale su larga scala, ha realizzato guide tematiche che aiutano le persone a essere sempre più consapevoli dei rischi digitali online”, commenta Gianluca Mandotti. Per ridurre quelli gli attacchi hacker in azienda, le linee guida stilate dalla startup consigliano di seguire 4 semplici best practice: backup frequenti e testati;aggiornamenti strutturati e regolari; restrizioni ragionevoli su dipendenti e collaboratori che lavorano con dispositivi contenenti file aziendali o utilizzano device collegati alle reti dell’azienda; e infine corretto monitoraggio delle credenziali, che tenga conto del turnover dei dipendenti e di eventuali mancati aggiornamenti delle password. Fonte: bitmat.it

Digital Marketing, quali sono i fattori determinanti?

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Digital marketing: il voler posizionare la propria attività in cima ai risultati di ricerca richiede una serie di accorgimenti specifici Nell’ambito di qualsiasi tipo di attività economica si sta facendo strada il c.d.“digital marketing”. Una sfera di applicazione che può essere potenziata in maniera del tutto arbitraria o con professionalità. Quale imprenditore o privato non ha mai cercato di promuovere la propria attività attraverso l’utilizzo dei social. Qualcuno, affidandosi a qualche specialista, ha puntato tutto sul proprio sito e sull’utilizzo delle tecniche SEO e dei suoi linguaggi. Ma addentriamoci in modalità più specifica nei “misteri” del digital marketing. O meglio nell’analisi delle varie tecniche oramai consolidate e più spesso adottate. Se, infatti, alcune operazioni di Digital Marketing possono essere svolte in completa autonomia ve ne sono altre, al contrario, per le quali può essere utile affidarsi ad un professionista che abbia preparazione ed esperienza sul campo. Importante è il discernere tra quanto si può imparare ad eseguire tecnicamente e quanto invece debba essere necessariamente demandato a chi abbia già ottenuto considerevoli risultati per altre aziende. Uno dei primi obiettivi prefissati da un esperto delle tecniche SEO e dei suoi linguaggi è di posizionare il sito dell’attività che si intende promuovere in cima ai risultati di ricerca. Quanto a tale focus si sta facendo strada, oramai, un effettivo metodo scientifico sperimentale, una modalità tipica con la quale si dà attuazione a veri e propri servizi di visibilità su Google. Vengono quindi sviluppati procedimenti e replicate determinate procedure. Questo poiché se vengono applicate le stesse regole e passaggi nella stessa sequenza si ottiene lo stesso risultato. Si sono così delineate delle regole fondamentali. In secondo luogo si procede all’ottimizzazione dei motori di ricerca. Ossia si mette in campo l’insieme di attività che si svolgono sui contenuti web affinché si ottenga la massima visibilità. Come funziona tale meccanismo? Bisogna necessariamente porsi dal punto di vista del potenziale cliente, analizzando cosa accade realmente quando questi si attiva. Quando un utente effettua una ricerca, il motore trova dei risultati e li ordina. Quali sono i sistemi di ordinamento di ogni motore di ricerca? Un primo ordinamento dei risultati avviene attraverso l’utilizzo di keywords, parole chiave. Un altro sistema efficace è quello di utilizzare il criterio cronologico. Altre volte i risultati sono ordinati in modo alfabetico. In altri casi vengono elencati in relazione ai contenuti. Inizialmente erano utilizzati sistemi rudimentali e gli esperti delle tecniche SEO e dei suoi linguaggi avevano vita semplice. Nel 2021 non è più così ed i sistemi di ordinamento sono diventati molto più complessi. Questa tipologia di visibilità è chiamata “visibilità organica”, per risultati che siano naturali e non più classici. Indicizzazione e posizionamento nel Digital Marketing Indicizzazione e posizionamento. Esiste una incomprensione sui due termini, che non sono sinonimi. Qual è la differenza? L’indicizzazione fa sì che vi sia l’effettiva presenza della pagina di una azienda in Google. Se le pagine di un suo libro sono presenti in una biblioteca virtuale esse sono presenti anche negli archivi di Google, ma non significa che siano trovate. Proprio qui interviene la seconda fase: quella del posizionamento. Come funziona tale meccanismo? Come essere “trovati” tra i primi risultati? Non bisogna mai smettere di tener conto di come l’utente effettui una ricerca sui contenuti di una pagina di una azienda o di una attività economica. Ad esempio se i suoi obiettivi centrali sono costituiti da “salute e benessere” Google trova tutte le pagine che trattino di tali argomenti e le ordina. Se l’azienda considerata è visibile nelle prime dieci posizioni avrà ottenuto il c.d. “posizionamento”. Indicizzazione, posizionamento attraverso il potenziamento nel proprio sito dei contenuti obiettivo dell’utente che effettua la ricerca. Ottimizzazione dei motori di ricerca, conoscenza dei diversi sistemi di ordinamento. Utilizzo di key words, di date, in modo che possano essere usati criteri cronologici. Di concetti che si esprimano attraverso le prime lettere dell’alfabeto, attraverso termini semplici e maggiormente utilizzati. Ecco i primi “trucchi” che un imprenditore di se stesso può mettere in atto per dare risalto alla propria attività. Attraverso uno studio mirato è così possibile così invertire in modo meraviglioso e quasi magico uno dei meccanismi del marketing. Non sarà più chi detiene una attività economica a cercare i suoi clienti. Gli utenti interessati troveranno quella attività tra i primi risultati. Nel 2021 questo diventa possibile. Fonte: bitmat.it

Attacchi ransomware alle aziende: preoccupano più delle minacce

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La Ricerca Fortinet rivela come gli attacchi ransomware alle aziende destino preoccupazione rispetto alle minacce dovuto al rischio della perdita dei dati. Fortinet, fornitore globale di soluzioni di cybersecurity ampie, integrate e automatizzate, presenta il suo 2021 Global State of Ransomware Report. L’indagine rivela come gli attacchi ransomware alle aziende destino maggiori preoccupazioni per gli intervistati rispetto ad altre minacce informatiche. Quanto emerso è che la maggior parte di queste risultano preparate per affrontare attacchi ransomware, grazie ad un’adeguata formazione informatica dei dipendenti, piani strategici di valutazione del rischio e assicurazioni. Tuttavia, si registra un chiaro divario rispetto a quelle che molte aziende considerano soluzioni tecnologiche essenziali per la protezione e la tecnologia da implementare per garantire protezione contro i tentativi più comunemente segnalati per accedere alle loro reti. “Il recente report FortiGuard Labs Global Threat Landscape ha evidenziato un aumento di attacchi ransomware alle aziende del 1070% rispetto all’anno precedente. Non sorprende che adeguarsi all’evoluzione del panorama delle minacce venga considerato come una delle principali sfide per affrontare attacchi ransomware. Come è emerso dalla nostra indagine, adottare soluzioni tecnologiche come la segmentazione, SD-WAN, ZTNA, così come SEG e EDR, offre un’enorme opportunità per prevenire tentativi di accesso più comunemente riportati dagli intervistati. L’aumento degli attacchi dimostra come le aziende abbiano bisogno di garantire response sicure contro le più recenti tecniche di attacco ransomware su reti, endpoint e cloud. La buona notizia è che le aziende riconoscono il valore di un approccio di piattaforma per tutelarsi contro il ransomware“, commenta così John Maddison, EVP of Products e CMO di Fortinet. Sulla base di quelle che sono considerate tecnologie essenziali, le aziende risultano più preoccupate per i lavoratori e i dispositivi remoti, con Secure Web Gateway, VPN e Network Access Control tra le prime scelte. Mentre ZTNA, una tecnologia emergente, dovrebbe essere considerata una valida alternativa alla VPN tradizionale. Tuttavia, a destare maggiori preoccupazioni verso gli attacchi ransomware alle aziende, è la scarsa importanza attribuita alla segmentazione (31%), una soluzione tecnologica critica che impedisce agli intrusi di muoversi attraverso la rete per accedere a dati e IP critici. Allo stesso modo, anche soluzioni UEBA e sandboxing che giocano un ruolo fondamentale nell’identificazione dei tentativi di intrusione e dei nuovi ceppi di malware, non si posizionano tra le principali tecnologie essenziali da adottare. Un’altra sorpresa è stata riscontrare la secure email gateway al 33%, sebbene il phishing sia stato segnalato come uno dei metodi di intrusione più comune. La perdita di dati costituisce la fonte di maggior preoccupazione di attacchi ransomware alle aziende La principale preoccupazione per le aziende riguardo a un attacco ransomware è il rischio di perdere i dati, con una conseguente diminuzione della produttività e l’interruzione delle attività successive. Inoltre, l’84% delle aziende ha dichiarato di avere un piano di risposta agli incidenti, e il 57% di questi include la cybersecurity insurance. Per quanto riguarda richieste di riscatto in caso di attacco, il 49% degli intervistati prevede di pagare il riscatto apertamente, per il 25% dipende dal costo. La maggior parte delle aziende che hanno pagato il riscatto hanno recuperato i loro dati, ma non tutte. Attacchi ransomware alle aziende: una preoccupazione comune a livello mondiale I risultati del sondaggio si sono dimostrati conformi per la maggior parte degli intervistati a livello globale, mentre si registrano alcune differenze a livello regionale. Le aziende in EMEA (95%) e LATAM (98%) e APJ (98%) risultano più preoccupate e più esposte ad attacchi ransomware rispetto ai loro colleghi in Nord America, (92%). Tutte le region percepiscono la perdita di dati come il principale rischio associati agli attacchi ransomware alle aziende, insieme alla preoccupazione di non essere in grado di tenere il passo con un panorama di minacce sempre più sofisticate. APJ, in particolare, cita la mancanza di consapevolezza e formazione degli utenti come la principale preoccupazione. In APJ e America Latina si contano più vittime di attacchi rispetto a quanti hanno risposto al sondaggio in Nord America e APJ, (79%) e hanno subito un attacco ransomware in passato (78% rispettivamente) rispetto al 59% in Nord America e il 58% in America Latina. Le vittime di phishing sono il vettore di attacco primario comune in Nord America, mentre in APJ e LATAM, exploit remote desktop protocol (RDP) e porte vulnerabilità aperte sono i vettori di attacco principali in APJ e LatAm. Integrazione e Intelligence sono i driver necessari Quasi tutti gli intervistati ritengono importante utilizzare la threat intelligence con soluzioni di sicurezza integrate o una piattaforma per prevenire gli attacchi ransomware alle aziende e colgono il valore delle capacità di rilevamento comportamentale AI-driven. La maggior parte delle aziende sostiene di essere moderatamente preparata e prevede di investire nella formazione della cyber awareness dei dipendenti, tuttavia, è chiara la necessità di investire in tecnologie come la email security avanzata, la segmentazione, il sandboxing, oltre i fondamentali NGFW, SWG e EDR per rilevare, prevenire e limitare il ransomware. È importante che le aziende considerino e valutino queste soluzioni per ridurre il rischio e contrastare le strategie attuali di ransomware. Le aziende più innovative adotteranno un approccio alla sicurezza per la loro strategia di protezione dal ransomware che sia basato su una piattaforma e che fornisca capacità di base completamente integrate con informazioni sulle minacce. Queste soluzioni devono essere progettate per consolidare un sistema unificato di collaborazione ed essere potenziate tramite AI e il machine learning per rilevare e rispondere al meglio alle minacce di attacchi ransomware alle aziende. Fonte: bitmat.it

Per accedere al Fisco online da ottobre servono Spid, Cie o Cns

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In pensione le vecchie credenziali per accedere ai servizi in rete dell’Agenzia delle entrate. Nulla cambia, invece, per i professionisti e le imprese Spid Spid, Cie e Cns: ecco le uniche chiavi digitali d’accesso che dall’1 ottobre permetteranno di fruire di tutti i servizi telematici dell’Agenzia delle entrate, mandando in soffitta username e password Fisconline. La dismissione del vecchio sistema avverrà alla mezzanotte del 30 settembre e da quel momento le l’identificazione all’accesso dei servizi telematici fiscali di Agenzia delle entrate e di Agenzia entrate-riscossione, potrà avvenire con uno tra Sistema pubblico di identità digitale (Spid), Carta di identità elettronica (Cie) e Cns (Carta nazionale dei servizi). Il passaggio al nuovo sistema è stato previsto dal decreto Semplificazione. Nulla cambia tuttavia per professionisti e imprese che potranno continuare a utilizzare le loro attuali credenziali. Come creare Spid Con oltre 24 milioni di utenze già erogate, Spid è basato su credenziali personali fino a tre livelli di sicurezza che consentono ai cittadini maggiorenni l’accesso ai servizi online della pubblica amministrazione e dei privati aderenti. Per ottenere il proprio account è necessario rivolgersi a uno dei nove gestori di identità digitale attualmente operativi e certificati dall’Agenzia per l’Italia digitale (aruba.it, InfoCert Id, intesa Id, Lepida, NamirialId, PosteId, Sielteid, SpidItalia, TimId). La procedura di identificazione richiede di creare dapprima le proprie credenziali online, munendosi di un documento di riconoscimento italiano, tessera sanitaria o codice fiscale, indirizzo email e numero di cellulare e poi effettuare il riconoscimento, di persona o da remoto, scegliendo tra le modalità gratuite o a pagamento offerte dai provider, da conoscere prima di procedere all’attivazione. Come richiedere la Cie Un altro strumento che permette l’accesso ai servizi della Pa è laCie, la Carta di identità elettronica, rilasciata dal comune di residenza. Per utilizzarla al meglio è importante assicurarsi di avere l’intero codice pin della carta e aver installato sul proprio smartphone, dotato di interfaccia Nfc (Near field communication) che serve per leggere la carta, l’applicazione Cie Id. È possibile accedere anche tramite desktop, con un pc dotato di lettore smart card (oppure connesso allo smartphone correttamente equipaggiato). Una volta effettuata la registrazione, Cie Id richiederà di per sé l’accesso solo con le ultime quattro cifre del pin ed eventualmente con i dati biometrici. L’autenticazione ai servizi online delle Pa da computer, si articola in cinque passaggi che richiedono di: inserire il codice seriale della propria carta nella pagina di accesso al servizio, leggere un qr code con l’app, digitare in app le ultime quattro cifre del Pin, leggere la carta Cie con il sistema Nfc e infine inserire a schermo il codice otp che viene mostrato in app. Se l’accesso al servizio avverrà su smartphone, sarà sufficiente inserire le ultime quattro cifre del pin o l’impronta digitale e poi appoggiare la carta sullo smartphone, usando come browser Safari per iOs e Chrome su Android. Come usare la Cns Infine, il terzo strumento è la Cns, la Carta nazionale dei servizi, che permette di accedere agli stessi servizi attraverso un dispositivo, come, per esempio, una chiavetta usb o una smart card dotata di microchip. Completata la lettura, in questo caso sarà sufficiente inserire il proprio pin. Nulla cambia infine per l’utenza professionale. Le nuove modalità di autenticazione non interessano, per il momento, i professionisti e le imprese: le credenziali Fisconline, Entratel o Sister, infatti, continueranno a essere rilasciate alle persone fisiche titolari di partita Iva e alle persone giuridiche anche dopo il primo ottobre 2021. Con un apposito decreto attuativo, come previsto dal Codice dell’amministrazione digitale, verranno poi stabilite le regole per queste categorie di utenti.

Livello di digitalizzazione delle PMI italiane: in aumento con la pandemia

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Durante il periodo della pandemia il livello di digitalizzazione delle PMI italiane ha raggiunto i 44/100 secondo solo a quello delle PMI spagnole (45/100). La pandemia ha spinto il livello di digitalizzazione delle PMI italiane. E’ quanto rileva il nuovo Osservatorio Piccole Imprese di GoDaddy, provider di domini che supporta gli imprenditori di tutti i giorni. La ricerca, realizzata in collaborazione con Kantar, evidenzia come le piccole imprese hanno raggiunto un livello di digitalizzazione di 44/100, meglio delle colleghe tedesche e francesi, e seconde solo alle PMI spagnole. Il nuovo GoDaddy Digital Index mostra come il livello di digitalizzazione delle PMI sia cresciuto notevolmente nell’ultimo anno, complice una maggior penetrazione degli strumenti digitali nel DNA stesso delle aziende, che le ha portate ad attuare un approccio innovativo, riuscendo a gestire al meglio il business quotidiano. Il nuovo indice di GoDaddy, condotto insieme alla società di ricerca Kantar, ha preso in esame circa 5.100 piccole e medie imprese con un numero di dipendenti compreso tra 1 e 49, e ha fotografato il grado di maturità digitale delle PMI italiane, spagnole, francesi e tedesche, analizzando una serie di parametri, suddivisi in due categorie principali: da una parte l’attitudine delle piccole imprese a utilizzare un approccio innovativo e strumenti digitali, dall’altro l’effettivo utilizzo degli strumenti digitali da parte di queste ultime nel loro business quotidiano. La ricerca di GoDaddy evidenzia infatti che il livello di digitalizzazione delle PMI italiane è aumentato durante il periodo Covid-19 e a confermarlo è il 54% delle aziende italiane intervistate; stesso livello raggiunto dalla Spagna (53%), staccando nettamente Francia e Germania, rispettivamente al 41% e al 40%. Al contrario, il 57% delle aziende tedesche e il 46% di quelle francesi ritiene che la pandemia non abbia portato a cambiamenti significativi in termini di digitalizzazione per le loro aziende. Il nuovo GoDaddy Digital Index, pubblicando il livello di digitalizzazione delle PMI italiane, mostra  come le imprese italiane abbiano in parte recuperato un gap digitale che permane da tempo, in parte fornendo ai propri dipendenti strumenti digitali: il 64% del campione ha dichiarato di possedere uno smartphone e un pc aziendale, il 63% ha un laptop o un notebook, e una su tre (33%) ha un tablet. La ricerca evidenzia inoltre come nell’ultimo anno sia aumentata la predisposizione delle piccole imprese a utilizzare sempre di più gli strumenti digitali per promuovere il proprio business. L’83% delle PMI italiane intervistate afferma infatti che la digitalizzazione migliora il proprio livello di competitività e ha permesso loro di vendere con più successo sia online che offline (per il 78% del campione) e di lavorare in modo più flessibile (77%). Le piccole imprese Italiane attribuiscono una grande importanza alla propria sicurezza informatica (come afferma l’80% del campione intervistato), alla realizzazione di un sito web (76%) e alla propria presenza sui social media al fine di sostenere al meglio i propri clienti. Questo insieme di accorgimenti ha portato all’innalzamento del livello di digitalizzazione delle PMI italiane. In Francia e Germania, meno del 60% delle aziende ha dichiarato di ritenere l’uso dei social media importante per il business, e solo il 40% utilizza canali di vendita online per i propri prodotti, contro il 58% delle aziende italiane. Le piccole imprese nostrane spiccano per un maggior utilizzo di strumenti come la fatturazione elettronica (68%) e i pagamenti digitali (50%). Questi ultimi sono usati solo dal 29% delle PMI francesi, dal 37% delle tedesche, dal 45% da quello spagnole. L’Osservatorio ha inoltre classificato le piccole imprese in quattro diverse categorie in base alla loro attitudine alla digitalizzazione e al loro effettivo utilizzo di strumenti innovativi: Digital Innovators (che si caratterizzano da un forte approccio innovativo e al consueto utilizzo di strumenti digitali); Digital Settled (aziende ben equipaggiate con dispositivi tecnologici, ma con una visione scettica sull’evoluzione della digitalizzazione), Digital Starters (che sono convinte dei vantaggi della digitalizzazione, ma non dispongono ancora di strumenti innovativi) e Digital Sceptics (aziende che non hanno ancora investito in attrezzature tecniche e mostrano un basso impegno nelle questioni digitali). Tra i mercati analizzati, l’Italia detiene la percentuale più alta, al pari con la Spagna, di Digital Starters (22%), ossia quelle PMI “giovani”, sul mercato da non più di quattro anni, che sebbene abbiano un livello di digitalizzazione leggermente sotto la media, hanno una grande predisposizione per essa, e credono fortemente che l’utilizzo di strumenti digitali sia un driver fondamentale per la loro crescita. Si tratta di aziende che lavorano sia all’ingrosso che al dettaglio con un modello brick & mortar, nei settori marketing, pubblicità, PR e design. Altrettanto importante per il livello di digitalizzazione delle PMI italiane è la percentuale di Digital Innovator (24%), quelle imprese cioè che hanno già una grande affinità con gli strumenti digitali, come l’utilizzo dei social media per attività di marketing e l’e-commerce per le vendite dei loro prodotti. In questa categoria rientrano aziende che operano nel settore alberghiero e della ristorazione, dei servizi finanziari, delle assicurazioni e dell’amministrazione. Nonostante il livello di digitalizzazione delle PMI italiane sia aumentato, c’è ancora un’alta percentuale – il 30% – di PMI che rientrano nella categoria Digital Settled, quelle aziende che, sebbene abbiano un buon livello di digitalizzazione, sono piuttosto reticenti a utilizzare strumenti di marketing digitale o a muoversi verso l’e-commerce. Rientrano in questa categoria aziende del settore dei servizi professionali, della consulenza manageriale, dei servizi di tecnologia e telecomunicazioni, immobiliare, noleggio e leasing. “Come mostrano i risultati del nostro Osservatorio, il livello di digitalizzazione delle PMI italiane è di 44 su 100 nel GoDaddy Digital Index e, sebbene questo evidenzi un buon livello di digitalizzazione, c’è ancora molto margine di miglioramento per le piccole imprese nell’incrementare l’utilizzo di questi strumenti per riprendersi dalla crisi”, spiega Gianluca Stamerra, Senior Director, Southern Europe. “Sebbene la pandemia abbia colpito duramente molto imprese, allo stesso tempo ha accelerato l’adozione di strumenti e servizi digitali, spingendo le aziende ad utilizzare nuovi strumenti e piattaforme, indispensabili per crescere e realizzare nuove opportunità di business. In GoDaddy supportiamo gli imprenditori nel loro processo di digitalizzazione, offrendo strumenti online accessibili e semplici da usare, dalla registrazione di un dominio e servizi di consulenza sul business e il marketing digitale, alla realizzazione di un sito web e servizi di e-commerce. Oltre alle nostre soluzioni affianchiamo gli imprenditori nel loro viaggio

Cyber Security: la sfida emergente della transizione digitale

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La transizione digitale ha reso più urgente il tema di cyber security dilatando la richiesta di professionisti esperti in protezione delle reti informatiche e nella tutela dei dati sensibili. È sempre più urgente assicurare la sicurezza dei dati personali. I dati statistici dimostrano chiaramente che i cyberattacchi sono aumentati del 66% in 4 anni, e i danni globali causati dalle minacce cibernetiche rappresentano ormai una cifra enorme, sia per i privati che per le aziende, senza contare tra l’altro i danni determinati dai cyer attacchi rivolti contro i sistemi informatici delle istituzioni pubbliche . La tutela della cyber security è diventata un tema sempre più centrale, specie dopo l’avvio del processo di digitalizzazione dell’amministrazione pubblica. Lo stesso governo Draghi, creando col decreto-legge n.22 del 2021 il Ministero per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, si prefigura di accelerare la digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni, rinforzando le infrastrutture digitali materiali ed immateriali. Diventa così importante innalzare i livelli di sicurezza informatica delle banche dati, in conformità alle più recenti prescrizioni in tema di sicurezza cibernetica. Il potenziamento della cyber security risulta infatti fondamentale per contenere le conseguenze di incidenti ed attacchi alle reti ed ai sistemi informatici. È infatti noto che la cyber security è da tempo in cima all’agenda della politica italiana. La priorità data a questa tematica ha trovato espressione normativa con il Decreto Legge n. 82 pubblicato il 14 giugno 2021, recante “Disposizioni urgenti in materia di cyber sicurezza, definizione dell’architettura nazionale di cyber sicurezza e istituzione dell’Agenzia per la cyber sicurezza nazionale”. La funzione del decreto è quella di potenziare la sicurezza e ridurre la vulnerabilità dei vari sistemi tecnologico-informatici contro gli attacchi informatici che vengono posti in essere per ottenere dati a scopi fraudolenti. Il provvedimento normativo si pone come espressione di attualizzazione e continuità delle indicazioni che il Parlamento Europeo ha espresso venti anni fa, quando ha preannunciato nella “Relazione sull’esistenza di un sistema d’intercettazione per le comunicazioni private ed economiche” che il tema di cyber security sarebbe diventato sempre più importante di pari passo alla diffusione e all’utilizzo dei mezzi tecnologico-digitali. Il Decreto legge, oltre ad istituire il Comitato interministeriale per la cyber sicurezza ed il Nucleo per la cyber sicurezza, aventi rispettivamente funzioni deliberative e preventive, ha creato anche l’Agenzia Nazionale per la Cyber Security. L’ente giuridico, come si legge nel testo del Decreto, “assicura, nel rispetto delle competenze attribuite dalla normativa vigente ad altre amministrazioni, il coordinamento tra i soggetti pubblici coinvolti in materia di cyber sicurezza a livello nazionale e promuove la realizzazione di azioni comuni dirette ad assicurare la una cornice di sicurezza e la resilienza cibernetiche per lo sviluppo della digitalizzazione del Paese, del sistema produttivo e delle pubbliche amministrazioni, nonché per il conseguimento dell’autonomia, nazionale ed europea, riguardo a prodotti e processi informatici di rilevanza strategica a tutela degli interessi nazionali nel settore” ed, inoltre, “assume tutte le funzioni in materia di cyber sicurezza già attribuite dalle disposizioni vigenti al Ministero dello sviluppo economico”. Queste evoluzioni normative segnano un profondo cambiamento in materia della cyber security, sempre più centrale da un punto di vista strategico in un’epoca sempre più informatizzata. Come accennato, questi provvedimenti sono funzionali non solo a proteggere i sistemi informatici degli enti pubblici, ma sorgono anche a tutela di aziende e privati. Nella fattispecie dell’ambito aziendale, preme ricordare che la compromissione della sicurezza gestionale dei dati personali che i clienti affidano ai professionisti ed alle aziende causa perdita di fiducia, imbarazzo e persino azioni legali nei confronti dell’organizzazione aziendale stessa. Per questa motivazione, enti pubblici e privati registrano un fabbisogno crescente di esperti informatici e legali, al fine di garantire la tutela giuridica ed informatica dei dati sensibili e risolvere possibili controversie. Nella fattispecie, si fa sempre più necessaria diventa la presenza di figure specifiche, capaci di recuperare e gestire cyber informazioni gestendo la tutela della privacy e della riservatezza, sia da un punto di vista legale che informatico, come appunto gli informatici forensi. Aziende ed enti pubblici, dunque, hanno sempre più bisogno di esperti in cyber sicurezza e in privacy allo scopo di proteggere, con adeguate strategie e misure giuridiche e informatiche, la sicurezza della rete dei propri servizi informatici, garantendo una corretta tutela dei dati sensibili conservati. Man mano che la transizione digitale verrà implementata, aumenterà nel mondo del lavoro la richiesta di quelle figure professionali che fanno da ponte tra informatica e giurisprudenza, primi tra tutti appunto gli informatici forensi, i cyber security manager ed i data protection officer. In Italia sono diverse le realtà formative che erogano corsi professionalizzanti finalizzati a creare figure esperte nella gestione della sicurezza informatica. Tra i diversi istituti formativi vi è scuola online EuroFormation, diretta dal Prof. Giuseppe Gorga, Docente in Diritto Digitale, Executive Manager in tema Privacy e Cyber Security e Presidente della Confederazione Privacy e Data Protection. EuroFormation sta contribuendo al dibattito sul tema con webinar, approfondimenti ed interviste ad esponenti del mondo della cyber security e della politica. Oltre a questo, è sede di corsi di formazione riconosciuti a livello internazionale negli ambiti della cyber sicurezza. Esperienze formative ed accademiche come queste, oltre ad essere preziose per quanti vogliono entrare in questo mondo lavorativo in continua crescita, alimentano di contributi e di risorse la ricerca di soluzioni efficaci al tema della sicurezza in ambito informatico. Fonte: bitmat.it

Firma Digitale: 6 cose che devi sapere

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Scopri le principali differenze tra tutte le soluzioni disponibili sul mercato e qual è la Firma che fa per te! L’uso della Firma Digitale, soprattutto in ambito professionale, è in constante crescita. La flessibilità di utilizzo, il risparmio in termini di tempo o banalmente in termini di consumo di carta, ha convinto anche i più scettici ad affidarsi a questo prezioso strumento. Ma quando ci troviamo di fronte alla scelta di una Firma Digitale possono iniziare a sorgere i primi dubbi. I provider, come InfoCert, offrono infatti diverse tipologie di firma che si adattano a diversi e specifici casi d’uso. Bene, se ti stai chiedendo cos’è, come funziona e quale firma digitale scegliere, ecco le 6 cose che devi sapere prima di scegliere la tua Firma. 1 – Cos’è la Firma Digitale? Prima di tutto vediamo di chiarirci le idee su cosa sia. Senza dover scendere in tecnicismi, la Firma digitale è l’equivalente elettronico di una firma autografa posta su carta, in grado di dare valore legale ai documenti sottoscritti. In grado, insomma, di garantire autenticità, integrità e validità a un documento sottoscritto. Le Firme Digitali si differenziano principalmente in due tipologie: Firma Digitale su dispositivo e Firma Digitale Remota. 2 – Firma Digitale su dispositivo, quale scegliere? Un certificato di Firma Digitale è strutturato da un insieme di informazioni poste su di un dispositivo fisico che ricorda una SIM telefonica. Per far comunicare questa SIM, che contiene le informazioni relative al titolare della Firma, con il tuo PC esistono due principali soluzioni. La Smart Card, un dispositivo dalla forma di una carta di credito da inserire in un apposito lettore o, la Business Key, un Token USB da inserire direttamente in una porta USB del tuo Computer. È evidente che la Smart Card e la Business Key rispondono a due distinti casi d’uso. Se ti serve una soluzione da utilizzare su una postazione fissa in ufficio allora ti consigliamo di optare per la Smart Card con lettore. Se invece, pensi di utilizzare la tua Firma digitale su più laptop, allora la soluzione che fa per te è la Business Key! 3 – Quando dovrei preferire la Firma Remota? La Firma Digitale Remota non è altro che una firma digitale le cui informazioni non sono una SIM ma in cloud, conservate in sicurezza sui sistemi InfoCert. Per richiamare le informazioni racchiuse nella Firma Remota, è necessario collegarsi con un account composto da nome utente e password. Ogni qual volta dovrete firmare un documento vi basterà inserire le credenziali, il PIN e confermare le operazioni di firma attraverso un OTP (One Time Password). Senza dover collegare alcun dispositivo al PC. Il grande vantaggio della Firma Remota è che può essere usata sia tramite il tuo computer ma anche in mobilità direttamente dal tuo smartphone. Ed è la soluzione perfetta anche per chi deve attivare un certificato di firma con urgenza. Non prevedendo la spedizione di un dispositivo fisico, infatti, una volta effettuate le pratiche di richiesta, il certificato sarà subito attivo e pronto per essere utilizzato. Attenzione però, la Firma Remota è l’unica tipologia di Firma che non continente al suo interno il certificato di autenticazione ma solo quello di sottoscrizione. 4 – Che differenza c’è tra un Certificato di Sottoscrizione e un Certificato di Autenticazione? Se non sai ancora quale scegliere tra una Firma Digitale Remota ed una Firma Digitale su dispositivo leggi bene queste righe perché potrebbero aiutarti ad optare per l’una o l’altra soluzione. Una Firma Digitale racchiude due tipologie di certificati al suo interno: il certificato di sottoscrizione che ti consente di sottoscrivere i documenti, ossia di firmarli con valore legale. Si tratta dell’equivalente della firma autografa su carta a cui facevamo riferimento nel primo punto; e il certificato di autenticazione (detto anche CNS), disponibile solo nelle firme digitali su dispositivo. In quest’ultimo certificato si trovano un insieme di informazioni atte a definire la corrispondenza tra il nome del soggetto certificato e la sua chiave pubblica. Lo scopo del certificato di autenticazione è quello, ad esempio, di permettere l’accesso ad alcuni portali web della Pubblica Amministrazione. Se necessiti dunque di questa tipologia di certificato dovrai optare necessariamente per una firma su dispositivo. Ma c’è ancora un’ultima opzione se non vuoi rinunciare ai vantaggi della mobilità di una Firma Remota ma hai bisogno di una CNS e si chiama Wireless Key. La Wireless Key è un innovativo Token USB dotato di tecnologia Bluetooth che consente di farla comunicare anche con dispositivi non provvisti di porte USB come Smartphone o Tablet. In questo modo potrai usare la tua Firma in mobilità da qualunque dispositivo! Vuoi saperne di più, leggi questo breve approfondimento. 5 – Richiedere una Firma Digitale da casa con SPID o con la WebCam. Per poter richiedere il servizio dovrai confermare la tua identità. Con InfoCert hai la possibilità di farlo sia online che offline. Tra le soluzioni online, potrai scegliere il riconoscimento via SPID, con cui confermare la tua identità in meno di cinque minuti con le tue credenziali uniche; o il video riconoscimento attraverso una video chat con un operatore InfoCert. In alternativa puoi procedere offline. In questo caso dovrai scaricare tutta la documentazione contrattuale dal sito InfoCert e recarti presso un pubblico ufficiale per il riconoscimento. Dopodiché dovrai spedire la documentazione con raccomandata e una volta che la richiesta sarà stata completata procederemo ad attivare la tua firma digitale e spedirti il dispositivo. 6 – Come si usa la Firma Digitale? Bene, ora che sai come scegliere la tua Firma Digitale, non ti resta che usarla per firmare i tuoi documenti online a valore legale. Per farlo scarica gratuitamente GoSign, l’applicazione di Firma Digitale che consente di Firmare i documenti nei formati più richiesti come PAdEs e CAdES (.p7m) e marcarli temporalmente per aumentare la loro validità nel tempo. Se vuoi sapere come si usa GoSign, iscriviti sul nostro canale YouTube dove potrai trovare ogni settimana Tutorial sempre nuovi su come usare la tua Firma Digitale con GoSign. Fonte: bitmat.it