Reti aziendali: i dipendenti desiderano una connessione WiFi migliore

Una recente ricerca Doxa commissionata da Juniper Networks rivela che il 75% dei dipendenti italiani non è soddisfatto delle reti WiFi aziendali. Una ricerca commissionata da Juniper Networks, azienda specializzata nelle reti sicure basate su AI, e condotta da Doxa, ha valutato l’esperienza degli utenti con la connessione Wi-Fi e tramite cavo di rete. Per condurre quest’indagine, Doxa ha intervistato oltre 1200 dipendenti di aziende italiane di grandi dimensioni operanti in diversi settori. Le domande, poste a un campione eterogeneo in termini di segmenti e settori di mercato, hanno esplorato qual è il livello di soddisfazione dei dipendenti rispetto alle reti aziendali, come avviene preferibilmente la connessione in azienda (se tramite collegamento wireless o cavo di rete), quali sono le criticità e le problematiche più ricorrenti e come vengono gestite. Il dato che emerge su tutti è che i dipendenti italiani sarebbero più produttivi e soddisfatti se nelle aziende fosse adottata una strategia di rete basata sull’intelligenza artificiale che mette l’esperienza utente al centro, per collegamenti sia tramite Wi-Fi sia tramite cavo di rete. “La ricerca evidenzia quanto siano fondamentali la connettività e le prestazioni delle reti aziendali per la moderna forza lavoro”, commenta Mario Manfredoni, country manager Italia di Juniper Networks. “In Juniper puntiamo a offrire esperienze legate alla rete che trasformano il modo in cui le persone si connettono, lavorano e vivono. Il nostro obiettivo è semplificare la gestione della rete e ridurre i problemi di accesso e performance in modo da rendere l’esperienza degli utenti quanto più fluida possibile. Grazie all’AI e al machine learning di MIST AI, le operazioni di rete sono semplificate, è possibile ottenere informazioni più dettagliate dalla rete stessa e alcune attività chiave vengono automatizzate. I problemi sono risolti in modo proattivo prima ancora che possano essere percepiti dagli utenti e, nel mentre, vengono resi disponibili ai team IT insight sul comportamento di utenti, dispositivi e applicazioni. In un certo senso, è come avere un assistente virtuale con una profonda conoscenza dell’ambiente di rete in grado di fornire analisi in tempo reale ed eseguire o suggerire le necessarie azioni di mitigazione”. Il cavo vince sul Wi-Fi, ma l’esperienza degli utenti può essere migliorata su entrambi i fronti Per connettersi alle reti aziendali, 1 collegamento su 3 avviene in Wi-Fi (35%), ma il cavo di rete non perde terreno e anzi resta ancora piuttosto radicato per la maggior parte delle connessioni in azienda (65%). Quando si parla di soddisfazione rispetto alle reti aziendali, solo 1 utente su 4 (25%) si dichiara pienamente soddisfatto delle performance del Wi-Fi. Questo dato sale di 10 punti percentuali se la connessione avviene tramite il cavo di rete (35%). L’aspetto che soddisfa maggiormente gli utenti è legato all’affidabilità della connessione – sia per chi si collega in Wi-fi (30%) sia per chi predilige il cavo (41%). Dopo l’affidabilità, il fattore di soddisfazione più importante è la velocità di connessione (28% in Wi-Fi; 35% via cavo). Tra i settori più soddisfatti della propria connessione tramite Wi-Fi rientrano l’attività manifatturiera, l’industria, l’edilizia e l’artigianato (42%), le attività finanziarie (35%) e le aziende operanti nel campo di servizi per l’informazione e la comunicazione (33%). E se il collegamento Wi-Fi non funziona? Solo 1 su 3 segnala all’IT L’analisi sui singoli applicativi mostra una frequenza di problemi più alta per chi si collega in Wi-Fi: il 51% degli intervistati ha riscontrato problemi di accesso (38%) o di performance della rete (22%) negli ultimi 6 mesi. In generale, in caso di problemi di accesso alle reti aziendali solo 1 utente su 3 di chi si collega in Wi-Fi segnala al dipartimento IT. La quota delle segnalazioni al servizio IT scende ulteriormente in caso di rallentamenti o di problemi di performance (1 utente su 5). Chi non inoltra alcuna segnalazione, cerca di risolvere il problema in autonomia: aspetta e riprova, prova a riavviare pc o smartphone o cambia tipo di collegamento (ad esempio, usando l’hotspot Wi-Fi del proprio smartphone). Quando si coinvolge il servizio IT (che nel 72% dei casi analizzati è interno all’azienda), la soluzione al problema segnalato arriva in media anche dopo 4 ore (che diventano 6 in caso di accesso tramite cavo di rete). 8 volte su 10 la risoluzione del problema segnalato richiede un contatto con l’utente per ulteriori chiarimenti o per effettuare dei test. “Secondo i risultati emersi dall’indagine, la domanda di una sempre maggiore accessibilità, affidabilità ed efficienza della rete aziendale è destinata ad aumentare”, dichiara Andrea Manusardi, Research Manager di Doxa. “Per massimizzare il successo, le aziende dovranno selezionare con attenzione partner tecnologici che mettono in campo l’innovazione necessaria per rendere le reti aziendali sempre più automatizzate, intelligenti e capaci di offrire agli utenti la migliore esperienza possibile”. FONTE: BitMat.it
LA TRANSIZIONE DIGITALE 4.0
Felici di informavi che l’8 Giugno alle ore 18:30, 360 Consulenza terrà un webinar su ‘’LA TRANSIZIONE DIGITALE 4.0’’, in particolare sulle modalità e i vantaggi dell’innovazione 4.0. CONTATTACI PER RICEVERE L’INVITO DI PARECIPAZIONE ALL’EVENTO!
Attacchi informatici: la crescita è sostenuta dai phishing

In base ai preoccupanti risultati evidenziati nel report di Kroll sugli attacchi informatici del Q1 2022, gli esperti raccomandano di formare gli utenti sui pericoli del web. Nel primo trimestre del 2022, i dipendenti delle aziende si sono trovati più che mai in prima linea nella difesa delle infrastrutture informatiche. In parte, questo è derivato da un aumento del 54% rispetto al trimestre precedente degli attacchi informatici che hanno visto il phishing quale tecnica di accesso iniziale ai sistemi da parte dei criminali informatici; in questo modo, ha superato, tra le altre metodologie, lo sfruttamento delle vulnerabilità delle reti aziendali e delle vulnerabilità dei sistemi di terze parti. Inoltre, la maggiore esposizione dei dipendenti è dovuta a una crescita della compromissione via e-mail a fini estorsivi. Questo tipo di minacce ha infatti raggiunto, nel Q1 2022, una quota pari al 32% del totale degli attacchi a livello globale, mentre nel trimestre precedente si fermava al 27%. Questi nuovi trend si riscontrano, ad esempio, in un caso realmente accaduto, in cui un’e-mail di phishing è stata inviata all’indirizzo di un reparto IT di un’azienda e aperta da un dipendente, che ha quindi inserito le proprie credenziali di accesso. L’autore dell’attacco ha recuperato in questo modo le credenziali di amministratore globale ed è stato quindi in grado di accedere al sistema, acquisire il controllo di diversi account di posta elettronica appartenenti al personale IT e a C-level e ottenere dati sensibili. È stata inviata una richiesta di riscatto, chiedendo un pagamento per porre fine all’attacco, mentre i dipendenti hanno iniziato a ricevere SMS, e-mail e persino messaggi sui social media per spingerli a soddisfare le richieste dei criminali. Nel corso dell’attacco non sono stati utilizzati nessun ransomware o strumento di crittografia. Osservando il focus relativo ai settori più colpiti da attacchi informatici, emerge che, nei primi tre mesi dell’anno, il settore dei servizi professionali si conferma (come già nel Q4 2021) quello in cui sono stati rilevati più attacchi (16% del totale), seguito dalla manifattura, con una quota del 12%, in crescita rispetto al 9% del trimestre precedente. Con una percentuale dell’11% del totale troviamo poi il settore tecnologia/telecomunicazioni e sanità, mentre i servizi finanziari si fermano al 9%. Laurie Iacono, Associate Managing Director Cyber Risk di Kroll, ha commentato: “I dipendenti costituiscono senza dubbio una linea di difesa importante per qualsiasi azienda. I programmi di formazione in materia di sicurezza informatica devono aumentare la consapevolezza tra i lavoratori, mentre le aziende dovrebbero incoraggiare una cultura in cui evidenziare preoccupazioni e segnalare problemi sospetti siano visti come elementi positivi. L’ultimo Threat Landscape Report di Kroll lo sottolinea più che mai, poiché nell’ultimo trimestre i dipendenti hanno dovuto affrontare non solo attacchi di phishing, ma anche compromissioni di e-mail a fini di estorsione o di introduzione di malware. Nel Threat Landscape Report di Kroll è stato inoltre notato l’uso continuativo di vulnerabilità individuate relativamente di recente. Mentre il 2021 sarà ricordato come l’anno in cui sono state individuate alcune vulnerabilità, il 2022, in particolare il primo trimestre, sarà l’anno in cui i gruppi criminali, come le bande dedicate ad attacchi ransomware, hanno sfruttato tali vulnerabilità per lanciare attacchi informatici più distruttivi. Ad esempio, mentre nel quarto trimestre del 2021 la maggior parte delle attività legate allo sfruttamento delle vulnerabilità di Log4j ruotava attorno ai cryptominer, i membri di diversi gruppi di ransomware hanno sfruttato queste vulnerabilità per preparare le basi per le attività di network encryption avvenute nel primo trimestre del 2022“. Mario Ciccarelli, Vice Presidente Cyber Risk di Kroll, ha sottolineato: “Il Consiglio d’Europa ha dichiarato che la stima delle perdite economiche derivate da episodi di criminalità informatica ha superato i 5,2 trilioni di euro nel 2021, più della somma del valore dei PIL di Francia, Italia e Spagna nel 2020. Non sorprende quindi che la cybersecurity sia una priorità per l’Unione Europea. Uno strumento fondamentale per aumentare la resilienza agli attacchi informatici sono gli utenti a cui si rivolgono i cyber criminali. Se riuscissimo a formare i cittadini in modo da renderli meno esposti agli attacchi informatici, ridurremmo l’ammontare di potenziali danni e perdite. Data la crescita sostenuta degli episodi di phishing e di compromissione via e-mail, questo impegno diventa adesso più importante che mai”. Fonte: BitMat.it
Sendcloud svela preferenze e abitudini dei consumatori online

Convenienza e personalizzazione delle consegne sono i fattori chiave per gli utenti svelati dalla ricerca condotta da Sendcloud, piattaforma di spedizioni per l’eCommerce. Dalla loro diffusione in Italia, e soprattutto durante la pandemia, i marketplace – ovvero quei tipi di e-commerce che aggregano prodotti e servizi da venditori di terze parti – sono rapidamente diventati parte della nostra quotidianità ed un punto di riferimento importante per lo shopping online nel nostro Paese. Il motivo è semplice: la comodità e la convenienza sembrano essere gli aspetti centrali per i consumatori, che sempre più si rivolgono a queste piattaforme per il risparmio e la vasta scelta che offrono. Sendcloud, la piattaforma di spedizioni e-commerce, ha condotto una ricerca su un campione di 1000 Italiani provenienti da tutto lo Stivale per individuarne le preferenze e le abitudini in fatto di shopping online e capire quanto la spedizione giochi un ruolo importante nel processo. L’indagine di Sendcloud ha così individuato tre tendenze nello scenario marketplace in Italia: Ascesa dei marketplace. Il primo aspetto che emerge in maniera preponderante dall’indagine riguarda la vastità del fenomeno marketplace nel nostro Paese: il 92% dei consumatori italiani intervistati afferma di fare acquisti regolarmente su queste piattaforme e ben il 22% dichiara di ordinare da essi una o più volte alla settimana. Non è tutto: la tendenza è ancora in crescita entro la fine dell’anno, con il 46% degli intervistati che pianifica di acquistare maggiormente sui marketplace nei prossimi mesi. Da notare inoltre come 1 italiano su 2 (51%) esprima una netta preferenza per lo shopping su queste piattaforme rispetto a quello sui tradizionali negozi online. Convenienza al primo posto. Amazon viene prevedibilmente identificato come strumento preferito dall’80% dei consumatori e la ragione è presto spiegata: la comodità (per l’85% degli intervistati) è la ragione principale per cui gli italiani scelgono di acquistare sui marketplace, senza dimenticare poi i prezzi competitivi (76%) e la vasta gamma di prodotti rintracciabili su queste piattaforme (60%). Per quanto riguarda il prezzo medio dei prodotti acquistati, secondo Sendcloud la convenienza risulta ancora una volta un aspetto determinante: 1 su 2 spende in media tra gli 11 e i 50 euro per i suoi acquisti, e raramente viene superata la soglia dei 100 euro. I marketplace vengono quindi utilizzati principalmente per avere accesso a un’ampia rete di offerte e promozioni adatte all’esigenza di ogni portafoglio. Consegne sempre più personalizzate. Poiché la comodità risulta essere un fattore centrale per l’esperienza di acquisto, la consegna diventa un differenziale importante offerto da queste piattaforme. Basti pensare che 2 consumatori su 3 (70% del campione) non ordinerebbero senza poter scegliere l’opzione di consegna desiderata. Gli italiani amano infatti decidere tra una vasta gamma di soluzioni: ben il 43% non ordinerebbe dai marketplace senza un’opzione di consegna rapida e un impressionante 45% ritiene la spedizione gratuita un fattore imprescindibile prima di effettuare la propria spesa. Questa necessità viene soddisfatta dagli abbonamenti di spedizione, sottoscritti dal 46% degli italiani, che garantiscono flessibilità e personalizzazione ai consumatori sempre più esigenti del post-pandemia. “L’enorme popolarità dei marketplace riflette la capacità di queste piattaforme di soddisfare a pieno le aspettative dei consumatori, e se c’è un dato che emerge in modo rilevante dal nostro studio è che la consegna diventa un aspetto fondamentale in questo processo”, ha dichiarato Rob van den Heuvel, CEO di Sendcloud. “I consumatori sono sempre più esigenti in fatto di spedizioni e rispondere a questo bisogno offrendo consegne rapide e flessibili è diventata la nuova norma. Nonostante i grandi marketplace come Amazon e Zalando siano riusciti a migliorare l’esperienza di consegna per i consumatori, i retroscena del processo di spedizione celano spesso molte insidie: tanti venditori faticano a soddisfare le aspettative e opzioni di consegna imposte rigorosamente dai marketplace. Se queste piattaforme vogliono davvero rendere la consegna un punto di valore differenziante, è essenziale che semplifichino la complessità logistica e che consentano ai venditori di spedire rapidamente e senza preoccupazioni”. Fonte: BitMat.it
Incentivi 4.0 per le PMI: contributi MiSE dal 18 maggio

Incentivi 4.0 per le PMI: contributi MiSE per investimenti digitali e green, invio domande dal 18 maggio sul sito web di Invitalia. Dal 18 maggio si possono inoltrare le domande per i contributi in conto impianti a sostegno di investimenti in progetti digitali 4.0, economia circolare e risparmio energetico, utilizzando gli sportelli online gestiti da Invitalia per conto del MiSE. Si tratta degli Incentivi Transizione 4.0 per la trasformazione tecnologica e green delle MPMI. Ricordiamo di seguito i requisiti e le modalità di accesso ai nuovi incentivi Incentivi 4.0: MPMI beneficiarie L’incentivo Transizione 4.0 è rivolto alle PMI iscritte al Registro Imprese ed in regola (normativa edilizia e urbanistica, lavoro e contribuzione); non in liquidazione volontaria, difficoltà o con procedure concorsuali; in regime di contabilità ordinaria da due esercizi; che non hanno effettuato, nei due anni precedenti delocalizzazioni verso l’unità produttiva oggetto dell’investimento; che non lo faranno per due anni dopo l’investimento. Le imprese possono richiedere l’agevolazione se nei due anni precedenti non hanno avviato una delocalizzazione verso l’unità produttiva oggetto dell’investimento, impegnandosi a non delocalizzare anche fino ai due anni successivi. Per partecipare, le istruzioni sono contenute nel decreto direttoriale MiSE (Ministero dello Sviluppo Economico) del 12 aprile. I settori ammessi: manifatturiero (con alcune esclusioni, come la siderurgia) oi servizi alle imprese. Investimenti finanziati Il decreto MiSE del 12 febbraio 2022 dettaglia le tipologie di investimento ammissibili, con una tabella che elenca le tecnologie agevolate e i criteri di innovazione e sostenibilità. Sono incentivi i seguenti investimenti: macchinari , impianti e attrezzature; opere murarie nei limiti del 40% dei costi ammissibili; programmi informatici e licenze per l’uso dei beni materiali acquistati; acquisizione di certificazioni ambientali. => Bonus Industria 4.0: proroga e nuove regole fino al 2025 Ripartizione fondi Le risorse ammontano a 678 milioni di euro, nell’ambito del programma React EU. I fondi disponibili sono così ripartiti: 250 milioni per investimenti nelle regioni del Centro – Nord (Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Valle d’Aosta, Veneto, Umbria e Province Autonome di Bolzano e di Trento) 428 milioni nel Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna). Una quota del 25% delle risorse è destinata a progetti proposti dalle micro e piccole imprese. Importo dei contributi L’intensità dei contributi previsti dipende dalla collocazione territoriale: programmi nelle zone A – Calabria, Campania, Puglia, Sicilia – contributo massimo del 60% delle spese ammissibili per le imprese di micro e piccola dimensione e del 50% per le imprese di media dimensione; programmi nelle zone A – Basilicata, Molise e Sardegna – contributo massimo del 50% delle spese ammissibili per le imprese di micro e piccola dimensione e del 40% per le imprese di media dimensione; programmi nelle zone diverse dalle zone A – contributo massimo del 35% per le imprese di micro e piccola dimensione e del 25% per le imprese di media dimensione. E’ prevista una maggiorazione del 5% se il programma di investimento è realizzato nelle zone A e viene concluso entro nove mesi dalla concessione dell’agevolazione. Domanda di contributi Le domande si inviano sul portale Invitalia a partire dal 18 maggio 2022, tutti i giorni lavorativi dalle 10 alle 17. Ogni impresa può presentare una sola istanza. Nella richiesta di incentivo 4.0 bisogna includere: dichiarazione sui requisiti di ammissibilità, autorizzazioni, dati sul programma di investimento, piano di investimento, eventuali preventivi, certificato (antimafia e antiriciclaggio, dati contabili (il decreto direttoriale fornisce il dettaglio di tutti gli elementi e la documentazione da inserire). Compilazione e invio Una volta compilata la domanda (funzione già attiva) e caricati gli allegati, si ottiene il codice per l’invio, attivo a partire dalle ore 10:00 del 18 maggio. La piattaforma di invio è raggiungibile all’indirizzo https://inviodomandeinvestimentisostenibili.invitalia.it. Per effettuare l’invio occorre dunque digitare il codice di predisposizione domanda generato dalla piattaforma. Al termine della procedura, viene rilasciata una ricevuta di presentazione. La chiusura dello sportello verrà comunicata con apposito provvedimento ministeriale, nel momento in cui saranno esauriti i fondi.
Mobile Shopping in crescita e italiani più attenti all’ambiente

Lo studio condotto da Klarna mostra i trend del mobile shopping e come questa “rivoluzione” stia cambiando le modalità di acquisto online e in store. Una nuova ricerca condotta da Klarna, player globale specializzato in servizi bancari, di pagamento e di shopping, mostra fino a che punto la rivoluzione degli smartphone stia facendo evolvere il modo in cui i consumatori affrontano gli acquisti. Il Mobile Shopping Report 2021 di Klarna ha coinvolto oltre 13.000 consumatori provenienti da 13 Paesi, per capire come stanno cambiando le abitudini di acquisto degli utenti (che fanno sempre più affidamento sugli smartphone), cosa ne sta guidando l’adozione e quali sono i trend emergenti che potranno definire le abitudini di shopping tramite mobile nel prossimo futuro. Meno plastica, più digitale: le carte virtuali stanno diventando un metodo di pagamento sempre più diffuso per gli acquisti online. Il 50% degli utenti le considera un’alternativa valida e sicura a quelle fisiche, poiché minimizzano il rischio di frodi (45%). Se ne può quindi prevedere un’ampia adozione in futuro, quando questa tecnologia diventerà ancora più accessibile. In negozio, ma con un’impronta digitale: con il ritorno nei punti vendita fisici, la ricerca sul mobile shopping ha evidenziato come i consumatori abbiano iniziato a utilizzare gli smartphone anche in store. Questo fa parte del percorso d’acquisto, con il 92% degli intervistati che afferma di farlo per assicurarsi le migliori offerte e promozioni. L’omnicanalità è quindi fondamentale per garantire una migliore shopping experience. Servizi integrati e semplificati: nonostante le app siano ampiamente apprezzate, i consumatori sono alla ricerca di servizi integrati che eliminino la necessità di passare continuamente da un’applicazione all’altra, soprattutto tra Millennials e Gen Z (tra di loro, 3 su 4 sono favorevoli alle app per lo shopping all-in-one). In generale, il 70% degli intervistati ha espresso una preferenza nei confronti di app che integrino tutte le caratteristiche di quelle utilizzate attualmente per lo shopping. Tra i principali risultati della ricerca sul mobile shopping: La maggior parte dei consumatori italiani (74%) ha utilizzato lo smartphone per fare shopping online, seguiti da francesi (68%), tedeschi (67%) e belgi (63%). Il Paese con la più bassa penetrazione di mobile shopping è invece l’Australia (57%). I consumatori italiani fanno shopping tramite smartphone più spesso rispetto a due anni fa (58%), seguiti dagli utenti di Austria (53%), Germania (52%) e Paesi del Nord Europa (Finlandia 55%, Svezia 54% e Norvegia 50%). In Italia, Gen Z (73%) e Millennial (68%) sono le generazioni che hanno sfruttato maggiormente il mobile shopping negli ultimi due anni. Nonostante questo, solo il 30% degli italiani preferisce acquistare via smartphone, mentre il 65% predilige ancora lo shopping tradizionale tramite computer. Questi dati classificano l’Italia al 9° posto su 13 in termini di preferenza per i dispositivi mobile, seguita da Francia (27%) e Belgio (25%), ma molto lontana dagli Stati Uniti (46%). Le carte virtuali sono in aumento: i consumatori vogliono meno plastica e soluzioni più digitali. L’81% dei consumatori italiani ha sentito parlare di carte virtuali, mentre il 34% già le utilizza. Gen Z (31%) e Millennials (40%) sono le generazioni che usufruiscono da più tempo di carte virtuali per gli acquisti online. Il 76% dei consumatori italiani vuole eliminare le comuni carte sostituendole in futuro con soluzioni digitali: tale scelta classifica gli italiani al 2° posto, subito dopo gli spagnoli (80%) ma con una media che supera quella globale (69%). Questo dato rispecchia la volontà di tutte le generazioni (Gen Z 74%, Millennial 80%, Gen X 75%, Baby Boomer 69%). I consumatori in Italia sono anche i più attenti all’ambiente: il 52%, infatti, utilizza dispositivi mobili per acquistare prodotti sostenibili, subito seguiti da Paesi Bassi (51%) e Spagna (49%). Gli italiani amano le app per lo shopping. Quasi un quarto dei consumatori italiani ha tra 6 e 10 app di shopping installate sul proprio smartphone, anche se non tutte vengono utilizzate di frequente. Infatti, l’83% degli italiani intervistati ne utilizza solo da 1 a 5 (o nessuna) su base settimanale per il mobile shopping. Si tratta di un trend confermato a livello globale, con l’eccezione dei Paesi Bassi, dove le app per lo shopping sono utilizzate abitualmente (il 25% dei consumatori ne usa da 6 a 10 ogni settimana). 3 italiani su 10 (27%) sono sopraffatti dal numero di app disponibili: guardando specificamente alle app per lo shopping, il 61% di loro preferirebbe avere un’unica app per seguire tutte le fasi dello shopping journey invece di doversi destreggiare tra app multiple. Su questo punto, tutte le generazioni sono concordi (Gen Z 59%, Millennials 64%, Gen X 58%, Baby Boomers 56%). I consumatori italiani preferiscono le esperienze di acquisto semplificate e integrate, per la loro capacità di semplificare il processo di acquisto (74%) e di far risparmiare tempo (58%). In un contesto in cui il mobile shopping è sempre più diffuso, le app sono dunque protagoniste della quotidianità dei consumatori e possono accompagnarli lungo tutte le fasi della shopping experience. In particolare, in un panorama caratterizzato da un numero crescente di app per l’e-commerce, sono quelle all-in-one a distinguersi in termini di fruibilità. La Klarna App si inserisce proprio in questo scenario, supportando gli utenti con funzionalità intelligenti lungo tutto lo shopping journey: dalla ricerca dell’ispirazione al supporto post-vendita e non solo, andando oltre la gestione della singola transazione per mantenere il pieno controllo sulle proprie finanze. Ora, l’app dispone infatti di una nuova sezione “Finanze”, che offre una serie di funzionalità aggiuntive sviluppate per consentire agli utenti di gestire al meglio le proprie spese. Tra le novità, la possibilità di impostare un budget mensile per gli acquisti effettuati con Klarna (sia tramite la app, sia sugli e-commerce dei brand), il cui ammontare verrà visualizzato in modo semplice e interattivo anche su un grafico a barre che permetterà di monitorare l’andamento delle spese nel corso dei mesi. Gli acquisti verranno inoltre ordinati sulla base delle diverse categorie merceologiche, così da avere un quadro chiaro e immediato della distribuzione delle proprie spese. FONTE: BitMat.it
Le applicazioni cloud-native sono la risposta all’agilità dei mercati

Cresce l’adozione nelle aziende delle applicazioni cloud-native, un percorso necessario per adattare le architetture applicative alle aspettative dei mercati digitali. Nelle previsioni di IDC, entro il 2024 le imprese di tutto il mondo avranno modernizzato circa il 70% del proprio parco applicativo valorizzando le logiche cloud-native. Container, microservizi e orchestrazione dinamica sono esempi di tecnologie e approcci che sostengono i modelli delle applicazioni cloud-native e che rappresentano oggi un percorso necessario per aumentare l’agilità e adattare le architetture applicative alle nuove aspettative dei mercati digitali. A partire dalla metà del decennio scorso, lo sviluppo di applicazioni cloud-native è cresciuto costantemente. Architetture ibride e distribuite hanno reso possibile l’adozione di tecnologie come i container e le API per aumentare l’elasticità e la flessibilità dei workload aziendali, con migliori economie di scala rispetto ai tradizionali modelli. Questo ha reso le logiche cloud-native molto attraenti per le imprese e i fornitori di servizi digitali che cercano di introdurre nuove applicazioni o di ridisegnare quelle esistenti. Gli sviluppi più recenti, avvenuti negli anni successivi, tra cui il serverless computing (function as a service) e i microservizi, hanno permesso un’espansione ancora maggiore dell’impronta cloud-native. IDC definisce cloud-native un’applicazione che sfrutta il cloud e le tecnologie collegate per abilitare due caratteristiche tipiche: un alto grado di scalabilità attraverso un’architettura di servizi distribuiti e un’elevata facilità di uso. Senza entrare nello specifico degli attributi tecnici, un’applicazione cloud-native incorpora uno schema di aggiornamenti automatici, supporta il provisioning automatico dell’infrastruttura, può essere eseguita in modo geo-disperso, è auto-ridondante e auto-configurabile in modo agnostico rispetto all’hardware. Insieme a questi attributi, propri delle applicazioni cloud-native, vale la pena di evidenziare altri elementi che sono spesso considerati collegati a questo concetto: l’uso di container o motori di orchestratori di container, di microservizi, di ambienti cloud pubblici e di architetture open source. La crescita accelerata delle applicazioni cloud-native pone però la necessità di adottare nuovi strumenti per l’osservabilità delle prestazioni e per il controllo sui rischi e la sicurezza IT. Per ottimizzare le cloud operations, le imprese dovranno infatti necessariamente investire in strumenti di performance management (applicativo e infrastrutturale) e in soluzioni che abilitino il monitoraggio continuo, l’ottimizzazione e la risoluzione delle problematiche dei nuovi servizi digitali. “La consapevolezza del valore dei princìpi cloud-native si è ormai già fatta strada nelle imprese. Manager e professionisti IT hanno però bisogno di governare questa trasformazione superando sfide e complessità. Il supporto dell’ecosistema dei partner è fondamentale per consentire alle imprese di abilitare i processi digitali su nuove piattaforme e architetture di business”, sottolinea Fabio Rizzotto, Vice President, Head of Research and Consulting di IDC Italia. FONTE: BitMat.it
Il 6Ghz per il Wifi di nuova generazione è indispensabile

Secondo le analisi condotte da AIIP è fondamentale che il NG-WiFi comprenda un ampio spettro dei 6Ghz, tanto desiderato dagli operatori mobili. Non garantire a livello nazionale lo spettro della parte alta dei 6Ghz (6.425-7.125GHz) significa che il 5G non ha una killer application né tantomeno un piano di rollout credibile. Lo rileva l’Associazione Italiana Internet Provider (AIIP) rispetto alla improbabilità di vedere dispiegata la tecnologia 5GmmW non solo a livello nazionale ma anche nelle principali città italiane. Un’ipotesi che evidenzia per AIIP come l’unico fine degli operatori mobili consista nell’impedire che la rete fissa possa fare loro concorrenza, consentendo velocità ben più alte delle reti future 5G millimeter-wave. Solo pochi mesi fa (ben prima, comunque, del passaggio a quella che potrebbe essere definita, di fatto, una economia di guerra), il Presidente di AIIP, Giovanni Zorzoni aveva trattato il tema del vero 5G definendolo con l’appellativo di “chimera” con riferimento in particolare a quello millimeter-wave (vale a dire con onde radio comprese tra 30 e 300 GHz), essendo il resto un semplice revamp dello standard 4G. A distanza di una manciata di settimane, nell’attuale contesto economico in cui alle precedenti decisioni rispetto alla messa al bando della tecnologia ready-to-use cinese a basso costo, si aggiungono le conseguenze nefaste sulla supply-chain mondiale (mai del tutto ripresasi dal duro colpo inferto da due anni e mezzo di pandemia) e l’enorme costo dell’energia (grande tallone d’Achille del vero 5G), emerge quindi con crescente evidenza la validità delle tesi di AIIP rispetto appunto alla improbabilità di vedere dispiegata la tecnologia 5GmmW non solo a livello nazionale ma anche nelle principali città italiane. Nel frattempo – rileva ancora AIIP -, nonostante centinaia di Mhz rimangano per questo motivo totalmente inutilizzati, gli operatori mobili insistono nell’ottenere lo spettro alto delle 6Ghz ancora una volta per il 5G (non mmW) e chiedono altresì di ritardare i ratei dei pagamenti delle frequenze millimeter-wave. Tutto ciò – spiega l’Associazione Italiana Internet Provider – a scapito della collettività, costretta a subire una doppia beffa: da un lato il mancato incasso e dall’altro la rinuncia alla tecnologia WiFi 6E e WiFi 7, le uniche che permetterebbero di usufruire della fibra ottica ripetuta via radio (appunto, il WiFi) in case, aziende e pubblici spazi (come biblioteche, centri culturali, spazi verdi all’aperto), raggiungendo velocità fino a 33 Gbit/s come dimostrato pochi giorni fa dalla Wi-Fi Alliance. “Sia nel nostro contributo sull’indagine conoscitiva in merito ai nuovi utilizzi dello spettro di AGCOM dello scorso settembre”, sottolinea Giovanni Zorzoni, “sia nelle nostre interlocuzioni con il Ministero dello Sviluppo Economico, abbiamo sottolineato l’importanza di dedicare lo spettro alto dei 6Ghz per il WiFi di nuova generazione. Una pletora di produttori stanno producendo chip a basso costo per questa tecnologia che, oltre ad essere più democratica, è vitale per l’evoluzione oltre i 10 Gbit/s delle reti wireless senza licenza: farne a meno significherebbe di fatto azzoppare le prestazioni delle reti in fibra ottica di nuova generazione. Se il 5G ha il fiato corto, non si può per questo uccidere nella culla il WiFi 7”. FONTE: BitMat.it
Competence Center 4.0: in arrivo i bandi PNRR

Incentivi PNRR per la Transizione 4.0:sbloccati i primi fondi, in arrivo il bando perpotenziare e creare nuovi Poli di trasferimento tecnologico alle PMI. Il Ministero dello sviluppo economico ha firmato il decreto che attiva 33,5 milioni di euro per realizzare in Italia una rete di centri specializzati in trasferimento tecnologico e digitalizzazione integrati a livello europeo, che eroghino servizi e competenze 4.0 ad almeno 4.500 piccole e medie imprese, con l’obiettivo di sviluppare processi e modelli produttivi avanzati nelle filiere industriali. => L’Atlante i4.0 delle strutture disponibili Questi primi stanziamenti sono i primi del complesso di investimenti previsti allo scopo dal PNRR, il quale destina in tutto 350 milioni di euro per il rafforzamento dei Competence Center esistenti e la nascita di altri 42 centri di trasferimento di tecnologia, come spiegato dal Ministro Giancarlo Giorgetti: puntiamo sugli investimenti in manifattura 4.0 per accompagnare la transizione digitale delle filiere produttive, soprattutto in settori strategici per l’economia del paese, rafforzando la capacità di incontro tra mondo della ricerca e imprese nell’applicazione di tecnologie all’avanguardia. Per l’attuazione dell’investimento sono in corso due distinte linee di attività: il rifinanziamento dei Competence Center, per il quale il Ministero pubblicherà a breve il bando, il cofinanziamento della rete europea degli European Digital Innovation Hubs (EDIH). Per garantire il coordinamento della rete dei Poli di trasferimento tecnologico, è istituita presso il Ministero una Cabina di regia con funzioni di indirizzo e monitoraggio degli investimenti. FONTE: PMI.it
I crimini informatici continuano a crescere nel 2022

Dal Covid al Conflitto in Ucraina peggiorano i dati dei crimini informatici rispetto al 2021. Lo conferma Exprivia nel suo ultimo report. Dalla pandemia al conflitto bellico, nuovo e allarmante balzo dei fenomeni di crimini informatici nel primo trimestre del 2022, il peggiore degli ultimi due anni. È quanto emerge dall’ultimo “Report sulle minacce informatiche” dell’Osservatorio Cybersecurity di Exprivia che, tra gennaio e marzo, registra in Italia 806 casi tra attacchi, incidenti e violazioni della privacy, in forte aumento rispetto alla media dei trimestri precedenti. Nello specifico, si rileva circa il 78% di casi in più rispetto all’ultimo trimestre del 2021 (quando si verificarono 454 fenomeni), con 213 eventi nel mese di gennaio, 207 a febbraio e 386 a marzo, il mese di maggior impatto in cui i criminali hanno sfruttato la situazione di instabilità internazionale legata soprattutto alla guerra tra Russia e Ucraina. Secondo l’Osservatorio Exprivia, che prende in considerazione 113 fonti pubbliche, in questi primi mesi del 2022, oltre al banking on line e agli acquisti virtuali, che mantengono il primato, tra i pretesti per colpire le vittime emerge la guerra russo-ucraina, con frequenti inganni che si nascondono dietro fake news sul conflitto o false campagne di aiuti umanitari. Dal Report sui crimini informatici risulta che tra gennaio e marzo si sono verificati 408 attacchi, 379 incidenti di sicurezza cioè attacchi andati a buon fine, e 19 violazioni della privacy. Continua, quindi, a crescere velocemente il rapporto tra incidenti e attacchi informatici, alimentando la percezione che, malgrado gli investimenti degli ultimi anni nella sicurezza, gli hacker aumentano e sono sempre più efficaci, provocando danni legati pricipalmente al furto dei dati e di denaro. “Negli ultimi due anni, gli eventi ad alto impatto politico ed economico e le relative tensioni sociali hanno concesso ai criminali di sfruttare occasioni come il Covid o, recentemente, il conflitto tra Russia e Ucraina per ingannare le vittime, nella maggior parte dei casi a scopo di lucro”, commenta Domenico Raguseo, direttore Cybersecurity di Exprivia. “Nello sconfinato ecosistema digitale in cui viviamo non è semplice attribuire cause e origini geografiche dei crimini informatici; se un attacco viene sviluppato per una vittima designata, potrebbe colpire anche altri soggetti e, se un malware viene utilizzato per uno scopo specifico, presto potrebbe diventare patrimonio di altri criminali che lo utilizzeranno per fini differenti. Quindi, al momento stiamo toccando con mano i primi danni provocati dal conflitto bellico anche in rete, e nei prossimi mesi le conseguenze potrebbero essere ancora più severe”. Secondo l’Osservatorio Exprivia, nel primo trimestre del 2022 il settore Finance – che comprende dagli istituti bancari alle assicurazioni, alle piattaforme di criptovalute – è quello che ha registrato il maggior numero di crimini informatici (286, oltre un terzo del totale), con un picco di 161 casi solo nel mese di marzo, tra furto dei dati di carte di credito, accesso a conti bancari e richieste di denaro. A seguire la Pubblica Amministrazione, con 109 casi tra attacchi, incidenti e violazioni della privacy, più che triplicati rispetto a quelli registrati nell’ultimo trimestre del 2021. Al terzo posto, con 91 casi, il settore del Software/ Hardware, quindi società ICT, di servizi digitali, piattaforme di e-commerce, dispositivi e sistemi operativi, che principalmente subiscono il furto di dati, come credenziali di accesso o informazioni sensibili; dal rapporto emerge un balzo dei casi a marzo, con un numero più che doppio rispetto a quello di gennaio e febbraio. “È sempre più in crescita il resoconto dei crimini informatici sulle fonti analizzate dal nostro Report, anche in conseguenza dell’aumentata criticità dei servizi digitali da cui dipendiamo. Maggiori sono l’impatto e la durata di un incidente o semplicemente di un attacco, minore è la probabilità che la cosa passi inosservata”, osserva Domenico Raguseo. “Anche sui mass-media, ormai la visibilità e la rilevanza del cybercrime aumentano di pari passo con le nuove vulnerabilità sfruttate dai criminali”. Tra le tecniche più utilizzate dai criminali informatici c’è il phishing, modalità di adescamento tramite e-mail ingannevoli o social network, con 389 fenomeni e un aumento dell’80% rispetto agli ultimi tre mesi del 2021. D’altro canto si riscontra un incremento esponenziale (+102% rispetto all’ultimo trimestre dello scorso anno) nell’utilizzo dei malware – con 372 casi – come vettore di attacco per sottrarre informazioni sensibili, principalmente mediante lo spionaggio delle attività bancarie degli utenti. Da non sottovalutare anche i malware che stanno provocando gravi danni di reputazione ed economici, criptando i dati di varie organizzazioni e aziende per chiedere riscatti in denaro. FONTE: BitMat.it