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eCommerce: 5 consigli per un Black Friday e un Cyber Monday di successo

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Il 26 novembre 2021 arriva il Black Friday: come ottenere il massimo da questo weekend di shopping? Il Black Friday 2021 è alle porte e con lui anche il momento preferito dai consumatori italiani: secondo un  sondaggio di Statista il 70,7% italiani ritiene che proprio il Venerdì Nero sia la migliore occasione per acquistare regali di Natale (elettronica e abbigliamento, in primis). Quello tra il 26 novembre e il 29 novembre (Cyber Monday) si prospetta come il periodo in cui si concentrano circa il 15-20% delle vendite totali annuali. Incremento di vendite che non è crollato neanche lo scorso anno, in piena pandemia, ma ha solamente cambiato le modalità d’acquisto: non più negozi fisici, ora lo shopping si fa online e, secondo una stima di Deloitte, le vendite dell’eCommerce vedranno una crescita dall’11% al 15% in queste date. “Lo scorso anno, la settimana del Black Friday e del Cyber Monday ha generato complessivamente il giro di affari superiore a 2 miliardi. Ciononostante, secondo un’indagine di ContentSquare la metà dei responsabili vendite non è pronta per la nuova edizione del Black Friday” spiega Noelia Lázaro, Direttrice Marketing di Packlink. “Se lo scorso anno le PMI si sono affacciate all’eCommerce in modo reattivo, ora la sfida è passare ad un approccio proattivo e strategico. L’eCommerce è un potente canale per accrescere le vendite, ma ha i suoi linguaggi e le sue regole. E per godere dei suoi benefici è importante conoscerle”. Per questo, Packlink, piattaforma di soluzioni logistiche che supporta circa 36.000 PMI in Europa, ha stilato una serie di pratici consigli da attuare subito per preparare l’ eCommerce al weekend di shopping più atteso dell’anno: Prepara il terreno con le mail I clienti che intendono approfittare delle offerte iniziano a pianificare gli acquisti in media una settimana prima del weekend del Black Friday. Fa lo stesso: inizia già da ora a programmare le offerte e creare senso di attesa. Dopo aver selezionato i prodotti da mettere in offerta e creato degli appositi codici sconto, per incrementare le conversioni una buona strategia è ricorrere all’email marketing con cui annunciare l’imminente arrivo degli sconti, aggiungendo una call-to-action. Aumenta via via il numero delle DEM, fino ad arrivare a 4-5 email durante il giorno del Black Friday. Il consiglio in più? Cross-marketing: rafforzare il messaggio con una campagna SMS in cui ricordi le ricche offerte pensate per i tuoi clienti. 2. Non dimenticare i dispositivi mobili Durante il Black Friday 2020 le vendite online su dispositivi mobili hanno superato quelle su desktop del 24%, per cui è necessario pianificare una strategia ad hoc. La durata dell’attenzione su mobile è minore, quindi ottimizzare e rendere la customer journey più user-friendly è un buon modo per fidelizzare i tuoi consumatori. Nello specifico, per eventi come il Black Friday e il Cyber Monday, è fondamentale concentrarsi sul checkout: quando il cliente è già fortemente orientato ad acquistare, una strategia efficace è guidarlo rapidamente a concludere l’ordine. Come fare? Evita di creare moduli di checkout troppo lunghi e mantieni solo i campi strettamente necessari, basta diminuire da 4 a 3 le informazioni richieste per incrementare il tasso di completamento del +50%. 3. Il principio della scarsità In giornate ricche di offerte, il cliente è solito confrontare diversi eCommerce alla ricerca dell’offerta migliore. Un countdown al termine dell’offerta, quantità limitate di prodotti, promozioni lampo della durata di alcuni minuti infondono all’utente la percezione della scarsità, cui è probabile risponda con l’urgenza e, quindi, un acquisto d’impulso. Una volta che il cliente ha inserito i prodotti nel carrello, è possibile guidarlo all’acquisto tramite cross-selling, ossia offrendo prodotti complementari a quello da lui scelto, oppure un prodotto simile, ma con caratteristiche più avanzate rispetto a quello che sta acquistando (up-selling). 4. Controlla i tempi di caricamento Il cliente non vuole attendere, assicurati che la tua pagina web abbia un tempo di caricamento massimo di 3 secondi. Tempi maggiori portano ad una perdita di coinvolgimento e sono responsabili dell’abbandono dei carrelli. In media, ogni secondo di ritardo causa una riduzione del 7% delle conversioni. Questo avviene in particolare sui dispositivi mobili: più del 70% degli utenti non conclude l’ordine se i siti web impiegano più di 5 secondi a essere caricati. Inoltre, la quantità di traffico durante i giorni compresi tra il Black Friday e il Cyber Monday sarà maggiore della media, con il rischio di rallentare  Page Speed. Per ovviare al problema, assicurati che le immagini del tuo eCommerce siano ottimizzate e, se non fosse sufficiente, cambia server. 5. Assistenza clienti real-time Il weekend del Black Friday è il periodo di shopping più popolare dell’anno, il tuo eCommerce potrebbe trovare ad affrontare un volume di richieste e domande da parte dei clienti di molto superiore alla media. Per questo buona idea è quella di configurare una live chat per rispondere in tempo reale alle richieste dei clienti, guidarli nella scelta dei prodotti e aumentare le conversioni. Più di 9 utenti su 10 preferiscono conversazioni semplici, dirette e personalizzate. L’importante è dare risposta quasi immediata. Per questo è possibile attivare la chat solo negli orari di punta dell’eCommerce o solamente in certe occasioni, come quando il visitatore visualizza il suo carrello acquisti o nuovi prodotti. Se a scarseggiare sono le risorse da dedicare a tale attività, automatizza il servizio con dei chatbot: il 65% dei partecipanti preferisce parlare con un chatbot se questo li aiuta a ricevere una risposta veloce. Font: bitmat.it

Condividere i propri dati con le aziende? Il 46% degli italiani è d’accordo

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Una nuova ricerca mette in evidenza come i consumatori siano propensi a condividere le proprie informazioni con le aziende se questo serve a ricevere un servizio migliore I consumatori sono disposti a condividere i propri dati con le aziende, se queste informazioni vengano utilizzate per offrire un servizio migliore. È questa la conclusione che emerge da una ricerca condotta da Forrester Consulting per conto di Experian. Il 2021 Business and Consumer Report di Experian analizza i dati, il livello di consenso e le opportunità che le imprese di servizi finanziari nell’area EMEA possono identificare, comunicando chiaramente alle persone il modo in cui esse trarranno vantaggio dalla condivisione dei loro dati. La ricerca, che ha cercato di mettere in luce il processo decisionale che le persone seguono quando viene chiesto loro di condividere i propri dati per accedere a un servizio, conferma che, attualmente, il 46% dei consumatori italiani (rispetto al 43% complessivo in EMEA) si dichiara disposto a permettere alle aziende di accedere alle loro informazioni finanziarie in caso di richiesta online. Uno su cinque (in Italia il 22%, rispetto a un dato EMEA del 21%) non è invece d’accordo. Tuttavia, molte delle persone inizialmente riluttanti sono disposte a riconsiderare la loro decisione in caso fosse chiaro lo scambio di valore. Nello specifico, il 37% degli italiani ci ripenserebbe se questo garantisse un processo di richiesta più veloce, e il 38% lo farebbe anche se, in cambio, potesse assicurarsi un tasso migliore o avere maggiore possibilità di accedere al credito. “In questa fase di uscita dalla pandemia, la crescente diffusione di approcci digital-first sta modificando profondamente il modo in cui le aziende e i consumatori interagiscono tra loro”, spiega Armando Capone, Chief Commercial Officer di Experian Italia. “Si tratta di un cambiamento che rappresenta per i fornitori di servizi finanziari una significativa opportunità di posizionarsi ulteriormente come consulenti e gestori di fiducia dei dati personali, ma anche un forte richiamo nei loro confronti a fare le cose nel modo migliore.” “I risultati di questo report mostrano come le persone siano disposte a condividere i loro dati, a patto però che di ricevere informazioni corrette e complete e di avere chiaro cosa possono ricevere in cambio, come ad esempio un processo più breve, servizi o tariffe migliori. Le aziende che possono dimostrare il valore concreto offerto alle persone che acconsentono a condividere i loro dati sono destinate a crescere più rapidamente nel mondo digitale”, aggiunge Armando Capone. La metà esatta (il 50%) degli intervistati italiani dichiara di fidarsi delle banche per i propri dati personali, con un valore più alto rispetto a datori di lavoro o governi. Tuttavia, c’è una disconnessione tra i punti di vista dei consumatori e delle imprese. Alla domanda se sono d’accordo con l’affermazione “i clienti si fidano del nostro uso dei loro dati per servirli meglio”, risponde positivamente ben l’85% delle imprese italiane di servizi finanziari. Si tratta di una disparità che indica come si debba fare di più per accrescere la fiducia dei consumatori e fornire una comunicazione più chiara sui benefici che derivano dalla condivisione dei dati. Quetso anche in virtù del fatto che i 62% degli utenti italiani dichiara oggi di preferire un processo di richiesta online piuttosto che di persona o al telefono. Tra gli altri risultati rilevanti del report relativi all’Italia: Il 74% delle aziende sta esplorando diversi tipi di set di dati per migliorare l’accuratezza delle capacità di analisi. Il 59% delle organizzazioni ritiene di aver bisogno di più dati per alimentare le proprie esigenze analitiche. Il 72% delle aziende afferma di avere bisogno di dati più rilevanti per migliorare l’esperienza del cliente. Il 64%, infine, sta dando la priorità agli investimenti su dati e capacità di analisi per migliorare la conoscenza dei propri clienti. Experian ha commissionato a Forrester un sondaggio che ha coinvolto circa 600 decision maker aziendali e alcune migliaia consumatori nell’area EMEA per comprendere le loro opinioni in tema di customer experience e onboarding. Fonte: bitmat.it

Machine Learning: un grande potenziale per le aziende

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Il nuovo Report di McKinsey & Company analizza le potenzialità del machine learning nelle aziende che riescono ad applicarlo secondo un approccio di 4 fasi. “Operationalizing machine learning in processes” è l’ultimo report presentato da McKinsey & Company che analizza il potenziale che il machine learning riveste per le aziende e come queste possano implementarlo al meglio per generare un valore reale e duraturo. Molte aziende sono bloccate nella fase pilota di implementazione; potrebbero aver sviluppato alcuni casi d’uso discreti, ma fanno fatica ad applicare il machine learning in modo più ampio o sfruttare le sue forme più avanzate. La McKinsey Global Survey, ad esempio, ha scoperto che solo il 36% degli intervistati ha affermato di aver applicato gli algoritmi di machine learning dopo la fase pilota. Dalla ricerca, inoltre, si evince che integrando il machine learning nei processi, le organizzazioni leader stanno aumentando la loro efficienza del 30%, a cui si accompagna un incremento dei ricavi dal 5% al 10 %. In un’azienda sanitaria, ad esempio un modello predittivo che classifica le richieste di risarcimento in diverse classi di rischio è stato in grado di aumentare del 30% il numero di richieste pagate automaticamente, diminuendo lo sforzo manuale di un quarto. Inoltre, grazie all’adozione del machine learning, le organizzazioni possono sviluppare processi scalabili e resilienti capaci di generare valore negli anni a venire. La tecnologia del machine learning e i relativi casi d’uso si stanno evolvendo rapidamente, e i leader possono essere sopraffatti dal ritmo del cambiamento. Per ridurre la complessità, le organizzazioni più avanzate stanno applicando un approccio basato su quattro fasi: Creare economie di scala e di competenze, che permettano al team di implementazione di riutilizzare le conoscenze acquisite da un’iniziativa per perfezionarne un’altra, generando un vantaggio in termini di ritorno sull’investimento. Piuttosto che cercare di applicare il machine learning ai singoli passaggi di un processo, quindi, le aziende possono progettare processi end to end più automatizzati. Questo approccio sfrutta le sinergie tra elementi come i tipi di input, protocolli di revisione, controlli, elaborazione e documentazione. Ognuno di questi elementi rappresenta potenziali casi d’uso delle soluzioni basate su machine learning. Valutare quali siano le competenze necessarie per il business e come sviluppare modelli di ML adeguati. I casi d’uso descritti nel primo passaggio possono guidare le decisioni sulle capacità abilità di cui la società avrà bisogno. Ad esempio, le aziende che si focalizzano sul miglioramento dei controlli, dovranno essere capaci di rilevare le anomalie. Le aziende impegnate nella migrazione sui canali digitali potrebbero concentrarsi maggiormente sull’elaborazione del linguaggio ed estrazione del testo. Esistono 3 opzioni per sviluppare modelli di machine learning adeguati. Le aziende possono: costruire modelli interamente su misura, per soddisfare le loro esigenze; sfruttare soluzioni basate su piattaforma utilizzando approcci low-code e no-code; soluzioni di punto d’acquisto per casi specifici, l’opzione più facile e veloce ma che richiede compromessi. Fornire ai modelli di ML dati di qualità da analizzare e da cui imparare. Anche se un’azienda dispone di dati di alta qualità, potrebbe non essere in grado di utilizzare i dati per addestrare il modello di machine learning, in particolare durante le prime fasi di costruzione del modello stesso. Per affrontare questa sfida, alcuni leader progettano il processo in modo da poter poi far revisionare il modello di ML da una persona specializzata. Standardizzare i progetti ML per favorire la loro implementazione e scalabilità all’interno dell’azienda. L’applicazione del machine learning o di qualsiasi altra tecnologia, richiede delle sperimentazioni. Quando i ricercatori fanno delle ricerche, si attengono a dei protocolli che gli permettano di ripetere gli esperimenti in caso di errori e fallimenti, così da poter giustificare e spiegare tali errori. La stessa logica dovrebbe essere applicata al machine learning. Un’organizzazione dovrebbe accumulare conoscenza anche quando gli esperimenti falliscono. Applicare una best practice come MLOps può aiutare le organizzazioni nel processo di sperimentazione. Sebbene le pratiche MLOps possano variare in modo significativo, in genere comportano un insieme di standard e passaggi ripetibili che aiutano a scalare l’implementazione del machine learning. Fonte: bitmat.it

Smart Worker in crescita dell’8% in Italia nel post-emergenza

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Sono 4 milioni gli smart worker in Italia e nel post pandemia si prevede una media di 3 giornate “agili” nelle grandi aziende e 2 nelle pubbliche amministrazioni. Nel corso del 2021 con l’avanzamento della campagna vaccinale è progressivamente diminuito il numero degli smart worker, passati da 5,37 milioni nel primo trimestre dell’anno a 4,07 milioni nel terzo trimestre. A settembre, infatti, si contano complessivamente 1,77 milioni di lavoratori agili nelle grandi imprese, 630mila nelle PMI, 810mila nelle microimprese e 860mila nella PA. Progetti di smart working strutturati o informali sono presenti nell’81% delle grandi imprese (contro il 65% del 2019), nel 53% delle PMI (nel 2019 erano il 30%) e nel 67% delle PA (contro il 23% pre-Covid). Questo graduale rientro in ufficio non segna in generale un declino dello Smart Working, al contrario al termine della pandemia le organizzazioni prevedono un aumento degli smart worker rispetto ai numeri registrati a settembre: si prevede saranno 4,38 milioni i lavoratori che opereranno almeno in parte da remoto (+8%), di cui 2,03 milioni nelle grandi imprese, 700mila delle PMI, 970mila nelle microimprese e 680mila nella PA. Lo smart working rimarrà o sarà introdotto nell’89% delle grandi aziende, dove aumenteranno sia i progetti strutturati sia quelli informali, nel 62% delle PA, in cui prevalgono le iniziative strutturate ma anche molta incertezza sul futuro (un quarto non sa se lo smart working potrà restare o iniziare nel post-Covid), e nel 35% delle PMI, fra cui prevale un approccio informale (22%) ed è forte la tendenza a tornare indietro (un terzo di quelle che ha sperimentato lo smart working prevede di abbandonarlo). Le modalità di lavoro in Smart Working torneranno ad essere ibride, alla ricerca di un miglior equilibrio fra lavoro in sede e a distanza: nelle grandi imprese sarà possibile lavorare a distanza mediamente per tre giorni a settimana, due nelle PA. La scelta di proseguire con lo smart working è motivata dai benefici riscontrati da lavoratori e aziende. L’equilibrio fra lavoro e vita privata è migliorato per la maggior parte di grandi imprese (89%), PMI (55%) e PA (82%). Ma la combinazione di lavoro forzato da remoto e pandemia ha avuto anche conseguenze negative sugli smart worker: è calata dal 12% al 7% la percentuale di quelli pienamente “ingaggiati”, il 28% ha sofferto di tecnostress, il 17% di overworking. Sono i risultati della ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano*, presentata durante il convegno “Rivoluzione Smart Working: un futuro da costruire adesso”. “La pandemia ha accelerato l’evoluzione dei modelli di lavoro verso forme di organizzazione più flessibili e intelligenti e ha cambiato le aspettative di imprese e lavoratori, anche se emergono delle differenze fra le organizzazioni che rischiano di rallentare questa rivoluzione”, afferma Mariano Corso, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working. “Le grandi imprese stanno sperimentando nuovi modelli di lavoro, con la ricerca di nuovi equilibri fra presenza e distanza capaci di cogliere i benefici potenziali di entrambe le modalità di lavoro. In molte organizzazioni, soprattutto PMI e PA, invece, si sta tornando prevalentemente al lavoro in presenza a causa della mancanza di cultura basata sul raggiungimento dei risultati. Un arretramento che si scontra con le aspettative dei lavoratori e gli obiettivi di digitalizzazione, sostenibilità e inclusività del nostro Paese. Ora è necessario costruire il futuro del lavoro sul vero Smart Working, che non è una misura emergenziale, ma uno strumento di modernizzazione che spinge a un ripensamento di processi e sistemi manageriali all’insegna della flessibilità e della meritocrazia, proponendo agli smart worker una maggiore autonomia e responsabilizzazione sui risultati”. “Per cogliere tutti i benefici dello smart working serve l’impegno di tutti i soggetti“, afferma Alessandra Gangai, Direttrice della Ricerca Smart Working nella PA. “Alle organizzazioni spetta il compito di strutturare progetti coraggiosi, lavorando su policy, tecnologie, spazi di lavoro e stili di leadership; gli smart worker devono allenare skill più adeguate al nuovo work-life balance; i policy maker devono accompagnare questa trasformazione con onestà intellettuale e lungimiranza”. Lo Smart Working nel 2021 A marzo 2021, a un anno dal primo lockdown, l’Osservatorio stima che siano stati 5,37 milioni gli smart worker italiani, di cui 1,95 milioni nelle grandi imprese, 830mila nelle PMI, 1,15 milioni nelle microimprese e 1,44 milioni nella PA. Nel secondo trimestre il numero ha iniziato progressivamente a diminuire fino a 4,71 milioni, con il calo più consistente nel settore pubblico (1,08 milioni), seguito da microimprese (1,02 milioni), PMI (730mila) e grandi aziende (1,88 milioni). A settembre il numero degli smart worker si è attestato a 4,07 milioni. Nelle grandi imprese e nelle PA il lavoro da remoto continua a essere ampiamente diffuso, con una media rispettivamente di 4,1 e di 3,6 giorni a settimana. Crescono i modelli di lavoro ibridi, in cui si alternano 2 giorni di lavoro in presenza e 3 a distanza o viceversa. Fra le grandi imprese che hanno definito o stanno definendo un progetto di smart working, il 40% afferma che il progetto non era presente prima dell’emergenza e che è stata la pandemia l’occasione per introdurlo, l’85% fra le PA. Il 55% delle grandi aziende e il 25% delle pubbliche amministrazioni ha avviato interventi di modifica degli spazi dell’organizzazione per adattarli al nuovo modo di lavorare. La maggior parte delle organizzazioni non interverrà sulle dimensioni ma sull’organizzazione degli ambienti di lavoro, le altre si concentreranno sulla riduzione degli spazi (in particolare il 33% delle grandi aziende), non mancano infine organizzazioni (ad esempio il 18% delle PA) che prevedono un aumento degli spazi necessari. In termini di impatto delle prestazioni, tutte le organizzazioni mettono in generale in luce un forte miglioramento del work life balance. Le grandi imprese e le PA evidenziano anche un deciso miglioramento di efficacia ed efficienza (quest’ultima migliorata per il 59% delle grandi imprese e il 30% delle PA contro rispettivamente il 5% e il 16% che dichiarano un peggioramento). Più incerto e controverso l’impatto su tali prestazioni nelle PMI. L’aspetto ritenuto più negativo da tutte le organizzazioni è invece quello della comunicazione tra colleghi,

Commercio digitale in Italia in crescita, insieme ai prezzi

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Nel terzo trimestre 2021 il commercio digitale in Italia è cresciuto del 15% e si prevede un Natale da record per l’e-commerce e un aumento dei prezzi del 20%. Nel terzo trimestre del 2021 il commercio digitale globale è cresciuto dell’11% rispetto allo stesso periodo del 2020. L’Italia conferma la propensione allo shopping online e supera il dato globale segnando una crescita complessiva del commercio digitale del 15%. È quanto emerge dai dati relativi al terzo trimestre del 2021 dello Shopping Index, il report trimestrale di Salesforce che racconta i trend del commercio digitale in Italia attraverso i dati di oltre un miliardo di consumatori in tutto il mondo. “Oggi il consumatore è più evoluto e ben si adatta alle mutevoli condizioni del mercato. L’e-commerce continuerà a crescere nonostante il previsto aumento dei prezzi ma le modalità e le tempistiche cambieranno”, commenta Maurizio Capobianco, Area VP Cloud Sales di Salesforce. “Le aziende devono continuare nel loro percorso di Trasformazione Digitale in quanto questo è garanzia di flessibilità e velocità. Solo in questo modo riusciranno ad adattare i loro processi per intercettare e interpretare i comportamenti di un consumatore che ormai spazia senza problemi tra il fisico e il digitale”. Le abitudini di acquisto che caratterizzano il commercio digitale in Italia e che si sono formate durante la pandemia, ormai sono diventate una vera e propria costante e secondo le previsioni sui comportamenti di acquisto dei consumatori per la stagione dello shopping natalizio 2021. Le vendite digitali supereranno ancora una volta 1 trilione di dollari a livello globale, ma si prevede anche che consumatori, rivenditori e fornitori dovranno fare fronte a costi crescenti e scorte di magazzino in diminuzione a causa della forte pressione sulla supply chain. Q3 Shopping Index: i dati globali Di seguito vengono riportate alcune tra le più interessanti evidenze emerse dall’analisi dello stato del commercio digitale in Italia e nel resto de mondo nel terzo trimestre 2021: Il commercio digitale a livello globale è cresciuto dell’11% su base annua nel terzo trimestre, con un aumento molto più elevato rispetto a quanto visto nel secondo trimestre (3%). Il traffico globale complessivo è diminuito del 2% su base annua, segnando così una percentuale inferiore rispetto alla crescita dell’8% del secondo trimestre. Il traffico globale da dispositivi mobili è diminuito dell’1% su base annua, mentre il traffico generato da PC è diminuito del 3% su base annua. Gli ordini globali sono diminuiti del 2% su base annua, in linea con il calo del 4% registrato nel secondo trimestre di quest’anno. A livello globale crescono però del 5% gli ordini da piattaforme mobili, un dato positivo rispetto allo 0% registrato nel secondo trimestre. Le categorie di prodotti che hanno registrato la crescita di fatturato maggiore nel secondo trimestre su base annua sono: Mobili per la casa (59%) Borse e valigie generiche (37%) Borse di lusso (30%) Le categorie di prodotti che hanno registrato un maggiore calo di fatturato su base annua sono: Prodotti per capelli (-36%) Cibo e bevande (-21%) Prodotti di cosmesi (-19%) I dati italiani Il commercio digitale in Italia è cresciuto del 15% su base annua nel terzo trimestre. L’Italia ha registrato una crescita complessiva del traffico dell’1%, in controtendenza rispetto al calo del 2% a livello globale. L’Italia resta tra i paesi con i tassi di conversione – ossia il rapporto tra traffico online e ordini – più bassi al mondo (1,2%) insieme a Spagna e America Latina. In Italia il traffico e-commerce generato dai social media è pari all’11% e supera così la media globale, dove il dato è stabile all’9%. Se a livello globale, il traffico social generato da tablet ha registrato la crescita maggiore (con un aumento del 4% rispetto al terzo trimestre 2020), in Italia il device che la fa da padrone e che genera più traffico è invece lo smartphone (13%), un dato coerente e in linea con i dati del il terzo trimestre 2020. Le previsioni di Salesforce per la stagione di commercio digitale in Italia e nel mondo per le feste Secondo le previsioni di Salesforce sui comportamenti di acquisto dei consumatori per la stagione dello shopping natalizio 2021: Si prevede una crescita complessiva del 7% su base annua del commercio digitale globale per i mesi di novembre e dicembre. Le vendite digitali totali raggiungeranno il record di 1,2 trilioni di dollari a livello globale. La crescita del commercio digitale in Italia e nel mondo sarà trainata da un aumento del 20% dei prezzi al dettaglio, nonostante sia previsto un minor numero di ordini (-2%). “Se la stagione dello shopping natalizio 2020 si caratterizzò per le difficoltà riscontrate nella gestione dell’ultimo miglio, quest’anno le criticità dovrebbero verificarsi nella logistica del primo miglio”, ha affermato Rob Garf, VP e GM di Retail di Salesforce. “A causa delle continue interruzioni della supply chain a livello globale, i rivenditori hanno la necessità oggi di attirare i consumatori nei propri store online e fisici all’inizio della stagione per soddisfarne la domanda di acquisto e intercettare le opportunità di spesa in previsione del periodo festivo”. Rivenditori, fornitori e consumatori saranno alle prese con l’aumento dei costi L’aumento dei costi sembra essere in primo piano quest’anno per rivenditori, fornitori e consumatori. I motivi sono molteplici: Per quanto riguarda rivenditori e fornitori, sono tre i fattori che hanno esercitato una pressione significativa sulla catena di approvvigionamento globale: la capacità produttiva, i costi della logistica e la carenza di manodopera. I problemi di inventario e l’aumento dei costi di produzione farà lievitare l‘inflazione e ridurrà i margini, generando un conseguente aumento dei prezzi al dettaglio. Secondo le previsioni di Salesforce, i consumatori dovranno vedersela con un aumento del 20% dei prezzi. Per fare fronte a questo aumento, l’utilizzo della modalità di pagamento “compra ora, paga dopo” rappresenterà probabilmente l’8% degli ordini nel commercio digitale in Italia (per un totale di spesa di circa 96 miliardi a livello globale), rispetto al 4% degli ordini nello stesso periodo nel 2020. La disponibilità dei prodotti sarà di primaria importanza rispetto ai ritardi nelle spedizioni Una delle maggiori sfide dell’anno scorso sono stati i ritardi a livello

1/3 degli italiani è digitalmente maturo. E il resto?

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L’88% della popolazione italiana 14+ ha utilizzato Internet in almeno una fase del percorso di acquisto. Crescono gli utenti che usano i canali digitali con maturità, i Digital Rooted (7,1 milioni, +24,6%) e i Digital Engaged (10 milioni, +13,6%), stimati al 62% entro il 2031 Nel 2021 sono 46,1 milioni i consumatori multicanale – gli utenti che usufruiscono di servizi di eCommerce o per i quali il digitale ha un ruolo nel proprio percorso di acquisto -, pari all’88% della popolazione italiana con più di 14 anni (52,6 milioni). Crescono gli utenti più evoluti, aumentati del 17,9% e pari a un terzo della popolazione: i Digital Rooted, cresciuti del 24,6% (7,1 milioni, il 14% degli italiani 14+), i consumatori che utilizzano la rete ovunque, hanno maggiore familiarità con i social media e i servizi per i pagamenti digitali e sono i più attenti ai consigli degli influencer, e i Digital Engaged, aumentati del 13,6% (10 milioni, 19% degli italiani 14+), gli utenti molto disinvolti nell’uso dei canali online, soprattutto da smartphone, ma più legati al negozio fisico. Questi gruppi oggi presentano una forte concentrazione di utenti nelle fasce di età 14-34 e 35-55 e, considerando lo sviluppo tecnologico e i trend demografici, si può stimare che nei prossimi dieci anni arriveranno a rappresentare il 62% della popolazione 14+ (rispettivamente il 30% e il 32%), con una forte presenza di utenti con più di 55 anni, che saranno pari al 47% dei Digital Rooted e al 57% dei Digital Engaged (contro il 24% e il 26% attuali). Restano stabili i Digital Bouncers (11,7 milioni, -200mila), pari al 22% della popolazione, che si informano online ma poi comprano nel punto vendita perché diffidenti verso i pagamenti anticipati e legati al rapporto personale col venditore. Diminuiscono, invece, i Digital Rookies, i consumatori meno maturi da un punto di vista digitale con dotazione tecnologica sotto alla media, preferenza per i pagamenti in contanti e scarsa conoscenza e uso dei servizi più evoluti, che rappresentano ancora un terzo del campione ma segnano un -13,9% (17,3 milioni, -2,8 milioni). Il restante 12% della popolazione, infine, è composto da Digital Unplugged (6,5 milioni), gli utenti refrattari al digitale che vivono lo shopping esclusivamente nella dimensione fisica. Il peso di questi due segmenti è destinato a scendere ulteriormente nel prossimo decennio, con un’incidenza del 13% per i Digital Rookies e di appena il 6% per i Digital Unplugged. I canali digitali sono sempre più presenti in tutte le fasi del percorso di acquisto del consumatore, dalla scoperta del brand alla fase di “conversione”. Nell’ultimo anno il 69% degli utenti Internet è venuto a conoscenza di nuovi brand online e il 76% ha usato la rete per confrontare marche di prodotti o servizi che vorrebbe acquistare. Il comportamento multicanale dei consumatori varia in base alla categoria merceologica: il primo settore per utenti digitali è quello dei viaggi, con il 71% dei consumatori che si informa prevalentemente in rete sui prodotti e il 43% che acquista esclusivamente online, seguito da elettronica/informatica (70% e 14%) e assicurazioni (46% e 23%). Oltre a una presenza sui canali digitali costante e coerente con i valori della marca, per i brand diventa sempre più importante l’attenzione alle tematiche etiche e sociali per attrarre i consumatori: il 73% della popolazione sopra i 14 anni valuta positivamente i marchi che prendono posizione su questi temi e il 57% li premia nelle proprie scelte di acquisto. Sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Multicanalità*, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano e da NielsenIQ, presentata questa mattina durante il convegno “Multicanalità 2021. Fast forward: il futuro oltre la ripresa”. “I canali digitali sono ormai una presenza costante in tutte le fasi del percorso di acquisto degli italiani, cresce il peso dei consumatori più evoluti e diminuiscono significativamente gli utenti che li utilizzano in modo immaturo – dichiara Giuliano Noci, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Multicanalità -. Fra dieci anni quasi due terzi dei consumatori saranno individui a loro agio con i servizi eCommerce più evoluti, mentre crollerà la percentuale di utenti che non usano i canali digitali nella loro relazione con i brand o che lo fanno con diffidenza e sporadicamente. In questo quadro, l’adozione di una strategia omnicanale da parte delle imprese operanti in tutti i settori merceologici non è più un’opzione ma una condizione necessaria per la sopravvivenza: in termini concreti è quindi richiesto al management di progettare spazi di interazione con il mercato basati su una molteplicità di punti di contatto, online e offline, a supporto di tutte le fasi del customer journey dell’utenza: dalla scoperta del brand fino al post-vendita”. “La digital transformation accelerata dalla pandemia se da un lato rappresenta una leva per costruire valore in logica customer centric dall’altro impone una riflessione sul futuro del retail – dichiara Stefano Cini, Consumer Intelligence Director di NielsenIQ -. Questa metamorfosi ha due componenti: una transazionale e una relazionale. Quella transazionale è l’eCommerce ossia la Digital Trasformation come nuovo canale di vendita da integrare rispetto a quello fisico per offrire un’offerta senza soluzione di continuità al consumatore. Quella relazionale è l’omnicanalità ossia la Digital Trasformation come canale di marketing per creare una relazione sempre più intima con i propri consumatori grazie ai super poteri che i dati e la tecnologia mettono a disposizione dei brand e dei retailer. Interessante – infine – osservare come il mix di digitalizzazione e invecchiamento della popolazione produrrà nei prossimi 10 anni un interessante evoluzione della specie nel panorama italiano: un’attenzione particolare dovrà essere riservata agli over55 target che nel prossimo futuro crescerà in ponderata, migliorerà la sua dimestichezza con la tecnologia e avrà una disponibilità economica sopra media”. La percezione e il rapporto con i brand – Dalla Ricerca emerge come i consumatori riconoscano un ruolo sociale ai brand e siano più attratti dalle marche attente alle tematiche etiche e sociali: il 76% ritiene giusto che i brand prendano posizione su questi temi, il 73% valuta positivamente le aziende che intraprendono questo percorso e il 57% le premia quando si tratta di scegliere prodotti e servizi da acquistare. I principali temi su cui i brand dovrebbero esporsi, secondo i consumatori, sono

Robotic Process Automation: automazione sicura in azienda

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Massimo Carlotti di CyberArk presenta le caratteristiche della Robotic Process Automation, tecnologia importante per la trasformazione digitale. La Robotic Process Automation è una delle tecnologie chiave che alimenta la trasformazione digitale. Considerata dagli esperti come uno dei software aziendali in più rapida crescita, la essa sta aiutando le aziende ed i loro dipendenti a raggiungere i livelli di efficienza, precisione e velocità necessari per competere ed avere successo. Approcciando i progetti di automazione Robotic Process Automation insieme alla cybersecurity, le aziende possono offrire ai clienti esperienze digitali migliori, in modo sicuro e rapido. La futura rivoluzione tecnologica in azienda Negli ultimi decenni, le innovazioni tecnologiche hanno modellato e rimodellato la nostra vita quotidiana, in particolare il modo in cui lavoriamo. La Robotic Process Automation è pronta a diventare una delle prossime “transizioni”. Analizziamo in breve queste sei distinte ere tecnologiche: L’era del mainframe ha migliorato le capacità computazionali e transazionali di governi, grandi imprese ed enti di ricerca. I personal computer (PC) hanno portato la potenza dei computer a un’ampia platea di utenti e alle piccole imprese. L’interfaccia utente grafica (Graphical user interface – GUI) ha reso i computer più intuitivi, permettendo alle persone meno esperte di usare i computer, ampliandone ulteriormente l’utilizzo in azienda e nella società. Poi venne Internet, connettendo questa vasta rete di utilizzatori di computer in modi nuovi ed esaltanti. Il Mobile ha portato la potenza di Internet a tutti. Il Cloud ha fornito nuovi modi per memorizzare grandi quantità di dati, con un’esplosione di funzionalità di Intelligenza Artificiale (IA). Oggi, con una migliore mappatura dei processi, l’avvento della computer vision e la rapida crescita dell’IA, siamo entrati nell’era dell’automazione. Mentre la tecnologia che la supporta non è necessariamente nuova, il modo in cui viene combinata e utilizzata definisce questo nuovo capitolo. Utilizzando l’IA pragmatica per guidare la digitalizzazione e l’automazione dei processi, la Robotic Process Automation può semplificare un’ampia gamma di attività intellettive svolte nell’ambiente digitale moderno con grande velocità e precisione – permettendo agli esseri umani di concentrarsi su operazioni a più alto valore (e spesso più gratificanti). I sistemi Robotic Process Automation variano in scala e complessità, da semplici chatbot per siti web, in grado di rispondere a domande standard, a implementazioni di migliaia di bot che possono automatizzare l’elaborazione di carte di credito e le attività di rilevamento delle frodi. Ripensare il modo di lavorare con l’RPA Nonostante la trasformazione digitale sia in agenda da tempo, alcune organizzazioni fanno fatica a ottenere il massimo dalle loro iniziative e la Robotic Process Automation le sta aiutando, non solo attraverso l’automazione dei processi manuali e abilitando gli utenti, ma supportando i team a far evolvere il pensiero convenzionale. Ad esempio, nel settore dei servizi finanziari, i bot Robotic Process Automation compiono già molte azioni, dall’ottimizzazione dei processi di sottoscrizione manuali, alla riduzione delle attività fraudolente attraverso il monitoraggio dei conti, fino all’assistenza nell’inserimento di nuovi clienti. Adottando questa tecnologia – anche se si tratta di un progetto iniziale su piccola scala – le organizzazioni possono iniziare rapidamente a valutare come applicare l’automazione ad altre aree di business a loro vantaggio. Prima di iniziare è opportuno esaminare il lavoro svolto dal team interno per determinare quali compiti richiedano il coinvolgimento umano – e quali mansioni manuali e ripetitive potrebbero essere invece assegnate ai robot. Ad esempio, l’inserimento dati, l’elaborazione delle transazioni, l’attivazione delle risposte e la comunicazione con altri sistemi digitali. È importante ricordare che le tecnologie Robotic Process Automation sono destinate a migliorare, non a sostituire, la forza lavoro umana. Riducendo il tempo e l’energia destinati a queste operazioni a basso valore e alto volume, i dipendenti possono concentrarsi su idee, innovazioni e attività più stimolanti. Ci sono due tipologie principali di bot Robotic Process Automation: bot assistiti che lavorano sotto la supervisione umana supportando i lavoratori, e bot non assistiti che possono funzionare senza coinvolgimento umano. La valutazione delle esigenze Robotic Process Automation dovrebbe adottare un approccio top-down – per identificare e dare priorità alle aree chiave al fine di massimizzare il ROI – e uno bottom-up, per potenziare i lavoratori con l’automazione in base alle loro esigenze individuali. Proteggere le iniziative Robotic Process Automation con l’Identity Security Come per tutti i progetti di trasformazione digitale, la sicurezza deve essere da subito un elemento chiave in un’iniziativa Robotic Process Automation. I bot Robotic Process Automation e i processi di automazione spesso richiedono elevati livelli di privilegi per svolgere il loro lavoro, dall’interazione diretta con le applicazioni aziendali all’imitazione del comportamento umano, fino al mirroring dell’identità umana e delle autorizzazioni di accesso a più sistemi. Questo fornisce agli attaccanti un ulteriore metodo potenziale per rubare dati e causare confusione – in particolare sfruttando quella parte di implementazioni Robotic Process Automation incustodite in esecuzione. Ad esempio, se i cybercriminali riuscissero a impossessarsi delle credenziali di amministratore e bot Robotic Process Automation non protette, potrebbero ottenere l’accesso a sistemi e dati aziendali critici. Applicando policy di Identity Security robuste e tracciabili, come la rotazione automatica delle credenziali privilegiate, la definizione di connessioni sicure e l’imposizione di limiti temporali sui permessi di accesso, unite alla consapevolezza della sicurezza dell’automazione in azienda, le organizzazioni possono ridurre il rischio di attacchi basati su credenziali. Gli ingegneri dell’automazione si concentrano sullo snellimento o l’eliminazione del maggior numero possibile di processi manuali – e la sicurezza non fa eccezione. Forse il più grande vantaggio di un approccio focalizzato sull’identità nella sicurezza Robotic Process Automation è che le attività di protezione critiche, come la gestione delle credenziali, possono essere automatizzate per rimuovere ogni barriera che potrebbe rallentare le attività, raggiungendo nuovi livelli di efficienza operativa e scalando in sicurezza le iniziative di queste tecnologia in modo più rapido. Fonte: bitmat.it

Boom e-commerce: mercato da 39,4 miliardi di euro nel 2021 (+21% rispetto al 2020)

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In Italia l’eCommerce B2c torna a crescere con un ritmo simile a quello pre-pandemia. Da un lato gli acquisti di prodotto continuano ad aumentare, sebbene con un tasso più contenuto (+18%) rispetto a quello dello scorso anno (+45%), e toccano i 30,5 miliardi di euro. Dall’altro gli acquisti di servizio, dopo la forte crisi del 2020, segnano una ripresa (+36%) e raggiungono gli 8,9 miliardi di euro. Rimane però ancora significativo il divario rispetto al 2019 quando il comparto valeva 13,5 miliardi. Questo lo scenario presentato dall’Osservatorio eCommerce B2c, giunto alla ventunesima edizione, durante il convegno promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano e da Netcomm intitolato “eCommerce B2c: il futuro del Retail ha inizio qui”. “Anche in connessione all’emergenza sanitaria, l’eCommerce gioca un ruolo sempre più importante nella definizione del piano di sviluppo del Retail, nel nostro Paese e nel resto del mondo” dichiara Alessandro Perego, Responsabile Scientifico degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano “In Italia l’eCommerce B2c rappresentava, già prima del lockdown, uno dei principali motori di crescita e di innovazione del Retail. In seguito alle restrizioni dovute alla pandemia vi è stato però uno straordinario salto evolutivo a favore del digitale che ha coinvolto anche il mondo del commercio. Non sono solo cambiati i comportamenti di acquisto, ma è maturata anche la consapevolezza dei retailer sulla imprescindibilità di progettare un percorso di vendita e di relazione fondato sull’integrazione e sulla collaborazione tra canali fisico e online”. “La pandemia ha trasformato i comportamenti, il mindset e le preferenze dei consumatori nei confronti degli acquisti online, generando cambiamenti che sono destinati a radicarsi e permanere. Se pensiamo che prima dell’emergenza sanitaria, il 70% dei rivenditori e grossisti non fosse organizzato per le vendite online, mentre nel 2020 l’e-commerce a livello europeo ha raggiunto il valore di 757 miliardi di euro, con una crescita del +10 rispetto al 2019, si comprende quanto l’emergenza sanitaria abbia segnato una vera e propria esplosione del commercio online, mettendo in luce l’importanza della trasformazione digitale che ha stimolato produttori, retailer e l’intero settore del commercio al dettaglio ad aprire nuovi canali di vendita online per adottare nuove soluzioni di commercio omnicanale.” Aggiunge Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. Il mercato italiano “Nel 2021 gli acquisti online valgono 39,4 miliardi di euro (+21% rispetto al 2020)” afferma Riccardo Mangiaracina, responsabile scientifico dell’Osservatorio eCommerce B2c “Da un lato gli acquisti di prodotto continuano a crescere, sebbene con un ritmo più contenuto (+18%) rispetto a quello dello scorso anno (+45%), e toccano i 30,5 miliardi di euro. Dall’altro lato gli acquisti di servizio, dopo la forte crisi del 2020 (-52%), fanno segnare una ripresa (+36%) e raggiungono gli 8,9 miliardi. Il trend di questa componente, seppur positivo, non compensa le perdite generate per via dell’emergenza sanitaria: risulta ancora significativo il divario rispetto ai valori pre-pandemia (nel 2019 gli acquisti online di servizio valevano 13,5 miliardi di euro)”. “Oggi l’eCommerce viene scelto in modo consapevole per gli acquisti quotidiani da un numero crescente di italiani” continua Valentina Pontiggia, direttore dell’Osservatorio eCommerce B2c “Nel 2021 l’incidenza dell’eCommerce B2c sul totale vendite Retail, indice della maturità online, raggiunge il 10% (era il 9% nel 2020). Nella sola componente di prodotto la penetrazione passa dal 9% nel 2020 al 10% nel 2021 (+1 punto percentuale rispetto al 2020), con un incremento più contenuto rispetto a quello osservato tra 2019 e 2020 (+3 punti percentuali). Nel 2021, aumenta anche l’incidenza della componente servizio che passa dal 10% all’11%”.  L’eCommerce B2c e le dinamiche innescate dal Covid-19 Per stimare quale sarebbe stato il valore degli acquisti online in assenza dell’emergenza sanitaria, è stato calcolato e applicato per il 2020 e 2021 il tasso di crescita medio annuale nel periodo 2016-2019, sia per la componente di prodotto (+23%) sia per quella di servizio (+8%). Il valore degli acquisti eCommerce B2c, così ottenuto, è pari a 36,6 miliardi di euro nel 2020 (rispetto ai 32,5 miliardi effettivamente registrati) e di 42,9 miliardi di euro nel 2021 (rispetto ai 39,4 miliardi registrati). Senza l’emergenza sanitaria, probabilmente il mercato online avrebbe chiuso il 2021 con 3,5 miliardi di euro in più, senza il drastico calo del settore Turismo e Trasporti, fortemente penalizzato dalle severe limitazioni alla mobilità (come la chiusura delle frontiere). Il Covid-19, dunque, contrariamente a quanto si possa pensare, ha frenato la crescita generale del mercato eCommerce, con diverse eccezioni nei comparti merceologici di prodotto, come il Food&Grocery, che hanno ottenuto al contrario una forte accelerazione. L’eCommerce B2c e l’integrazione con il canale fisico Rispetto al passato non solo le grandi realtà, ma anche le medio-piccole imprese italiane, si sono avvicinate all’eCommerce e ne hanno compreso le potenzialità. In molti casi, però, l’approccio alla multicanalità è stato piuttosto elementare, fondato su modalità di interazione online e su modelli di acquisizione dell’ordine attraverso piattaforme social e/o di instant messaging, quindi non propriamente eCommerce. Diversi sono poi gli esercenti che hanno valutato e approfondito modalità di vendita online intermediate, ad esempio aprendo una vetrina sui marketplace. “Oggi l’eCommerce è portatore di nuovi equilibri e di nuove modalità di interazione e di vendita che si stanno propagando a tutto il commercio, anche fisico. Ne sono chiari esempi lo sviluppo dei pagamenti digitali e biometrici, il marketing one to one, la personalizzazione del prodotto, il cross e up selling mirato e la possibilità di disaccoppiare il momento della vendita a quello del possesso.” conclude Valentina Pontiggia “Per il nostro Paese si tratta di un segnale importante: l’eCommerce sta raggiungendo un livello di diffusione tale da far presagire un processo continuo, anche se graduale, di integrazione tra offline e online”. Fonte: bitmat.it

UE, addio all’anonimato per i domini Internet

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Bruxelles vuole introdurre una serie di verifiche per assicurarsi che i dati del registrant siano veritieri.   Quando si registra un nome di dominio è necessario fornire alcuni dati, come il nome e cognome o la ragione sociale del titolare (noto come registrant) e i relativi indirizzo, numero di telefono (generalmente opzionale) e indirizzo email. Tuttavia, nessuno esegue controlli sulla veridicità di queste informazioni: pertanto, in realtà si può registrare un dominio in maniera assolutamente anonima fornendo dati inventati. Per l’Unione Europea questa possibilità è inaccettabile e perciò è allo studio una direttiva che introduca per tutti i domini registrati sul territorio dell’Unione una serie di verifiche affinché i dati inseriti possano essere controllati. Le modalità di verifica non sono ancora definite nel dettaglio; si sa, per esempio, che l’intenzione è di obbligare il registrant a fornire un numero di telefono valido (senza il quale presumibilmente la registrazione non potrà procedere) ma anche di implementare verifiche per tutti gli altri dati. Una verifica in tempo reale potrebbe assumere diverse forme: potrebbe tradursi nell’obbligo di utilizzo di una identità digitale (come l’italiano SPID) per la registrazione oppure in quello della fornitura di un documento. La proposta parla di «misure tecniche e organizzative, come un processo di conferma per la registrazione» ma non entra nei dettagli. C’è da sperare che i sistemi adottati siano rapidi, altrimenti per i più “anziani” si tratterà di una sorta di ritorno al passato, in particolare al tempo (non troppo lontano) in cui per registrare un dominio .it era necessario inviare un fax. L’Icann è assolutamente a favore di una norma di questo tipo, e dello stesso parere sono le organizzazioni che si occupano di tutelari i diritti dei titolari di copyright, per motivi che non è difficile immaginare. Da più parti si levano però voci che sottolineano come l’istituzione di controlli stringenti sui dati dei registrant ponga problemi seri, in particolare per quanto riguarda gli attivisti e quanti rivelano informazioni riservate (i cosiddetti whistleblower). Il parlamentare europeo Patrick Breyer, del Partito Pirata Tedesco, ha definito la proposta della UE «un grosso passo in avanti verso l’abolizione delle pubblicazioni anonime e delle fughe di notizie in Internet». «Una norma del genere metterebbe in pericolo i gestori di siti web, perché soltanto l’anonimato protegge efficacemente dal furto e dalle perdite di dati, dallo stalking e dal furto d’identità, dal doxing e dalla compilazione di liste di proscrizione». Di parere contrario all’introduzione della norma è anche il tedesco DENIC, gestore del TLD .de, secondo il quale la verifica dei dati dei registrant non aiuterà ad aumentare la sicurezza in Rete né a prevenire gli abusi. «Vogliamo sottolineare» – spiega l’ente – «che l’identificazione del registrant non fornisce alcun dato circa l’entità che effettivamente ha il controllo tecnico sul dominio, né tantomeno su quanti forniscono i contenuti o i servizi erogati sotto quel dominio» Entro la fine del mese in corso si concluderà la raccolta dei pareri dei soggetti coinvolti nel settore; la discussione interna al Consiglio dell’Unione Europea inizierà subito dopo. Fonte: zeusnews.it

Black Friday 2021: il prezzo sarà determinante

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Il 49% degli italiani adulti farà acquisti ai saldi del Black Friday, a condizione che il prezzo sia giusto Gli italiani sono pronti a fare acquisti a rotta di collo durante il Black Friday 2021, a condizione che il prezzo sia giusto, secondo il Black Friday Shopping Report di Finder.com. Il sondaggio di Finder su un campione di 1519 italiani adulti rivela che il 49%, o una stima di 25 milioni di persone, intende fare acquisti durante i saldi del Black Friday 2021, ma solo se gli articoli saranno scontati abbastanza. Gli italiani adulti hanno bisogno di uno sconto medio appena superiore alla metà (52%) per partecipare all’evento di shopping. Il 15% degli italiani afferma che avrà bisogno di uno sconto del 50% affinché possano comprare ai saldi, mentre un altro 12% sostiene che solo uno sconto del 90% li convincerebbe a fare acquisti. Dall’altra parte dello spettro, solo il 7% afferma che potrebbe essere invogliata da uno sconto anche del 5%. Le persone di età compresa tra 55 e 64 anni hanno maggiori probabilità di fare shopping ai saldi, con il 58% che afferma che sarà invogliato a fare acquisti se ritiene che il prezzo sia giusto. Nel frattempo, quelli di età compresa tra 35 e 44 anni sono i meno propensi a partecipare, con solo il 45% che afferma che qualsiasi tipo di sconto potrebbe attirare la loro attenzione. Uomini e donne hanno quasi la stessa probabilità di manifestare il loro interesse per gli sconti, con il 50% degli uomini e il 49% delle donne che affermano che faranno acquisti solo se lo sconto è abbastanza grande. La rappresentante dei diritti dei consumatori Susannah Binsted afferma che i prossimi mesi saranno un ottimo momento per acquistare gli articoli che hai tenuto d’occhio. “Stiamo entrando nella più grande stagione dello shopping dell’anno, con alcuni degli eventi di vendita più popolari dietro l’angolo, tra cui il Black Friday 2021 and Cyber Monday. Se stai tenendo d’occhio un determinato prodotto, potresti voler attendere per vedere se verrà scontato durante la stagione dei saldi”. Tuttavia, Binsted sostiene anche che è una buona idea pianificare i tuoi acquisti in anticipo per evitare acquisti d’impulso. “Circa il 50% degli italiani adulti ammettono che potrebbero essere invogliati ad acquistare ai saldi se il prezzo è giusto. Per evitare di effettuare acquisti non necessari, pianifica la tua lista della spesa in anticipo e fatti un’idea di cosa stai cercando prima ancora che i saldi arrivino. Puoi anche chiederti sul momento se è un qualcosa per cui saresti disposto a pagare anche il prezzo pieno: se la risposta è sì, lo sconto sarà ancora più piacevole.” Fonte: bitmat.it