Fermi tutti: Razer ha fatto uno smartphone
Il brand famoso per gadget e accessori videoludici si lancia nel panorama mobile con un dispositivo incentrato sul gaming (ovviamente) Il 1 novembre è la data che non ti aspetti, quella del primo telefonino di Razer. Il nome non è molto conosciuto se non agli appassionati di videogiochi, che del marchio conoscono gamepad, cuffie professionali e tastiere dedicate alle lunghe sessioni ludiche notturne. Ebbene, con una mossa davvero inattesa, la compagnia ha annunciato l’arrivo del suo smartphone, focalizzato proprio su un’esperienza di gioco avanzata. Del resto la stessa immagine di accompagnamento del lancio riprende un ragazzo nella tipica posizione di fruizione videoludica, senza lasciare spazio alle interpretazioni. Non ci sono altre indicazioni circa hardware e software e ciò contribuisce ad aumentare ulteriormente l’interesse intorno all’oggetto. Come potrà essere In realtà l’arrivo del Razer phone è una sorpresa fino a un certo punto. Lo scorso gennaio la californiana aveva acquisito Nexbit, già produttrice di Robin, telefonino totalmente basato sul cloud, un concetto molto simile a quello dei Chromebook, dove lo storage fisico è ridotto al minimo per affidare tutto alla memorizzazione sulla nuvola. Appena un mese fa, Min-Liang Tan, CEO di Razer, aveva confermato l’esistenza del progetto: “Uno dei rumors più interessanti sul futuro della compagnia è la realizzazione di uno smartphone. Quello che posso dire è che stiamo finalizzando un dispositivo orientato ai giocatori e all’intrattenimento”. Il claim che accompagna la presentazione recita guarda, ascolta, gioca, tre parole che descrivono il device che vedremo probabilmente in Europa non prima di Natale e che promette di portare ai consumatori un modo diverso di vivere la mobilità, seppur indirizzata a un target ben preciso. Per seguire il lancio si può accedere al sito ufficiale di Razer, che ha già il countdown al 1 novembre… The post Fermi tutti: Razer ha fatto uno smartphone appeared first on Data Manager Online.
Cook, basta violenza e bullismo sul web
Ceo di Apple a Osservatorio permanente giovani-editori a Firenze
Il CEO di Samsung, Kwon Oh-hyun, si è dimesso
Mentre Samsung prevede un Q3 da record, il suo CEO, Kwon Oh-hyun, annuncia le dimissioni e auspica un rinnovamento I già traballati vertici societari di Samsung hanno subito un nuovo scossone. L’azienda coreana si preparava ad annunciare un trimestre da record ma tutta l’attenzione è stata catalizzata dall’annuncio inaspettato delle dimissioni di Kwon Oh-hyun, CEO del colosso dell’elettronica. Kwon lavora in Samsung da 32 anni e per 5 di essi è stato amministratore delegato. Sotto la sua dirigenza l’azienda è diventata leader nel settore dei semiconduttori ed è nelle prime posizioni in quello delle componenti e dei display. Proprio per questo gli è stato affibbiato il soprannome di “Mr Chip”. Kwon ha motivato la sua decisione affermando che per Samsung si tratta di un “nuovo inizio con un nuovo spirito e una leadership giovane”. “Fortunatamente stiamo conseguendo utili record al momento, ma questo è il frutto di passate decisioni e investimenti. – ha aggiunto – Ora non siamo neanche vicini a trovare nuovi motori di crescita nel cercare di individuare oggi i trend futuri”. Intanto Samsung nel terzo trimestre di quest’anno prevede di triplicare i suoi profitti operativi e raggiungere una cifra vicina ai 13 miliardi di dollari, superando così di gran lunga le attese degli analisti. Inoltre si aspetta un aumento dei ricavi pari al 29,7%. I problemi ai piani alti di Samsung sono iniziati nel 2014 con la malattia del presidente Lee Kun-hee che lo costrinse a lasciare il suo ruolo in azienda. Il suo successore designato era il figlio e vicepresidente Jay Y. Lee ma quest’ultimo è rimasto coinvolto in uno scandalo di tangenti che ha portato al suo arresto e all’impeachment per l’ex presidente della Corea del Sud, Park Geun-hye. Secondo diversi analisti sarebbe stato proprio Lee a spingere per le dimissioni di Kwon in modo da ringiovanire il top management e portarvi persone a lui più vicine. Il ruolo di CEO (probabilmente ad interim) dovrebbe quindi passare al 59enne Kim Ki-nam, Presidente della divisione semiconduttori. The post Il CEO di Samsung, Kwon Oh-hyun, si è dimesso appeared first on Data Manager Online.
Red Hat e Alibaba Cloud collaborano per ottenere maggiore flessibilità grazie all’open source
Alibaba Cloud entra nel Red Hat Certified Cloud and Service Provider Program; Le due aziende collaborano a vantaggio dei clienti che passano al public cloud Red Hat e Alibaba Cloud, divisione di Alibaba Group dedicata al cloud computing, hanno annunciato che collaboreranno con l’obiettivo di portare la potenza e la flessibilità delle soluzioni open source di Red Hat ai clienti Alibaba Cloud di tutto il mondo. Alibaba Cloud è entrato a far parte del Red Hat Certified Cloud and Service Provider Program, unendosi ai leader tecnologici che offrono soluzioni testate e verificate da parte di Red Hat, in grado di estendere la funzionalità dell’esteso portfolio Red Hat di soluzioni cloud open source. La partnership estende l’ampiezza dell’offerta Red Hat sui principali public cloud a livello globale, offrendo una destinazione scalabile per il cloud computing e confermando l’impegno di Red Hat a offrire maggiore libertà di scelta nel cloud. Nel corso dei prossimi mesi, le soluzioni Red Hat saranno disponibili direttamente ai clienti Alibaba Cloud, permettendo loro di sfruttare al meglio tutte le potenzialità dell’esteso portfolio Red Hat di soluzioni cloud open source. Alibaba Cloud intende offrire Red Hat Enterprise Linux in modalità pay-as-you-go sul proprio Alibaba Cloud Marketplace. Entrando a far parte del Red Hat Certified Cloud and Service Provider Program, Alibaba ha inteso mostrare come questo sia una destinazione per i client Red Hat, gli ISV (Indipendent Software Vendor) e i partner che intendono ottenere i vantaggi offerti dall’offerta Red Hat nel public cloud. Questi verranno resi disponibili tramite modalità innovative di erogazione e servizio, con la massima fiducia derivante dal fatto che gli esperti di prodotto Red Hat hanno già verificato le soluzioni. Lanciato nel 2009, il Red Hat Certified Cloud and Service Provider Program è pensato per unire le soluzioni di cui i cloud provider necessitano per ideare, creare, gestire e offrire soluzioni hosted a propri clienti, e le relative tecnologie Red Hat. La qualifica di Certified Cloud Provider viene attribuita ai partner Red Hat che seguono un percorso di certificazione da parte di Red Hat. Ogni provider deve soddisfare requisiti specifici di test e certificazione per dimostrare di poter erogare un ambiente sicuro, scalabile, stabile e supportato per implementazioni cloud di livello enterprise. Inoltre, nei prossimi mesi, i clienti Red Hat saranno in grado di trasferire sottoscrizioni Red Hat finora non utilizzate dai loro datacenter ad Alibaba Cloud, il più grande public cloud provider della Cina, usando Red Hat Cloud Access. Red Hat Cloud Access è un innovativo servizio di “bring-your-own-subscription” disponibile presso alcuni Red Hat Certified Cloud and Service Provider selezionati, che permettono ai clienti di trasferire specifiche sottoscrizioni Red Hat da on-premise al public cloud. Red Hat Cloud Access permette anche ai clienti di mantenere una relazione diretta con Red Hat – compresa la possibilità di ricevere supporto completo dall’apprezzata organizzazione Global Support Services di Red Hat, che consente ai clienti di mantenere un livello di servizio costante ed elevato anche su differenti implementazioni ibride. “I nostri clienti non vogliono solo livelli superiori di performance, flessibilità, sicurezza e portabilità per le loro iniziative cloud, chiedono anche massima libertà di scelta per le loro infrastrutture eterogenee”, spiega Mike Ferris, vice presidemt, Technical Business Development and Business architecture di Red Hat. “Vogliono poter implementare la loro tecnologia preferita sulla loro infrastruttura scalabile preferita. Questa è anche la vision di Red Hat, nonché l’obiettivo del Red Hat Certified Cloud and Service Provider Program. Collaborando con Alibaba Cloud, aiutiamo a portare maggiori libertà di scelta e flessibilità per i clienti che implementano le soluzioni open source di Red Hat sui propri ambienti cloud.” “Man mano che le aziende in Cina, e nel resto del mondo, intendono modernizzare i loro ambienti applicativi, una soluzione firmata da Red Hat e Alibaba Cloud in grado di coprire l’intero ciclo di vita può offrire loro livelli maggiori di flessibilità e agilità”, aggiunge Yeming Wang, deputy general manager Alibaba Cloud Global, Alibaba Cloud. “Vediamo con grande favore questa collaborazione con Red Hat, tesa ad aiutare i nostri clienti enterprise nella loro migrazione dei workload verso Alibaba Cloud.” The post Red Hat e Alibaba Cloud collaborano per ottenere maggiore flessibilità grazie all’open source appeared first on Data Manager Online.
Definire la sicurezza delle applicazioni a partire da quello che non è

A cura di Maurizio Desiderio, Country Manager per l’Italia e Malta di F5 Networks In uno scenario che vede aumentare esponenzialmente il volume e la frequenza con le quali le nuove app vengono sviluppate e distribuite, definire il concetto stesso di sicurezza applicativa è molto complesso. Per farlo è forse più facile soffersi su quello che la sicurezza delle applicazioni sicuramente non è: Non una priorità (ma dovrebbe diventarlo!) In una ricerca sulla sicurezza dei dispositivi IoT e delle applicazioni mobile promossa da Arxan e IBM, il 44% degli intervistati ha dichiarato che in questo momento non sta facendo nulla per prevenire gli attacchi alle applicazioni. Supponiamo che questo dato, per quanto allarmante, sia in realtà così elevato solo perché collegato a un piccolo sottoinsieme del portafoglio applicativo, ed esploriamo il concetto in modo più esteso. L’analisi promossa su base semestrale da WhiteHat Security e relativa alle statistiche sulla sicurezza web rivela che “circa un terzo delle applicazioni in ambito assicurativo, il 40% delle applicazioni legate ai servizi finanziari e bancari, la metà delle applicazioni del settore sanitario e retail, e più della metà delle applicazioni del Manufacturing, Food & Beverage e IT sono sempre vulnerabili”. “Sempre vulnerabili” nella definizione di WhiteHat Security significa “vulnerabile in ogni singolo momento di tutto l’anno”. La stessa analisi rivela che “il tempo medio per rimediare alla vulnerabilità varia a seconda del settore da circa 100 a 245 giorni”. Per il retail e la sanità è di circa 200 giorni mentre i settori tecnologici e IT ritardano ulteriormente la media impegnando circa 250 giorni per risolvere una vulnerabilità. Questo approccio un po’ lassista alla sicurezza rende sempre più urgente affrontare il problema, perché se la protezione delle applicazioni non viene inclusa nell’elenco delle priorità sarà sempre maggiore la percentuale delle applicazioni (o delle API che forniscono i dati alle applicazioni) esposta a vulnerabilità. Non ha a che fare solo con le app Sussiste un malinteso di fondo, che la sicurezza applicativa riguardi solo l’applicazione. Se un’applicazione fosse un’entità isolata forse sarebbe vero, ma le applicazioni sono distribuite su piattaforme, si basano su script e API di terze parti e si integrano con sistemi responsabili della gestione dei dati. Ciò significa che la sicurezza dell’app è uno stack che richiede un’attenzione costante rispetto a tutte le componenti, non solo all’applicazione stessa. La top ten elaborata dal Open Web Application Security (OWASP) è un buon punto di partenza per la sicurezza delle applicazioni, anche se non devono essere ignorate nemmeno le vulnerabilità delle piattaforme a livello di protocollo (TCP, HTTP e TLS), che sono state una fonte significativa di preoccupazione negli ultimi dieci anni. Infine, non bisogna trascurare il rapporto tra gli attacchi alla rete di tipo volumetrico e gli attacchi più insidiosi del sistema al livello applicativo. Come fa notare Dark Reading in un recente articolo, quasi la metà delle organizzazioni che subiscono un attacco dichiarano che il DDoS ha coinciso con una qualche forma di violazione o attività criminale sulla propria rete, come il furto di dati e l’attività ransomware. Il 47%, ad esempio, riferisce di avere scoperto un virus sulla rete dopo un attacco DDoS, il 43% cita un malware che è stato attivato e il 32% denuncia il furto di dati dei clienti. La protezione dell’applicazione richiede quindi di porre attenzione all’architettura applicativa complessiva, che include la rete, i dati e i servizi che scalano e proteggono l’applicazione. Non è “il problema di qualcun altro” Nella nostra analisi State of Application Delivery abbiamo scoperto che un’organizzazione su cinque dichiara di voler ospitare oltre il 50% delle proprie applicazioni su cloud: tutto questo renderà la protezione delle applicazioni sempre più impegnativa. Spostare un’applicazione in “cloud” può significare ridistribuire alcune responsabilità di sicurezza, in particolare quelle legate ad alcune compenti a livello di rete e di sistemi, ma l’app e le sue piattaforme e gli script esterni e le risorse su cui essa si basa continuano ad essere responsabilità dell’azienda. Garantire lo stesso livello di sicurezza in cloud può rivelarsi estremamente difficile, in particolare quando si mescolano e si associano servizi cloud nativi che non sono compatibili a livello di policy con quelli on-premise. Si tratta però di una sfida che deve e può essere affrontata, assicurando la coerenza nell’applicazione delle policy ai servizi in cloud e on-premise o spostando la gestione della sicurezza di un’applicazione verso un’offerta service-based che può offrire consistenza su diversi ambienti contemporaneamente, o elaborare policy equivalenti manualmente per i servizi nativi in cloud. Qualunque strada si scelga di seguire la responsabilità rimarrà nelle vostre mani. L’impatto delle violazioni in termini di reputazione del brand, fiducia dei consumatori e potenziale di sfruttamento futuro (nel caso di credenziali rubate) rende la sicurezza delle applicazioni più importante che mai. Metterla all’ultimo posto supponendo che qualcun altro se ne prenderà cura è la ricetta perfetta per un disastro! Riconoscere la sua importanza e attribuirle la priorità nelle fasi di testing e remediation, sfruttando le opzioni offerte delle architetture cloud e i servizi supportati dal cloud stesso, significa imboccare il cammino corretto verso la riduzione del rischio. Perché la sicurezza delle app non può mai essere un optional! The post Definire la sicurezza delle applicazioni a partire da quello che non è appeared first on Data Manager Online.
Microsoft e Amazon insieme per il machine learning
Gluon è un’interfaccia open source creata da Amazon e Microsoft per sostenere la ricerca su machine learning e deep learning Microsoft e Amazon si contendono da anni il mercato del cloud computing ma per una volta hanno deciso di unire le proprie forze. Le due aziende hanno presentato Gluon, una piattaforma open source pensata per favorire lo sviluppo del machine learning e quindi dell’intelligenza artificiale. Il servizio permetterà agli sviluppatori di accelerare il loro lavoro e sfruttare la capacità computazionale offerta dalle due aziende tramite reti neurali. Gluon offre blocchi di codice pre-costituiti e altamente ottimizzati che consentiranno di lavorare allo sviluppo dell’AI in modo simile alla semplice programmazione. Queste componenti software sono inoltre già utilizzabili con i framework per il machine learning messi a disposizione da Microsoft e Amazon, che in questi giorni ha svelato il nuovo e-reader Kindle Oasis. La piattaforma è quindi compatibile con Apache MXNet del colosso dell’e-commerce mentre l’azienda di Redmond si sta impegnando per completare il supporto con il suo Cognitive Toolkit in tempi brevi. Gluon è già disponibile su Github per tutti coloro che vogliono cimentarsi con l’intelligenza artificiale. Restando in tema di machine learning, anche altre grandi aziende hanno svelato grandi novità per questo settore. Google sta cercando di adottare un nuovo approccio all’intelligenza artificiale che non preveda i Big Data mentre Alibaba ha annunciato che investirà 13 miliardi di euro in 3 anni per la ricerca e sviluppo di nuove soluzioni per l’AI. The post Microsoft e Amazon insieme per il machine learning appeared first on Data Manager Online.
Nokia semplifica l’accesso al mercato IoT per gli operatori mobili
Espansione di WING (Worldwide IoT Network Grid) con servizi di accesso al mercato IoT Nokia espande i propri servizi IoT (Internet of Things) per supportare gli operatori mobili ad accedere a nuovi segmenti del mercato o ad allargare il loro ambito operativo. L’azienda ha inoltre integrato i propri servizi completi di verifica e collaudo con Nokia TestHub, progettato per accelerare i lanci di nuove tecnologie, ad esempio nel settore IoT e su cloud. WING market entry services è un’offerta di consulenza per operatori che individua le migliori opportunità nei mercati verticali in determinate aree geografiche e offre le applicazioni IoT e il modello di commercializzazione appropriati per cogliere le opportunità offerte dal mercato IoT. Individua opportunità in nove segmenti dell’ IoT come: auto connesse, sanità, logistica e trasporti, smart city, servizi pubblici, agricoltura, vendita al dettaglio, case ed edifici intelligenti e industria connessa. Una volta che un servizio è operativo, il modello di servizio gestito Nokia WING può offrire fornitura, gestione dei dispositivi, attività operative, sicurezza, assistenza ai clienti e fatturazione per tutte le applicazioni connesse. Il pratico approccio di WING market entry services consiste nel progettare la proposta e la strategia di commercializzazione appropriata, e consente agli operatori di conquistare nuovi flussi di ricavi nel settore dell’IoT. Oltre ai servizi di accesso al mercato inclusi nella soluzione WING, Nokia sta espandendo le proprie capacità nei servizi di collaudo multivendor con Nokia TestHub per aiutare gli operatori a testare accuratamente soluzioni e dispositivi in varie aree e tecnologie prima della loro implementazione. I test di collaudo delle soluzioni e dei servizi sia in laboratorio che sul campo sono essenziali per accelerare non solo il lancio commerciale nel mercato dell’IoT, ma anche quello del cloud e, in ultima analisi, del 5G. Nokia sta pertanto introducendo questo nuovo servizio, che si aggiunge al collaudo di dispositivi, reti e applicazioni. L’automazione nei collaudi è fondamentale per tenere il passo con i lanci di servizi in rapida successione, e libera risorse essenziali in un ambiente di sviluppo delle applicazioni. Nell’ambito di Nokia TestHub, Nokia fornirà “Lab as a Service”, che offre ai clienti un accesso anticipato a infrastrutture e competenze Nokia all’avanguardia per il collaudo in autonomia di dispositivi, elementi di reti, applicazioni e servizi. Friedrich Trawoeger, capo del settore Managed Services di Nokia, ha affermato: “Le implementazioni IoT sono complesse, ma con il nostro aiuto gli operatori saranno in grado di sfruttare una corsia preferenziale per il loro accesso al mercato, in quanto forniremo loro non solo un modello di commercializzazione e di business pronto all’uso, ma anche un’infrastruttura IoT preintegrata, un modello di servizi completo e servizi di supporto per la commercializzazione. Con i nostri servizi di collaudo possiamo assicurare ai nostri clienti lanci senza problemi, un elemento essenziale per garantire sempre un’eccellente esperienza dei loro clienti.” The post Nokia semplifica l’accesso al mercato IoT per gli operatori mobili appeared first on Data Manager Online.
SIA lancia “SIAchain”, l’infrastruttura su tecnologia blockchain per istituzioni finanziarie, corporate e PA
Tra i principali vantaggi il miglioramento e la semplificazione dei processi, l’ottimizzazione dei costi di gestione e degli investimenti infrastrutturali SIA ha progettato e realizzato una nuova piattaforma denominata “SIAchain” per supportare istituzioni finanziarie, corporate e Pubbliche Amministrazioni nello sviluppo e implementazione, in modalità sicura e protetta, di applicazioni innovative basate su tecnologia blockchain. Il miglioramento e la semplificazione dei processi, l’ottimizzazione dei costi di gestione e degli investimenti infrastrutturali, la condivisione di conoscenze e competenze tecnologiche sono le peculiarità principali che hanno fatto crescere rapidamente l’interesse sul fenomeno disruptive della blockchain. Un recente report del World Economic Forum (WEF) ha stimato in 1,4 miliardi di dollari l’investimento globale in questa tecnologia da parte di aziende ed enti nel corso degli ultimi 3 anni. Grazie all’infrastruttura privata SIAchain, che potrà avvalersi dei circa 580 nodi di rete in Europa della SIAnet – il network in fibra ottica ad alta velocità e bassa latenza lungo oltre 170.000 chilometri – verranno avviate e rese disponibili una serie di applicazioni di business dove la distributed ledger technology (DLT) rappresenta un’innovazione emergente per soddisfare le esigenze di specifiche community di membri registrati e approvati. SIA garantisce, inoltre, l’organizzazione di tali community in un contesto di trasparenza, riservatezza e sicurezza. SIAchain potrà essere impiegata in diversi ambiti come, ad esempio, per la verifica automatizzata di accordi e contratti (i cosiddetti “smart contracts”), la gestione di servizi bancari, finanziari e assicurativi (nel caso di mutui, polizze o analisi dei rischi di credito), la gestione di identità digitali (controllo e rilevazione degli accessi autorizzati a sistemi ed applicazioni), la tracciabilità di proprietà di beni ed immobili (“smart property”), la gestione e registrazione di dati governativi, sanitari e amministrativi, etc. “SIA prosegue il suo tradizionale percorso di innovazione attraverso lo sviluppo di un’infrastruttura tecnologica in grado di supportare comunità di diversi settori merceologici nella realizzazione di applicazioni secondo logiche organizzative aperte”, ha commentato Massimo Arrighetti, Amministratore Delegato di SIA. “La nuova architettura, per le sue peculiarità tecnologiche esclusive, rappresenta inoltre uno strumento avanzato con elevate caratteristiche di performance e sicurezza”. The post SIA lancia “SIAchain”, l’infrastruttura su tecnologia blockchain per istituzioni finanziarie, corporate e PA appeared first on Data Manager Online.
La dinastia Flusihoc, una botnet DDoS di lunga data

A cura di TJ Nelson, Research Analyst del Team ASERT di Arbor Dal 2015 l’ASERT (Arbor’s Security Engineering and Response Team) osserva e monitora una botnet DDoS denominata Flusihoc. Ad oggi sono poche le pubblicazioni che trattano di questa famiglia, nonostante l’elevato numero di anti-virus e di firme per il rilevamento delle intrusioni create dai diversi vendor. Flusihoc è costantemente presente con una serie di varianti, oltre 500 specie uniche nel nostro zoo di malware, e viene costantemente aggiornato. Flusihoc è un malware C++ versatile capace di sferrare una serie di attacchi DDoS sotto la direzione di un server di comando e controllo. Abbiamo deciso di occuparci di questa famiglia di malware in seguito al recente incremento delle attività osservate. In questo testo descriviamo questa famiglia, le relative caratteristiche e le attività rilevate nel corso degli anni. Attività DDoS rilevata L’infrastruttura Arbor ATLAS raccoglie anonimamente i dati degli attacchi DDoS provenienti da quasi 400 service provider sparsi in tutto il mondo che si avvalgono della piattaforma Arbor SP/TMS. Grazie ad ATLAS è possibile misurare una parte degli attacchi della botnet Flusihoc. Da luglio 2017 siamo in grado di correlare i comandi di attacco Flusihoc rilevati con 909 eventi DDoS segnalati in ATLAS. La dimensione di attacco massima, di 45,08 Gbps, è stata registrata il 6 luglio 2017. Gran parte degli attacchi DDoS coinvolge TCP SYN sulle porte 80, 1-1023 e 443. Tali eventi si presentano con una dimensione media di attacco di 603,24 Mbps, solitamente con una frequenza di circa 14 diversi attacchi al giorno. Possibile origine cinese La geolocalizzazione degli indirizzi C2 (Comando e Controllo) e gli attributi statici del malware individuati suggeriscono che Flusihoc possa essere di origine cinese. Osservando esemplari di Flusihoc si ottengono stringhe di debug come “C:UserschengzhenDesktopsvchostReleasesvchost.pdb” in cui compare il termine cinese Chengzhen, che può essere tradotto in italiano con “avverarsi”. Inoltre, altri campioni contengono stringhe di debug e valori in cui sono presenti caratteri cinesi e gran parte di essi si basa sulla lingua “Cinese_semplificato”. È bene tenere presente che quanto appena illustrato potrebbe però far parte della deliberata strategia di attacco volta a fuorviare coloro che si occupano delle ricerche. Flusihoc comunica con il C2 mediante HTTP non cifrato. Il C2 utilizza una struttura di comando basata su numeri; il bot riceve un numero e risponde in base al comando associato a tale valore numerico. ASERT ha individuato i comandi numerati indicati di seguito: 1 – Richiede al bot di inviare informazioni sul sistema infettato; questo comando richiede al bot di rispondere inviando informazioni come nome del sistema operativo, informazioni sulla CPU, dimensioni della RAM e velocità della rete. 22 – Richiede al bot di verificare i payload dell’attacco e se necessario di riceverli dal C2. 333 – Passa allo stato di attacco e richiede al bot di inviare un messaggio di “Busy”, se si trova in fase di attacco attivo a un target o “Idle”, in caso contrario. 4444 – Comanda al bot di interrompere l’attacco in corso Flusihoc è in grado di sferrare nove tipi di attacchi DDoS: SYN_Flood (1), UDP_Flood (2), ICMP_Flood (3), TCP_Flood (4), HTTP_Flood (5), DNS_Flood (6), CON_Flood (7), CC_Flood (8) e CC_Flood2 (9) Tali attacchi vengono inviati dal C2 in formato stringa, che il bot sfrutta per eseguire analisi e lanciare gli attacchi stessi. Persistenza rimossa e poi nuovamente aggiunta Le prime varianti di Flusihoc, come l’esemplare preso in esame disponibile su VirusTotal, impiegavano una voce del registro di persistenza in ‘SoftwareMicrosoftWindowsCurrentVersionRun’. Tuttavia, nella maggior parte degli esemplari più recenti tale meccanismo di persistenza è assente. Potrebbe trattarsi di una soluzione per ovviare al rilevamento; tuttavia, rende più difficile la riattivazione del bot dopo un riavvio del sistema. In questi ultimi esemplari si nota che gli autori di Flusihoc reintroducono questo meccanismo di persistenza, presumibilmente per via delle difficoltà di mantenere la persistenza dopo la rimozione della voce di esecuzione. Funzionalità di download ed esecuzione Nello stesso esemplare di aprile 2017 è stata osservata una nuova funzionalità in cui il bot effettua il download ed esegue un file utilizzando le funzioni API di Windows Questa caratteristica permette a chi controlla la botnet di aggiornare il malware Flusihoc oppure di eseguire il download da remoto di altri file dannosi. C2 rilevati Infiltrandosi nella botnet, da luglio 2015 ASERT ha tracciato 154 diversi C2 associati a Flusihoc, che hanno emesso di 24.137 comandi di attacco. 48 C2 erano ancora attivi a settembre 2017. Di seguito sono elencati i C2 che generano gran parte dei comandi di attacco: wm[.]sshtdk[.]com, 1211[.]sshtdk[.]com, 121[.]sshtdk[.]com, pp[.]sshtdk[.]com e qq[.]sshtdk[.]com La maggioranza dei C2 osservati sono geo localizzati in Cina e generano per lo più comandi di attacco diretti verso obiettivi di URL in quel Paese. Da un’analisi sommaria delle URL target non emerge alcuna correlazione evidente tra gli obiettivi stessi, il che fa presupporre che questa famiglia possa essere inserita in un servizio di attacchi a pagamento in Cina. Conclusione Flusihoc è probabilmente una botnet DDoS cinese che colpisce prevalentemente obiettivi in Cina. Le analisi suggeriscono che tale botnet sia inserita in un servizio DDoS regionale, vista la distribuzione dei target. Questa famiglia di malware è attiva almeno dal 2015 ed è associata a oltre 154 C2. Sebbene non sia la botnet DDoS più grande conosciuta, Flusihoc è comunque in grado di provocare problemi sfruttando la fragilità di così tanti siti, server, servizi e applicazioni. È possibile mitigare gli attacchi DDoS con soluzioni Arbor come Arbor SP/TMS. TJ Nelson è Research Analyst del Team ASERT di Arbor. Tra i suoi compiti si annoverano l’analisi delle minacce emergenti alla sicurezza Internet, il reverse engineering dei protocolli di comunicazione e dei codici dannosi, lo sviluppo di politiche per la mitigazione degli attacchi e il contributo al miglioramento continuo e all’automatizzazione dell’infrastruttura software interna di Arbor per l’analisi delle minacce. The post La dinastia Flusihoc, una botnet DDoS di lunga data appeared first on Data Manager Online.
Contro i cyber attacchi, la conoscenza è tutto!
Capire gli attaccanti e priorizzare le minacce grazie a FireEye iSight Threat Intelligence Per anticipare e rispondere a cyber-attacchi sempre più sofisticati è necessario comprendere rapidamente motivazioni, intenzioni, caratteristiche e metodi degli attaccanti. È possibile mitigare il rischio, aumentare le capacità di risposta agli incidenti e migliorare la sicurezza globale di un’organizzazione comprendendo chi ha più probabilità di attaccare, i suoi obiettivi, le sue motivazioni e in che modo pianifica di condurre l’attacco. FireEye iSIGHT Threat Intelligence offre un’intelligenza completa e consumabile, che permette di capire le intenzioni degli attaccanti e dare di conseguenza una priorità alle minacce. FireEye iSIGHT Threat Intelligence rappresenta un modo proattivo e lungimirante di qualificare le minacce che mettono a rischio il business aziendale in base ad motivazioni, strumenti e tattiche utilizzate dall’attaccante. FireEye, società di Intelligence-led Security, offre visibilità al di là del ciclo di vita tipico dell’attacco, aggiungendo contesto e priorità alle minacce globali prima, durante e dopo un attacco. È in grado di mitigare i rischi, aumentare la capacità di risposta agli incidenti e migliorare l’ecosistema globale di sicurezza delle organizzazioni. “Un approccio alla sicurezza basato sull’intelligence significa una migliore protezione con meno rischi, consentendo alle organizzazioni di concentrarsi su ciò che conta maggiormente per il business”, dichiara Marco Rottigni, Senior Product Marketing Manager EMEA di FireEye. “Questo è quello che le aziende possono ottenere con iSIGHT Intelligence: l’accesso ad un ecosistema di intelligence unico nel suo genere che fonde intelligenza basata su avversari, vittime e sensori tecnologici”. FireEye iSIGHT Intelligence consente alle aziende di individuare, dare priorità e rispondere alle minacce in modo più rapido ed efficace. FireEye possiede più di 150 ricercatori e analisti dell’Intelligence in più di 20 paesi, che monitorano attentamente nuovi attacchi, nuove tecnologie utilizzate e motivazioni degli attaccanti. L’intelligence basata sulle vittime è raccolta in prima linea dai oltre 300 nostri consulenti, investigatori e analisti che aiutano i governi e le aziende più importanti a individuare, contestualizzare e risolvere le violazioni di alto profilo. FireEye, invece, raccoglie Intelligence di segnale da oltre 16 milioni di sensori con macchine virtuali e piattaforme tecnologiche di raccolta dati. Al contrario dei “data feed” che possono trasmettere alle organizzazioni un falso senso di sicurezza, FireEye iSIGHT Intelligence può fornire una visione più completa delle tattiche, delle tecniche e delle procedure utilizzate dagli attaccanti; aiutando le organizzazioni a stabilire la giusta priorità alle minacce da affrontare e offrendo il contesto per mitigare tali minacce. “FireEye sa bene che le organizzazioni devono avere accesso ad informazioni aggiornate e consumabili per stare al passo con un panorama delle minacce in continua evoluzione”, conclude Rottigni. “Per garantire ai nostri clienti la massima protezione possibile abbiamo presentato la nostra nuova linea di Threat Activity Alerts, che sono forniti ai nostri clienti entro le 24 ore dal rilevamento di un’attività malevola”. Lavorare per fornire ai nostri clienti nuove informazioni sulle minacce il più rapidamente possibile è solo una parte di come l’azienda sta continuamente migliorando l’offerta di Intelligence FireEye iSIGHT. The post Contro i cyber attacchi, la conoscenza è tutto! appeared first on Data Manager Online.