360 Consulenza
Assistenza

Impronte digitali per i furbetti del cartellino. L’idea della ministra Bongiorno fa discutere ma è a prova di privacy

clipboard ktkc u46050879134956gog 630x342@corrieremezzogiorno web mezzogiorno

La ministra Giulia Bongiorno ha annunciato il ricorso alle tecnologie per combattere i furbetti del cartellino: ‘Rilevazioni biometriche per evitare che ci sia chi strisci il tesserino per altri’. Il sistema è a prova di privacy come dimostra il S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona nel Salernitano, il primo ospedale a utilizzare le impronte digitali per i dipendenti.   Giulia Bongiorno vuole ricorrere alle nuove tecnologie per combattere a monte il fenomeno dei furbetti del cartellino nella PA, più che inasprire ed enfatizzare le sanzioni come ha fatto il suo predecessore Marianna Madia. Nella sua prima intervista da ministra della Pubblica amministrazione, rilasciata al Corriere della Sera, Bongiorno ha le idee chiare su come affrontare il problema: “L’assenteismo è un fenomeno odioso. La Madia ha modificato le sanzioni. Credo si debba anche prevenire, con rilevazioni biometriche per evitare che ci sia chi strisci il tesserino per altri”. Molto probabilmente l’idea le è venuta dalla sua esperienza da parlamentare: “Cosa c’è di male nel prendere le impronte digitali ai dipendenti?” ha risposto la ministra alla giornalista che è rimasta di stucco all’annuncio: “A me alla Camera le hanno prese quando c’erano i ‘pianisti’. E non sono rimasta traumatizzata”. L’ospedale S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona di Salerno, il primo a utilizzare le impronte digitali per i dipendenti Il Parlamento non è stato l’unico caso in Italia in cui si è ricorso alle impronte digitali per combattere l’assenteismo. Per esempio, contro i furbetti del cartellino l’Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona, nei suoi 5 ospedali di Salerno, Ravello, Mercato San Severino e Cava de’ Tirreni, ha adottato il sistema di lettura di dati biometrici mediante parziale identificazione dell’impronta digitale per la rilevazione della presenza in servizio dei dipendenti. Come ha raccontato l’ospedale a Key4biz, i 3.157 dipendenti all’ingresso presentano il badge e contestualmente appongono il dito che hanno scelto per il riconoscimento attraverso l’impronta digitale: “Buongiorno, ben entrato”, così il sistema saluta il lavoratore dopo l’avvenuta doppia conferma dell’identificazione. La stessa procedura deve avvenire all’uscita al termine del turno: “Arrivederci e buona giornata”, è il messaggio audio che dipendente ascolta prima di lasciare l’ospedale. “Con questa modalità abbiamo posto fine al timbratore seriale”, ci ha detto l’azienda ospedaliera, finita alcuni anni fa al centro dello scandalo per la maxi-inchiesta proprio sui furbetti del cartellino. Per combattere il fenomeno l’ospedale ha chiesto l’ok al Garante della Privacy per l’installazione del sistema di lettura dei dati biometrici per accertare l’ingresso e l’uscita dei dipendenti e soprattutto non consentire più l’odiosa pratica dei cartellini timbrati da una sola persona. Perché il Garante Privacy ha dato l’ok alle impronte digitali per i dipendenti dell’ospedale S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona L’Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha dato il via libera all’installazione del sistema di lettura di dati biometrici presso l’ospedale S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona, che è “costato 60mila euro all’azienda ospedaliera”, ma è maggiore il ritorno per la collettività: “si ha una maggiore tranquillità che tutti i dipendenti siano nel posto di lavoro per garantire le prestazioni sanitarie ai pazienti e agli utenti in generale”, tiene a precisare l’ospedale. L’ok del Garante, vincolato a una serie di condizioni, dimostra che la strada indicata da Bongiorno non è impraticabile nella Pa, perché è a prova di privacy. (Qui il provvedimento generale prescrittivo dell’Autorità Garante Privacy in tema di biometria). Infatti i dipendenti non vengono geolocalizzati, non sono tracciati i loro spostamenti: sono registrati solo matricola, data e orari per il conteggio delle presenze. Inoltre l’Azienda ha assicurato al Garante Privacy sulla “volatilità” del dato: “non c’è memorizzazione del dato biometrico in alcun database, né sotto forma di codifica numerica né tantomeno sotto forma di immagini”. Inoltre non vi sarebbe trasmissione in rete del dato biometrico che è in forma numerica crittografata sul badge in possesso e ad uso esclusivo del dipendente. Infine i titolari di trattamento di dati biometrici sono tenuti a comunicare al Garante le violazioni di tali dati (data breach) che si verificano nell’ambito dei propri sistemi. Dell’applicabilità delle impronte digitali contro i furbetti del cartellino ne è ben consapevole in primis la stessa ministra-avvocato: “Tra i beni confliggenti deve prevalere l’interesse collettivo: che siano tutti al lavoro, al servizio del cittadino”, ha spiegato bene Giulia Bongiorno. E ne sono coscienti gli stessi sindacati dei lavoratori della PA, che alla ministra non hanno contestato l’annuncio dell’introduzione delle impronte digitali per contrastare l’assenteismo nella Pubblica amministrazione, ma che la questione non è la priorità perché riguarda solo “lo 0,2-0,3% dei lavoratori pubblici, cioè i fannulloni, dimenticando tutti gli altri”, le ha fatto notare Antonio Foccillo, Uil. “Come prime parole dalla nuova ministra”, ha detto Ignazio Ganga, segretario Cisl per il pubblico impiego, “ci aspettavamo un segnale di conforto per tutti quei lavoratori pubblici che ogni mattina arrivano in ufficio, timbrano il cartellino e fanno il loro lavoro”. Nella Pa sono già previste le nuove tecnologie per far rispettare l’orario di lavoro L’articolo 24 del Testo unico stabilisce che per “Il rispetto dell’orario di lavoro è assicurato mediante forme di controlli obiettivi e di tipo automatico”. E lo stesso Ganga (Cisl) ha ricordato come “in gran parte delle amministrazioni pubbliche esistano già strumenti per le rilevazioni elettroniche della presenza, vanno solo applicate”. Si tratta per lo più di rilevazioni (a volte anche solo il passaggio di una mano o di un dito) usate per l’accesso e l‘uscita dal posto di lavoro, ma che, per ragioni di privacy, non registrano date e orari e non conservano le informazioni raccolte. I dati biometrici e il GDPR Mentre la segretaria generale Fp Cgil Serena Sorrentino si chiede se “la Bongiorno è un ministro o uno sceriffo?”, il GDPR, nel tutelare maggiormente i dati biometrici, perché maggiormente rischiosi per i diritti e le libertà dell’individuo, ne consente l’utilizzo per un trattamento lecito, ma obbliga il Titolare del trattamento dei dati biometrici ad effettuare una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati:“è altresì richiesta per la sorveglianza di zone accessibili al pubblico su larga scala, in particolare se effettuata mediante dispositivi optoelettronici, o per altri trattamenti che l’autorità di controllo competente ritiene possano presentare un rischio elevato per i diritti e le libertà degli interessati, specialmente perché

Energia elettrica, ad aprile aumenta la domanda e diminuisce la produzione

bolletta elettrica

Nei primi quattro mesi dell’anno la domanda di energia elettrica è aumentata dell’1,7% su base annua in Italia. L’Italia vede aumentare i livelli di consumo di energia elettrica e ad aprile 2018 la domanda ha segnato un+1,5% su scala nazionale rispetto allo stesso periodo dell’anno passato. Il bisogno di elettricità è stato pari a 24,1 miliardi di kWh. Ma non si tratta di un mese isolato, perché se prendiamo il dato sui primi quattro mesi dell’anno in corso, secondo quanto riportato da Elettricità Futura su rilevazione Terna, la domanda di energia elettrica è aumentata dell’1,7% su base annua Se scendiamo nel dettaglio territoriale, la crescita dei consumi è diffusa: si va dal +2,3% del Nord Italia al +1,2% del Centro, allo +0,1% del Sud e Isole. All’aumento della domanda non ha poi corrisposto un altrettanto adeguato aumento della produttività: la produzione nazionale netta (20,7 miliardi di kWh) è diminuita dello 0,8% rispetto ad aprile 2017. In forte aumento la fonte di produzione idrica (+72%), in flessione le altre (geotermica -0,6%; fotovoltaica -2,6%; eolica -11,3%; termica -14%). Nel mese di aprile 2018 la domanda di energia elettrica è stata soddisfatta per l’84,8% con produzione nazionale e per la quota restante (15,2%) dal saldo dell’energia scambiata con l’estero. Secondo Elettricità Futura, il risultato di aprile è dovuto ad un combinato effetto calendario e temperatura alta: quest’anno, infatti, aprile ha avuto un giorno lavorativo in più (19 vs 18) ma ha fatto registrare una temperatura media mensile superiore di quasi due gradi centigradi rispetto ad aprile del 2017.   Fonte: Key4Biz.it

Facebook, c’eravamo tanto amati. La grande fuga dei teenagers

la violenza allinterno delle coppie di adolescenti si esprime agenpressit 1306739

Il Teen, social media e Technology 2018 evidenzia che gli adolescenti stanno abbandonando sempre più Facebook. Negli ultimi tre anni si è registrato un calo evidente del 21% a favore di altre piattaforme come YouTube Instagram e Snapchat.   Che Facebook sta perdendo il suo appeal tra i giovanissimi è cosa nota ormai a tutti. Ma adesso però, la situazione si fa sempre più critica per la creatura di Mark Zuckerberg. Dal nuovo sondaggio condotto dalla statunitense Pew Research Center dal titolo Teen, social media e Technology 2018, gli adolescenti hanno abbandonato Facebook in favore di altre piattaforme social come YouTube. Già. Perché emerge che la metà (51%) degli adolescenti statunitensi tra i 13 e i 17 anni afferma di utilizzare Facebook, molto meno di altre piattaforme come YouTube (85%), Instagram (72%) e Snapchat (69%). La ricerca Teen, social media e Technology è la seconda di questo genere, dopo la precedente datata 2014-2015. In quell’occasione il 71% dei ragazzi usava Facebook, il 52% Instagram, il 41% Snapchat. Dopo tre anni quindi, si evidenza un calo evidente di Facebook del 21% a favore di queste ultime due piattaforme.   Reddito ed etnie  L’edizione 2018 della ricerca evidenzia però diverse curiosità. Facebook è utilizzato principalmente da ragazzi provenienti da famiglie di estrazione culturale modesta e dibasso reddito. Circa il 70% di coloro che vivono in famiglie con meno di 30.000 dollari all’anno utilizzano la piattaforma, rispetto a solo il 36% di coloro il cui reddito familiare annuale è o superiore di 75.000 dollari.   Ci sono anche alcune differenze legate al genere e all’etnia. Le ragazze hanno maggiori probabilità ad utilizzare Snapchat (42% contro il 29%) mentre i ragazzi sono più propensi a dire YouTube (39% contro il 25%). Gli adolescenti neri sono più propensi degli adolescenti bianchi ad utilizzare Facebook come piattaforma  (26% contro il 7%), mentre i ragazzi bianchi (41%) hanno maggiori probabilità di identificare Snapchat come piattaforma più utilizzata rispetto a quella ispanica (29%).   I motivi della fuga  Questo non è il primo studio a indicare che gli adolescenti stanno lasciando Facebook. Lo scorso anno, uno studio di eMarketer aveva stimato che la base di utenti di Facebook tra gli americani di 12-17 anni sarebbe diminuita del 9,9% nel 2017. L’esodo dei giovani viene bilanciato dagli utenti più anziani che si uniscono e i primi utenti di Facebook si stanno spostando tra i 30 e i 40 anni. Nonostante l’esodo da teenager, Facebook rimane la più grande piattaforma social al mondo con 2,2 miliardi di utenti mensili. Ma oramai non è più considerata dai giovanissimi come un luogo per poter esprimere sé stessi, ma piuttosto come un social network per restare in contatto con alcune tipologie di persone, in modo più formale, come per esempio parenti, insegnati e compagni di scuola. Secondo molti infatti, l’invasione di parenti e genitori ha fatto perdere appeal al social, facendolo diventare ‘invadente’ e ‘noioso’. I luoghi della creatività sono invece altri: Snapchat, con la sua architettura che protegge molto di più la privacy, ed Instagram è scelto perché si dà valore alle immagine che alle parole. Il social offre anche uno strumento in più a favore della privacy dei millennials: il profilo privato. Grazie al quale si può tenere fuori dalla porta genitori e parenti e comunicare solo all’interno della community.   Conclusioni Questa situazione può diventare un problema economico per Facebook. Gli adolescenti sono molto apprezzati dalle piattaforme social per un motivo: attirano gli inserzionisti perché lasciano inconsapevolmente all’interno una miriade di dati. Altri risultati dello studio Pew di quest’anno includono il fatto che il 95% degli adolescenti afferma di avere accesso a uno smartphone, in aumento rispetto al 73% dell’indagine del 2015. Circa il 45% degli adolescenti afferma di utilizzare Internet “quasi costantemente”, circa il doppio rispetto al 24% che lo ha affermato nel 2015. Questo spostamento demografico dunque, può rappresentare una “maggiore minaccia” per Facebook rispetto alle preoccupazioni sulla privacy emerse dopo lo scandalo di Cambridge Analytics?   Fonte: Key4Biz.it

GDPR, ok del Garante Privacy al decreto di adeguamento ‘Per i social età minima 14 anni’

gdpr minori sui social

Via libera in tempi stretti del Garante Privacy allo schema di decreto legislativo per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del nuovo Regolamento (Ue) 2016/679 sulla Data Protection (GDPR). Via libera in tempi strettissimi del Garante Privacy allo schema di decreto legislativo per l’adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del nuovo Regolamento (Ue) 2016/679 sulla Data Protection (GDPR), che entra pienamente in vigore il 25 maggio. Ora la palla passa alle Camere, sperando che non si vada alle calende greche. Oggi in Senato (sono le Commissioni speciali che in questo periodo esaminano gli Atti del Governo, in attesa del nuovo esecutivo) alle ore 14,15 è inserita nell’ordine del giorno la discussione sull’”Adeguamento normativa nazionale circa la protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali”. Il decreto dovrà tornare poi a Palazzo Chigi e ottenere il via libera definitivo del Consiglio dei Ministri (dovrà prima esserci anche l’ok di cinque ministeri: Giustizia, Affari esteri, Economia, Sviluppo economico e Pa). Insomma, l’Italia partirà comunque in ritardo e il nuovo regolamento entrerà in vigore senza il necessario adeguamento della nostra normativa al nuovo quadro di riferimento europeo. Non siamo soli, però avremmo potuto e dovuto fare di più.   Data Retention a 72 mesi, Garante chiede cancellazione Il parere del Garante Privacy mette in evidenza alcune posizioni critiche dell’Autorità, che ribadisce l’opportunità di alcune modifiche e integrazioni, in particolare in materia di Data Retention con il prolungamento fino a 72 mesi (sei anni) dell’obbligo di conservazione de dati di traffico telefonico e telematico, nonché alle chiamate senza risposta per anti-terrorismo. “La conferma di tale deroga determina rilevanti criticità…in ordine al rispetto del principio di proporzionalità tra esigenze investigative e limitazioni del diritto della protezione dei dati dei cittadini”, si legge nel parere del Garante, che da tempo sostiene questa posizione e chiede al Governo di espungere dal decreto questa norma perché appunto sproporzionata.   Preoccupazione per la Piattaforma digitale nazionale dei dati Il Garante esprime poi “preoccupazione” per le disposizioni del CAD in materia di Piattaforma digitale nazionale dei dati (articolo 50) finalizzata a favorire la conoscenza e l’utilizzo del patrimonio informativo, detenuto, per finalità istituzionali, dai soggetti pubblici che in fase sperimentale sarebbe affidata al Commissario Straordinario per l’Attuazione dell’Agenda Digitale. “La pur necessaria valorizzazione del patrimonio informativo pubblico non deve, infatti, avvenire a discapito della tutela dei diritti fondamentali e con possibili ricadute anche in termini di sicurezza nazionale”, si legge nel parere del Garante, che teme quindi la concentrazione presso un unico soggetto di informazioni, anche sensibili e sensibilissime, con evidenti rischi di usi distorti e accessi non autorizzati di dati sensibili condivisi.   Trattamento illecito, chieste sanzioni penali ‘per danno’ e non solo ‘per profitto’ Per quanto riguarda gli illeciti penali e amministrativi del trattamento illecito di dati (art. 167 dello schema di decreto) il Garante chiede di valutare, per stabilire sanzioni penali, “quale oggetto alternativo del dolo specifico il danno e non solo il profitto”. In altre parole, il reato di uso illecito dei dati secondo il Garante dovrebbe valutare soprattutto il danno d’immagine e reputazionale della vittima e non solo il profilo del mero profitto economico dell’autore dell’illecito. Una differenza sostanziale e quanto mai opportuna, considerata la marea di casi in cui la vittima di un uso distorto dei dati personali resi di pubblico dominio senza autorizzazione per danneggiare qualcuno ha distrutto la reputazione, se non addirittura la vita, di un numero sempre crescente di vittime.   Uso dei social, età minima 14 anni In relazione ai servizi della società dell’informazione, il Garante Privacy fissa a 14 anni (e non a 16) l’età minima per iscriversi ad un social network. Il ragionamento è questo: se a 14 anni un ragazzo può denunciare atti di bullismo e dare il suo consenso all’adozione, sarebbe incoerente non consentirgli anche di iscriversi ai social a quell’età, tanto più che lo schema di decreto, in relazione ai servizi dell’informazione, indica che è consentito “il trattamento dei dati personali del minore di età inferiore a sedici anni”.   Riutilizzo dei dati a fini di ricerca o fini statistici Il Garante solleva alcuni dubbi sulla nozione di “riutilizzo” che non viene definita dal decreto, che “coincide con l’utilizzo da parte di terzi, a fini commerciali o non commerciali, diversi da quelli iniziali per i quali le informazioni sono state prodotte, e riguarda soltanto i documenti contenenti dati pubblici (indipendentemente che si tratti di dati personali o meno) nella disponibilità di pubbliche amministrazioni e di organismi di diritto pubblico”. A scanso di equivoci, il Garante suggerisce di sostituire il termine “riutilizzo” con quello di“trattamento ulteriore da parte di terzi”. Fonte: Key4Biz.it

Pagamenti elettronici, 40% degli italiani anche per spese inferiori a 5 euro. Stretta Bankitalia sui contanti

logo pos x pagina sito

Epayment preferito da tre italiani su quattro. Addirittura, per autorizzare i pagamenti il 48% dice si alla scansione dell’impronta digitale e il 3% è disposto a farsi innestare un chip sotto pelle. Da dicembre 2018 prime segnalazioni alla Banca d’Italia per depositi/prelievi contanti superiori ai 3.000 euro. Le transazioni senza contanti sono aumentate nel nostro Paese tra il 2011 ed il 2015, con un tasso annuale composto calcolato attorno al 5,6%. A livello mondiale, i pagamenti elettronici hanno raggiunto un volume globale di transazioni pari a 433 miliardi di dollari secondo il World payments report 2017. Dato che comunque è atteso in ulteriore crescita, attorno ai 730 miliardi di dollari nel 2020. L’innovazione tecnologica digitale in atto non farà che facilitare la diffusione dei pagamenti elettronici (ePayments), soprattutto grazie a soluzioni blockchain e di cybersecurity, al mercato fintech e alle criptovalute, alla smart city economy e il modello smart home, o relative alle auto connesse in rete e l’infotainment in ogni sua forma. Anche nel nostro Paese i pagamenti elettronici si stanno affermando come il principale mezzo di transazione per gli acquisti di beni anche presso i negozi fisici: tre italiani su quattro (il 75%) preferiscono l’epayment e nel 40% dei casi anche per somme inferiori ai 5 euro. C’è poi chi ricorre all’applicazione mobile della propria banca, come nel caso del 44% delle donne e del 29% degli uomini, secondo una recente indagine condotta nel nuovo Osservatorio mensile di Findomestic, realizzato in collaborazione con Doxa, mentre tra i servizi più noti troviamo Postemobile (23,5%) ed Apple Pay (23,3%). Grande interesse è rivolto anche alle tecnologie biometriche, ovvero quelle che consentono di identificare una persona sulla base di una o più caratteristiche biologiche e comportamentali: quasi uno su due (48%) si dice favorevole alla scansione dell’impronta digitale per autorizzare i pagamenti e c’è addirittura un 3% disposto a farsi innestare un chip sotto pelle per effettuare i propri acquisti. Gli italiani propendono per i pagamenti cashless soprattutto perché rappresentano uno strumento comodo per il 54% degli intervistati, ma anche perché consente di girare senza i contanti per il 39%. Inoltre, sfruttando le carte elettroniche, il 30% dei nostri connazionali si dice libero dalla schiavitù del prelievo agli sportelli automatici e tutto sommato si sentono pure più sicuri (22%). La resistenza del contante e le misure anti-cash della Banca d’Italia Niente più monete sonanti e valute di carta nella nostra vita? Non proprio. Se è vero che il processo di sostituzione del contante con le criptovalute e i pagamenti digitali è inarrestabile, è anche ovvio che ci vorrà del tempo, sia per adeguare le leggi alla rapidità della trasformazione digitale, sia per consentire un salto culturale necessario al cambiamento nei modelli comportamentali da parte della popolazione. Ad esempio, al campione è stato chiesto se tra cinque anni in Italia sarà possibile pagare solo via epayment o se, invece, il contante resisterà all’incalzare delle soluzioni digitali, e la risposta è stata questa: “solo il 9% pensa che i contanti verranno definitivamente ‘pensionati’ e il 45% lo ritiene probabile, mentre il 44% crede che difficilmente il denaro liquido scomparirà nel giro di un lustro”. Un dato che rispecchia fedelmente la situazione odierna, dove il 25% degli italiani preferisce ancora pagare in contanti. Al Sud la quota dei fedelissimi alla moneta sale al 31%, soprattutto tra i più giovani, tra chi ha un’età compresa tra i 18 ed i 24 anni (il 52,3%). Il motivo di tale resistenza al cambiamento? Secondo i dati in possesso dell’Osservatorio, è da ricercare nella paura di non riuscire a tenere le spese sotto controllo: la pensa così il 61% delle donne e il 41% degli uomini del Meridione. E contro i contanti è partito anche il monitoraggio automatico della Banca d’Italia. Secondo quanto annunciato dall’Unità di informazione finanziaria della nostra Banca centrale, è in fase di sviluppo finale il sistema informatico che provvederà a tale controllo e che consentirà, ogni qualvolta ci sarà un deposito oun prelievo superiore ai 3.000 euro, di far partire in tempo reale la segnalazione agli uffici antiriciclaggio di Bankitalia (come previsto del decreto legislativo 90/2017 in merito alle norme antiriciclaggio di denaro). Le segnalazioni, infine, potranno partire già da dicembre 2018, in modalità che saranno stabilite nelle prossime settimane in riunioni tra tecnici operatori del settore.     Fonte: Key4Biz.it

L’Italia digitale non migliora e resta al 25° posto nella classifica Ue

italia digitale

Il rapporto Ue sulla digitalizzazione dei paesi europei certifica che il grado di digitalizzazione della nostra economia non fa passi avanti. Pesa soprattutto la carenza di competenze digitali e lo scarso utilizzo di servizi online. Migliora invece la copertura NGA.   L’Italia non riesce a progredire nella partita europea della digitalizzazione e resta al 25° posto, il quart’ultimo, fra i 28 Stati membri dell’Ue nell’Indice DESI2018 della Commissione Ue, che calcola il grado di digitalizzazione dei vari paesi in base a cinque criteri: connettività, capitale umano, uso dei servizi internet, integrazione delle tecnologie digitali e servizi pubblici digitali.   Connettività Il punteggio complessivo del nostro paese è migliorato nel 2018, in particolare per quanto riguarda l’integrazione di tecnologie digitali e i servizi pubblici digitali, ma non è bastato per scalare posizioni in classifica. Un segnale positivo, secondo il rapporto, è offerto dalle prestazioni in termini di copertura delle reti NGA, passata dal 72% all’87% che appaiono in in fase di recupero (dal 23° posto del 2016 al 13° posto del 2017). Banda ultralarga in miglioramento Per quanto riguarda la copertura a banda larga ultraveloce (100 Mbps e oltre) l’Italia appare ancora in ritardo (con una percentuale del 22% a fronte di una media Ue del 58%) piazzandosi al 27° posto nel ranking Ue. C’è da dire che sul fronte degli abbonamenti a banda larga veloce, invece, l’Italia ha registrato un miglioramento secondo l’indice Ue, passando dal 7% del 2016 al 12% del 2017, che però in termini assoluti riconferma il nostro paese al 26° posto in classifica soprattutto grazie all’ingresso di Open Fiber sul mercato, che ha beneficiato di livelli accresciuti di concorrenza infrastrutturale grazie al modello wholesale only, si legge nel report.   Digital skills tallone d’Achille Il DESI sottolinea la sfida principale per il nostro paese, che riguarda di fatto la carenza di competenze digitali, che nonostante le iniziative del Governo, “ancora insufficienti”, penalizzano di fatto tutti e cinque gli aspetti considerati: “diffusione della banda larga mobile, numero di utenti internet, utilizzo dei servizi online, attività di vendita online da parte delle PMI e numero di utenti eGovernment”. Uso di Internet La percentuale di utenti Internet è rimasta stabile, il numero di specialisti TIC è leggermente migliorata dal 2,5% al 2,6%, mentre la percentuale di laureati in discipline scientifiche, tecnologiche e matematiche ha subito una flessione, attestandosi a quota 1,3% nella fascia di età 20-29 anni. Il credito d’imposta sulle spese incrementali sostenute per iniziative di formazione su discipline correlate a Industria 4.0 potrebbe colmare alcune carenze. Ma in definitiva “l’Italia manca ancora di una strategia globale dedicata alle competenze digitali”, si legge nl rapporto. Uso dei servizi Internet L’Italia non è riuscita a migliorare e resta così al penultimo posto per l’uso di Internet nella classifica del DESI. Lieve aumento per servizi di eBanking, shopping online e social network, mentre la lettura di news online è sotto la media Ue, probabilmente per il crescente utilizzo di modelli premium da parte dei media. Integrazione delle tecnologie digitali: dall’eCommerce a Industria 4.0 Quadro contraddittorio per quanto riguarda l’eCommerce: a fronte di una crescita delle PMI che si dedicano alla vendita online,, anche a livello transnazionale, si registra un calo del fatturato delle vendite elettroniche. Il Piano nazionale Impresa 4.0 manca ancora di un elemento importante, vale a dire i cosiddetti “Centri di competenza”, la cui attivazione è prevista quest’anno. Si tratta di poli necessari per accompagnare il processo di digitalizzazione delle nostre PMI. Servizi pubblici digitali L’Italia dell’eGovernment non cresce e si conferma al 19° posto della classifica Ue, mentre un netto miglioramento di è registrato sul fronte degli open data, dove ha scalato 11 posizioni, superando la media Ue. Resta il paradosso di un’ampia disponibilità di servizi eGov, sopra la media Ue, anche se quelli dedicati alle imprese sono poco sviluppati e restano sotto la media. Gli italiani sono invece all’ultimo posto in classifica per utilizzo dei servizi di eGovernment. “Si tratta di un risultato addirittura peggiore di quello registrato per l’uso di altri servizi online, che potrebbe essere il sintomo di alcuni problemi per quanto riguarda l’utilizzabilità dei servizi pubblici”, si legge nel rapporto, che a proposito dell’utilizzo dei servizi di sanità digitale vede invece l’Italia in buona posizione, all’8° posto fra gli Stati membri.   Fonte: Key4Biz.it

GDPR, diffuse le linee guida per gli avvocati in materia di protezione dei dati

gdpr 1018025827 knews 600x337

La protezione dei dati personali del cliente, oltre ad essere “essenziale per garantire il segreto professionale”, rappresenta un elemento di trasparenza e confidenzialità nel rapporto. I rischi da evitare per gli studi legali e il Capitolo del digitale. Indipendentemente dalla dimensione e dall’area di attività, anche gli studi legali dovranno adeguarsi al nuovo regolamento generale europeo per la protezione dei dati (GDPR, Regolamento UE 2016/679), che lo ricordiamo entrerà in vigore tra 48 ore, il 25 maggio prossimo. La Commissione privacy del Consiglio nazionale forense presso il Ministero della Giustizia ha diffuso ieri le “linee guida per gli avvocati in materia di protezione dei dati personali”. I dati ai quali l’avvocato ha accesso, nell’esercizio delle sue funzioni, sono per loro natura particolarmente sensibili: “essi possono infatti riguardare la salute, l’orientamento religioso politico o sessuale, dati giudiziari, situazione familiare, dati di minori e molto altro, ed il loro trattamento osserva una logica specifica, diversa da quella dell’impresa commerciale, essendo intimamente connessa al rapporto di fiducia che lega l’avvocato al suo cliente e al rispetto degli obblighi deontologici, primo fra tutti l’obbligo di garantire il segreto professionale”. La protezione dei dati personali del cliente, oltre ad essere “essenziale per garantire il segreto professionale”, rappresenta un elemento di trasparenza e confidenzialità nel rapporto. Al fine di evitare il pericolo della perdita di tali dati, gli avvocati dovranno prestare particolare attenzione alle seguenti indicazioni: le finalità di trattamento dei dati e la loro trasmissione siano chiaramente definite; le misure di sicurezza (tanto informatica che fisica) siano precisamente individuate, definite e attuate; le persone coinvolte (segreteria, praticanti, colleghi, collaboratori a qualsiasi titolo) siano adeguatamente informate e coinvolte nel processo di protezione dei dati personali. Un capitolo a parte è dedicato al rapporto tra studi legali e innovazione tecnologica. Spesso molti servizi vengono “esternalizzati” a terzi, come nel caso dell’utilizzo di una segreteria virtuale, o nella conservazione dei dati su cloud, o si utilizzano propri mezzi di comunicazione, ad esmpio siti web, blog, o ancora appoggiandosi su siti terzi, “in tutti questi casi la leva digitale dovrà sempre rispettare gli obblighi deontologici e normativi, prestando la massima attenzione a che i dati siano trattati in modo sicuro e nel rispetto delle norme”. Il GDPR offrirà agli avvocati nuovi spazi di intervento professionale, come nel caso di “giuristi in possesso di particolari competenze che potranno prestare consulenza in materia di privacy ai loro clienti”, oppure “rivestire le funzioni di responsabile della protezione dei dati, ove in possesso anche di competenze tecniche specifiche” Materiale utile: Linee guida “Il GDPR e l’avvocato”  Allegato 1 – Modello di informativa  Allegato 2 – Schema di registro dei trattamenti     Fonte: Key4Biz.it

eCommerce, la sfida di Poste a Amazon ‘Consegne fino a sera e nel weekend’

7998db921e8bcd54999f81bd672aa3ad

Il postino suona fino alle 19:45, pure sabato e domenica, per consegnare i pacchi. Così Poste Italiane ha iniziato a sfidare la concorrenza. In arrivo anche i ritiri da armadietti ‘fai da te’ in supermercati, centri commerciali e negozi sotto casa. L’Ad Matteo Del Fante: obiettivo 50 milioni di pacchi nel 2018. Poste Italiane ha messo in atto la strategia giusta per sfidare Amazon e gli altri concorrenti nella consegna dei pacchi. Saranno i 30mila portalettere a recapitarli. Tutti i giorni e fino a sera, anche sabato e domenica. Entro l’anno arriveranno anche 350 locker, gli armadietti fai da te per il ritiro in supermercati centri commerciali e al negozio sotto casa. La nuova modalità di consegna è partita da meno di un mese. I dettagli sono emersi, questa settimana, dalla presentazione dei conti trimestrali dell’azienda. Nei primi tre mesi dell’anno le consegne di pacchi da parte della rete dei portalettere sono state il 50% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Dopo una crescita esplosiva (4/5 milioni di pacchi consegnati nel 2015; 15 milioni nel 2016; 35 milioni nel 2017). Ora Poste, con il piano varato dall’A.d Matteo Del Fante, punta a 50 milioni di pacchi consegnati nel 2018 per crescere a quota 100 milioni nel 2022: “Una svolta storica. Cambia completamente il lavoro dei nostri portalettere, una grande risorsa, una rete capillare che era legata al declino della corrispondenza tradizionale ed ha ora una grande opportunità di sviluppo”, ha detto l’amministratore delegato. Nei primi tre mesi dell’anno le consegne di pacchi da parte della rete dei portalettere sono state il 50% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Dopo una crescita esplosiva (4/5 milioni di pacchi consegnati nel 2015; 15 milioni nel 2016; 35 milioni nel 2017) Poste ha avviato il nuovo progetto dal 16 aprile: lo sta diffondendo sul territorio gradualmente e andrà avanti così per tutto quest’anno e nel 2019. Il postino suona fino alle 19:45, anche sabato e domenica, se si vuole Il progetto affida ai portalettere il recapito di pacchi fino a 5 chili (l’85% del fenomeno eCommerce): ultima consegna alle 19:45, e si lavora anche nel fine settimana. È un modello flessibile per aumentare le consegne al primo tentativo: per esempio, la mattina più nei quartieri dove ci sono uffici, di pomeriggio e sera soprattutto nelle zone residenziali dove di giorno in casa non c’è nessuno. Poste ha presentato il nuovo modello di distribuzione agli analisti finanziari sottolineando di puntare su “efficienza, flessibilità, più qualità del servizio” e con una “riduzione dei costi”: sarà possibile con una razionalizzazione delle aree territoriali, ridotte da 9 a 6, e differenziando il servizio sul territorio in base alla diversa “densità di oggetti da recapitare“: strutturalmente sette giorni su sette nelle grandi aree metropolitane (8% della popolazione, 600 pacchi al giorno per chilometro quadrato) e per la sola ‘rete business’ (prevalentemente i pacchi dell’e-commerce) anche nelle aree urbane (68% della popolazione, dove la densità scende a 80 pacchi/chilometro). Nelle aree rurali (24% degli italiani, 10 pacchi/chilometro) le consegne restano a giorni alterni. L’obiettivo dell’AD Matteo Del Fante: 50 milioni di pacchi nel 2018 e 100 nel 2022 Il progetto è parte del piano a 5 anni ‘Deliver 2022‘ varato a fine febbraio dall’A.d Matteo Del Fante, che lo considera “uno dei pilastri” della sua strategia: punta a 50 milioni di pacchi consegnati nel 2018 per crescere a quota 100 milioni nel 2022. Partita a metà aprile, la nuova modalità di consegna dei pacchi è già operativa in 71 dei 900 centri di recapito di Poste. Ad oggi tocca 500 Comuni e 10 Regioni ed entro giugno saranno operative prime aree in tutte le Regioni italiane. Genova è avanti, con 3 centri su 4 già al lavoro con il nuovo modello.   Fonte: Key4Biz.it

Rapporto Istat, il 69% degli italiani è online. Il 60% ha usato i social

39574350 group of student at teen age using smartphone in concept of smart phone addiction flat design

Cresce in Italia l’utilizzo della Rete e dei social media, visti come uno strumento complementare ai rapporti reali con gli amici. Cresce nel nostro paese l’utilizzo della Rete e dei social media, visti come strumento complementare delle relazioni sociali classiche, vale a dire non virtuali. E’ quanto emerge dal Rapporto Istat pubblicato oggi, secondo cui Internet e le tecnologie digitali hanno trasformato i diversi ambiti della vita quotidiana, creando nuovi modi di comunicare, relazionarsi e ragionare e rendendo meno necessarie la compresenza e la prossimità fisica tra le persone; i confini delle relazioni sociali sono sempre più permeabili. Le relazioni d’amicizia e gli stessi legami con i familiari sono inseriti sempre più spesso in un sistema “virtualizzato” di relazioni. Ecco alcuni dati presenti nel Rapporto.   Online il 69% degli Italiani L’Italia, con il 69,0% di utenti regolari di internet tra i 16 e i 74 anni, si colloca agli ultimi posti fra i paesi Ue. Naviga di più la generazione delle reti, ossia i nati dopo il 1996 (90,3%). Internet in Italia Tuttavia, nell’ultimo decennio la generazione della transizione – nati tra il 1966 e il 1980 – ha fatto registrare incrementi tali da ridurre il divario con le generazioni cresciute nell’era del digitale (dal 48,2% del 2006 al 79,6% del 2016). Navigano di più le persone con titoli di studio più elevati e quelle residenti nel Centro-nord. Social network Nel 2016, il 60,1% degli utenti regolari ha utilizzato un social network, il 52,5% ha inviato messaggi in chat, scritto su un blog o su un forum, il 32,4% ha condiviso testi, fotografie o musica. L’uso delle piattaforme sociali avvicina le generazioni e annulla le differenze tra persone con livelli di istruzione diversi. Inviare messaggi, intervenire su blog o forum è un’attività più diffusa nelle città del Centro-nord (55,0%); nei territori del disagio (64,2%) e nel Mezzogiorno interno (63,1%) dove sono più alte le quote di utenti di social network. Il web potenzia le relazioni La Rete è uno strumento di potenziamento delle relazioni sociali: chi frequenta di più gli amici è anche più attivo sui social network. Le relazioni sociali non virtuali restano comunque la forma di interazione più appagante: su una scala da -3 a +3, il punteggio di piacevolezza attribuito alle attività di socialità con gli amici è 2,22 mentre per la socialità online è 1,88.     Fonte: Key4Biz.it

GDPR, adeguarsi è un vantaggio competitivo per le imprese perchè i consumatori spenderanno di più

keep calm and comply with gdpr.jpg

Grazie alle organizzazioni che si sono messe in regola col GDPR, il 40% dei consumatori ha incrementato il numero delle transazioni. Il 39% ha già aumentato gli acquisti presso quelle aziende che si sono impegnate nella protezione dei dati personali. Il nuovo regolamento generale europeo per la protezione dei dati o GDPR (General Data Protection Regulation) non significa solamente maggiore attenzione alla privacy da parte del mercato e del mondo imprenditoriale, ma anche una grande opportunità da un punto di vista economico. La conformità al regolamento, infatti, comporta prima di tutto un vantaggio competitivo rilevante. Le imprese che si sono allineate prima della scadenza fissata e che hanno investito in compliance e trasparenza dei dati dei consumatori, stanno iniziando a raccogliere i primi frutti. Il 39% dei consumatori convinto che una data organizzazione protegga i loro dati, si legge nel nuovo studio Capgemini “Seizing the GDPR Advantage: From mandate to high-value opportunity”, ha acquistato più prodotti e aumentato la propria soglia di spesa presso quella singola azienda. Un aumento si spesa considerato significativo e che si aggira intorno al 24% in più. Inoltre, il 40% degli intervistati ha incrementato il numero delle transazioni, sia saltuariamente, sia regolarmente, proprio con quelle aziende che più si sono impegnate e si impegnano nella protezione dei dati I vantaggi, ovviamente, non riguardano esclusivamente la spesa: il 49% del campione ha affermato di aver condiviso con parenti e amici la propria esperienza positiva, rafforzando di conseguenza la reputazione aziendale tra i potenziali clienti. Il regolamento, inoltre, potrebbe avere un ulteriore risultato in termini di competitività, perché incoraggerà le aziende a parlare con le persone, con i propri clienti e quelli potenziali, ascoltandole, cercando di intercettare i loro bisogno, contattandoli insomma non unicamente per vendere loro beni o servizi che potrebbero desiderare. Oggi solo l’11% delle organizzazioni centra i propri sforzi di conformità al GDPR sui bisogni dei clienti. Un dato che va migliorato, perché qui si potrebbero nascondere maggiori vantaggi competitivi sui concorrenti, se è vero che il 40% dei consumatori sarebbe propenso ad aumentare le proprie transazioni in cambio di maggiore tutela dei dati personali. In linea generale, c’è da dire che il lavoro da fare per la piena conformità delle imprese al regolamento è ancora molto. Si calcola che l’85% delle aziende, in Europa e negli Stati Uniti, non sarà pronto per l’entrata in vigore del GDPR il prossimo 25 maggio. Il dato italiano è anche superiore, con il 90% delle imprese ancora non completamente conformi. In effetti, le imprese italiane che si possono dire in regola con il Gdpr sono il 48% del campione. Degli otto Paesi presi in considerazione dall’indagine (USA, Regno Unito, Spagna, Olanda, Germania, Italia, Francia, Svezia), peggio di noi hanno fatto solamente le aziende francesi (41% in regola) e svedesi (solo il 32% in regola). Le più avanzate in termini di conformità al GDPR in Europa sono le imprese britanniche, anche se solo il 55% dichiara di essere ampiamente o completamente conforme.       Fonte:Key4Biz.it