Ransomware: strategie di prevenzione, risposta e ripristino
Luca Maiocchi, Country Manager di Proofpoint Italia analizza lo stato di avanzamento di minaccia Ransomware sempre più sofisticata Il mondo digitale è pieno di minacce in continua evoluzione, progettate per eludere le misure di sicurezza che gli utenti possono implementare. Tra queste, il ransomware rimane una delle più persistenti e dannose del panorama odierno. Bloccando l’accesso a sistemi o dati fino al pagamento di un riscatto, ha registrato negli ultimi anni una crescita esponenziale, che ha riguardato anche il nostro Paese. Il 71% delle aziende italiane ha subito un’infezione ransomware nell’ultimo anno (con un aumento del 61% rispetto all’anno precedente). Fatto ancor più grave, il 66% dei professionisti IT italiani ha dichiarato che la propria impresa ha subito più infezioni ransomware differenti. Nella lotta contro il ransomware, come per la maggior parte delle minacce, è fondamentale il ruolo della prevenzione: ciò significa mantenere tutti i sistemi operativi e i software aggiornati con le ultime patch, soprattutto quelle relative alla cybersecurity. Allo stesso modo, è essenziale investire in soluzioni solide per proteggere la posta elettronica e gli account cloud, eseguirne regolarmente il backup e archiviarli in una rete separata. L’altro elemento cruciale è la formazione degli utenti, che devono essere informati su come evitare o segnalare tali minacce e sulle azioni da intraprendere in caso di attacco. Nessun sistema può essere completamente immune al ransomware Nonostante tutte le misure preventive, nessun sistema può essere completamente immune al ransomware. Pertanto, è essenziale avere un piano di risposta pronto. Nel caso di un’azienda, i dipendenti dovrebbero disconnettere i propri dispositivi dalla rete nel caso venga segnalato un ransomware. Se l’attacco raggiunge un server, è necessario isolarlo il prima possibile e controllare che non vi siano altri sistemi infetti. È importante non utilizzare strumenti gratuiti di decrittografia del ransomware, poiché potrebbero essere obsoleti e non funzionare correttamente. Infine, si dovrebbe procedere al ripristino dei sistemi a partire dalle copie di backup disponibili. Il grande dilemma associato agli attacchi ransomware è la decisione di pagare o meno il riscatto. Tra le aziende italiane colpite dal ransomware, il 23% ha accettato di pagare i cybercriminali (in calo rispetto al 27%) ma solo il 25% di loro ha riacquistato l’accesso ai propri dati dopo un singolo pagamento (in calo rispetto al 38% di un anno fa). Come è meglio comportarsi qualora ci si trovi in questa situazione? La risposta è complessa e dipende da fattori diversi, come il tempo e le risorse necessarie, le responsabilità legali e le possibili conseguenze. Per questo motivo, è difficile formulare una raccomandazione universale, anche se organismi importanti come l’FBI o l’Interpol sconsigliano decisamente ogni forma di pagamento. Una volta superata la crisi, è necessario valutare se le minacce sono ancora presenti e dove procedure e strumenti di sicurezza hanno fallito. È importante rivedere il livello di preparazione alle minacce, imparare dall’esperienza vissuta e rafforzare le difese tecnologiche. Una cosa è certa: il ransomware continuerà a esistere finché i criminali informatici troveranno il modo di trarne profitto, quindi il modo migliore per minimizzarne l’impatto è una strategia di sicurezza incentrata sulle persone. Formando gli utenti a una maggiore resilienza alla sicurezza, è possibile spingerli a reagire in modo rapido ed efficace, spostando di fatto l’equilibrio della bilancia a vantaggio delle imprese. Fonte: bitmat.it
Il 59% delle applicazioni del settore pubblico contiene falle non risolte
Una ricerca di Veracode, il report “State of Software Security Public Sector 2024”, conferma come il debito di sicurezza nel settore pubblico sia più elevato rispetto a quello privato Il leader mondiale nella gestione del rischio applicativo, Veracode, ha pubblicato una ricerca che rivela come le applicazioni sviluppate dalle aziende del settore pubblico registrino un debito di sicurezza – definito in questo report come l’insieme delle falle che non vengono risolte da più di un anno – pari al 59% rispetto a un tasso complessivo del 42% – maggiore rispetto a quello privato. Queste le parole espresse da Chris Eng, Chief Research Officer di Veracode: “Un debito di sicurezza che dura da decenni, generato da software non patchati e configurazioni inadeguate, caratterizza le applicazioni al servizio del settore pubblico. Senza un approccio sistematico e continuo alla ricerca e alla correzione delle falle, la pubblica amministrazione è pericolosamente esposta agli attacchi dei criminali informatici”. Attacchi critici al settore pubblico Le applicazioni del settore pubblico sono sempre più spesso oggetto di attacchi da parte di malintenzionati, che adottano tecniche sempre più pericolose e dirompenti. In risposta, la pubblica amministrazione sta mettendo in atto una serie di iniziative per rafforzare la sicurezza informatica, compresa quella delle applicazioni statali. Figure 1. Stato della sicurezza del software 2024 – Istantanea del settore pubblico I ricercatori hanno scoperto che le organizzazioni del settore pubblico, pur avendo un numero di debiti di sicurezza leggermente inferiore (68%) rispetto ad altri (71%), tendono ad accumularne di più. Solo il 3% delle applicazioni è privo di falle, rispetto al 6% degli altri. Ancora più significativo è il fatto che il 40% delle aziende della PA presenta vulnerabilità persistenti e di elevata gravità che costituiscono un debito di sicurezza “critico”, tale da mettere a serio rischio la loro riservatezza, integrità e stabilità se queste falle venissero sfruttate dai criminali informatici. “La buona notizia è che la maggior parte delle aziende ha la capacità di correggere tutti i debiti critici, ma la loro prioritizzazione è fondamentale” ha spiegato Eng. “Due terzi di tutte le falle presenti nelle strutture della pubblica amministrazione risalgono a meno di un anno fa o non sono di gravità critica. Inoltre, meno dell’1% di tutte le vulnerabilità costituisce un debito di sicurezza critico. Dando la priorità al debito di sicurezza con uno sforzo mirato, è possibile ottenere la massima riduzione del rischio e passare così alle falle non critiche in base alla propria tolleranza al rischio e capacità”. Figure 2. Stato della sicurezza del software 2024 – Istantanea del settore pubblico Ridurre il debito di sicurezza Secondo il report, il debito di sicurezza nel settore pubblico riguarda principalmente il codice di prima parte (93%), ma la maggior parte di quello di livello critico proviene da terze parti (55,5%). Questo dato rafforza l’importanza della Open Source Security Software Initiative (OS3I), un gruppo di lavoro inter-agenzie che si occupa di garantire che il software open source sia “tanto sicuro, protetto e sostenibile quanto aperto”. Inoltre, sottolinea la necessità di concentrarsi sia sul codice di origine che su quello di terze parti per ridurre efficacemente il debito di sicurezza. Infine, l’analisi evidenzia che il debito di sicurezza nel settore pubblico si concentra principalmente nelle applicazioni più datate ed estese (22%). Ciò è particolarmente vero per quello critico (30%), confermando una correlazione tra età delle applicazioni e accumulo di debito. I ricercatori hanno anche confrontato il profilo del debito per i diversi linguaggi di sviluppo, scoprendo che le applicazioni Java e .NET si distinguono come fonti significative di debito nel settore pubblico. “Lo stato attuale della sicurezza del software nel settore pubblico rafforza l’importanza di adottare l’approccio secure by design come standard per tutto il mondo connesso alla rete,” ha concluso Chris Eng. “Apprezziamo il recente annuncio di CISA del suo Secure by Design Pledge e siamo orgogliosi di esserne uno dei primi firmatari. Il nostro obiettivo con questa ricerca è quello di supportare ulteriormente i nostri partner del settore pubblico nel promuovere un utilizzo su larga scala di questi principi”. Fonte: bitmat.it
AI, un’arma a doppio taglio per la cybersecurity
Come sfruttare l’AI per mantenere la difesa in vantaggio rispetto all’attacco, a cura di Daniel Rapp di Proofpoint L’intelligenza artificiale generativa (GenAI) è emersa come uno dei trend tecnologici più caldi dell’ultimo anno, ottenendo attenzione significativa. Il rapido sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) e di strumenti come ChatGPT ha spinto le aziende a esplorare i potenziali vantaggi dell’AI generativa. Anche se forse stiamo raggiungendo il picco delle aspettative che la circondano, è fondamentale che i responsabili della sicurezza riconoscano che l’AI offre una gamma molto più ampia di applicazioni. Molti vendor di sicurezza incorporano da anni nelle loro soluzioni l’intelligenza artificiale, in particolare sotto forma di machine learning (ML), con l’obiettivo di migliorarne l’efficacia e potenziarne le capacità. L’intelligenza artificiale ha un potenziale immenso per rafforzare la sicurezza e consentire ai difensori di essere all’avanguardia rispetto alle minacce. Tuttavia, è essenziale riconoscere che l’AI ha casi d’uso molto più ampi. Ad esempio, le funzionalità basate su AI/ML sono valide solo quanto i dati e i processi utilizzati per addestrare i modelli, tra cui la dimensione e la qualità dei set di informazioni, il monitoraggio dei cambiamenti nella loro distribuzione, ecc. La complessità della tecnologia crea ulteriori ostacoli e limitazioni e, nonostante la capacità dell’AI di superare gli esseri umani in alcuni compiti complessi, non è sempre l’approccio più efficace. In sostanza, l’AI non è l’unica soluzione a tutti i problemi di sicurezza. Con l’obiettivo di migliorare le difese aziendali, è consigliabile prendere in considerazione tutta l’ampiezza dei suoi casi d’uso, ponendo ai vendor di sicurezza domande dettagliate per capire quali casi e soluzioni siano più adatti a una specifica azienda. Difese abilitate dall’AI, promessa e funzionalità I sistemi di intelligenza artificiale sono particolarmente abili nell’identificare modelli in enormi quantità di dati e nel fare previsioni sulla loro base. Prendiamo ad esempio le truffe di payroll diversion come esempio dei vantaggi dell’AI: questi tipi di attacchi BEC (Business Email Compromise) sono sempre più frequenti e sfuggono costantemente al rilevamento della sicurezza delle email. Le valutazioni delle minacce condotte da Proofpoint lo scorso ottobre, ad esempio, hanno rilevato che più di 400 minacce di deviazione delle buste paga hanno eluso 12 strumenti di sicurezza email. Gli attacchi sono difficili da rilevare perché in genere non hanno payload come link o allegati. Inoltre, le soluzioni di sicurezza email tradizionali basate su API analizzano le minacce dopo la consegna, il che richiede un impegno molto lungo da parte dei team IT o di security per popolare lo strumento con i dati. Poiché questo approccio non è scalabile, molti team scelgono di implementare i controlli solo per un gruppo selezionato, come i dirigenti. Gli attori delle minacce, tuttavia, prendono di mira una categoria molto più ampia di persone in azienda quando effettuano attacchi di deviazione delle retribuzioni. È qui che gli strumenti basati su AI/ML, compresa la GenAI, offrono un enorme vantaggio. Il rilevamento delle minacce basato su AI/ML, insieme a quello pre-delivery basato su LLM, può essere utilizzato per interpretare il tono e l’intento contestuale di un’email. Questo approccio protegge l’azienda bloccando le email fraudolente e dannose prima che raggiungano i dipendenti, riducendo notevolmente la loro esposizione a minacce come quelle BEC. Non tutti gli strumenti alimentati dall’AI sono uguali Per operare in modo efficace, le soluzioni di AI e ML hanno bisogno di enormi quantità di dati di alta qualità, perché i modelli imparano da esempi, non da regole. Proofpoint addestra i propri con milioni di email giornaliere provenienti da un ecosistema di threat intelligence mondiale. Questo garantisce maggiore fedeltà di rilevamento e dà ai team di sicurezza o IT la fiducia nell’efficacia della loro sicurezza. Pertanto, prima di adottare nuove soluzioni basate su AI e ML, è bene porre ai vendor di security domande quali: Dove ottengono i dati per l’addestramento degli algoritmi? È facile recuperare dati per applicazioni AI generiche, ma quelli di intelligence sulle minacce non sono altrettanto frequenti. I dati di addestramento utilizzati dal vendor devono riflettere non solo gli scenari del mondo reale, ma anche le minacce specifiche che interessano una determinata azienda e il suo staff. Come integrano AI/ML con i loro stack di rilevamento? La tecnologia intelligente non è altrettanto efficiente, efficace o affidabile per tutti i tipi di minacce. È fondamentale che una soluzione di sicurezza integri altre tecniche, come ad esempio regole e firme, o processi “human-in-the-loop”. Prima ancora di addentrarci in questi dettagli, è necessario valutare se l’AI sia ottimale per le proprie sfide specifiche. I modelli di AI sono complessi e ad alta intensità di calcolo e possono richiedere più tempo per essere eseguiti rispetto a funzionalità meno complicate. A volte le tecniche basate su regole sono più efficaci, soprattutto quando la rapidità di risposta è fondamentale. È necessario comprendere chiaramente gli obiettivi di sicurezza e il percorso ideale per raggiungerli. GenAI, ancora in attesa di giudizio Molti vendor di sicurezza hanno integrato senza problemi l’AI nei loro stack già da anni, ma ci aspettiamo molta più visibilità sugli sforzi di GenAI. In primo luogo, l’intelligenza artificiale generativa sta attraversando cicli di hype molto più rapidi rispetto a qualsiasi altra tecnologia precedente. Persino i governi, che di solito sono lenti a reagire, hanno già lanciato l’allarme, come dimostra il recente ordine esecutivo del presidente degli Stati Uniti volto ad affrontare i rischi di questa tecnologia in rapida ascesa. Mentre la community di sicurezza cerca di comprendere le implicazioni dell’AI, non possiamo trascurare il fatto che anche i malintenzionati possano usarla a loro vantaggio. Ecco un’altra arma a doppio taglio. La GenAI, in particolare, è diventata l’area di preoccupazione in più rapida crescita per le aziende, con team IT e di sicurezza che stanno prendendo sul serio questa minaccia e i responsabili aziendali sono d’accordo. Secondo un’indagine condotta da Proofpoint lo scorso anno sui componenti dei consigli di amministrazione, il 59% riteneva che le tecnologie emergenti come la GenAI rappresentassero un rischio per la sicurezza della propria azienda. I cybercriminali stanno già abusando di questa tecnologia, utilizzando modelli linguistici di grandi dimensioni open-source per
Scoperto ransomware che utilizza BitLocker per criptare dati
Kaspersky ha rilevato attacchi ransomware che utilizzano BitLocker di Microsoft per crittografare i file aziendali Secondo i dati emersi dal Global Emergency Response team di Kaspersky, i cyber criminali stanno utilizzando VBScript, un linguaggio di programmazione per automatizzare le attività sui computer Windows, per creare uno script dannoso con funzionalità non segnalate in precedenza al fine di massimizzare i danni dell’attacco. La novità è che lo script controlla la versione corrente di Windows installata sul sistema e abilita di conseguenza le funzionalità di BitLocker. In questo modo, si presume che lo script sia in grado di infettare sistemi nuovi e legacy fino a Windows Server 2008. La tattica nell’utilizzo di BitLocker di Microsoft contro i file aziendali Se la versione del sistema operativo è adatta all’attacco, lo script modifica le impostazioni di avvio e tenta di crittografare l’intera unità utilizzando BitLocker. Crea una nuova partizione di avvio, configurando una sezione separata sull’unità del computer contenente i file per l’avvio del sistema operativo. Questa azione ha lo scopo di bloccare la vittima in una fase successiva. Gli aggressori hanno anche eliminato le protezioni utilizzate per la sicurezza della chiave di crittografia di BitLocker, in modo che la vittima non possa recuperarle. Lo script dannoso invia quindi le informazioni sul sistema e la chiave di crittografia generata sul computer compromesso al server controllato dall’attore della minaccia. In seguito, copre le sue tracce eliminando i registri e i vari file che servono come indizi e aiutano a indagare su un attacco. Nella fase finale, il malware forza lo spegnimento del sistema, un’operazione facilitata dalla creazione e dalla reinstallazione dei file in una partizione di avvio separata. La vittima visualizza la schermata di BitLocker con il messaggio: “Non ci sono più opzioni di recupero BitLocker sul PC”. Il messaggio che appare sullo schermo della vittima dopo l’arresto forzato del sistema Kaspersky ha chiamato lo script “ShrinkLocker”, poiché questo nome evidenzia la procedura critica di ridimensionamento della partizione, essenziale per l’aggressore al fine di garantire il corretto avvio del sistema con i file crittografati. “L’aspetto particolarmente preoccupante di questo caso è che BitLocker, originariamente progettato per mitigare i rischi di furto o esposizione dei dati, è stato riutilizzato dai cybercriminali per scopi malevoli. È paradossale che una misura di sicurezza sia stata usata in questo modo. Per le aziende che utilizzano BitLocker, è fondamentale disporre di password forti e di conservare in modo sicuro le chiavi di ripristino. Anche i backup regolari, archiviati offline e verificati, sono una garanzia essenziale”, ha dichiarato Cristian Souza, Incident Response Specialist del Kaspersky Global Emergency Response Team. Gli esperti di Kaspersky consigliano le seguenti misure di mitigazione Per evitare che gli aggressori sfruttino la funzionalità descritta nel report: Utilizzare un software di sicurezza affidabile e correttamente configurato per rilevare le minacce che tentano di sfruttare BitLocker. Implementare il servizio Managed Detection and Response (MDR) per individuare in modo proattivo le minacce. Limitare i privilegi degli utenti per impedire l’abilitazione non autorizzata delle funzioni di crittografia o la modifica delle chiavi di registro. Attivare la registrazione e il monitoraggio del traffico di rete, rilevando le richieste GET e POST, poiché i sistemi infetti possono trasmettere password o chiavi a domini di aggressori. Monitorare gli eventi di esecuzione di VBScript e PowerShell, salvando gli script e i comandi registrati in un repository esterno per conservare l’attività nonostante la cancellazione locale. Fonte: bitmat.it
Le applicazioni rivolte al pubblico nascondono dei pericoli
Nel suo ultimo Incident Response report, Kaspersky ha rilevato che le applicazioni rivolte al pubblico sono il vettore di attacco più utilizzato dai criminali informatici Oggi le applicazioni rivolte al pubblico svolgono un ruolo fondamentale nel consentire alle aziende di interagire con clienti, partner e stakeholder. Queste app, che vanno dai siti Web alle API e ai servizi Web, fungono da vetrine digitali delle organizzazioni, fornendo servizi e informazioni essenziali agli utenti di tutto il mondo. Tuttavia, nel suo ultimo report, Kaspersky ha rilevato che le applicazioni rivolte al pubblico rimangono il vettore di attacco più utilizzato dai criminali informatici per infiltrarsi nel sistema di una vittima. Alla luce di questi risultati, gli esperti di cybersicurezza hanno sviluppato alcune linee guida per aiutare le aziende che utilizzano queste applicazioni a rimanere cyber-resilienti. Secondo l’ultimo Kaspersky Incident Response report del 2023 La compromissione delle applicazioni rivolte al pubblico continua a essere il metodo più comune di attacco informatico e un terzo di queste applicazioni è stato attaccato da vulnerabilità note. È inoltre rilevante il fatto che oltre la metà di queste vulnerabilità sono state scoperte nel 2021 e nel 2022 e questo vettore iniziale è stato individuato nel 42,37% dei casi. Kaspersky, a seguito di questi dati preoccupanti, presenta i risultati relativi ai rischi di cybersicurezza delle applicazioni rivolte al pubblico, di cui le organizzazioni devono essere consapevoli. Conoscere le applicazioni rivolte al pubblico Le applicazioni public-facing sono app o servizi software accessibili agli utenti esterni tramite Internet. A differenza delle applicazioni internal-facing, che sono tipicamente utilizzate dai dipendenti all’interno della rete di aziendale, le applicazioni rivolte al pubblico sono progettate per essere accessibili a chiunque abbia una connessione a Internet. Queste applicazioni hanno diversi utilizzi, tra cui piattaforme di e-commerce, portali per i clienti, reti di social media e sistemi bancari online. I pericoli della cybersecurity Dato il loro ruolo critico nelle operazioni aziendali digitali, le applicazioni rivolte al pubblico sono spesso prese di mira dai criminali informatici a causa della loro presenza su Internet. Ecco alcuni dei pericoli per la sicurezza informatica associati alle app rivolte al pubblico: Violazione dei dati: le applicazioni rivolte al pubblico spesso memorizzano informazioni sensibili come i dati dei clienti, i dettagli dei pagamenti e la proprietà intellettuale. Un attacco informatico a queste applicazioni può portare a violazioni dei dati, con conseguente esposizione di informazioni riservate e perdite finanziarie. Infezioni da malware: i criminali informatici possono iniettare malware nelle applicazioni rivolte al pubblico per compromettere i dispositivi degli utenti o rubare informazioni sensibili. I codici malevoli nascosti nelle pagine web possono infettare i dispositivi degli utenti quando vi accedono, causando l’accesso non autorizzato ai dati o frodi finanziarie. Attacchi di phishing: le app rivolte al pubblico sono bersagli privilegiati per gli attacchi di phishing, in cui i criminali informatici tentano di ingannare gli utenti per indurli a rivelare informazioni sensibili come credenziali di accesso o dettagli finanziari. Gli attacchi di phishing condotti tramite e-mail, siti web falsi o link ai social media possono sfruttare le vulnerabilità delle applicazioni rivolte al pubblico per ingannare gli utenti ignari. Attacchi DDoS: i criminali informatici possono lanciare attacchi DDoS contro le applicazioni rivolte al pubblico per renderle non disponibili e impedire il servizio agli utenti legittimi. Inondando di traffico i server dell’applicazione, gli attacchi DDoS possono sovraccaricare l’infrastruttura, causando tempi di inattività e perdite finanziarie per le organizzazioni. Iniezione SQL e cross-site scripting (XSS): vulnerabilità come SQL injection e cross-site scripting possono essere sfruttate dai criminali informatici per manipolare o rubare dati da applicazioni rivolte al pubblico. Questi attacchi prendono di mira il codice sottostante delle applicazioni web, consentendo agli aggressori di eseguire comandi arbitrari o di iniettare script dannosi nelle pagine web. Comprendendo i rischi di cybersecurity associati alle app rivolte al pubblico e implementando misure di sicurezza proattive, le organizzazioni possono migliorare la propria resilienza contro le minacce informatiche e salvaguardare i propri beni digitali e la propria reputazione nel mondo interconnesso di oggi. “Poiché le organizzazioni si affidano sempre più spesso ad applicazioni rivolte al pubblico per promuovere il coinvolgimento digitale, i rischi di cybersecurity associati a queste piattaforme non sono mai stati così elevati. Incidenti come violazioni di dati e infezioni da malware possono avere conseguenze devastanti per le aziende e i loro clienti. Kaspersky è consapevole dell’importanza di risposte rapide ed efficaci agli incidenti informatici e offre servizi specializzati di Incident Response per aiutare le aziende a rilevare, rispondere e risolvere le minacce informatiche. Grazie a questo supporto, le aziende possono rafforzare la loro posizione di sicurezza informatica e proteggere i loro asset digitali con fiducia”, ha commentato Konstantin Sapronov, Head of Global Emergency Response Team di Kaspersky. Fonte: bitmat.it
Come proteggersi dalle truffe online nello spazio economico Europeo?
Revolut chiede alle istituzioni italiane e all’UE di contribuire a proteggere i consumatori poiché i social media, e in particolare le piattaforme Meta, rimangono un “focolaio” per le truffe Un invito e un’esortazione rivolta da Revoult alle istituzioni italiane e all’Unione Europea – dove Revolut opera come banca autorizzata con oltre 30 milioni di clienti: E’ urgente adottare un nuovo approccio nella lotta al crescente problema delle frodi online, poiché i dati mostrano che il 77% di tutti i casi di truffa segnalati a Revolut nel SEE nella seconda metà del 2023 è iniziato sulle piattaforme di social media. L’invito all’azione arriva in quanto i dati di Revolut del 2023 mostrano che le piattaforme Meta (Facebook, Instagram, Whatsapp, Messenger) hanno rappresentato il 61% dei casi e il 40% degli importi totali rubati. Revolut ha inoltre scoperto che le tipologie più comuni di frode che hanno colpito i clienti sono state le truffe sugli acquisti e sugli investimenti, che rappresentano rispettivamente il 70% e il 12% dei casi segnalati. Nel 2023, la Commissione Europea ha presentato nuove proposte legislative che includono il Regolamento sui servizi di pagamento (PSR), volto a introdurre misure con cui le banche possano combattere le truffe legate all’impersonificazione dei dipendenti bancari. Gli Stati membri dell’UE stanno ora cercando di finalizzare la loro posizione su come dovrebbero essere le norme a livello UE per la prevenzione e l’individuazione delle frodi, agendo come co-legislatori insieme alla Commissione Europea e al Parlamento Europeo. Revolut chiede quindi alle istituzioni locali e dell’UE di fare di più per contribuire a contrastare le frodi alla fonte, ovvero principalmente le piattaforme di social media, piuttosto che concentrarsi solo sulle truffe di furto d’identità dei dipendenti bancari. I dati di Revolut mostrano infatti che le truffe di furto d’identità hanno rappresentato solo il 4% di tutti i casi di frode autorizzati nel 2023. Woody Malouf, Head of Financial Crime di Revolut, afferma: “Sosteniamo con forza la proposta della Commissione Europea di migliorare le misure di prevenzione delle frodi implementate dalle banche. Revolut dispone già di una protezione strutturata per i suoi milioni di clienti e i nostri sofisticati controlli di prevenzione delle frodi analizzano oltre mezzo miliardo di transazioni ogni mese, avvisando i nostri clienti quando riteniamo che le loro transazioni siano una truffa. Tuttavia, le banche non possono rappresentare l’unica linea di difesa contro le frodi APP (Authorised Push Payment). I nostri dati mostrano che c’è ancora molto da fare: le piattaforme di social media, e in primis Meta, rimangono un focolaio per le truffe. Se vogliamo affrontare in modo globale le frodi e le truffe, dobbiamo intervenire lungo tutta la catena. Chiediamo quindi all’UE e agli Stati membri di aiutare le BigTech a individuare e rimuovere attivamente i contenuti fraudolenti alla fonte con gli strumenti e i meccanismi giusti”. Conoscere l’avversario: due tipi di truffe prevalenti sui social media Nel SEE, Revolut ha scoperto che i due tipi di truffe prevalenti sui social media nel 2023 sono state: Truffe sugli investimenti, in cui alle vittime vengono promesse opportunità di “arricchirsi rapidamente” a patto di “investire” grandi quantità di denaro. Nonostante rappresentino solo il 12% dei casi, le truffe sugli investimenti rappresentano il 61% del denaro perso. Truffe sugli acquisti in cui le persone vengono indotte con l’inganno ad acquistare articoli che non esistono o non sono quelli pubblicizzati. Questa tipologia di truffe rappresenta il 18% del denaro perso e, anche se non è la più impattante in termini di importi sottratti, è la tipologia di truffa più diffusa. La maggior parte dei casi proviene da marketplace con controlli limitati. In Italia Revolut rivela una realtà simile rispetto ad altri paesi europei. Nella seconda metà del 2023 il 79% delle truffe proveniva da piattaforme di social media. Le piattaforme Meta rappresentano il 59% delle truffe e il 27% del denaro totale perso. “Le istituzioni italiane hanno ora la possibilità – insieme ad altre in tutta Europa – di suggerire misure legislative che impongano alle BigTech di combattere le frodi a livello UE. Ci auguriamo che obblighi chiari e giusti incentivi finanziari per le BigTech riducano i livelli di frode APP nell’UE”, conclude Malouf. Fonte: bitmat.it
I costi dei servizi cloud sono in aumento
Il continuo aumento dei costi dei servizi cloud sta portando a una trasformazione significativa del panorama tecnologico enterprise. Se le soluzioni SaaS hanno avuto un’impennata di popolarità durante la pandemia grazie alla loro flessibilità e convenienza, la crescita costante dei loro prezzi sta spingendo le aziende a rivalutare l’uso dei servizi cloud in ottica sia di sostenibilità economica che di effettiva risposta alle proprie esigenze. Con un aumento previsto del 20% della spesa degli utenti finali SaaS a livello mondiale per quest’anno, Gartner prevede che il 60% dei responsabili delle infrastrutture e delle operazioni si troverà ad affrontare un eccesso di costi nella spesa per i servizi di cloud pubblico, con un impatto negativo sui loro bilanci. L’adozione diffusa dei servizi di cloud registrata negli ultimi anni non ha fatto che aggravare la pressione finanziaria sui bilanci aziendali. Si tratta di una tendenza generale che coinvolge i principali attori del settore della produttività SaaS: Google Workspace, ha iniziato ad aumentare i prezzi dei piani di abbonamento del 20%, mentre Microsoft 365 si è mossa già nel 2023 con un aumento del 9% delle applicazioni per ufficio. Oltre agli aumenti dei costi, il settore sta affrontando anche la “shrinkflation SaaS”, ovvero la scelta dei fornitori di non cambiare i prezzi di listino, ma di offrire funzionalità ridotte alle stesse tariffe. Di conseguenza, le organizzazioni possono trovare la loro strategia SaaS inadeguata, ed alcune realtà hanno ammesso uno scarso ritorno sugli investimenti nel cloud. Tuttavia, il passaggio da una suite di produttività SaaS a un’altra può comportare un costo importante, nonché il rischio di interruzioni operative. Infine, il rischio di vendor lock-in complica ulteriormente le cose, in quanto le aziende si legano ai piani esistenti, e questo rende ancora più difficile cambiare fornitore. Per questi motivi, molte aziende stanno valutando la possibilità di implementare soluzioni di cloud privato on-premise come opzioni più stabili e convenienti nel lungo periodo. Gli strumenti di produttività SaaS possono offrire convenienza per alcuni aspetti, ma non sempre sono la scelta ottimale per gestire i carichi di lavoro aziendali critici a causa del controllo limitato che offrono sul server. Al contrario, le soluzioni di produttività in cloud privato come Synology Office Suite offrono uno spazio di lavoro unico e integrato per aiutare le aziende a mantenere, se non incrementare, la loro produttività. Una suite di produttività completa on-premise con strumenti essenziali disponibili con un unico acquisto può offrire il completo controllo dei dati e degli strumenti di comunicazione e collaborazione, tra cui archiviazione cloud, sistemi di posta elettronica, gestione dei contatti, messaggistica istantanea, presa di appunti e applicazioni di collaborazione in tempo reale. In questo modo, le aziende possono mantenere il controllo totale su dati e applicazioni, beneficiando di una soluzione efficiente dal punto di vista dei costi ed evitando le possibili interruzioni associate alla migrazione dei servizi a causa di cambiamenti del piano di abbonamento. Dando importanza alla proprietà e alla sicurezza dei dati senza costi di abbonamento ricorrenti, le aziende possono salvaguardare i propri dati e mantenere i propri livelli di produttività, indipendentemente delle fluttuazioni del mercato. Fonte: bitmat.it
Il Buy Now Pay Later continua a crescere in Italia
Uno studio Kantar/FLOA rivela : i Buy Now Pay Later è una forma di pagamento sempre più usata: la utilizzano 6 italiani su 10 (+13% rispetto al 2022) Anche lo scorso anno il Buy Now Pay Later (BNPL) si è confermato una delle opzioni di pagamento più apprezzate in Europa e in Italia. Da nuovo trend in grado di offrire vantaggi, sia per l’utente finale, sia per l’esercente, il modello si presenta ora sul mercato italiano come una solida opzione di pagamento, con un numero di utenti in rapida crescita. È quanto emerge dalla terza edizione dello studio condotto da Kantar per FLOA, società al 100% del gruppo BNP Paribas con oltre 20 anni di esperienza nel settore dei pagamenti e del credito, per analizzare le abitudini e i costumi dei consumatori nel 2023 in relazione all’adozione del Buy Now Pay Later. Il trend italiano: un numero crescente di utenti utilizza il Buy Now Pay Later A livello europeo, il 68% degli intervistati dichiara di adottare il BNPL e il 44% di utilizzarlo almeno qualche volta. Valori stabili rispetto al 2022 in cui si registrava un 43% per l’uso saltuario. Seppur la quota di utenti sia ancora leggermente inferiore alla media europea, in Italia il BNPL continua a crescere. Oggi la soluzione è ampiamente adottata dal 57% del campione, mentre il 35% lo ha scelto almeno qualche volta come forma di pagamento. Rispetto al 2022, l’Italia registra una rapida crescita (+13%). Insieme all’Olanda, il nostro Paese è l’unico a mostrare questo trend. I dati dimostrano come il modello BNPL sia ormai consolidato nelle abitudini d’acquisto degli italiani, soprattutto dagli Under 40, che tendono a utilizzarlo con maggiore frequenza. Quasi la metà (41%) degli utenti effettua più di 8 acquisti all’anno con il BNPL, dato in aumento del +11% rispetto all’ultima rilevazione (in Europa la media è del 40%). In generale, tutti i settori sono interessati, ma le prime 3 categorie sono: elettrodomestici, tecnologia e viaggi. Relativamente alla modalità di pagamento scelta, la percentuale di italiani che preferiscono lo split payment è di poco superiore a quella relativa al pagamento dilazionato, rispettivamente il 28% e il 25% del campione intervistato. Tuttavia, la quota di utenti che scelgono lo split payment sta crescendo due volte più velocemente (+22% vs 2022) rispetto al pagamento dilazionato (+9%). Un dato che conferma la popolarità della soluzione e come, in un contesto di inflazione, il consumatore è alla ricerca di una maggiore flessibilità. BNPL, fondamentale nella customer experience e stimolo per un consumo responsabile Per i negozianti il pagamento rappresenta una componente chiave nel rapporto con il cliente: secondo la ricerca Kantar, per un italiano su tre (31%) i metodi di pagamento accettati sono un fattore differenziante quando si sceglie un rivenditore, sia online sia in-store. Per quanto riguarda il BNPL, il 72% degli intervistati dichiara di essere disposto a cambiare negozio se questa opzione non è offerta dall’esercente: un dato ben oltre la media europea del 54%, che conferma la centralità che questo metodo di pagamento ha conquistato nelle abitudini di acquisto degli italiani. Il BNPL si dimostra anche elemento importante nell’incentivare un consumo più responsabile: per più della metà degli utenti in Italia questa forma di pagamento consente di acquistare prodotti di maggiore qualità (58%). Tendenza che vale anche per il mercato del second hand, dove la possibilità di utilizzare il BNPL incoraggerebbe il 44% del campione italiano a preferire i prodotti di seconda mano rispetto a quelli nuovi e quasi un quarto degli intervistati dichiara di averlo già usato per questa tipologia di acquisti (27%). “Il Buy Now Pay later sta trasformando le nostre abitudini di acquisto e si conferma un’opzione di pagamento irrinunciabile sia in Italia, dove presenta ancora ampio margine di crescita, sia in Europa, dove il numero di utenti sembra essersi stabilizzato” – ha commentato Andrea Boschi, Country Manager di FLOA per l’Italia. “Come forma di Embedded Finance, consente alle entità alle aziende di qualsiasi settore di offrire servizi finanziari digitali ed è una soluzione win-win che aiuta ad aumentare la fidelizzazione dei clienti e l’inclusione finanziaria. Le potenzialità del BNPL, infine, si stanno estendendo dall’e-commerce anche ai punti vendita fisici”. Fonte: bitmat.it
Packaging circolare e il ruolo del consumatore “responsabile”
La sostenibilità e le scelte di economia circolare si configurano come una delle questioni più urgenti e impattanti del XXI secolo. Il concetto di sviluppo sostenibile, definito nel Rapporto Our Common Future del 1987, indica la necessità di soddisfare i bisogni dell’attuale generazione senza tuttavia compromettere la capacità delle nazioni future. La politica, e in particolare gli organismi internazionali, hanno promosso diverse iniziative in questa direzione. A tal proposito, l’Agenda 2030 fa propria una visione multidimensionale della sostenibilità che si articola in tre pilastri (ambientale, economico e sociale) i quali, a loro volta, sono declinati in 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile con i relativi target. La centralità del ruolo del consumatore viene sancita dal target 12.8, che pone la necessità di “accertarsi che tutte le persone, in ogni parte del mondo, abbiano le informazioni rilevanti e la giusta consapevolezza dello sviluppo sostenibile e di uno stile di vita in armonia con la natura”. L’idea di fondo è che se le persone fossero adeguatamente informate sull’impatto che le proprie scelte di consumo possono avere sugli obiettivi di sviluppo sostenibile, cambierebbero le proprie abitudini, investendo maggiori sforzi nella promozione della sostenibilità e quindi condizionando la stessa strategia delle aziende produttrici. In questo scenario il packaging svolge un ruolo cruciale, poiché può influenzare diversi aspetti ambientali e sociali lungo l’intera catena di approvvigionamento e distribuzione dei prodotti acquistati. Stando agli ultimi dati Eurostat del 2021, l’UE ha generato 188,7 kg di rifiuti di imballaggio per abitante, 10,8 kg in più per persona rispetto al 2020, l’aumento maggiore in 10 anni, e quasi 32 kg in più rispetto al 2011. Dati destinati ad aumentare, a causa dell’aumento di acquisti online, consegne a domicilio e consumo di prodotti da asporto. In totale, l’UE ha generato 84 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio, di cui il 40,3% in carta e cartone, il 19% in plastica, 18,5% in vetro, 17,1% in legno e il 4,9% in metallo. Nel 2021, ogni cittadino ha generato in media 35,9 kg di rifiuti di imballaggio in plastica, con una media di riciclo pari a 14,2 kg. Tra il 2011 e il 2021, la quantità pro capite di rifiuti di imballaggio in plastica generata è aumentata del 26,7% (+7,6 kg/pro capite) e la quantità riciclata di rifiuti di imballaggio in plastica ha segnato un incremento nello stesso periodo pari al 38,1% (+3,9 kg/pro capite). Tra i Paesi più virtuosi nel riciclo dei rifiuti di imballaggio in plastica, troviamo Slovenia (50,0%), Belgio (49,2%) e Paesi Bassi (48,9%) con un tasso quasi vicino al 50%, al contrario si collocano nel fanalino di coda: Malta (20,5%), Francia (23,1%) e Svezia (23,8%). Qwarzo si pone al centro di questa sfida, promuovendo pratiche sostenibili lungo l’intera catena del valore e ridefinendo gli standard di un settore sempre più orientato alla responsabilità ambientale. Il ruolo del consumatore responsabile per un’economia circolare Secondo il nuovo PwC Consumer Insights Survey, a fronte di una situazione finanziaria complessa che spesso guida le scelte d’acquisto verso i beni prettamente essenziali, i consumatori dichiarano di essere in ogni caso disposti a pagare un prezzo più elevato per l’acquisto di prodotti eco-friendly. In particolare, il 78% dei consumatori è disposto a pagare una cifra maggiore per un prodotto realizzato/reperito localmente, fatto con materiale riciclato, sostenibile o eco-compatibile (77%) o da un’azienda nota per le proprie pratiche di sostenibilità (75%). Sul fronte nazionale, Confindustria ha di recente presentato uno stato dell’arte della sostenibilità con l’obiettivo di produrre un’analisi quantitativa del sentiment dei consumatori sui temi della sostenibilità. Lo studio rileva come la sostenibilità ambientale e sociale sia rilevante per l’80% degli intervistati. Inoltre, la consapevolezza di coloro che hanno figli è ancora più elevata nei confronti delle scelte sostenibili che devono essere effettuate lungo tutta la filiera. Secondo i dati forniti dall’Osservatorio Packaging del Largo Consumo di Nomisma, presentati il 17 gennaio 2024, il 40% degli italiani prevede di incrementare gli acquisti di prodotti alimentari e bevande dotati di packaging sostenibile nei prossimi 12 mesi. Questa percentuale aumenta notevolmente tra le famiglie con bambini e persone della generazione Z, il segmento demografico più sensibile alle questioni legate alla sostenibilità ambientale. Il ruolo del green packaging sta diventando sempre più determinante nelle decisioni di acquisto alimentare degli italiani. Nel corso degli ultimi 12 mesi, il 54% dei cittadini italiani ha optato per marche diverse da quelle acquistate normalmente a favore di un imballaggio più sostenibile; inoltre, il 18% ha cessato di acquistare un prodotto a causa della sua confezione ritenuta non ecologica. L’analisi evidenzia che il cambiamento climatico, riconosciuto come uno dei problemi globali più gravi da oltre il 60% degli italiani, ha un impatto significativo sulle scelte dei consumatori. La sostenibilità, unita all’attenzione per l’ambiente, rappresenta un fattore chiave per il 32% dei cittadini nelle loro decisioni di comportamento e acquisto, mentre il 59% dichiara di tenerne comunque conto. Questo cambiamento di priorità si manifesta in un maggiore impegno verso scelte di consumo più sostenibili, con un trend in netta crescita rispetto a cinque anni fa. In particolare, l’82% delle famiglie presta maggiore attenzione ai consumi energetici e idrici, il 66% all’acquisto di prodotti alimentari e bevande e il 42% alla mobilità e agli spostamenti. Nella scelta del packaging, le caratteristiche più ricercate sono l’assenza di imballaggi in eccesso (59%), l’utilizzo di confezioni completamente riciclabili (58%), la produzione con ridotte emissioni di CO2 (46%), l’utilizzo di materiali riciclati (45%) o biodegradabili (44%). Si nota anche un forte interesse per gli imballaggi privi di plastica e quelli riutilizzabili. In questo contesto, Qwarzo emerge come pioniere nell’innovazione del settore, offrendo una risposta concreta alle sfide ambientali del nostro tempo e alle esigenze che il consumatore richiede. Quasi l’80% degli italiani ritiene di vitale importanza avere informazioni sul ciclo di vita delle confezioni, inclusa la loro seconda vita post-riciclo. Questo interesse sottolinea la necessità per le aziende di adottare strategie di marketing che enfatizzino la sostenibilità dei propri imballaggi. La trasparenza riguardo alle pratiche di sostenibilità e al ciclo di vita dei prodotti diventa un elemento chiave nella costruzione
Gli utenti italiani vorrebbero poter utilizzare un modem di propria scelta
VTKE (Associazione fabbricanti di terminali di telecomunicazioni) ha condotto, attraverso l’istituto di ricerca Kantar, un sondaggio anche in Italia sulla libera scelta dei dispositivi di connettività Il sondaggio effettuato da VTKE conferma prima di tutto la rapida crescita nel settore della fibra ottica: ben oltre la metà (59,1%) dei partecipanti al sondaggio utilizza una connessione in fibra, mentre solo un quinto (21,8%) utilizza ancora una connessione DSL. E’ importante inoltre notare come il sondaggio confermi il successo e l’importanza della libera scelta degli apparecchi terminali tra gli utenti italiani: quasi 9 persone su 10 (88,8%) considerano importante questa libertà di scelta. È evidente che il concetto di Modem Libero è ben consolidato nel mercato italiano. Gli utenti con una connessione in fibra svettano quando si parla di questo argomento: quasi il 95% degli intervistati considera importante la libera scelta degli apparecchi terminali. La libera scelta secondo le normative italiane Ricordiamo che in Italia dal 2018, con la Delibera 348/18/CONS, è possibile la libera scelta per gli apparati a valle della presa a muro per le linee in rame e misto-rame. Per le connessioni in fibra FTTH PON, tuttavia, l’AGCOM, nel luglio 2019, ha concesso una deroga per i modem gratuiti ai principali provider. Una deroga che, dal punto di vista tecnologico, non ha più motivo di esistere, soprattutto ora che le connessioni in fibra rappresentano la tipologia più diffusa sul mercato e sono ben consolidate e standardizzate. La grande importanza della libera scelta degli apparecchi terminali per gli utenti con una connessione in fibra mostra ancora una volta come l’esenzione delle connessioni in fibra dalla possibilità di utilizzare apparecchi terminali scelti e posseduti direttamente dall’utente finale debba essere ritirata. A favore della libera scelta Modem Deutsche Telekom, una delle più grandi compagnie di telecomunicazioni europee, ha rilasciato una dichiarazione nei giorni scorsi a sostegno della libertà di scelta degli utenti finali, soprattutto per le connessioni in fibra: considera la libera scelta degli apparecchi terminali per le connessioni in fibra come la “migliore soluzione” e non vuole “privare i suoi clienti di tale libertà”. Inoltre, il Modem Libero porterebbe benefici non solo agli utenti ma anche ai fornitori di servizi: oltre a una maggiore concorrenza e una più ampia gamma di offerte sul mercato, se l’ONT fosse considerato proprietà dell’utente, tutti i processi relativi a cambiamenti di linea o di provider sarebbero semplificati. Di tale avviso sono anche numerose aziende di telecomunicazioni italiane. In particolare, l’Associazione Italiana Internet Provider, che rappresenta oltre sessanta operatori distribuiti sul territorio nazionale, ha anche recentemente ribadito che non sussistono reali giustificazioni tecnologiche per continuare a limitare l’applicazione del modem libero sulle reti in fibra ottica, e che il superamento di tale limitazione andrebbe a favore non solo dei diritti degli utenti, ma anche del pluralismo e dell’efficienza del mercato. Fonte: bitmat.it