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ProtonMail studia l’italiano

Oltre all’inglese, la piattaforma parlerà presto altre lingue, tra cui tedesco, russo e spagnolo per espandere il servizio a tanti altri paesi Fondato nel 2013 da alcuni tecnici del Cern, ProtonMail è diventato negli anni il client di email preferito dai difensori della privacy. Nell’ottica di estendere la fruizione della piattaforma a tanti altri paesi, il team ha aggiunto nuove lingue al solo inglese disponibile sinora. L’app parlerà presto il francese, il tedesco, il russo, l’ucraino, lo spagnolo, l’olandese e il polacco e successivamente l’italiano. L’aggiornamento riguarda sia il sito web che il software per iOS e Android per un totale di 2 milioni di utenti in tutto il mondo, un’impennata niente male dopo le rivelazioni di Snowden e lo scandalo Datagate, che ha coinvolto le multinazionali che operano anche sul versante posta elettronica. App multilingue In realtà, per raggiungere più persone ProtonMail non ha certo bisogno di parlare altro che l’inglese. La vera sfida qui è assicurare che server e centri di gestione dei dati restino davvero immuni dagli occhi di agenzie di sicurezza e governi. Per farlo continua a conservare le informazioni nei data center localizzati in Svizzera dove, almeno in teoria, non vi è richiesta burocratica che possa forzarne l’accesso da parte delle autorità. Intanto il lavoro di traduzione portato avanti nei mesi, e che proseguirà in futuro, è praticamente a costo zero. Tutto ciò grazie a un programma di adattamento in modalità crowdsourced, con i quali l’azienda si è assicurata l’opera di una serie di traduttori volontari. Qualche giorno fa, ProtonMail ha lanciato il suo primo servizio VPN gratuito, al quale si affiancano tre piani a pagamento differenti per velocità di connessione e numero di dispositivi supportati: Basic, Plus e Visionary. The post ProtonMail studia l’italiano appeared first on Data Manager Online.

HTC Vive: il 100% delle revenue sarà per gli sviluppatori

I ricavi ottenuti nell’ultimo trimestre dell’anno andranno totalmente ai creatori di giochi e app, un modo per fidelizzare sempre più software house e terze parti HTC Vive è uno spartiacque importante per il mondo del gaming del nuovo millennio. Insieme a Oculus Rift si divide la palma di piattaforma VR preferita dagli utenti, almeno da quelli che non si accontentano di un paio di visori di plastica da mettere davanti agli occhi e dentro cui piazzare smartphone di vario tipo. L’ecosistema virtuale della compagnia taiwanese, acquisita da Google in parte della sua divisione mobile, è persino qualitativamente superiore a quella della rivale, grazie a partnership d’eccezione e all’opportunità di muoversi con maggiore libertà nello spazio a disposizione. Quello che manca, in tempi in cui il divertimento digitale si fruisce tanto in maniera virtuale, è una folta schiera di sviluppatori, con cui implementare il già interessante catalogo di Viveport. Ebbene, una recente mossa di HTC accrescerà, di fatto, il numero di creatori di app e giochi per Vive. Cosa succede La strategia è molto semplice: nel periodo che si riferisce all’ultimo trimestre dell’anno, HTC permetterà agli sviluppatori di portarsi a casa il 100% delle revenue conquistate con app e giochi. Fuori da tale periodo promozionale, di norma è del 70 la percentuale che spetta ai creativi, mentre HTC acquisisce il 30% sul totale. Rikard Steiber, presidente del negozio digitale Viveport, ha spiegato come l’idea sia alla base della volontà di fidelizzare sempre più software house e soggetti indipendenti, consentendo a ognuno di guadagnare più del solito in un periodo solitamente fervido di download. Il portale di Viveport ha aperto un anno fa con circa 60 titoli, che oggi ammontano a più di 1.000, tra giochi e app. I developer sono invece 26.000, un numero più che consistente per uno strumento che non è ancora giunto alla sua maturità. The post HTC Vive: il 100% delle revenue sarà per gli sviluppatori appeared first on Data Manager Online.

Uber non è più ben accetta a Londra

Uber è diventa illegale nella capitale del Regno Unito. L’azienda di San Francisco è pronta a fare ricorso Per Uber questo è il periodo più nero della sua storia. L’app di ride sharing di tutto il mondo sembrava aver finalmente convinto i legislatori europei sulla liceità del suo servizio dopo essere stata dichiarata illegale in diversi Paesi (Italia compresa) ma agli scandali sessuali e all’addio del CEO e fondatore Travis Kalanick si è aggiunta una nuova tegola. Venerdì scorso l’autorità che regolamenta i trasporti a Londra le ha ritirato la licenza per operare a partire dalla fine di settembre. La Transport for London afferma in un comunicato diffuso su Twitter che Uber “non possiede i requisiti necessari per presentarsi come operatore privato” in quanto esistono “mancanze” che “comportano potenziali rischi per la sicurezza”. L’autorità ha inoltre sottolineato di aver registrato vari reati come l’utilizzo del programma Greyball volto ad evitare i controlli della polizia. Anche il sindaco di Londra, Sadiq Khan, sostiene la decisione della Trasport for London e ha sottolineato che “tutte le compagnie operanti a Londra devono rispettare le regole e rispondere ai più alti standard, in particolare per quanto riguarda la sicurezza dei clienti” anche se si tratta di “servizio innovativo”. Ovviamente anche gli autisti dei celebri black cab hanno espresso tutta la loro soddisfazione per il bando dopo aver spesso protestato in piazza contro l’app. Uber è finita sotto l’occhio vigile delle autorità per non aver denunciato alcuni reati imputati ai suoi autisti come molestie sessuali ai danni dei clienti. Inoltre, l’app è accusata di imporre ai suoi autisti condizioni di lavoro precarie e insostenibili. L’azienda di San Francisco ha comunque già confermato che presenterà ricorso. “Questa decisione – ha commentato un portavoce – dimostra che Londra, a dispetto delle parole del sindaco, si chiude alle aziende innovative”. L’app ha 21 giorni per presentare l’appello e potrà comunque operare fino alla sua conclusione. Per Uber, che sta lavorando alla mobilità urbana del futuro, perdere Londra è un guaio non da poco. Solo nella capitale britannica lavorano 40mila suoi driver che servono ben 3,5 milioni di clienti. Nel frattempo su Change.org è nata una petizione per chiedere la cancellazione del bando che ha già superato le 500mila firme. “Si tratta della campagna più veloce e di successo vista in Gran Bretagna quest’anno”, ha detto al the Guardian il direttore del sito, Kajal Odedra. The post Uber non è più ben accetta a Londra appeared first on Data Manager Online.

BT e Hitachi insieme per sviluppare soluzioni IoT in ambito industriale ed enterprise

Asset Intelligence e Predictive Maintenance saranno i primi casi d’uso ad essere affrontati BT, uno dei principali fornitori mondiali di servizi e soluzioni di comunicazione, e Hitachi Vantara, società interamente controllata da Hitachi, hanno annunciato una partnership globale volta a creare soluzioni innovative nel campo dell’Internet of Things (IoT) industriale e enterprise. La partnership intende offrire ai clienti globali migliori risultati di business, quali maggiore efficienza, produttività e risparmi economici. Le due aziende si concentreranno inizialmente sullo studio e la progettazione di soluzioni di asset intelligence e di predictive maintenance per clienti appartenenti ai settori del manufacturing e dei trasporti. Annunciata oggi alla Hitachi NEXT 2017 Conference di Las Vegas, la partnership unisce le infrastrutture di rete globali, le capability cloud e le competenze di cybersecurity di BT con la vasta expertise di Hitachi in ambito Operational Technology ed Information Technology (OT / IT), la piattaforma di prossima generazione Lumada IoT e il portafoglio integrato di servizi e soluzioni IoT. La tecnologia, l’infrastruttura e le competenze combinate delle due aziende consentiranno ai rispettivi clienti di sfruttare appieno intelligenza connessa e analisi dati avanzata per semplificare i processi ed ottimizzare le performance di business aziendali su scala globale. Bas Burger, CEO Global Services, BT, ha dichiarato: “La nostra partnership con Hitachi aiuterà BT ad accelerare l’innovazione e a facilitare il percorso verso la digitalizzazione e l’IoT per i nostri clienti in tutto il mondo. Le competenze di Hitachi nell’Operational Technology, nell’IT e nell’IoT, le relazioni di lunga data con i clienti e la piattaforma IoT Lumada si combineranno perfettamente con le nostre infrastrutture globali, i servizi cloud e la competenza di cybersecurity per creare offerte IoT efficaci che contribuiranno a massimizzare il successo dei percorsi di trasformazione digitale dei nostri clienti globali “ “L’IoT rappresenta un punto di incontro critico, in cui stanno convergendo e si stanno allineando gi interessi dell’economia, del mondo industriale e della società come mai accaduto prima”, ha dichiarato Ryuichi Otsuki, CEO di Hitachi Vantara e Vice President di Hitachi Ltd. “Consideriamo la definizione di partnership strategiche con i leader di mercato come BT, un elemento essenziale della strategia IoT di Hitachi nel passaggio dell’azienda e delle sue attività verso la prossima fase della sua evoluzione “. Le prime soluzioni commerciali frutto di questa collaborazione sono attese entro l’estate del 2018. The post BT e Hitachi insieme per sviluppare soluzioni IoT in ambito industriale ed enterprise appeared first on Data Manager Online.

Google vuole costruire una città 2.0

Google è alla ricerca di uno spazio abbastanza grande e libero in cui costruire la città del futuro Le grandi aziende hi-tech della Silicon Valley non si accontentano più di avere sedi iper tecnologiche e dal design innovativo, ora vogliono entrare prepotentemente nel mercato dell’edilizia costruendo delle vere e proprie città su misura. Secondo quanto riporta il Financial Times, Google è alla ricerca di ampi spazi in cui allestire un centro urbano totalmente Made in Big G e come suo costume si tratterà di un progetto davvero ambizioso. Ad occuparsene sarà Sidewalk Labs, azienda di sua proprietà specializzata nella riqualificazione urbana e nel miglioramento della qualità della vita nelle metropoli. “Una città sperimentale – ha spiegato Dan Doctoroff, CEO e Founder di Sidewalk Labs – che possa essere laboratorio per l’innovazione”. Il progetto è partito nel 2015 e ora sta lentamente prendendo forma. A Google, che ha completato l’acquisizione di una parte della divisione mobile di HTC, ora serve una location abbastanza ampia dove poter costruire da zero. Nella futuristica Google City potremo forse vedere molte delle nuove tecnologie su cui stanno lavorando gli ingegneri di Mountain View come le self driving car per il trasporto pubblico o i dispositivi legati alla domotica di Nest. Anche Facebook ha intenzione di costruire attorno alla propria sede principale un cittadina per ospitare non solo i suoi dipendenti ma anche chiunque voglia respirare l’aria di innovazione che permea Menlo Park. Amazon invece ha indetto un concorso tra le varie città statunitensi per scegliere la sede del suo secondo headquarter e attualmente New York è la prima candidata. Il colosso dell’e-commerce, al contrario di Google, richiede però alcune agevolazioni fiscali alle metropoli che vogliono partecipare il progetto. The post Google vuole costruire una città 2.0 appeared first on Data Manager Online.

Innovare Collaborando: l’Open Innovation a Smau

Nella prossima edizione di Smau Milano saranno raccontati modelli e strategie di Open Innovation di numerose imprese italiane che hanno trovato nelle startup e nelle imprese altamente innovative degli alleati con cui sviluppare nuovi prodotti, creare nuove linee di business ed evolversi per stare al passo con il mercato Innovare da soli non conviene più. Una riflessione considerata ormai scontata che scontata non è:  fare Open Innovation significa prima di tutto abbandonare i vecchi paradigmi, e abbracciare un approccio tutto nuovo, che “permea” non solo le strategie di investimento, ma l’intera cultura aziendale, dal suo modello di organizzazione interna alle le strategie di marketing fino alle risorse umane. Una convinzione legata anche ad una fotografia del mercato, scattata da Smau che vede il 100% delle imprese impegnate in progetti di innovazione attraverso un coinvolgimento diretto dell’imprenditore e che, nel 25% dei casi,  sono affidati a nuovi fornitori. Ed è proprio a questi progetti di innovazione e a questi nuovi fornitori che sarà dedicata la prossima edizione di Smau. Una sfida per le imprese che, anche quest’anno a Smau Milano, in programma dal 24 al 26 ottobre a Fieramilanocity, potranno trovare una guida per orientarsi tra le diverse strategie e i modelli di Open Innovation più efficaci per la propria realtà, ascoltando le esperienze di numerose realtà tra cui Cisco, Intel, Piquadro, QVC, Riello International Group, Satispay, Seeweb, TIM, Zucchetti, Zoppas Industries e molti altri. L’Open Innovation sarà uno dei temi fondamentali della prossima edizione  a cui saranno dedicati diversi appuntamenti, tra cui la presentazione dei dati dell’Osservatorio, in programma nel pomeriggio di martedì 24 ottobre, gli Smau Live Show, il Premio Lamarck dedicato alle startup più pronte per il mercato, che quest’anno riceveranno un premio offerto da TWT, operatore di TLC e ICT “chiavi in mano” integrate e innovative che dedica al mondo delle startup, servizi specifici destinati ad accelerare il loro business e, novità di questa edizione, gli STARTUP SAFARI, tour guidati tra i luoghi dell’innovazione presenti a Smau  dove è possibile scoprire le proposte più all’avanguardia nei diversi settori, come l’Agrifood, Manifattura e Industria, Commercio e Turismo, le Smart Communities La scelta di puntare i riflettori su questo tema si affianca all’esigenza di guardare con ancor più decisione alle possibilità offerte dai mercati esteri, per aiutare le imprese a intercettare l’innovazione più adatta alla propria domanda, che sia “dietro casa” o dall’altro capo del mondo. Ecco che ItaliaRestartsUp, evento organizzato da ICE, Ministero dello Sviluppo Economico e Smau, vedrà quest’anno la presenza, accanto agli investitori internazionali provenienti da tutto il mondo, anche di aziende estere, interessate ad interfacciarsi con l’offerta di innovazione “Made in Italy” presente. L’evento di apertura di ItaliaRestartsUp, in programma nella mattinata del 24 ottobre ospiterà proprio un approfondimento dedicato al tema dell’Open Innovation: un momento di confronto sulle strategie e le iniziative che player come Cisco, Enel, Intel, QVC, Zambon, Zucchetti stanno portando avanti nel nostro Paese. Strategie che guardano lontano, come quella di Cisco, che abbraccia in pieno la filosofia dell’open innovation sia al proprio interno, sia come strategia per accelerare il percorso di digitalizzazione, favorendo la collaborazione tra mondo delle startup e imprese e aiutando l’ecosistema dell’innovazione a crescere in ogni area del nostro Paese. Basti pensare che in un anno e mezzo, nel quadro del piano di investimenti Digitaliani, l’azienda ha dato il suo supporto a 9 acceleratori rivolti a mercati verticali quali la cybersecurity, l’industria 4.0, il fin-tech ed ha incontrato più di un centinaio di start up, coinvolgendone oltre 20 in progetti con i suoi clienti. Attività che puntano a innovare interi settori e risolvere sfide globali, aprendosi a nuovi ambiti, come fa Intel che, sfruttando le capacità del cloud, l’ubiquità dell’Internet delle Cose, i più recenti avanzamenti nella memoria e nelle soluzioni programmabili e la prospettiva di una connettività 5G sempre attiva, opera per rendere possibili esperienze straordinarie per le aziende, la società e per ogni persona sulla terra. Collaborazioni che puntano a creare nuove opportunità di go-to market per le startup che hanno un prodotto pronto per il mercato finale: è quello che fa QVC con QVC Next, piattaforma che sostiene le imprese italiane appena nate attraverso un canale televisivo dedicato cui si affianca il sito di e-commerce. “Siamo attivi nell’ecosistema dell’innovazione, per accompagnare le start up nell’ultimo miglio, dalla produzione artigianale alla produzione industriale, fino al mercato.” anticipa Paolo Penati, Amministratore Delegato di QVC Italia, tra gli ospiti dell’evento di apertura di Smau. Ad offrire opportunità e sbocchi sul mercato per startup e sviluppatori anche TIM, attraverso TIM OPEN, la piattaforma business “open” di TIM che permette alle startup e agli sviluppatori di configurare la propria applicazione cloud e renderla subito disponibile alle imprese italiane tramite i canali distributivi di TIM (marketplace Digitalstore.tim.it e agenti di vendita). TIM OPEN, inoltre, rappresenta un’importante apertura al mercato per le startup dell’acceleratore TIM #Wcap che possono trovare nella piattaforma un canale di vendita per le proprie app. Con 14 società acquisite in un anno e l’ultimo accordo siglato pochi giorni fa con Soldo, startup italiana che ha realizzato il conto corrente per spese multi-utente, per la gestione delle trasferte aziendali, Zucchetti è una delle realtà italiane più attive in tema Open Innovation e a Smau racconterà obiettivi e progetti futuri in questo ambito. Fra le realtà che per prime in Italia hanno iniziato a praticare concretamente l’Open Innovation c’è Seeweb: il cloud computing provider ha scelto da tempo di aprirsi alle startup prima attraverso i newsgroup, spazi di discussione aperti sui quali era possibile intercettare persone, idee, talenti. Più di recente l’azienda ha aperto dei contest, visibili sul blog. Questo processo collaborativo e aperto è favorito dal fatto che spesso si lavora su soluzioni basate su open source, e in molti casi non c’è interesse a proteggere una soluzione con brevetti, quanto piuttosto a portarla velocemente sul mercato, prima degli altri. L’Open Innovation, dunque, offre innumerevoli opportunità alle imprese come ad esempio la creazione di nuove business unit per andare ad intercettare nuove fasce di mercato: è quello che ha fatto Ducati con

Google Cloud Summit – Digitalizzazione, il futuro è nel cloud

In H-FARM, a Roncade (TV), va in scena l’evento tutto dedicato al cloud organizzato da Google Cloud Italia e Miriade. Il Google Cloud Summit di H-FARM, prima tappa di un roadshow nazionale, è pensato per le imprese del Triveneto impegnate nella digital transformation Sarà la prestigiosa cornice di H-FARM, luogo simbolo delle potenzialità della digitalizzazione sul territorio, ad ospitare, il prossimo martedì 3 ottobre, il Google Cloud Summit organizzato da Google Cloud Italia assieme a Miriade, società di consulenza informatica vicentina impegnata a coltivare la cultura del cambiamento. Rivolto ai manager e ai professionisti delle aziende del Nord-est, l’incontro è pensato per tutte quelle realtà che, impegnate in un processo di trasformazione digitale, desiderano poter vivere da protagoniste, governandoli, i profondi mutamenti portati dalla rivoluzione dei dati. Al centro dell’appuntamento, che si svilupperà tra le 9.30 e le 13.00 e si concluderà con un light lunch offerto a tutti i partecipanti presso la Serra di H-FARM, la nuova Google Cloud Platform, la piattaforma di servizi cloud che Google ha lanciato all’inizio dell’anno per poter mettere a disposizione delle aziende, in un unico portale, tutte le applicazioni utili per una gestione oculata e al tempo stesso avveniristica dei reparti IT. Ricca l’agenda della mattinata. Il mondo GCP sarà esplorato attraverso una panoramica generale della piattaforma e una dimostrazione in presa diretta delle sue funzionalità proposta degli specialists di Google Cloud , mentre il team di data analysts di Miriade si occuperà di indagare gli scenari di utilizzo declinati nei temi Big Data e Internet of Things, due degli argomenti più scottanti per le imprese, soprattutto viste le possibilità di finanziamenti e sgravi fiscali previsti dal Piano Calenda. Tra i relatori dell’evento, che si configura come la prima ed esclusiva tappa di un roadshow che toccherà alcune delle principali città italiane, Valter Pasinato, Enterprise Channel Manager Google Cloud, Maurizio Novello, CEO di Miriade spa, Tomas Barazza, Human Innovation Culture Director H-FARM, Mauro Pelliccioli, Customer Engineer Google Cloud. Uno spazio speciale sarà inoltre dedicato ad H-FARM, che introdurrà i lavori e chiarirà la filosofia di questo eccezionale incubatore di novità, e a Nutanix, per esplorare le possibilità di integrazione tra il cloud di Google e uno dei sistemi di iperconvergenza più avanzati sul mercato. The post Google Cloud Summit – Digitalizzazione, il futuro è nel cloud appeared first on Data Manager Online.

Enrico Resmini, nuovo Direttore Digital Commercial Program del Gruppo Vodafone

Dal 18 settembre, Enrico Resmini è il nuovo Direttore Digital Commercial Program del Gruppo Vodafone. Entrato in Vodafone nel 2012, Resmini ha ricoperto il ruolo di Direttore Residential, con la responsabilità dei servizi di telefonia fissa di Vodafone dedicati alle famiglie italiane e, da settembre 2014 ad oggi, e’ stato Direttore Ultrabroadband, Wholesale and Strategy di Vodafone Italia, con l’incarico di guidare i progetti di trasformazione aziendale, l’evoluzione della banda ultralarga e l’offerta wholesale, insieme alla definizione delle strategie di medio e lungo periodo. In Italia mantiene l’incarico di Presidente della Fondazione Vodafone. Enrico Resmini vanta una lunga esperienza nel campo della consulenza strategica. Dal 1995 in McKinsey & Company Italy, a partire dal 2005 ha ricoperto il ruolo di Partner guidando importanti progetti nei settori delle Telecomunicazioni e dei Media. Laureato in ingegneria aeronautica, ha conseguito un Master in Business Administration presso l’Insead di Fontainebleau. Enrico Resmini è nato a Oakland (USA), è sposato e ha tre figli. The post Enrico Resmini, nuovo Direttore Digital Commercial Program del Gruppo Vodafone appeared first on Data Manager Online.

HPE licenzierà 5mila dipendenti entro Natale

Lo scoop arriva da Bloomberg, che spiega come il 10% della forza lavoro di Hewlett Packard Enterprise negli Stati Uniti e nel resto del mondo verrà lasciato a casa nei prossimi tre mesi Ben 5 mila lavoratori di HPE resteranno senza lavoro da qui a Natale. L’enorme taglio, pari al 10% della workforce a livello globale, sarebbe la conseguenza della necessità di sfoltire alcune unità non impegnate più in attività considerate core dalla compagnia. I licenziamenti riguardano sia il quartier generale negli Stati Uniti che gli uffici dislocati nel resto del mondo; non solo ruoli basilari ma anche top management. HPE, come era prevedibile, non si è espressa a riguardo ma il sentore di un cambiamento di per sé epocale si era avvertito dalle parole di Meg Whitman, guida di Hewlett Packard Enterprise: “Con una struttura più leggera e un business più chiaro avremo a disposizione maggiore rapidità nelle operazioni e una versatilità strategica più funzionale ai nostri obiettivi”. Futuro difficile HPE ha sofferto molto la concorrenza degli ultimi tempi, soprattutto quella di Amazon Web Services e Microsoft Azure, così come dei provider hardware nel settore enterprise. Per questo motivo, Whitman concentrerà gli sforzi solo su alcuni comparti in modo da ritagliarsi una nicchia nel difficile panorama dei servizi IT. Due anni dopo essersi staccata da HP, che ha preso strade più consumer in quanto a PC, stampanti e software, c’è ancora un bel po’ da fare per rendere HPE quel soggetto snello e capace di rispondere prontamente alle sfide e ai cambiamenti del mercato che il CEO Whitman vorrebbe. La base di partenza è risparmiare e secondo alcune stime, la dismissione dei 5 mila dipendenti dovrebbe permettere all’azienda di tenere in cassa 1,5 miliardi di dollari nei prossimi tre anni. The post HPE licenzierà 5mila dipendenti entro Natale appeared first on Data Manager Online.

Spunti per la crescITa

Qual è l’impatto dell’innovazione sul business? Esiste una relazione diretta tra investimenti e crescita? Chi è il vero motore del cambiamento nelle imprese? Un dialogo tra innovatori per capire le opportunità – e le criticità – della trasformazione digitale ai fini del rilancio, della diversificazione e della competitività del business Per un lungo periodo, l’obiettivo dell’informatizzazione ha coinciso con quello dell’automazione e accelerazione di processi realizzati in larga misura manualmente. Internet e la telefonia mobile di terza generazione hanno favorito il graduale passaggio dalle architetture di rete client/server alla cosiddetta Terza Piattaforma, una fase in cui l’IT diventa sempre più un fattore abilitante, un generatore di cambiamento e nuovi bisogni, una fabbrica di opportunità che senza le tecnologie non sarebbero neppure concepibili, ma che impongono al tempo stesso un radicale ripensamento in chiave digitale dei processi e della cultura aziendale stratificatasi nel tempo. Esiste davvero un rapporto di causa/effetto tra innovazione e crescita? In che modo le aziende italiane stanno rispondendo alla sfida della trasformazione che comporta, parallelamente all’adozione dei nuovi paradigmi tecnologici, una profonda revisione delle proprie dinamiche interne ed esterne, dei processi e delle strategie di accesso ai mercati? Questo dossier punta a mettere in luce gli aspetti concreti del cambiamento e il modo in cui aziende e pubbliche amministrazioni affrontano la digitalizzazione del business e dei servizi, e in quale modo e attraverso quali figure riescono a dirigere l’adozione delle tecnologie IT a loro volta fondamentali per governare fenomeni come la multicanalità, la mobilità del lavoro, la socializzazione del business, l’avvento dell’informatica cognitiva. L’IMPATTO DELL’INNOVAZIONE Come di consueto, Data Manager affida a un analista esperto il compito di fornire una serie di osservazioni su un tema che, come osserva Giancarlo Vercellino, research and consulting manager di IDC Italia, è da oltre mezzo secolo motivo di acceso dibattito. Almeno dai tempi di Kenneth Arrow, l’economista premio Nobel che teorizzò la crescita tecnologica endogena alle imprese, «si cerca di capire il contributo effettivo dell’innovazione, e soprattutto dell’innovazione basata sull’IT, sull’efficienza della funzione di produzione, e in particolare sulla produttività del lavoro». A lungo, la questione dell’impatto delle tecnologie ha appassionato gli accademici, preoccupati di individuare nelle statistiche ufficiali gli effetti concreti della componente di crescita economica determinata dalle nuove tecnologie. Un parametro elusivo, per chi cerca conferme ricorrendo a metriche basate sugli aggregati macroeconomici tradizionali. «Dalla prospettiva di IDC, che osserva a livello microeconomico le dinamiche di innovazione, interrogando direttamente le imprese impegnate in processi di trasformazione digitale talvolta molto ampi e importanti, talaltra del tutto trascurabili, il rapporto tra innovazione e produttività si traduce quantomeno nella capacità di cogliere la correlazione tra le priorità delle imprese e le aspettative di crescita nei loro risultati». Qual è l’impatto dell’ #IT sul #Business ? Giancarlo Vercellino @IDCItalyClick To Tweet Vercellino afferma che basandosi sui dati estratti da un campione di duecento imprese con più di 50 addetti, è possibile osservare una correlazione invertita tra previsioni di andamento del fatturato aziendale e previsioni di andamento del budget IT: «Analizzandoli statisticamente, nei dati è più facile osservare un orientamento asimmetrico dell’associazione che spiega il fatturato previsto a partire dal budget IT anziché il contrario. Prendendo l’espressione cum grano salis per diverse ragioni tecniche, si potrebbe sostituire all’aggettivo asimmetrico quello di causale». A sua volta, la previsione di incremento del budget IT molto spesso è un fattore causale importante nel determinare le priorità di innovazione lato strategia e business. «In sintesi, è possibile affermare che la spesa IT concorre a influenzare sia la definizione delle priorità di innovazione lato business che la formazione dei risultati aziendali». Esiste però, conclude Vercellino, un collegamento mancante, un nesso determinabile tra priorità business e priorità tecnologiche. «Dai dati non emerge nessun collegamento rilevante, le due dimensioni sono sostanzialmente slegate da qualsiasi vincolo di correlazione rispetto al tema dell’innovazione». Forse, occorre chiedersi se non sia proprio questa relazione mancante, la cinghia di trasmissione necessaria per fare ripartire la macchina della trasformazione digitale in tante imprese italiane. Dunque, il tema centrale dovrebbe essere come fare in modo che gli obiettivi di innovazione strategica e gli obiettivi di innovazione tecnologica siano tra loro coerenti. LA TECNOLOGIA MOTORE DEL CAMBIAMENTO Ma qual è il punto di vista dei CIO sulla relazione tra IT e innovazione del business, la sua produttività e competitività? Per Debora Guma, CIO di Carrefour, sarebbe come chiedere a un giornalista se l’informazione è importante. «La tecnologia è il vero motore di innovazione, tutte le startup si basano su questo». Una relazione, aggiunge la responsabile IT di Carrefour Italia, che il top management delle aziende recepisce e apprezza. Rispetto al passato, la vera differenza è la pervasività del ruolo dell’IT. La Grande Distribuzione Organizzata rinnova da sempre i modelli della sua supply chain, e oggi per esempio è possibile tracciare l’intero contenuto di un camion e i suoi percorsi. Di logistica per il trasporto marittimo si occupa anche il Gruppo D’Amico Shipping. «Non è sempre vero che la tecnologia consenta di fare nuovo business, sebbene per tutti sia vero che il business tradizionale si può fare meglio, con più efficienza» – afferma il suo CIO, Pietro Amorusi. Questo indubbio ruolo positivo induce tuttavia una certa confusione, specie pensando ai messaggi a volte troppo ottimistici che arrivano dai vendor. La novità tecnologica, avverte Amorusi, non sempre impatta la parte attiva del bilancio, generando nuovi fatturati: «Innovare per davvero significa avere ricadute che non riguardano solo la parte passiva, i costi. Il nuovo va adottato solo quando serve e nel nostro settore, che è relativamente “old fashion”, noi di D’Amico abbiamo dimostrato che basta lavorare con calma, saper valutare, facendo il proprio lavoro a stretto contatto con i responsabili di business, per avere successo e soprattutto evitare pericolose crisi di rigetto» – conclude Amorusi e il suo parere echeggia anche nella dichiarazione di Mario Carrelli, CIO di iGuzzini, anch’egli convinto della necessità di scelte tecnologiche responsabili. «L’IT deve prima di tutto capire quali innovazioni possono aprire nuovi canali o aumentare la competitività del business esistente, cercando di evitare la generica