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Google accelera l’aggiornamento di Android con Project Treble

Project Treble è una funzione di Android O che accelera il processo che porta alla disponibilità degli aggiornamenti del sistema operativo Uno dei problemi maggiori di Android, se così si può dire, è la personalizzazione. Affinché un aggiornamento del sistema operativo divenga effettivamente disponibile per gli utenti sono infatti necessari numerosi passaggi. Il codice deve prima essere scritto dagli ingegneri di Mountain View e sottoposto ai produttori di componenti per realizzare gli appositi driver. L’update passa poi al vaglio dei produttori di dispositivi e agli operatori telefonici prima di arrivare finalmente sui nostri smartphone. Google ha deciso di accelerare tutto il processo con la nuova funzione Project Treble di Android Oreo. Il tool consente di velocizzare e ridurre di costi di aggiornamento a carico dei produttori. A partire dalla versione attuale del sistema operativo non è infatti più necessario il lavoro preliminare del fornitore. La nuova architettura è già disponibile per gli sviluppatori di Android Oreo che lavorano agli smartphone Pixel ma le novità non finiscono qui. Google, che a quanto pare è in grado di tracciare i nostri movimenti senza l’aiuto del GPS, sta infatti tessendo nuove partnership con aziende come Silicon per modificare alcune parti del codice del suo sistema operativo. L’obiettivo è quello portare alcune funzioni per il supporto di una specifica rete a seconda del Paese all’interno del progetto open source di Android conosciuto come AOSP. Project Treble è un’ottima notizia per gli utenti, che potranno così ricevere più velocemente gli aggiornamenti, ma non tutti i produttori aderiranno al progetto. OnePlus, che pochi giorni fa ha svelato il top di gamma 5T, ha infatti confermato che la funzione non sarà supportata dai modelli di smartphone attualmente in commercio. Ad oggi solo Essential Phone PH-1, la prima generazione di Pixel e Pixel XL, Huawei Mate 9 e Honor 8 Pro supportano la funzione. The post Google accelera l’aggiornamento di Android con Project Treble appeared first on Data Manager Online.

IoT e sicurezza? Si può fare!

Gli oggetti intelligenti hanno conquistato un posto stabile nella vita di ciascuno di noi, ma saranno anche in grado di non invadere la nostra privacy e di non essere una facile porta di accesso alle minacce informatiche più temute? In Europa mancano in questo momento vincoli stringenti per i produttori di oggetti IoT. Siamo solo agli inizi di un cammino verso la standardizzazione all’interno di un framework condiviso Un attacco DDoS manda knock-out KrebsOnSecurity, un sito specializzato in sicurezza, inondandolo di oltre 600 Gbps di traffico generato da centinaia di migliaia di dispositivi (router privati, fotocamere IP, DVR e altri dispositivi) connessi a Internet con password deboli. Un attacco portato a termine, secondo Akamai, facendo leva su tecniche tutt’altro che sofisticate. Semplici query (flussi SYNC, GET, POST) verso il sito attaccato; exploit di vulnerabilità note di protocolli di comunicazione come il GRE (generic routing encapsulation) utilizzato nelle comunicazioni peer-to-peer. Nemmeno un mese dopo, si replica. Questa volta l’attacco manda a gambe all’aria i server di Dyn, la società che fornisce il servizio di DNS a svariati OTT, bloccando l’accesso a gran parte dei siti della East Coast. Anche questa volta, il meccanismo è di canalizzare le debolezze di migliaia di webcam connesse a Internet, vulnerabilità che costringono il produttore cinese HangZhou a richiamare in fretta e furia dal mercato i modelli bucati. Secondo le stime degli analisti, (più volte riviste al rialzo) gli oggetti connessi nel 2017 sarebbero più di 8,4 miliardi. La cifra supererà i 20 miliardi entro il 2020 (fonte Gartner). Ma siamo solo all’inizio del fenomeno IoT. In un futuro non troppo lontano, qualsiasi oggetto munito di sensore sarà collegabile a Internet. Che cosa questo possa significare in termini di sicurezza per ora solo la fantascienza e qualche temerario sono in grado di descrivercelo. LE DEBOLEZZE IRRISOLTE DELL’IOT Sulla rete sono esposti una marea di oggetti insicuri sino al midollo. Il sito www.shodan.io è un motore di ricerca che raccoglie immagini da webcam private non protette, installate presso uffici, parchi, terreni coltivati, piste da sci, laboratori, negozi al dettaglio, grandi magazzini. Persino scuole, piscine e culle. Basta un account per constatarlo con i propri occhi. Le webcam non sono gli unici oggetti attestati in rete. Ci sono sensori installati su orologi e braccialetti intelligenti, contatori elettronici e termostati, soluzioni per la gestione delle flotte aziendali, la tracciabilità dei prodotti, il monitoraggio del traffico cittadino. Una pletora di device connessi, moltiplicatisi per effetto degli ormai ridotti costi di produzione, fabbricati da aziende con una cura costruttiva verso la sicurezza a dire poco scarsa. Oggetti che di smart non hanno quasi nulla. Le responsabilità non sono solo ovviamente dei produttori. Dalle vulnerabilità connesse al modo in cui questi oggetti si collegano a Internet all’integrazione di questi progetti IoT all’interno delle aziende, le responsabilità sono molto ampie e la consapevolezza dei rischi, ancora troppo bassa. Senza dimenticare tutto il filone relativo alle responsabilità di chi utilizza questi oggetti, ancora poco propensi a considerare le conseguenze a cascata di una violazione. «L’adozione di soluzioni IoT porta con sé innumerevoli opportunità, ma nasconde anche diversi fattori di rischio che, se non considerati, possono facilmente trasformare un driver competitivo in un’ulteriore complessità da dover gestire» – osserva Antonio Bosio, product and solutions director di Samsung Electronics Italia. #IoT #sicurezza 8,4 miliardi gli oggetti connessi nel 2017 #GartnerClick To Tweet Ma è un fatto che molti dispositivi collegati dispongono di limitati controlli di sicurezza e sono pronti per connettersi alla rete semplicemente lasciando loro in pancia le credenziali di default fornite dal costruttore. A quel punto basta trovarne uno online non sicuro, per provocare danni. «Secondo i nostri ricercatori abbiamo superato il numero di settemila campioni di malware che prendono di mira i dispositivi smart e oltre la metà di questi è emersa nel 2017» – mette in guardia Morten Lehn, general manager Italy di Kaspersky Lab. «Oggi, assistiamo alla proliferazione di attacchi su apparati molto differenti rispetto ai pc. Tutti i dispositivi connessi possono essere compromessi e fino a oggi sono stati prodotti molti strumenti, software o dispositivi, che non includono una security by design» – avverte Gastone Nencini, country manager di Trend Micro Italia. Alla scarsa qualità realizzativa, si deve poi aggiungere il fatto che spesso questi dispositivi si basano su Linux. «Fattore che semplifica il lavoro dei criminali, che possono scrivere codici nocivi generici per colpire un numero elevato di dispositivi» – osserva Lehn di Kaspersky Lab. Dal punto di vista legislativo, mancano in questo momento nell’Unione europea vincoli stringenti per i produttori. Dopo il parere ufficiale su privacy e sicurezza in ambito IoT – contenente linee guida che produttori di IoT, sviluppatori e terze parti devono applicare nel rispetto della normativa vigente – espresso dal Gruppo di lavoro Articolo 29 (Article 29 Working Party), nel già lontano settembre 2014, non sono stati compiuti sostanziali passi avanti. Neppure oltreoceano, le cose vanno meglio. Negli USA, la Federal Trade Commission (FTC) aggiorna con cadenza annuale la propria guida “Security Best Practices for IoT manufacturers”, ma non avendo in materia alcun potere sanzionatorio, i risultati sono ancora deludenti. Un vuoto legislativo nel quale i costruttori si sono inseriti stabilmente. Come dimostra la scarsa sensibilità ai temi della sicurezza. Almeno fino a questo momento e solo in parte mascherata da proposte risibili come quella di assegnare ai dispositivi IoT un “rating” di qualità simile a quello impiegato per assegnare un punteggio di sicurezza agli autoveicoli. Inutile dirlo, i timori di una eccessiva regolamentazione dominano la scena presso i costruttori IoT, che preferiscono di gran lunga continuare a operare entro l’attuale mancanza di regolamentazione. «I produttori non hanno nessun vincolo da questo punto di vista. Se non di natura tecnica. Infatti, è sufficiente che il prodotto sia interoperabile con i protocolli più comuni» – conferma Mauro Cicognini, membro del comitato direttivo di CLUSIT, l’associazione italiana per la sicurezza informatica. Una situazione che consente ai produttori tutta la discrezionalità sul rilascio delle informazioni circa le modalità di conservazione e finalità dei dati raccolti. Una situazione

Metti la potenza degli analytics nel motore del tuo business

IoT e industry 4.0. Piattaforme analytics disponibili sul cloud, soluzioni specializzate nella gestione delle problematiche di supply chain e soluzioni avanzate di predictive analytics. Le aziende manifatturiere e retail che hanno adottato soluzioni analitiche hanno migliorato risultati operativi e performance di business. Tra le priorità di CIO e CMO, l’innovazione aziendale IT-based, l’automazione dei processi e il rinnovamento delle infrastrutture Catturare le informazioni è fondamentale, ma il vero valore non risiede nella semplice raccolta, ma nella capacità di interpretare i dati per generare un valore reale per il business, come ci spiega Valter Cavallino, competence center manager information management di System Evolution, azienda di Kirey Group.  La competenza di System Evolution sta proprio nella capacità di trasformare i dati sfruttando strumenti in grado di dare loro forma e valore. Gli analytics consentono di costruire modelli capaci di descrivere la realtà, cogliendo i flussi dei processi interni ed esterni, per ottenere una comprensione reale e dinamica di ciò che accade e poter guardare al futuro con una capacità previsionale prima impensabile. Per le aziende questo si traduce nell’opportunità di anticipare le esigenze interne ed esterne, ridurre i rischi, accelerare il time-to-market dei prodotti, garantire processi affidabili ed essere maggiormente conformi alle normative. «Noi per primi – continua Valter Cavallino – abbiamo adottato gli analytics in azienda per gestire lo stato dei progetti, pianificando il lavoro dei consulenti e monitorando i processi in corso, per ottimizzare l’allocazione delle risorse e prevedere quali skill inserire in azienda in modo da affrontare eventuali picchi di richieste e cogliere meglio nuove opportunità di business». Grazie all’integrazione nei sistemi gestionali, questi strumenti si stanno ritagliando un ruolo molto importante all’interno delle aziende. Infatti, poter utilizzare gli analytics per analisi in tempo reale sul lavoro che si compie quotidianamente nelle organizzazioni garantisce ai processi decisionali analisi più rapide e più corrette, e facilita la definizione delle modifiche necessarie ai processi aziendali e ai modelli di business. IL PUNTO DI VISTA DI IDC Conferma Giancarlo Vercellino, research & consulting manager di IDC Italia: «L’impiego dei dati per la gestione dell’efficienza operativa sta diventando un tema centrale nello sviluppo dei sistemi informativi del settore manifatturiero, soprattutto in un momento in cui il comparto istituzionale pone con sempre maggiore insistenza, attraverso tanti bandi e misure di supporto agli investimenti, la necessità di sviluppare un piano strategico nazionale per l’Industry 4.0». Quando si guardano più nel dettaglio gli ambiti tecnologici di investimento – spiega Vercellino – si osserva come il tema dell’efficienza operativa indirizza «verso le piattaforme di analytics disponibili sul cloud (oltre la metà delle imprese nel sotto segmento), soluzioni di analytics specializzate nella gestione delle problematiche di supply chain (circa il 40%) e soluzioni avanzate di predictive analytics (circa il 20%)». Un tale pattern di investimento è tipico soprattutto delle aziende manifatturiere che hanno già intrapreso negli ultimi anni un percorso di digitalizzazione che le ha portate a consolidare le piattaforme di data management e la sicurezza dei sistemi informativi. Da alcune ricerche condotte da IDC in Italia emerge con chiarezza che le imprese del manifatturiero focalizzate sull’ottimizzazione e l’efficientamento dei processi produttivi hanno priorità IT chiare per il 2017: «In primo luogo, la necessità di sostenere l’innovazione aziendale IT-based (36%), a riprova del fatto che il senso di urgenza rispetto la tematica è ormai ampiamente avvertito in uno strato sempre più vasto del tessuto aziendale; seguono il tema dell’automazione dei processi (32%) e del rinnovamento delle infrastrutture (23%), che delineano, almeno in parte, le direttive strategiche fondamentali che tante imprese stanno intraprendendo in questi giorni». #Analytics Quali sono le priorità di #CIO e #CMO per migliorare l’efficienza operativa?Click To Tweet VALORIZZARE I DATI FA BENE AL BUSINESS Oggi, per restare competitivi, bisogna essere molto più veloci e flessibili rispetto al passato: l’analisi dei propri dati in tempo reale fa comprendere ancor prima le logiche e le dinamiche del proprio business, e facilita l’innovazione dei processi. I dati hanno un grande valore: se sono analizzati correttamente, le informazioni contenute possono portare realmente a incrementare profittabilità e competitività. Sembra un concetto ovvio – condivisibile da tutti – ma nella realtà, non è stato completamente assimilato. Infatti, non tutte le aziende analizzano veramente i propri dati per migliorare il proprio business, e questo è vero soprattutto nelle realtà più piccole che operano nel nostro Paese, anche se negli ultimi anni in questo settore di mercato si nota un aumento di interesse per queste tematiche. Questi strumenti non sono ancora tanto diffusi nonostante, secondo alcuni studi, le aziende che sanno valorizzare i propri dati fanno registrare margini lordi superiori rispetto a quelle che non lo fanno. Negli ultimi anni, pressate dalla crisi e dalle richieste dei clienti che chiedono una maggiore reattività nelle risposte, le aziende si sono dovute adeguare cambiando modelli operativi e di business, puntando in modo deciso su qualità, efficacia e tempestività. Grazie agli analytics, lo studio approfondito dei processi interni, delle relazioni con clienti e fornitori, della situazione finanziaria e dei magazzini, in molte realtà ha contribuito al taglio dei costi, al recupero dell’efficienza e a una migliore reattività rispetto alle richieste del mercato. Nelle realtà dove sono state compiute queste attività, gli analytics hanno permesso di passare indenni gli anni del non facile periodo economico. Oggi – anche con una diversa e migliore congiuntura – il conto economico continua a beneficiarne. Questi strumenti stanno facilitando il miglioramento in tutta l’organizzazione. Per ottimizzare il sistema logistico in uscita, per esempio, si possono incrociare dati di consegna e di spedizione, informazioni sui veicoli e tragitti, dati presenti sull’ordine di acquisto, altri dati provenienti dai sensori presenti su pallet e container: i responsabili delle operations sono in grado di sapere esattamente non solo dove si trova una spedizione, ma anche le sue condizioni e le prestazioni del mezzo di trasporto. In più, possono fare analisi su profittabilità, percentuali di utilizzo, frequenze di spedizione e valutare quale dovrà essere la capacità per ogni linea, e con che frequenza. Analizzando i documenti (ordini d’acquisto e fatture ricevute da fornitori, ma anche ordini dei clienti, documenti

Come evitare data breach e attacchi alla privacy?

Un buon risk assessment è il primo passo. Dati personali e informazioni sono un valore patrimoniale per le aziende a prescindere dagli aspetti cogenti che ne regolamentano il trattamento (Dlgs 196/03, Regolamento UE 679/2016) Dati personali e informazioni vanno protetti con tutte le misure tecnico/organizzative commisurate al danno derivante da una loro impropria divulgazione. Assistiamo quotidianamente ad “assalti” alla nostra privacy di natura commerciale, provenienti da fonti sconosciute che ci raggiungono sui canali di comunicazione di cui fruiamo quotidianamente (mail, cellulare, internet). Questo atteggiamento che infastidisce il nostro stato di soggetti liberi nel dominio dell’era digitale connessa è in parte conseguenza dei molti consensi da noi forniti a terzi per l’uso dei nostri dati al momento dell’adesione a servizi o stipula di contratti, ma è anche dovuto alla sottrazione degli stessi in modo doloso dai sistemi aziendali di coloro che ne operano il trattamento e rivenduti per scopi commerciali o per danneggiare l’immagine e la reputazione degli interessati. I potenziali “hacker”, che nell’immaginario collettivo erano figure isolate dedite a violare i sistemi degli enti governativi solo per dimostrare le proprie capacità, oggi, con la disponibilità in rete di know-how specifico e risorse nel “Deep Web” (parte del Web non indicizzata dai comuni motori di ricerca e non convenzionalmente visibile), stanno crescendo in maniera preoccupante e con essi il rischio di attacchi ai dati per scopi non etici. La risposta convenzionale al fenomeno è la “cyber security”, ovvero la strategia evoluta per la tutela delle informazioni e dei dati aziendali esclusivamente dipendenti dalla tecnologia. L’esperienza insegna che sicurezza informatica e sicurezza delle informazioni non sono la stessa cosa: infatti la prima “cyber security” utilizza prettamente la tecnologia quale strumento per la protezione degli asset informativi, la seconda tiene invece conto anche degli aspetti organizzativi che impattano su quelli tecnologici (per esempio: installiamo un modem con Wi-Fi abilitato e lasciamo inalterate le password amministrative di default del dispositivo ricavabili tramite app disponibili sugli store). Questo esempio ricorrente indica come la sicurezza debba essere ricercata attraverso un approccio metodologico di risk assessment che valuti, in modo strutturato, tutte le minacce che incombono sui nostri dati/informazioni e che consenta di identificare le adeguate contromisure per la riduzione del rischio. #DataBreach e minacce alla #Privacy ? Il #RiskAssessment è il primo passo @omatforumClick To Tweet Quando le contromisure non sono adeguate alla mitigazione del rischio si può incorrere nel temuto “data breach”, ovvero un incidente di sicurezza in cui i dati rilevanti per aspetti strategici o di privacy vengono utilizzati da un soggetto non autorizzato sia per dolo che in modo involontario. Ciò può avvenire in seguito alla perdita accidentale di un dispositivo mobile, al furto di un notebook, all’infedeltà aziendale di personale scontento o corrotto, all’accesso non autorizzato a sistemi informatici. I dati a maggior rischio sono quelli finanziari (carte di credito, posizioni economiche, investimenti), sanitari (informazioni sulla salute per restrizioni assicurative o altre azioni discriminatorie), proprietà industriale o dell’intelletto (soluzioni tecnologiche o innovative), personali (furto d’identità per compimento di illeciti e reati vari). Con l’IoT (Internet of Things) che preme, e una tecnologia in rapida evoluzione senza i tempi necessari per maturare una resilienza alle vulnerabilità intrinseche di sistemi e processi, alcune vulnerabilità, ancora inesplorate, attendono di essere sfruttate ai danni delle organizzazioni e dei titolari dei dati e delle informazioni. La chiave per porre riparo a tutto ciò è la consapevolezza, da parte dei titolari dei trattamenti, dei rischi incombenti sui dati nel dominio che interessa l’organizzazione. In conclusione: buon risk assessment a tutti. Giuseppe Tacconi è consultant, trainer e professional auditor Per ulteriori approfondimenti: “Gli audit privacy secondo il nuovo regolamento europeo GDPR 2016/679 – Guida pratica per la verifica della protezione dei dati” a cura di Stefano Gorla, Michele Iaselli, Giuseppe Tacconi. Prefazione di Gianluca De Vincentiis. www.iter.it/libri Per saperne di più, l’appuntamento è a Omat Forum, il workshop dedicato alle nuove frontiere della gestione delle informazioni digitali. Info sulle prossime tappe su www.omatforum.it. The post Come evitare data breach e attacchi alla privacy? appeared first on Data Manager Online.

Fondazione Golinelli, come prepararsi a un futuro imprevedibile

La creatività per riscattare la tecnica. Andrea Zanotti: «L’integrazione tra arte e scienza come matrice della conoscenza» Dall’Industria 4.0 alla bioinformatica fino ai big data. Dopo il lancio della nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation, attivata in collaborazione con l’Università di Bologna, e a due anni dalla nascita dell’Opificio, la Fondazione Golinelli ci ha aperto le porte del nuovo Centro Arti e Scienze, progettato dallo studio di architetti fondato da Mario Cucinella. L’Opificio Golinelli getta così le fondamenta di un ecosistema per lo sviluppo integrato della formazione, della ricerca e dell’impresa, destinato a crescere ancora per diventare una vero polo della conoscenza. Il primo passo di questo percorso – come ci spiega Andrea Zanotti, docente al dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna e presidente della Fondazione – è rappresentato proprio dal Centro Arti e Scienze Golinelli, uno spazio di «immaginazione e sperimentazione» – pensato per offrire una sintesi fra arte e scienza. Lo sguardo profetico dell’arte da una parte e lo sguardo fattuale della scienza e dei dati dall’altro per creare una sintesi nuova. «L’idea di futuro che abbiamo in mente – afferma Andrea Zanotti – è quella in cui non ci sarà più posto per una frammentazione tra la parte ideativa, quella sperimentale e quella produttiva: i luoghi della conoscenza, della sperimentazione e della produzione dovranno necessariamente integrarsi per poter far fronte alla velocità del cambiamento nella quale siamo immersi». Ad aprire i battenti del Centro Arte e Scienza, la mostra dal titolo che sarebbe piaciuto molto a Karl Popper: “Imprevedibile”, come il futuro che non possiamo prevedere ma solo immaginare. La mostra in programma dal 13 ottobre 2017 al 4 febbraio 2018, nasce da un’idea di Marino Golinelli, padre della Fondazione, che con questa iniziativa ha deciso di lasciare un’eredità ulteriore: quella del sogno di uno straordinario 97enne per aiutare i giovani a crescere, mantenendo vivo «lo sguardo ottimistico, fiducioso e proattivo verso un mondo migliore, verso un futuro imprevedibile ma possibile, abbracciandolo con responsabilità e con una visione etica, democratica e inclusiva verso tutti». Se il futuro è imprevedibile, è anche aperto, spalancato su un orizzonte di nuove possibilità e rischi insospettati. Il futuro arriva e sopravanza la storia, la società civile e la politica. Il futuro crea più di quanto non distrugge, con buona pace degli apocalittici, degli scettici e di chi ha sempre un pregiudizio contro le cose nuove, per comodità o paura di cambiare. Ma di fronte alle sfide del futuro non dobbiamo dimenticare di fare i conti con la sostenibilità. Guardare al passato serve solo per prendere la rincorsa per fare un salto in avanti: «Chi non innova corre il rischio non solo di rinunciare al futuro, ma di perdere anche il proprio passato». Data Manager: Tutti parlano di nuovo Rinascimento. È una bella parola. Ma come è possibile far coincidere questa idea con un progetto concreto? Andrea Zanotti: Parlare di nuovo Rinascimento non significa tornare indietro. La rivoluzione digitale è un fatto storico che non ha precedenti. La frammentazione del sapere ha delle ragioni specifiche. La conoscenza ha progredito grazie alla specializzazione che ha dato origine alla velocità della tecnica e alla sua preminenza. Occorre trovare un senso di marcia comune, recuperando la capacità di immaginazione che è la grande matrice sia dell’arte sia della scienza. Se per Rinascimento intendiamo non solo un periodo storico, ma anche un modello di sviluppo, dobbiamo ricominciare dal “disegno” delle “cose” – nel senso tecnico di design – per mettere insieme cervello e cuore, razionalità e passione, intelletto e sapere manuale. Qual è il modello della Fondazione? La Fondazione ha svolto per molto tempo una funzione di sussidiarietà, parola molto di moda, almeno quanto innovazione. Abbiamo voluto colmare dei vuoti. Abbiamo portato nelle scuole del territorio il sapere scientifico della biologia molecolare e della genetica. Oggi, ci siamo resi conto che l’esigenza è di aprire strade completamente nuove, in un momento in cui la velocità dei fenomeni sopravanza la nostra capacità di comprensione, mettendo in crisi il sistema della formazione tradizionale. Che cosa è Opus 2065? Opus 2065 è un progetto che mira a costruire un ecosistema, partendo dall’idea che le persone non possono più sostenere la velocità della trasformazione digitale. Dobbiamo creare un modello alternativo perché  quello dell’Università che pensa, dell’Industria che produce, e dello Stato che si occupa del welfare non funziona più. Tutto deve nascere insieme e deve essere “disegnato” per lavorare insieme. La Fondazione Golinelli vuole fare di Opus 2065 un punto di coagulo di questa visione. Non c’è più spazio per la divisione tra teoria e pratica. Occorre mettersi subito al lavoro e imparare facendo. La nostra immaginazione deve essere nutrita di arte e di scienza. Come si guarda al futuro in modo concreto? La nuova scuola di dottorato in Data Science and Computation dimostra l’impegno della Fondazione a guardare al futuro partendo dai giovani. Da una parte il tema della data science fa emergere il fatto che stiamo costruendo un mondo parallelo a quello fisico, fatto di moltissime informazioni che facciamo fatica non solo a gestire e conservare ma anche a comprendere. Dall’altro estrapolare conoscenza da grandi moli di dati è una necessità per trovare soluzioni per governare grandi fenomeni. Creare un presidio in questo campo, con una scuola di dottorato, significa gettare le basi per preparare i giovani ad affrontare meglio il futuro. La visione è importante, ma anche la politica deve fare le scelte giuste. A che punto siamo? Siamo di fronte a una svolta. Il Sistema Paese lo ha compreso. E anche la politica. Ci troviamo davanti a una dinamica di civiltà che mette fuori gioco e rende obsoleti tutti i vecchi schemi di provenienza. L’innovazione tecnologica accelera l’impresa. Il tradizionale transito del trasferimento tecnologico è superato. Oggi, le grandi imprese ci dicono che il tempo di sviluppo di un prodotto, in tutte le sue fasi, non può superare i nove mesi. Questo apre delle lacune dentro il sistema, a prescindere dalle colpe. Naturalmente, ci sono le responsabilità legate agli investimenti non fatti

Le ICO sono il peggior nemico dei venture capital?

Le ICO consentono alle startup di raccogliere fondi, vendendo token o criptovalute agli investitori, escludendo l’industria del venture capital che è una tipica fonte di finanziamento per le nuove società. Quali i rischi? WTF “is an ICO?” Così ha intitolato un articolo sulle Initial coin offering l’autorevolissima testata statunitense TechCrunch a fine maggio 2017. Noi di Data Manager ne abbiamo già ampiamente discusso qualche mese fa ma nel frattempo la raccolta da parte delle startup attraverso le ICO ha superato i 2 miliardi di dollari. È una bolla? E quali sono i rischi legali? E quali quelli strutturali? Per rispondere a queste domande abbiamo chiesto opinioni e delucidazioni a Giovanni Contini, esperto di digital marketing e co-founder di Euklid e a Gianluca Gilardi, uno dei massimi esperti di startup in Italia. Per Contini il rallentamento degli investimenti da parte dei VC su startup basate su tecnologia blockchain è dovuta al fatto che «le startup fintech hanno ideato un metodo diverso per raccogliere soldi: le ICO. Grazie alle ICO, le startup possono vendere monete di una nuova criptovaluta a nuovi investitori, senza dover passare attraverso le regolamentazioni imposte ai VC per raccogliere le somme investite. Questa mancanza di regolamentazioni è abbastanza evidente, e la vendita di alcune ICO è molto aggressiva. I banner su Facebook e i video pubblicità su Youtube sono innumerevoli. Conosco molto bene l’ambiente di chi fa marketing online con modelli di affiliazione. La nuova moda è di promuovere le ICO anche lì. Tutto questo si è tradotto in un investimento totale in ICO maggiore al totale degli investimenti parte dei venture capital». UN NUOVO SOGNO PER LE STARTUP Sembra, infatti, che le startup in questione riescano facilmente a raccogliere denaro da parte di persone che conoscono poco il mondo delle startup, ma che invero sono attratte da lauti guadagni in brevissimo tempo. Per Contini, le ICO sono un sogno per le startup. Vendere nuove monete per raccogliere soldi, senza dover cedere azioni della propria società. Nessuna diluzione, nessun diritto di voto, niente di niente, nessuna tutela per gli investitori. Mark Knopfler cantava: “Money for nothing and the chicks for free”. Si riferiva alle rock star. E un po’ mi viene da pensare che le nuove rock star siano persone come Vitalik Buterin (il fondatore di Ethereum), che si è presentato a una importante conferenza sul fintech spettinato e con una maglietta a dir poco pittoresca. Un grande anticonformista, proprio come le rock star. Le rock star vendono emozioni. E così, anche chi fa le ICO. Entrambi vogliono distruggere il vecchio. Oggi, però questo comporta un rischio, perché chi raccoglie denaro tramite ICO, approfitta di un mondo non regolamentato. O meglio, non regolamentato in buona parte del mondo, visto che paesi come Cina e Corea del Sud hanno già bloccato la vendita di nuove monete. E anche tra quelli che non hanno fermato questi investimenti, molti hanno ammonito dei pericoli, come gli USA». LIBERTÀ E BUONA INFORMAZIONE Non sarebbe meglio che tutti possano investire in qualunque impresa senza limiti imposti da regolamentazioni? «Certamente, non sono nessuno per poter rispondere adeguatamente. Sono spesso a favore della libertà» – spiega Contini. Tuttavia, la libertà necessita di buona informazione. La nostra psicologia ci porta a sognare guadagni facili, e i banner che promuovono la ICO che ci renderà ricchi non sempre sono veritieri. Aprire un nuovo mondo – prima inaccessibile – di investimenti a persone non specializzate porta inevitabilmente a una bolla. Le statistiche parlano chiaro, oltre il 90 per cento delle nuove imprese falliscono. Molti che investono in ICO si scordano di questo, perché nessuno è tenuto a informarli a dovere dei rischi di tale investimento. Inevitabilmente, alcuni dei progetti in questione – quasi sicuramente una buona maggioranza – falliranno. Così funziona il mondo del fare impresa. Inevitabilmente, molte criptovalute figlie delle ICO finiranno per valere zero. Molti risparmi verranno bruciati. La speranza è che perlomeno si impari dall’esperienza almeno questa volta, ma è la stessa speranza che si ha ogni volta che scoppia una bolla. E se davvero fosse una bolla destinata a scoppiare, è inevitabile che anche questo nuovo mondo verrà regolamentato pure da noi». #venturecapital @simeoneantonio1 Le #ICO sono il peggior nemico dei #VC ?Click To Tweet «ICOs: the best thing since sliced bread?» – si domanda l’avvocato Gilardi e continua riflettendo sul mondo finanziario che è in subbuglio: dopo un – forse brusco – risveglio della finanza tradizionale scatenato dalle performance del bitcoin, che pare inarrestabile a fronte di questa impennata nella domanda, molto prevedibilmente si è assistito a un ampliamento dell’offerta di criptovalute, in uno scenario dove i nuovi player non sono (più) motivati da idee innovative nel campo economico e finanziario, ma da una granitica ricerca del profitto. «Siamo passati da Satoshi Nakamoto a un embrionale ecosistema di una miriade di startup che – in alternativa rispetto ai “tradizionali” metodi di finanziamento – ricorrono allo strumento delle ICO per finanziare i propri progetti». Dal punto di vista dei founder – afferma Gianluca Gilardi – dietro alle varie ICO, lo strumento presenta tutti i vantaggi del “money-for-shares” senza però lo svantaggio principale, ossia l’ingresso dell’investor nel capitale sociale, con tutta quella serie di reti di sicurezza ormai consolidate. «Ed è proprio su questo snodo che si gioca la partita della – per così dire – “solida attrattività” per gli investitori, che se da un lato non possono ignorare le prospettive di ritorni sugli investimenti in ICO (“chissà, /proprio quella/ potrebbe essere la criptovaluta che ripeterà le performance quasi stellari del bitcoin”) dall’altro non possono neppure ignorare fideisticamente il fatto che questo nuovo mercato delle “blockchain-based startup” a volte si è rivelato – e continua a rivelarsi – largamente “etereo” (pun intended)». E IN ITALIA? «Dal punto di vista del giurista italiano, le ICO nell’attuale scenario normativo non possono che essere ricondotti al contratto di compravendita» – continua Gianluca Gilardi. «Per gli investitori (VC e non) italiani, le ICO si collocano esattamente al lato opposto dello spettro della tutela e del formalismo rispetto alle prassi

Hypponen, F-Secure: con il GDPR ora gli hacker sanno quanto estorcere alle aziende

Il nuovo Regolamento UE potrebbe far esplodere i costi del cybercrime Ora i cyberestorsori possono fare benchmarking servendosi del nuovo Regolamento generale sulla protezione dei dati (General Data Protection Regulation – GDPR). Che come ormai sanno anche i sassi prevede multe salatissime per le aziende inadempienti. Sanzioni che secondo Mikko Hypponen, forse uno dei dieci più importanti esperti di cybersecurity in circolazione e attuale chief research officer di F-Secure, potrebbero far lievitare, di parecchio, i costi delle estorsioni. «In passato le somme richieste venivano fissate in maniera arbitraria, perchè non era facile determinare il valore dei dati di una certa organizzazione» osserva Hypponen. Un tappo di bottiglia che potrebbe saltare in aria all’indomani della deadline fissata per il prossimo 25 maggio 2018, giorno in cui il GDPR diventerà operativo in tutti i paesi dell’Unione europea. Dopo quella data, aziende e organizzazioni potranno essere sanzionate con multe da 20 milioni di euro e sino al 4% del loro fatturato globale nel caso di sottrazione dei dati e la mancata adozione di adeguate misure a loro protezione. «Il Regolamento è una cosa buona per i consumatori. Allo stesso tempo però i paletti fissati da Strasburgo forniscono un termine di riferimento preciso anche per i criminali» ha affermato Hypponen. Calcoli semplici da fare anche per le stesse aziende. Che saranno più propense a pagare cifre ancora più alte per tenere nascoste le falle nei loro sistemi ed evitare danni di immagine ancora più deleteri. Nei giorni scorsi l’FBI ha reso noto che l’hacker accusato di aver attaccato lo scorso maggio il network televisivo HBO dopo aver minacciato di mettere in rete circa 1,5 terabytes di dati, compresi alcuni episodi della serie Trono di Spade prodotta dal network, aveva richiesto un riscatto di 6 milioni di dollari in bitcoin. Una cifra importante. Ma di gran lunga inferiore al 2 percento del fatturato annuo globale del gruppo pari a circa 5,4 miliardi di dollari. Bitcoin sempre di più al centro dell’ecosistema criminale. In teoria tracciabili, ma nella pratica molto meno. In primo luogo per l’infinita teoria di spostamenti che avvengono sulla rete blockchain da un indirizzo all’altro, frutto degli innumerevoli passaggi operati sulla criptovaluta da parte dei cybercriminali. «Oggi è più facile essere vittime di un crimine online che nel mondo reale» afferma Hypponen. «Nel secondo caso chiamiamo i poliziotti. Ma cosa facciamo quando ci succede online?». Estorsioni via ramsonware, furti di dati e quant’altro non sono diversi dai crimini tradizionali. Perciò non dovrebbero essere trattati in modo differente in una società sempre più digitale. Eppure è forte la sensazione che i crimini informatici godono di una sorta di impunità. Sia per le loro abilità tecniche nel fare sparire le tracce, sia perché anche quando si dispone di elementi per identificare i colpevoli, una volta che gli indizi portano le forze dell’ordine fuori dai confini nazionali proseguire le indagini diventa quasi proibitivo. «Tutto questo non può non influenzare la percezione che abbiamo del cybercrime e delle risorse necessarie per combatterlo» conclude Hypponen. The post Hypponen, F-Secure: con il GDPR ora gli hacker sanno quanto estorcere alle aziende appeared first on Data Manager Online.

Il mining di Bitcoin consuma più elettricità di 20 paesi europei

Più cresce la popolarità più aumentano i dubbi sull’effettivo “costo zero” della produzione della moneta crittografata Il 2018 sarà l’anno dei Bitcoin. Lo sarà non solo per la conoscenza e uso da parte dei consumatori ma soprattutto per la convinzione di poter davvero sfruttare la moneta del web come mezzo di pagamento per oggetti reali, oltre i contenuti multimediali o di dubbia provenienza. Più aumenta l’interesse intorno alla valuta crittografata, più alcuni studi si concentrano sull’effettivo costo del mining che vi è alla base. Stando a un report di Power Compare, il volume totale dell’elettricità necessaria a minare il soldo presso ogni singolo utente oggi attivo è pari a quello di 159 paesi europei nello stesso periodo preso in considerazione. Tra questi vi sono l’Italia, la Francia, la Germania, l’Inghilterra e la Spagna, insomma in tutto più di 20 nazioni nel nostro continente. Cosa succede L’indagine di Power Compare è utile anche per capire quanta differenza ci sia ancora tra Nord e Sud del mondo, tenendo i Bitcoin proprio come metro di riferimento. Solo tre paesi africani attualmente consumano più elettricità del mining: Sud Africa, Egitto e Algeria, mentre tutti gli altri del continente sono al di sotto della soglia richiesta in media dai coin. Una soglia che, a conti fatti, potrebbe essere ben più elevata da quanto considerato da Power Compare, visto che le metriche si riferiscono al processo di ottenimento della moneta in città e fasce orarie con livelli di tariffazione più convenienti. In ogni caso, sempre più persone decidono di tuffarsi nel magico mondo della criptovaluta: negli ultimi 30 giorni, il consumo è cresciuto del 30% a livello globale. The post Il mining di Bitcoin consuma più elettricità di 20 paesi europei appeared first on Data Manager Online.