Customer journey, per conoscere i clienti ci vuole intelligence
In un mercato dove i clienti sono sempre più informati e digitalizzati, la customer intelligence ha cambiato la relazione tra azienda e clienti: le analisi si basano su insight raccolti dai Big Data e dati comportamentali del customer journey che arricchiscono il profilo del cliente Tra le sfide che devono affrontare oggi le aziende, una delle più importanti è riuscire a vendere i propri prodotti e servizi a clienti che sono sempre più informati, e quindi sempre più esigenti, e meno fedeli. Clienti che, negli anni, si sono sempre più digitalizzati, e quindi sono in grado di accedere facilmente al web e alle informazioni relative ai prodotti e al brand, individuando in un click offerte e promozioni, e confrontando al tempo stesso esperienze e opinioni di altri utenti. Secondo una recente indagine del Censis, sono oltre 30 milioni gli italiani che leggono abitualmente giudizi relativi ai prodotti presenti su social network e blog, e più di 6 milioni quelli che pubblicano post raccontando le proprie esperienze commerciali, in rete o in punti vendita fisici. CUSTOMER INTELLIGENCE Per analizzare al meglio tutte le informazioni legate ai clienti, ai loro acquisti e ai loro comportamenti, sono necessari – anzi ormai indispensabili – strumenti avanzati per la customer intelligence, senza i quali non è possibile avere le informazioni utili al proprio business. La tecnologia ha cambiato la relazione con i propri clienti. La customer intelligence, infatti, permette di costruire interazioni con i propri clienti basate sugli insight raccolti dai Big Data e dalla loro analisi. Le esperienze dei clienti sono tenute continuamente aggiornate, collezionando tutte le informazioni dai vari touch point: grazie alla customer intelligence, si riesce a misurare la customer experience su tutti i canali dell’azienda, e si possono collegare le strategie orientate al cliente agli obiettivi di business. Approfondire la conoscenza dei clienti significa comprenderne attitudini, preferenze, abitudini di acquisto e relazioni sociali, ma anche trovare il canale più adatto per comunicare con loro, utilizzando messaggi personalizzati, prevedendone il comportamento, e creando offerte personalizzate che favoriscono il business e fidelizzano i clienti. Sfruttando questi strumenti, le attività di marketing sono molto semplificate, e più efficaci: da un lato tutti i processi sono ottimizzati, e i costi di marketing e delle campagne significativamente ridotti, dall’altro i propri prodotti sono posizionati meglio e più rapidamente sul mercato. #CustomerIntelligence Giancarlo Vercellino: Andare oltre gli slogan @IDCItalyClick To Tweet Inoltre, si può facilmente segmentare la clientela per indirizzare una strategia commerciale e di servizio personalizzata, anche in tempo reale, e generare così un più alto ritorno sugli investimenti di marketing e sulle promozioni. Non solo. Reagire subito e in modo appropriato ai cambiamenti nel comportamento dei clienti, in particolare per anticipare i rischi di abbandono, significa aumentare l’efficacia della forza vendita, identificando i prospect più qualificati, e risolvere i problemi dei clienti in maniera più efficiente, rendendo più informato il proprio customer service. In sintesi, gli advanced analytics in questo campo permettono di conoscere i propri clienti nel modo migliore possibile e di anticipare le prossime mosse di ogni cliente, prendendo decisioni basate su dati più intelligenti. Grazie al rapido ritorno degli investimenti, e alla loro provata efficacia, questi strumenti sono usati in tutti i settori di mercato. Il mercato della customer intelligence ha ormai raggiunto una dimensione importante, e una previsione di crescita notevole. Secondo dati di IDC, soltanto nel retail, uno dei settori di maggiore importanza per queste soluzioni, il mercato delle tecnologie di customer analytics nell’Europa Occidentale, comprendente software, hardware e servizi, si attesta a quasi 340 milioni di euro, e raggiungerà 450 milioni nel 2020. ANDARE OLTRE GLI SLOGAN Secondo Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia, le soluzioni di customer intelligence sono da sempre strettamente integrate in sistemi informativi di front-end, in modo particolare nelle piattaforme di CRM oppure di customer experience. Però è ragionevole immaginare che avranno sempre più una valenza autonoma e disgiunta da qualsiasi applicativo aziendale più o meno canonico e tradizionale. «Dipende tutto dalla destinazione d’uso dei dati e da quanto i processi stanno evolvendo da uno scenario role-based a uno scenario data-driven, dando quindi sempre più spazio a logiche di automazione intelligente attraverso il machine learning» – spiega Vercellino. «Parlare di benefici in senso assoluto, tout-court, senza contestualizzare l’impiego dei dati in processi definiti ci aiuta soltanto in parte a capire i benefici sostanziali, andando oltre slogan più semplici che possiamo leggere in qualche brochure o in qualche presentazione. Considerata la velocità con la quale sta cambiando la società, capire quali sono i bisogni, sempre più variabili, volatili e sofisticati, del cliente digitale – sia consumer che business – rappresenta il vero fondamento per le attività di customer intelligence, al di là di quali siano i modelli e i paradigmi tecnologici che si intendono impiegare». Secondo Alfieri Voltan, presidente di Siav, un ambito strategico per la customer intelligence è quello della business process intelligence e del process mining, «per tenere sotto controllo i processi interni ed esterni legati alle relazioni con il cliente, ricostruendoli e misurandoli in modo oggettivo a partire dai dati contenuti nei sistemi informativi di customer relationship management». Per la gestione delle relazioni e delle interazioni in tempo reale su canali fisici e digitali, la soluzione SAS di customer intelligence si colloca nell’area CRM/Campaign, integrandosi con ogni altro tipo di applicazione (CRM, Casse, Commerce, Loyalty…). Da un punto di vista organizzativo, si posiziona nel marketing strategico e operativo, sales e customer service e permette – come ci spiega Max Ardigò, customer intelligence solution consultant – di analizzare mercato di riferimento, definire segmenti, prodotti, offerte, valutare performance, consentendo di definire e ottimizzare le strategie omnicanale. «I motori analitici alla base sono la chiave per interagire nel momento e nel canale preferito dal cliente con la migliore azione o offerta. SAS Customer Intelligence si integra con i sistemi per business analyst e data scientist, e chi studia e produce modelli analitici può capire meglio come verranno utilizzati a regime, accorciando la distanza culturale con gli utenti di business. Ma anche con soluzioni
Cybersecurity e GDPR, cosa cambia per le imprese
Trasparenza e responsabilità condivise rendono la tutela dei dati vitale e centrale nelle strategie di sviluppo. Ma la cultura dei dati e della sicurezza è ancora tutta da costruire Negli ultimi mesi, la cybersecurity è al centro dell’attenzione. Attacchi importanti come WannaCry o Petya / NotPetya hanno coinvolto le imprese su scala globale. Cosa sarebbe accaduto se tali minacce avessero colpito dopo maggio 2018, quando la GDPR sarà a tutti gli effetti in vigore? Probabilmente, molte imprese e organizzazioni B2B avrebbero dovuto sostenere anche il peso delle sanzioni previste dal nuovo Regolamento europeo. Quest’ultimo, vale la pena ricordarlo, è la prima legge che impone alle aziende di comunicare informazioni precise rispetto agli attacchi subiti. I DATI DEL 2016, ANNO NERO PER LA SICUREZZA I dati dell’ultimo rapporto CLUSIT ritraggono il 2016 come l’anno più nero di sempre dal punto di vista dell’evoluzione delle minacce e della loro crescita in termini numerici. Sanità, GDO, Banking e Finance i settori più colpiti, ma anche le infrastrutture hanno subito un numero maggiore di attacchi. Il 72% di essi è legato al cybercrime con un aumento – rispetto all’anno precedente – di poco meno del 10%. È un dato che deve far riflettere le imprese da un lato e i cittadini / utenti dall’altro. La sicurezza è cultura, riguarda tutti e solo se per tutti è prioritaria può tutelare al meglio business e dati personali. Il rischio di subire violazioni della nostra privacy, nonché del know-how aziendale, è concreto e pressoché quotidiano. Cosa viene richiesto alle imprese per evitare incidenti e garantire una data protection in linea con la normativa europea? GDPR E CYBERSECURITY Il concetto innovativo che coinvolge, nel Regolamento europeo, gli aspetti di cybersecurity è senza dubbio quello di “privacy by design” (art. 25 GDPR). Esso impone di attuare la protezione del dato fin dal momento in cui un trattamento viene progettato e definito. A tal fine, vengono richieste misure tecniche e organizzative adeguate che il titolare dovrà mettere ovviamente in atto, potendone dimostrare in qualunque momento il livello di compliance rispetto alla normativa. Pensare alla tutela del dato in questi termini significa operare sulla base di una corretta valutazione dei rischi. La GDPR lascia un relativo margine di scelta rispetto al tipo di misure di sicurezza da adottare per mitigare al massimo i rischi. Cifratura e pseudonimizzazione sono tra le opzioni principali, ma vengono suggerite anche misure, sia tecniche che organizzative, per “ripristinare tempestivamente la disponibilità e l’accesso dei dati personali in caso di incidente fisico o tecnico” (art. 32 GDPR). La norma prevede, come è logico, corrette verifiche rispetto alle soluzioni adottate. Lo stesso art. 32 disciplina l’introduzione di procedure volte a “testare, verificare e valutare regolarmente l’efficacia delle misure tecniche e organizzative al fine di garantire la sicurezza del trattamento” (art. 32 GDPR). In casi particolari, in cui sicurezza, diritti e libertà delle persone fisiche siano particolarmente a rischio per i trattamenti effettuati (si pensi agli oggetti smart wearable o all’IoT), può essere richiesta una valutazione preliminare (PIA – Protection Impact Assessment). #cybersecurity #GDPR Valentina Frediani @ColinPartners Cosa cambia per le imprese?Click To Tweet TRASPARENZA E RESPONSABILITÀ Come accennato in apertura, la GDPR prevede l’obbligo di notifica di un data breach, affinché Autorità Garante e interessati – nei casi previsti – vengano correttamente informati della violazione subita nei modi e nei tempi previsti. Questi obblighi, strumenti preziosi per la crescita delle imprese, porterebbero a risultati superficiali se una reale cultura della sicurezza non fosse condivisa tra tutti coloro che operano con dati personali. Anche in questo caso la norma europea opera da stimolo. L’art. 29 GDPR prescrive di formare e istruire, tutti quei soggetti che materialmente andranno a trattare i dati, sulla modalità e le attività da porre in essere, nonché sui comportamenti utili a prevenire eventuali violazioni e ridurre il rischio di perdita o distruzione, anche accidentale, del dato. Imprese clienti e fornitori di servizi e soluzioni possono trarre il massimo beneficio dalla logica che permea l’assetto della GDPR. Trasparenza e responsabilità condivise rendono la tutela del dato un sistema vitale e centrale nelle strategie di sviluppo. Fondamentale, a parere di chi scrive, adottare un approccio condiviso e costantemente aggiornato che risponda con efficacia ai bisogni di sicurezza e tutela del know-how aziendale di cui i dati personali, pur non essendone l’intero, rappresentano una porzione significativa. Valentina Frediani è avvocato, CEO e founder di Colin & Partners The post Cybersecurity e GDPR, cosa cambia per le imprese appeared first on Data Manager Online.
Nokia 9 avrà un display curvo e borderless
Nokia 9 dovrebbe presentare un design con schermo curvo su entrambi i lati e bordi sottilissimi HMD Global si occupa della produzione di smartphone con marchio Nokia e non ha ancora finito di svelare i suoi nuovi prodotti di fascia alta. L’azienda finlandese ha presentato poco tempo fa Nokia 8 e la sua variante con un surplus di RAM (da 4 a 6 GB) e 128 GB di spazio d’archiviazione a disposizione dell’utente. Stando ai rumors che si ricorrono in Rete HMD Global si prepara al lancio di un nuovo top di gamma chiamato Nokia 9 che dovrebbe presentare caratteristiche molto simili a Galaxy S8 di Samsung. Nokia 9 dovrebbe presentare un display borderless con doppia curvatura ai lati come si può vedere nel render realizzato da Nokibar. Nella parte alta è stata inserita una sottile area in cui sono presenti la fotocamera frontale e la capsula auricolare. Lo schermo dovrebbe essere da 5,7 pollici QHD con una risoluzione di 1.440 x 2.560 pixel. Nella parte posteriore trova spazio la fotocamera principale con doppio sensore realizzato da Zeiss. La scheda tecnica dello smartphone si completa con un processore Qualcomm Snapdragon 835, 6/8 GB di RAM e 128 GB di storage. HMD Global ha pensato anche alla ricarica wireless e alla certificazione IP68 per la resistenza ad acqua e polvere. Nokia 9 dovrebbe essere presentato ufficialmente nelle prossime settimane mentre la distribuzione partirà intorno alle festività natalizie. Il prezzo dovrebbe essere superiore ai 700 euro. The post Nokia 9 avrà un display curvo e borderless appeared first on Data Manager Online.
IoT, privacy e sicurezza. Luci e ombre
Che cosa succede quando ogni oggetto o device collegato diventa una porta di accesso per attacchi alla privacy e alla sicurezza della persona e dell’azienda? Con il termine Internet of Things (IoT) si fa riferimento a infrastrutture nelle quali innumerevoli sensori sono progettati per registrare, processare, immagazzinare dati localmente o interagendo tra loro sia nel medio raggio, mediante l’utilizzo di tecnologie a radio frequenza (per es. RFID, bluetooth etc.), sia tramite una rete di comunicazione elettronica. I dispositivi “intelligenti” non sono solo i computer o gli smartphone, ma oggetti di utilizzo quotidiano, nati senza una vocazione digitale, che diventano tali in quanto accedono alla rete e sono tra loro interconnessi. Innumerevoli le applicazioni: gli oggetti indossabili (wearable), gli oggetti in casa controllati da uno smartphone (gestione automatica degli impianti di illuminazione, climatizzazione, gestione degli elettrodomestici o dei sistemi di videosorveglianza e sicurezza), contatori intelligenti (per la gestione dei consumi o l’ottimizzazione della distribuzione). Ma chi si preoccupa di verificare come vengono gestiti i nostri dati, sia dal punto di vista di privato cittadino che di lavoratore? Se la tecnologia ci abbaglia con applicazioni impensabili fino a pochi anni fa che hanno una diffusione immediata sul largo pubblico, dall’altro lato dobbiamo stare attenti alle zone d’ombra. Su oltre trecento dispositivi elettronici connessi a Internet, più del 60 per cento non ha superato l’esame dei Garanti della privacy di 26 Paesi. È quanto emerge dall’indagine a tappeto (“sweep”) a carattere internazionale, avviata lo scorso maggio dalle Autorità per la protezione dei dati personali appartenenti al Global Privacy Enforcement Network (GPEN), di cui fa parte anche il Garante italiano, per verificare il rispetto della privacy nell’Internet delle cose. I riscontri raccolti dagli esperti delle Autorità, su più di trecento apparecchi delle principali società del settore, hanno fatto emergere, a livello globale, gravi carenze nella tutela della privacy degli utenti. Il punto di attenzione è il fatto che il device o l’oggetto diventa una porta di potenziali attacchi alla privacy e alla sicurezza della persona e dell’azienda: ne sono un esempio i recenti attacchi che nascono da una vulnerabilità di un sistema IoT (elettrodomestici o sistemi di videosorveglianza). #IoT #Pricacy #Sicurezza Regole ma anche più cultura dei dati @omatforumClick To Tweet Serve un cambio di paradigma: la privacy non deve più essere considerata un semplice adempimento burocratico, una ricerca verso la pura compliance normativa, ma diventa un presupposto della progettazione dei servizi, programmi, software e dei processi aziendali. Da qui, l’attenzione dei produttori che devono riprogettare i propri processi di lavoro integrando privacy e sicurezza: pensiamo ai concetti di “privacy by design” e “privacy by default” introdotti dal nuovo Regolamento Europeo sulla Privacy. Deve essere ripensato anche l’approccio alla security, adottando modelli di prevenzione delle minacce tramite analisi e monitoraggio dei dati, più che intervenire dopo che si è verificato il cyber attacco, magari scoperto dopo molto tempo. Come adottare le misure di sicurezza tecniche e organizzative adeguate per garantire l’integrità, la confidenzialità (e quindi la privacy) e la disponibilità dei dati? Come informare in maniera completa, chiara e trasparente il consumatore? Come gestire la raccolta del consenso nella vendita online? A quale normativa sottostare se si vende su più mercati? La tecnologia sembra correre alla velocità della luce e non sempre la norma riesce a stare al passo e coprire tutte le complessità e i casi reali di un mercato in continua espansione e interconnessione. Le sfide sono molte, spetta a ognuno di noi formarsi e informarsi per non essere impreparato a cogliere le opportunità del mercato. Per saperne di più, l’appuntamento è a Illuminotronica – Fiera di Padova 12-14 ottobre 2017. Maggiori info su www.iter.it Stefano Gorla DPO certificato 001 FAC Certifica, consulente Privacy e Sicurezza dei Dati, formatore The post IoT, privacy e sicurezza. Luci e ombre appeared first on Data Manager Online.
Reti pubbliche wi-fi? Abitudini e rischi
La scarsa informazione e una sottostima dei rischi espongono gli utenti al pericolo di furto d’identità, truffe e diffusione dei dati sensibili Passi avanti in Italia e in Europa in ottica di smart city e smart citizen. Per rendere semplice l’accesso al web ai cittadini da metà giugno l’Unione Europea ha abolito i costi del roaming dati. In Italia, invece, il ministero dello Sviluppo Economico e dei Beni Culturali, e l’Agenzia per l’Italia Digitale hanno realizzato e resa attiva da metà luglio WiFi Italia, un’app per dispositivi mobili che garantisce una copertura di rete gratuita di cui fanno parte le reti di proprietà pubblica – in particolare nei luoghi turistici e culturali – uniformando livelli di sicurezza, tutela dei dati di navigazione e privacy e soprattutto un’unica modalità di accesso condivisa fra tutte le reti Wi-Fi pubbliche e private. Al di là delle false partenze e dei margini di miglioramento, torna in auge così, il tema della sicurezza dei propri dati. Se ne parla nel Wi-Fi Risk Report di Symantec, un documento che ha permesso di indagare le abitudini, le consapevolezze e i rischi incorsi da oltre 15mila cittadini di 15 paesi nel mondo riguardo l’utilizzo del Wi-Fi libero, pubblico o privato. Il report svela che il 70% degli italiani continua a preferire l’uso della rete Wi-Fi pubblica, quando possibile. Un’abitudine, questa, che influenza anche le scelte relative alle prenotazioni di appartamenti, alberghi in vacanza, bar o ristoranti: il 74% è infatti condizionato nella scelta di un posto dalla presenza della rete, possibilmente efficiente e gratuito. Una ricerca condotta da Purple su un campione di 2540 persone rivela che una delle operazioni più comuni è controllare la posta, che riguarda l’87% degli intervistati: il 27% usa il Wi-Fi pubblico per portare avanti compiti di ufficio, accedendo alla cloud aziendale, e addirittura il 17% effettua operazioni bancarie, pagamenti, bonifici. Senza domandarsi se queste reti offrano o no livelli minimi di sicurezza e tutela per chi le utilizza. L’intangibilità del digitale, la poca informazione riguardo al funzionamento e alle caratteristiche del Wi-Fi pubblico, e una sottostima dei rischi da violazione della privacy, espongono gli utenti al pericolo di furto d’identità, truffe e diffusione dei dati sensibili. La maggior parte degli intervistati dichiara infatti di ignorare o sottovalutare la sicurezza delle reti che usano. Purtroppo, è la quasi totalità degli intervistati (87% a livello globale, 89% in Italia) a mettere potenzialmente a rischio dati e informazioni personali. Quindi? Come durante un incontro con sconosciuti non riveleremmo mai dati personali, allo stesso modo dobbiamo approcciare la connessione a una rete pubblica, adottando le dovute precauzioni. È fondamentale sapere che gli hacker possono approfittare sia di reti non sicure sia di siti non sicuri. #smartcity Reti pubbliche Wi-Fi? Abitudini e rischi @urbanocreativoClick To Tweet Per controllare che i siti siano sicuri, ovvero crittografati, bisogna badare che il sito in cui si sta navigando usi il protocollo HTTPS (Hypertext Transfer Protocol Secure) e non semplicemente HTTP, e che compaia il simbolo del lucchetto sulla destra della barra URL, a conferma che si tratta di sito web sicuro. In questo modo chi tentasse di spiare e leggere dati in una rete non riuscirà a ricevere informazioni comprensibili se queste sono scambiate con una connessione crittografata. Per i browser Chrome, Firefox e Opera è disponibile un add-on chiamato “HTTPS Everywhere” che abilita il HTTPS di default per centinaia di siti web, anche quelli che non prevedono questo protocollo autonomamente. Un’altra operazione minima consiste nell’abilitare un firewall e disattivare dalle impostazioni l’opzione di configurazione automatica del proxy per evitare possibili dirottamenti della connessione. Un altro modo per proteggersi in modo ancora più sicuro? Utilizzare una rete privata virtuale (VPN) che garantisce un “tunnel sicuro”, crittografando i dati inviati e ricevuti tra un dispositivo e internet. Giulia Cattoni @urbanocreativo The post Reti pubbliche wi-fi? Abitudini e rischi appeared first on Data Manager Online.
Venture capital di donne per le donne
L’industria dei venture capital fa i conti con la modernità. Un nuovo fondo venture fondato da donne per le startup guidate da donne “I’m a creep. I’m sorry”. (“Sono un verme. Mi dispiace”). È il titolo di un post del blog di David McClure, il fondatore della famosissima “500 Startups”, pubblicato dopo che decine di donne imprenditrici della Silicon Valley lo hanno accusato di molestie sessuali. È davvero così? Sì. Gli imprenditori – startupper – sono quasi tutti uomini e negli stessi VC sono ancora pochissime le donne nei ruoli di comando. «L’80 per cento delle startup sostenute dai venture capital sono completamente guidate e fondate da uomini» – afferma Chip Hazard di Flybridge. Ma qualcosa sembra stia cambiando. Il 12 luglio 2017, è stato lanciato XFactor Ventures, un fondo di pre-seed, con nove fondatrici di sesso femminile: l’obiettivo è investire tre milioni di euro in 30 imprese esclusivamente guidate da donne. “And drive to build the next billion dollar company”. Ovviamente. XFactor Ventures, subito dopo l’annuncio, è stato immediatamente promosso dai fondatori di alcune tra le startup di maggiore successo. Per Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, bisogna dare una ripulita all’intero settore del venture capital internazionale, ma per Claudia Iannazzo, partner di AlphaPrime Ventures, la strada è ancora molto lunga e sia le imprese che i venture capital devono definire dei chiari obiettivi di assunzione di donne e, soprattutto, sostenere il loro sviluppo. La notizia ha fatto il giro del mondo nel giro di poche ore ma non è ancora stata tradotta in lingua italiana. Tornando in Italia, solo qualche settimana fa, Paola Bonomo è stata premiata come Business Angel dell’anno da parte di Club Investitori per l’investimento a favore della società AdEspresso. L’ex manager di Ebay, Vodafone e Facebook è tra le donne più influenti nel panorama tecnologico internazionale e ha rilasciato una sua riflessione riguardo lo scandalo McClure e l’avvio di XFactor Ventures: «In uno scenario ideale le nuove imprese verrebbero valutate dagli investitori senza riguardo al genere o all’etnia dei fondatori, un po’ come i concertisti sono selezionati dalle orchestre in audizioni “al buio”, suonando il loro strumento dietro una tenda. Ma nel mondo del venture capital non si sono trovati analoghi meccanismi per rimuovere il bias di chi prende le decisioni; anzi, il processo di selezione è intrinsecamente viziato, al punto che persino le domande poste alle imprenditrici, come ha mostrato un recente studio, sono diverse da quelle poste agli imprenditori. L’omofilia negli investment committee risulta in un vantaggio di posizione, non giustificato da altre condizioni, per gli uomini che si raccolgono capitali per la loro impresa. A fronte di questo stato delle cose, ben vengano iniziative come XFactor Ventures: anche se il fondo è piccolo (solo 3 milioni di dollari), sarà gestito da nove imprenditrici che collettivamente hanno raccolto 150 milioni di dollari per le loro aziende, e che sapranno certamente raccogliere un fondo più grande se questo primo fondo si dimostrerà di successo». #VentureCapital @simeoneantonio1 La nuova centralità delle donne @XFactorVenturesClick To Tweet IL RUOLO DELLE DONNE NEL VENTURE CAPITAL Raffaele Mauro, managing director di Endeavor in Italia, aggiunge che «il ruolo delle donne nel venture capital diventerà sempre più importante. Si tratta di un settore che opera a cavallo tra finanza e tecnologia e che fino a poco fa, sia in Italia che all’estero, è stato profondamente chiuso nei confronti del talento femminile. Oggi, la situazione sta cambiando, ci sono sempre più donne di grande talento come analisti e investment manager, sebbene ancora troppo poche in posizioni di leadership come quella di managing partner. È una sfida che deve essere vinta: i fondi di venture capital sono organizzazioni che sopravvivono sulla base della loro capacità di effettuare scommesse intelligenti sul futuro e, pertanto, tagliare fuori una quota importante della capacità cognitiva e relazionale umana non può che rivelarsi una scelta stupida nel lungo periodo. È inoltre dimostrato empiricamente che le imprese che hanno donne in posizioni di leadership, ad esempio nei CdA, generano migliori performance. L’industria del venture capital, per evolvere a fronte della mutazione della società e della tecnologia, non potrà essere fuori da questa dinamica. È fondamentale la creazione di ambienti di lavoro inclusivi e di role model, donne di successo, che possa ispirare le persone più giovani che si avvicinano a questo percorso di carriera». Restando in Italia, le donne si laureano prima e con una votazione più alta rispetto ai colleghi maschi e questo accade in tutte le discipline. Secondo i dati di AlmaLaurea, nonostante le donne siano più preparate e con un curriculum più vasto, le differenze occupazionali diminuiscono di circa 7 punti percentuali rispetto agli uomini. E la stessa cosa accade nel mondo delle startup. Solo una su 10 è guidata da donne. Il “Fattore X” è ancora lontano. IL VALORE AGGIUNTO DELLE DONNE Chi invece nel “Fattore X” ( XFactor Ventures ) ci crede è Chip Hazard di Flybridge, che riconosce il valore aggiunto che le donne possono apportare nel settore, sebbene la misoginia rappresenti spesso un problema rilevante con il quale la società civile deve confrontarsi quotidianamente. I vantaggi derivanti dalla nuova centralità attribuita alle donne consentirebbe a diversi founding teams di avere una migliore prospettiva sulle opportunità di mercato, al fine di individuare e commercializzare i prodotti per il più ampio pubblico possibile. Inoltre essi assumeranno migliori decisioni e saranno più efficaci nell’attirare e mantenere talenti. Tutto ciò porterà a rendimenti superiori agli investimenti anche perché: «Le partner femminili hanno maggiori probabilità di sostenere le startup fondate da donne. Le fondatrici di maggior successo diventeranno partner di XFactor Ventures per sostenere il modello». È luglio e a Washington ci sono oltre 30 gradi. La deputata del Congresso degli Stati Uniti, Jackie Speier, crea l’hashtag #SleevelessFriday e posta su Twitter una foto di gruppo di colleghe vestite con abiti senza maniche e di colori diversi. La foto fa il giro del mondo e diventa l’argomento topic di internet. Al Congresso, infatti, è vietato a chiunque ci lavori di indossare abiti senza maniche e le scarpe
Banche e sicurezza
La banca si trasforma per coprire il rischio cyber. Cambiano rapidamente anche gli interlocutori e si attiva il circolo virtuoso “più sicurezza uguale più qualità dell’offerta”. Dal punto di vista organizzativo, l’evoluzione è verso la “cyber physical security” cioè la sicurezza globale integrata di sistema La cosiddetta minaccia cyber, per la sua natura diffusa, incontrollata e transnazionale, rappresenta oggi una delle sfide più impegnative per tutte le organizzazioni. I cyberattack sono in grado di produrre – potenzialmente – effetti confrontabili con quelli bellici e di incidere sull’esercizio stesso delle libertà essenziali per i sistemi economici e finanziari. I paesi più esposti sono proprio quelli occidentali, perché hanno infrastrutture critiche sofisticate IT based e di conseguenza più vulnerabili. La distruzione e il danneggiamento anche parziale di una infrastruttura critica come quella della finanza hanno un notevole impatto strategico, umano, economico e sociale: basti pensare alle reti di interscambio e ai sistemi di pagamento che includono effetti intersettoriali e transfrontalieri, con effetto “domino” dovuto alle interdipendenze. Se ciò che è avvenuto a British Airways a giugno scorso, che si è vista obbligata a cancellare tutti i voli da Londra a seguito di un attacco-cyber, si fosse verificato nel sistema bancario si può immaginare cosa sarebbe accaduto. Osservatori sul Cyber risk Secondo l’annuale rapporto CLUSIT sulla Sicurezza ICT in Italia, presentato recentemente durante il Security Summit 2017, in relazione a quanto avvenuto nel 2016 e nei primi mesi del 2017, vi sono seri elementi di preoccupazione. «La sempre più ampia adozione di servizi in cloud comporta come conseguenza una apertura verso l’esterno dei sistemi informativi, che tradizionalmente tendevano a essere mantenuti chiusi, o al più aperti a un ecosistema di settore, idealmente controllato» – sottolinea Claudio Telmon del direttivo CLUSIT. «Anche la recente normativa sui sistemi di pagamento – prosegue Telmon – porta con sé una maggiore apertura a soggetti e contesti molto meno controllati. Questa tendenza richiede un approccio che faccia dei principi di security by design e by default un punto cardine, in linea con quelle che sono sempre state le buone pratiche di sicurezza». È anche necessario operare sempre più come sistema, aumentando la cooperazione e lo scambio di informazioni, perché ogni giorno ci viene dimostrato come le minacce diventino sempre più aggressive, efficaci e difficili da contrastare dalle singole aziende o dai singoli paesi. Come riportato nel rapporto CLUSIT, il 2016 si è caratterizzato per un aumento degli attacchi diretti alle banche anziché ai loro clienti, con eventi di grande impatto che sono arrivati ai sistemi più critici, come quelli legati agli scambi interbancari. «In effetti – conclude Telmon – gli incidenti occorsi nel corso del 2016 a sistemi connessi al circuito SWIFT, primo fra tutti quello alla Bangladesh Bank, mostrano come gli attacchi spesso non siano tecnicamente sofisticati, ma utilizzino da una parte canali di attacco relativamente semplici come il phishing, dall’altra approfittino del fatto che le informazioni sul funzionamento interno dei sistemi e dei processi sono più diffuse e facili da ottenere». #Banche Claudio Telmon@Clusit #Security by design un punto cardineClick To Tweet Dello stesso tipo è stato l’attacco a UniCredit del luglio scorso, con 400mila clienti di prestiti personali coinvolti, i cui dati sono stati violati da cyber criminali che sono entrati attraverso partner esterni alla banca. Ciò che è accaduto a Unicredit richiama alla memoria quanto accadde nel febbraio 2016 a Deutsche Bank. L’analisi di questi attacchi mostra come sia necessaria una forte integrazione fra processi di gestione degli incidenti IT e processi aziendali, in modo da intercettare e gestire efficacemente i segnali che, come in quel caso, avrebbero permesso di riconoscere e bloccare con maggiore tempestività l’attacco. Dal rapporto CLUSIT si ricava anche che la percentuale di attacchi la cui causa è “sconosciuta”, ovvero di cui non si è riusciti a scoprire la modalità e/o il canale di attacco, è in netto aumento rispetto al 2015, e che il settore bancario è uno dei settori con il maggior tasso di crescita delle violazioni. La stessa tendenza la ritroviamo nel rapporto Cisco. «Il report evidenzia uno dei messaggi chiave sui rischi del malware e ribadisce quanto già anticipato nel documento semestrale Cybersecurity 2016. Nessun settore è al sicuro e il settore finanziario è quello più colpito, con il 19 per cento degli attacchi subiti nel 2016» – afferma con forza Fabio Panada, consulting systems engineer security di Cisco. All’interno del report sono inclusi anche i principali risultati emersi dal terzo Security Benchmark Study in cui Cisco analizza la percezione sullo stato della sicurezza delle aziende e il loro livello di prontezza nel difendersi. Quest’anno, l’analisi ha rivelato il potenziale impatto finanziario degli attacchi sulle aziende. «Ne emerge come oltre il 50 per cento delle aziende abbia dovuto affrontare severi controlli a seguito di una violazione» – prosegue Panada. «I sistemi più colpiti sono quelli dei dipartimenti Operation & Finance, perdita di reputazione del marchio e della fidelizzazione dei clienti». I dati raccolti e analizzati da Cisco Talos, il Centro di Ricerca per la Sicurezza informatica Cisco, mostrano anche come i criminali stiano riportando “alla ribalta” i vettori di attacco “classici”, come adware e spam email, quest’ultimo con livelli che non si vedevano dal 2010. Lo spam rappresenta quasi i due terzi (65%) delle e-mail, delle quali sono dannose tra l’8 e il 10 per cento. «Oggi, la sicurezza è una priorità di business. La responsabilità della sicurezza deve essere compito del management, che deve, oltre che valorizzarla economicamente come una priorità, farla comprendere a tutti i livelli dell’azienda» – spiega Panada. «Le banche devono testare l’efficacia della sicurezza messa in campo, stabilire metriche chiare e utilizzarle per convalidare e migliorare i criteri di sicurezza». Per Gastone Nencini, country manager di Trend Micro Italia, il sempre maggiore utilizzo del mobile, sia per le funzioni di pagamento che per quelle di controllo, espone sempre di più al furto dei dati, che rimangono un asset importante da salvaguardare. E la salvaguardia del dato, la sicurezza dato-centrica, è sempre fondamentale. Qualsiasi oggetto collegato a un indirizzo IP può essere compromesso e
Tumori, una speranza di cura arriva dal mare
Vongole, ricci e spugne potrebbero essere i nuovi preziosi alleati contro i cancro Le acque marine, che coprono quasi il 70% della superficie terrestre, nasconderebbero una fonte fondamentale di molecole bioattive a cui ancora la ricerca scientifica non aveva attinto nella lotta contro il cancro. A spiegarlo è un ricercatore molto stimato, Vittorio Venturi del Centro internazionale di ingegneria genetica e biotecnologie (Icgeb) di Trieste, che ha guidato un team di scienziati proprio nello studio di queste molecole. E’ lo stesso Venturi a spiegare come il mare sia “una fonte ancora poco esplorata di molecole bioattive, che ci riserverà molte sorprese quanto è stato scoperto finora, ma mi chiedo soltanto una cosa: come mai abbiamo aspettato fino ad adesso?”. La comunicazione tra batteri L’idea viene da un’importante intuizione sulla comunicazione tra batteri, dei quali si conosce la tendenza a comportarsi come un gruppo e non come singoli. Proprio questa scoperta, che ha rivoluzionato la microbiologia, è stata fatta studiando un batterio marino che vive in simbiosi con un calamaro. E’ quindi seguendo questa pista che si è scoperto che anche altri batteri comunicano e agiscono in base al loro numero. “Una svolta che apre una porta importante su diverse possibili applicazioni. La comunicazione batterica è un target del futuro per nuovi antibiotici. Agendo su questo fronte, per esempio, si può rendere la comunità più debole e confusa” – spiega Venturi. Le proprietà segrete delle spugne In occasione del convegno “Trieste Next 2017” si è parlato delle visioni future su questo argomento, con l’intervento su questo filone di ricerche anche di Laura Steindler, dirigente del gruppo di Microbiologia marina dell’università di Haifa. La Steindler ha parlato delle proprietà nascoste per esempio nelle spugne marine: “Motori che filtrano tantissima acqua”, chiarisce Venturi. “Alcuni batteri li mangiano, altri vivono in simbiosi con loro”. Il prossimo passo sarà quello di indagare il meccanismo con cui le spugne scelgono chi mangiare e con chi convivere. The post Tumori, una speranza di cura arriva dal mare appeared first on Data Manager Online.
A CyberTech Europe 2017 Italtel parla di cybersecurity e Industria 4.0
Italtel partecipa per il secondo anno a CyberTech Europe (26/27 settembre 2017, Roma Convention Center La Nuvola, viale Asia 40), l’evento europeo che costituisce il punto d’incontro per scambiare idee, contatti e opportunità di business per esperti del settore dell’informatica e della Cyber Security. La manifestazione vuole essere un’occasione di dialogo internazionale sulle minacce informatiche, le esigenze del mercato e le soluzioni più innovative per la sicurezza informatica in molteplici ambiti. Italtel ha scelto di focalizzare la propria partecipazione sugli aspetti di sicurezza del mondo industriale. Enrico Sorge, Senior Marketing Engineer Cyber Security di Italtel, interverrà il 27 settembre nella panel session Industry 4.0 in programma nella Plenary Hall dalle 11.20 alle 12.10. Sorge porterà la vision Italtel sul ruolo chiave della cybersecurity nell’intera supply chain, sulle azioni di rafforzamento recentemente presentate dalla Commissione Europea e sulle soluzioni proposte da Italtel secondo il concetto “security by design”. Il programma L’evento The post A CyberTech Europe 2017 Italtel parla di cybersecurity e Industria 4.0 appeared first on Data Manager Online.
InfoCert partecipa alla Sovrin Network
Il primo sistema distribuito per l’identità digitale basata su tecnologia blockchain InfoCert, la più grande Certification Authority in Europa, parte del Gruppo Tecnoinvestimenti, annuncia la sua partecipazione al progetto della Sovrin Foundation, un’organizzazione non profit con sede negli USA, per il lancio del Sovrin Network, il primo sistema al mondo per la gestione di identità digitali distribuite e decentralizzate (self-sovereign digital identity). InfoCert è uno dei membri costituenti della Fondazione, nonché la prima Certification Authority a partecipare al progetto. La Sovrin Network è basata su tecnologia blockchain anche denominata “distributed ledger”. Soluzione innovativa e dirompente, consente a persone e organizzazioni la creazione di identità digitali da gestire in completo controllo e in maniera indipendente da singoli enti o organizzazioni governative. La partecipazione al network rientra nel portafoglio delle iniziative di Ricerca e Sviluppo di InfoCert, che dedica in quest’ambito investimenti significativi, in media pari a circa il 6% del fatturato annuo. I registri distribuiti (ledger) anziché essere basati su un singolo sistema con un amministratore centrale, sono gestiti in modalità cooperativa da un pool globale di partecipanti. E i record di identità risiedono in modo ridondante in nodi differenti. Il risultato è una fonte di verità affidabile e pubblica, resiliente all’hacking e ai problemi di servizio. La rete utilizza un registro pubblico governato dalla Sovrin Foundation ed è offerta come una risorsa pubblica e gratuita su cui chiunque può sviluppare applicazioni di identità sicure, protette e veloci. La Sovrin Network è attiva e viene gestita su nodi di validazione ospitati dagli “steward” nominati dalla Sovrin Foundation, tra cui appunto InfoCert. Gli steward debbono aderire al Sovrin Provisional Trust Framework e hanno il compito di attribuire l’identità digitale ai partecipanti. Inoltre, gli steward sono nominati dalla Sovrin Foundation con l’obiettivo di garantire l’affidabilità e il “trust” della rete: a differenza di altre reti distribuite basate su tecnologia blockchain, la rete Sovrin è una rete di tipo “permissioned”. “Il Digital Trust e l’innovazione sono il nostro core business, per questo partecipiamo con entusiasmo a questo progetto” dichiara Carmine Auletta, Chief Innovation Officer di InfoCert, realtà che gestisce ogni anno oltre 300 milioni di transazioni digitali in ambito servizi di Trust. “Oggi, le Certification Authority quali InfoCert giocano un ruolo chiave nella gestione delle identità digitali. In futuro la tecnologia blockchain potrebbe mettere gli individui, ma anche le aziende o persino gli ‘oggetti’, nelle condizioni di gestire, controllare e governare in autonomia la propria identità. Siamo entusiasti di poter testare questa promettente tecnologia per valutarne il reale potenziale e gli ambiti di utilizzo al fine di offrire il massimo valore ai nostri clienti “. Il modello di business della Sovrin Network è collegato al processo di gestione delle identità e delle transazioni gestite sul nodo. Fino ad oggi esisteva una versione di prova della piattaforma rilasciata nel settembre 2016, con la nascita della Sovrin Foundation. Con l’attuale rilascio dell’intero network, le identità digitali potranno essere inserite nel “libro mastro” di Sovrin e gli sviluppatori potranno iniziare a realizzare soluzioni applicative basate sull’uso di identità distribuite. “È finalmente una realtà la promessa di un sistema globale di identità pubblica che dà a chiunque il controllo sulla propria identità digitale e la fiducia assoluta nelle identità delle controparti” afferma Phillip J. Windley, Presidente della Sovrin Foundation. “Sin dall’avvento di internet si è fortemente sentita la mancanza di un’identità “self-sovereign”. Grazie allo sviluppo della tecnologia distributed ledger/blockchain e alle caratteristiche prestazionali e di privacy implementate da Sovrin, ora è possibile superare questa incredibile lacuna dovuta alle fondamenta architetturali della rete internet”. Windley ritiene che la killer application della Sovrin Network sarà lo scambio online di asserzioni di identità e attestazioni di terze parti, funzionanti proprio come le credenziali fisiche nel mondo fisico. Queste dichiarazioni consentono di fornire in modalità remota informazioni identificative personali che rimangono sotto il controllo del dichiarante, ma sono valide e sicure almeno quanto l’esibizione fisica dei documenti d’identità. The post InfoCert partecipa alla Sovrin Network appeared first on Data Manager Online.