360 Consulenza
Assistenza

Abbandono del carrello: come evitarlo?

e commerce web development

MyBank ha raccolto alcuni dati da una serie di recenti statistiche e studi relativi all’abbandono del carrello al checkout sui siti ecommerce. L’abbandono del carrello, un fenomeno che cresce di pari passo con il numero dei consumatori online, anche nel 2021, ha rappresentato una delle principali criticità per le aziende operanti nell’ecommerce. A livello globale, a marzo dell’anno scorso, quasi l’80% degli ordini creati online è stato abbandonato, ovvero lasciato nel carrello virtuale senza completarne la procedura di acquisto. Per chi opera in questo settore, il tasso di abbandono del carrello rappresenta un dato importante che sarebbe opportuno monitorare regolarmente, non soltanto in considerazione del suo impatto sulle vendite, la fidelizzazione e il coinvolgimento della clientela, ma anche in quanto prezioso indicatore di eventuali attriti nel processo di pagamento o ulteriori aspetti dell’esperienza utente da ottimizzare. My Bank spiega cosa è possibile fare per prevenirlo e/o ridurne l’incidenza. Calcolare il tasso di abbandono del carrello e testare l’usabilità del sito. Avere un quadro del comportamento di chi visita e acquista sul proprio sito è di estrema importanza. Iniziare a monitorare attivamente e analizzare il tasso di abbandono del carrello rappresentano passi fondamentali in questa direzione. Per calcolare il tasso di abbandono del carrello occorre dividere il numero totale delle vendite (transazioni effettuate) per il numero totale di carrelli creati dagli utenti. In questo modo si potrà ottenere la percentuale di visitatori che iniziano il percorso di acquisto senza terminarlo. L’abbandono del sito al checkout può essere rivelatore di specifiche criticità o malfunzionamenti nell’ultima fase del processo di acquisto che, una volta individuati, possono essere risolti con successo per incrementare le conversioni. Per questo, mettersi nei panni del cliente e testare l’intero percorso di acquisto sul proprio ecommerce è un esercizio da non sottovalutare. Sorprendentemente il 94% dei top ecommerce europei presenta almeno cinque “banali” errori o malfunzionamenti al checkout, inutili attriti che complicano il processo di acquisto dei clienti. Ad esempio, il 15% dei consumatori abbandona il carrello quando il proprio metodo di pagamento preferito non è disponibile mentre il 21% abbandona un acquisto se il checkout dura più di un minuto. Semplificare il checkout La fase di pagamento è cruciale per scongiurare l’abbandono del carrello  ai fini delle conversioni su qualsiasi sito ecommerce. Per assicurare ai clienti un’esperienza fluida, la pagina di checkout dovrebbe presentare: 1. Passaggi ridotti al minimo. L’obiettivo è quello di eliminare inutili complessità che ostacolano il processo di acquisto. Anche richiedere la registrazione del cliente, allungando i tempi, potrebbe rappresentare un attrito e una possibilità in più di abbandono del carrello: offrire l’opzione di “utente ospite” (guest checkout) è fondamentale. Altrettanto importante è rimuovere tutti i campi o passaggi non necessari in fase di pagamento. Per questo è opportuno non trascurare la corretta integrazione delle soluzioni di pagamento al checkout. 2. Metodi di pagamento alternativi. Uno dei motivi di abbandono del carrello  e, quindi, della mancata conversione al checkout è l’assenza della soluzione di pagamento preferita dal cliente. Con l’ampio ventaglio di metodi disponibili oggi, diversificare le opzioni di pagamento è più che mai fondamentale. Non a caso, offrire metodi di pagamento alternativi alle carte (35%) e soddisfare preferenze di pagamento locali con metodi di pagamento locali (37%) rappresentano per i merchant due delle principali sfide per le vendite online nei prossimi anni. Nell’ambito della nuova normalità, le esigenze dei consumatori fanno da traino e, in termini di modalità di pagamento, stiamo assistendo a una sorprendente accelerazione delle transazioni account-to-account (A2A): un metodo di pagamento basato sull’online banking che consente di trasferire somme di denaro tra i conti bancari dei debitori e quelli degli esercenti in modo semplice e sicuro, senza intermediari superflui. Modalità altamente efficiente che presenta costi contenuti e pertanto competitivi, ideale sia per le aziende che per i consumatori, i pagamenti A2A sono alternativi rispetto a quelli con carte, bonifici ordinari e altri strumenti. È il caso delle cosiddette soluzioni OBEP (Online Banking e-Payments) come iDEAL nei Paesi Bassi, eps-Überweisung in Austria, giropay in Germania e MyBank  in Italia. L’interesse nei confronti dei pagamenti A2A è enorme: si prevede che i pagamenti account-to-account costituiranno il 15% di tutte le transazioni a livello globale entro il 2030, per un valore di mercato di oltre due trilioni di euro. Un vero e proprio must dunque, per il checkout di qualsiasi e-commerce. 3. Trasparenza. Evitare al cliente spiacevoli sorprese in fase di checkout che lo portano all’abbandono del carrello  è cruciale: fornire chiaramente, fin dall’inizio, le necessarie informazioni relative a pagamento, spedizione e consegna è determinante ai fini dell’acquisto. Le modalità di pagamento disponibili dovrebbero essere immediatamente riconoscibili, tramite un bottone dedicato completo di logo. Per aiutare il cliente, è una buona idea inserire una finestra pop-up con informazioni complementari al fine di orientarlo meglio. Ad esempio, nel caso dei pagamenti tramite MyBank, fare in modo che spostando il mouse sul bottone, il cliente visualizzi il testo “Paga tramite bonifico immediato MyBank direttamente dal tuo online banking” potrebbe aiutarlo e prevenire dubbi in questa fase delicata. Altri elementi da mettere ben in evidenza al checkout per evitare l’abbandono del carrello, sono i contatti dell’azienda: poter raggiungere telefonicamente, via mail o via chat un servizio clienti è rassicurante e aumenta la percezione di affidabilità del sito. 4. Velocità di caricamento e sito web responsive. Per evitare l’abbandono a causa del caricamento lento, il controllo della velocità del sito dovrebbe essere effettuato regolarmente. Oggi è disponibile una moltitudine di strumenti e servizi, anche gratuiti o poco onerosi, per testare le prestazioni dei siti web e identificare possibili punti deboli. Ridurre il tempo di caricamento è cruciale per il successo di qualsiasi business online. Parallelamente, è fondamentale avere un sito responsive, ovvero pensato per adattarsi a tutti i dispositivi, dal laptop e dal tablet fino allo smartphone, mantenendone sempre ottimali sia la prestazione che la leggibilità. 5. Ottimizzare l’esperienza del cliente. L’adozione di una soluzione di pagamento che permette di rendere più fluida l’esperienza del cliente al checkout grazie a una modalità alternativa, sicura e di facile utilizzo da qualsiasi dispositivo, è uno strumento in più da utilizzare contro la possibilità di abbandono del carrello da parte del cliente. La transazione tramite il servizio di online banking della propria banca con le consuete credenziali elimina eventuali attriti, passaggi superflui o l’inserimento

Piano triennale Agid 2021-2023, Mochi (FPA): “Qualche buona novità, ma molti rinvii”

italia digitale

Da poco licenziato dall’AgID, il Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione 2021-2023 presenta diverse evoluzioni in meglio rispetto al precedente piano e cambiamenti di impostazione importanti, alla luce del PNRR. Non mancano, però, anche poco lodevoli rinvii di molte scadenze già fissate Lo scorso 10 dicembre, invero un po’ in sordina, l’Agenzia per l’Italia Digitale ha pubblicato l’aggiornamento 2021-2023 del Piano triennale per l’informatica nella PA. Scopo di questo contributo è di leggere il Piano 2021-2023 tenendo in controluce il precedente piano, perché come sempre, le differenze tra l’una e l’altra versione possono avere un importante valore euristico. Uno stesso disegno, ma una diversa impostazione Molte cose sono evolute, quasi tutte in meglio, diciamolo subito, tra un piano e l’altro. Purtroppo, non è cambiato il titolo del Piano, né poteva cambiare visto che è imposto da una norma. È un titolo sbagliato per almeno due gravi motivi: il primo è che definire la trasformazione digitale come “informatica” è, a voler essere gentili, almeno riduttivo; il secondo è il singolare di Pubblica Amministrazione. Le amministrazioni pubbliche sono tante e diverse e vanno considerate e rispettate nella loro diversità, seppure unite da un obiettivo comune che è quello di creare valore pubblico. Ma torniamo al Piano. Ad una prima distratta lettura sembra molto simile, quasi identico, al precedente, perché pressoché uguale è l’indice, tranne un’importante eccezione nel settimo capitolo dedicato alla governance a cui dedicheremo un altro articolo, come anche l’impostazione dei capitoli e lo stesso schema di obiettivi e azioni per ciascuna area. Già leggendo però con maggiore attenzione la prima pagina ci accorgiamo che ci sono dei cambiamenti di impostazione importanti. Né poteva essere altrimenti, visti i profondi mutamenti che la pandemia, il nuovo Governo Draghi e gli impegni e le opportunità del PNRR hanno portato nelle amministrazioni e nella stessa politica d’innovazione di queste e dell’intero paese. Se infatti il PNRR ha messo al primo posto tra le riforme, così come tra le missioni, l’innovazione della PA, il presente Piano Triennale si pone come sintesi tra le varie linee di trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione. Così sin dalle prime righe si mette in evidenza l’obiettivo ultimo del PNRR e, conseguentemente anche del Piano: “Gli interventi hanno come traguardo principale quello di mettere l’Italia nel gruppo di testa in Europa nel 2026, rispetto a: diffusione dell’identità digitale, riduzione del gap di competenze digitali, incremento dell’uso dei servizi in cloud da parte della PA, crescita dell’erogazione dei servizi digitali essenziali erogati online, completamente delle reti a banda ultra-larga su tutto il territorio nazionale”. I nuovi compiti di vigilanza di Agid A questa dichiarazione d’intenti, già nell’executive summary, si accompagna la citazione del nuovo articolo 18bis del CAD, introdotto dal cosiddetto “decreto semplificazioni bis” (dl 77/21), che investe l’AgID di nuovi e più importanti compiti di vigilanza attiva e collaborativa, tanto da costituire un vero e proprio nuovo mandato istituzionale dell’Agenzia in materia di accertamento delle violazioni e sanzionatorio in riferimento agli obblighi di transizione digitale. È una riforma importante di cui giudicheremo nei prossimi mesi i risultati e la stessa fattibilità, messa in forse, per ora, dall’esiguità delle forze a disposizione dell’Agenzia e dalla solita, sciagurata, formuletta finale dell’articolo stesso: “All’attuazione della presente disposizione si provvede con le risorse umane, strumentali e finanziarie già previste a legislazione vigente”. L’aggiornamento 2021-2023 del Piano triennale per l’informatica nella PA è stato redatto in collaborazione con il Dipartimento per la trasformazione digitale e PagoPA e con il contributo di molte amministrazioni centrali, regioni e città metropolitane. Il documento è stato, inoltre, condiviso e ha recepito le osservazioni della Conferenza delle Regioni e Province Autonome, dell’Unione delle Province e dell’ANCI. In considerazione del mutato contesto legato all’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – PNRR in materia di trasformazione digitale, il documento è stato notificato alla Commissione Europea, passaggio aggiuntivo nell’iter di adozione del Piano rispetto alle precedenti edizioni. A conclusione della procedura, il Piano sarà adottato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro delegato, come previsto dal Codice dell’Amministrazione Digitale. Le sei componenti tecnologiche: novità, conferme, ritardi Come dicevamo l’impianto del Piano è identico a quello precedente e le stesse sono le sei componenti tecnologiche trattate: servizi, dati, piattaforme, infrastrutture, interoperabilità, sicurezza informatica. Lo spazio di questo articolo non mi permette di entrare troppo nei dettagli, per altro il piano è di facile lettura (è un pregio non da poco) e neanche tropo lungo; quindi, chi vuole approfondire potrà rivolgersi direttamente alla fonte. Quel che mi interessa qui è mettere in luce quel che è cambiato. I servizi Partiamo dal capitolo sui servizi. Qui l’aggiornamento più importante è dato dall’aggiunta di un obiettivo importante: la piena applicazione del Regolamento Europeo 2018/1724 Single Digital Gateway e le conseguenti azioni per ridurre una frammentazione che ritarda la maturità dei servizi e allontana l’obiettivo once only. Passando poi alle azioni a cui sono chiamate AgID e istituzioni (in primis il Dipartimento per la Trasformazione Digitale -DTD- e Consip) non possiamo notare un poco lodevole spostamento in avanti di molte scadenze fissate dal precedente piano. Solo a titolo di esempio citiamo tra le altre tutti le azioni che avevano come attore principale Consip: la realizzazione del modello integrato Cloud Marketplace la cui scadenza era fissata dal precedente Piano a giugno 2021 e slitta di un anno e mezzo a dicembre 2022; l’avvio della pubblicazione delle gare strategiche per Servizi SaaS Public Cloud che slitta da marzo a dicembre 2021 (per altro ad oggi è stata pubblicata una sola di queste gare quella relativa a produttività individuale e collaboration); sempre in tema di procurement il termine entro cui le PA adeguano le proprie procedure di acquisto alle linee guida di AGID sull’acquisizione del software e al CAD (artt. 68 e 69) slitta di due anni dall’ottobre 2020 all’ottobre 2022. I dati Nel capitolo dedicato ai dati la novità principale è data dal progetto della PDND (Piattaforma Digitale Nazionale Dati). In particolare, il Piano prevede che la fornitura dei dataset, avvenga preferenzialmente attraverso API (interfacce per programmi applicativi), le quali, anche ai sensi dei punti 31 e 32 delle premesse della Direttiva (UE) 2019/1024: rispettino le Linee guida sull’Interoperabilità; siano documentate attraverso i metadati (ontologie e vocabolari controllati) presenti nel Catalogo

Bonus Investimenti 4.0 anche per beni in comodato

00cbd088 17e6 4d4d 91d2 9cdaeb85978b

Tax credit investimenti 4.0 anche per beni in comodato d’uso se si dimostra di trarre utilità dalla stipula dei contratti con i fornitori: Agenzia Entrate. Se una società è in grado di dimostrare di trarre utilità dalla stipula di contratti per beni in comodato d’uso, ha diritto ad accedere al credito d’imposta per investimenti in beni strumentali nuovi, ossia al Bonus 4.0. L’agevolazione si può infatti applicare a strumenti nuovi, anche utilizzati in comodato, purchè nell’ambito di un’attività strettamente funzionale alle esigenze aziendali. Lo ha chiairto la risposta n. 718 del 15 ottobre 2021 dell’Agenzia delle Entrate. Per dimostrare l’utilizza diretta ai fini dell’attività d’impresa, è possibile ricorrere ad una perizia tecnica asseverata, anche per attestare che gli strumenti possiedono le caratteristiche per essere ricompresi tra gli investimenti agevolabili indicati nell’elenco di cui all’allegato A annesso alla Legge di Bilancio 2017 e che sono interconnessi al sistema aziendale di gestione della produzione o alla rete di fornitura. Nell’interpello in oggetto, l’Agenzia delle Entrate ha ricordato che con l’articolo 1, commi da 184 a 197, della Legge di Bilancio 2020, è stata rimodulata la disciplina degli incentivi fiscali previsti dal “Piano Nazionale Impresa 4.0“, prevedendo al posto del “super ammortamento” e “iper ammortamento”, il riconoscimento di un credito d’imposta dal 1° gennaio al 31 dicembre 2020 (o entro il 30 giugno 2021, se al 31 dicembre 2020 il relativo ordine risulti accettato e sia avvenuto il pagamento di acconti del 20%). Per investimenti funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale delle imprese secondo il modello “Industria 4.0“, il credito d’imposta spetta in misura variabile in base alla data e all’importo della spesa.Per i beni materiali su investimenti 2022: 40% del costo per la quota di investimenti fino a 2,5 milioni, 20% per la quota di investimenti tra 2,5 milioni e 10 milioni, 10% per la quota compresa tra 10 mln e 20 milioni. Per i beni materiali 4.0su investimenti2021 il credito è pari: al 50% del costo per investimenti fino a 2,5 milioni, al 30% per la quota compresa tra 2,5 milioni e 10 milioni, al 10% per la quota compresa tra 10 e 20 milioni. Riguardo al caso dell’interpello, l’Agenzia rinvia alla circolare n. 4/2017 sul super e iper ammortamento (che in analogia si può applicare al nuovo tax credit), proprio sulla concessione in comodato d’uso a terzi dei beni oggetto d’investimento: il comodante può beneficiare dell’agevolazione a condizione che i beni in questione siano strumentali e inerenti alla propria attività. In caso di comodato, il bene fisicamente non collocato nel luogo di ordinario svolgimento dell’attività e non utilizzato in maniera diretta è comunque parte integrante del complesso di beni organizzati dall’imprenditore per il raggiungimento delle finalità dell’impresa qualora favorisca il consolidamento e lo sviluppo dei rapporti commerciali con il comodatario e la diffusione sul mercato dei prodotti commercializzati. Pertanto, si può accedere all’incentivo ma i beni dovranno essere utilizzati dal comodatario nell’ambito di un’attività strettamente funzionale all’esigenza di produzione del comodante e cedere le proprie utilità anche all’impresa proprietaria/comodante. Fonte: bitmat.it

L’industria alimentare deve proteggersi sempre più dai cyber attacchi

640x360

Corrado Broli di Darktrace Italia spiega quali sono le azioni principali di sicurezza informatica che l’industria alimentare dovrebbe intraprendere. L’industria alimentare in Italia rappresenta il 15% del PIL nazionale per un valore di oltre 522 miliardi di euro ed è composta da 70.934 aziende tra piccoli-medi produttori e brand riconosciuti che esportano in tutto il mondo per un valore di 43,5 miliardi di euro. In tutto il mondo, gli stabilimenti di produzione di alimenti e bevande rappresentano dei giganti dell’industria globale, coloro che trasformano le materie prime agricole in prodotti per il consumo di massa. La sola lavorazione della carne rappresenta il 15,8% del valore delle spedizioni totali negli Stati Uniti. Ecco perché gli attacchi informatici all’industria alimentare ai quali abbiamo assistito quest’anno, a partire dal caso di JBS, uno dei più grandi fornitori di carne al mondo, hanno avuto un impatto significativo sulla nostra economia e sulla popolazione in generale. JBS fornisce quasi un quinto della carne consumata negli Stati Uniti e molti negozi hanno sperimentato carenze negli approvvigionamenti mentre l’azienda si impegnava con tutte le forze per fare ripartire le attività. Gran parte della catena di approvvigionamento alimentare dipende infatti da un numero limitato di aziende e la chiusura di uno singolo stabilimento ha una diretta ripercussione su una popolazione molto più ampia. JBS non rappresenta però un caso isolato: in ottobre abbiamo assistito a un attacco significativo contro Tesco, grande catena alimentare del Regno Unito. Anche in Italia si è registrato un attacco importante all’industria alimentare contro il gruppo San Carlo, player che produce patatine, che è stato colpito con un ransomware di tipo criptolocker. Nel 2022 questi attacchi saranno sempre più numerosi, a dimostrazione di come la sicurezza alimentare sia legata in modo sempre più stretto alla sicurezza informatica; una dipendenza che crescerà nel tempo mentre il nostro cibo diverrà sempre più “digitalizzato”. Una nuova sicurezza per il Foodtech Dalla fattoria alla tavola, l’applicazione della tecnologia al mondo alimentare, definita anche con il neologismo foodtech, è diventata un requisito necessario per poter essere competitivi in un settore consolidato e far fronte a un incremento guidato dalla crescita esponenziale della popolazione globale. Entro il 2050 si prevede che la popolazione mondiale raggiungerà i 9,6 miliardi e, per nutrirla, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura stima che l’agricoltura globale dovrà produrre il 70% in più di cibo rispetto a oggi, utilizzando solo il 5% in più risorse naturali. Per dare una risposta, l’agricoltura e l’industria alimentare si rivolgono quindi sempre più alla tecnologia. Dall’utilizzo di dispositivi intelligenti per monitorare e automatizzare i processi tradizionali di coltivazione e allevamento all’emergere delle fattorie verticali, la lavorazione e la consegna degli alimenti dipenderanno sempre più dalla tecnologia con lo scopo di riuscire a soddisfare le esigenze della popolazione globale. In questo contesto, ad esempio, l’agricoltura di precisione che si basa su dispositivi IoT per monitorare le singole colture sarà cruciale per la conservazione delle risorse. Anche in Italia stiamo assistendo a un processo di trasformazione digitale nel settore e numerose aziende investono per efficientare la propria filiera con soluzioni innovative. Si tratta di un panorama vario e non omogeneo con un diverso grado di adozione della tecnologia a seconda dei fabbisogni di ciascuna azienda e dalle fasi della filiera. È proprio questa trasformazione digitale a rendere la sicurezza dell’industria alimentare vulnerabile agli hacker. La dipendenza dalla tecnologia per aumentare la produttività e la rapidità di distribuzione degli alimenti, infatti, espone gli agricoltori e i produttori a ulteriori vulnerabilità. Già oggi vediamo come le strutture di produzione alimentare si affidino sempre più ai computer per monitorare le temperature di conservazione e altri parametri degli alimenti e come molti di questi sistemi non siano dotati di controlli di accesso rigorosi e, a volte, facciano affidamento a software e sistemi operativi obsoleti. Se questi sistemi venissero compromessi, l’intera catena di fornitura del cibo di ogni singolo magazzino non sarebbe più sicura per il consumo. Ad aumentare ulteriormente il rischio è la convergenza delle reti IT e OT determinata dalla rapida trasformazione digitale di molte aziende alimentari che hanno fatto sempre più affidamento sulle tecnologie operative durante la pandemia di COVID-19. Le cyberdifese ora devono proteggere non solo i data center e i sistemi on-premise, ma anche le reti di cloud computing e l’edge e nel prossimo futuro la superficie di attacco non potrà fare altro che continuare a espandersi. Gli strumenti di sicurezza operano in ambienti IT e OT con un approccio a più livelli per interrompere rapidamente gli attacchi bloccando eventuali minacce informatiche e ridurre al minimo le interruzioni, ma molti di essi sono di natura obsoleta e non sono in grado di farlo. Le prime azioni da compiere Ci sono diverse azioni che l’industria alimentare può intraprendere per proteggersi. Innanzitutto, dato che la maggior parte delle aziende sono nate molto prima della creazione della tecnologia legata a Internet e degli strumenti di sicurezza, molte organizzazioni dovranno partire dall’aggiornamento dei propri sistemi per conformarsi ai moderni standard di sicurezza. La tecnologia operativa, spesso vecchia di decenni, è particolarmente vulnerabile, progettata senza considerare la protezione informatica e spesso incompatibile con gran parte dei software e degli strumenti di sicurezza odierni. È questa vecchia tecnologia spesso ad essere implicata nelle gravi interruzioni operative o quando le aziende vengono totalmente bloccate. In secondo luogo, l’industria alimentare deve comprendere e valutare le proprie vulnerabilità e applicare di conseguenza eventuali patch. Zero days, ransomware, APT, attacchi alla supply chain, phishing mirato e minacce agli ambienti OT e IoT sono le principali preoccupazioni, indipendentemente dal settore in cui opera l’azienda. In terzo luogo, adottare una tecnologia all’avanguardia sarà essenziale per permettere alle aziende del settore di combattere queste minacce. Gli attacchi contro tutte le realtà implicate nelle catene di approvvigionamento, che rappresentano la maggior parte di quelli rivolti all’industria alimentare, sono praticamente impossibili da rilevare con una sicurezza tradizionale basata sulle firme: il software dannoso può essere impacchettato e mascherato come legittimo arrivando così al cuore dell’azienda, senza essere rilevato. Tutto questo accade anche perché la sicurezza informatica non è più un problema a misura

Digital Workplace Security: una vera sfida per le aziende

cyberarkimage2

Nel passaggio al cloud e al lavoro ibrido è importante che le aziende si concentrino a creare una efficace Digital Workplace Security. Nelle scorse settimane alcune aziende hanno subìto attacchi informatici di grande rilevanza, non solo mediatica. Parlare di Digital Workplace – in un periodo come quello che stiamo vivendo in cui gran parte del lavoro si svolge a distanza – implica considerare lo spostamento di dati nel cloud, in modo da rendere effettivo e resiliente il fatto che moltissime attività si svolgano al di fuori degli uffici. È evidente, quindi, quanto la Digital Workplace Security, rappresenti una grande sfida – per ogni tipologia di azienda – nel passaggio a un ambiente di lavoro digitale. “Da una parte”, precisa Marcello Ricotti, CEO del Gruppo Ariadne Digital, società di Design e Engineering specializzata nella realizzazione di sistemi per la Digital Transformation, “c’è l’esigenza di rendere sempre più semplice per i dipendenti l’accesso a importanti dati aziendali ovunque si trovino, ma dall’altra c’è la necessità, probabilmente ancora più importante e strategica, di tutelare la privacy e la sicurezza delle informazioni affinché non siano violate in nessun modo”. Naturalmente il primo punto su cui concentrarsi per vincere questa enorme sfida qual è la Digital Workplace Security, è importante appoggiare la creazione del Digital Workplace stesso su sistemi in grado di rispettare tutte le linee guida sulla sicurezza dei dati. È altrettanto importante, però, considerare sempre il “fattore umano”: la sicurezza dei dati, in altre parole, deve far parte della cultura digitale di ogni organizzazione e coinvolgere, quindi, ogni persona che lavora in azienda. “Una delle cause principali della scarsa sicurezza digitale dell’ambiente di lavoro, ovvero della Digital Workplace Security”, aggiunge Marcello Ricotti, “è quello che viene definito Shadow IT, ossia l’uso di applicazioni non autorizzate che non soddisfano i requisiti di sicurezza per svolgere alcune attività quotidiane. Ecco perché è assolutamente fondamentale fornire alle risorse tutti gli strumenti adeguati e, soprattutto, una corretta user experience affinché siano soddisfatte le loro esigenze e sia ridotta quasi allo zero la necessità di cercare applicazioni alternative per portare a termine i propri compiti”. Un altro aspetto che molte aziende tendono a sottovalutare, ma che in realtà è cruciale per tutelare la sicurezza informatica, è legato alla semplicità. Possono esserci, all’interno delle imprese, anche persone con scarsa abilità digitale e che, di conseguenza, possono sentirsi frustrati o poco inclini a svolgere attività complesse, come la configurazione di una rete Wi-Fi o l’installazione di alcuni software. Complicare eccessivamente questi aspetti, aumenta la possibilità che le risorse che lavorano da remoto ignorino completamente le misure di sicurezza ed aprano le porte ad attacchi cyber, mettendo in serio pericolo la Digital Workplace Security. Fonte: bitmat.it

609 milioni per la digitalizzazione delle imprese italiane dal MISE

5g

Si tratta di un importante intervento previsto nell’ambito della Strategia italiana per la banda ultralarga Sono 609 milioni di euro le risorse destinate dal Ministero dello Sviluppo economico alla digitalizzazione del tessuto produttivo del Paese, che è anche una delle priorità indicate nel PNRR. E’ quanto prevede il decreto attuativo del “Piano voucher per le imprese” firmato dal ministro Giancarlo Giorgetti. Si tratta di un importante intervento previsto nell’ambito della Strategia italiana per la banda ultralarga che, dopo gli incentivi in favore di famiglie e scuole, punta in questa nuova fase a raggiungere le imprese. Una platea che, a seconda della tipologia e dell’importo del voucher che verrà richiesto, potrà variare da un minimo di 850.000 a un massimo di 1.400.000 imprese beneficiarie. “Mettiamo in campo importanti risorse per supportare la digitalizzazione delle imprese in modo da ridurre il digital divide del sistema produttivo su tutto il territorio nazionale“, dichiara il ministro Giorgetti che aggiunge: “Dobbiamo velocizzare gli investimenti nella banda ultralarga del Paese e cogliere l’opportunità delle risorse stanziate nel Pnrr. Il Piano voucher per le imprese è un provvedimento – aggiunge – che sosterremo accompagnando l’attivazione anche con iniziative di comunicazione mirate a far conoscere a tutti i possibili beneficiari la nuova misura. Non è ammissibile, come avvenuto nella precedente fase dedicata alle famiglie, che risorse stanziate non vengano utilizzate interamente per carenza di informazioni operative adeguate a far comprendere l’importanza dello strumento”. Per i voucher alle imprese sono stati infatti stanziati complessivamente 609 milioni di euro: oltre ai circa 516 milioni di euro già previsti per questa seconda fase, si sono aggiunti circa 93 milioni non utilizzati per il piano voucher dedicato alle famiglie con ISEE inferiore a 20 mila euro che era stato avviato a novembre 2020 e si è concluso, sotto la gestione di Infratel, lo scorso novembre 2021. Le imprese potranno richiedere un solo voucher che potrà essere di diverso importo, da un minimo di 300 euro a un massimo di 2.000 euro, e di diversa durata del contratto, da un minimo di 18 mesi a un massimo di 36 mesi, per garantire un incremento della velocità di connessione, da 30 Mbit/s a oltre 1Gbit/s. Inoltre, nel caso di passaggio a connessioni a 1 Gbit/s, il valore del voucher potrà essere aumentato di un ulteriore contributo del valore massimo di 500 euro, per la copertura di parte dei costi sostenuti dalle imprese beneficiarie e giustificati dagli operatori. Al fianco dell’azione di erogazione dei voucher, verranno quindi realizzate iniziative di comunicazione in grado di accompagnare le imprese nella conoscenza della misura e degli strumenti tecnologici messi a disposizione per favorire la diffusione della connessione ad alta velocità e la digitalizzazione del sistema produttivo in tutto il territorio nazionale. Il Piano per le imprese, approvato dalla Commissione europea lo scorso 15 dicembre 2021, avrà durata fino ad esaurimento delle risorse stanziate, comunque non oltre 24 mesi dall’avvio dell’intervento da parte di Infratel. Fonte: bitmat.it

E-commerce e intrattenimento: come scegliere i siti più sicuri

digitale pmi

I rischi connessi a furti di dati personali o di pagamento sono sempre dietro l’angolo. Ecco come proteggersi La sicurezza dei dati degli utenti è un tema da sempre molto caldo, tanto per coloro che lavorano sul web quanto per chi utilizza la rete per le proprie attività quotidiane. I rischi connessi a furti di dati personali o di pagamento sono, infatti, sempre dietro l’angolo, soprattutto se non si presta attenzione a quelle poche semplici regole che possono fare la differenza tra una navigazione protetta e una in balia dei malintenzionati. Quali sono i principali rischi quando si naviga online Quando si naviga sul web, a prescindere che si frequentino siti di informazione, negozi online o portali di intrattenimento, è opportuno tenere presente quali sono i rischi principali e riconoscere le soluzioni migliori per evitarli. I più inesperti e disattenti possono infatti finire in trappole digitali progettate per trasferire dati sensibili, come quelli anagrafici e bancari, nelle mani di hacker senza scrupoli. Proprio queste sono le problematiche più spesso riscontrate anche oggi, legate principalmente alla privacy, al furto di chiavi per l’accesso a carte e conti correnti e alla disinformazione. Niente paura, però: oggi è molto più semplice che in passato tutelarsi e basta essere sufficientemente accorti per godere del piacere di navigare in rete dal PC o dallo smartphone senza grossi rischi. Come salvaguardare i dati bancari quando si naviga online Oggi le transazioni di denaro digitali sono in continuo aumento, anche per merito di sistemi di sicurezza sempre più avanzati che tutelano l’utente dal rischio di furti e truffe. Quello che inizialmente sembrava essere il “tallone d’Achille” del web, almeno per un’ampia fetta di clientela, attualmente desta infatti molte meno preoccupazioni che in passato, poiché banche e altre società che fungono da intermediarie nelle operazioni di pagamento si sono dotate di protocolli e tecnologie a prova di malintenzionato. Sia nello shopping online che nell’acquisto di servizi, come possono essere quelli legati alla visione di film o al gioco, è oggi possibile effettuare pagamenti senza rischiare di essere intercettati. Operatori dell’intrattenimento digitale, come i casino online, hanno investito fortemente su questo tema proprio per garantire al consumatore finale un’esperienza sempre più tranquilla e piacevole, giungendo all’adozione di sistemi di controllo sempre più efficaci. Non solo, quelli che oggi possono a ragione essere ritenuti i casino più sicuri, come accade per i siti censiti da Casinos.it, operano in stretta collaborazione con le istituzioni bancarie e le piattaforme di pagamento capaci di assicurare i massimi livelli di protezione dei dati, tutelando dunque in maniera completa chi desidera svagarsi senza troppe preoccupazioni. È anche in questo modo che slot machine e roulette digitali sono riuscite a diventare uno dei settori più redditizi in assoluto sul web, offrendo non soltanto opportunità di gioco di ottima qualità ma anche sicurezza e assistenza. Se si desidera navigare online salvaguardando i propri dati bancari, dunque, i consigli sono sostanzialmente due: utilizzare solo canali dotati di protocolli di sicurezza avanzati e non fornire mai a nessuno password o altri codici legati all’utilizzo di carte e altri strumenti di pagamento, neppure se apparentemente richiesti dal fornitore stesso, come accade nel caso del phishing, ossia il fenomeno delle false e-mail inviate da banche, istituti di credito e fornitori di servizi che richiedono l’invio dei propri dati. Nessuna di queste società, infatti, invierà mai comunicazioni di questo tipo, dunque è sempre opportuno cestinarle e rivolgersi al proprio riferimento fisico per eventuali chiarimenti. Shopping online: quali parametri osservare prima di acquistare Oltre alle indicazioni riportate nel paragrafo precedente, ci sono altri aspetti da tenere sott’occhio quando si decide di acquistare beni e servizi su internet, talvolta parametri da verificare in pochissimi secondi ma che possono fare la differenza. Quando siamo su un sito di e-commerce, per esempio, è molto importante prestare attenzione alla presenza dei dati societari e del protocollo di sicurezza https. I primi, in genere, ci forniscono una garanzia iniziale riguardo all’esistenza di un soggetto realmente esistente e abilitato alla vendita online e vengono riportati solitamente a fondo pagina o nella sezione dedicata ai Contatti. Il protocollo https, invece, è presente nella barra degli indirizzi ed è un indicatore del livello di sicurezza di navigazione garantito. Ormai tutti i browser, da Google Chrome a Edge di Microsoft, identificano come siti non sicuri quelli che non utilizzano tale protocollo, sconsigliandone preventivamente l’utilizzo. Attenzione, poi, a quanto riportato nelle sezioni dedicate alle condizioni di vendita, ai resi e alle modalità di pagamento e spedizione, che possono essere indicatori altrettanto interessanti del modo di operare della società. Un consiglio da tenere sempre a mente, per esempio, è quello di non fidarsi di chi propone pagamenti solo in contanti o con altri sistemi non tracciabili, come le ricariche su Postepay e carte simili: i siti di e-commerce più affidabili accettano sempre carte di credito e debito, bonifici bancari e altri sistemi come PayPal. Infine, può essere sempre utile dare uno sguardo alle recensioni degli altri clienti. Sia in positivo che in negativo, non siamo di fronte a qualcosa di sicuro al 100%, poiché recensioni fasulle volte a screditare o ad aumentare i punteggi non mancano mai, ma quando i commenti sono tanti e in gran parte concordi tra loro, c’è da stare abbastanza tranquilli sulla veridicità degli stessi. In ogni caso, di fronte a offerte poco credibili, soprattutto su beni di valore medio-alto, meglio prestare la massima attenzione e accertarsi che sia davvero tutto oro quello che luccica! Fonte: bitmat.it

Cyber risk: alta la consapevolezza in azienda ma ancora scarse le azioni di mitigazione

cyberarkimage2

Solo poco più della metà (il 55%) ha adottato un piano operativo di risk mitigation in azienda Le aziende italiane dimostrano ampia conoscenza del rischio cyber ma risultano ancora impreparate nell’adozione di piani di risk mitigation, nella promozione di progetti di formazione interna e nell’investimento dei budget aziendali. Allo stesso tempo, l’errore umano risulta il fattore principale di vulnerabilità degli attacchi e le polizze assicurative per i rischi cyber sono ancora poco conosciute. Sono queste le principali evidenze emerse dalla Cyber Risk Survey patrocinata da ANRA e condotta dall’Università di Verona in collaborazione con Riesko, che ha messo a disposizione la piattaforma per raccogliere ed elaborare i dati atti a rilevare la percezione del cyber risk da parte delle organizzazioni. L’analisi è stata strutturata su un campione di circa 250 aziende, di cui più della metà appartenenti al settore “informatica ed elettronica” e “finanza, assicurazione ed amministrazione”. I principali insight dell’analisi:  Il mondo delle aziende ha ormai sviluppato una importante sensibilità rispetto ai rischi cyber: il 72% dichiara di averne un’alta consapevolezza ma tale rischio viene percepito come principalmente tecnico piuttosto che strategico; Solo poco più della metà (il 55%) ha adottato un piano operativo di risk mitigation in azienda; Ancora molto lavoro da fare per colmare il gap tra grado di consapevolezza e azioni proattive: solo il 49% dei rispondenti adotta programmi di formazione HR e nel 70% dei casi l’investimento in questi processi è minimo: meno del 15% del budget; Il principale fattore di vulnerabilità è nel 68% dei casi l’errore umano;  Sebbene spesso insufficienti, la metà delle organizzazioni considera i propri sistemi di trattamento adeguati; Se la maggior parte – il 58% – delle aziende conosce gli strumenti assicurativi per fronteggiare i rischi cyber e la metà (49-51%) li adotta, il 32% delle aziende esprime ancora delle riserve sul loro utilizzo. La percezione del rischio cyber è alta ma principalmente legata all’IT Le aziende hanno ormai ben chiaro che gli attacchi cyber rappresentano un rischio per la propria organizzazione: il 72% degli intervistati ritiene di possedere una conoscenza adeguata riguardante i rischi cyber e della sicurezza informatica. Inoltre, il 70% possiede una buona conoscenza dell’impatto che la Sicurezza Informatica ha sulla Continuità Operativa. Tuttavia, il Cyber risk, pur essendo percepito come rischio “critico” (74%) viene considerato come prevalentemente “tecnico”, soprattutto legato ai sistemi IT (45%). Solo poco più di metà delle aziende si è attrezzata con dei piani di risk mitigation Alla diffusione della conoscenza dei rischi cyber non corrisponde l’impegno a investire su piani formali di risk mitigation, presente infatti solo nel 55% dei casi e la “awareness” per gli standard è solo del 47%. Inoltre, molte realtà preferiscono appaltare la risoluzione di questi problemi all’esterno con soluzioni di outsourcing (64%). Per contrastare rischio cyber formazione e budget ancora carenti L’aumento della consapevolezza e gli attacchi subiti non hanno generato tuttavia un impegno concreto in termini di formazione e investimento in competenze e risorse: solo il 49% degli intervistati adotta processi strutturati di formazione HR e nel 70% dei casi l’investimento in questi processi è minimo: meno del 15% del budget. Piani di risk mitigation e formazione si rilevano attività ancora più cruciali se consideriamo che il principale fattore di vulnerabilità è proprio l’errore umano, sfruttato infatti nel 68% dei casi da parte di chi commette gli attacchi cyber. Tra gli altri fattori, nella metà dei casi viene segnalata l’obsolescenza dei sistemi operativi.  Nonostante i diversi fattori di vulnerabilità che presentano le aziende, dalla ricerca si evince che, in termini di budget dedicato al rischio informatico: ·         Il 69% delle aziende investe meno del 30% in programmi assicurativi; ·         Il 67% investe meno del 30% in servizi di monitoraggio. Al contempo, risultano elevati investimenti in backup, anche se non molto utili in assenza di un disaster recovery plan. Ancora bassa la propensione al cambiamento e la conoscenza degli strumenti assicurativi Guardando al futuro, la cultura del rischio in azienda risulta ancora poco radicata: nonostante i numerosi attacchi e i diversi fattori di vulnerabilità, il 53% delle aziende ritiene al momento adeguati i sistemi di trattamento adottati. Anche per quanto riguarda gli strumenti assicurativi i dati dimostrano che il 58% li conosce e la metà (49-51%) li adotta. Il 32% delle aziende esprime invece ancora delle riserve sul loro utilizzo, mentre il 17-23% ne è sprovvisto.

Digital Marketing: i principali trend del 2022 secondo Across

digitalmarketing 696x457

Il CEO di Across Sergio Brizzo mette in evidenza quelli che secondo lui sono le tendenze del Digital Marketing nel corso del 2022. Il Digital Marketing è in costante evoluzione e, soprattutto negli ultimi due anni, ha dovuto assumere nuove forme per assecondare le mutate esigenze delle aziende, sempre più vicine al mondo digitale. Si assiste quindi alla necessità di introdurre nuove formule e strumenti per assicurare risultati soddisfacenti, necessari per la ripresa di tutti quei brand colpiti da un altro anno di crisi come quello quasi trascorso. Dati questi presupposti, quali saranno, quindi, le principali tendenze a cui assisteremo nel 2022? Ecco le previsioni di Across, Digital Solution Company specializzata nel performance marketing multicanale. La corsa all’e-commerce. Nel 2022 l’e-commerce si appresta ad essere, per il terzo anno di fila, forte protagonista tra i trend dei consumatori di tutto il mondo. La situazione pandemica, insieme a una costante digitalizzazione, ha permesso all’e-commerce di conquistarsi uno spazio anche tra i consumatori più scettici o poco inclini agli acquisti online: basti pensare che solo in Italia, durante il primo mese di pandemia, il 31% delle persone dichiarava che avrebbe acquistato su Internet prodotti che solitamente avrebbe acquistato in un negozio fisico e che, nei mesi successivi, il settore Food & Beverage ha registrato aumenti di vendita online pari al 300%. Il 2022 sarà un anno in cui tutte le aziende mireranno a consolidare i risultati dell’e-commerce: esperienze personalizzate e integrazione con le nuove tecnologie dovranno essere al centro delle strategie di digital marketing. Conversational marketing ed Intelligenza artificiale a supporto. Uno dei principali trend a cui si assisterà nel 2022 è quello legato al Conversational Marketing, termine piuttosto nuovo che si sta facendo largo nel mondo del digitale. Si tratta dell’opportunità per i potenziali clienti di entrare in contatto, parlare e interagire con un brand nei tempi e nei modi che preferiscono. Un nuovo canale, dunque, da integrare in strategie dedicate al rafforzamento della customer base, con risultati registrati nella customer care, nel database building e nel processo di fidelizzazione. Parte integrante di questa strategia è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Il marketing conversazionale, infatti, sfrutta i chatbot come piattaforma di messaggistica per conversare con i visitatori in tempo reale, consentendo un coinvolgimento più rapido ed efficiente. I chatbot sono al centro di qualsiasi strategia di marketing conversazionale di successo e sono progettati per emulare conversazioni umane reali. Tra le diverse applicazioni della tecnologia connessa al conversational marketing troviamo alcuni vantaggi, tra cui: aumentare il numero di lead generati dal sito, incrementare le opportunità di vendita e migliorare notevolmente l’esperienza di navigazione. Social Shopping. Una tendenza del digital marketing, già evidente e che si rafforzerà il prossimo anno è sicuramente quella relativa all’utilizzo dei social media come concreto canale di vendita e non più come mera vetrina promozionale. Questo nuovo utilizzo dei canali social consente all’utente di effettuare un acquisto senza neanche accedere all’e-commerce dell’azienda, ma semplicemente attraverso il suo post. Acquistare diventa, quindi, un’azione sempre più immediata, lo si fa tramite social o tramite un video di Youtube e non offrire questa opportunità rischia di far perdere potenziali clienti. Si tratta, inoltre, di un trend che renderà ancora più decisivo il peso degli influencer, in un funnel che diventa sempre più ristretto. Gaming. Un segmento incredibilmente redditizio per i brand. Una volta comprese le sue potenzialità come fonte di traffico e di engagement, il gaming diventa uno strumento che oggi nel digital marketing offre tantissime opportunità. Infatti, le statistiche mostrano come gli utenti non siano infastiditi dal visualizzare gli annunci in-game display. Oltre ai tipici banner pubblicitari, questo settore offre la possibilità di diversificare la tipologia di annunci, con quelli interstiziali – che appaiono in momenti di arresto nel gioco, ad esempio tra una partita e l’altra – o annunci di ricompensa, che offrono ai giocatori punti aggiuntivi, coin o altri benefici legati al gioco in cambio della visualizzazione di un video. Campagne geo-localizzate. Secondo l’osservatorio di Across, le campagne marketing geolocalizzate hanno sperimentato una nuova rinascita già nel 2021, con un trend di crescita del +60% rispetto all’anno precedente. È facile ipotizzare che anche nel 2022 le campagne che consentono il geotarget offriranno performance molto più alte in questo determinato momento storico. Questo perché consentono di intercettare il proprio target in una determinata regione/città/provincia, attività quanto mai essenziale in anni in cui i divieti legati alla mobilità hanno reso sempre più importante restringere il campo e reperire il proprio pubblico di riferimento a livello locale. Prepararsi ad un mondo senza Cookies. Google ha dichiarato che dal 2023 il proprio browser Chrome non supporterà più i cookie di terze parti, già esclusi nelle impostazioni di default di Safari e Mozilla. Per forza di cose – dunque – il digital marketing si troverà di fronte ad una svolta epocale a cui dovrà iniziare a reagire già il prossimo anno. Gli editori, certamente, inizieranno ad investire maggiormente sulla pubblicità contestuale, cercando di usare i cookies di prima parte e favorendo l’autenticazione per conoscere in maniera più dettagliata i propri utenti. Ma anche gli inserzionisti dovranno trovare nuove modalità per interagire con i propri clienti, cercando di attrarli sempre più sulle proprie piattaforme. Per continuare a intercettare gli utenti sarà sempre più importante il Content Marketing, così da sviluppare il più possibile una relazione con gli utenti e ottenere di conseguenza dati di prima parte. Fonte: bitmat.it

Shopping natalizio online sotto attacco: phishing in aumento del 92%

e commerce web development

I cyber attacchi sfruttano la crescita della fiducia nei confronti dell’e-commerce e stanno mettendo in pericolo lo shopping natalizio online. Secondo un’indagine condotta da Ermes – Intelligent Web Protection, realtà mondiale che sfruttano l’intelligenza artificiale per rilevare e difendere dagli attacchi hacker, nel periodo compreso tra Black Friday, Cyber Monday e inizio dell’Avvento, la rilevazione dei siti di phishing è aumentata del 92%: in questo quadro si inserisce, da un lato, la vulnerabilità dei consumatori bombardati da e-mail, sms, annunci pubblicitari, banner e pop-up che propinano offerte online imperdibili e a tempo, dall’altro il potenziale danno di servizio e di immagine della filiera del retail in un momento dell’anno caratterizzato dallo shopping natalizio online che può rappresentare una porzione considerevole di fatturato, che oscilla tra il 20% e il 40%. Gli attacchi hacker attraverso gli e-commerce tra il Black Friday e il Natale La frenesia dello shopping natalizio online che colpisce gli italiani attira a sé gli occhi malevoli degli hacker che, solo durante il Black Friday, hanno sferrato 60 milioni di attacchi ai siti web. Il 74% dei connazionali, infatti, ha approfittato delle offerte online: tra il Venerdì Nero e il Cyber Monday, nel 2021, abbiamo speso sul web circa 1,8 miliardi di euro, il 21% in più rispetto al 2020. La fiducia nei confronti dello shopping online cresce, e con essa le campagne di e-commerce dannose che, a ridosso del Natale, sono pericolosamente aumentate del 92%. L’obiettivo degli hacker? Entrare in possesso dei dati delle carte di credito degli acquirenti, rubare la loro identità digitale e le loro informazioni sensibili. Attenzione ai link pericolosi durante lo shopping natalizio online  Per le festività natalizie, più del 40% degli italiani spenderà in media 350 euro. Non a caso, e-mail, sms, annunci pubblicitari, banner e pop-up malevoli, in questo periodo affollano la navigazione sul web degli utenti, facendo leva sul senso di urgenza e sulla scarsità dell’offerta promossa attraverso l’illusione di sconti irrinunciabili. In questo scenario, l’indagine condotta da Ermes – Intelligent Web Protection ha messo in evidenza la frequenza di un veicolo di attacco che si è rivelato il privilegiato del momento dai cyber criminali: il link pericoloso. Il collegamento ipertestuale, infatti, è un amo che trae facilmente in inganno le vittime impazienti di chiudere l’affare fraudolento, in quanto sempre più difficilmente individuabile anche dai sistemi di sicurezza tradizionali più sofisticati. I link dannosi vengono diffusi dagli hacker attraverso tecniche di attacco altamente personalizzabili sui canali maggiormente frequentati dagli utenti in tempi di ribassi, soprattutto durante il periodo dello shopping natalizio online. Di seguito gli esempi in voga: Smishing: questa tipologia di attacco prevede l’invio di messaggi di testo (sms) ingannevoli sul cellulare (es: consegne gratuite), con l’intento di ottenere visibilità dei dati sensibili del malcapitato. E-mail phishing e vishing: il furto di informazioni sensibili in questo caso avviene tramite la ricezione di e-mail infette da parte di enti, organizzazioni, aziende o conoscenti ai quali è stata rubata l’identità. Malvertising: con questo sistema, i truffatori reindirizzano il traffico degli utenti ad altri siti dannosi attraverso i messaggi pubblicitari o installano virus sui loro device. Social media phishing: sempre più diffusi, i collegamenti a siti web dannosi divulgati attraverso i social media stanno interessando fasce di popolazione sempre più ampie. Fare shopping natalizio online in sicurezza è possibile grazie all’Intelligenza Artificiale In quest’ultimo periodo, le tecniche di cyberattacco sconosciute sono aumentate del 13,9%, aggravando ulteriormente quella che, ormai, gli esperti considerano un’emergenza globale. Continuando ad evolversi, queste sono oggi in grado di eludere i sistemi di sicurezza tradizionali che non riescono più a né a bloccarle né ad individuarle in anticipo. Ermes – Intelligent Web Protection elegge l’intelligenza artificiale a protagonista soprattutto in questo momento critico dell’anno. In uno scenario in cui le cifre dei siti pericolosi creati ogni giorno sono in continua crescita, per una protezione efficace occorrono tecnologie che si alimentano in maniera autonoma in contrapposizione alle tecnologie tradizionali che non permettono di rispondere in maniera agile all’evolversi degli attacchi hacker. L’intelligenza artificiale rappresenta un’alleata preziosa per i consumatori che si apprestano a fare shopping natalizio online e per le imprese nel campo della cybersecurity. Una soluzione alla portata di tutti, potrebbe arrivare dalla semplice installazione di un’estensione browser basata sull’implementazione di algoritmi di intelligenza artificiale brevettati. “Negli ultimi giorni i nostri software alimentati da algoritmi di intelligenza artificiale brevettati, hanno intercettato oltre 1607 siti malevoli”, dichiara Hassan Metwalley, CEO e Co-Founder di Ermes – Intelligent Web Protection. “Come tutti, io stesso continuo a ricevere messaggi promozionali che potrebbero nascondere minacce reali. Approfittando della frenesia shopping natalizio online, gli hacker colpiscono i consumatori in questo periodo dell’anno caratterizzato da scontistiche da capogiro. Potenziano la loro attività facendo leva sulle emozioni altrui, sull’urgenza e sulla scarsità dell’offerta”.