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Facebook: quali le opportunità per le aziende?

Facebook è la piattaforma più famosa tra i social media con 2.93 miliardi di utenti attivi al mese (per il 2023) ed è uno strumento potente per raggiungere nuovi clienti. Di seguito proponiamo uno studio pubblicato da Max Woolf di Passport-photo.online che svela quali sono i vantaggi e i segreti di Facebook utili per le aziende. Buona lettura! Decifrare il codice di Facebook: abitudini degli utenti e opportunità per i brand Se non sei registrato a Facebook, ti stai prendendo un’ENORME opportunità di raggiungere clienti, promuovere i tuoi prodotti o servizi e aumentare la notorietà del marchio. Per dimostrarlo, abbiamo contattato più di 900 titolari di account Facebook e abbiamo portato alla luce i vantaggi della piattaforma social per le aziende. Punti di forza Quasi il 74% degli intervistati ritiene importante o molto importante la presenza delle aziende su Facebook. Circa l’82% degli utenti di Facebook si sente più vicino ai marchi che segue sulla piattaforma rispetto a quelli che non segue. La maggior parte degli utenti di Facebook (il 56%) è iscritta in media a 5 – 20 pagine aziendali. I membri della community sono soliti interagire con le aziende a cui sono iscritti più volte al giorno (il 26%) attraverso commenti, condivisioni o reazioni. La prima ragione per mettere “mi piace” alla pagina di un’azienda è quella di rimanere aggiornati sui loro nuovi prodotti e/o servizi (il 28%). Attorno al 63% degli iscritti al social network ha trovato dei prodotti o dei servizi sulla piattaforma negli ultimi tre mesi. Circa il 67% delle persone su Facebook ha acquistato qualcosa impulsivamente almeno una volta nella vita. La maggior parte degli utenti di Facebook segue dalle 5 alle 20 aziende Prima di tutto, vogliamo analizzare quante aziende segue in media l’utente di Facebook in modo da avere un’idea generale di quanto le persone siano ricettive nei confronti delle pagine dei marchi. Quindi – Qui sotto troverai una suddivisione dettagliata dei risultati: I dati mostrano che la maggior parte delle persone (il 56%) segue da cinque a venti aziende su Facebook. A quali settori loro sono particolarmente interessati? Diamo un’occhiata ai cinque che si sono distinti! Come puoi vedere, l’intrattenimento (25%) è in testa alla classifica, seguito dalla tecnologia (18%) e dalla bellezza (11%). Infine, è arrivato il momento di vedere quanto spesso gli utenti Facebook interagiscono con i marchi a cui hanno messo “mi piace” commentando, condividendo o reagendo ai loro post. Ecco i risultati: Solo il 4% degli intervistati ha risposto “mai”. Il resto interagisce con diverse frequenze; l’opzione più comune è “più volte al giorno” con il 26%. Questo la dice lunga. Le persone credono che essere iscritti a Facebook sia fondamentale Non sei ancora convinto? Vediamo cosa ne pensano gli intervistati dell’importanza di essere iscritti al padre di tutti i social media: Questi risultati mostrano che il 74% delle persone pensa che essere presenti su Facebook sia importante o molto importante per un’azienda. Subito dopo, abbiamo chiesto con quale intensità siano d’accordo o meno con l’affermazione “mi sento più vicino/a a quelle aziende che seguo su Facebook rispetto a quelle che non seguo”. Leggi le risposte qui sotto: I risultati ci dicono che l’82% dei partecipanti al sondaggio afferma di sentire un legame più forte con le aziende che seguono su Facebook. Questo si traduce in una maggiore fedeltà e un aumento delle vendite così come la nostra ricerca conferma: Le persone mettono “mi piace” alle pagine delle aziende per rimanere aggiornate Se sei consapevole di cosa spinge i membri della community di Facebook ad iniziare a seguire un’azienda, è più probabile che otterrai una crescita a macchia d’olio. Quindi – Ecco i cinque motivi che stanno dietro al “perché”: Il grafico mostra che il primo motivo per mettere “mi piace” agli account aziendali è quello di rimanere aggiornati sui nuovi prodotti/servizi dell’azienda (28%). Quindi questa è un’ottima idea per tenere il proprio pubblico informato. È interessante notare come la seconda motivazione più popolare sia quella di saperne di più sui valori e sulla responsabilità sociale del marchio (20%). Ciò suggerisce che gli utenti di Facebook vogliono vedere come i marchi s’impegnino a favore della società e contribuiscano al benessere dell’ambiente. Sulla stessa linea d’onda è uno studio di Aflac che ha rivelato che il 77% dei consumatori è motivato ad acquistare da organizzazioni impegnate a migliorare il mondo. Imprenditori, prendete nota! Perché hai bisogno di puntare di più sui contenuti informativi Il contenuto è il cuore di ogni strategia di Facebook. Quindi, andiamo ad esplorare quali tipi di contenuti le persone vogliono vedere di più dai brand che seguono: Così come probabilmente hai indovinato, i contenuti informativi (con il 34%) sono in testa alla classifica. Questo significa che le persone vogliono più post che forniscano informazioni preziose e utili. Ciò si rifà a un classico detto sul marketing: il contenuto è il re, ma è la qualità la regina! La maggior parte degli utenti di Facebook hanno scoperto prodotti o servizi da acquistare negli ultimi mesi Fin qui, tutto a posto. Ma adesso focalizziamoci su come i consumatori interagiscono con le aziende a cui hanno messo “mi piace”. Per questo motivo, abbiamo chiesto agli intervistati di ripensare all’ultima volta che hanno visto nel loro feed un post di uno dei brand che seguono e a ciò che hanno fatto dopo. Qui di seguito i risultati: I risultati ottenuti dimostrano come le persone tendano maggiormente a cliccare “mi piace”. Ciò aiuta a fare passaparola e a farti gratuitamente pubblicità. In più – Non dimenticarti di un notevole 14% degli intervistati che ha realmente acquistato qualcosa dopo essersi imbattuto nel post di un’azienda. Questa è una prova schiacciante dell’importanza di usare Facebook per le imprese. In questo senso, abbiamo anche chiesto di ripensare all’ultima volta che hanno scoperto un prodotto o un servizio su un determinato social network. Ecco le risposte: Un buon 63% di coloro che possiedono un account su Facebook afferma di aver scoperto un prodotto o un servizio attraverso la piattaforma negli ultimi tre mesi. Per niente male! Infine, vogliamo stimare quante

Sistema ERP: il cuore pulsante delle aziende moderne

Anche le PMI dovrebbero possedere un sistema ERP per essere davvero digitalizzate. Condividiamo la visione di ally Consulting. Molte aziende e PMI italiane hanno avviato un processo di digitalizzazione senza precedenti. Cuore pulsante di questa digitalizzazione è senza dubbio un sistema ERP evoluto. Il livello di modernizzazione che caratterizza le PMI in Italia non è quello che ci si potrebbe aspettare in questo momento storico. Spesso le aziende che hanno adottato soluzioni tecnologiche innovative non hanno applicato un approccio strategico al percorso di implementazione, riscontrando quindi difficoltà nel raggiungere l’obiettivo della strutturazione dei processi, fondamentale per ottenere il livello di digitalizzazione necessario per operare al meglio in un mercato in continua evoluzione. Ciò che manca affinché un numero sempre maggiore di piccole e medie imprese avanzino nel loro percorso di trasformazione digitale è una visione più ampia e a lungo termine che abbia come obiettivo strutturare e pianificare tutti i processi aziendali, e non concentrarsi solo sulla singola soluzione tecnologica da implementare. Infatti, il 70% dei progetti dell’industria 4.0 non ha ottenuto i risultati sperati perché ci si è limitati a collegare macchine ad applicazioni che sono rimaste indipendenti tra loro, scambiando dati in modo univoco, senza una strategia che mirasse a ripensare tutti i processi in ottica di integrazione. Il ruolo del sistema ERP nelle aziende Nel percorso di digitalizzazione l’implementazione di un sistema ERP evoluto ricopre un ruolo chiave per le aziende del settore manifatturiero, perché permette di ridisegnare e strutturare i processi e sfruttare al meglio tutte le risorse interne, migliorando i risultati sia in termini economici che di efficienza e qualità del lavoro dei dipendenti. Focalizzando l’attenzione su tutte le informazioni che arrivano dai diversi reparti, avere a disposizione numeri e dati in tempo reale permette di ottimizzare gli approvvigionamenti e la gestione del magazzino, in maniera facile e utile ai bisogni dell’azienda. Grazie a una gestione avanzata del dato che sempre più fornisce anche analisi predittive, è possibile inoltre definire gli indicatori di performance e monitorarli nel tempo. Tutto parte sempre da un sistema ERP che è il cuore di raccolta delle informazioni primarie delle aziende al quale poi si collegano tutte le arterie relative agli specifici ambiti. I sistemi ERP evoluti hanno un livello di copertura molto ampio; ormai l’Enterprise è vista a 360 gradi e funzionalità che un tempo non erano richieste oggi sono incluse, questo è il valore immediato che un’azienda riceve nel momento in cui sceglie una soluzione ERP evoluta. È un valore intrinseco nel prodotto, nella sua scalabilità e nella competenza del vendor che lo sviluppa. Un’altra componente importante riguarda il valore che un’azienda riesce a percepire e individuare nell’adozione di un sistema gestionale ERP. Le potenzialità del sistema ERP nella gestione aziendale Questi sistemi tradizionalmente nascono con il titolo di sistema informativo proprio perché hanno la capacità di gestire le informazioni, attraverso un KPI oppure una vista di dati facilmente accessibili. Funzionalità quali dashboard con indicatori di performance per l’analisi dei dati oppure homepage disponibili per ruolo aziendale con le informazioni caratteristiche del ruolo, diventano strumenti che migliorano la user experience di un utente rendendo il “mastodontico” ERP lo strumento perfetto per la gestione dell’azienda. Questo concetto vale ancora di più per aziende di medie e piccole dimensioni che beneficiano dell’adozione di un ERP evoluto potendo strutturare su di esso i propri processi aziendali e gestendo facilmente le informazioni tipiche di un processo. La digitalizzazione è sempre una scelta vincente In contesti economici sfidanti, la digitalizzazione risulta vincente soprattutto in tre aree principali: nell’ottimizzazione e ristrutturazione dei processi, integrati in un sistema ERP strutturato; nella gestione automatica del dato, soprattutto in ambiti quali la logistica e la produzione, grazie a tecniche predittive di artificial intelligence; nella capacità di realizzare simulazioni sul dato con logiche di process automation, digital twins e data analytics. Copertura funzionale elevata, user experience che trasmette all’utente la facilità di utilizzo e piattaforma di sviluppo aperta sono ulteriori elementi importanti da valutare nella scelta di un ERP di ultima generazione. “La nostra ambizione è affiancare le aziende nell’intero percorso di trasformazione digitale fornendo applicazioni e tecnologie in grado di portare innovazione al business, grazie all’investimento in persone e processi e con la garanzia di ritorno dell’investimento sicuro. Se la spesa in tecnologia o in formazione del personale viene vista come un costo, il fattore economico diventa un freno verso lo sviluppo”, dichiara Paolo Aversa, Managing Director, ally Consulting. “Mai come in questo momento le opportunità per fare questo passaggio sono state così alla portata dell’impresa, anche grazie ai finanziamenti europei. Il PNRR rappresenta infatti il giusto sostegno per le aziende che, stimolate dall’incentivo economico, decidono di intraprendere un percorso di digitalizzazione. Questo va poi trasformato in una concreta opportunità”.   Fonte:Bitmat

Corso IFTS di Cyber Security: Tecniche per la sicurezza delle reti e dei sistemi

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Acquisti online: nel 2023 cambiano le abitudini dei consumatori

Secondo la ricerca “Netcomm NetRetail” gli acquisti online sono sempre più omnicanale: i consumatori si informano prima di acquistare. Prosegue il percorso di crescita degli acquisti online, ma cambiano le abitudini di acquisto dei consumatori. Nel 2023 gli acquisti digitali degli italiani crescono del +13% e raggiungeranno 54 miliardi di euro. I Prodotti segnano un +8% rispetto al 2022 e a fine anno varranno 35,2 miliardi, mentre i Servizi toccheranno quota 18,8 miliardi (+22%). Nei prodotti, dopo il rallentamento generalizzato della crescita nel 2022, sono l’Abbigliamento, il Beauty e l’Informatica i comparti oggi più dinamici (con incrementi di circa il +10%), mentre frena la progressione del Food & Grocery (+1% rispetto a dodici mesi fa). Tra i servizi, continua la crescita del settore Turismo e Trasporti (+27% rispetto al 2022) e Ticketing per eventi. La penetrazione dell’online sul totale acquisti Retail è pari al 12%, stabile rispetto al 2022. Questi sono alcuni dei dati aggiornati sul mercato eCommerce in Italia, secondo l’ultima indagine dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano, che è stata presentata in occasione della plenaria di apertura di Netcomm Forum – l’evento di riferimento per il mondo digitale sui temi dell’evoluzione dell’eCommerce, del digital retail e della business innovation a livello nazionale e globale -, che quest’anno indaga le frontiere della shopping experience, come suggerisce il titolo “The Extended Retail: dai Metaversi allo Space Commerce” di questa diciottesima edizione. Cosa influenza i trend degli acquisti online? “Fornire una fotografia del commercio digitale in Italia è quanto mai un’attività complessa. Bisogna innanzitutto tenere conto delle nuove abitudini relative agli acquisti online dei consumatori, per i quali – soprattutto nel caso della Generazione Z – il confine tra online e offline non ha più senso di esistere. L’altra faccia del mercato è costituita dalle imprese, le quali si trovano ad affrontare una situazione economica instabile, anche a causa di fattori geopolitici, e l’urgenza di acquisire quelle competenze digitali e tecnologiche fondamentali per restare competitive sul mercato”, commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. “Da una parte, l’inflazione ha generato un’attenzione crescente per il prezzo da parte dei consumatori, mentre il reshoring e la ridefinizione della produzione hanno ridotto i margini delle filiere tecnologiche e dell’eCommerce. Intelligenza Artificiale, Blockchain, Realtà Aumentata, Metaversi e NFT stanno aprendo nuovi orizzonti e potenzialità nell’Extended Retail, ma portano con sé anche nuove sfide che le imprese, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, non possono affrontare da sole. Per questo, è essenziale che il Governo, anche attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sostenga questa evoluzione 4.0 del settore, si faccia carico della formazione digitale e supporti l’aggregazione delle PMI in consorzi per aiutarle a diventare competitive anche a livello internazionale. La valorizzazione del Made in Italy passa anche da questo”. Il profilo degli acquirenti online Sebbene non sia prevista una crescita nel 2023 del numero degli acquirenti online, stabilizzatosi intorno ai 33 milioni, il trend di crescita degli ultimi 10 anni porta ad interpretare questo dato più come un riassorbimento del boom della pandemia che come un arresto nel percorso di digitalizzazione dei consumatori in Italia. Inoltre, negli ultimi tre anni, la crescita degli acquirenti online abituali (persone che acquistano in media almeno una volta al mese) è stata 5,5 volte quella degli sporadici (persone che dichiarano meno di tre acquisti nel trimestre): gli abituali hanno raggiunto quest’anno 24,4 milioni, a testimonianza del fatto che l’eCommerce è ormai entrato nelle abitudini di acquisto dei consumatori italiani. Gli abituali, effettuando il 90% delle transazioni online e con scontrini di valore generalmente superiore alla media, generano la maggior parte del valore totale degli acquisti online (93%). Mentre nelle prime fasi dell’avvento dell’eCommerce l’età media degli acquirenti era di 36 anni, oggi si è notevolmente alzata (46 anni in media) e la quota degli acquirenti nei grandi centri urbani si è attenuata: in poche parole, il profilo degli acquirenti online si sta progressivamente avvicinando a quello dell’intera popolazione. L’esperienza di acquisto omnicanale Sempre secondo l’indagine Netcomm NetRetail, l’esperienza di acquisto degli italiani è sempre più omnicanale: il digitale diventa anche una risorsa per orientare la decisione di acquisto, anche nel caso si concluda poi in un punto vendita fisico. Infatti, nel 40% dei casi, i consumatori italiani si informano online prima di acquistare in negozio, prevalentemente attraverso la consultazione del sito web di un online retailer o del prodotto/servizio, l’utilizzo di un motore di ricerca o di un comparatore (di offerte o caratteristiche) e i suggerimenti reperibili via social (commenti e valutazioni). L’incidenza media della consultazione dei servizi online è molto variabile per categoria e raggiunge la frequenza di tre acquisti su quattro per i prodotti di Elettronica, seguiti dal 70% dell’Attrezzatura sportiva. Al tempo stesso, anche lo store ha un ruolo nell’aiutare il consumatore a finalizzare gli acquisti online: in un caso su quattro, infatti, l’acquisto online è stato preceduto da una visita presso un punto di vendita fisico. Acquisti online tramite Smartphone e App Secondo Netcomm NetRetail, più della metà degli acquisti online sono effettuati tramite un dispositivo mobile (Smartphone o Tablet), il restante da PC. L’incremento dell’utilizzo dello Smartphone negli acquisti eCommerce rispetto al pre-pandemia – passato dal 34% nel 2019 all’attuale 48% – è stato dovuto principalmente all’aumento degli acquisti via App e sembra aver raggiunto un equilibrio nel 2023. Sebbene lo Smartphone e le App non sembrino destinate a diventare l’unica modalità di acquisto online, hanno assunto un ruolo fondamentale per la gestione “smart” degli acquisti – basti pensare alle modalità di autenticazione necessarie nella fase di pagamento, spesso gestibili tramite riconoscimento facciale o fingerprinting. Oltre a questo, lo Smartphone è diventato l’anello di congiunzione tra il retail fisico e il digitale, arricchendo anche l’esperienza di acquisto nel punto di vendita: non solo è il touchpoint digitale più frequentemente attivato prima di concludere un acquisto in negozio, ma consente anche ai consumatori di essere riconosciuti, avere un profilo e vantaggi personalizzati, rendere l’esperienza di acquisto “sociale”, pagare con un “tap” e ricevere assistenza nella fase di

Chatbot troppo obsoleti: la svolta è l’Intelligenza Artificiale

Il 45% degli italiani preferisce parlare con una persona umana invece che con un chatbot, soprattutto gli utenti senior. L’empatia è il motore che spinge il rapporto tra brand e utenti. Se gli utenti sentono di non essere compresi o capiti, ne viene meno la fiducia. Ecco perché, in caso di necessità, i consumatori preferiscono rivolgersi ad una persona in carne e ossa che ad un chatbot. Ma la situazione potrebbe capovolgersi. La vecchia tecnologia scoraggia i consumatori Quattro italiani su dieci dichiarano di non sapere che cos’è un chatbot, l’86% sostiene di preferire il dialogo con un operatore umano mentre il 30% di chi non lo ha mai usato ammette di non averlo trovato sui siti che ha visitato: la scarsa diffusione del chatbot in Italia è dovuta alla presenza, sui siti delle aziende, di tecnologie di vecchia generazione che hanno generato negli utenti una percezione negativa. Nella classifica degli strumenti più utilizzati per dialogare con le aziende, infatti, il chatbot resta al terzo posto (47%) dopo email (73%) e call center (59%). Tra gli aspetti che dissuadono maggiormente i consumatori dall’utilizzo, oltre alla preferenza per il dialogo (46%), c’è il timore di non essere capiti (44%) e di ricevere risposte non accurate (34%). Al tempo stesso circa il 50% degli italiani dichiara che sarebbe invogliato a utilizzare i chatbot se questi fossero più precisi, il 26% cerca nello strumento maggiore empatia, il 20% rapidità nelle risposte. L’Intelligenza Artificiale porta più ottimismo Le nuove generazioni guardano invece con ottimismo ai chatbot collegando questa tecnologia al progresso dell’Intelligenza Artificiale: il 55% di chi ha meno di 24 anni ammette che ChatGPT ha migliorato la percezione dei chatbot, mentre per il 64% degli under 24 l’Intelligenza Artificiale porterà progresso nella società. Sono i dati emersi dall’indagine che indigo.ai, la startup parte del Gruppo Vedrai dal 2022, che aiuta le aziende più innovative a evolvere la propria customer experience grazie all’Intelligenza Artificiale conversazionale, ha commissionato a Dynata. Scopo dello studio è analizzare la percezione che i consumatori hanno dei chatbot, il gradimento di questa tecnologia come strumento per comunicare con i brand e i suoi sviluppi futuri. L’AI conversazionale fa evolvere la customer experience “Dall’indagine di Dynata emerge un quadro in cui conoscenza, aspettativa e soddisfazione dei consumatori sono fattori strettamente connessi. Da un lato c’è una fascia di consumatori che non si è ancora approcciata al chatbot o che sconta esperienze di comunicazione con i brand frustranti, dovute a chatbot di vecchia generazione poco empatici. Soprattutto quest’ultimo aspetto ha contribuito ad alimentare negli ultimi anni una percezione negativa dell’AI applicata alla comunicazione aziendale”, dichiara Gianluca Maruzzella, Co-founder & CEO di indigo.ai. “Dall’altra ci sono le nuove generazioni che conoscono ChatGPT e guardano all’Intelligenza Artificiale come uno strumento parte del quotidiano: da utilizzatori già rodati di chatbot, sono maggiormente consapevoli del potenziale che può offrire un chatbot di nuova generazione che utilizza l’Intelligenza Artificiale. Le ultime frontiere dell’AI conversazionale ci consentono di entrare in una nuova era di progresso tecnologico a servizio del retail. Sono poche le aziende che hanno deciso di evolvere la propria customer experience grazie all’Intelligenza Artificiale e, di conseguenza, i consumatori devono ancora interfacciarsi con chatbot di nuova generazione. In tale contesto la sfida di indigo.ai è fornire chatbot sempre più intelligenti, dotati di avanzati modelli linguistici e delle tecnologie di AI generativa per migliorare il rapporto tra azienda e clienti, e trasformarli nel canale privilegiato di dialogo”. Poco più di un italiano su dieci dialoga con il chatbot Tra la conversazione con il chatbot e quella con un essere umano, gli italiani non hanno dubbi: solo il 13% sceglie la prima opzione e la percentuale diminuisce con l’avanzare dell’età degli interpellati, raggiungendo l’8% tra gli over 55. La necessità di avere un dialogo con una persona in carne e ossa è anche la motivazione principale di chi non usa i chatbot, soprattutto tra gli utenti senior (45%). Chatbot assenti o solo per l’assistenza tecnica Il 30% di chi non ha mai usato un chatbot ammette di non averlo fatto poiché assente o introvabile sui siti dei brand visitati. A oggi, le aziende con cui gli intervistati dichiarano di aver conversato tramite chatbot sono soprattutto operatori di telefonia e internet (53%), fornitori di energia (29%), marchi di elettronica e tecnologia (28%), servizi assicurativi e bancari (25%): i chatbot di vecchia generazione sembrano quindi in grado di fornire assistenza tecnica, ma restano carenti in affiancamento al cliente nella pre vendita e nella post vendita. Anche la capacità di risoluzione dei problemi è parziale: solo nel 24% è sempre in grado di trovare una soluzione, aprendo quindi una strada di miglioramento con le nuove soluzioni di AI conversazionale. I chatbot del futuro Gli elementi che i consumatori vorrebbero trovare più spesso nei chatbot del futuro sono precisione (50%), empatia (26%) e rapidità nella risposta (20%). Il fattore velocità è anche identificato dalla maggioranza degli utenti (47%) come principale punto di forza del chatbot nel risolvere un problema, elemento determinante soprattutto per i giovani (55%). Se, infatti, anche per questi ultimi lo strumento più utilizzato per dialogare con le aziende resta l’e-mail (77%), tra gli under 24 la preferenza nei confronti dei chatbot è superiore al contatto telefonico: 58% contro 50%. Il 29% degli utenti under 24 afferma che, quando presente, il chatbot ha risolto “sempre” il loro problema o risposto alla richiesta, mentre il 54% dichiara “qualche volta”. AI e ChatGPT: una spinta all’utilizzo dei chatbot in Italia per le nuove generazioni Dallo studio emerge che, in generale, gli italiani hanno una percezione decisamente buona dell’Intelligenza Artificiale: il 74% dichiara di averne una visione positiva (voti 6-7) o molto positiva (voti 8-10). A guardare con ottimismo all’AI sono soprattutto i giovani: il 56% ne ha opinione molto positiva, per il 64% porterà a un progresso nella società. Anche rispetto all’utilizzo di ChatGPT le nuove generazioni guidano il trend: il 73% degli under 24 lo conosce e il 59% lo ha utilizzato (solo fra gli studenti il 46%), motivato da

Risparmio energetico: come agiscono le aziende italiane?

L’ultima ricerca di reichelt elektronik dimostra che le aziende investono su nuove tecnologie a favore di risparmio energetico e sostenibilità. Agire a favore della sostenibilità è un’azione comune intrapresa da tutte le aziende mondiali. Ma come si stanno muovendo le imprese italiane? Che misure prendono per il risparmio energetico? Le forti tensioni geopolitiche e la crisi economica hanno incentivato le aziende italiane, di ogni settore industriale, ad adottare misure di risparmio energetico, ricorrendo – in molti casi – a tecnologie all’avanguardia per arginare gli effetti del caro energia e dell’inflazione. Reichelt elektronik, uno dei più grandi distributori europei online di elettronica e di tecnologie IT, con un portfolio di oltre 130.000 prodotti, ha commissionato un’indagine alla società di ricerca OnePoll con l’obiettivo di intervistare 250 decision-maker IT in Italia appartenenti a diversi settori industriali per capire come si pongono le aziende italiane nei riguardi del risparmio energetico, analizzarne le preoccupazioni più imminenti e il loro livello di propensione ad effettuare ulteriori investimenti. Tecnologia e sostenibilità: una combinazione vincente Il tema del caro energia e, di conseguenza, delle possibili misure di risparmio energetico, è ormai da tempo al centro del dibattito pubblico-politico, ma anche in ambito aziendale ricopre un ruolo di primo piano. Il 64% dei rispondenti intervistati in Italia ha infatti dichiarato di aver investito in misure di risparmio energetiche negli ultimi 12 mesi, ad esempio installando sistemi fotovoltaici, monitorando i consumi di energia o abbassando le temperature degli ambienti. A questi si aggiunge il 27% delle aziende che ha affermato di non aver ancora effettuato investimenti in questa direzione, ma ha pianificato di farlo entro i prossimi 12 mesi. Tra le misure più diffuse, emergono in particolare: la sostituzione delle lampade tradizionali con quelle a LED (54%); la regolazione dei sistemi di riscaldamento degli ambienti a temperature più basse (45%); la sensibilizzazione della forza lavoro ad un utilizzo più consapevole delle risorse (43%); la sostituzione dei vecchi impianti di riscaldamento a gas con installazioni più efficienti dal punto di vista energetico (41%). Risparmio energetico: gli investimenti delle aziende italiane Si delinea dunque uno scenario in cui emerge la volontà delle aziende italiane di investire in nuove tecnologie. Il 72% di esse ha già avviato investimenti (o intende farlo) per l’installazione di un impianto fotovoltaico o per l’ampliamento di quello esistente. Il 60% delle aziende intervistate, invece, ha investito (o ha in programma di farlo) in sistemi di riscaldamento alternativo, come le pompe di calore. Le aziende italiane si stanno anche concentrando molto su investimenti a favore di tecnologie per il risparmio delle risorse: il 29% utilizza già tecnologie smart o altre tecnologie di controllo per il risparmio energetico delle macchine, mentre il 27% ha sostituito i vecchi impianti con nuovi macchinari o dispositivi più efficienti sul piano energetico. Secondo quanto emerso dalla ricerca di reichelt elektronik, questi investimenti hanno già generato dei successi tangibili per le aziende italiane: circa un quarto di esse (25%) è riuscita a risparmiare tra l’11 e il 20% di energia, mentre il 22% ha ottenuto risparmi più significativi, tra il 41 e il 60%. Burocrazia e budget ostacolano gli investimenti in nuove tecnologie Emergono tuttavia anche alcune preoccupazioni. Oltre la metà (53%) delle aziende italiane rispondenti al sondaggio, infatti, afferma che la mancanza di budget e disponibilità economiche ridotte siano la principale ragione per cui, ad oggi, non ha effettuato o pianificato alcun investimento per il risparmio energetico. Il 21% dei decision-maker IT, invece, ritiene che attualmente non sono necessari investimenti urgenti per ridurre i dispendi energetici. Un altrettanto 21% delle aziende italiane confida in tempi migliori e preferisce attendere la disponibilità di tecnologie più economiche. Ma l’ostacolo maggiore all’adozione di misure di risparmio energetico restano le lunghe procedure burocratiche. Circa un terzo (31%) delle aziende italiane intervistate ritiene che i processi burocratici e i lunghi iter di approvazione rendano i progetti incredibilmente lunghi e costosi. Il 28% considera invece le nuove tecnologie o la loro installazione troppo dispendiosa dal punto di vista economico. Il 23% ritiene di avere difficoltà a sapere quale tecnologia prevarrà nel lungo periodo. Ciononostante, il 66% è molto o abbastanza soddisfatto delle normative esistenti e di quelle adottate dalla propria azienda per incentivare il consumo energetico. In linea generale, il 44% delle aziende italiane concorda sul fatto che la tutela dell’ambiente, in questo caso attraverso misure di risparmio energetico, è molto importante per la propria azienda per dare un contributo positivo alla società. Costi elevati e mancanza di fiducia Nel complesso, la maggior parte (70%) dei rispondenti al sondaggio di reichelt elektronik sembra soddisfatta delle misure adottate dalla propria azienda, ma non per tutti è così. Il livello di frustrazione per gli elevati costi energetici (32%) e l’idea che la propria azienda non stia facendo abbastanza per risparmiare energia (30%) rappresentano l’altra faccia della medaglia, con il 17% delle aziende intervistate che ritiene che le misure di risparmio energetico non stanno producendo i risultati desiderati. Non solo: secondo il 26% delle aziende coinvolte nel sondaggio, i dipendenti prestano poca attenzione alle norme in vigore sul risparmio energetico. In altre, non vengono proposte nuove idee sul tema (25%), diminuiscono gli investimenti (24%) o i progetti avviati non vengono portati a termine (16%). Parallelamente, il 69% degli intervistati afferma che la loro competitività sarà compromessa se i prezzi dell’energia rimarranno così alti, mentre quasi la metà delle aziende (45%) non sarà più in grado di operare economicamente. Per questo motivo, il 45% degli intervistati vorrebbe che il governo fornisse più sostegno alle aziende particolarmente colpite dall’aumento dei costi energetici. Risparmio energetico: l’outsourcing resta l’unica soluzione? Nonostante tutti gli investimenti portati a termine per risparmiare energia, molte aziende hanno scelto la strada dell’outsourcing. Il 31% di esse sta attualmente trasferendo all’estero, in tutto o in parte, i processi ad alta intensità energetica, o ha già compiuto questo passo, a fronte del 36% delle aziende che ha in programma di farlo. “I dati emersi da questa ricerca testimoniano, almeno in parte, la lungimiranza delle aziende italiane, che hanno scelto di investire in

Trust Generative AI integra ChatGPT ai dati aziendali

Making Science presenta Trust Generative AI, la soluzione che permette di utilizzare la potenza dell’AI generativa di OpenAI con i dati contenuti nei database. Il mondo sta iniziando a conoscere e sfruttare la potenza dell’intelligenza artificiale generativa e un nuovo passo avanti viene fatto. Making Science, società internazionale specializzata nell’accelerazione digitale, ha lanciato sul mercato Trust Generative AI, strumento che sfrutta il potenziale del tool di OpenAI su cui si basa ChatGPT integrandolo con i dati proprietari dell’azienda e restituendo così contenuti più precisi, utili e allineati all’azienda, che mantiene il pieno controllo dei propri dati. Non solo: la nuova piattaforma proprietaria, frutto dell’attività di ricerca e sviluppo della società internazionale che opera in 13 paesi, risponde a un altro problema rilevato nei principali modelli di generative AI, ovvero l’assenza di informazioni aggiornate. Se i modelli di linguaggio di ChatGPT sono stati “allenati” con dati fino a settembre 2021, il training set alla base degli algoritmi di Trust Generative AI attinge anche ai dati aziendali recenti. Le potenzialità di Trust Generative AI La prima applicazione testata con successo è stata realizzata proprio in Italia, dove Making Science conta tre diverse sedi tra Milano, Padova e Rimini. Per il marketplace riminese Ventis, acquisito nel 2021 dalla società internazionale, Trust Generative AI ha “creato” infatti in pochi minuti un catalogo con 100 mila prodotti: le descrizioni sono risultate per il 95% allineate a quelle redatte dal dipartimento editoriale con un costo di circa 10 mila volte inferiore. Sviluppato con Google Cloud Platform e OpenAI grazie alla solida partnership fra Making Science e il colosso di Mountain View, questo nuovo strumento si presta a numerose applicazioni: oltre alle descrizioni di prodotti può generare ad esempio e-mail o FAQ o può gestire il call center aziendale attraverso la creazione automatica di messaggi audio. Un’innovazione che potenzia, e non sostituisce il fattore umano “La Generative AI porta con sé diversificazione e varietà nella generazione dei contenuti”, spiega José Antonio Martínez Aguilar, CEO Making Science, “ma almeno per un po’ di anni avrà bisogno di essere supervisionata dagli umani allo stesso modo in cui oggi controlliamo le auto mentre corrono in modalità self-driving”. Ecco che garantendo il controllo dei dati “Trust Generative AI consente alle imprese di guidare l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa e di guardare con fiducia a questa innovazione”. “Questo nuovo strumento”, aggiunge Victor Vassallo, Managing Director di Making Science Italia, “si affianca ad ad-machina, piattaforma dedicata alla generazione di inserzioni Google basata sul linguaggio naturale, e ci consente di accompagnare come partner tecnologico le imprese nella sfida di cogliere, e declinare sul proprio modello di business, a partire dall’analisi dei dati aziendali, tutto il potenziale della rivoluzione impressa dall’AI generativa. Le realtà che scelgono di cogliere già oggi questa opportunità, con cui inevitabilmente in un futuro non troppo lontano tutte le imprese dovranno fare i conti, avranno un grande vantaggio competitivo”. Fonte:bitmat

Icarius presentato a Bari dagli studenti di Poggiolevante

Alla presenza del Sindaco di Bari Antonio Decaro gli studenti di Poggiolevante presentano i risultati dei primi anni di attività dell’ASIRID, Alta Scuola Internazionale Residenziale per Innovatori Digitali illustrando, tra gli altri progetti, Icarius il software di UpNova Group dedicato alla pubblica amministrazione. Presenti all’evento il Dott. Giosef Perricci e Giandomenico Miccolis, amministratori di UpNova Group Srl Icarius è una piattaforma unica che offre molteplici servizi ai cittadini. Grazie al suo assistente virtuale, i cittadini possono gestire pagamenti, appuntamenti e documenti con facilità. L’OCR consente di digitalizzare i documenti con estrema semplicità eliminando la necessità di digitare manualmente i dati. Infine, la tecnologia Blockchain garantisce la sicurezza dei dati personali e miglioramenti nella gestione dei documenti grazie alla decentralizzazione. Icarius è certamente una soluzione innovativa e completa che può migliorare in modo significativo la vita dei cittadini. Con il Sindaco e le aziende partner, hanno commentano i progetti degli studenti ASIRID: Francesco Cupertino, Rettore del Politecnico di Bari Eugenio Di Sciascio, Vicesindaco di Bari Domenico Laforgia, Presidente dell’Acquedotto Pugliese Filippo Lanubile, Direttore del Dipartimento di Informatica dell’Università “Aldo Moro”, in rappresentanza del Rettore L’obiettivo dell’ASIRID è trattenere i talenti al sud attraverso un contatto diretto con il mondo imprenditoriale sin dal primo anno di università. Gli studenti, infatti, oltre a frequentare le aule del Politecnico e dell’Università di Bari, dedicano parte del loro tempo a risolvere problemi reali commissionati dalle imprese che erogano borse di studio al Collegio. In questo modo si ottiene un duplice risultato positivo: ragazzi con basse disponibilità economiche possono studiare a Bari in un ambiente esigente e formativo; giovani pugliesi e lucani si convincono che sul territorio esiste un ambiente imprenditoriale vivace che può accoglierli per la loro professione futura, evitando l’emigrazione al nord o all’estero.

Intelligenza artificiale: solo il 6,2% delle imprese italiane la utilizza

Solo il 6,2% delle imprese italiane utilizza sistemi di Intelligenza artificiale, contro una media Ue dell’8%. La percentuale di piccole imprese si attesta al 5,3%, contro il 24,3% delle grandi imprese. Nel 2022 oltre il 68,3% delle imprese pugliesi, in crescita dal 56,7% del 2021, e il 65,2% delle imprese lucane, in forte crescita dal 47,8% del 2021, ha raggiunto almeno un livello base di digitalizzazione (su media nazionale di 71,1%, ed europea di 68,8%). Seconda tappa a Bari, con Confindustria Puglia, Confindustria Basilicata e Confindustria Bari Bat per il ciclo di incontri “Intelligenza artificiale e PMI: esperienze da un futuro presente”, organizzato da Piccola Industria Confindustria e Anitec-Assinform, in collaborazione con la rete dei Digital Innovation Hub, con la partnership di Audi e la media partnership de L’Imprenditore. Si tratta di un roadshow che in due anni toccherà tutte le regioni italiane, con l’obiettivo di sensibilizzare e informare le piccole imprese associate a Confindustria sulle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale. Sono le stesse imprese a raccontare le proprie esperienze e strategie di impiego dell’IA in azienda, grazie alla presentazione di casi concreti e al confronto diretto con i partecipanti. L’intelligenza artificiale, di cui si discute da oltre 70 anni, è oggi al centro del dibattito politico-economico. Big data, elevate capacità computazionali e algoritmi più performanti ne permettono un impiego diffuso, capace di incidere nella vita quotidiana di imprese e individui in maniera ancora più profonda rispetto alle innovazioni precedenti. Tuttavia, nonostante le sue potenzialità, l’IA rimane ancora scarsamente utilizzata dalle imprese italiane, in particolare quelle di minori dimensioni: secondo dati ISTAT del 2021, solo il 6,2% delle imprese con almeno 10 dipendenti ha dichiarato di utilizzare sistemi di Intelligenza artificiale, contro una media dell’8% nell’Unione europea; in particolare, la percentuale di piccole imprese si attesta al 5,3%, contro il 24,3% delle grandi imprese. Il Mezzogiorno invece si dimostra in linea con l’UE27: 7,6% contro il 7,9%. Rimane invece inferiore la percentuale di imprese che organizzano corsi di formazione per sviluppare o aggiornare le competenze ICT dei propri addetti (2020): 12% circa nel Mezzogiorno rispetto a una media del 15,5% in Italia (GRAFICO 1). Secondo Anitec-Assinform, l’Associazione che in Confindustria raggruppa le aziende ICT, in Italia il mercato dell’Intelligenza artificiale ha raggiunto nel 2022 un volume di circa 422 milioni di euro (+21,9%) e, tra il 2022 e il 2025, è previsto che l’AI raggiunga i 700 mln nel 2025 con un tasso di crescita medio annuo del 22% (cfr. Rapporto Anitec-Assinform “Il Digitale in Italia 2022” v.2, GRAFICO 2). L’Intelligenza artificiale, insieme ad altri abilitatori del mercato (Digital Enabler) come ad esempio Cybersecurity, Big Data e Cloud, sarà un elemento di traino straordinario per lo sviluppo del mercato digitale italiano. Nonostante le prospettive positive, in Italia il mercato dell’IA resta meno sviluppato rispetto agli altri Paesi più industrializzati: per questo è fondamentale avere una visione strategica che consenta di accelerare e potenziare gli investimenti delle imprese, rafforzare le competenze digitali dalla scuola al mondo del lavoro e acquisire maggiore consapevolezza e conoscenza delle potenzialità dell’IA. Per quanto riguarda i dati regionali, nel 2021 il mercato digitale in Puglia ha registrato un valore di 3.183 milioni di euro con una crescita del 4,7% rispetto al 2020 (fonte: Rapporto Anitec-Assinform “Il Digitale in Puglia 2022”) e in Basilicata 385 milioni di euro, con un +3,5% rispetto al 2020 (Fonte Rapporto Anitec-Assinform “Il Digitale in Italia 2022”, GRAFICO 3). Più in generale, nel 2022 oltre il 68,3% delle imprese pugliesi e il 65,2 delle imprese lucane aveva raggiunto almeno un livello base di digitalizzazione (su una media nazionale di 71,1%, ed europea di 68,8%, dati ISTAT ed Eurostat), in crescita rispettivamente dal 56,7% del 2021 per le pugliesi, e dal 47,8% del 2021 per le lucane (GRAFICO 4). In sintesi, i dati confermano l’importanza crescente del digitale e dell’IA per le imprese della Puglia e della Basilicata, che stanno sempre più investendo in queste tecnologie per migliorare la propria competitività e creare nuove opportunità di sviluppo. “Il percorso che stiamo compiendo non è solo un percorso di diffusione dell’intelligenza artificiale, ma di ascolto delle piccole imprese che la vorrebbero applicare – ha sottolineatoPaolo Errico, Vice Presidente Piccola Industria Confindustria per Innovazione e Transizione Digitale. “Raccogliamo i casi di successo e ancor di più le difficoltà che incontrano, perché la trasformazione digitale è prima di tutto una strategia fatta di piccoli passi nel presente”. “Le Pmi, che rappresentano il 99% delle imprese italiane, costituiscono l’ossatura del sistema produttivo e la loro crescita nel digitale vuole dire impulso e innovazione diffusa in tutto il sistema – afferma Maria Rita Fiasco, Vice Presidente Anitec-Assinform con deleghe a skills per la crescita d’impresa e politiche di genere–. Il momento attuale e le opportunità del PNRR devono essere sfruttati anche per stimolare gli investimenti delle PMI, spingere l’innovazione, recuperare punti di produttività, rafforzare le filiere industriali al fine di consolidare la leadership industriale italiana nel mondo. L’intelligenza artificiale è un alleato prezioso per le imprese di tutte le dimensioni: è una tecnologia dall’enorme potenziale che valorizza e utilizza la conoscenza e i dati di cui le aziende dispongono per rendere più efficienti e sicuri i processi produttivi e stimolare lo sviluppo di prodotti evoluti. Con questa iniziativa e con le tante che abbiamo in cantiere, vogliamo far in modo che le PMI possano toccare con mano i vantaggi e le opportunità che derivano dall’utilizzo dell’IA, grazie alla viva voce di colleghi imprenditori e manager che hanno già avviato progetti di digitalizzazione evoluta. Dobbiamo stimolare la curiosità delle aziende, favorire la cultura dell’innovazione condividendo che l’IA non è una soluzione per il futuro, ma una concreta opportunità del presente”. Secondo Teresa Caradonna, Vice Presidente Piccola Industria Confindustria per ESG e Valore Sostenibile e Presidente Piccola Industria Confindustria Puglia “la digitalizzazione ha anche uno stretto legame con la sostenibilità. Gli obiettivi che ci prefiggiamo in termini di efficientamento energetico, riduzione degli sprechi e impatto ambientale delle produzioni possono ricevere un contributo molto rilevante da tecnologie digitali come l’intelligenza artificiale. Oggi abbiamo una grande occasione: lavorare in sinergia per vincere sia la sfida digitale che quella green”. “L’esperienza, i dati e gli studi presentati oggi

Internet of Things: mercato da 8 miliardi di euro nel 2022, +13%

Cresce in particolare il fatturato delle soluzioni IoT per l’agricoltura (540 milioni, +32%), la fabbrica (780 milioni, +22%) e l’edificio (1,3 miliardi, +19%) Nel 2022 il mercato italiano dell’Internet of Things continua la sua corsa: +13% rispetto al 2021, raggiungendo 8,3 miliardi di euro, nonostante i problemi legati alla carenza di semiconduttori e di materie prime, oltre all’instabilità economica e politica della guerra in Ucraina. Mercato IoT Tra i diversi ambiti IoT, la fetta più grande del mercato è rappresentata dalla Smart Car, con un fatturato da 1,4 miliardi di euro, pari al 17% del totale. Al secondo posto, le applicazioni IoT nel mondo utility (Smart Metering e Smart Asset Management) con 1,37 miliardi di euro, in crescita ma ormai prossime alla saturazione: nel 2022 sono stati installati altri 1,1 milioni di contatori gas connessi in utenze domestiche (84% del parco complessivo) e 1,7 milioni di smart meter elettrici di seconda generazione (64% del totale). Seguono poi Smart Building (1,3 miliardi), Smart City (830 milioni), Smart Factory (780 milioni), Smart Home (770 milioni), Smart Logistics (715 milioni) e Smart Agriculture (540 milioni). Gli ambiti che stanno crescendo di più all’interno del mercato IoT, però, in particolare sono Smart Agriculture (+32%), Smart Factory (+22%) e Smart Building (+19%). Gli oggetti connessi attivi in Italia sono 124 milioni, poco più di 2,1 per abitante. A fine 2022 si contano 39 milioni di connessioni IoT cellulari (+5% rispetto al 2021) e 85 milioni di connessioni abilitate da altre tecnologie di comunicazione (+15%). Tra queste, una spinta significativa arriva dalle reti LPWA (Low Power Wide Area) che vedono una crescita del 20% in un anno, passando da 2 a 2,4 milioni di connessioni. Anche quest’anno, la spinta maggiore sul mercato viene data proprio delle applicazioni che utilizzano tecnologie di comunicazione non cellulari, 4,5 miliardi di euro, +15%. Crescita più contenuta, pari al +11%, per le applicazioni che sfruttano la connettività cellulare, il cui valore di mercato arriva toccare quota 3,8 miliardi di euro. Sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno “Internet of Things: tra continuità e innovazione”. “Prosegue la crescita del mercato dell’Internet of Things, sia in termini di valore che di maturità dell’offerta – afferma Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio IoT -. Cresce la consapevolezza di aziende, pubbliche amministrazioni e consumatori, sempre più interessati a gestire da remoto asset e dispositivi smart, attivando servizi e funzionalità avanzate, mentre si accende la competizione con nuovi player globali. Nel contempo, aumentano le aspettative per il futuro, anche grazie ai grandi investimenti previsti dal PNRR e ai frequenti rincari dell’energia, che spingono aziende e consumatori a porre maggiore attenzione ai consumi, sfruttando anche le tecnologie smart”. “La carenza di semiconduttori e materie prime, insieme all’instabilità economica e politica con la guerra in Ucraina hanno parzialmente frenato lo sviluppo – osserva Angela Tumino, Direttrice dell’Osservatorio IoT –, ma il mercato dell’Internet of Things continua a crescere in modo tangibile. Avviene soprattutto in ambito Smart Agriculture, dove le aziende hanno potuto beneficiare degli incentivi 4.0 per l’acquisto di sistemi di monitoraggio e macchine connesse, e nei settori dello Smart Building e della Smart Factory, dove a far da traino sono le applicazioni dedicate al risparmio energetico e alla sicurezza, agevolate dagli incentivi, Superbonus ed Ecobonus, e dal Piano Transizione 4.0”. L’Industrial IoT L’Osservatorio ha condotto un’indagine su 153 grandi imprese e 301 PMI italiane in ambito Industrial IoT, da cui emerge che la quota di piccole e medie imprese a conoscenza di soluzioni I-IoT sale all’87% facendo registrare un incremento del +41% rispetto al 2021, mentre le grandi imprese sono il 98%. Il 77% delle grandi aziende e il 58% delle PMI ha deciso di avviare almeno un progetto. Per entrambe le tipologie di imprese, però, la mancanza di competenze risulta ancora il fattore principale che limita l’avvio dei progetti (44% grandi aziende e 38% PMI). “In generale, rispetto a quanto rilevato nel 2021 – evidenzia Giovanni Miragliotta, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Internet of Things -, si assiste a una riduzione del gap tra grandi imprese e PMI in termini di conoscenza (-39%) e diffusione dei progetti (-23%) di Industrial IoT. Questa ritrovata energia da parte delle PMI è stata fortemente trainata dal Piano Transizione 4.0: il dimezzamento dei crediti di imposta a partire dal 2023 potrebbe portare a un rallentamento di questa dinamica”. Guardando ai dati raccolti da dispositivi e macchinari connessi, il 48% delle grandi aziende e il 70% delle PMI utilizza poco o per nulla i dati o addirittura non lo sa. Tra le barriere che ostacolano le imprese nell’analisi e valorizzazione dei dati, la mancanza di competenze e di figure specifiche per la loro valorizzazione (indicata dal 50% dei rispondenti di grandi aziende e dal 30% di PMI) Le tecnologie Prosegue l’evoluzione tecnologica dell’Internet of Things, con lo sviluppo del 5G e la diffusione delle reti LPWA. Avanzano le piattaforme hardware IoT low-power, con il lancio sul mercato di nuovi System-on-Chip da parte dei maggiori produttori di semiconduttori, e si assiste al rilascio di nuovi processori ed edge computer ad alte prestazioni per le applicazioni più esigenti – quali ad esempio quelle di video processing – compatibili con cloud di elaborazione dedicati. “Prosegue il processo di standardizzazione delle specifiche del 5G ad opera del 3GPP, con importanti milestone per i prossimi rilasci, mentre cresce il numero delle reti a livello globale e le tecnologie disponibili sul suolo nazionale – spiega Antonio Capone, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Internet of Things -. Parallelamente, LoRa Alliance amplia il programma di certificazione, abilitando nativamente soluzioni IPv6 e introducendo la specifica “relay”, che consente di estendere la copertura a supporto di applicazioni in ambito metering e industrial”. Sul fronte dell’interoperabilità, qualcosa si sta muovendo, in alcuni ambiti in misura maggiore rispetto ad altri. È il caso ad esempio della Smart Home, dove nel corso del 2022 la Connectivity Standard Alliance (CSA) ha concluso la stesura delle specifiche di Matter, il nuovo protocollo per l’interoperabilità della Smart Home, seppur in ritardo sulla timeline definita nel 2020. PNRR e Internet of