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Quanto è pronta la tua azienda al GDPR?

Male la gestione dei flussi di informazioni che dovranno essere gestiti, scarsa la conoscenza su come operare per essere in regola. Bene la sicurezza dei dati. A soli 7 mesi dall’entrata in vigore della norma le aziende brancolano nel buio. Il pericolo di sanzioni, fino a 20 milioni, è dietro l’angolo Il nuovo Regolamento europeo sulla Data Protection (GDPR), che sostituirà la Legge sulla Privacy attualmente in corso in Italia, è sotto i riflettori. La scadenza del 25 maggio 2018, quando entrerà in vigore, è vicina: le aziende interessate sono pronte? Quali i gap devono ancora colmare? Sottovalutare l’importanza del GDPR e la necessità di adottare misure organizzative o tecniche per proteggere i dati personali significa esporsi a sanzioni, che possono arrivare a cifre importanti, fino a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato globale annuo. Nonostante manchino pochi mesi, ricerche recenti hanno infatti messo in luce il ritardo o la mancanza di informazioni aggiornate sugli adempimenti e sulle misure da adottare. SB Italia, società specializzata in soluzioni IT per la gestione, l’integrazione e l’ottimizzazione dei processi aziendali, ha recentemente promosso un sondaggio dedicato alle imprese che desiderano conoscere il proprio livello di preparazione in tema di GDPR. La ricerca mira a ritrarre il profilo del comportamento delle aziende nei confronti dell’adeguamento al GDPR, al fine di individuare le aree dove c’è ancora bisogno di supporto. E sono molte. Per prima cosa è importante essere consapevoli dei cambiamenti che ci attendono e dei costi per eventuali negligenze. Secondo i primi dati raccolti da SB Italia, soltanto il 15,6% degli intervistati ritiene che i vertici aziendali e i principali responsabili del business siano pienamente consapevoli del cambiamento indotto dal GDPR, il 50% pensa che lo siano solo in parte, mentre il 10% afferma che non lo siano per niente. Dal lato della consapevolezza dei rischi, sembra che ci sia maggiore attenzione: alla domanda “in azienda c’è consapevolezza che il “costo” di una mancata compliance al GDPR porta a sanzioni molto più elevate, nei casi più gravi fino a 20 milioni di euro, o se superiore, fino al 4% del fatturato annuo?” ha risposto positivamente il  71,88%. Le aziende dovranno poter dimostrare di aver applicato misure e processi per essere compliant. Alla domanda se, in azienda, sia stato definito una struttura completa di procedure per fornire supporto e direzione alle attività di compliance alla nuova norma, risponde di no quasi la metà degli intervistati, il 40%, a testimonianza di come, ancora, non ci sia nelle aziende una visione globale della normativa e di tutto quello che sarà necessario fare per poterla rispettare. Sul lato della conoscenza dei dati interessati dalla nuova normativa, il 62,07% degli intervistati afferma che la propria azienda ha documentato quali siano i dati personali in uso, da dove provengono questi dati e con chi sono condivisi. Afferma, inoltre, che è stato pianificato un audit informativo attraverso l’organizzazione per creare una mappa completa dei flussi dei dati. Il GDPR sottolinea come gli utenti abbiano diritto a sapere come sono raccolti i loro dati personali, come vengano utilizzati e per quali scopi, quali possono essere gli usi secondari e a quali terze parti possono essere comunicati. Alla domanda se l’azienda abbia aggiornato le proprie procedure per ottenere il consenso degli individui e se abbia reso trasparenti le proprie attività di raccolta dei dati, poco più della metà ha affermato che, in parte, l’azienda è pronta, mentre il 24% ha dichiarato di no. Solo il 16% si dichiara completamente pronto. L’azienda, inoltre, deve essere in grado di gestire, con apposite procedure, eventuali richieste degli individui di poter accedere ai propri dati personali, come richiesto dal GDPR. Per il 32% degli intervistati, il sistema attuale non è ancora pronto a gestire le richieste, il 32% afferma di esserlo in parte, mentre il 24% del tutto. Sempre per quanto riguarda la gestione interna dei dati sensibili, sembra che le aziende siano pronte: si dichiarano pronte in tutto il 38,8 %, e in parte 44,4% per quando riguarda l’adozione di misure per permettere l’accesso solo alle persone autorizzate per prevenire danni o utilizzi non conformi dei dati. Solo il 4,4% dichiara che la propria azienda non è ancora pronta. Di fronte al rischio di un attacco, le aziende quanto sono pronte? Alla domanda se l’azienda si sia dotata di una procedura per la gestione di un incidente informatico con furto o modifica di database di dati personali e se abbia predisposto opportune procedure per notificare le autorità competenti e gli individui un preoccupante 48% dichiara di non essere pronto a questa evenienza. Per prevenire eventuali attacchi, è importante mantenere sempre aggiornato il proprio software aziendale. Sul fronte delle procedure per la gestione degli aggiornamenti software alla domanda “L’azienda dispone di una procedura per gli aggiornamenti software, per evitare l’utilizzo malevolo di eventuali vulnerabilità nel software?” il 94% degli intervistati si dichiara pronto, in tutto o in parte. Buona appare anche la situazione della sicurezza dello storage: la totalità degli intervistati afferma che l’’azienda dispone di misure e tecnologie per prevenire la perdita, il furto, la compromissione dei dati personali, mentre l’88,88% afferma che sì, l’azienda è pronta (del tutto o in parte). Anche per quanto riguarda le difese antimalware, sembra che la situazione nelle aziende sia buona: alla domanda se l’azienda si sia dotata di efficaci difese antivirus/antimalware per proteggere i dati nei sistemi informatici, il 55% dichiara che la propria azienda è pronta del tutto, mentre il 33% in parte. Infine, per quanto riguarda il mobile working, alla domanda se l’azienda disponga di misure e policy per la sicurezza di notebook, smartphone, collegamenti in rete, dati personali trattati e conservati, il 55,56% afferma che sì, in parte l’azienda è pronta, mentre l’11,11% degli intervistati afferma che l’azienda non è ancora pronta per quanto concerne questo aspetto. Corrado Dati, Business Unit Manager IT Service Management di SB Italia dichiara: “Dai nostri dati emerge una forte criticità nella corretta gestione dei dati personali: le aziende devono lavorare ancora molto per assicurare la piena trasparenza

HPE amplia la famiglia ProLiant Gen10

HPE ProLiant DL385 Gen10 basato su processore AMD EPYC garantisce sicurezza ed economia di consumo senza precedenti Hewlett Packard Enterprise ha annunciato il nuovo server HPE ProLiant DL385 Gen10 messo a punto in collaborazione con AMD, un sistema che riduce del 50% il costo per virtual machine (VM) rispetto a quello dei server tradizionali. La Server Virtualization continua a rappresentare uno strumento essenziale per migliorare l’agilità negli ambienti IT moderni, tanto che nel 2020 sarà virtualizzato il 41% dei nuovi server consegnati rispetto al 33% del 2015. Grazie alla server virtualization, le aziende registrano inoltre risparmi di quasi il 20% e sono costantemente impegnate a ridurre i costi di virtualizzazione. A questo scopo HPE e AMD hanno collaborato allo sviluppo del SoC (System on a Chip) AMD EPYC™ e del server HPE ProLiant DL385 in modo da abbattere i costi per virtual machine garantendo una sicurezza senza paragoni per i workload virtualizzati. “HPE è focalizzata per portare sul mercato la tecnologia più innovativa capace di restituire il miglior valore per i nostri clienti affinché essi possano accelerare il delivery di nuove idee, nuovi prodotti e nuovi servizi”, ha dichiarato Justin Hotard, VP e GM, Volume Global Business Unit di Hewlett Packard Enterprise. “Con il sistema HPE ProLiant DL385 abbiamo esteso – mediante il SoC AMD EPYC – il portafoglio di server standard più sicuri al mondo per ottimizzare le performance e la sicurezza dei workload virtualizzati”. Il server HPE ProLiant DL385 garantisce una sicurezza senza rivali grazie a HPE Silicon Root of Trust, un particolare collegamento creato tra il chip HPE Integrated Light Out (iLO) e il firmware iLO, quale ulteriore conferma che i server non eseguano codice firmware manomesso. HPE Silicon Root of Trust è a sua volta connesso con l’AMD Secure Processor all’interno del SoC AMD EPYC, permettendo all’AMD Secure Processor di convalidare il firmware HPE prima che il server sia autorizzato a effettuare il boot. HPE ProLiant DL385 e AMD Secure Processor mettono inoltre a disposizione: Secure Encrypted Memory − la memoria può essere integralmente o parzialmente crittografata per proteggere i dati da attacchi e tentativi di scraping. Secure Encrypted Virtualization − VM e hypervisor possiedono chiavi crittografiche separate in modo da isolare ogni VM dalle altre e dall’hypervisor stesso, allo scopo di proteggere l’accesso ai dati presenti in aree condivise. “Il SoC AMD EPYC offre un miglior bilanciamento di core, memoria e I/O per fornire performance ottimali sulla base dei workload odierni”, ha commentato Scott Aylor, Corporate VP e GM Enterprise Business Unit di Advanced Micro Devices. “EPYC permette al sistema HPE ProLiant DL385 Gen10 di supportare un maggior numero di virtual machine per server, elaborare più dati in parallelo e accedere a una maggior capacità storage locale garantendo nel contempo livelli di sicurezza senza precedenti”. Per facilitare l’integrazione nel data center del server HPE ProLiant DL385 basato sul processore AMD EPYC, HPE propone Carbonite Move – un software che consente la migrazione sicura delle VM attraverso architetture x86. HPE rende disponibile il server HPE ProLiant DL385 con modelli di consumo flessibili e programmi finanziari speciali. Grazie all’HPE Flexible Capacity i clienti potranno decidere di pagare solamente l’IT effettivamente consumato per gestire gli imprevisti nella domanda e l’incremento dei livelli di utilizzo. Pagamenti a novanta giorni, finanziamenti a tasso zero e programmi di trade-in rendono il server HPE ProLiant DL385 ancora più conveniente e accessibile. The post HPE amplia la famiglia ProLiant Gen10 appeared first on Data Manager Online.

Facebook userà l’intelligenza artificiale per prevenire i suicidi

Facebook ha sviluppato un’intelligenza artificiale per individuare eventuali segnali che indichino l’intenzione di suicidarsi Qualche tempo fa il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha parlato degli obiettivi futuri della sua azienda. Il più importante è quello di connettere il mondo creando una comunità globale sempre più unita e in grado di supportare i suoi membri nel modo più efficace possibile. Proprio in quest’ottica il social network ha allestito una serie di strumenti per garantire la sicurezza degli iscritti a partire da un sistema per la prevenzione del suicidio e degli atteggiamenti autolesionistici. Si può ben dire che Facebook ha salvato diverse vite ma c’è sempre spazio per migliorare. L’azienda di Menlo Park ha deciso di sfruttare l’intelligenza artificiale per analizzare i post e le dirette di Facebook Live alla ricerca di eventuali segnali di depressione o malessere che possano poi portare al suicidio. Questa piattaforma già testata negli Stati Uniti non si basa quindi sulle segnalazioni degli utenti ma è totalmente automatizzata. Quando l’AI avrà il sentore che la persona possa farsi del male invierà una notifica al team specializzato in questo campo per un’analisi più accurata. Sarà quindi sempre l’uomo a prendere la decisione finale. Se il dipendente di Facebook riterrà opportuno intervenire, provvederà poi ad allertare i soccorritori per contattare direttamente l’utente o i suoi familiari e amici. L’intelligenza artificiale progettata da Facebook, che sta cercando di migliorare i rapporti con il Cremlino, è stata pensata per funzionare in tutto il mondo ma non arriverà nei Paesi che compongono l’Unione Europea a causa delle leggi in materia di privacy. The post Facebook userà l’intelligenza artificiale per prevenire i suicidi appeared first on Data Manager Online.

Aruba si afferma come “leader” nello studio Gartner Magic Quadrant

Per la prima volta in assoluto Aruba è stata collocata in cima allo studio Gartner Magic Quadrant for Wired and Wireless LAN Access Infrastructure posizionandosi complessivamente più in alto nella categoria ‘Leaders’ per la completezza della propria vision. Detronizzando il tradizionale leader Cisco, Aruba si è inoltre affermata al primo posto del report Critical Capabilities, un’analisi che accompagna lo studio Magic Quadrant assegnando un punteggio a 16 vendor in merito a una varietà di funzionalità di rete all’interno di sei casistiche d’utilizzo enterprise. Si tratta della prima volta che un vendor riesce a piazzarsi in cima a tutte le sei casistiche previste dal report. Gartner ha sottolineato anche come Aruba abbia conseguito un punteggio superiore a quello di Cisco in ogni casistica d’utilizzo: è la prima volta che ciò accade nelle quattro edizioni di questa ricerca, collocando Aruba al top tra i produttori mondiali di apparati di rete per l’accesso LAN cablato e wireless. Secondo il report, Aruba possiede uno dei più vasti portafogli dedicati al layer di accesso cablato e wireless presenti sul mercato, e Gartner consiglia alle aziende di prenderlo in considerazione per tutti i deployment campus a livello globale. Questo è il dodicesimo anno consecutivo in cui Aruba si posiziona tra i Leader di mercato, comprendendo il precedente Gartner Magic Quadrant for the Wireless LAN Access Infrastructure. Inoltre: Aruba AirWave e ClearPass restano tra le soluzioni più complete presenti sul mercato Gartner indica che i propri clienti registrano un elevato grado di soddisfazione con Aruba ClearPass, soluzione che mette a disposizione accesso guest, profilazione dei dispositivi, valutazione della postura di sicurezza e onboarding degli utenti Il supporto Aruba delle applicazioni di gestione e servizio (Airwave, ClearPass, IMC e Meridian) per i dispositivi non-HPE come ALE e Cisco, che semplifica l’orchestrazione all’interno degli ambienti multi-vendor, è stato evidenziato tra i principali punti di forza L’acquisizione di Niara e Rasa Networks ha rafforzato le capacità di monitoraggio della sicurezza e del traffico di rete di Aruba The post Aruba si afferma come “leader” nello studio Gartner Magic Quadrant appeared first on Data Manager Online.

Riduzione dei rischi: solo 30 giorni per proteggere le credenziali privilegiate

Negli ultimi 24 mesi, diversi attacchi riusciti hanno utilizzato credenziali privilegiate violate. Gli hacker sono stati in grado di ottenere credenziali di amministratore Windows a livello di dominio sfruttando le vulnerabilità comuni presenti negli ambienti IT aziendali. Come proteggere la tua organizzazione? Come evitare le violazioni di dati? Nel rapporto di ricerca “The CISO View. Rapida Riduzione dei Rischi” di CyberArk vengono fornite raccomandazioni sviluppate in collaborazione con un panel composto da 1000 CISO da tutto il mondo che hanno sperimentato violazioni di dati di notevole entità. Scarica il report gratuito The post Riduzione dei rischi: solo 30 giorni per proteggere le credenziali privilegiate appeared first on Data Manager Online.

I dispositivi IoT evolvono ma sono ancora vulnerabili

I dispositivi connessi sono generalmente considerati strumenti utili per rendere le nostre vite più semplici. Ma quanto sono sicuri dal punto di vista della cybersecurity? Già nel 2015 i ricercatori di Kaspersky Lab avevano deciso di studiare la gravità della minaccia che si cela dietro all’Internet of Things. I risultati erano stati preoccupanti, così due anni dopo hanno condotto una nuova indagine: tra 8 dispositivi IoT selezionati casualmente – dal ferro da stiro smart a una macchinina dotata di videocamera – la metà è risultata hackerabile a causa di password deboli. Inoltre, solo un dispositivo ha soddisfatto i requisiti dei ricercatori, dimostrando di essere sicuro. I dispositivi IoT sono essenzialmente device connessi alla rete, con tecnologie integrate che consentono di interagire tra di loro e con l’ambiente esterno. La loro vasta diffusione e varietà ha reso i dispositivi IoT un obiettivo interessante per i cyber criminali. Un esempio sono gli attacchi DDoS da record lanciati nel 2016 grazie a una estesa botnet composta da router, telecamere IP, stampanti e altri dispositivi. Hackerando questi device i criminali sono in grado di ricattare o spiare le persone. Altri vettori di attacco possono essere ancora più pericolosi. Ad esempio, i dispositivi di rete domestici possono essere usati per condurre attività illegali oppure, ottenendo l’accesso a un dispositivo IoT, un cyber criminale può ricattare – e spiare – il suo proprietario allo scopo di estorcere denaro. Il dispositivo infettato potrebbe anche venire semplicemente reso inutilizzabile, sebbene questa non sia sicuramente l’ipotesi peggiore. I ricercatori di Kaspersky Lab hanno quindi deciso di scoprire se i diversi report sui dispositivi smart e gli incidenti che li hanno visti coinvolti abbiano cambiato la situazione. Per scoprirlo, hanno nuovamente analizzato una selezione casuale di diversi prodotti IoT: un caricatore smart, una macchinina giocattolo controllata via app, una bilancia smart utilizzabile via app, un aspirapolvere smart, un ferro da stiro smart, una telecamera IP, uno smartwatch e la centralina di un sistema di smart home. Il risultato dell’indagine è preoccupante: tra gli 8 dispositivi esaminati, solamente uno soddisfaceva i requisiti di sicurezza stabiliti dai ricercatori. Inoltre, la metà dei dispositivi poteva essere compromessa e facilmente sfruttata grazie alla carenza di attenzione dedicata dal vendor all’impostazione delle password. Infatti, i dispositivi avevano una password di default che non poteva essere cambiata, mentre in alcuni casi la password era persino la stessa per tutti i dispositivi della linea di prodotto. “Noi di Kaspersky Lab monitoriamo da anni il problema della sicurezza informatica dei dispositivi smart. Abbiamo pubblicato diversi report sulle minacce per l’IoT e l’aumento del livello di attenzione da parte dei vendor ha aiutato a diminuire il volume di prodotti smart non sicuri. Tuttavia, il problema è ancora presente e molti dispositivi possono ancora rappresentare un pericolo per i loro proprietari. Questo significa che c’è ancora molto lavoro da fare e che una collaborazione tra aziende di cyber sicurezza e vendor di dispositivi connessi è essenziale”, ha commentato Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky Lab. I ricercatori di Kaspersky Lab consigliano agli utenti di adottare le seguenti misure per evitare di acquistare dispositivi smart vulnerabili: Prima di comprare un dispositivo IoT, è meglio cercare su Internet notizie relative a eventuali vulnerabilità. L’IoT è attualmente un argomento molto seguito e molti ricercatori si stanno impegnando a scoprire i problemi di sicurezza di questi prodotti, dai baby monitor ai fucili controllati via app. È probabile che il dispositivo a cui si è interessati sia già stato esaminato dai ricercatori di sicurezza ed è spesso possibile scoprire se il problema trovato nel dispositivo sia stato risolto o no. Non è sempre una buona idea comprare i prodotti appena rilasciati sul mercato. Oltre ai bug standard comunemente trovati in questi prodotti, i dispositivi appena lanciati hanno maggiori probabilità di contenere problemi di sicurezza che non sono ancora stati scoperti dai ricercatori. La scelta migliore è acquistare prodotti per i quali sono già stati rilasciati diversi aggiornamenti software. Quando si deve scegliere quale parte della propria vita rendere più “smart”, è importante considerare i rischi di sicurezza. Se si conservano in casa molti beni di valore, sarebbe meglio installare un sistema di allarme professionale al posto o in aggiunta all’attuale sistema di allarme controllato via app; altrimenti è consigliabile impostare il sistema esistente in modo da rendere inoffensiva ogni vulnerabilità. The post I dispositivi IoT evolvono ma sono ancora vulnerabili appeared first on Data Manager Online.

Firefox avviserà quando visitiamo un sito hackerato

Il team di Mozilla si avvale della collaborazione di un famoso servizio per lo scouting di portali potenzialmente vittima di violazione Si chiama Breach Alerts la nuova funzione messa in campo da Mozilla, per avvisare i navigatori di possibili siti web hackerati. Il team la attiverà grazie a una partnership con il servizio Have I Been Pwned, volto proprio ad analizzare la genuinità dei siti web. Il fine è andare più a fondo, cercando di ridurre al massimo le conseguenze di nomi utente e password rubati e poi diffusi in rete, senza che i legittimi proprietari sappiano nulla. Troppo spesso infatti, website e app vittime di violazione comunicano con un certo ritardo il furto, lasciando che i criminali informatici possano agire indisturbati per un certo tempo. Cosa succede Quando Firefox scova qualche problema nell’autenticità della navigazione su un sito, mostra un avviso in pop-up che invita a informarsi meglio sulla questione, rinviando alla documentazione circa il data breach. “Si tratta di un’aggiunta che apre la strada ad altre forme di utilità nei confronti della sicurezza degli utenti – ha spiegato Nihanth Subramanya, developer di Mozilla – abbiamo scelto di renderlo un componente legacy per rendere più semplice il suo adattamento a tutti i progetti futuri che riguardano l’azienda, non solo Firefox”. Come detto, insieme alla Foundation c’è il servizio Have I Been Pwned, fondato dall’esperto di cybersecurity Troy Hunt. La piattaforma fornirà tutti i più aggiornati dettagli in merito alle violazioni, anticipando i tempi e permettendo al browser di notificare quasi in tempo reale i visitatori. Al momento non è chiaro quando il tool sarà effettivamente integrato nel programma ma per ora si può scaricare in maniera indipendente dalla repository di Github a questo indirizzo. The post Firefox avviserà quando visitiamo un sito hackerato appeared first on Data Manager Online.

Il telefono fisso vince ancora su SMS, IM ed email

In un mondo dominato da SMS, Instant Messaging ed email, sembra che niente sia ancora in grado di sostituire il contatto personale che una conversazione telefonica è in grado di garantire. È uno dei dati più interessanti che emerge dalla ricerca Wainhouse realizzata in collaborazione con ALE (società che opera sul mercato con il brand Alcatel-Lucent Enterprise): il telefono è ancora il dispositivo più apprezzato, con quasi l’85% delle persone che lo utilizza quotidianamente per il proprio lavoro. I risultati della ricerca indicano che per i prossimi cinque anni – dal 2017 al 2021 – il mercato della telefonia business crescerà ancora passando dalle attuali 29.5 milioni di unità a 31.6 milioni. Ancora più interessante il dato relativo ai telefoni IP, che, nello stesso periodo, passeranno dal 74% all’82% del totale dei telefoni di categoria business. Secondo Paolo Ferretti -Technical Sales & Service Manager, Central Mediterranean Countries, Balkans and Turkey– “Invece di essere sostituiti da nuove tecnologie, i telefoni IP diventano sempre più parte integrante di un più vasto ecosistema delle comunicazioni. Il 70% degli utenti di telefonia utilizza un mix di telefoni da scrivania, PC e cellulari per comunicare; il telefono fisso è tuttavia lo strumento di comunicazione che offre quella combinazione di semplicità d’uso, affidabilità e qualità di cui gli utenti necessitano, specie in ambiente lavorativo.” Il più recente telefono ALE – il DeskPhone 8008 – è stato sviluppato per rispondere ancora meglio a queste esigenze. Il processo di progettazione ha preso spunto dalle richieste provenienti dai nostri clienti, che apprezzano la qualità dell’hardware, le caratteristiche studiate appositamente per un ambiente business e il prezzo, ma avevano bisogno di uno schermo più ampio e di ulteriori caratteristiche in grado di garantire una protezione ancora maggiore da attacchi informatici come, ad esempio, quelli di tipo DoS (Denial of Service). I nuovi deskphone sono telefoni IP con un ottimo rapporto qualità/prezzo, e rispondono alle esigenze del mercato entry level offrendo un design elegante e funzionale combinato a caratteristiche che ne fanno un telefono semplice da utilizzare e, al tempo stesso, altamente professionale. Sono, inoltre, dotati di uno schermo LCD da 2.4 pollici che semplifica le operazioni di accesso alle molte funzioni del telefono. The post Il telefono fisso vince ancora su SMS, IM ed email appeared first on Data Manager Online.