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Transizione 4.0: il credito d’imposta sale al 50%

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Il Decreto Energia e Investimenti porta al 50% il credito d’imposta per i beni immateriali e rafforza la formazione 4.0 Il Consiglio dei Ministri, ha approvato ieri (2 maggio) un decreto-legge che introduce misure urgenti in materia di politiche energetiche nazionali, produttività delle imprese e attrazione degli investimenti, nonché in materia di politiche sociali e di crisi ucraina. Il provvedimento rafforza ulteriormente l’azione dell’esecutivo finalizzata a contrastare gli effetti della crisi politica e militare in Ucraina, potenziando strumenti a disposizione e creandone di nuovi. Un’innovazione particolare è quella riguarda il credito d’imposta per gli investimenti in Beni immateriali 4.0, per i quali il credito d’imposta passa dal 20 al 50%. Beni immateriali: Credito d’imposta al 50% Proprio i beni immateriali che, con la normativa precedente, fruivano di un’agevolazione decisamente inferiore rispetto a quelli materiali, sono stati finalmente riconosciuti come altrettanto importanti. Un riconoscimento che, seppur tardivo, è importante, poiché proprio i beni immateriali sono necessari per realizzare un’autentica transizione digitale nell’ambito della produzione. In base al Decreto approvato dal Consiglio dei Ministri, ma non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale, la bozza diffusa specifica all’art. 20: “Per gli investimenti aventi ad oggetto beni compresi nell’allegato B annesso alla legge 11 dicembre 2016, n. 232, effettuati a decorrere dal 1° gennaio 2022 e fino al 31 dicembre 2022 ovvero entro il 30 giugno 2023, a condizione che entro la data del 31 dicembre 2022 il relativo ordine risulti accettato dal venditore e sia avvenuto il pagamento di acconti in misura almeno pari al 20 per cento del costo di acquisizione, la misura del credito d’imposta prevista dall’articolo 1, comma 1058, della legge 30 dicembre 2020, n. 178 è elevata al 50 per cento.   Meno costi per la formazione 4.0 Lo stesso documento riconosce il valore delle formazione 4.0, come elemento determinate per consentire alle aziende di innovare in modo significativo i propri modelli produttivi. Nella bozza diffusa si legge infatti (art. 21): “1. Al fine di rendere più efficace il processo di trasformazione tecnologica e digitale delle piccole e medie imprese, con specifico riferimento alla qualificazione delle competenze del personale, le aliquote del credito d’imposta del 50 per cento e del 40 per cento previste dal comma 211 della legge 27 dicembre 2019, n. 19 160 per le spese di formazione del personale dipendente finalizzate all’acquisizione o al consolidamento delle competenze nelle tecnologie rilevanti per la trasformazione tecnologica e digitale delle imprese sono rispettivamente aumentate al 70 per cento e al 50 per cento, a condizione che le attività formative siano erogate dai soggetti individuati con decreto del Ministro dello sviluppo economico da adottare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto e che i risultati relativi all’acquisizione o al consolidamento delle suddette competenze siano certificati secondo le modalità stabilite con il medesimo decreto, il quale assicura altresì l’invarianza di spesa riaspetto agli stanziamenti vigenti. 2. Con riferimento ai progetti di formazione avviati successivamente all’entrata in vigore del presente decreto che non soddisfino le condizioni previste dal comma 1, le misure del credito d’imposta sono rispettivamente diminuite al 40 per cento e al 35 per cento”. In questo caso, però, bisognerà attendere ancora alcune settimane per comprendere bene quali saranno le aziende abilitate ad erogare i corsi di formazione agevolabili al 70%. Il timore per le PMI, infatti, è quello che tali corsi possano essere erogati solo da enti universitari che, oltre ad esercitare una concorrenza scorretta nei confronti della attività imprenditoriali, propongano corsi particolarmente costosi e teorici. Quindi lontani dalle esigenze concrete delle PMI italiane. Fonte: industry.it

Cloud Application: un mercato che cresce e crescerà ancora

tendenze chiave che devi conoscere sul cloud computing nel 2021

Con un valore che supera i 146 miliardi di dollari quello delle cloud application è un mercato che spinge la digitalizzazione delle aziende. Mia-Platform individua i 7 trend del futuro. La pandemia ha accelerato i processi di trasformazione digitale già avviati nella maggior parte delle imprese e ha messo in evidenza la necessità di adattarsi ad un nuovo scenario economico globale. Per rimanere competitive in questo panorama in rapida evoluzione, le aziende hanno dovuto sviluppare nuove strategie di business e aumentare l’offerta di servizi digitali per soddisfare le nuove esigenze del mercato. In questo panorama di rapido cambiamento, le tecnologie digitali e in particolare il cloud si sono rivelati alleati sicuri ed affidabili per assicurare la continuità del business e dell’operatività delle aziende. Un mercato in crescita quello delle cloud application che, secondo un recente studio di Statista, si appresta a toccare i 146,6 miliardi di dollari nel 2022, in crescita del 5% sui 12 mesi precedenti, e che entro il 2025 sfiorerà quota 170 miliardi. Investimenti confermati anche da un nuovo report della società di consulenza internazionale Gartner dal titolo “Emerging Technologies: Kubernetes and the Battle for Cloud-Native Infrastructure” che sottolinea come entro il 2024 il 45% della spesa IT delle imprese sarà destinato al passaggio al cloud ed entro il 2025 la percentuale di applicazioni aziendali sviluppate in cloud aumenterà di 10 punti arrivando al 15%. In altre parole, sempre più organizzazioni si stanno affidando al cloud per costruire architetture IT flessibili, scalabili e sicure, che permettono loro di erogare in modo più semplice e veloce servizi digitali personalizzati e in continua evoluzione. Un esempio? I prodotti digitali offerti dalle principali piattaforme di streaming, dai siti di e-commerce, da aziende dei settori bancario, assicurativo, sanitario, dell’energia, della mobilità e così via. Per essere in grado di offrire servizi sempre più cuciti sulle esigenze dell’utente finale, le organizzazioni si stanno dotando di infrastrutture cloud e di applicazioni aziendali cloud-native in grado di accelerare il time-to-market di nuovi servizi e prodotti digitali, per rispondere in modo veloce e reattivo ai cambiamenti repentini del mercato. Viste queste premesse, secondo gli esperti del settore delle cloud application agli albori di un’importante trasformazione del mondo IT: “I servizi cloud sono diventati la prima scelta da parte delle imprese per realizzare nuovi progetti senza dover fare investimenti in conto capitale o doversi occupare di gestire capacity planning, configurazioni e manutenzione”, spiega Federico Soncini Sessa, CEO di Mia-Platform, tech company 100% italiana specializzata nella costruzione di piattaforme digitali cloud-native. “Grazie allo sviluppo di applicazioni cloud-native le imprese sono più competitive sul mercato e possono aprirsi in tempi rapidi a nuovi business per continuare il loro percorso di crescita puntando anche ai mercati internazionali”. Le tendenze del mercato delle cloud application, attribuiscono grande importanza all’adozione di piattaforme end-to-end per accelerare la gestione evolutiva del business aziendale con sistemi flessibili e on-demand in grado di raccogliere, elaborare, e ridistribuire all’interno dell’organizzazione le informazioni generate. “Le imprese non solo ottengono più rapidamente, e in modalità as-a-service, le risorse di cui hanno bisogno per garantire il kickoff dei nuovi progetti, ma sono anche in grado d’integrare più facilmente le applicazioni, nuove o esistenti, sia tra loro, sia con il software e i servizi di terze parti”, spiega Giulio Roggero, Chief Technology Officer di Mia-Platform. “Grazie alla v9.0 di Mia-Platform offriamo ai team di sviluppo un nuovo modo di gestire l’evoluzione delle applicazioni aziendali dando la possibilità di concentrarsi sulla logica di business. In questo modo diventa più semplice creare, trasformare e comporre supporti digitali e funzionalità per riutilizzarli in nuovi contesti, risparmiando soldi e tempo di sviluppo”. Con le nuove funzionalità di Mia-Platform v9.0, ad esempio, le aziende possono accelerare l’evoluzione delle proprie organizzazioni IT per operare e innovare come una tech company, creando una piattaforma unica da cui gestire tutti gli asset e i progetti IT aziendali e integrando in modo più semplice e veloce sistemi esterni e massimizzando le opportunità di collaborazione con nuovi partner. La nuova release semplifica, inoltre, l’adozione di un approccio modulare, grazie a un marketplace di microservizi pronti all’uso e riutilizzabili che abilitano business capabilities specifiche per diversi settori merceologici (come, ad esempio, lo smart lending per il settore finanziario, o il digital patient journey per il settore sanitario). Ecco infine i 7 trend del futuro del mercato delle cloud application individuati da Mia-Platform che nei prossimi anni andranno a guidare la trasformazione digitale delle aziende: Serverless Computing: si tratta di un’architettura informatica che permette agli sviluppatori di creare codici e applicazioni senza gestire i server. Un concetto disruptive, in quanto viene meno la percezione convenzionale dell’infrastruttura IT che conosciamo, in favore di spazi virtuali di lavoro su cloud che vengono “consumati a richiesta”. Developer Experience: tratta di un cambio di approccio all’interno delle organizzazioni IT delle aziende. Da una prospettiva infrastructure-centric si riportano i team di sviluppo al centro delle strategie di software developement, fornendo degli strumenti self-service, modulari e riutilizzabili per la costruzione di applicativi. Low Code/No Code: si tratta di un approccio allo sviluppo che consente ai developer team di creare applicazioni attraverso moduli di configurazioni e interfacce grafiche, invece di programmare scrivendo codice sorgente. Questa tecnologia permette di ridurre o eliminare del tutto la necessità di scrittura del codice per lo sviluppo e il deployment di applicazioni aziendali. Next Gen Personalization: le tecnologie basate sul cloud hanno semplificato la creazione di esperienze personalizzate e dedicate al consumatore. Molte aziende stanno collegando le preferenze degli utenti a strumenti tecnologici in modo tale che le persone saranno in grado d’intraprendere azioni non solo su dinamiche commerciali ma anche su temi più sensibili come investimenti e cure mediche. Composable Enterprise: un’organizzazione dev’essere in grado di adattarsi ai ritmi di cambiamento del mercato, combinando dinamicamente le diverse funzionalità di business sviluppate in modo autonomo. La “composable entreprise” si declina in “composable application” per le soluzioni di sviluppo di cloud application e “composable commerce” per la scelta degli stack tecnologici migliori sul mercato per le esigenze di business aziendale. DevSecOps: è l’acronimo di Development, Security e Operation. È una pratica di sicurezza che integra, standardizza e automatizza test e controlli di security nei processi di CI (Continuous Integration)

Incentivi PNRR: contributi ai Comuni per la migrazione al Cloud

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Entro il 22 luglio i Comuni possono chiedere un contributo economico per adottare infrastrutture e soluzioni Cloud qualificate: domande di voucher online. I 7.904 Comuni italiani possono finalmente richiedere i contributi per la migrazione dei propri servizi al Cloud . Grazie al plafond di 500 milioni di euro previsto dal PNRR e messo a disposizione del dipartimento per la trasformazione digitale, infatti, i Comuni possono beneficiare delle risorse nell’ambito dell’avviso “Abilitazione al Cloud per le PA locali”. I finanziamenti sono destinati a sostenere le attività di supporto specialistico per la migrazione verso il Cloud qualificato, ma anche e l’acquisto dei servizi qualificati propedeutici alla migrazione. Non serve alcun progetto ma solo definire alcuni parametri, tra cui la dimensione dell’ente attuatore, il numero dei servizi da migrare e le modalità di migrazione. L’importo del voucher, che include il primo anno di canone di servizi di cloud computing, è definito in base alla dimensione dell’Ente e alla tipologia di migrazione selezionata per ognuno dei servizi. Il 40% dei fondi è destinato ai Comuni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Campania, Calabria, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia). Tutti gli enti possono candidarsi su PA digitale 2026, accedendo con SPID entro il 22 luglio 2022. Sono previste alcune finestre temporali di 30 giorni, al termine delle quali il dipartimento provvederà a finanziare le istanze. Possono partecipare al bando i Comuni che devono ancora avviare il percorso di migrazione al Cloud o che lo hanno avviato a partire dal 1 febbraio 2020: ciascun ente deve comporre online il proprio piano di migrazione scegliendo da una lista di 95 servizi dopo aver effettuato la classificazione dei dati e dei servizi, secondo i criteri definiti dall’agenzia per la cybersicurezza nazionale in coerenza con la Strategia Cloud Italia. Fonte: PMI.IT

L’Internet of Things cresce del 22% nel 2021

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Con un valore che supera i 7 miliardi di euro l’Internet of Things conta in Italia 110 milioni di oggetti connessi, 1,8 per abitante. Il 2021 è stato un anno importante per l’Internet of Things in Italia. Si registra una forte crescita del mercato, +22% rispetto al 2020, che raggiunge 7,3 miliardi di euro, al di sopra dei livelli pre-Covid (valeva 6,2 miliardi di euro nel 2019). E, in parallelo, evolve l’offerta di soluzioni IoT con nuovi servizi di valore, grazie alle grandi quantità di dati raccolti da oggetti connessi: non a caso, il valore dei servizi raggiunge quota 3 miliardi di euro, circa il 40% del mercato IoT complessivo, +25% rispetto al 2020. Gli oggetti connessi attivi in Italia sono 110 milioni, poco più di 1,8 per abitante. A fine 2021 si contano 37 milioni di connessioni IoT cellulari (+9% rispetto al 2020) e 74 milioni di connessioni abilitate da altre tecnologie di comunicazione (+25%). Tra queste, una spinta significativa arriva dalle reti LPWA (Low Power Wide Area) che raddoppiano in un solo anno, passando da 1 a 2 milioni di connessioni. La spinta maggiore, sul mercato viene data proprio delle applicazioni che utilizzano tecnologie di comunicazione non cellulari, 3,9 miliardi di euro, +30%. Crescita più contenuta, +6% a 3,4 miliardi di euro, invece, per le applicazioni che sfruttano la connettività cellulare. Ma grandi opportunità per l’Internet of Things si aprono ora con il PNRR. Molti degli investimenti previsti all’interno del Piano – dalla Smart Factory alla Smart City, passando per lo Smart Building e l’Assisted Living – riguardano ambiti in cui l’Internet of Things può giocare un ruolo chiave, per 30 miliardi di euro di risorse complessive. Sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, presentata durante il convegno “Guardare oltre la ripresa: strategie e investimenti per l’Internet of Things”. “Il mercato dell’Internet of Things si trova in una fase di grande sviluppo”, afferma Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio IoT. “Sia dal punto di vista della crescita economica che della consapevolezza dei vari attori. Aziende, Pubbliche Amministrazioni e consumatori sono sempre più interessati a gestire da remoto asset e dispositivi smart, attivandone servizi e funzionalità avanzate. Si assiste poi al lancio di nuove strategie e modelli di business basati sulla servitizzazione e a un generale incremento delle aspettative per il futuro”. “Nei prossimi anni siamo chiamati ad una sfida che determinerà il futuro delle prossime generazioni”, afferma Angela Tumino, Direttore dell’Osservatorio Internet of Things. “La transizione ecologica potrà essere supportata da processi più efficienti, strumenti smart che permettano di ridurre i consumi di energia e di prevedere quando un macchinario ha bisogno di manutenzione, prima che questo si guasti. Su tutti questi fronti l’Internet of Things può svolgere un ruolo importante e la riprova di questo sta nei quasi 30 miliardi di euro contenuti nel PNRR che riguarderanno progetti basati su tecnologie IoT”. PNRR e Internet of Things In totale le risorse all’interno del PNRR che potranno interessare il settore dell’Internet of Things ammontano a 29,78 miliardi di euro. Di questi, 14 miliardi sono stanziati per ambiti che riguardano la Smart Factory, 4 miliardi per l’Assisted Living, in particolare per quanto riguarda la telemedicina. Il tema Smart City è toccato all’interno di varie Missioni, con 2,5 miliardi di euro in Rigenerazione Urbana (Missione 5), altri 2,5 miliardi per la Gestione del rischio di alluvione e del rischio idrogeologico (Missione 2). 900 milioni per una Rete idrica più digitale, con l’obiettivo di ridurre le perdite e ottimizzare i consumi. Anche l’ambito Smart Building è presente in maniera trasversale: i temi toccati sono l’efficienza energetica e la sostenibilità. E sempre all’interno di questo ambito rientra parte degli investimenti destinati alle Smart Grid: 3,6 miliardi per migliorare l’efficienza della rete e aumentarne la capacità, così da favorire, ad esempio, il passaggio a riscaldamento e raffrescamento con pompe di calore e, in generale, una migliore gestione della produzione distribuita di energia elettrica. Accanto a questi ambiti principali, ulteriori interventi sono legati indirettamente alle tecnologie Internet of Things, per consolidarne l’infrastruttura abilitante, come i quasi 7 miliardi di euro previsti per le reti ultraveloci (banda ultra-larga e 5G), agli 8,4 miliardi destinati al rinnovo di mezzi di trasporto quali treni, autobus e navi, o ancora ai 4,8 miliardi per la digitalizzazione della logistica. L’Industrial IoT L’Osservatorio ha condotto un’indagine che ha coinvolto 95 grandi imprese e 302 PMI italiane in ambito Industrial IoT, da cui emerge che ben l’80% delle grandi aziende ha attivato servizi a valore aggiunto basati sull’Internet of Things (+4% rispetto al 2020). “In 2 aziende su 3”, evidenzia Giovanni Miragliotta, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Internet of Things, “il contesto legato al Covid ha avuto ripercussioni sulle decisioni di investimento in nuovi progetti di Industrial IoT. Il 36% delle grandi imprese e il 40% delle PMI ha deciso di aumentare gli investimenti. Una percentuale più bassa, rispettivamente il 31% e il 23%, ha invece ridotto il budget destinato a questi progetti. Il fatto che sia maggiore il numero delle imprese che ha deciso di investire costituisce un segnale incoraggiante, che può essere in parte attribuito anche agli ingenti investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in area Industria 4.0”. Tuttavia, se da un lato le grandi aziende hanno ben chiare le potenzialità di tali misure (il 70% ritiene che il PNRR porterà grandi opportunità per investire in tecnologie IoT), dall’altro le PMI non sanno fornire un parere in relazione a tale tematica (28% del campione), dimostrando ancora una certa distanza rispetto al tema. La dimensione aziendale determina anche il livello di conoscenza delle applicazioni di Industrial IoT. Se infatti il 96% delle grandi aziende che hanno partecipato all’indagine dichiara di conoscere le soluzioni IoT per l’Industria 4.0, solo il 46% delle PMI ne ha sentito parlare. Il 69% delle grandi aziende ha avviato almeno un progetto, mentre solo il 27% delle PMI ha fatto altrettanto. Rispetto al 2020 si registra una lieve riduzione del gap esistente tra grandi imprese e PMI in termini di conoscenza (-3%) e a un lieve

Trasformazione digitale e cloud si devono proteggere

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Dopo la pandemia la tecnologia digitale è diventata parte della vita aziendale. La trasformazione digitale e l’adozione del cloud però richiedono la giusta sicurezza. La trasformazione digitale e l’adozione del cloud hanno subito un’ulteriore accelerazione a causa della pandemia di Covid-19. Le piccole imprese hanno iniziato a vendere più prodotti e servizi dai siti web e le aziende hanno cominciato a spostare un numero maggiore di workload nel cloud per facilitare il lavoro da remoto e l’innovazione. In definitiva, la trasformazione digitale e le strategie di cloud computing stanno portando produttività, redditività, innovazione e crescita alle aziende. Ai professionisti della sicurezza spetta il compito di permettere queste trasformazioni in modo più sicuro. Se cogliere queste opportunità è senza dubbio un vantaggio evidente per le aziende di tutte le dimensioni, i progetti di trasformazione digitale si prestano a errori di configurazione e pongono nuove sfide di supervisione della sicurezza (del cloud). Un approccio fondato sull’idea che una compromissione dei dati è sempre possibile prepara i team di sicurezza ad affrontare gli inevitabili cambiamenti e i rischi che sorgono dalla trasformazione dei processi aziendali. La domanda che le aziende si pongono è soprattutto una: le pratiche di sicurezza possono evolvere al ritmo del business per diventare automatizzate e digitalizzate, portando a una maggiore agilità e visibilità negli ambienti IT, dall’on-premise al cloud? La risposta è sì, se si sceglie di andare verso un futuro più sicuro con il rilevamento e la risposta avanzati. Oggi le operazioni ransomware si concentrano sull’esfiltrazione dei dati prima di criptare i file sensibili e i sistemi critici. Sul fronte tecnologico e dei processi, è chiaro che la maggior parte delle organizzazioni ha messo in atto controlli preventivi, ma questi non sono sufficienti. Una maggiore visibilità attraverso capacità avanzate di rilevamento e risposta permette di allinearsi all’approccio fondato sull’ipotesi di compromissione e di bloccare gli attacchi ransomware più pericolosi sul nascere. L’infrastruttura cloud offre la possibilità di far evolvere e automatizzare i processi di sicurezza. Ci sono innumerevoli esempi di attacchi ransomware in cui l’aggiramento dei controlli perimetrali iniziali di un’organizzazione ha permesso agli attaccanti di ottenere un accesso illimitato alle risorse aziendali. Di conseguenza, il fatto che un utente o un dispositivo si trovi all’interno della rete aziendale non è più una ragione valida per fidarsi. Prevedere un’autenticazione ogni volta che un utente o un dispositivo richiede l’accesso a diverse risorse mitiga il problema della fiducia implicita negli utenti o nei dispositivi. Tuttavia, è importante essere consapevoli dei rischi. FONTE: BitMat.it

VPN: lavoro da remoto e shopping online sicuri grazie alla rete privata virtuale

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Con la pandemia le VPN si sono sempre più diffuse: da strumento per accedere da casa ai dati aziendali in maniera sicura a metodo per prevenire i cyber attack e per aggirare i blocchi geografici Se un tempo le VPN erano materia solo per gli addetti ai lavori, ora, con la nuova normalità portata dalla pandemia di Covid-19 e la diffusione sempre più massiccia del lavoro da remoto, le VPN sono state sdoganate anche su larga scala. Lavorare da casa o ovunque noi ci troviamo ha portato infatti ad un allargamento del perimetro aziendale, che in questo modo si fa veramente labile e sfumato, diventando breccia di cyber attacchi da parte dei pirati informatici interessati ad esfiltrare dati aziendali sensibili e rivendibili sul mercato. Oggi l’Italia si trova al quarto posto tra le aziende più colpite da ransomware a livello mondiale (fonte Trend Micro) quindi occorre tutelare le imprese quanto più è possibile, consentendo contemporaneamente ai dipendenti di continuare a lavorare in smart working proteggendone il benessere e le nuove abitudini introdotte dall’emergenza sanitaria, che ha portato all’affermarsi di un modello di lavoro ibrido dove le giornate in ufficio vengono alternate a quelle da remoto. Cos’è una VPN VPN significa Virtual Private Network (rete privata virtuale): si tratta di una connessione che viene incanalata in un tunnel crittografato da capo a capo (end-to-end) di modo che tutti i dati trasmessi siano protetti e invisibili alle terze parti non autorizzate. Concretamente la VPN stabilisce una connessione privata tra il device che uso per connettermi alla rete (dal pc allo smartphone al tablet fino alle smart tv) e l’host: attraverso il sistema crittografato i dati della navigazione sono resi indecifrabili rendendoli non visibili ad occhi indiscreti e preservando le aziende dai danni che al contrario ne deriverebbero. Questo tipo di connessione è nato verso la metà degli anni ’90 in ambito enterprise proprio per proteggere i trasferimenti di file e i dati tra i server aziendali scongiurando il rischio di furti, truffe e virus informatici, ma oggi come abbiamo visto le VPN sono note anche al grande pubblico che ormai trascorre sempre più tempo sul web, tra shopping online e lavoro da remoto. Con una VPN tutta l’attività online viene mascherata: dalla cronologia di navigazione alle informazioni personali digitate nei moduli di siti bancari o di shopping, fino ai contenuti scaricati o guardati sulle piattaforme social: nessuno può accedere a questi dati e di conseguenza rubarli per frodi informatiche o furti di identità. Più in dettaglio la VPN è un servizio, disponibile gratuitamente o a pagamento tramite un abbonamento mensile, che si installa sul proprio dispositivo connesso al web e che lavora in background consentendo una connessione ad una rete privata virtuale con l’obiettivo di rendere la navigazione sul web anonima e sicura. Il VPN download è semplice e immediato grazie alla presenza sul mercato di numerosi player specializzati. Sicurezza garantita e altri vantaggi Al momento la VPN risulta essere una delle tecnologie di crittografazione più sicure per proteggersi dagli attacchi degli hacker e per questo oggi è utilizzata per la navigazione privata da casa ma soprattutto per lavorare in remoto in sicurezza e per evitare virus e violazioni quando ci si connette a una rete pubblica, una rete aperta cui tutti possono accedere dove molto spesso non viene neanche richiesto l’uso di password. Al di là della sicurezza oggi le VPN sono molto utilizzate anche per evitare i blocchi geo-localizzati: capita spesso che molti contenuti sul web siano bloccati in base a restrizioni geografiche. Determinati contenuti che sono disponibili in un Paese non lo sono in un altro, come è accaduto di recente con Instagram, che è stato bloccato in Russia dopo lo scoppio della guerra con l’Ucraina. I provider di VPN mettono a disposizione una rete di centinaia di server remoti che permettono di scegliere il Paese dal quale navigare, aggirando i divieti. FONTE: BitMat.it

Incentivi Sud: le novità del Decreto PNRR 2

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Le misure per il Sud nel Decreto PNRR 2: incentivi e semplificazioni per ZES e ZLS, assunzioni locali e risorse ai vincitori del bando sui beni confiscati. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 13 aprile un decreto legge con misure urgenti per l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, tra cui anche nuove disposizioni che riguardano incentivi PNRR per il Sud. In particolare, ci sono novità per quanto riguarda le Zone Economiche Speciali (ZES) e le Zone Logistiche Semplificate (ZLS), misure di rafforzamento delle amministrazioni meridionali (per le mancate assunzioni previste dal Concorso Sud) e nuove risorse per la gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata. ZES: fondi per Contratti di sviluppo Per sostenere gli investimenti all’interno delle ZES è introdotta una formula specifica di Contratti di sviluppo: una delibera CIPESS stanzierà 250 milioni da destinare ad apposite aree tematiche e indirizzi operativi, privilegiando la semplificazione e la riduzione dei tempi. ZES: credito d’imposta per immobili e terreni Per superare difficoltà normative, il nuovo decreto ricomprende tra gli investimenti nelle ZES soggetti a credito d’imposta anche l’acquisto di terreni, l’acquisizione, l’ampliamento e la realizzazione di immobili strumentali agli investimenti. ZES: modifica confini aree I Commissari straordinari delle ZES potranno modificare i confini delle rispettive aree, nel rispetto del limite massimo della superficie stabilito per ogni Regione. La nuova perimetrazione sarà adottata con DPCM, sentita la Regione competente. Normativa ZLS Un prossimo DPCM definirà le procedure di istituzione e le modalità di funzionamento e governance delle ZLS, con le regole di applicazione delle semplificazioni. Collaborazioni al posto del Concorso Sud Per coprire tutti i 2.800 posti previsti nelle amministrazioni locali del Sud in ottica in vista della partecipazione ai bandi del PNRR e delle politiche di coesione italiane ed europee, le risorse non utilizzate per i due bandi del Concorso Sud potranno essere trasferite alle stesse amministrazioni per stipulare contratti di lavoro autonomo con personale in possesso della professionalità tecnica analoga a quella prevista dal concorso, sulla base di uno schema predisposto dall’Agenzia per la Coesione, con le modalità della collaborazione. Risorse per gestire i beni confiscati Per garantire la sostenibilità delle opere vincitrici del bando per la valorizzazione di beni confiscati alla criminalità organizzata, si consente di finanziare le spese di gestione con una dotazione iniziale pari a 2 milioni di euro per l’anno 2022, ripartiti agli enti beneficiari, selezionati al termine della procedura prevista dal bando PNRR. Fonte:PMI.it

Novità SIMEST su finanziamenti PNRR e Transizione digitale ed ecologica

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Potenziamento dello strumento “Transizione digitale ed ecologica” e nuovi termini per i finanziamenti PNRR/Fondo 394 erogati da SIMEST. Dal 3 maggio si potenzia lo strumento Transizione digitale ed ecologica di SIMEST: l’ammontare complessivo richiedibile si amplia fino a un milione di euro e l’accesso è esteso anche alle Mid Cap (imprese non qualificabili come PMI con un numero di dipendenti che non superi le 1.500 unità). La pre-apertura del portale web per il caricamento delle domande è prevista a partire dal 27 aprile, mentre l’invio delle domande di finanziamento si può effettuare dal 3 al 10 maggio 2022.Questa data diventa anche il nuovo termine finale per tutti gli Interventi PNRR/Fondo 394, in sostituzione del 31 maggio 2022. Si tratta in tutto di tre linee di finanziamento: transizione digitale ed ecologica delle PMI e delle Mid Cap con vocazione internazionale e fatturato export di almeno il 10% nell’ultimo anno o 20% nell’ultimo biennio; partecipazione delle PMI a fiere e mostre internazionali (anche in Italia) e missioni di sistema; sviluppo attività di e-commerce delle PMI in  paesi esteri. Transizione Digitale ed Ecologica Oltre al nuovo termine unico per tutti i finanziamenti erogati a valere sulle risorse del PNRR, anticipati dal 31 maggio al 10 maggio 2022, cambiano i criteri di accesso alla prima delle tre linee previste, ossia lo strumento ” Transizione Digitale ed Ecologica” (disponibile dal 28 ottobre 2021). In virtù del potenziamento della misura, si delinea un nuovo calendario che funge da spartiacque tra le precedenti richieste e quelle nuove. Fino al 26 aprile si possono inviare richieste di finanziamento: le bozze create in precedenza e non inviate entro tale data saranno eliminate. Dal 27 aprile al 2 maggio si possono pre-compilare nuove richieste di finanziamento (dalle ore 09:00 alle ore 19:00 tutti i giorni tranne sabato e domenica, con sistema di acquisizione turno tramite coda, valida anche per il giorno successivo). Pre-apertura del Portale La pre-compilazione delle nuove richieste di finanziamento può arrivare fino alla fase di caricamento del modulo di domanda firmato digitalmente, comprensivo di eventuale documentazione da allegare.  La domanda si potrà inviare (o si intenderà comunque presentata non prima) a partire dalla data di apertura del Portale . A partire dalle ore 13:00 del 2 maggio non sarà più possibile acquisire una nuova posizione nella coda virtuale; quella eventualmente acquisita e non utilizzata andrà persa e si dovrà acquisirne una nuova dalle ore 09:00 del 3 maggio. La pre-apertura non comporta comunque alcun ordine prioritario di invio della domanda o di assegnazione delle risorse. Apertura del Portale Dalle ore 09:00 del 3 maggio sarà possibile accedere al Portale per la presentazione dei moduli di domanda precaricati oppure per compilare una nuova richiesta (una sola per ogni impresa). Attenzione: se una PMI ha già presentato richiesta di finanziamento per “Transizione Digitale ed Ecologica” secondo i precedenti criteri, potrà inviare una seconda domanda per un importo a concorrenza del nuovo massimale (un milione di euro). Per accedere al Portale è necessario acquisire una posizione nella coda virtuale, dalle ore 9.00, e poi effettuare l’invio entro una tempistica massima, trascorsa la quale si dovrà ri-accedere al meccanismo di coda. Il Portale resterà aperto dalle ore 09:00 alle ore 19:00 dal lunedì al venerdì, fino alle ore 12:00 del 10 maggio 2022 (nuovo termine finaleper tutti gli Interventi PNRR/Fondo 394 in sostituzione del 31 maggio 2022) salvo chiusura anticipata per esaurimento risorse. La presentazione della domanda non comporta un diritto alla delibera dell’intervento, subordinata al completamento dell’istruttoria SIMEST e all’effettiva disponibilità delle risorse. FONTE: PMI.it

Il backup è una delle migliori strategie contro i ransomware

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Sembra incredibile, ma ancora oggi un gesto apparentemente semplice, come il backup, rimane una delle migliori strategie per far fronte agli attacchi ransomware, violazioni che costano in media oltre 10.000 dollari alle aziende, ma possono arrecare danni che superano anche il milione di dollari. Con un numero crescente di persone che lavorano da remoto, questo genere di attacchi negli ultimi anni è ulteriormente aumentato. Questo è quanto rilevato dall’ultimo Data Breach Investigations Report di Verizon, secondo il quale gli attacchi messi in atto in questo modo sono arrivati ad essere responsabili del 10% delle violazioni a livello globale. Questa crescita è stata determinata soprattutto dalla diffusione di nuove tipologie di ransomware, che oltre a rubare i dati permettono anche di crittografarli rendendoli inutilizzabili. Fra i settori più colpiti da questa tipologia di attacchi informatici vi sono l’intrattenimento, il settore sanitario, il manifatturiero, quello minerario-estrattivo e quello finanziario-assicurativo. Quest’ultimo in particolare è spesso oggetto di attacchi su larga scala messi in atto da attori esterni, in quanto ritengono questo comparto una facile e appetibile preda. Anche se negli ultimi anni gli attacchi ransomware sono notevolmente cambiati, il backup rimane sempre un’arma vincente. È difficile credere che siano trascorsi solo cinque anni dal caso Wannacry, l’attacco informatico che originariamente ha sfruttato un exploit dell’NSA noto come EternalBlue. Questo a sua volta si serviva di una vulnerabilità zero-day presente in Microsoft Windows. Ciò che in molti potrebbero trovare sorprendente è che Wannacry, nonostante abbia colpito centinaia di migliaia di computer e causato danni per miliardi di dollari, abbia in realtà fruttato agli hacker solo poche centinaia di migliaia di dollari in riscatti. Wannacry è stato pressoché unico nel suo genere, in quanto presentava un dominio kill switch hardcoded. Una volta che quel dominio è stato registrato, si è sostanzialmente messo fine alla diffusione del ransomware. È stato anche scoperto che aveva alcuni punti deboli nel modo in cui crittografava il disco rigido dei computer colpiti, che avrebbe permesso anche il recupero dello stesso da parte di un esperto. Tuttavia, negli ultimi cinque anni i criminali informatici hanno cambiato molto il loro approccio e migliorato i loro strumenti in modo sostanziale. La maggior parte dei ransomware oggi non ha un kill switch per fermarne la diffusione e le loro capacità crittografiche sono praticamente impeccabili. Abbiamo anche assistito a un passaggio verso una tipologia di ransomware che non solo può eseguire il rendering del sistema rendendo i dati irrecuperabili, ma anche a nuove varianti che riescono a sottrarre una copia dei dati per poi estorcere denaro agli utenti in cambio della mancata pubblicazione delle informazioni rubate. Nonostante il panorama della sicurezza IT sia sempre in evoluzione, ci sono due temi che continuano a essere sempre attuali. Da un lato gli attacchi ransomware sono molto redditizi, non richiedono molto sforzo da parte degli hacker e presentano un basso livello di rischio, e per questo continueranno a essere utilizzati. Dall’altro la gestione delle vulnerabilità e degli aggiornamenti è di fondamentale importanza per prevenire e mitigare futuri attacchi. Ma cosa possono fare le aziende per prevenire un attacco ransomware? Il backup, nel quotidiano, continua a essere un’ottima strategia, ma bisogna prestare attenzione a qualche accorgimento. Disporre dei backup dei propri dati è senza dubbio un’azione molto semplice, ma anche molto efficace per limitare i danni di questo tipo di attacchi. Certo la semplice installazione di una soluzione di backup non è sufficiente, ma può davvero aiutare le imprese a garantire la loro business continuity anche nel momento dell’attacco. Le aziende devono assicurarsi che i loro backup non siano collegati ai computer e alle reti di cui si sta facendo una copia di sicurezza, ad esempio archiviandoli fisicamente offline. È opportuno controllare che i backup siano stati eseguiti correttamente, perché in caso di emergenza, dovendo ripristinare i dati rubati o bloccati, sarebbe controproducente dover gestire ulteriori criticità.   FONTE: BitMat.it

Il cloud ibrido è la soluzione ideale per la gestione dei dati

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Secondo  451 Research, il 96% delle imprese sta attivamente perseguendo una strategia IT ibrida. Le aziende moderne necessitano di cicli di innovazione accelerati costosi e difficili da rispettare con piattaforme di dati legacy. Di conseguenza, le tecnologie cloud e i rispettivi service provider hanno sviluppato soluzioni ad hoc per affrontare queste sfide. La premessa del cloud ibrido – due architetture di dati fuse insieme – offre alle aziende la possibilità di sfruttare queste soluzioni e di indirizzare i criteri decisionali, caso per caso. Ma come è arrivato il cloud ibrido a dominare il settore dei dati? 1960 – Il concetto di cloud computing è nato quando il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha stabilito l’Advanced Research Projects Agency Network (ARPANET), una versione arcaica dell’internet che oggi conosciamo in cui, per la prima volta, i computer (mainframe) hanno interagito tra loro e gli utenti hanno potuto condividere simultaneamente la stessa risorsa informatica. 1970 – Sono nate le macchine virtuali, grazie alle quali diversi ambienti (virtuali) con i propri sistemi operativi potevano girare su uno stesso computer fisico. 1980 – I sistemi operativi di rete permettono ai computer di comunicare tra loro e lo storage dei dati cresce: un disco rigido da 5MB era considerato illimitato nel 1983 (se paragonato a un nastro magnetico con capacità di memoria di 10kB degli anni ’60). La quantità di dati aumentava e furono sviluppati i primi data warehouse. 1990 – Nel 1991, viene lanciato il World Wide Web (WWW) e l’informatica distribuita nella forma del modello client-server inizia a prendere forma. Nuove connessioni di rete private virtuali permettevano agli utenti di condividere l’accesso alla stessa infrastruttura fisica. “Big Data” diviene un tema di conversazione e viene coniato il termine “Cloud”. Entro la fine del decennio, le aziende iniziano a offrire applicazioni aziendali sul web e arriva il Software-as-a-Service. 2000 – Non si parla ancora di cloud ibrido, ma i giganti tecnologici iniziano a lavorare sullo sviluppo di servizi basati sul cloud, come lo storage e il calcolo, e a offrirli ai clienti. In quel periodo, l’architettura includeva tipicamente due livelli, dove i fornitori cloud ospitavano il backend e i clienti inviavano le loro richieste tramite applicazioni web. Quando le aziende hanno iniziato ad abbracciare la trasformazione digitale, sono stati raccolti e archiviati quantità sempre più elevate di dati ed è stato sviluppato il framework Hadoop per memorizzarli ed elaborarli, con l’obiettivo iniziale di indicizzare il world wide web. Oltre a SaaS, anche Platform-as-a-Service (PaaS) e Infrastructure-as-a-Service (IaaS) diventano prodotti commerciali. E nel 2008, nasce Cloudera. 2010 – Con la crescita delle offerte di cloud, aumenta anche la domanda di agilità, velocità ed efficienza dei costi. Diventa evidente che non tutto può essere ospitato in un cloud pubblico per diverse ragioni, tra cui la sicurezza. Quindi i cloud privati, o i data center on-premise, diventano la scelta più indicata per i dati sensibili. Nel 2019, Cloudera lancia l’enterprise data cloud, Cloudera Data Platform (CDP), che fornisce all’IT aziendale la possibilità di offrire analytics-as-a-service in qualsiasi ambiente cloud, mettendo a disposizione ricche funzionalità di sicurezza e lineage dei dati che minimizzano i rischi. Essendo un modello per sua natura vendor-agnostic, un cloud ibrido fornisce soluzioni adatte allo scopo invece che offerte puntuali che risolvono un problema specifico alla volta. Lo stato attuale e le prospettive future Oggi, l’adozione del cloud ibrido continua a crescere. Tra i molti benefici di questo tipo di architettura, ci sono tre vantaggi principali: Economico: consente un approccio orientato al valore per determinare se ha più senso dal punto di vista economico affittare (cloud pubblico) o acquistare (cloud privato) per un particolare caso d’uso. Operativo: I nuovi progetti si confrontano con l’ignoto. Il lancio di un cloud pubblico offre la flessibilità e il tempo per valutare i requisiti effettivi dell’infrastruttura prima che vengano fatti investimenti di capitale nel cloud privato. Funzionale: permette di liberare tutte le capacità delle applicazioni on-premise accedendo al cloud pubblico per sfruttare l’infrastruttura on-demand in caso di carichi di lavoro ad alta intensità di elaborazione. Poiché la tecnologia più recente – edge computing, machine learning, e IoT – continuano a evolversi insieme al cloud computing, gli analisti si aspettano che l’adozione del cloud ibrido acceleri. Secondo Mordor Intelligence, il mercato del cloud ibrido è stato valutato in 52,16 miliardi di dollari nel 2020 e dovrebbe raggiungere i 145 miliardi di dollari entro il 2026. FONTE: BitMat.it