Il mining di Bitcoin consuma più elettricità di 20 paesi europei
Più cresce la popolarità più aumentano i dubbi sull’effettivo “costo zero” della produzione della moneta crittografata Il 2018 sarà l’anno dei Bitcoin. Lo sarà non solo per la conoscenza e uso da parte dei consumatori ma soprattutto per la convinzione di poter davvero sfruttare la moneta del web come mezzo di pagamento per oggetti reali, oltre i contenuti multimediali o di dubbia provenienza. Più aumenta l’interesse intorno alla valuta crittografata, più alcuni studi si concentrano sull’effettivo costo del mining che vi è alla base. Stando a un report di Power Compare, il volume totale dell’elettricità necessaria a minare il soldo presso ogni singolo utente oggi attivo è pari a quello di 159 paesi europei nello stesso periodo preso in considerazione. Tra questi vi sono l’Italia, la Francia, la Germania, l’Inghilterra e la Spagna, insomma in tutto più di 20 nazioni nel nostro continente. Cosa succede L’indagine di Power Compare è utile anche per capire quanta differenza ci sia ancora tra Nord e Sud del mondo, tenendo i Bitcoin proprio come metro di riferimento. Solo tre paesi africani attualmente consumano più elettricità del mining: Sud Africa, Egitto e Algeria, mentre tutti gli altri del continente sono al di sotto della soglia richiesta in media dai coin. Una soglia che, a conti fatti, potrebbe essere ben più elevata da quanto considerato da Power Compare, visto che le metriche si riferiscono al processo di ottenimento della moneta in città e fasce orarie con livelli di tariffazione più convenienti. In ogni caso, sempre più persone decidono di tuffarsi nel magico mondo della criptovaluta: negli ultimi 30 giorni, il consumo è cresciuto del 30% a livello globale. The post Il mining di Bitcoin consuma più elettricità di 20 paesi europei appeared first on Data Manager Online.
La smart city è trasparente, flessibile e aperta al dialogo
Nella smart city ideale i cittadini vengono ascoltati e il governo mostra e condivide il proprio operato. La situazione in Italia è terribile come sembra? Sì, ed è il momento di rimboccarci le maniche La gestione e l’uso dei dati relativi alla nostra privacy e ai luoghi in cui viviamo prevedono un rapporto tra PA e cittadini basato sull’onestà e sulla fiducia. “Saper ascoltare, sapersi mostrare”- questo potrebbe essere il mantra da ripetere e ripetere in ottica di open government, tassello base nella costruzione della smart city. In che senso? Ascoltare i cittadini, un esercizio di pazienza ed empatia. Mostrare e condividere il proprio operato, un esercizio di trasparenza. Purtroppo – però – il dato italiano su questo tema è disperante: con un punteggio di 52 su 100, Transparency International ci aggiudica il terzultimo posto sul tema della “openness”, dell’apertura ai dati. Avremmo da appuntare al petto la medaglia di bronzo se la classifica fosse stilata dal peggiore al migliore e vanteremmo addirittura un oro se il confronto lo delimitassimo ai paesi dell’Europa occidentale, dove abbiamo il punteggio più basso in assoluto. La classifica è stilata all’interno dell’Indice di Percezione della Corruzione (CPI) di Transparency International (1) che monitora il livello di corruzione nel settore pubblico e nella politica in paesi di tutto il mondo. Per redigerla, Transparency International ha analizzato nove ambiti di cui, per quanto riguarda l’infelice caso italiano, solo tre raggiungono un punteggio di efficacia sufficiente (ovvero superiore ai 60 punti su 100). In particolare, a trascinare in basso la nostra media, con un punteggio rispettivo di 25 e 29 su 100, sono il cosiddetto whistleblowing (2) e l’inesistenza di una regolamentazione efficace delle attività di lobbying. Poco stupore, ma tanta amarezza. Non bisogna demordere – però – perchè il capitolo trasparenza pubblica si è riaperto qualche mese fa con la pubblicazione delle prime linee guida (3) che rendono attuativa la normativa FOIA, legislazione adottata sul modello statunitense Freedom of Information Act. Le regole della #smartcity Trasparenza, flessibilità, openness @urbanocreativoClick To Tweet E perché questo tema è così importante anche per la smart city? Avere la capacità di produrre, gestire e mettere a frutto i dati e le informazioni della città è un tassello fondamentale per migliorare la qualità della vita nelle città stesse, per sviluppare nuovi modelli di produzione, consumo e stili di vita sostenibili e mettere il rispetto dei diritti umani al centro delle strategie e dei comportamenti aziendali. Trasparenza nell’amministrazione pubblica significa potenziare la forma di accesso civico ai dati e ai documenti pubblici e ridurre le opportunità di frode, aumentando la capacità di scoprire casi di corruzione. La trasparenza per la smart city vuol dire obbligo verso la digitalizzazione, accesso ai cittadini e semplificazione dei processi. Vuol dire monitoraggio del territorio, capacità di intervento immediata, eliminazione di disagi e disservizi, l’ascolto dei cittadini e il dialogo con essi, e questo necessita di un’organizzazione efficiente di uffici e personale. Ed è così che lo Stato trasparente si traduce in amministrazione flessibile, aperta al dialogo, e promuove l’intelligenza collettiva nella società. Giulia Cattoni @urbanocreativo (1) https://www.transparency.it/indice-percezione-corruzione/ (2) Il whistleblowing è la messa in condizione a vantaggio di un soggetto di segnalare attività illecite o fraudolente all’interno di un’amministrazione pubblica. Le attività di lobbying si riferiscono invece a gruppi organizzati che cercano di influenzare dall’esterno le istituzioni per favorire particolari interessi. (3) Approvazione della delibera 1310, dicembre 2016: ANAC ha reso note le prime linee guida recanti indicazioni sull’attuazione degli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni. Dal 31 gennaio 2017 è partita l’attività di vigilanza. The post La smart city è trasparente, flessibile e aperta al dialogo appeared first on Data Manager Online.
L’Fbi sapeva del rischio hacker russi ma non avverti’
Inchiesta dell’AP su tentate violazioni account email funzionari
ADP 5.0 – Il lavoro (hi-tech) con la persona al centro

Il leader globale delle paghe celebra i suoi primi 50 anni di presenza italiana con un convegno che esplora le conseguenze dell’automazione sul modo di lavorare. La trasformazione digitale dipende anche dalla qualità della gestione del capitale umano Una convention tutta dedicata sul presente e sul futuro del lavoro. Un’intera mattinata di approfondimento e di dibattito che non ha rinunciato ad alcuni momenti di vera, anche se stimolante, provocazione. Come l’intervento di Riccardo Staglianò, il giornalista italiano che più di tutti ha affrontato in questi ultimi anni la non marginale questione degli effetti che un uso massiccio di tecnologie robotiche e di intelligenza artificiale potrebbe avere sui livelli di occupazione. ADP Italia ha scelto la formula del festeggiamento collettivo, ma intelligente, per celebrare i suoi cinquant’anni di presenza sul mercato italiano. Parliamo di un’azienda che affonda le proprie origini nell’era pionieristica della “meccanografica”, considerata la lunga esperienza già maturata alla fine degli anni 50, quando la realtà specializzata in servizi di elaborazione dei libri paga fondata da Henry Taub nel 1949, viene ufficialmente ribattezzata Automatic Data Processing, a sottolineare il lungimirante investimento in tecnologie come le schede perforate e, subito dopo, i primi “computer mainframe”. Anche attraverso una puntuale strategia di acquisizioni, oggi ADP Italia è cresciuta in modo considerevole, superando la fatidica soglia del milione di payroll, cedolini elaborati, una cifra equamente ripartita tra quelli predisposti dai datori di lavoro equipaggiati con soluzioni ADP e quelli che la stessa ADP genera attraverso la propria server farm per conto di una sempre più vasta clientela “as a Service”. Una formula, quella del full outsourcing, verso cui la multinazionale americana sta spingendo molto a fronte della crescente complessità dell’intera problematica rappresentata dalla proficua gestione del capitale umano. #HR #HCM Automatizzare i processi senza spersonalizzare il servizio @ADP_itClick To Tweet CUSTOMER SATISFACTION DA PREMIO Ma se il futuro del lavoro dipenderà dalle intelligenze artificiali, ADP metterà a libro paga anche i robot? Sorride, Virginia Magliulo, general manager di ADP in Italia, incarico assunto due anni fa dopo una lunga esperienza maturata, in IBM, guarda caso nell’ambito dell’outsourcing. Con il suo arrivo, il leader delle soluzioni HR sembra aver ingranato una marcia in più. La customer satisfaction è aumentata in misura considerevole, gli obiettivi finanziari sono stati raggiunti e superati. «Il nostro mercato di riferimento è così vasto e diversificato per settore che abbiamo la fortuna di poter modulare le nostre aree di focalizzazione. L’automazione non ci fa certo paura, e anzi siamo i primi a cercare di introdurre tanta innovazione nei prodotti e nei servizi. Lo scopo è ridurre i margini di errore e incrementare il volume di informazioni a parità di risorse impegnate. È un ottimo modo per reinvestire in qualità e valore aggiunto per il cliente». Oggi, ADP in Italia, con un headcount di 790 persone può vantare ricavi pari a 90 milioni di euro e il team di Virginia Magliulo si è visto riconoscere un premio a livello di tutti i mercati non-USA, proprio per l’eccellenza del servizio. Nicola Uva, senior director EMEA marketing program Tuttavia, la trasformazione digitale porta con sé dinamiche di cui un’azienda che persegue una nuova vision applicata alla gestione delle risorse umane non può non tener conto. ADP lo fa attraverso una dettagliata ricerca commissionata a The European House – Ambrosetti e presentata in occasione dell’evento milanese. Il documento – “ADP 5.0 Come la digitalizzazione e l’automazione cambiano il modo di lavorare” – fornisce una marea di indicazioni sulle conseguenze della trasformazione sul lavoro, non certo in termini di disoccupazione, quanto di “ri-occupazione”, multidisciplinarietà negli approcci, collaborazione, smart working. Per dare qualche dato, in Italia c’è un robot industriale in funzione ogni 62 lavoratori del settore manifatturiero, dove sono già cospicui gli effetti della cosiddetta quarta rivoluzione. Nel 2016, il mercato italiano dell’Industry 4.0 ha raggiunto – secondo Ambrosetti – un valore complessivo di 1,83 miliardi di euro. Tanti sono i capitali che le aziende manifatturiere investono in soluzioni di trasformazioni digitali che arrivano fino al fatidico “shop floor”, l’ambiente di fabbrica, con una preponderanza (44%) in prodotti e servizi ICT. #HR In Italia c’è un robot ogni 62 lavoratori del settore manifatturiero @ADP_itClick To Tweet IL LAVORO NELL’INDUSTRY 4.0 Sul piano tecnologico, ricorda Virginia Magliulo, ADP sta affrontando con decisione un altro aspetto che caratterizza il fenomeno dell’Industry 4.0: l’esplosione dei dati digitali. In meno di dieci anni, dal 2000 al 2007, si legge nello studio ADP-Ambrosetti, la percentuale di dati archiviati in formato digitale è passata dal 25 al 97 per cento. Tutto questo comporta sicuramente una serie di difficoltà contingenti nella capacità di mantenere l’integrità e la visibilità dell’informazione, ma nell’ottica del pianificatore vale soprattutto la possibilità di connettere oggetti e persone che partecipano attivamente alla produzione, convertendo la massa dei dati generati in nuovi margini di efficientamento e previsione dei carichi futuri. «Su questo versante – sottolinea ancora Virginia Magliulo – ADP ha messo a punto una nuova tecnologia: DataCloud. Si tratta di un insieme di tool analitici concepito per i professionisti dell’ufficio del personale che potranno misurare, correlare, anticipare dati e tendenze estratti dalla miriade di informazioni generate dal capitale umano delle aziende. Secondo il general manager di ADP in Italia, attraverso una soluzione come DataCloud, l’impatto dei big data avrà effetti dirompenti nell’intero ambito della gestione dei talenti, a partire dalla fase di selezione e reclutamento, durante la quale uno strumento analitico può fornire un valido supporto decisionale, anche in ottica predittiva, nel vagliare le caratteristiche “hard” e “soft” dei candidati a un posto di lavoro o nel suggerire i percorsi di carriera più indicati. Un altro fronte di attività riguarda la user experience, un tema che coinvolge non solo i responsabili HR ma l’intera forza lavoro ormai assuefatta ai vantaggi del “digital lifestyle”. «Lo sforzo dei nostri sviluppatori – osserva Virginia Magliulo – è costantemente rivolto all’ottimizzazione delle interfacce dei prodotti, che devono essere sempre più simili alle applicazioni che consentono ai consumatori di interagire sui siti di informazione e di e-commerce: «Più accattivanti nel
Nextatlas, tutto quanto fa(rà) tendenza
A Torino, l’innovativa applicazione big data. Nata quasi come un gioco per la community di potenziali trend-setter, Nextatlas è diventato un potente strumento AI di analisi e previsione Le vite di milioni di persone si intrecciano istante per istante con i “luoghi” di Internet, in particolare i social network, i blog, le recensioni su prodotti ed esercizi commerciali, i mille contenitori personali in cui riversiamo gioie, paure, sensazioni, giudizi. In questo flusso ininterrotto, imponente, si nascondono le cose che “fanno tendenza”, gli aggregatori del consenso delle persone. Cogliere per primi i deboli segnali di questi trend può significare molto: un concreto vantaggio competitivo nel lancio di un nuovo prodotto, una campagna pubblicitaria più efficace, o perché no, un messaggio elettorale vincente. Nextatlas è una sorta di telescopio “big data” puntato sulla radiazione di fondo del social web, un “sensore” che con i suoi sofisticati algoritmi di correlazione, la potenza dei suoi motori semantici, è in grado di cogliere i deboli segnali di tutto quanto possa fare tendenza. COME NASCE L’IDEA L’idea nasce da due fratelli torinesi, Luca e Alessio Morena: uno ricercatore al dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna, l’altro architetto, catturato molto presto dalla Rete e convertitosi alla comunicazione digitale. Il loro è un percorso imprenditoriale che si svolge in due tappe. «Prima di buttarci nell’avventura di Nextatlas – dice Alessio Morena – abbiamo creato un mobile social network che sfruttava le capacità dell’iPhone e si chiamava iCoolHunt. Era il 2012 e allora immaginavamo di poter condividere le tendenze emergenti in una comunità di trend setter, facendo emergere quelle più significative». C’era un forte elemento di gamification in quel primo esperimento, per certi versi simile all’Instagram di allora, ma anticipatore del concetto di stream visuale utilizzato come diario del gusto e della moda di cinquantamila utenti motivati. «Un primo round di un milione di euro, concesso dal fondo Atlante Venture di Intesa San Paolo, ci aveva permesso di realizzare il social network, ma avevamo già in mente il vero obiettivo: un tool capace di mettere in evidenza dati e informazioni di business intelligence e soprattutto di forecasting rivolto ad aziende e altre istituzioni». Nel maggio di quest’anno, forte del successo ottenuto con iCoolHunt e dell’arrivo dei primi clienti commerciali, un secondo round di finanziamenti provenienti da un insieme di investor internazionali e “family office” (termine che designa un fondo strutturato basato su capitali di famiglia) consente a Luca e Alessio di compiere un significativo balzo in avanti nel giovane ma fiorente mercato dei big data. #vision @nextatlas Tutto quanto fa(rà) tendenzaClick To Tweet A CACCIA DI VERI INFLUENCER «Nextatlas – spiega ancora Morena – è un grande motore di intelligenza artificiale che analizza milioni di dati da social come Tumblr, Instagram, Twitter. Puntiamo a identificare in questi flussi i cosiddetti “influencer”, che non sono, per intendersi, personaggi alla Chiara Ferragni, ormai solo dei testimonial pagati, ma membri autorevoli e indipendenti di piccole community. Queste community vengono modellate, sui modelli vengono applicati algoritmi che risalgono alle fonti delle fonti e il network si estende a un certo numero di insider. Oggi, sono circa trecentomila persone in tutto il mondo e insieme ogni mese macinano miliardi di data point». Dati che vengono ulteriormente arricchiti attraverso la geolocalizzazione, il timbro temporale, descrizioni più dettagliate e che alla fine vengono analizzati con algoritmi di correlazione in grado di amplificare la più piccola traccia di un trend emergente. «Tutto sta nella forza delle macchine» – sottolinea Morena. Con Nextatlas riusciamo a cogliere “onde” altrimenti invisibili». Tra le varie analisi, c’è anche quella testuale-semantica, che Nextatlas realizza con il motore semantico Cogito di Expert System. Ma c’è anche l’analisi delle immagini, per la quale è stato scelto il motore di riconoscimento visuale di Clarifai, la tecnologia leader nel campo. Persino l’analisi cromatica che serve all’utente per valutare meglio gli abbinamenti di colore di un abito o di un paio di scarpe. Nextatlas cerca di sfruttare al meglio il meccanismo dei microservizi, delle funzionalità modulari accessibili via API, per non dover reinventare cose già fatte e ottimizzare la sua “dashboard”. #vision @nextatlas Come tracciare l’evoluzione dei #trends in realtimeClick To Tweet COME FUNZIONA Tutte le informazioni ottenute dall’AI di Nextatlas vengono infine validate da un gruppo di esperti umani, che confermano e affinano i trend identificati e tradotti in una serie di tag che trasformano il motore analitico in un potente motore di ricerca. «Un altro vantaggio è che tutte queste informazioni sono collegate tra di loro, e permettono di focalizzarsi solo su una determinata nazione o città, addirittura, su un singolo quartiere. Ma il vero valore aggiunto è l’analisi qualitativa sulle evidenze quantitative, che vengono accumulate per essere esposti al cliente sotto forma di circa 400 trend – da “micro” a “macro” – che riguardano di tutto, il design, la tecnologia…». Come viene utilizzato Nextatlas, quale tipo di organizzazione accede a questa piattaforma di analisi e previsione? Il mercato di riferimento è quello della business intelligence di nuova generazione, dei tool di supporto decisionale utilizzati dalla Industry 4.0. «Apparteniamo a una nicchia, quella del trend forecasting, che nasce negli anni 90 per merito di una azienda londinese, la WGSN, che aveva inventato il concetto di trendbook da digitalizzare e diffondere in rete. La dashboard di Nextatlas viene utilizzata in ogni settore, in genere da clienti di grandi dimensioni con forti strutture di marketing e R&D, ma anche dai centri stile, come dai centri media». Alessio Morena riferisce per esempio di un cliente pubblicitario che grazie alle informazioni “anticipatrici” di Nextatlas è riuscito ad aggiudicarsi una gara bandita da un grande brand di cosmesi. Ma la giovane azienda può vantare tra i suoi clienti tutto il gruppo FCA, imprese alimentari e molti prodotti di consumo. I trend rilevati con il deep learning hanno avuto un ruolo anche nella recente campagna elettorale in Sicilia. La conoscenza estratta può servire per impostare una campagna di comunicazione vincente, ma anche per riconoscere il sapore giusto da conferire alla nuova merendina. Con Lavazza è stato fatto un lungo lavoro
Cyber Monday verso vendite online record
Adobe Analytics, negli Usa transazioni per 6,6 mld di dollari
Cervello, ecco perché gli uomini sono più evoluti delle scimmie
Un team di ricercatori pisani ha scoperto la particolarità dell’evoluzione del cervello umano In che cosa si differenzia il nostro cervello da quello degli scimpanzé? Uno studio ha individuato nella corteccia cerebrale dell’uomo un particolare tipo di neuroni, gli interneuroni dopaminergici, assenti in quella di grandi primati come i gorilla, considerati i nostri parenti più prossimi. Durato sei anni, lo studio è stato pubblicato sull’ultimo numero della rivista Science. Tra gli autori c’è Marco Onorati, ricercatore al Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa e “visiting scientist” alla Yale University, nel laboratorio del professore Nenad Sestan. Capacità cognitive uniche “Il nostro cervello possiede capacità cognitive che lo rendono unico – spiega Onorati – e l’identificazione nella corteccia cerebrale umana degli interneuroni dopaminergici, non presenti in quella delle grandi scimmie africane come scimpanzé, bonobo e gorilla, costituisce un passo importante nella comprensione di cosa ci rende umani”. Effettuando un’analisi genetica comparativa del cervello umano e di quello degli altri primati i ricercatori hanno quindi scoperto alcuni geni arricchiti nel nostro cervello, tra cui quelli per la sintesi della dopamina. Questi ultimi sono stati rilevati all’interno della sostanza nera del mesencefalo sia dell’uomo che degli altri primati, ma solo nel cervello umano si trovano anche nella corteccia cerebrale. Per comprendere a fondo le funzionalità sono stati generati in laboratorio grazie all’utilizzo di cellule staminali pluripotenti. “Per quanto riguarda i numeri, questi interneuroni sono rari, meno dell’1% – conclude Onorati – e tuttavia, essendo coinvolti nella sintesi della dopamina, possono regolare funzioni cognitive superiori tipiche dell’uomo, come la memoria e il comportamento, oltre ad essere coinvolti in malattie come il Parkinson o alcune forme di demenza, per le quali questo studio potrà in futuro fornire nuove prospettive”. The post Cervello, ecco perché gli uomini sono più evoluti delle scimmie appeared first on Data Manager Online.
I contenuti online protagonisti del mercato unico digitale
Il mercato unico digitale prende forma e l’Europa sta operando una revisione normativa che ne tocca i diversi aspetti. Molto si è parlato delle novità sul fronte privacy con l’entrata in vigore della GDPR, ma anche altre aree sono di interesse per chi offre servizi digitali nel Vecchio Continente Lo scorso 30 giugno è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il Regolamento relativo alla portabilità transfrontaliera di servizi online nel mercato interno (Regolamento UE 2017/1128 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 14 giugno 2017). Scopo della Commissione europea è quello di raggiungere un equilibrio funzionale tra i principi fondanti del mercato interno (come la libera circolazione di persone e servizi all’interno del mercato unitario) e la protezione della proprietà intellettuale. La diffusione di dispositivi portatili quali smartphone, tablet e notebook facilita opportunità di business che incontrano il desiderio di fruizione di applicazioni e contenuti online (dagli e-book alla musica, senza tralasciare opere audiovisive in streaming) a prescindere dal luogo in cui il consumatore si trovi. Interesse dei fornitori di tali servizi e contenuti è che tale accesso sia possibile e assicurato anche al di fuori dei confini del paese di residenza, in tutti gli stati membri. LE CRITICITÀ AFFRONTATE DALLA COMMISSIONE I diritti per la trasmissione di contenuti tutelati dal diritto d’autore o da diritti connessi sono spesso concessi attraverso licenze territorialmente finite. Gli stessi fornitori, al momento, scelgono spesso di operare solo in determinati mercati. Questo avviene anche per motivi contrattuali: i titolari dei diritti offrono spesso licenze su base esclusiva (territoriale) che porta a clausole restrittive verso il consumatore che vedrà impedito l’accesso a quei servizi da indirizzi IP localizzati al di fuori del territorio di residenza. Anche pensando a tipologie di contenuti quali gli eventi sportivi, non protetti dal diritto d’autore o da diritti connessi a norma del diritto dell’Unione, ci si scontra con tutele disciplinate a livello nazionale che sono, inevitabilmente, vincolate anch’esse su base territoriale. Giulia Rizza @ColinPartners I contenuti online protagonisti del #Mercatounico2018Click To Tweet COSA CAMBIA CON IL REGOLAMENTO UE PER LE IMPRESE Il Regolamento vuole quindi spezzare tale impasse e rendere innovazione e competitività più efficaci e percorribili. I fornitori di servizi a pagamento dovranno garantire, senza alcun onere aggiuntivo, “a un abbonato che sia temporaneamente presente in uno stato membro di accedere al servizio di contenuti online e di fruirne con le stesse modalità del servizio offerto nello stato membro di residenza, anche assicurando l’accesso agli stessi contenuti su dispositivi identici per numero e categoria, per lo stesso numero di utenti e con la medesima gamma di funzionalità”. Viene esplicitamente previsto il divieto per il fornitore di “intraprendere azioni volte a ridurre la qualità della prestazione del servizio”, nonché l’obbligo di informare preventivamente i consumatori circa la qualità delle prestazioni transfrontaliere. Per quanto riguarda i fornitori di servizi gratuiti, invece, la scelta di renderli disponibili oltre frontiera è libera e rientra quindi nella valutazione di opportunità commerciali per competere nel mercato unico digitale. L’unico obbligo previsto per entrambe le categorie di fornitori è quello di rispettare la disciplina regolamentare in merito alla verifica dello stato di residenza dell’abbonato entro due mesi dalla data in cui il servizio transfrontaliero viene fornito, nonché l’obbligo di informare di tale scelta, preventivamente alla fornitura dei servizi transfrontalieri, abbonati e titolari di diritti d’autore e di diritti connessi. L’obbligo di verifica può essere espletato alla conclusione o al rinnovo del contratto e comunque entro il 2 giugno 2018. Ovviamente, il trattamento dei dati che ne seguirà – il fornitore può richiedere a tal fine informazioni fiscali, anagrafiche e di natura bancaria – dovrà essere conforme alle direttive comunitarie in materia (95/46/CE e 2002/58/CE) e “limitati a quanto è necessario e proporzionato per conseguire la finalità perseguita”. Il nuovo regolamento troverà applicazione a partire dal primo aprile 2018. Giulia Rizza è avvocato, senior consultant di Colin & Partners – www.consulentelegaleinformatico.it The post I contenuti online protagonisti del mercato unico digitale appeared first on Data Manager Online.
Samsung POWERbot “Star Wars”: arrivano anche in Italia i “droidi” che gli appassionati stavano aspettando
L’ultimo robot aspirapolvere è dedicato ai fans di Guerre Stellari in una special edition con funzionalità esclusive e un design a tema L’invasione è iniziata. Le truppe di POWERbot stanno entrando nelle case del pianeta per combattere il lato oscuro della polvere. Arriva in Italia la nuova special edition del POWERbot VR7000 di Samsung ispirata al mondo dell’iconica serie “Guerre Stellari”. L’innovativo e potente robot aspirapolvere, disponibile in versione Darth Vader e Stormtrooper, veste ora panni interstellari e strizza l’occhio ai fan in attesa di “Star Wars: Gli ultimi Jedi”, l’ultimo capitolo della saga prodotta da Disney e Lucas Film in uscita il 13 dicembre. La versione ispirata a Darth Vader, dotata di connettività Wi-Fi e di uno speciale telecomando, raffigura il celebre elmo nero di uno dei personaggi che hanno fatto la storia del cinema, mentre la versione Stormtrooper replica il famoso casco bianco e nero degli “assaltatori imperiali”. Entrambi i modelli offrono divertenti ed esclusivi effetti audio legati al personaggio. All’accensione, per esempio, il POWERbot Darth Vader riproduce l’inconfondibile respiro “cavernoso” del leader delle forze imperiali. Il POWERbot VR7000 Star Wars special edition garantisce tutte le funzionalità e le efficaci tecnologie di pulizia del modello standard, tra cui una potenza di aspirazione di 10 watt, la tecnologia CycloneForce ed Edge Clean Master, che permette all’aspirapolvere di agire in prossimità di pareti e anche degli angoli. Ambedue i dispositivi possono ”navigare” in totale autonomia grazie al sistema Visionary Mapping™ Plus, che memorizza la planimetria della stanza e trova i percorsi più rapidi per pulire l’ambiente. FullView Sensor™ 2.0 assicura una pulizia accurata, senza danneggiare arredi o altri oggetti, a una distanza di appena 10 mm. Grazie alle esclusive funzionalità smart e alle prestazioni superiori, il POWERbot VR7000 ha ottenuto il riconoscimento 2017 CES Innovation Award. POWERbot Star Wars special edition, versione Darth Vader e Stormtrooper, saranno disponibili al pubblico dal 13 dicembre ad un prezzo suggerito rispettivamente di € 799,00 e € 699,00. Gli Star Wars addicted che vorranno assicurarsene uno potranno farlo grazie al preordine online, dal 3 al 12 dicembre (https://shop.samsung.com/it/starwars) e per loro è prevista una “grande sorpresa”. Per immergersi nell’atmosfera Samsung ha pensato ad una serie di eventi imperdibile da segnare subito in agenda. Dal 13 al 17 dicembre, la Samsung Smart Home (via M. Bongiorno, 9 a Milano) si trasformerà nella Casa di Guerre Stellari. A scoprirla venire dovrai. The post Samsung POWERbot “Star Wars”: arrivano anche in Italia i “droidi” che gli appassionati stavano aspettando appeared first on Data Manager Online.
PayPal e Rete del Dono annunciano la prima edizione del Digital Fundraising Award
PayPal e Rete del Dono annunciano la prima edizione del Digital Fundraising Award, un riconoscimento riservato a tutti coloro – enti non-profit, aziende e individui – che nel 2017 hanno realizzato una campagna di raccolta fondi online. Il Premio intende riconoscere il valore e l’impegno di quanti credono nella solidarietà, ci hanno messo la faccia e in prima persona hanno attivato una campagna di raccolta fondi online a sostegno della causa in cui credono. Le candidature sono aperte a partire da oggi a chiunque operi nel sociale e sarà possibile non solo proporre se stessi e la propria campagna, ma anche quella di un amico, un conoscente, un’azienda o un’organizzazione non profit che abbia avviato una campagna di crowdfunding. Il premio è volto a far emergere le campagne che si sono distinte maggiormente in termini di obiettivi di raccolta fondi raggiunti, coinvolgimento dei donatori, creatività e miglior utilizzo degli strumenti digitali. Tre le categorie ad essere premiate: Organizzazione non Profit Miglior campagna 2017 Creatività 2017 Azienda Miglior Personal Fundraiser 2017 Creativa 2017 Individuo Miglior Personal Fundraiser 2017 Creativo 2017 L’invio delle candidature sarà possibile a partire dal 23 novembre 2017, e la raccolta delle adesioni terminerà il 14 gennaio 2018. La cerimonia di consegna dei Digital Fundraising Award avrà luogo il 6 febbraio 2018 e sarà un’occasione per festeggiare non solo i vincitori, ma anche tutti coloro che, mossi dall’impegno civile, dedicano il proprio tempo al bene comune. The post PayPal e Rete del Dono annunciano la prima edizione del Digital Fundraising Award appeared first on Data Manager Online.