GetCoo, la startup di Ravenna sfida i colossi della computer vision
Dal riconoscimento immediato di un sito artistico alla corretta identificazione del “part number” necessario per ordinare un pezzo di ricambio, il motore di ricerca visuale messo a punto da GetCoo non perde un colpo. Ed è lanciato a gran velocità verso un mercato plurimiliardario Non sono visionari solo perché si muovono negli incerti (dal punto di vista della logica binaria) confini della computer vision – branchia dell’intelligenza artificiale, dove tanto per cambiare ci si deve scontrare con colossi come Google o Amazon, ma anche con startup che certo non soffrono delle stesse difficoltà legate al nostro asfittico mercato dei capitali di rischio. GetCoo è il sogno informatico realizzato con grande caparbietà da due fratelli romagnoli, che – malgrado la diversa formazione (Claudio è un ingegnere informatico con dottorato in biofisica computazionale, Stefano un perito meccanico) – hanno sempre lavorato programmando o amministrando computer. L’idea per la loro startup, GetCoo, da un anno e mezzo ospitata all’interno di Collabora, incubatore high-tech controllato dal Comune di Ravenna, nasce un paio d’anni fa da una esigenza molto pratica. «Allora, ero ancora a Chicago, come ricercatore» – racconta Claudio al cronista di Vision. «Girando la città con mio fratello, che era venuto a trovarmi, ci siamo trovati davanti al Flamingo di Alexander Calder (la rossa scultura in acciaio, uno dei simboli di Chicago, realizzata dall’artista celebre soprattutto per le sue opere “mobili” e sospese, ndr). Entrambi abbiamo pensato che sarebbe stato molto bello avere uno strumento che fosse in grado di trovare immediatamente, senza faticose ricerche in rete, le informazioni relative a un monumento». La sfida di GetCoo I due imprenditori-inventori hanno in mente l’interfaccia più naturale e diffusa al momento: lo smartphone con cui inquadrare un oggetto e un software intelligente capace di riconoscere l’immagine sulla base delle sole informazioni fotografiche. L’obiettivo, dal punto di vista computazionale, è tutt’altro che banale, ma la sfida è troppo allettante. Claudio e Stefano, che entrambi hanno una carriera avviata, mollano quello che stanno facendo e decidono di inseguire il loro sogno in Italia. Per Claudio – «si trattava anche di lanciare un preciso messaggio a chi pensa che dall’Italia bisogna andarsene per forza». Fin da subito, l’attenzione di Claudio, CTO della startup, si sposta da una singola app all’idea di un vero e proprio motore di ricerca visuale, da cui poter ricavare applicazioni specifiche. «Quello della computer vision è un mercato in piena crescita, era importante essere tra i primi. Ma la tecnologia è ancora acerba, anche per questo inizialmente ci siamo concentrati sul caso specifico del riconoscimento dei monumenti». Applicazione immediatamente comprensibile ai più, che desta grande attrattiva in una nazione dal patrimonio artistico così ricco. Tant’è vero che GetCoo suscita presto un grande entusiasmo, ottenendo premi e riconoscimenti, tra cui recentemente quello all’edizione 2017 dello SMAU di Milano. Nel maggio del 2016, la microazienda – con Claudio e Stefano Berti lavorano Roberta Grasso per la parte artistico-culturale di GetCoo, e Jonas Barzaglia per la grafica e le interfacce – ottiene il supporto di Collabora. #GetCOO Soluzioni SaaS di #ComputerVision su algoritmi proprietari #AIClick To Tweet Il motore di ricerca DART «Due anni di lavoro che ci hanno portato recentemente al rilascio di una nuova versione del nostro motore di ricerca, DART Direct Access and ReTrieval». Carlo Berti tiene a sottolineare il diverso approccio adottato dagli algoritmi sviluppati per GetCoo, un sistema di riconoscimento che affronta un problema diverso rispetto alla strada seguita da Google o Clarifai, altro concorrente diretto. «Il nostro riconoscimento punta a ottenere singole istanze, mentre Google e altri preferiscono procedere per categorizzazioni successive. GetCoo insomma, inquadra un oggetto e lo definisce esattamente, “vede” una chiesa e dice che è San Pietro in Silvis a Bagnacavallo. Google inquadra lo stesso monumento e lo classifica tra le chiese romaniche». Questo presuppone la creazione di un database indicizzato e taggato, i cui contenuti vengono confrontati con le “parole chiave” visuali, utilizzando reti neurali che hanno un ulteriore vantaggio: sono computazionalmente leggere e molto veloci. E se un oggetto – nel caso di GetCoo la foto di monumento – non è ancora classificato nel database, «a quel punto, viene chiesto agli stessi utenti un suggerimento che in seguito viene validato da noi e aggiunto all’archivio». Applicazioni di business Presto i due fondatori si rendono conto che il successo commerciale del loro motore di ricerca visual non può dipendere solo dal riconoscimento dei siti artistici, anche se GetCoo anima per esempio la guida virtuale che oggi permette ai visitatori dei monumenti bizantini del ravennate, tutti “brandizzati” UNESCO, di accedere tramite smartphone al ricco “corpus” di spiegazioni accumulato dalla Curia di Ravenna, titolare di questi siti. Con PartFinder, l’applicazione premiata dallo SMAU, la tecnologia viene messa al servizio delle aziende manifatturiere, dei tecnici manutentori e degli artigiani addetti alle riparazioni, consentendo loro di inquadrare una parte meccanica – per esempio la vite o il bullone da sostituire – e ottenere in pochi secondi la descrizione e il “part number” necessario per ordinare esattamente il pezzo originale. Per PartFinder è stato messo a punto anche uno scanner fotografico che consente all’utilizzatore di creare molto facilmente, con una acquisizione “single-button” un intero catalogo di pezzi. «Una versione di PartFinder, in particolare quella rivolta a singoli artigiani o a chi deve acquisire parti voluminose – spiega Berti – permette di acquisire le immagini direttamente attraverso la app, mentre il box, utilizzato in ambienti industriali, crea un database con maggiore velocità e precisione». I valori in gioco sono sicuramente più elevati rispetto al settore dei beni culturali, perché PartFinder permette di velocizzare la gestione del magazzino dei pezzi di ricambio, fornendo all’istante il codice corretto con cui effettuare una ordinazione presso il distributore più conveniente. Altre applicazioni sono in fase avanzata di sviluppo, come Visual Intelligence by Vanity, una app per il mondo fashion che servirà a profilare i clienti dei negozi di abbigliamento. Sul sito di GetCoo è già online la demo di RevIMG, un tool che permetterà di costruire e consultare i propri database visuali personali. Ma le opportunità
Google oscura i siti che mentono sulla loro origine
Google News escluderà dal flusso di notizie i contenuti diffusi da siti che non dichiarano le loro vere origini e finalità diffondendo fake news Google sta per fare un importante passo avanti nella lotta alle fake news. Milioni di persone in tutto il mondo utilizzano quotidianamente la sezione notizie del suo motore di ricerca per informarsi ma anche questo servizio non è immune alle bufale. Per questo Google News adotterà nuove linee guida che prevedono l’esclusione dalla piattaforma a quei siti che nascondono il loro Paese di origine. “Aggiorniamo periodicamente le nostre norme per riflettere il costante cambiamento del web e come gli utenti cercano le informazioni online. Come risultato, vogliamo garantire che gli utenti possano comprendere e vedere da dove provengono le news online e che i siti siano trasparenti circa le loro origini”, afferma un portavoce di Google. I portali di informazione per collaborare con Big G devono essere il più chiari possibile in merito a chi sono e alle loro finalità. Alcuni però mentono quando si tratta di dichiarare la nazione di provenienza per raggiungere con le proprie fake news un pubblico straniero. Emblematico è il caso Russiagate che ha costretto Google e Facebook a presentarsi davanti al Congresso USA per difendere i loro sistemi di monitoraggio delle notizie. Organizzazioni politiche con sede in Russia hanno volutamente diffuso false informazioni a scopo propagandistico tramite Google News e YouTube per sostenere l’elezione di Donald Trump durante le passate elezioni. Le nuove policy dovrebbero garantire un maggiore livello di trasparenza. Il problema fake news non riguarda solo Google ma anche Bing, Twitter, Facebook e molti altri servizi online. In particolare l’azienda di Menlo Park ha ammesso che 126 milioni di utenti americani sono stati raggiunti dalle fake news partite dalla Russia e sono più di 270 milioni gli account falsi o doppi. Per questo ha promesso che si impegnerà a segnalare quando un contenuto è di natura politica. The post Google oscura i siti che mentono sulla loro origine appeared first on Data Manager Online.
Facebook anti-spam, penalizza chi sollecita i ‘Mi Piace’
Cambierà algoritmo per combattere ‘engagement bait’
Lo speaker Bixby arriverà a metà 2018
Samsung sta ultimando le fasi di realizzazione del suo altoparlante connesso, che se la vedrà con HomePod, Echo e Google Home Nel settore hi-tech, gli speaker connessi hanno già dimostrato di avere una certa fetta di pubblico interessata, almeno negli Stati Uniti. Altrove la questione è più complessa visto che gli altoparlanti smart non sono ancora sbarcati del tutto in Europa. Tante compagnie però si apprestano a entrare nel particolare mercato. Tra queste vi è Samsung, che stando a Bloomberg, lancerà a metà 2018 il suo speaker intelligente con Bixby. Da tempo si parla di una mossa del genere, più che altro perché obbligata. In un mondo, quello della tecnologia di consumo, che vede sempre una maggiore concentrazione di prodotti, solitamente appartenenti a categorie diverse, nelle mani di poche big, la multinazionale coreana non può pensare di restare fuori da un contesto che sul lungo periodo potrebbe dare parecchie soddisfazioni, vista la base di partenza già ben avviata. Come sarà Difficile dire come sarà e cosa potrà fare il Bixby Speaker di Samsung. A differenza dei concorrenti, il marchio orientale può contare su una vasta gamma di accessori e gadget già naturalmente connessi e comunicanti, come parte della famiglia Gear. Molto probabile dunque che anche l’altoparlante che vedremo a metà 2018 verrà inserito nel grande parco dell’hi-tech casalingo, che comprende già smartwatch, videocamere connesse, visori di realtà virtuali (in arrivo anche quello standalone), smartband, auricolari in ear senza fili. La competizione però sarà molta, soprattutto per via della prossima disponibilità di Apple HomePod, uno speaker da più parti considerato come il solo in grado di spostare gli equilibri del mercato, come già successo con iPhone e iPad. Ci riuscirà? Troppo presto per dirlo ma finora quello che può guardare con maggiore serenità al futuro è Jeff Bezos, che con Amazon Echo è già arrivato alla terza generazione, con un vantaggio sul campo non da poco. The post Lo speaker Bixby arriverà a metà 2018 appeared first on Data Manager Online.
La ‘Selfite’ è una malattia, ossessione di postare selfie
Allarme psicologi, 3 categorie ‘cronica, acuta, borderline’
Siti per single: guida ai siti italiani
Secondo gli ultimi dati forniti dall’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, nel 2017 sono circa 8 milioni i single ufficiali presenti in Italia. Un dato importante, che fa emergere come, rispetto soltanto a qualche anno fa, i single siano aumentati di ben il 10%. Si tratta di un piccolo esercito di persone in costante aumento, che stanno cambiando profondamente la nostra società e il modo di comunicare. Ma come interagiscono i single in Italia? Semplice, lo fanno in rete, utilizzando i migliori siti italiani per single. I siti d’incontro per single: perché fanno successo Quella dei portali web dedicati ai single è una storia lunga, iniziata pochissimo tempo dopo la nascita di internet. Oggi le nuove generazioni, ma non solo, utilizzano quasi esclusivamente internet per conoscere nuove persone, un aspetto che ha portato alla nascita di decine e decine di siti e app di nicchia. Il perché del loro successo? Tutto si concentra nella facilità che offre la rete nelle interazioni sociali. La grande spinta dei portali per single nacque infatti per rispondere alle esigenze della comunità gay e lesbica, nella quale le persone si trovavano in grande difficoltà per incontrarsi tra di loro. I siti per single hanno risolto questo problema. Bastava iscriversi in un sito e iniziare a cercare l’anima gemella, un amico, un amante o semplicemente qualcuno con cui conversare. Oltre a offrire un ambiente protetto, i siti per single attirano un traffico già targhetizzato, quindi la maggior parte degli utenti presenti in chat ha lo stesso obiettivo. Nessun fraintendimento, nessun rischio, si trova la persona giusta e si comincia a conoscerla, si chatta, ci si scambia qualche foto, si continua con una conversazione in videochat e poi chissà, piena libertà nel rispetto delle regole e del buon senso, certo. Con il passare degli anni i siti per single si sono allargati a tutte le categorie sociali. Dalla comunità gay e lesbica sono arrivati agli over 40, le persone mature magari con difficili divorzi e separazioni alle spalle, oppure ai teenager, adolescenti in cerca delle prime esperienze di vita. Come funzionano i siti per single Il funzionamento di un sito per single è piuttosto semplice. Basta trovare quello che si adatta alle proprie necessità, registrarsi e iniziare a cercare altri utenti. Solitamente l’iscrizione è completamente gratuita, bisogna soltanto inserire il proprio nome e cognome e lasciare un indirizzo email per i contatti. In altri casi è possibile che siano disponibili servizi a pagamento, per esempio per finire in cima alle ricerche degli altri utenti, oppure per avere a disposizione aree private virtuali più confortevoli. Quando ci si registra è necessario creare il proprio profilo. Si tratta dell’operazione più delicata, che può fare la differenza per attrarre più persone possibile e lasciare una buona impressione. Ovviamente la foto conta molto ma non bisogna esagerare, per esempio con fotoritocchi azzardati o effetti eccessivi. Bisogna essere naturali ma sapersi valorizzare, mettersi in mostra ma con discrezione. Inoltre è essenziale inserire i propri gusti e hobby, una piccola descrizione semplice ma ben redatta, che spieghi agli altri le nostre qualità, i nostri sogni e ciò che ci piace fare durante il tempo libero. Una volta inserito in nostro annuncio online, veniamo messi in contatto con gli utenti il cui profilo combina di più con il nostro. Per questo è importante crearne uno realistico, altrimenti gli algoritmi non riusciranno a trovare i single giusti da presentarci e tutto si rileverebbe inutile. L’importanza della community Quando si parla di siti per single in verità ci si riferisce sempre di più al concetto di community per single, un aspetto fondamentale per differenziare i classici portali d’incontri dai moderni siti del settore. Tutto ruota intorno al concetto di gruppo, un insieme di persone che condividono gli stessi gusti e gli stessi interessi. È un concetto fondamentale quello della community per single, un format vincente che consente di risparmiare tantissimo tempo e fatica nella ricerca degli utenti più interessanti. Infatti in questo modo sappiamo già che gli altri single sono persone molto simili, vuoi per l’età, per un hobby in particolare, per una condizione sociale, per un obiettivo o per qualsiasi altro aspetto. Migliori siti per single suggeriti da Sitiincontri.org Il web è pieno di siti per single, per questo abbiamo deciso di pubblicare una classifica dei migliori siti italiani per single, i portali consigliati direttamente da sitiincontri.org. Si tratta di siti completamente differenti l’uno dall’altro, anche tutti hanno in comune la qualità del servizio e la professionalità con la quale sono gestiti. Ciao Single CiaoSingle.com è un sito web specifico, completamente dedicato ai single, uomini o donne che siano. Questa community sta crescendo molto velocemente, tanto che già conta migliaia di iscritti di tutte le età e i luoghi d’Italia. Cerco Anima Gemella Questo portale, CercoAnimaGemella.org vanta un’interfaccia giovane e dinamica, mentre la sua finalità, come suggerisce il nome, è più indirizzata a trovare l’amore, un altro single che è stufo di questa condizione e vuole sperimentare qualcosa di diverso. Meetic Meetic.it è oggi uno dei siti per single in Italia più grandi del web, con milioni di iscritti da tutte le regioni del paese. Una vera e propria community sempre molto attiva. Come scegliere il sito per single migliore Questi appena presentati sono i migliori siti web per single in Italia, le community più grandi e adatte a chi vive da solo la propria vita ma ha voglia di conoscere persone nuove. Le qualità che accomunano questi siti sono la sicurezza, il rispetto della privacy degli utenti, la qualità del servizio e la vivacità dei membri del gruppo. Tutti gli utenti sono sempre molto attivi, pronti a conoscere persone nuove e intraprendere avventure. Ovviamente la scelta tra il servizio gratuito e a pagamento è una scelta completamente personale. Tutti e tre i pacchetti gratuiti sono affidabili, in grado di offrire un buon servizio. Certamente per aumentare le proprie chance, e ottenere un servizio migliore, gli abbonamenti a pagamento sono la scelta più indicata. In questo modo è possibile ricevere soltanto interazioni da profili controllati,
Il cloud ibrido che piace alle aziende
L’integrazione tra architetture cloud pubbliche e on premise dischiude allettanti prospettive di crescita per aziende e organizzazioni. A patto di rimuovere resistenze di tipo culturale e organizzative Grande popolarità, poca comprensione. Si fa un gran parlare di cloud ibrido. Combinazione magica che dovrebbe spalancare ad aziende e organizzazioni le porte dell’altrettanto incantato mondo del cloud. Il regno dei risparmi, degli utili, dell’efficienza e della produttività del lavoro. In realtà, l’intelligenza del concetto, quando cioè una “nuvola” possa considerarsi davvero ibrida, sembra ancora lontana. Infatti, non basta servirsi del cloud pubblico e avere in casa qualche server dove far girare un’applicazione che proprio non si vuole mettere in cloud, per dire di aver implementato il cloud ibrido. «Infatti, a usarlo sono – e possono essere – pochissime aziende» – mette subito in chiaro Alessio Pennasilico, membro del comitato direttivo e del comitato tecnico scientifico di CLUSIT. «Possedere le necessarie risorse economiche, di competenza, di staff per una propria infrastruttura cloud privata è una possibilità che solo poche aziende, molto grandi e strutturate, possono permettersi. Molto più spesso si assiste invece a un mix di risorse on premise che interagiscono con servizi IaaS o SaaS cloud». LE REGOLE E L’ORCHESTRATOR Il cloud ibrido presuppone la fusione di due ambienti – da una parte un servizio di cloud pubblico e dall’altra un’infrastruttura di cloud privato – che condividono un orchestration layer. Affinché lavorino in sinergia, servono due ingredienti: una serie di regole stabilite a priori (policy) e lo strumento giusto (un software) in grado di interpretare e applicarle. Ma anche di gestire le interazioni tra sistemi cloud based e on premise, in modo che le diverse componenti raggiungano un certo risultato. «Questo layer deve permettere non solo di automatizzare task, ma di farlo secondo workflow complessi, seguendo tutte le regole fissate, su tutti gli aspetti di funzionamento dell’infrastruttura» – afferma Pennasilico. Gestire e distribuire i dati in modo da ottimizzare i carichi di lavoro, l’utilizzo dello storage e delle risorse di rete, i rischi operativi. Stiamo parlando di un sistema “intelligente”, che sulla base di alcune regole preimpostate è in grado di prendere alcune decisioni automatiche, avviare un certo numero di server nel cloud privato e in quello pubblico. Oppure: a fronte di un problema nel cloud privato, spostare un pool di macchine virtuali sul pubblico o viceversa. Automatizzazione che (quasi) non trova limiti alla sua applicabilità. L’orchestrator – infatti – dispone di una serie di feature tali da permettere una granularità estesa a un ampio spettro di possibilità. Naturalmente, a software diversi corrispondono funzionalità differenti e combinazioni diverse di possibilità. Ma tutti sono o dovrebbero essere in grado di interpretare ordini del tipo: se quel servizio non sta funzionando nel modo corretto – oppure – se il carico di lavoro supera una certa soglia – allora, comportati in un certo modo. Chi può trarre i maggiori vantaggi dal #CloudIbrido ? #Symantec @ClusitClick To Tweet Facciamo un esempio. Prendiamo un sito web di commercio elettronico che nel periodo natalizio deve gestire molti più ordini rispetto al solito. Quando il carico di lavoro supererà – poniamo come soglia l’80 per cento – l’orchestration layer sarà in grado di avviare altri 10 server virtuali normalmente spenti, per far fronte ai picchi di lavoro. Ma con quali effetti? Sul piano pratico, dovrò sostenere costi maggiori per l’aumento nel consumo di CPU, memoria, energia, storage, in quanto svolgo più attività e con un grado d’intensità più elevato. Allo stesso tempo – però – il servizio di e-commerce continuerà a funzionare. Una volta diminuito il carico al di sotto di una soglia stabilita, potrò decidere di spegnere le macchine accese e tornare a consumare ai livelli precedenti. «Ogni soluzione virtuale ha un motore con queste caratteristiche e in grado di gestire gli eventi rispetto al contesto» – conferma Pennasilico. Ma occorre interfacciarsi attraverso apposite API con molti attori differenti, tanti quanti sono i cloud provider con i quali si opera e le loro tecnologie. Tutti i software più blasonati supportano Amazon, Azure, e le soluzioni on premise. Dal mondo Symantec, segnaliamo due soluzioni specifiche, come ci spiega Candid Wüest, threat researcher: «Symantec Cloud Workload Protection, la soluzione nativa con caratteristiche di automazione e flessibilità per i carichi di lavoro di AWS e Azure. E Symantec Data Center Security per la protezione sia del sistema operativo da exploit, buffer overflow e zero-day, sia delle applicazioni, permettendo l’esecuzione di software autorizzato in modalità sicura come sandbox e memory protection. Disponibile, quest’ultima, in modalità agentless per gli ambienti virtuali e integrata nativamente con NSX». Sarà dunque in questo layer che dovranno essere impostate molte delle regole di funzionamento che influiranno sulla gestione della riservatezza e della disponibilità dei servizi. Parliamo di un software funzionale alla creazione di un’architettura creata a tavolino. Un’“intelligenza superiore” in grado di gestire in modo coerente, uniforme, ottimizzato, secondo i criteri impostati tutte le risorse disponibili. Attività queste che in un ambiente cloud ibrido raggiungono un grado di complessità maggiore rispetto al cloud pubblico, e che sono il prodotto dell’interconnessione tra processi che si svolgono tra sistemi eterogenei ubicati in posti diversi. #GDPR e #CloudIbrido Qual è il ruolo del cloud provider ?Click To Tweet ANALISI DEL RISCHIO E TRASPOSIZIONE IN POLICY Naturalmente, affinché tutto questo avvenga al meglio, alle spalle deve esserci un lavoro importante di analisi del rischio e di trasposizione in policy delle decisioni prese per far fronte alle diverse possibilità che i rischi individuati si manifestino. «Per facilitare la gestione e ridurre i rischi, le policy devono essere stabilite in maniera centralizzata e agnostica dal punto di vista infrastrutturale. In modo da rendere più semplice mettere in campo nuovi processi, in totale sicurezza» – osserva Michele Guglielmo, regional sales director di Cloudera. Quando nulla di tutto questo esiste, allora accade semplicemente che i due ambienti vivano di vita propria. Le decisioni prese in un ambiente non influenzano quelle dell’altro. L’interazione in questo caso avviene attraverso l’intervento di un tecnico, ma con possibilità più limitate. «Lo scenario di due infrastrutture cloud comunicanti è molto
Il 2017, l’anno bilanciato dell’innovazione digitale
Con accelerazioni e decelerazioni, rimandi al domani e decisioni improvvise, attivismo dell’innovazione e pensiero creativo, si chiude un anno alla ricerca della giusta misura Ogni anno si chiude con un pensiero a quanto abbiamo vissuto, attraversato, osservato. L’unica direzione possibile, il futuro, non ci sottrae dall’opportunità di ripercorrere questo 2017 per riflettere, tra premesse e promesse. In effetti, l’inizio dell’anno è stato tutt’altro che leggero: nelle IDC Predictions, l’avvento della Digital Economy (DX) in tutta la sua forza ci ha chiamato a nuovi ruoli, regole e responsabilità. Sono queste che sempre più vengono richieste ai manager coinvolti nei processi di trasformazione digitale. Sono le stesse che abilitano il successo. E sono sempre le stesse che entrano in gioco quando, per esempio, sistemi e processi vengono colpiti da cyberattack e bisogna intervenire in logica di crisis management. Il 2017 non ci ha risparmiato sotto questo fronte. È stato un anno bilanciato. Nonostante la velocità e le urgenze, nei primi mesi dell’anno le survey IDC hanno messo in evidenza in Europa e Italia priorità di business al confine tra il conservativo e l’innovazione. Razionalizzazione, efficienza, produttività da un lato. Sviluppi digitali ed espansione in nuovi segmenti di mercato e geografie dall’altro. Nello stesso periodo si sono mossi i passi necessari per avvicinarsi alla normativa GDPR, passando velocemente dalla consapevolezza all’esplorazione. Un notevole attivismo di partner e stakeholder nell’ecosistema ha favorito via via una crescente sensibilità nelle aziende italiane, che oggi sono attive sui vari fronti del processo di adeguamento. Il percorso non è facile e le percezioni raccolte nel corso delle indagini 2017 presso le aziende italiane ci trasferiscono ostacoli lungo uno spettro di contesti: data management, data encryption, adattamento delle security policy, education interna, mettere in atto sistemi e processi per prevenire e mitigare l’esposizione ai rischi. Vedremo gli sviluppi nel 2018. L’entrata in vigore fra pochi mesi farà da ago della bilancia. Molti osservatori hanno gli occhi puntati sul “D-day”. LA ROADMAP DELLA DIGITAL TRANSFORMATION Nel frattempo, tante storie ci raccontano il percorso di nuovi paradigmi quali l’IoT tra “use case” conosciuti e non. La IDC European IoT Survey 2017 evidenzia per il nostro Paese ai primissimi posti la sfera della “Customer behavior analysis and interaction”: si pensi alle sperimentazioni in ambito Retail, Banking e in generale alla trasformazione degli ambienti fisici e dei luoghi pubblici che abilitano nuovi processi grazie a tecnologie interattive. Non sorprende trovare inoltre l’ambito “asset management” tra gli altri contesti interessati da iniziative IoT: industry 4.0, digital building & facility, predictive maintenance sono solo alcuni dei principali driver di trasformazione. C’è poi un’altra sfera di iniziative, altrettanto significativa, che si fa strada sull’onda delle innovazioni che riguardano i processi di logistica, assistenza remota e distribuita di infrastrutture, fleet management, staff location, logistic management diventano use case rilevanti in molte organizzazioni che unificano e digitalizzano processi end-to-end nel proprio ecosistema. Cambiamenti significativi nel passaggio dal 2016 al 2018 che evidenziano maturità e penetrazione dell’era digitale. Non è difficile quindi immaginare che il modello di osservazione della roadmap della digital transformation – mentre si rafforza sulle 5 dimensioni che IDC ha tracciato negli anni scorsi come cardini del modello DX (vision e leadership; omnichannel; information management; operation; worksource and talent management) – evolva ora verso nuovi concetti. Si iniziano quindi a rafforzare nuovi requisiti della DX: misurazione delle performance; capacità e pratiche organizzative che incorporino il digital nel business; messa a punto di una roadmap per gli use case; disegnare una digital platform “for scale”, etc. Fabio Rizzotto: Digital transformation #Bilancio2017 e rotta verso il #2018 @IDCItalyClick To Tweet LE RAGIONI DEL CAMBIAMENTO L’IT sta chiedendo nuove leve. Dai talenti, alle nuove competenze, a nuove pratiche. Cambiano i processi di reporting, analisi, cambia il modello IT e questo si ripercuote sul modo in cui il consumo IT si contrattualizza, si misura. Lo shift di processi e risorse verso i provider va a ridefinire un nuovo ambiente, nuovi spazi non solo infrastrutturali o applicativi. I provider intravedono nuove opportunità in questo momento, sono in grado di intercettare nuove esigenze di capacità, elasticità, flessibilità. Ma su entrambi i fronti, nuovi processi devono essere definiti, coordinati, messi in atto, da quelli commerciali a quelli amministrativi, a quelli finanziari e contrattuali. Molte parti in gioco allo stesso tavolo. Trasparenza, comunicazione, chiarezza sono indispensabili. Potrà apparire sorprendente, ma non è affatto scontata la domanda sul “perché” le aziende devono fare tutto ciò. In confronti più o meno informali, alcuni manager non nascondono la propria sincerità nel trasferire che, ancora oggi, un certo stile di management o di direzione aziendale – non sempre legato al fattore generazionale o alla velocità di cambiamento di specifici settori – non sia particolarmente consapevole o non veda di buon occhio la necessità del cambiamento a fronte degli stravolgimenti epocali che stiamo vivendo. Basti guardare non solo come le piattaforme social e il mondo interconnesso hanno stravolto gli equilibri socioeconomici. Diamo uno sguardo alle nostre strade. Sono un miscuglio di vecchio e nuovo, forse prevale ancora di più il primo, ma si stanno trasformando molto velocemente. Digital signage, veicoli e sensori intelligenti, mobilità urbana e sistemi di parcheggio intelligenti, strade e ambienti sempre più pervasi da tecnologia, tonnellate di cartone da smaltire per effetto dell’eCommerce. Consumer e customer engagement impazzano. Il bello, o il paradosso, è che il tema engagement è citato da tutte le aziende come un driver significativo del cambiamento. Le aziende sono sempre più spinte dalla necessità di affermare una maggiore rilevanza e lasciare un segno nell’esperienza dei clienti. Non a caso è al primo posto (46%) degli obiettivi che le aziende italiane segnalano in questo 2017 nella trasformazione digitale. È l’engagement che sta trascinando intere industrie, anche B2B, nella rivoluzione 4.0. Al secondo posto dei “perché” in questo 2017 le aziende italiane pongono attenzione alla ricerca della ottimizzazione delle Operations, all’eccellenza operativa come una delle chiavi per la velocizzazione e l’efficienza dei processi. Al terzo posto, fa capolino il fine ultimo dell’azienda nel mondo profit e competitivo: la generazione di flussi di revenue
Memoria, avere troppi ricordi ci paralizza
Per funzionare correttamente, il cervello ha bisogno di dimenticare Ricordare tutto potrebbe sembrare un vantaggio per la nostra mente, in realtà se il nostro cervello fosse in grado di farlo andrebbe incontro a un problema molto serio: non sarebbe più capace di prendere decisioni, rimanendo come paralizzato. E’ fondamentale quindi che la mente trovi un equilibrio tra persistenza dei ricordi e transitorietà, in modo da poter svolgere le sue funzioni senza bloccarsi. Fortunatamente questa condizione è stata raggiunta grazie all’evoluzione umana, che ha permesso alla mente nell’arco di millenni di ottimizzare i ricordi. «Negli ultimi anni c’è stato un incremento del numero delle ricerche focalizzate sui meccanismi della transitorietà della memoria» spiegano Blake Richards e Paul Frankland, psicobiologi dell’University di Toronto, autori di un articolo sull’argomento pubblicato sulla rivista Neuron. Un recente studio ha scoperto il meccanismo che consente di ottimizzare i ricordi durante la notte: chiamato ‘smart forgetting’, il fenomeno consente di filtrare i ricordi durante il sonno in modo intelligente, trattenendo solo quelli importanti per ottimizzare il consumo energetico del cervello. Quando impariamo, si attiva un network di neuroni, che rafforzano i collegamenti tra di loro e lo stesso succede, al contrario, quando dimentichiamo qualcosa: si perde il rafforzamento delle connessioni in quello specifico network di neuroni che si era creato fissando il ricordo. Grazie a questo sistema si bilancia in maniera automatica dimenticanza e apprendimento. Non è un problema di spazio In passato si pensava che la mente dovesse dimenticare per «fare spazio» a nuove informazioni, ma ora si sa che il cervello umano non ne ha bisogno. «Quando consideriamo il numero di neuroni e di sinapsi che ci sono nel cervello, ci rendiamo conto che esiste la potenzialità di immagazzinare molte più informazioni di quelle effettivamente conservate — spiegano i due neurobiologi canadesi —. Il cervello umano possiede circa 80-90 miliardi di neuroni. Se solo ne dedicassimo un decimo a fissare ricordi di specifici eventi, allora, in accordo con stime di capacità in network auto-associativi, potremmo immagazzinare approssimativamente un miliardo di ricordi individuali. Inoltre, se consideriamo i ricordi registrati in maniera diffusa, questo numero potrebbe crescere di diversi ordini di grandezza». Una mente flessibile «Noi ipotizziamo che la transitorietà della memoria sia richiesta in un mondo che cambia e che ha un alto livello di rumore informativo di fondo», spiegano i ricercatori. Dimenticare ci porta ad avere una mente flessibile, che altrimenti prenderebbe decisioni troppo rigide. «La persistenza — affermano Richards e Frankland — è utile solo quando conserva quegli aspetti dell’esperienza che risultano stabili o che sono utili per predire come andranno nuove esperienze». L’unico modo per limitare la perdita di informazioni è ripetere e ripetere, per rinforzare così le tracce mnemoniche, ma comunque quando si smetterà di ripetere una gran parte delle informazioni verrà dimenticata. Per aiutare la mente a ricordare è fondamentale il sonno, considerato un facilitatore del consolidamento della memoria, (per migliorare la memoria durante il sonno basta ascoltare un “rumore rosa” simile al suono di una cascata) e studiare su testi accompagnati da foto e disegni che rendono l’apprendimento più facile in quanto l’utilizzo degli strumenti multimediali consente di ottimizzare le associazioni mentali. Per allenare la memoria durante il giorno esistono da sempre vari sistemi più o meno efficaci: l’ultimo innovativo metodo che promette significativi miglioramenti delle capacità mnemoniche arriva da uno studio pubblicato sulla rivista Neuron , condotto da alcuni ricercatori olandesi, secondo i quali ad ogni persona basterebbero solo 40 minuti al giorno per ottimizzare la memoria. The post Memoria, avere troppi ricordi ci paralizza appeared first on Data Manager Online.
Facebook ammette che può portare alla depressione
Facebook ammette che i social network possono avere effetti negativi se utilizzati in modo scorretto ma c’è anche un risvolto positivo Facebook sta subendo attacchi da più parti per gli effetti psicologici che può causare ai suoi iscritti. Il social network, così come tutte le piattaforme di condivisione online, è accusato non solo di plagiare le menti dei suoi utilizzatori ma in alcuni casi anche di portarli a sperimentare un senso di disagio che può arrivare fino alla depressione. Proprio in questi giorni Sean Parker, fondatore di Napster ed ex Presidente di Facebook, ha dichiarato che l’azienda di Menlo Park sfrutta le debolezze della mente umana a scopi commerciali. La stessa teoria è stata poi confermata da Chamath Palihapitiya, ex dirigente del social network, che ha accusato la piattaforma di distruggere le fondamenta dei rapporti sociali. Oggi Facebook si è assunta le sue responsabilità. In un post sul proprio blog intitolato “Domanda difficile: E’ un male passare del tempo sui social media?” Facebook spiega come attraverso una serie di studi sia arrivata alla conclusione che il suo servizio non è negativo per natura ma effettivamente può causare dei danni se utilizzato in un certo modo. Ancora una volta il problema non è la tecnologia in sé ma l’uso che se ne fa. Nel post co-firmato da David Ginsberg e Moira Burke, rispettivamente Director of Research e ricercatrice di Facebook, si spiega come gli utenti passivi che si limitano a interagire con gli altri solo attraverso i like e le visualizzazioni sono tendenzialmente più tristi rispetto a coloro che invece parlano con i propri amici virtuali. Facebook cita un esperimento condotto presso l’Università del Michigan in cui due gruppi di studenti hanno dovuto leggere in modo casuale messaggi sul social network per 10 minuti. Il primo campione poteva interagire con i contenuti mentre il secondo doveva rimanere passivo. Chi non ha interagito è risultato meno felice rispetto a chi ha potuto farlo. Un secondo studio condotto da terzi presso la UC San Diego e l’Università di Yale ha invece confermato che chi clicca sui collegamenti con maggiore frequenza o che ha messo più like è solitamente più triste rispetto alla media. Lo stesso risultato era emerso anche da un’altra ricerca resa pubblica in questi giorni. All’opposto però chi si è messo in contatto con amici vicini e lontani ha migliorato i propri rapporti sociali e ha sentito meno i sintomi della depressione. Facebook quindi conclude che un utilizzo attivo dei social network ha effetti positivi e che si impegnerà a migliorare questo aspetto. Un primo passo è arrivato con la possibilità di silenziare per un certo periodo di tempo gli utenti che ci infastidiscono. The post Facebook ammette che può portare alla depressione appeared first on Data Manager Online.