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Le maggiori tendenze della trasformazione digitale per il 2022

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Le tendenze tecnologiche, indipendentemente dal settore, si evolvono sempre più rapidamente. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione tecnologica che ha avuto un impatto e una rapidità senza precedenti. I settori che più sono stati coinvolti sono quello finanziario e il mercato del gaming, soprattutto come risposta a una pandemia che ha costretto le persone a utilizzare sempre più il computer e i dispositivi mobile. In questo articolo, Valeria Endrizzi, esperta di tecnologia e appassionata di gioco online, ci parla delle ultime tendenze della trasformazione digitale – quipotrete trovare alcuni dei suoi articoli. I casinò online in Italia puntano sui giochi dal vivo Le ultime tendenze tecnologiche influiscono anche sull’offerta dei casinò: per tenersi al passo coi tempi e combattere la sempre più ampia offerta da parte dei competitor, ogni casinò si attrezza in modo da dare ai giocatori la più vasta scelta. Non si tratta solo di aggiungere sempre più metodi di pagamento o di garantire una grafica sempre più realistica: la maggior tendenza dei casinò online è quella di includere una sempre più vasta offerta dei giochi live, per dare ai giocatori la sensazione di giocare in un casinò terrestre – soprattutto dopo un lungo periodo di mancanza di socializzazione. Su https://casinoitalian.online/troverete informazioni dettagliate e recensioni dei più popolari casinò in Italia. Tecnologia blockchain e FinTech La tecnologia blockchain viene spesso associata solo alle criptovalute, ma non è così: le sue funzionalità spaziano dai metodi di pagamento agli NFT al metaverso, e molte sono le aziende che la usano per controllare e gestire le proprie catene di rifornimento e distribuzione. Quando questa tecnologia si usa nel settore finanziario, diventa parte della più ampia financial technology – più comunemente FinTech. Questo mix di tecnologie diventa sempre più diffuso perché, di fatto, risolve i problemi delle persone: non si tratta solo di offrire metodi di pagamento nuovi e alternativi, ma di creare nuovi strumenti finanziari e un’economia sempre più inclusiva. Vediamo quali sono i maggiori risultati raggiunti grazie a questa tecnologia e quali sono i trend del momento. Il metaverso Questo mondo virtuale, in cui ognuno può avere un avatar e vivere come se si trovasse nel mondo reale, non viene più utilizzato solo per migliorare l’esperienza di gaming, ma viene anche adottato dalle maggiori società del mondo per gestire la vita aziendale: anche in questo caso, il trend dipende dalla pandemia, poiché le aziende hanno cominciato a investire in modi alternativi per tenere riunioni e far interagire i propri dipendenti senza però avere un contatto reale. Criptovalute Le criptovalute diventano sempre più diffuse: se secondo la Consob un utilizzo maggiore del web ha permesso la diffusione delle valute digitali per ragioni di investimento e risparmio, è anche vero che ormai queste vengono utilizzate a tutti gli effetti anche come un semplice mezzo di pagamento. Sicurezza e velocità le rendono opzioni adeguate al web e una valida alternativa al denaro tradizionale. NFT La tecnologia blockchain non viene utilizzata solo per fornire metodi di pagamento all’avanguardia: la capacità dei non-fungible tokens di rappresentare oggetti unici e di garantirne inoltre la proprietà digitale, ha fatto sì che i maggiori brand cominciassero a utilizzarli per allargare la propria offerta di prodotti e trasformarli in qualcosa che fosse esclusivamente digitale – come Dolce&Gabbana con Genesi. Ma il punto è che non si tratta più solo dei brand del lusso: NFT e avatar diventano un modo per gestire la burocrazia e per rendere liquidi gli asset che finora non lo erano mai stati – come le case. Conclusioni  Le tendenze tecnologiche, indipendentemente dal settore, si evolvono sempre più rapidamente. Il mondo del gaming, la burocrazia, i mercati finanziari, i brand del lusso e della moda, il mercato immobiliare: tutti si adeguano per rispettare le volontà del mercato, per dare alle persone un’alternativa e fornire loro una più vasta scelta.

Innovare l’industria italiana con l’intelligenza artificiale: come fare

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L’intelligenza artificiale ha un ruolo rilevante nell’ambito dell’ecosistema tecnologico su cui si basa l’industria: l’obiettivo ambizioso del paradigma 4.0 punta a generare valore attraverso processi inediti possibili grazie a innovazioni proprio come l’AI L’IA ricopre un ruolo chiave all’interno dell’ecosistema di tecnologie alla base del tessuto industriale moderno, anzi si serve di esse. E automazione è la parola chiave dei processi produttivi odierni, diktat che affonda le proprie radici nel paradigma dell’Industria 4.0. Se fino a qualche decennio fa, le macchine si limitavano a semplificare il lavoro dell’uomo e ottimizzare le risorse per reggere i ritmi forsennati della produzione di massa, oggi l’industria 4.0 si pone obiettivi ben più ambiziosi: generare nuovo valore attraverso un rinnovato binomio uomo – macchina, capace di esplorare processi inediti e strade fin ora giudicate impercorribili. AI e 4.0, i trend Secondo uno studio condotto nel 2020 da International Data Corporation (IDC) oltre il 20% delle società intervistate migrerà verso il public o private cloud per adottare modelli di Intelligenza artificiale entro il 2022. A supporto dell’IA anche la connessione 5G, necessaria per lo scambio in tempo reale dei dati. L’Intelligenza Artificiale è maturata al punto da rappresentare un fattore centrale nella trasformazione digitale della società con investimenti considerevoli in ogni angolo del Globo: stando a quanto pubblicato a novembre 2021 da Gartner – colosso americano nella consulenza strategica – a livello mondiale il mercato dei software di IA ha raggiunto quota 51 miliardi di dollari, con una crescita attesa del 21% per il 2022, vale a dire oltre 60 miliardi di dollari. A livello geografico, gli Stati Uniti primeggiano – negli States circola circa il 50% del denaro investito – mentre l’Unione Europa resta indietro, alle spalle del blocco dell’Asia Pacifica, trainato dalla Cina. Germania e Francia (e fino alla Brexit anche il Regno Unito) le nazioni più virtuose, entrambe poco sopra i 300 milioni all’anno, almeno fino al 2019. Le implicazioni sono molteplici e spaziano dal Knowledge Management (processi a supporto della gestione delle informazioni e della conoscenza di un’organizzazione, che ha registrato investimenti per 5,5 mld di dollari nel 2021) alla guida autonoma (5,7 mld $), passando per lo sviluppo di assistenti virtuali (6,2 mld $). Nessun settore è escluso: per il comparto manifatturiero – tra i più coinvolti nella transizione 4.0 – Intelligenza Artificiale significa poter contare su strumenti CAD (Computer Aided Design) per migliorare il designing dei propri prodotti per accrescere la vita utile degli asset, efficientando l’intera catena produttiva, dalla progettazione al collaudo. AI e servizi finanziari Anche nel mondo dei servizi finanziari l’Intelligenza Artificiale gioca un ruolo centrale, valido esempio il retail bancario: cresce il numero di istituti che affidano alle recenti tecnologie di IA il compito di studiare e profilare i clienti, stimando con precisione il merito di chi richiede accesso al credito. Intelligenza artificiale non è soltanto sinonimo di profitti, ma anche di salvaguardia e salute. L’IA è tra le principali destinazioni degli oltre 130 miliardi l’anno allocati dai colossi dell’automotive per la ricerca e sviluppo. L’obiettivo è azzerare le vittime della strada – circa 1,2 milioni di morti all’anno – sfruttando i progressi ottenuti negli l’ultimo decennio nella guida autonoma. Anche l’healthcare punta sull’IA e gli ambiti di applicazione sono innumerevoli: software medici in grado di accrescere esponenzialmente la precisione e la rapidità delle diagnosi o di prevedere proattivamente l’esposizione di un paziente a una determinata patologia. Figura 1 – AI Software Market Forecast – Gartner Applicazioni dell’intelligenza artificiale nel settore industriale L’intelligenza artificiale, grazie alle sue capacità innovative sta sconvolgendo i mercati industriali e trasformando il workplace industriale, costringendo le imprese a rivalutare il modo in cui viene svolto il lavoro tradizionale come ad esempio: Le attività e processi sottostanti al design e progettazione di un prodotto Il training della forza lavoro Le attività di manutenzione e riparazione Le attività di Forecasting e programmazione delle operazioni Per le aziende industriali, la prospettiva di trasformare i propri modelli di business, avviare nuovi paradigmi operativi per supportare tali modelli e monetizzare le informazioni per nuovi livelli di produttività ha reso IA una priorità tecnologica assoluta. Ad esempio, la capacità tecnologica di raccogliere, perfezionare e sfruttare l’informazione generata da un prodotto (la combinazione di IoT, Data Analytics e IA) sarà un fattore abilitante dei nuovi modelli operativi aziendali di successo che vogliono offrire ai propri clienti nuove esperienze e valore aggiunto dei propri prodotti. In figura 3 è rappresentato un percorso graduale di adozione dell’intelligenza artificiale che parte dalla “digitalizzazione” dei processi chiave e che man mano attraverso l’adozione di strumenti e piattaforme intelligenti, semplifica, velocizza e automatizza le diverse attività produttive, logistiche e amministrative. Figura 3 Manutenzione predittiva Nello specifico, nell’ambito della Industry 4.0, le applicazioni dell’IA spaziano dal miglioramento dei processi interni all’efficientamento dei costi tramite l’utilizzo di logiche ed algoritmi di manutenzione predittiva. In tale ambito, l’IA, unita alla sensorizzazione e alla costruzione di adeguate architetture del dato, ha permesso di rendere intelligenti impianti e macchine piuttosto obsolete, che oggi sono in grado di supportare l’azienda nell’allocazione delle risorse necessarie per far fronte a guasti o malfunzionamenti. Tale applicazione si traduce in importanti saving economici, non solo nel breve termine, e permette la pianificazione del budget di lungo periodo, individuando e analizzando le necessità di manutenzione e rinnovo dei macchinari. Machine vision Altra applicazione che sta registrando una crescita vertiginosa nell’ambito del settore manifatturiero è il cosiddetto machine vision, il quale utilizza l’IA per efficientare l’automazione industriale. Il machine vision permette di rilevare con esattezza la posizione di un determinato oggetto senza alcun intervento da parte dell’uomo. Tale applicazione permette l’ottimizzazione dei prodotti e processi attraverso l’acquisizione di immagini real time, che avvengono tramite telecamere e sensori ottici, i quali, in concerto con gli algoritmi di image processing, permettono l’efficientamento dell’intera catena produttiva, riducendo al minimo gli scarti e azzerando la difettosità del prodotto finale. Dunque, l’IA non si qualifica unicamente come tecnologia abilitante alla modernizzazione delle tecniche produttive ma le sue applicazioni vanno a coprire l’intera catena del valore, a partire dalle logiche alla base dei processi decisionali fino ad arrivare a un concreto efficientamento dei costi e delle risorse impiegate durante l’intero ciclo produttivo. L’Italia è indietro, ma non resta a guardare I ricercatori italiani in IA sono riconosciuti a livello internazionale per le

Presenza online: le aziende italiane crescono con il web marketing

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Il fatturato delle aziende italiane cresce di circa il 41% conseguentemente alla loro presenza online. Continua la spinta verso l’eCommerce. Il covid e i vari lockdown che hanno caratterizzato gli ultimi 2 anni hanno cambiato la nostra quotidianità, facendo crescere la presenza online degli utenti, per svago e socializzazione ma, soprattutto, per lavoro. Un cambiamento che ha visto protagonista in particolar modo il complesso universo del commercio, che ha ricevuto una forte spinta verso l’e-commerce. Gli acquisti online sono cresciuti del 208% e 8 aziende su 10 si sono organizzate con un sito Internet ma non tutte con successo. Come evidenzia Marketing01, società specializzata nel web marketing che assiste aziende e privati nel processo di digitalizzazione, per essere ottenere risultati è importante avere una strategia di web marketing che supporti la propria presenza online. Anche per questo l’Italia dell’e-commerce, attualmente, sta crescendo a velocità diverse, evidenziando confini netti tra nord, centro e sud. La recente indagine condotta da Marketing01, Google Premier Partner per il 2022, ha evidenziato il gap digitale tra Nord e Sud Italia. La regione più attiva e con una crescita maggiore è il Veneto, dove circa l’83% dei commercianti ha un piano di web marketing sul quale fonda la propria presenza online, seguita dalla Lombardia con un 78%. In buona posizione Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Liguria, Piemonte e province autonome di Treno e Bolzano. Ultima in classifica la Calabria, dove la percentuale crolla notevolmente, arrivando ad appena il 36%. Su un simile divario tecnologico, sicuramente influisce la possibilità di accedere ad una connessione a banda larga o di copertura del traffico dati, ma il dato che pesa maggiormente è la differenza di cultura digitale. Ad esempio, secondo un recente studio a livello europeo, nella Provincia Autonoma di Trento, gli individui con competenze digitali (almeno di base), sono il 47%, mentre in Sicilia solo il 29%, contro una media europea del 58%. Ciononostante, le imprese italiane vogliono innovarsi e puntare ad una maggiore digitalizzazione e presenza online. Su un campione di 487 aziende di diverse dimensioni prese recentemente in esame, Marketing01 ha rilevato un incremento di vendite del 73% da parte di quelle che, in quest’ultimo anno, hanno deciso di investire sul web marketing, un dato che sale all’88% se prendiamo in esame solo quelle che si occupano di turismo. Un risultato importante ottenuto soprattutto da uno dei settori più in crisi: quello del turismo. “Durante i mesi del lockdown le ricerche dell’utente medio sono cresciute mensilmente del 130% circa, ma erano quasi tutte rivolte a piattaforme di streaming o e-commerce”, spiega Paolo Bomparola, Fondatore di Marketing01. “Recentemente, invece, dalla rete traspare un desiderio di tornare a viaggiare e, malgrado tutto, di non rinunciare alle vacanze. Il 65% delle ricerche online sono relative a destinazioni turistiche, luoghi da visitare e strutture ricettive”. Nei momenti di crisi è necessario agire tempestivamente. In questo momento, uno degli sbagli più gravi che un’azienda può fare è quello di congelare il budget di marketing per ridurre le spese. Serve, invece, uno studio mirato che rafforzi il brand e la sua presenza online che faccia guadagnare la fiducia e la fidelizzazione dei clienti, stimolando la domanda. Per essere competitivi, gran parte delle aziende sta, dunque, investendo nel web marketing e nella presenza online. Per il 91% questo ha portato ad un miglior posizionamento sui motori di ricerca, e questo aumento di visibilità si è tradotto in un aumento di richieste di contatto del 70% circa e di fatturato medio mensile di circa il 41%. Cresce infatti la presenza sui principali social network, in particolare su Facebook (per il 95% delle aziende), seguito da Instagram, Tik Tok, Twitter e YouTube. Sorprende il recente +20% delle presenze su Pinterest, un canale che suscita sempre più interesse per avviare attività di promozione da parte dei brand. Sempre secondo la ricerca condotta da Marketing01 sulla presenza online delle aziende italiane, una volta terminata l’emergenza pandemica, più di 2 italiani su 3 (il 68%), continuerà ad acquistare online. Un terzo degli italiani (il 32%), dopo aver sdoganato il canale dell’e-commerce, si dice addirittura propenso ad aumentare questa esperienza di shopping che prima consideravano una sorta di “seconda scelta”. La rete, quindi, sembra confermarsi come la chiave di volta per quanto riguarda la ripresa ma anche il futuro prossimo dell’economia. “Oggi il modo di navigare in rete dell’utente si è modificato. Si tratta di un cambiamento che era già in atto da tempo e che è stato accelerato dal lockdown, che ha imposto a tutti di rimanere a casa, con il web come unica finestra sul mondo”, dice Paolo Bomparola. “Le ricerche dell’utente medio sono cresciute del 130% mese su mese. Appare evidente, quindi, come la presenza online sia determinante per la vendita di beni e servizi. È importante, però, riuscire a essere presenti su internet nel modo giusto, comunicando nel modo corretto la propria immagine e i propri punti di forza”. Fonte: bitmat.it

Cybercrime: 2021 annus horribilis per la sicurezza informatica

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L’Osservatorio Cybersecurity di Exprivia registra nel 2021 una crescita esponenziale del cybercrime in Italia con 1.356 fenomeni, più del doppio del 2020. Con un picco tra ottobre e novembre, il 2021 vede crescere in modo netto attacchi, incidenti e violazioni della privacy in Italia, e si dimostra un annus horribilis per la sicurezza informatica. È quanto emerge dall’ultimo rapporto 2021 sulle minacce informatiche in Italia elaborato dall’Osservatorio Cybersecurity di Exprivia, che nel periodo ottobre-dicembre registra 454 fenomeni di cybercrime, in aumento del 66% sul trimestre precedente, e quasi il doppio rispetto all’ultimo trimestre del 2020. L’impennata dei casi registrata con l’inizio della pandemia conferma il trend di crescita nel 2021, in cui, rispetto ai 605 del 2020, si contano complessivamente 1.356 episodi, dei quali 901 attacchi (il doppio del 2020 quando furono 450), 407 incidenti (quasi quadruplicati rispetto ai 112 dell’anno precedente) e 48 violazioni della privacy, in leggero aumento rispetto alle 43 dell’anno precedente. Durante l’anno, la forbice tra attacchi e incidenti (ovvero attacchi andati a buon fine) di cybercrime si riduce progressivamente, in particolare nell’ultimo trimestre, nel quale si registrano 245 attacchi e 202 incidenti: se da un lato le vittime stanno incrementando la propria capacità di difesa, intercettando più attacchi, dall’altro i cybercriminali sviluppano nuove e ulteriori competenze tali da causare un numero sempre più elevato di incidenti informatici. Gli esperti di Exprivia – impegnata nel diffondere la cultura della sicurezza informatica – ritengono finito l’“effetto pandemia” esploso nel 2020, in cui gli hacker utilizzavano tematiche legate al Covid-19 per colpire le vittime; nel 2021 tutto ciò che ruota attorno al tema Banking torna a essere la principale causa di attacco informatico. “In Italia gli hacker sembrano aver già voltato pagina rispetto alla pandemia e continuano a sviluppare tecniche sempre più sofisticate per portare a segno i loro obiettivi”, afferma Domenico Raguseo, Direttore Cybersecurity Exprivia. “I fenomeni legati alla criminalità informatica nel 2021 sono aumentati in modo esponenziale rispetto all’impennata dell’anno precedente ma, allo stesso tempo, fa ben sperare la maggiore capacità difensiva che si rileva da parte delle vittime. Il cybercrime è ormai un fenomeno consolidato che si può contrastare investendo nella sicurezza ed educando alla consapevolezza dei rischi, soprattutto le nuove generazioni”. Secondo l’Osservatorio di Exprivia, che prende in considerazione 111 fonti pubbliche, il settore più vulnerabile e maggiormente attaccato dal cybercrime nel 2021 è quello Finance, che passa da 81 a ben 428 casi. Seguono i comparti Software/Hardware – che include piattaforme cloud, per videoconferenze, per la DAD, ecc. – che da soli 26 casi balza a 388, e Pubblica Amministrazione, che registra un aumento più contenuto, passando da 91 a 120 casi nell’intero anno. Il settore della PA, uno dei più colpiti nel pieno della pandemia da Covid-19, resta tra quelli più a rischio, soprattutto per la scarsa conoscenza della sicurezza informatica da parte del personale. È il furto dei dati a primeggiare tra le tipologie di danno rilevate nel 2021, con il 63% dei fenomeni rilevati e un notevole distacco rispetto al danno economico(21% del totale).  Tra le tecniche più utilizzate dal cybercrime, invece, il phishing-social engineering detiene ancora il primo posto in classifica con 627 casi (il 46% di tutti gli eventi registrati nel 2021) colpendo in maniera particolare utenti distratti o con poca conoscenza delle modalità di adescamento tramite e-mail o social network. Tra i dati dell’ultimo trimestre 2021, invece, si nasconde un trend che potrebbe crescere nei prossimi mesi legato ai cosiddetti attacchi ‘Brute force’, con cui i criminali tentano di rubare password provando – con l’aiuto di software ad hoc – tutte le possibili combinazioni di lettere, caratteri speciali e numeri finché non si individua la chiave d’accesso corretta. Infine, rileva l’Osservatorio, si assesta a circa 7,5 milioni il numero dei dispositivi IoT esposti in rete, in lieve flessione del 3% rispetto al trimestre precedente, nonostante aumentino sempre di più i servizi digitali.

I consumatori influenzano l’evoluzione dell’eCommerce

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Questo periodo di forti cambiamenti ha influenzato le abitudini di acquisto dei consumatori. Si delineano così nuove tendenze per l’eCommerce del 2022. Il commercio elettronico è un settore in costante crescita, soprattutto in seguito allo scoppio della pandemia, che ha stravolto le abitudini di acquisto dei consumatori. A cambiare infatti è stato proprio il consumer behaviour, sempre più orientato ai valori e alla mission dei brand e alla loro attenzione per tematiche sociali ed ambientali, come la sostenibilità. In questo contesto, in costante cambiamento, quali saranno dunque i principali trend dell’Ecommerce nel 2022? Sostenibilità: i clienti cercano sempre più brand attenti all’impatto ambientale dei propri prodotti o che annoverano la sostenibilità tra i valori portanti della propria attività. Questo riguarda non solo la richiesta di packaging riciclabile ma anche riduzione dell’impronta di carbonio e maggiore utilizzo di prodotti di seconda mano o dell’ Secondo l’ultimo studio di Packlink, condotto in 5 Paesi europei e che ha coinvolto più di 1000 partecipanti, il 45,7% dei consumatori italiani è disposto a pagare fino al 10% in più di sovrapprezzo per packaging sostenibile, in particolare le fasce d’età tra i 31 e i 35 anni (56%). La scelta di affidarsi a brand attenti all’aspetto ambientale ha un forte impatto non solo sulle scelte d’acquisto ma anche sulla fidelizzazione del cliente. Metodi di pagamento: la possibilità di pagare a piccole rate i prodotti acquistati online è uno dei trend dell’ultimo periodo e si confermerà anche nel 2022. Questa possibilità infatti aumenta i volumi d’acquisto dei consumatori, che soprattutto in seguito agli effetti economici della pandemia sono più inclini ad utilizzare questa forma di pagamento. Per quanto riguarda i metodi, Paypal e Satispay continuano ad essere i più famosi, poiché consentono di effettuare pagamenti immediati senza fornire le coordinate bancarie delle carte utilizzate. Uso crescente dei Social media per l’e-commerce: sta avvenendo sempre più negli ultimi anni una trasformazione dei canali di vendita ed acquisto dei prodotti online ed i social media sono al centro di questa rivoluzione. Facebook, Instagram, Pinterest sono ormai dei nuovi marketplace che rendono l’esperienza dei consumatori più intuitiva: attraverso video, recensioni dei prodotti e possibilità di acquisti senza intermediari, i social media saranno il trend non solo del 2022 ma anche degli anni a seguire. A tal proposito ciò che si sta facendo largo all’interno del “social e-commerce” è il Live Commerce: non più foto del prodotto, ma video e visite virtuali che consentono di conoscere tutte le specifiche e gli usi attraverso livestream e tutorial in cui possono essere fatte domande e che contengono poi link diretto alla webpage per lo shop. Acquisto vocale: Il potere della voce continua a far crescere l’interesse dei consumatori, aumentano così i podcast e gli approfondimenti vocali, app come Clubhouse hanno avuto un boom durante la pandemia, ed ora anche il commercio online sembra crescere tramite la voce. Sarà dunque questo uno dei trend non solo del 2022 ma del prossimo decennio. Non solo SEO, infatti il mercato dell’e-commerce si sta aprendo sempre più al Voice Engine Optimization. I comandi vocali sembrano ormai rappresentare il futuro, soprattutto con l’avvento di Alexa (Amazon), Google Home e HomePod di Apple. Ottimizzare il proprio sito web per l’uso da mobile: il mobile commerce è ormai un settore in continua crescita, visto l’uso sempre maggiore di tablet e smartphone per gli acquisti online. Dal 2016 al 2021, il valore di mercato annuo del mobile commerce B2C in Italia è passato da 3,6 miliardi di euro nel 2016 a 21,7 miliardi di euro nel 2021. Quello su mobile è però un tipo di e-commerce con ritmi e velocità d’acquisto molto diversi da quelli a cui siamo abituati su siti web da computer. La velocità delle piattaforme d’acquisto dunque diventa una discriminante fondamentale: il cliente che incontrerà piattaforme lente o problemi di caricamento prodotti non esiterà a passare ad altro. Diventa dunque essenziale ottimizzare il proprio sito per affrontare questi cambi, rendendo l’esperienza dei consumatori più agile e funzionale. “L’eCommerce è un settore in continua evoluzione e dunque dobbiamo aggiornare costantemente le nostre conoscenze e i nostri strumenti. Ma la chiave è che questo ci permette di conoscere sempre meglio i nostri clienti e utenti. Dobbiamo snellire, semplificare e rendere più sostenibile il modo in cui interagiamo con i consumatori”, conclude Noelia Lázaro, Direttore Marketing di Packlink. Fonte: bitmat.it

Sviluppo sostenibile: a che punto sono le aziende italiane?

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EY presenta i risultati del suo ultimo studio che analizza lo stato delle pratiche di sviluppo sostenibile. In Italia si accelera il passo. EY, fornitore di servizi professionali e di consulenza, presenta i risultati emersi dall’ultima edizione dello studio “Seize the Change – futuri sostenibili” che analizza i più rilevanti e significativi trend di sviluppo sostenibile per le imprese italiane e che da oltre 5 anni rappresenta un momento di riflessione sistemica sulle pratiche in essere, oltre che un’occasione di confronto tra gli attori dell’ecosistema della sostenibilità nazionale. La presente edizione assume un significato particolarmente rilevante per via del periodo storico di trasformazione in cui lo studio è stato condotto: nonostante gli ultimi due anni di pandemia, l’analisi EY conferma come le aziende italiane abbiano accelerato il proprio impegno verso temi di sviluppo sostenibile con l’obiettivo di consolidarne l’integrazione del business. Quest’anno, inoltre, aumenta il campione di imprese prese in esame (oltre 300) appartenenti a diversi settori: 100 aziende sono state analizzate attraverso survey mentre un’analisi desk sulle informative non finanziarie è stata condotta su 203 aziende del Paese. Massimo Antonelli, CEO di EY Italia e COO di EY Europe West, commenta: “La sostenibilità è un percorso che si sta spostando da una sola prospettiva di transizione energetica ed ecologica a una completa trasformazione della società, delle aziende e delle persone. Ma solo insieme governi, leader, aziende e consumatori potranno ricostruire un circolo virtuoso di fiducia che impatti positivamente sulla società. Ora è fondamentale rimanere focalizzati sull’execution di piani misurabili e dai tempi certi, sfruttando l’opportunità di accelerazione offerta dal PNRR in Italia. Se riusciremo ad essere concreti e coerenti potremo davvero fare della sostenibilità un pilastro di crescita strutturale nel medio e lungo termine”.  Sono 5 i temi principali oggetto dell’analisi EY di questa edizione e che consentono di delineare, con metriche qualitative e quantitative, come le aziende si posizionano su temi di sviluppo sostenibile in termini di: piani di sostenibilità, cambiamenti climatici, catena di fornitura, finanza sostenibile, economia circolare insieme ed impatto sociale. Riccardo Giovannini, EY Italy, Climate Change and Sustainability leader, commenta: “Sempre più aziende sono consapevoli che l’integrazione della sostenibilità nel business passa attraverso una pianificazione strategica che includa obiettivi quanto più possibile misurabili e la definizione di una governance adeguata. I dati raccolti confermano, non solo che le aziende di grandi dimensioni si confermano leader nella transizione verso uno sviluppo sostenibile, ma che anche le PMI si stanno evolvendo verso modelli di business sempre più focalizzati su temi di sostenibilità. Dal nostro studio si evince infatti che, nonostante la pandemia, il mutato contesto non ha provocato particolari impatti nella transizione verso modelli maggiormente sostenibili per oltre 1/3 delle aziende e addirittura ha comportato un’accelerazione per le attività previste nei piani di sostenibilità per circa il 20% delle stesse”. Un’implementazione graduale di piani di sostenibilità Sulla base dei risultati della survey EY emerge che il 69% delle aziende intervistate abbia previsto un piano di sviluppo sostenibile corredato da obiettivi e nel 44% dei casi (aumento del 6% rispetto al 2019 anno pre-pandemico) siano stati formalizzati target quantitativi, mentre appena il 35% delle aziende ha definito anche le relative tempistiche per il raggiungimento degli obiettivi. Il 15% delle società analizzate, che non sono dotate attualmente di un piano di sostenibilità, dichiara di averne previsto lo sviluppo. Sulla base dell’analisi desk, invece, emerge come il 57% delle aziende analizzate fornisce una descrizione qualitativa e/o quantitativa del proprio piano di Sostenibilità (trend in aumento di 7 punti percentuali rispetto al 2019). A seguito dello scoppio della pandemia da Covid-19, quasi il 20% delle aziende intervistate dichiara che il mutato contesto ha accelerato la transizione verso modelli più sostenibili e nel 32% dei casi le attività previste dal piano di sostenibilità hanno continuato senza particolari ridimensionamenti. Tuttavia, il 12% dichiara di aver subito ripercussioni sull’avanzamento delle attività previste dai piani, che potrebbe portare ad una lenta ripresa e, in alcuni casi, ad un eventuale ridimensionamento delle stesse. In termini di governance, dall’analisi desk risulta che sul totale delle aziende analizzate i 2/3 hanno strutturato un comitato o un organo di Governance che riporta al CdA sui temi di sviluppo sostenibile (in aumento di circa 7 punti percentuali rispetto al 59% dell’analisi condotte sulle informative non finanziarie 2019). Tra le società che non si sono strutturate in tal senso, oltre il 7% ha comunque attivato un gruppo di lavoro interno all’azienda dedicato alla reportistica non finanziaria. Risposte forti ai cambiamenti climatici Prendendo in esame i dati delle aziende intervistate, si osserva come il 79% delle aziende abbia definito all’interno del proprio piano industriale azioni significative di adattamento e/o mitigazione al cambiamento climatico in grado di generare riduzioni delle emissioni di CO2. Un trend nei provvedimenti di sviluppo sostenibile leggermente in calo di 5 punti percentuali rispetto a quanto riportato nel 2020, in virtù dell’impatto della pandemia da Covid-19 che ha visto numerose aziende costrette a rivedere i propri obiettivi strategici con riferimento ad altri KPI (ad esempio salute e sicurezza dei collaboratori). Tra queste aziende, il 61% ha definito obiettivi di riduzione delle emissioni legati a modifiche rilevanti sul processo produttivo o sul business model. Dalla survey che analizza lo stato dello sviluppo sostenibile nelle aziende italiane, inoltre, emerge che, nel complesso, il 53% delle aziende dichiara di avere previsto azioni inerenti al cambiamento climatico all’interno del proprio piano industriale (valore che è in aumento di 21 punti percentuale rispetto al 2020), ma di queste solo il 19% ha un piano strategico orientato alla neutralità climatica e il 35% ha già intrapreso un percorso di decarbonizzazione non correlato agli obiettivi di decarbonizzazione dell’Unione Europea. Nel complesso, il 31% delle aziende dell’analisi desk si impegna verso una riduzione sostenuta delle emissioni tramite la definizione di obiettivi quantitativi (in aumento di 6 punti percentuali), mentre la percentuale sale al 69% se si considerano anche obiettivi qualitativi. Lo scenario dello sviluppo sostenibile appare dunque in rapida evoluzione, tanto che già il 14% delle aziende dell’analisi desk ha annunciato un obiettivo di carbon neutrality

L’agricoltura italiana è davvero 4.0?

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Ottimizzazione dei costi, efficienza e sostenibilità sono le aspettative dell’agricoltura italiana emerse dal sondaggio del Gruppo BCS. Qual è il rapporto tra l’agricoltura e le tecnologie più innovative? Come si colloca questo settore della produzione italiana rispetto agli strumenti più all’avanguardia che consentono di migliorare la gestione e la produttività dei macchinari? A svelarlo, un sondaggio svolto dal Gruppo BCS, azienda specializzata nel settore della meccanizzazione, che ha chiesto agli addetti all’agricoltura se e come facciano uso della tecnologia. L’indagine aveva l’obiettivo di comprendere quanto l’agricoltura italiana possa essere davvero definita “Agricoltura 4.0”, ovvero se possieda quell’attitudine propria dell’attuale automazione industriale a inserire alcune nuove tecnologie produttive, che possono migliorare le condizioni di lavoro, creare nuovi modelli di business, aumentare la produttività degli impianti e migliorare la qualità dei prodotti Il primo notevole dato a emergere riguarda la fiducia: l’87% degli agricoltori intervistati dal Gruppo BCS afferma, infatti, di avere grande fiducia nelle trasformazioni tecnologiche applicate all’agricoltura italiana. Coerentemente con questo dato, il 67,5% dice di ritenere utili le tecnologie presenti sul mercato per migliorare la propria attività quotidiana. Da sottolineare anche che ben il 95,3% degli intervistati risponde affermando come le innovazioni tecnologiche siano importanti per una maggiore sostenibilità ambientale. Cosa interessa conoscere a un agricoltore rispetto alla propria attività sul campo? Per il 73,6% dei rispondenti, un dato fondamentale da avere sempre sotto controllo è rappresentato dai consumi, seguito dai giri del motore (55,3%) e dallo stato degli attrezzi (50,4%). L’analisi ha cercato anche di comprendere quali siano le esigenze degli addetti all’agricoltura italiana, chiedendo loro cosa ritengano necessario monitorare attraverso i propri mezzi agricoli. È emerso che i dati più rilevanti che vorrebbero monitorare sono le condizioni del terreno (60,5%), le aree lavorate o trattate (55,2%) e lo storico dei percorsi (48,6%). Secondo il 42,3% sarebbe anche importante la possibilità di rilevare parassiti grazie alle tecnologie. In generale, il sondaggio svolto dal Gruppo BCS ha messo in luce come, dal miglioramento delle tecnologie, l’agricoltura italiana chieda e si aspetti in futuro soprattutto ottimizzazioni pratiche e dei costi, la riduzione consumi, maggiore sostenibilità ambientale e, di conseguenza, maggiore efficienza. Ai trattori gli addetti all’agricoltura italiana chiedono soprattutto la capacità di monitorare precisamente i consumi, quella di avvertire in caso di pericoli, garantendo quindi maggiore sicurezza sul lavoro e, infine, quella di svolgere in autonomia i lavori più meccanici e più dispendiosi in termini di tempo ed energie, come la fresatura o la trinciatura. BCS ha sviluppato la propria soluzione per l’Agricoltura 4.0, progettando un sistema di componenti hardware e software che si interfaccia con la tecnologia già presente sui suoi trattori. Grazie a tale integrazione, la soluzione 4.0 di BCS è in grado di offrire diverse funzionalità, essenziali per la gestione completa del funzionamento dei trattori. Fonte: bitmat.it

Attacchi informatici ai siti web: colpita una PMI su cinque

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Le PMI sono ormai preparate ad affrontare le conseguenze degli attacchi informatici ai loro siti web. A confermarlo l’ultima ricerca di GoDaddy. GoDaddy, l’azienda che supporta gli imprenditori di tutto il mondo fornendo loro gli strumenti necessari per far crescere il loro business online, ha condotto una survey che mostra come la cybersecurity sia un tema molto importante per le Piccole e Medie Imprese (PMI) italiane: più dell’80% degli intervistati ritiene infatti che gli attacchi informatici ai loro siti web possano compromettere le loro attività. In occasione della Giornata Europea della protezione dei dati personali (28 gennaio 2022) GoDaddy intende sensibilizzare le Piccole e Medie imprese sul tema e fornire loro gli strumenti per proteggere maggiormente dati e sito Web.  L’indagine ha infatti rilevato che attacchi informatici ai siti web per lo più causano: interruzioni di attività del sito web (76%), perdite finanziarie (22%) e perdita di reputazione (22%). In Italia, le minacce che maggiormente colpiscono le piccole aziende sono: Phishing (per l’88%), Malware (90%), Ransomware (69%). Nel caso di attacchi informatici ai siti web, sembra che le PMI italiane siano più preparate delle aziende francesi e spagnole ad affrontare il problema: il 25% delle aziende nostrane è in grado di affrontarli autonomamente mentre il 45% sa a chi chiedere aiuto in caso di emergenza. Inoltre, le aziende italiane hanno più familiarità con tematiche di sicurezza relative al certificato SSL, al firewall, alla crittografia https e agli attacchi DDoS rispetto alle aziende intervistate negli altri paesi europei. Secondo le PMI italiane coinvolte nel sondaggio di GoDaddy, le maggiori preoccupazioni associate a una potenziale violazione della sicurezza sono: la perdita di tempo per affrontare il problema (70% degli intervistati), seguita dalla potenziale esposizione dei dati dei clienti (58%), la perdita della fiducia dei clienti stessi (49%) e infine l’interruzione di servizio del loro sito web per un certo periodo (48%). A livello di impatto economico, circa il 30% delle piccole imprese italiane ha subito una perdita di circa 1200 euro a causa di una violazione della sicurezza mentre per il 53% le perdite ammontano tra i 600 e i 1000 euro. “Negli ultimi anni, soprattutto per il fatto che molte aziende e consumatori hanno avviato o spostato il loro business online a causa della pandemia, il numero di attacchi informatici ai siti web è cresciuto e la sicurezza è diventata una necessità. Noi di GoDaddy desideriamo aiutare e fornire gli strumenti di sicurezza alle piccole imprese italiane per permettere di migliorare il loro livello di protezione, preservando ulteriormente i loro siti web, i dati dei clienti e soprattutto la reputazione”, afferma Gianluca Stamerra, Senior Director di GoDaddy in Sud Europa. L’incremento degli attacchi informatici ai siti web rende necessario aumentare il livello di protezione sia per i siti web che per l’eCommerce. Per questo GoDaddy indica le tre best practice per tenere al sicuro i dati di aziende e clienti: Certificato SSL: Il 74% degli utenti intervistati considera questo certificato una delle soluzioni più importanti per la sicurezza dei siti web. Questa implementazione garantisce che i dati trasmessi dal sito web siano criptati. La tecnologia crittografata del certificato SSL può creare un collegamento criptato tra il server web e il browser del cliente, mantenendo la privacy dei dati trasmessi e proteggendo i dati personali come nel caso di informazioni legate ai conti correnti o alla carta di credito. Copie di backup: avere una copia di backup è ormai basilare e diventa un’ancora di salvezza fondamentale poiché permette il ripristino di tutti i contenuti, compresi eventuali dati dei clienti. In caso di attacchi informatici ai siti web, infatti, il rischio è la perdita di tutto il lavoro svolto fino a quel momento. Secondo il sondaggio di GoDaddy, il 74% delle piccole aziende italiane intervistate ritiene che fare un backup del sito web sia una delle misure di sicurezza fondamentali. Strumenti di monitoraggio della sicurezza: GoDaddy ha un servizio di sicurezza dei siti web che esegue quotidianamente scansioni sia a livello di client che di server. Inoltre, la tecnologia integra il certificato SSL, il firewall e un monitoraggio 24/7 che esegue backup automatici e consente il ripristino con un solo clic. Fonteç bitmat.it

Sharing Media evidenzia i trend 2022 dell’e-commerce

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Secondo l’analisi condotta dalla strat up Sharing Media per il 2022 si prevede che l’e-commerce continui a crescere soprattutto nell’abito dei prodotti a largo consumo. La start-up pubbli-editoriale Sharing Media ha identificato le macro tendenze dell’e-commerce che caratterizzeranno il 2022, settore che dallo scoppio della pandemia ha registrato una crescita esponenziale dei trend di vendita e spesa online, soprattutto per quanto riguarda i prodotti a largo consumo. “La pandemia ha rappresentato un Big Bang per l’e-commerce made in Italy. Da un giorno all’altro le vendite sono esplose e nulla tornerà più come prima”,commenta la giovane imprenditrice Viola Lala, Amministratrice Unica di Sharing Media e Direttrice Responsabile dell’omonimo Quotidiano. Certo è che il marketing è in una fase ancora evolutiva e sta assumendo forme sempre più vicine al mondo digitale, assecondando le mutate esigenze sociali, pubbliche e private, ai tempi del Covid-19. Si assiste così alla necessità di introdurre nuove formule e nuovi strumenti attraverso i quali raggiungere un’esposizione mediatica indispensabile per la ripartenza di tutte quelle aziende così duramente colpite da un altro anno di crisi come quello ormai trascorso. Ma quali sono le nuove macro tendenze? “Nel 2022 l’e-commerce si appresta ad essere ancora più presente nella quotidianità degli italiani. La pandemia ha infatti consentito al commercio elettronico di conquistare uno spazio di rilievo anche tra chi era meno incline agli acquisti online”, rispondono gli specialisti di Sharing Media. Le previsioni indicano per il 2022 un trend di vendite online raddoppiato(+90%) rispetto all’anno precedente. Con un’accelerazione maggiore per la spesa online di prodotti di largo consumo che si triplicherà (+220%), dopo un incremento del +37,5% negli ultimi 3 mesi del 2021 e dopo un 2020 in cui la spesa online degli italiani in questa categoria aveva sfiorato i 3 miliardi di euro (+84% rispetto al 2019). Altro trend preso in considerazione da Sharing Media è quello esperienziale, legato all’opportunità, attraverso i canali digitali, di ottimizzare il dialogo con i clienti. Anche perché, dovendo “abbandonare” quasi del tutto i canali tradizionali, i consumatori del 2022 saranno sempre più esigenti. Ed a questo si collega anche la tendenza delle aziende ad agire ed a schierarsi in maniera inequivocabile su temi quali ambiente, energia e sostenibilità. Dal punto di vista delle aziende, ma anche dei professionisti, la tendenza è poi quella di ricorrere maggiormente al Bonus Pubblicità, vedendo così dimezzarsi i costi delle loro iniziative di marketing, purché si sfruttino i canali abilitati a tal fine, ossia testate iscritte in Tribunale oppure società iscritte al ROC, come specificamente richiesto dalla normativa di riferimento. Il 2022, infine, sarà l’Anno del Social Shopping. “Una tendenza già evidente nel 2021 che si rafforzerà ancora nel corso di quest’anno, che vedrà appunto prevalere l’utilizzo dei social media come concreto canale di vendita e non come una semplice vetrina promozionale”, spiegano gli specialisti di Sharing Media.

I CEO italiani sono ottimisti. Prevedono un’economia in crescita

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La 25a edizione del PwC Global CEO Survey mostra che solo il 10% dei CEO italiani si attende condizioni economiche peggiori nel 2022. Nonostante i numerosi venti contrari, dovuti soprattutto alla pandemia COVID tuttora in corso, i CEO a livello globale non sono mai stati così ottimisti negli ultimi 10 anni rispetto alle prospettive di una ripresa economica per l’anno a venire; stesso trend per i CEO italiani: l’89% (il 77% a livello globale) prevede un miglioramento, mentre solo il 10% (15% a livello globale) si attende condizioni peggiori. L’ottimismo dei CEO italiani per il 2022 cresce di +19 punti rispetto ad un anno fa, quando era pari al 70%, mentre a livello globale aumenta di solo un punto arrivando al 77%. È quanto emerge dalla 25a Annual Global CEO Survey di PwC, che ha intervistato 4.446 CEO in 89 paesi, di cui 123 in Italia, tra ottobre e novembre del 2021. In particolare, i CEO degli USA si mostrano sicuri circa le prospettive di crescita delle proprie aziende; il 40% dichiara infatti di essere certo della crescita dei ricavi nel 2022, opinione condivisa anche dai CEO indiani. I CEO italiani non si discostano da questo clima di fiducia che perdura sia nel breve sia nel medio termine: l’88% degli intervistati è fiducioso circa la crescita nei prossimi 12 mesi, dato in aumento di +12 punti rispetto all’anno scorso, mentre i livelli di fiducia per il triennio arrivano al 90%, guadagnando +4 punti, rispetto alla precedente rilevazione. Andrea Toselli, Presidente e Amministratore Delegato di PwC Italia, afferma: “I CEO italiani sono estremamente fiduciosi circa la crescita delle loro aziende a 12 mesi e a 3 anni; puntano alla crescita internazionale anche grazie ad operazioni straordinarie e a nuovi investimenti in innovazione e sono sempre più attenti agli obiettivi non finanziari, in particolare a quelli collegati al tema net-zero e al coinvolgimento dei talenti in azienda. In questo sono confortati dalle potenzialità espresse del PNRR. Pur in una situazione ancora molto complessa dell’economia, è interessante comunque rilevare che i CEO con cui abbiamo parlato nutrano complessivamente un atteggiamento positivo verso il 2022”. Il potere della fiducia  La fiducia non è mai stata così importante per il successo di un’azienda: averla e conservarla non è mai stato così difficile. Per la prima volta, il sondaggio di PwC ha creato un “Customer Trust Index” basato sulle risposte dei CEO, anche CEO italiani, a una serie di domande rispetto al comportamento dei loro clienti. Il sondaggio mostra una forte correlazione tra la fiducia e la sicurezza, in quanto i CEO delle aziende situate ai primi posti nell’indice sulla fiducia dei clienti sono anche quelli più sicuri rispetto alle prospettive di crescita nell’anno a venire. A livello globale, il 71% dei CEO delle aziende ai primi posti dell’indice è molto o estremamente sicuro sulle prospettive di crescita dei ricavi della propria azienda nei prossimi 12 mesi. Si riscontra una correlazione anche tra la fiducia e gli impegni verso il “net zero”: a livello globale è molto più probabile che i CEO delle aziende che figurano ai primi posti dell’indice sulla fiducia dei clienti siano a capo di organizzazioni che si sono impegnate in tal senso (il 29%) rispetto a quelle che si trovano in fondo alla lista (il 16%). I CEO delle aziende “a elevato livello di fiducia” sono altresì più propensi a guidare organizzazioni che hanno correlato al compenso risultati diversi da quelli finanziari; rispettivamente circa la metà, il 51% e il 46% dei CEO a capo di organizzazioni in cima alla lista in termini di fiducia, hanno assunto un impegno a livello di metriche di soddisfazione del cliente e interazione con i dipendenti collegate ai bonus personali o agli incentive plan. I rischi informatici e sanitari rappresentano i maggiori timori per i CEO  Se l’ottimismo dei CEO vola alto per la maggioranza, riscontriamo anche la piena consapevolezza delle potenziali minacce che potrebbero avere un impatto sulle aziende nei prossimi 12 mesi. I rischi informatici e sanitari rappresentano ancora le principali minacce sia per i CEO italiani che per quelli globali, identificate rispettivamente dal 41% (49% a livello globale) e dal 36% (48% a livello globale) dei CEO. Segue a ruota la volatilità macroeconomica, con il 34% dei CEO (49% a livello globale) che si dichiara molto o estremamente preoccupato per l’impatto potenziale che le oscillazioni del PIL, l’inflazione e le questioni riguardanti il mercato del lavoro potranno avere sull’anno in appena iniziato. Comprensibilmente, una percentuale elevata di CEO del settore dell’ospitalità e del tempo libero (il 75%) teme i rischi sanitari per l’economia, mentre il 49% dei CEO delle società in ambito energetico, delle utility e delle risorse considera il cambiamento climatico la principale minaccia per il 2022 (15 punti in più rispetto alla percentuale totale globale). La percezione nei confronti delle minacce varia a livello geografico: più della metà (il 58%) dei CEO della regione Asia-Pacifico è molto o estremamente preoccupato circa i rischi sanitari nel prossimo anno (fa eccezione la Cina, in cui solo il 42% dei CEO è molto preoccupato in merito). In confronto, solo il 37% dei CEO dell’Europa occidentale e il 44% del Nord America nutrono timori analoghi rispetto ai rischi sanitari. Viceversa, solo il 44% dei CEO della regione Asia-Pacifico è altamente preoccupato per i rischi informatici (l’Australia, al 71%, è l’eccezione degna di nota), mentre i CEO del Nord America mostrano un elevato livello di preoccupazione (56%; il 61% negli USA), al pari dell’Europa occidentale (50%; il 41% in Italia). Alessandro Grandinetti, Clients & Market Leader di PwC Italia, afferma: “Oltre alle minacce sanitarie e informatiche, non si possono sottovalutare quelle, non meno importanti, derivanti dal cambiamento climatico e dalla disuguaglianza sociale. È fondamentale che i CEO italiani e di tutto il mondo, non distolgano l’attenzione da queste tematiche a più lungo termine, in quanto andranno a definire la tipologia di mondo in cui viviamo e che trasmetteremo alla prossima generazione. In particolare, una risposta efficace ad un tema quale la riduzione delle emissioni, che può e deve essere gestito a