Pec, 3 email su 10 non lette nonostante 9 milioni di caselle aperte

Secondo un sondaggio di Achab, società italiana specializzata nel settore, il 32% dei messaggi di posta elettronica certificata non viene letto da aziende e liberi professionisti, nonostante nel primo bimestre 2018 si sia raggiunto il numero di quasi 9 milioni di caselle Pec aperte. Secondo gli ultimi dati disponibili relativi a gennaio-febbraio 2018, in Italia sono state aperte 8,9 milioni di caselle Pec e in totale sono stati inviati con la posta elettronica certificata 297 milioni di messaggi (fonte AgiD). Il 30% delle email, pari a 89 milioni, non sono state mai lette dai destinatari. Il sorprendente dato emerge dal sondaggio condotto da Achab, (azienda italiana specializzata in software e soluzioni che permettono alle PMI di costruire infrastrutture ICT), su un campione di 154 Service Provider IT. Dunque il crescente numero di caselle Pec non va di pari passo con la consapevolezza della necessità di un suo migliore utilizzo. Spesso sono aperte perché obbligatorie, per esempio per i professionisti iscritti a Ordini e collegi, alle nuove società, Partite Iva e ditte individuali – artigiani compresi, fino alle pubbliche amministrazioni. Pec, anche problemi di gestione Dal sondaggio di Achab emerge, inoltre, che meno del 10% delle aziende è in grado di gestire correttamente il contenuto della propria casella Pec. Ciò significa che le stesse aziende sono nell’impossibilità di utilizzarla come prova in caso di contenzioso. Una lacuna non da poco, quindi, con ripercussioni di impatto, potenziale, molto dannoso. Proprio dalla casella di posta Pec, infatti, passano i documenti più importanti: dalle comunicazioni Inail a quelle dell’Inps, passando per Camera di Commercio, Tribunale, Ufficiale giudiziario, Ordine professionale ecc. L’errore più comune? Trattare una mail ricevuta in posta Pec come se fosse una corrispondenza telematica qualunque. La giurisprudenza ha stabilito che tutto ciò che è contenuto in una Pec è, a tutti gli effetti, un documento informatico, non analogico, e come tale deve essere archiviato e conservato, altrimenti non ha alcun valore legale. Rispetto alla posta raccomandata cartacea però, la Pec ribalta l’onere della prova in caso di contenzioso: è il proprietario della casella di posta elettronica certificata a dover controllarne periodicamente il contenuto, mentre con la raccomandata “classica” è il mittente a doversi curare di inviarla all’indirizzo giusto ed attenderne la ricevuta di ritorno come prova dell’avvenuta ricezione. Inoltre, come tutte le scritture contabili di un’azienda, anche la corrispondenza via Pec va conservata nel tempo, ma la firma legale che la certifica spesso ha una scadenza temporale inferiore rispetto a quanto necessario. La storia della Pec La Posta Elettronica Certificata (Pec) è obbligatoria per tutte le aziende, pubbliche e private, e i liberi professionisti dalla conversione del Decreto legge 179/2012 nella legge 221/2012. Eppure, a distanza di sei anni, moltissime imprese, professionisti e privati cittadini non sanno ancora come rapportarsi bene a questo importante strumento. Fonte: Key4Biz.it
GDPR, rivivono le sanzioni penali e non si abolisce il codice privacy

Palazzo Chigi ha inviato alla ragioneria generale dello Stato il Decreto di adeguamento al Gdpr. Il testo prevede le sanzioni penali, cancellate nella prima bozza, e non cancella il codice privacy. Il decreto deve essere approvato entro il 21 maggio dal Consiglio dei ministri, ma prima deve ricevere il parere delle Commissioni parlamentari e del Garante Privacy. Il Decreto di adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento europeo sulla data protection (Gdpr) ha mosso un passo importante in vista della sua approvazione che deve avvenire entro il 21 maggio, 4 giorni prima l’entrata in vigore del Gdpr. Il testo è stato inviato dalla presidenza del Consiglio dei ministri alla Ragioneria generale dello Stato. Tante le novità. Sanzioni penali, reclusione fino a tre anni Rivivono, fortunatamente, le sanzioni penali per il trattamento illecito dei dati (ora disciplinato dall’art. 167 del codice privacy), cancellate nella prima bozza con una depenalizzazione a tappeto di tutti i reati previsti dal codice privacy. Dunque il testo ripropone una sezione penale: per il trattamento illecito di dati le sanzioni vanno da sei mesi a 18 mesi di reclusione e, in determinate condizioni, fino a tre anni. Resta anche la reclusione da sei mesi a tre anni per falsa dichiarazione di fronte al Garante privacy. Nuova, invece, è il reato della comunicazione e diffusione illecita di dati riferibili a un ingente numero di persone, punita con la reclusione da uno a sei anni, e quella dell’acquisizione fraudolenta di informazioni personali per trarne profitto, sanzionata con la reclusione da uno a quattro anni. Codice Privacy, abrogazione selettiva Il testo del decreto non abroga totalmente il decreto legislativo 196 del 2003, noto come Codice Privacy, ma lo armonizza al contenuto del Gdpr prevedendo solo una abrogazione parziale. Invece a marzo, il governo Gentiloni, frettolosamente, aveva approvato lo schema del decreto che prevedeva l’abrogazione totale del codice Privacy in vigore. L’alzata di scudi una serie di associazioni in difesa della privacy “Gdpr, il codice per la protezione dei dati va difeso non abrogato” ha sortito l’effetto desiderato. Minori, sui social solo a 16 anni In Italia dal 25 maggio prossimo solo chi ha 16 anni potrà iscriversi, liberamente, ai social network. Questa è un’altra novità contenuta del testo del decreto di adeguamento al Gdpr. “In relazione a servizi della società dell’informazione (app e servizi su internet), il legislatore italiano fissa a 16 anni l’età valida per fornire il proprio consenso”. Nella prima bozza era fissato a 14 anni. Il limite di 16 anni è indicato dall’articolo 8 del regolamento europeo: “Per quanto riguarda l’offerta diretta di servizi della società dell’informazione ai minori, il trattamento di dati personali del minore è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni”. Per gli under 16 “ tale trattamento è lecito soltanto se e nella misura in cui tale consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale”. PA, nessun consenso se tratta i dati secondo la legge Il decreto prevede che la Pubblica amministrazione non deve chiedere il consenso se tratta dati in base alla legge. In base alle disposizioni sopravvivono i regolamenti sul trattamento di dati sensibili, già adottati e aggiornati da tutti gli enti pubblici. Sanità Le norme sulla privacy sanitaria dello schema di decreto legislativo di coordinamento perdono tutte le disposizioni sul consenso. D’altra parte il regolamento Ue 2016/679 (articolo 9) prevede per il trattamento dei dati sanitari presupposti diversi dal consenso. Il tempo stringe, 10 giorni ‘lavorativi’ per l’approvazione del decreto Dopo la “bollinatura” il decreto deve avere il parere sia delle commissioni parlamentari di Camera e Senato (sono le Commissioni speciali che in questo periodo esaminano gli Atti del Governo, in attesa del nuovo esecutivo), sia del Garante Privacy, per poi ritornare a Palazzo Chigi e ottenere il via libera definitivo del Consiglio dei Ministri (dovrà prima esserci anche l’ok di cinque ministeri: Giustizia, Affari esteri, Economia, Sviluppo economico e Pa). Come risulta a Key4biz per questa settimana non è prevista nell’ordine del giorno delle Commissioni speciali parlamentari la discussione sul decreto. Il tempo stringe. Fonte: Key4Biz.it
Internet delle Cose,50 mila pacemaker a rischio attacchi informatici negli USA

Il mese scorso, la Food and drug administration (Fda), l’agenzia governativa americana addetta alla tutela della salute pubblica, ha chiesto in una comunicazione alle ditte fornitrici l’aggiornamento rapido di alcuni modelli di pacemaker. Il motivo è nella vulnerabilità informatica degli stessi, nonché nelle scarse performance delle batterie. Secondo la safety communication della Fda, sono più di 350 mila i device cardiaci a rischio attacchi informatici negli Stati Uniti e subito sono partite le raccomandazioni per pazienti e personale sanitario di installare gli aggiornamenti di sicurezza per gli apparecchi, in gran parte forniti dalla Abbot. Nel comunicato dell’agenzia si evidenzia l’elevato pericolo che tali pacemaker possano in qualche modo finire nelle mani di cyber criminali. Essendo dei device elettronici connessi in rete, ogni criminale è in grado di manometterli da remoto. I pacemaker sono dei minuscoli congegni alimentati da batterie che, inseriti chirurgicamente sottopelle all’altezza del torace, sono in grado di correggere, nel caso che i farmaci non risultino efficaci, i disturbi del ritmo del cuore, intervenendo nel caso stia battendo troppo in fretta, troppo adagio, oppure disordinatamente. L’accesso da remoto a tali apparecchi è garantito dai ponti radio che consentono le comunicazioni con l’esterno, con i medici sostanzialmente, per il monitoraggio delle funzioni vitali del paziente. Tra i principali problemi individuati dalla Fda, quindi, ci sono la cybersecurity dei device, la capacità delle batterie e i ritardi negli aggiornamenti firmware. I dubbi sulla sicurezza dei pacemaker in questione erano stati sollevati già nel 2018, si legge sulle pagine dell’Agi, quando la Abbot portò in tribunale la società di information security MedSec, che per prima aveva individuato le falle nel sistema (nel 2017 furono richiamati 500 mila pacemaker Abbot per questo motivo). Solo l’anno passato sono state individuate 8.000 vulnerabilità su sette modelli di pacemaker di quattro diversi fornitori. Al momento, sia la Fda, sia la Abbot, non hanno registrato attacchi o tentativi di attacchi ufficiali alle apparecchiature sanitarie in questione, ma il volume dei device valutati come ‘vulnerabili’ dall’indagine ha messo in allarme sia le Istituzioni, sia le strutture sanitarie del Paese. ICT e tecnologie digitali impiegate in sanità, soprattutto dell’Internet of Things, devono migliorare i livelli di sicurezza informatica. In un recente studio di Trend Micro, che insieme a HITRUST ha esaminato il settore delle strutture sanitarie nel suo ultimo report “Securing Connected Hospitals”, è emerso che negli ospedali di tutto il mondo sono almeno 80.000 i sistemi a rischio violazione per attacchi DDoS, malware e data breach. Fonte: Key4Biz.it
Cina: la lettura dei dati cerebrali dei lavoratori pubblici è una prassi

Ci sono ambiti lavorativi in cui lo stress, la tensione, l’ansia e la rabbia possono risultare determinanti o addirittura fatali. Pilotare un aereo, un treno ad alta velocità, ma anche essere responsabili della fornitura energetica di un’intera regione o ritrovarsi in un campo di battaglia, sono tutti scenari in cui la stabilità mentale è fondamentale per la buona riuscita del proprio impiego. Il governo cinese lo sa bene e, a giudicare da quanto riportato dal South China Morning Post, pare che abbia trovato una soluzione per identificare e prevenire tutte le situazioni in cui il crollo psicologico di un dipendente pubblico potrebbe portare ad una situazione di rischio per la collettività. Per fare ciò ha messo in atto la più grande applicazione delle tecnologie di monitoraggio mentale mai vista prima al mondo, consentendo a tante società statali di poter sorvegliare l’attività cerebrale dei propri dipendenti (tra cui piloti e militari) attraverso l’utilizzo di appositi sensori. Non si tratta di un controllo una tantum svolto con macchinari ingombranti, bensì di un’analisi costante delle onde cerebrali dei lavoratori, messa in atto tramite alcuni piccoli dispositivi collocati all’interno di cappelli e caschi, in modo da risultare del tutto invisibili e poco invasivi. Grazie a ciò, le società riescono a valutare in tempo reale lo stato di salute mentale dei dipendenti, in modo da intervenire rapidamente qualora venga riscontrato un elevato carico di stress, di ansia, paura o rabbia. I dati rilevati dai sensori vengono interpretati da un’AI che ha il compito di distinguere le emozioni rilevate. Secondo quanto riportato, lo scopo di tale progetto, finanziato dal governo cinese, sarebbe anche quello di migliorare la gestione del tempo, distribuendo le pause in maniera più efficiente al fine di ridurre il livello di stress dei lavoratori. Questo genere di tecnologia non è del tutto nuova ed è in fase di sperimentazione da diversi anni, tuttavia la Cina è il paese al mondo in cui è stata applicata su larghissima scala, al punto che ora si comincia ad invocare il bisogno di una maggiore regolamentazione, al fine di evitare che quella che nasce come una tecnologia per migliorare la sicurezza e la produttività, diventi di fatto un controllo su larga scala delle emozioni dei lavoratori. Sì perché un dipendente meno incline a provare frequenti sbalzi emotivi è anche un dipendente in grado di offrire una produttività più costante e tendenzialmente meno eversivo. Stando al responsabile di una centrale elettrica che dà lavoro a circa 40.000 persone, pare che l’applicazione di questa tecnologia abbia portato ad un’incremento dei profitti di 315 milioni di dollari sin dal 2014, anno in cui è cominciata la sperimentazione. Il manager in questione, tuttavia, non è voluto scendere nei dettagli relativi al funzionamento del progetto. L’applicazione di questo sistema di controllo sembra riscontrare uno scetticismo iniziale da parte dei dipendenti, dal momento che il timore più grande è che i dispositivi utilizzati possano leggere il loro pensiero. Superate le diffidenze, pare che i dispositivi vengano accettati e visti come dei veri e propri caschetti di sicurezza, stando a quanto riferito da Jin Jia, una professoressa associata dell’università di Ningbo, specializzata nel campo della psicologia cognitiva e nello studio del cervello. Quando il sistema invia un avviso, il direttore chiede al dipendente di prendersi un giorno libero o di spostarsi su mansioni meno critiche. Alcuni lavori richiedono una concentrazione elevata; non c’è spazio per il minimo errore. Così ha aggiunto la Jia, la quale ha anche commentato lo stato di avanzamento della Cina all’interno di questo settore. Secondo la professoressa, il paese si trova su un livello tecnologico equivalente a quello degli altri stati occidentali, tuttavia l’enorme quantità di dati aggregati in suo possesso potrebbe presto darle un vantaggio competitivo nello sviluppo di tecnologie sempre più efficaci e precise. Ed è proprio sul tema dell’efficacia che entra in gioco un parere citato da The Verge all’interno di un articolo che commenta la stessa notizia che vi abbiamo riportato. In questo caso è il professor Barry Giesbrecht dell’università della California e direttore dell’Attention Lab, il quale mette in discussione l’efficacia del metodo adottato dal governo cinese. Alla base della contestazione vi sarebbe la scarsa affidabilità dei dati rilevati attraverso l’elettroencefalogramma realizzato dai dispositivi equipaggiati dai dipendenti pubblici cinesi. La lettura delle onde cerebrali, infatti, può stabilire con precisione solo se il paziente in questione sia sveglio o addormentato, mentre tutte le altre letture sono influenzabili da ogni tipo di attività elettrica, quindi è attualmente impossibile stabilire uno schema preciso che possa rivelare emozioni come stress, ansia, paura e così via. Vi è infatti un innumerevole quantitativo di variabili che possono portare ad un falso positivo, ovvero all’errato rilevamento di una delle emozioni target. uesto può avvenire per cause esterne o per via di movimenti involontari, tra cui anche un semplice occhiolino o stringere forte la mascella. Insomma, sebbene l’approccio adottato dal governo cinese sembri funzionare sulla carta – almeno per quanto riguarda la produttività – sembrano esserci ancora diverse problematiche riguardo l’affidabilità di questi strumenti. Nonostante ciò, queste sperimentazioni mettono in luce, ancora una volta, il preoccupante livello di controllo che le autorità cinesi intendono applicare sui propri cittadini. Fonte: HDBlog.it
Twitter vende i dati pubblici degli utenti (anche a Cambridge Analytica)

Il social ha ammesso di aver venduto l’accesso ai dati pubblici degli utenti alla società di Aleksandr Kogan, il ricercatore che ha attinto illecitamente i dati di 87 milioni di utenti su Facebook e poi venduti a Cambridge Analytica. Una notizia che fa scoprire una parte del modello di business di Twitter. Gli iscritti lo sanno? L’artefice dello scandalo Datagate, che ha coinvolto Facebook, ha utilizzato anche i dati (pubblici) degli utenti di Twitter. La notizia è stata diffusa solo ora ed è stata scoperta da Bloomberg, a cui Twitter ha confermato di aver venduto l’accesso ai suoi dati pubblici alla società Gsr del ricercatore Aleksandr Kogan, ideatore dell’app thisisyourdigitallife attraverso cui ha raccolto illecitamente i dati di 87 milioni di persone su Facebook e poi venduti a Cambridge Analytica, società inglese di analisi di big data a scopi politici. “Nel 2015 la Gsr ha avuto un accesso Api di una sola volta a una campione casuale di tweet pubblici relativi a un periodo di cinque mesi, da dicembre 2014 ad aprile 2015”, ha scritto Twitter nella nota inviata a Bloomberg. “Sulla base di quanto emerso recentemente, abbiamo condotto un’inchiesta interna e non abbiamo trovato alcun accesso a dati privati degli utenti che usano il social network”, ha concluso la società del microblogging che ha, comunque, rimosso dall’elenco degli inserzionisti l’account di Cambridge Analytica e profili di società collegate. Dunque la dichiarazione ufficiale di Twitter getta subito acqua sul fuoco e allontana i possibili dubbi su nuovo scandalo Datagate sulla piattaforma. Ma la notizia ha un grave rovescio della medaglia, ci ha fatto scoprire che Twitter commercializza i dati pubblici degli utenti. Gli iscritti lo sanno? Infatti il social permette ad aziende e sviluppatori di accedere, a pagamento, a dati pubblici degli iscritti attraverso l’API (interfaccia di programmazione di un’applicazione). A chi acquista ‘il pacchetto’ viene fornito il più ampio accesso ai dati, che include gli ultimi 30 giorni di tweet o l’accesso ai tweet dal 2006. Per ottenere tale accesso, i clienti devono spiegare in che modo intendono utilizzare i dati e chi l’utilizzatore finale. Il listino prezzi dei dati pubblici degli utenti insieme ad altre entrate sono cresciute del 20% circa, a 90 milioni di dollari nel primo trimestre, periodo in cui Twitter ha anche rimosso 142mila applicazioni collegate attraverso l’API. Applicazioni che hanno pagato per venire in possesso di una molteplicità dei nostri dati sul social. Quindi, così come su Facebook, anche su Twitter è consigliabile inserire pochi dati, se non obbligatori per utilizzarlo. Fonte: Key4Biz.it
Fatturazione elettronica tra privati, le regole dell’Agenzia delle Entrate

L’e-fatture potranno essere generate con strumenti resi disponibili gratuitamente dall’Agenzia delle Entrate (una procedura web, una app e un software da installare su pc) o con software di mercato. Chiarimenti anche per cessioni carburante e subappalti per i quali la fatturazione elettronica scatta dal 1^ luglio. Il Fisco ha fissato le regole per la fatturazione elettronica tra privati che scatterà, obbligatoriamente, dal primo gennaio 2019, ma per cessioni di carburante e per i subappalti della Pa debutterà tra due mesi, dal 1^luglio. Il provvedimento firmato dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, fissa le modalità per l’applicazione dell’e-fattura. Ecco le novità. E-fatture generate anche gratuitamente Le fatture elettroniche potranno essere generate con strumenti resi disponibili gratuitamente dall’Agenzia (una procedura web, una app e un software da installare su pc) o con software di mercato. Le e-fatture, che viaggeranno in maniera sicura tramite il Sistema di Interscambio (SdI), potranno essere trasmesse, anche tramite intermediari, via posta elettronica certificata oppure utilizzando le stesse procedure web e app; in alternativa, previo accreditamento al SdI, potranno essere inviate tramite un “web service” o per mezzo di un sistema di trasmissione dati tra terminali remoti (FTP). In caso di superamento dei controlli minimi su alcuni dati obbligatori della fattura, sarà recapitata – entro 5 giorni – una “ricevuta di consegna” del file della fattura elettronica al soggetto che lo ha inviato e la fattura si considererà emessa. Recapito “semplificato” per consumatori finali e piccole partite Iva Se la fattura elettronica è destinata a un consumatore finale, un soggetto Iva che rientra nei regimi agevolati di vantaggio o forfettario o dell’agricoltura, l’emittente potrà valorizzare solo il campo “Codice Destinatario” con un codice convenzionale e la fattura sarà recapitata al destinatario attraverso la messa a disposizione del file in un’apposita area web riservata dell’Agenzia delle Entrate. Della stessa semplificazione potrà usufruire anche il cessionario/committente Iva che non si trovi nelle condizioni di poter utilizzare, né direttamente né tramite un intermediario appositamente delegato, i canali standard per la ricezione (Pec, web service, Ftp): troverà le fatture nell’apposita area web riservata dell’Agenzia. Conservazione facilitata con il supporto delle Entrate I cedenti/prestatori e i cessionari/committenti residenti, stabiliti o identificati in Italia possono conservare elettronicamente le fatture elettroniche e le note di variazione trasmesse e ricevute attraverso il Sistema di interscambio, utilizzando il servizio di conservazione elettronica, conforme a quanto previsto dal Codice dell’Amministrazione Digitale (Cad), gratuitamente messo a disposizione dall’Agenzia delle Entrate, dopo aver aderito, anche tramite intermediari, all’accordo di servizio pubblicato nell’area riservata del sito web dell’Agenzia. L’Agenzia metterà, inoltre, a disposizione un servizio di ricerca, consultazione e acquisizione delle fatture elettroniche emesse e ricevute all’interno di un’area riservata del sito. Sicurezza dei dati Tutte le modalità di trasmissione avverranno attraverso protocolli sicuri su rete internet, come descritto nelle specifiche tecniche allegate al provvedimento. Inoltre, la consultazione degli archivi informatici dell’Agenzia delle Entrate è garantita da misure di sicurezza che prevedono un sistema di profilazione, identificazione, autenticazione e autorizzazione dei soggetti abilitati alla consultazione, di tracciatura degli accessi effettuati, con indicazione dei tempi e della tipologia delle operazioni svolte. Carburanti, chiarimenti in una circolare L’Agenzia delle Entrate ha, infine, pubblicato anche una circolare sulle ultime novità in tema di fatturazione e pagamento per la cessione di carburanti interessati dall’e-fattura a partire dal prossimo luglio. Nel documento di prassi vengono, inoltre, forniti primi chiarimenti sull’ambito applicativo delle nuove regole sui contratti d’appalto. Le novità in sintesi Diverse le novità che vanno nella direzione di semplificare il nuovo processo di fatturazione per gli operatori. Ad esempio, per rendere più agevole la predisposizione delle fatture elettroniche e ridurre i tempi, l’Agenzia metterà a disposizione un servizio web e una app dedicata che consentirà al soggetto che emette la fattura anche di acquisire “in automatico” i dati identificativi del cessionario e l’indirizzo telematico tramite un QR-code reso disponibile dall’Agenzia a tutte le partite Iva nell’area autenticata del sito internet. Semplificazioni anche sul fronte della conservazione delle fatture, per cui potrà essere la stessa Agenzia, su richiesta, a “custodire” i documenti elettronici per conto degli operatori economici, e sul processo di recapito, con un nuovo servizio web gratuito che consentirà di registrare l’indirizzo telematico (codice destinatario o indirizzo Pec) prescelto per ricevere le fatture elettroniche. Fonte: Key4Biz.it
Economia circolare, tecnologia italiana per recuperare il 30% di plastica dai rifiuti elettronici

Tutta la filiera Raee si attiva per sostenere l’economia circolare nazionale, andando a studiare nuove modalità di recupero e trattamento delle plastiche contenute nei piccoli elettrodomestici e nell’elettronica di consumo. Iniziativa cofinanziata dal Ministero dell’Ambiente. L’anno scorso in Italia sono state raccolte 55 mila tonnellate di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) di piccole e medie dimensioni. Da questi è possibile estrarre 16.000 tonnellate di plastica. Parte da qui il progetto per la “Separazione e selezione delle plastiche contenute nei RAEE di cui al raggruppamento 4 (piccoli elettrodomestici): innovazioni di processo e miglioramento delle percentuali di riciclo e recupero”, messo in piedi da Ecolight, consorzio nazionale per la gestione dei RAEE, il Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Industriale dell’Università di Brescia e Stena Technoworld, impianto di trattamento dei rifiuti elettronici. Stando ai dati del Green economy Report 2016, pubblicato da Remedia l’estate scorsa, a livello europeo si è stimato che grazie al riciclo dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche si possono evitare 2,9 milioni di tonnellate di Co2. Su 39.800 tonnellate di rifiuti tecnologici raccolti da Remedia, l’88,4% è stato avviato a recupero dei materiali (il 3.1% è stato trasformato in energia ed l’8% circa è finito in discarica) di cui 21% plastica, 20% vetro, 53% metalli e 6% altri materiali da integrare nell’economia circolare. Il positivo impatto ambientale di queste attività si traduce in un risparmio di acqua non consumata pari a 659.845 mc, 70.378 tonnellate di risorse non prelevate dall’ambiente e 336 ettari di territorio non sfruttato. Il risparmio in termini di emissioni Co2eq evitate è stato pari a quasi 205mila tonnellate. In termini meramente economici, grazie al recupero di questi materiali, è stato possibile ridurre i costi di importazione di materie prime per un valore pari a 24,2 milioni di euro. Tornando all’iniziativa di Ecolight, ateneo bresciano e Stena Technoworld, che gode del sostegno del Ministero dell’Ambiente e che è stata finanziata con 300 mila euro nell’ambito del bando per il cofinanziamento di progetti di ricerca finalizzati allo sviluppo di nuove tecnologie di recupero riciclo e trattamento dei Raee, l’obiettivo principale è studiare, sviluppare e promuovere nuove tecnologie che permettano di migliorare ed aumentare il recupero delle materie plastiche contenute nei piccoli elettrodomestici, nei cellulari e nell’elettronica di consumo. Un nuovo percorso nazionale per realizzare l’economia circolare sui territori. I Raee sono infatti ricchi di plastica, circa il 30% del loro peso. Soprattutto nei piccoli Raee (raggruppamento 4), la cui raccolta è aumentata del 9% nel 2017, la quantità di plastica da recuperare e riciclare è davvero rilevante economicamente. La sfida su cui il gruppo di studio dovrà concentrarsi è quella dei polimeri: “La grande diversità dei polimeri utilizzati nei Raee, si legge in una nota stampa congiunta, rende sempre più complesso l’obiettivo di ottenere frazioni più omogenee e pulite riutilizzabili”. Inoltre, “la presenza di plastiche con ritardanti di fiamma bromurati impone la necessità di un ulteriore processo di separazione per massimizzare la componente riciclabile della plastica stessa”. Ecco perché, Individuare nuove tecnologie in grado di superare questi ostacoli attribuiscono al progetto italiano, della durata complessiva di 18 mesi, un’importanza non solamente nazionale ma pienamente europea. Fonte: Key4Biz.it
Google e le false app per la sicurezza, 6 milioni di download su device mobili

Il numero di variabili di mobile malware è cresciuto del 54% nel 2017. Scoperte e rimosse 35 “applicazioni fasulle” su Google Play: erano presentate come soluzioni per la sicurezza dei nostri device e invece li esponevano ad ogni tipo di minaccia informatica. Tutti hanno a cuore la sicurezza del proprio smartphone, anche se poi in realtà solo una minima parte degli utenti di rete si adopera per proteggere in maniera efficace il proprio apparecchio. L’anno passato il mercato della mobile security ha raggiunto il valore globale di 24 miliardi di dollari e, secondo le nuove stime di Zion Market Research, potrebbe arrivare a superare i 46 miliardi di dollari nel 2023, con un tasso di crescita annuo composito del 33%. Le minacce per l’ecosistema mobile continuano a crescere e nell’ultimo Internet Security Threat Report di Symantec si evidenzia che il numero di nuove variabili di malware per smartphone e tablet è cresciuto del 54% nell’anno passato. Proprio in questi giorni, i ricercatori Eset hanno annunciato la scoperta di 35 casi di applicazioni “truffa” su Google Play, cioè programmi presentati come soluzioni per la sicurezza del dispositivo che in realtà, invece di garantire protezione, avevano l’unico scopo di mostrare annunci indesiderati e avvisi di pseudo-sicurezza assolutamente fasulli (magari per scaricare altre app dietro cui si nascondevano pericolosi malware). In base ai dati raccolti, tali app truffa sono state scaricate più di 6 milioni di volte dagli ignari utenti di Google Play. Si ipotizza, comunque, “che non tutte siano installazioni reali, poiché è molto probabile che a effettuare questi download siano dei bot che successivamente pubblicano recensioni positive migliorando le valutazioni dei rispettivi programmi”. Tutte le 35 app sono state segnalate dai ricercatori e infine rimosse dallo store. Le applicazioni fasulle si costituivano di sistemi “incompleti e molto primitivi, il che li rendeva facili da superare e inclini a rilevare falsi positivi”. Oltre a infastidire le vittime con numerose pubblicità, il proporre questi programmi come software di sicurezza ha determinato alcuni gravi effetti collaterali negativi. Per imitare le funzioni di sicurezza di base, infatti, queste app effettuavano dei controlli molto banali basati su regole semplici e predefinite, arrivando spesso a rilevare le app legittime come dannose. Tali programmi, inoltre, creavano un falso senso di sicurezza nelle vittime, che poteva esporle a rischi reali derivanti da programmi dannosi che non possono essere rilevati come tali. Piccoli stratagemmi non particolarmente invasivi, né predisposti a sottrarre dati e altre informazioni sensibili relative all’utente, ma che comunque hanno con molta probabilità spinto i milioni di utenti incauti che le hanno scaricate a navigare su siti pieni di malware, o magari a scaricare altre app dietro cui si nascondevano minacce più serie. Fonte: Key4Biz.it
WhatsApp vietato ai minori di 16 anni in Europa

WhatsApp ha comunicato nelle scorse ore la modifica dei Termini di servizio e dell’Informativa sulla privacy, al fine di adeguarsi alla normativa sulla protezione dei dati personali (GDPR) dell’Unione Europea che entrerà in vigore il 25 maggio prossimo. Una delle più rilevanti novità contenute nei nuovi Termini di servizio riguarda l’innalzamento dell’età minima per usare il noto client di messaggistica istantanea che passa da 13 a 16 anni per i cittadini europei. Se vivi in un Paese delle Regione Europea, devi avere almeno 16 anni per utilizzare i nostri Servizi o lo maggiore età richiesta nel tuo Paese per registrarti o utilizzare i nostri servizi. Se vivete in un qualsiasi altro paese, ad eccezione di quelli della Regione Europea, è necessario avere almeno 13 anni per utilizzare i nostri servizi o la maggiore età richiesta nel tuo Paese per registrarti o utilizzare i nostri servizi Alcuni aspetti della nuova disciplina restano tuttavia controversi: WhatsApp non chiede infatti di esibire alcun documento per verificare l’età dell’utente e non prevede nessun rigido controllo effettuato con altri mezzi. Tutto si limita ad una dichiarazioneresa dall’utente in fase di accettazione dei nuovi Termini di servizio. La modifica si colloca nel più ampio numero di misure adottate per rispettare le nuove regole del GDPR. WhatsApp precisa che le variazioni sono state introdotte con lo scopo di spiegare come usa e protegge il limitato numero di informazioni degli utenti e sottolinea alcuni aspetti, come l”Istituzione di una società nell’Unione Europea, per fornire i servizi e rispettare i nuovi standard di trasparenza relativi a come protegge la privacy degli utenti; WhatsApp ribadisce inoltre di non condivide le informazioni sull’account per migliorare il prodotto e l’esperienza relativa alle inserzioni Facebook. Viene confermato, da ultimo, che nelle prossime settimane sarà reso disponibile un nuovo tool che consentirà agli utenti di verificare quanti dati sono raccolti da WhatsApp ed eventualmente scaricarli. Gli utenti che utilizzano il popolare servizio di messaggistica istantanea possono consultare i nuovi Termini di servizio e la nuova Informativa sulla privacy collegandosi QUI e QUI. Fonte: HDBlog.it
Gdpr, nessun rinvio delle sanzioni alle aziende

L’Autorità per la protezione dei dati personali smentisce quanto riportato su Agendadigitale.eu, secondo cui il Garante privacy avrebbe congelato di 6 mesi le sanzioni alle aziende dopo l’entrata in vigore del Gdpr: ‘Il Garante non si è pronunciato su un ipotetico periodo di grazia’. Diversamente da quanto pubblicato su Agendadigitale.eu, il Garante Privacy fa sapere di non “essersi pronunciato su un ipotetico periodo di grazia” durante il quale non sanzionerebbe le aziende che, a seguito di ispezioni, fossero inadempienti rispetto ai nuovi obblighi normativi introdotti dal Regolamento europeo. Per cui risulta falsa la notizia secondo cui l’Autorità per la protezione dei personali “ha congelato di 6 mesi le sanzioni alle aziende dopo l’entrata in vigore del Gdpr”. L’Authority ha dichiarato “Non ci siamo pronunciati su un ipotetico periodo di grazia e il provvedimento citato non ha nessun nesso con il tema delle sanzioni”. Il provvedimento in questione è quello del 22 febbraio 2018“che riguarda due adempimenti richiesti dalla legge di Bilancio 2018 e non ha nessun legame con la questione delle sanzioni”, fanno ancora sapere dall’Autorità Garante Privacy. Dunque dal 25 maggio non cambierà nulla in Italia rispetto a quanto già previsto. Il Regolamento generale in materia di protezione dei dati sarà, pienamente, efficace dal 25 maggio e l’avverbio ‘pienamente’ riguarda anche l’applicazione delle sanzioni perché il regolamento Ue 2016/679 è già in vigore dal 24 maggio 2016. Per essere chiari, in presenza, per esempio, di un nuovo scandalo Cambridge Analytica le sanzioni scatterebbero subito, il Garante Privacy non vuole affatto concedere proroghe. La nota ufficiale del Garante Privacy Alle ore 12 è arrivata anche la nota ufficiale dell’Autorità: “Con riferimento all’articolo Gdpr, il Garante privacy rimanda di sei mesi controlli e sanzioni: che significa per le aziende, pubblicato oggi su Agendadigitale.eu, è necessario precisare che non è vero che il Garante per la protezione dei dati si sia pronunciato sul differimento dello svolgimento delle funzioni ispettive e sanzionatorie né il provvedimento richiamato nell’articolo attiene a tale materia. Nessun provvedimento del Garante, peraltro, potrebbe incidere sulla data di entrata in vigore del Regolamento europeo fissata al 25 maggio 2018″. Cosa dice il provvedimento del Garante Privacy del 22 febbraio 2018 Ad essere differite sono le specifiche indicazioni che il legislatore aveva previsto venissero inserite nel provvedimento, ma non certo le disposizioni del Regolamento, che si applicheranno inderogabilmente a partire dal 25 maggio. Pertanto, proprio il differimento di tali specifiche indicazioni, evidenzia la piena e completa applicabilità del Regolamento in quanto tale. L’esigenza del differimento serviva proprio ad avere un quadro più chiaro del complesso delle scelte ordinamentali che sarebbero state assunte con il decreto legislativo di adeguamento del nostro ordinamento interno al GDPR, evitando di rendere operative indicazioni eventualmente non pienamente conformi con il regolamento medesimo. Si deve, quindi, ancora una volta ribadire la integrale applicazione del regolamento e delle conseguenti attività del Garante a decorrere dal 25 maggio. In poche parole, proprio per evitare il rischio che ogni ulteriore indicazione potesse essere interpretata in modo da limitare la piena applicazione del regolamento, si è deciso di differire l’efficacia del provvedimento che le conteneva (a dopo l’approvazione del decreto legislativo che dovrà adattare il nostro ordinamento al GDPR). Tale differimento mostra quindi la piena e incontrovertibile applicabilità del GDPR e di tutte le funzioni che lo stesso assegna alle autorità di protezione dati. A quanto ammontano le sanzioni previste dal Gdpr? Chi non rispetta il regolamento rischia sanzioni fino a 20 milioni di euro o al 4% del fatturato internazionale annuo lordo. Fonte: Key4biz.it