eCommerce 2022: 9 italiani su 10 acquistano online una volta al mese

Le categorie di prodotto che stanno guidando l’eCommerce 2022 sono Elettronica, Moda & Accessori e Prodotti per la Bellezza & Profumi. Secondo il nuovo “Report annuale sull’e-commerce italiano” pubblicato da idealo – portale internazionale di comparazione prezzi – che ha analizzato il comportamento d‘acquisto online delle persone che utilizzano regolarmente la comparazione prezzi in Italia. Una platea sempre più nutrita se pensiamo che gli italiani digitalizzati sono arrivati quasi a quota 51 milioni, ovvero l’84% della popolazione. Secondo il report, l’eCommerce 2022 è caratterizzato da una platea di acquirenti digitali (87%) che effettua, in media, almeno un acquisto online al mese, un valore più alto di 2 punti percentuali rispetto a quello rilevato lo scorso anno. Cosa si acquista online in Italia? Elettronica (54%), Moda & Accessori (48%) e Prodotti per la Bellezza & Profumi (37%) sono le tipologie di prodotto più acquistate online dagli Italiani. A seguire, Scarpe & Sneakers (32%), Medicine & Prodotti per la salute (28%), Giocattoli & Gaming (27%) e Mangiare & bere (21%). La pandemia di COVID-19 ha cambiato profondamente le abitudini digitali e di acquisto online. Interessanti, per questo motivo, sono i dati relativi alla crescita dell’interesse online sul portale italiano di idealo rispetto al periodo pre-pandemia. Si è assistito, per esempio, anche in Italia al boom del food commerce con la categoria “Mangiare & Bere” che ha registrato un +142% rispetto al periodo precedente. Andamento simile per “Arredamento & Giardino” (+141%), giustificato dal fatto che molti consumatori hanno iniziato a vivere le proprie case in maniera molto più assidua, trasformandole spesso anche in sedi di lavoro. I prodotti più desiderati in Italia. Negli ultimi 12 mesi i consumatori digitali hanno cercato e confrontato principalmente i prezzi di smartphone e di prodotti legati all‘elettronica di consumo. Rispetto alla classifica del 2020, non c’è più spazio per i disinfettanti, la cui esplosione di popolarità aveva rappresentato un importante indice di cambiamento delle abitudini di acquisto a seguito della pandemia da COVID-19. Sette dei 10 prodotti più desiderati nell’eCommerce 2022, in Italia, nel corso dell’ultimo anno sono smartphone, e 6 di questi sono marchiati Apple. In dettaglio, la top ten dei prodotti più ambiti si compone di: Apple iPhone 12, Apple iPhone 12 mini, Apple iPhone 11, Apple iPhone 12 Pro, Xiaomi Mi 11 Lite 5G, Sony Playstation 5 (PS5), Saucony Jazz Original Vintage (sneakers), Apple iPhone 12 Pro Max, Apple iPhone 13 e DJI Mini 2 (drone). Cresce la frequenza d’acquisto. Grazie ai dati della nuova ricerca sull’eCommerce 2022, è possibile stimare la frequenza degli acquisti effettuati sul web dai consumatori, che possono essere divisi in: intensivi (26%, almeno una volta a settimana), abituali (61%, almeno una volta al mese) e sporadici (13%, una volta ogni trimestre o meno). La pandemia di COVID-19 ha spinto il 54% degli italiani a comprare di più online rispetto a prima. Il 44% del campione ha continuato con lo stesso ritmo di prima mentre solo il 2% ha acquistato di meno tramite il commercio elettronico. Inoltre, il 57% degli intervistati ha dichiarato di aver comprato prodotti online che in passato erano stati acquistati raramente o mai. Una percentuale molto consistente, il 17%, ha anche fatto un acquisto online per la prima volta. Sale anche l’utilizzo della comparazione prezzi. Di pari passo, nel 63% dei casi anche l’utilizzo della comparazione prezzi è aumentato. Le ragioni del suo utilizzo sono molteplici ma per oltre la metà del campione preso in esame, i portali come idealo offrono informazioni essenziali su spedizioni e consegne (52%), ma anche in genere sui prodotti (50%). Ancora, la comparazione prezzi risulta essenziale per ottenere offerte speciali e sconti (48%), leggere le recensioni dei clienti (43%), confrontare più prodotti contemporaneamente (41%) ma anche essere informati quando un prezzo cala (39%). A tale riguardo, su idealo è presente una specifica funzione che permette al consumatore di fissare il proprio prezzo ideale per un certo prodotto e di ricevere una notifica via e-mail oppure tramite l’App di idealo quando questo viene raggiunto oppure è più basso del valore atteso. Nel dettaglio, le dieci categorie del commercio elettronico per le quali gli e-consumer italiani hanno attivato maggiormente la funzione “prezzo ideale” nel corso del l’ultimo anno sono stati smartphone, televisori, sneakers, smartwatch, cuffie, notebook, schede video, scarpe da corsa, tablet e aspirapolvere. Il ritratto del consumatore italiano nell’eCommerce 2022. L’analisi dei dati demografici, delle preferenze e delle abitudini di comparazione online, consente di creare il profilo demografico del consumatore digitale italiano. In tutti i paesi in cui è presente idealo, la maggior parte delle ricerche online nel corso del 2021 è stata effettuata da uomini. Per quanto riguarda l’Italia, il loro peso è stato pari al 62% mentre quello delle donne si è attestato al 38%. Un altro aspetto interessante è quello relativo alle fasce d’età. In Italia, i consumatori tra i 35 e i 44 anni sono quelli predominanti e rappresentano il 24% del totale, seguiti dai 25-34enni (23%) e dai 45-54enni (19%). Da segnalare, però, come gli under-24 maggiorenni rappresentino circa un sesto degli utenti di idealo Italia, con un importante +41% in più rispetto all’anno precedente. Dato che sottolinea un maggiore interesse nei confronti dell’e-commerce da parte delle persone più giovani, probabilmente incentivato dalla necessità di superare l’isolamento fisico e sociale dovuto alla pandemia di COVID-19. “Le abitudini d’acquisto dei consumatori sono sempre cambiate in modo rapido, ma a seguito della pandemia continuano a mutare con ancora più velocità”, ha commentato Dumitru Baltatescu, Country Manager di idealo in Italia. “Un interessante insight che emerge dal report 2022 è che mondo fisico e digitale stanno diventando sempre più interconnessi. Secondo i nostri dati sull’eCommerce 2022, 9 consumatori su 10 hanno effettuato una o più ricerche online sui prodotti prima di comprarli in un negozio fisico. Ma, all’opposto, quasi 8 su 10 hanno visitato un negozio fisico per esaminare i prodotti prima di acquistarli online. Da questi dati emerge come l’esperienza d’acquisto si faccia ancora più ibrida e mondo online e offline tendano ad intersecarsi sempre più, ormai supportandosi a vicenda”. FONTE: BITMAT.IT
È il cloud computing la tecnologia abilitante della digitalizzazione

Per 2 aziende su 3 il cloud computing favorisce la trasformazione digitale mentre le PA sono ancora scettiche e faticano a comprenderne il ruolo strategico. Il mercato del Cloud Computing continua a crescere a ritmi serrati ma l’approccio delle aziende a questa nuova frontiera che supporta e abilita le strategie IT e risponde alle esigenze di resilienza, flessibilità e innovazione non è omogeneo e riflette le caratteristiche – sia tecnologiche che di business – delle imprese. È quanto emerge dall’indagine “La propensione verso il Cloud Computing delle organizzazioni italiane di medio-grandi e grandi dimensioni” voluta da Deda Cloud – il Managed Cloud & Security Services Provider che fa capo a Dedagroup – con il supporto di VMware e realizzata da Netconsulting cube. Lo studio, che ha coinvolto 70 realtà pubbliche e private rappresentative dei settori dell’industria (37,1%), dei servizi – compresi finanza e retail – (21,4%), del mondo degli operatori IT (18,6%) e della Pubblica Amministrazione Locale (22,9%), nasce per comprendere quale sia – ad oggi e nel breve periodo – la propensione delle organizzazioni medio-grandi e grandi a investire in servizi Cloud, individuando al tempo stesso quali siano i principali approcci adottati nel processo di Cloud Transformation. I risultati della ricerca classificano le realtà coinvolte in quattro cluster comportamentali. Nel primo rientrano le “scettiche”: guardano al Cloud con timidezza (Cloud shyness), non gli riconoscono un valore particolarmente strategico e hanno identificato poche aree di utilizzo. In genere, si tratta di realtà con infrastrutture di proprietà, relazioni consolidate con outsourcer, mancanza di competenze interne e caratterizzate da un board e da una cultura tradizionalmente poco propensi al Cloud Computing. A queste seguono le “pragmatiche”, che indirizzano il Cloud per opportunità (Cloud by opportunity) e sono generalmente in grado di gestire migrazione ed implementazione con efficacia. Si tratta di organizzazioni che hanno buone competenze al loro interno e possono contare su fornitori di fiducia, ma non appaiono particolarmente sensibili alle tematiche di flessibilità, scalabilità o resilienza che tradizionalmente supportano la migrazione al Cloud. Ci sono poi le “teoriche” che ben hanno compreso il valore del Cloud per la loro realtà, ma che non appaiono in grado di indirizzarne gli aspetti più operativi. Il Cloud è un obiettivo strategico (Cloud as a goal) ma si scontra con difficoltà relative agli aspetti di sicurezza, architetturali e di migrazione, e a possibili situazioni di lock-in tecnologico. Infine, le “avanzate” riconoscono il ruolo chiave del Cloud e, a differenza delle “teoriche”, riescono a indirizzarlo combinando in modo efficace approccio strategico e operativo, pur in presenza di aree di miglioramento. “Il Cloud Computing è una componente strategica imprescindibile della Digital Transformation e per questo occupa una posizione di assoluto rilievo nella scacchiera tecnologica di aziende ed enti”, ha sottolineato Claudio Abad, CEO di Deda Cloud. “Tuttavia, come messo in evidenza anche dalla nostra indagine, la propensione e l’approccio verso il Cloud sono ancora eterogenei e questo rischia di rallentare il processo di profonda trasformazione attualmente in corso, accelerato anche dal PNRR che proprio nel Cloud Computing individua lo strumento con cui concretizzare al meglio la sfida in atto. Il nostro compito, in questo momento, deve essere quello di far comprendere al mondo dell’industria, dei servizi e della Pubblica Amministrazione che il Cloud rappresenta non solo una soluzione sicura ma soprattutto un elemento abilitante e necessario per portare a termine il processo di digitalizzazione, cogliendo tutte le opportunità che questa porta con sé. Dobbiamo accompagnare aziende ed enti in un percorso virtuoso che possa rafforzare la loro competitività, ridisegnando modelli e processi”. Il Cloud è infatti garanzia di velocità, scalabilità e flessibilità, ed è proprio questo che ne fa l’elemento centrale da cui passa la messa a terra del PNRR, con le sue sei missioni strettamente concatenate alla digitalizzazione. In questo senso, il Cloud Computing va oltre il suo ruolo puramente tecnologico e si fa scopo: si fa fonte di certezza per il processo di trasformazione digitale. Ma quali sono le ragioni che spingono le aziende ad adottare il Cloud? Ben il 67,1% lo utilizza – ad oggi e in previsione – per abilitare la propria Digital Transformation e quindi riconosce la sua importanza cruciale ai fini dello sviluppo aziendale. Il 20% mostra un interesse “meno caldo”, ovvero ne vede l’importanza ma considera questa tecnologia a livello di altre. Una quota assolutamente minoritaria (4,3%) utilizza invece il Cloud Computing con un approccio profondamente tattico e per nulla legato alla trasformazione digitale, mentre l’8,6% delle realtà intervistate – sei organizzazioni equamente distribuite tra Industria, Servizi e PAL – non utilizza il Cloud ed è quindi out of target. Analizzando la propensione per settore, gli enti della Pubblica Amministrazione Locale mostrano un atteggiamento meno aperto. Solo il 50% delle organizzazioni intervistate (dato inferiore alla media complessiva del campione, che è pari al 67,1%) ne comprende pienamente il ruolo strategico e il 37,5% gli enti (contro il 20% complessivo) ritiene che il suo valore sia pari a quello di altre tecnologie. Il 12,5% delle organizzazioni, infine, non utilizza i servizi Cloud. Al contrario – e non stupisce dato il core business fortemente tecnologico – gli operatori IT sono i principali “estimatori” del Cloud Computing e, nell’85% dei casi, riconoscono nel suo utilizzo un fattore chiave per il processo di trasformazione digitale delle aziende, per l’evoluzione dei business model e della loro offerta. Anche l’approccio operativo di migrazione varia considerevolmente e, in certi casi, può essere il risultato dell’integrazione di diverse metodologie. L’80,9% delle realtà che ritengono il Cloud strategico segue il modello Step by Step, secondo cui l’utilizzo di servizi Cloud infrastrutturali o applicativi è soggetto ai risultati di una valutazione che viene fatta gradualmente. Questo approccio si può sposare anche con altri modelli, come quello Cloud First (51,1% delle risposte), per cui, quando le componenti applicative o infrastrutturali possono essere gestite in Cloud, questa opzione è sempre preferibile all’on premise. L’approccio Journey to Cloud è invece – con il 10,6% delle risposte – il meno ricorrente, perché sicuramente più impegnativo. Quest’ultimo prevede infatti non solo che tutte le nuove applicazioni vengano gestite in Cloud e che quelle legacy vengano sostituite o modernizzate ma anche
Le minacce via e-mail sono aumentate del 101%

Gli esperti di Trend Micro consigliano di adottare una piattaforma di cybersecurity che comprenda sistemi di prevenzione, rilevamento e risposta contro le minacce via e-mail. Trend Micro, player globale di cybersecurity, ha pubblicato i risultati del suo ultimo studio “Cloud App Security Threat Report 2021”, dal quale emerge che minacce informatiche via e-mail, nel corso del 2021, sono state 33,6 milioni, con una percentuale di aumento del 101% rispetto all’anno precedente. Questi dati dimostrano come la posta elettronica rimanga uno dei punti di accesso principali per gli attacchi informatici. “Ogni anno assistiamo a mutazioni nel panorama delle minacce cyber e a una estensione della superficie di attacco aziendale, ma la posta elettronica rimane sempre uno dei principali target di attacco“, ha affermato Alessandro Fontana, Head of Sales di Trend Micro Italia. “La migliore difesa è adottare un approccio basato su piattaforma, per affrontare le minacce attraverso sistemi di prevenzione, rilevamento e risposta semplificati e nativamente connessi tra loro che possano automatizzare la correlazione del dato garantendo visibilità e controllo della propria infrastruttura”. I dati Trend Micro sono stati raccolti nel corso del 2021 attraverso prodotti che integrano la protezione automatizzata nelle piattaforme di collaborazione come Microsoft 365 e Google Workspace. Alcuni numeri chiave: 16,5 milioni di attacchi di phishing rilevati e bloccati, per un aumento del 138%, in gran parte legato al fatto che le modalità di lavoro ibride continuano a essere un punto debole per la sicurezza; 6,3 milioni di attacchi di phishing alle credenziali, per un aumento del 15%. Il phishing rimane uno dei principali mezzi di compromissione; 3,3 milioni di file dannosi rilevati, numero che comprende un aumento del 134% delle minacce via e-mail note e del 221% del malware sconosciuto Per quanto riguarda invece i dati positivi, i rilevamenti di ransomware sembrano in diminuzione anno su anno. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che gli attacchi stanno diventando sempre più mirati, ma anche al successo di diverse operazioni di massa condotte da Trend Micro che hanno bloccato strumenti ransomware come “Trickbot” e “BazarLoader”. Anche le generiche truffe Business E-mail Compromise (BEC) sono diminuite dell’11%, ma se si effettuano controlli sofisticati come gli algoritmi di analisi dello stile di scrittura Trend Micro, si scopre in realtà un aumento dell’83%. Il dato indica che queste truffe stanno diventando sempre più elaborate e complesse da bloccare. FONTE: BitMat.It
Risorse umane: come portare innovazione e trasformazione digitale?
Software che migliorano il lavoro degli HR Manager e la gestione aziendale Digitalizzare è diventato fondamentale per tutte le aziende che intendono essere competitive, oltre che guardare al futuro con una certa serenità. Non è più possibile rimandare, perché il mondo del business odierno va in questa direzione, e non cogliere le opportunità date dalla digitalizzazione si traduce immediatamente in uno svantaggio nella competizione. Il miglioramento delle performance aziendali non si ottiene solo automatizzando i processi di produzione e introducendo sistemi che migliorano la logistica, ma si raggiunge ottimizzando anche l’intero ecosistema delle risorse umane. I software necessari per digitalizzare le Human Resources L’ufficio risorse umane si occupa di molteplici attività indispensabili per l’azienda, dove è richiesta molta precisione e diversi passaggi di controllo per ridurre al minimo eventuali errori. I software che permettono di gestire questo complesso lavoro sono vari, e possono essere raggruppati in: Gestione dei processi HR Rilevazione delle presenze e delle assenze Gestione delle trasferte Compilazione dei timesheet Rendicontazione delle note spese Formazione del personale Archiviazione di documenti in cloud Affidandosi a software che rendono più efficiente la raccolta e l’elaborazione dei dati, è possibile: avere informazioni precise che fotografano le performance generali dell’azienda, dei singoli dipendenti e dei progetti in corso, mantenere in sicurezza i locali e i beni aziendali, creare rapporti più trasparenti con i dipendenti, oltre che agevolare lo Smart working. Spesso, per massimizzare l’efficientamento dei processi, vengono creati veri e propri ecosistemi virtuali in cui sono integrate le diverse piattaforme digitali. Gli investimenti che vengono fatti per amministrare al meglio le HR sono un elemento strategico fondamentale, che può determinare il successo o il fallimento di un progetto imprenditoriale. Perché è importante introdurre soluzioni per la gestione delle risorse umane? Il primo grande vantaggio di un ufficio delle risorse umano dotato di procedure digitalizzate e di software avanzati è il risparmio di tempo nella gestione e nel controllo di grandi moli di dati, riducendo al minimo ogni tipo di errore umano. Pensando alla quantità d’informazioni che deve amministrare un HR Manager, per ogni dipendente dell’azienda, si può facilmente capire come il risparmio di tempo si trasformi rapidamente in risparmio di denaro. Il secondo beneficio che l’azienda può trarre dalla digitalizzazione dei propri processi HR è la possibilità di avere sempre statistiche in real-time sulle ore di lavoro, lo stato di avanzamento dei progetti, le scadenze, le note spese, le performance e la soddisfazione dei dipendenti e dei collaboratori. Inoltre, un altro motivo per cui oggi è indispensabile affidarsi a piattaforme cloud, è la necessità di far lavorare i dipendenti anche fuori dalla sede aziendale, permettendo così di eliminare i documenti cartacei e consentendo di svolgere le proprie attività ovunque vi sia una connessione internet. Non solo, perché i software per le attività HR agevolano anche i dipendenti, i quali possono consultare in tempo reale importanti informazioni (buste paghe, ferie, permessi) e compilare documenti senza doversi recare in azienda. Tutto questo può far aumentare l’engagement verso l’azienda e la motivazione del lavoratore, con un conseguente miglioramento delle prestazioni professionali e della qualità dell’ambito lavorativo e personale. Un esempio d’impresa che agevola la digitalizzazione delle HR Peoplelink opera da molti anni nel campo delle Risorse Umane, sviluppando in-house e fornendo alle imprese software avanzati, pensati appositamente per semplificare e ottimizzare tutte le operazioni a carico dell’azienda e degli HR Manager. L’approccio della Peoplelink, già prima che la digitalizzazione diventasse la strada verso l’industria 4.0, era quello di rivoluzionare i sistemi HR mettendo al centro le persone e il tempo che queste investono ogni giorno nelle proprie attività lavorative. Peoplelink ha guadagnato un ruolo da protagonista nella transizione digitale di molte, grandi aziende, grazie a una squadra dinamica composta da professionisti preparati e dotati di creatività, passione e alte competenze. Il risultato del costante impegno in ricerca e sviluppo è la creazione di soluzioni cloud e mobile all’avanguardia per la gestione delle risorse umane e di tutte le attività che vi ruotano attorno. Inoltre, per garantire la migliore efficienza ed interoperabilità della propria piattaforma, Peoplelink si avvale di collaborazioni con importanti partner tecnologici come: Microsoft Azure, leader nei servizi e nella realizzazione di infrastrutture cloud; NEXI, azienda leader in Europa che fornisce soluzioni di pagamento rapide e sicure per ogni tipo di utente; ISEO, multinazionale italiana che opera da oltre mezzo secolo nel settore della sicurezza e controllo accessi. FONTE: BitMat.it
PMI che vendono online: registrata crescita del 10%
Secondo l’ultima indagine UPS le PMI che vendono online sono sempre più ed esportare diventa più facile. L’eCommerce è la soluzione per la ripresa del Paese. Per comprendere meglio come l’e-commerce possa essere un valido strumento per la crescita delle PMI italiane, UPS ha condotto un’indagine in collaborazione con Nathan Associates, Confartigianato Imprese, Federvini, Unioncamere e PIN, Polo Universitario Città di Prato dell’Università di Firenze, in cui sono state intervistate 115 PMI italiane, tracciando sfide, tendenze e raccomandazioni relative all’e-commerce. La presenza delle PMI che vendono online è cresciuta notevolmente dal Covid in poi. L’Italia si trova alla ventesima posizione nella classifica dell’e-Trade Alliance dei migliori Paesi al mondo per le piccole e medie imprese per l’e-commerce: infatti, il contributo elevato della categoria alle esportazioni del Paese (53% in Italia rispetto alla media UE del 25%) indica il forte potenziale delle PMI. Tuttavia, queste si trovano a colmare dei gap che le ostacola nel cogliere le opportunità del mercato, tra cui la lentezza nell’adottare la digitalizzazione rispetto alla media europea. Le principali sfide dell’e-commerce L’e-commerce si conferma una priorità per le PMI che vendono online, principale area di crescita su cui puntare per i prossimi due anni per la maggior parte del campione intervistato. Secondo i dati raccolti dalla survey, il numero di PMI che vendono online è aumentato dall’inizio del Covid-19, passando da circa il 47% nel 2021 al 57% nel 2022: di queste, il 63% sono a conduzione femminile mentre il 55% sono guidate da uomini. La crisi pandemica e le vicende di attualità pongono i piccoli imprenditori davanti a nuovi scenari: le interruzioni della catena di approvvigionamento rappresentano un problema per circa il 46% di loro. Il 55% delle imprese intervistate ha riscontrato una diminuzione del flusso di cassa dovuto alla pandemia e il 53% afferma di avere incontrato difficoltà con la conformità ai requisiti imposti dal Covid-19 Se guardiamo, invece, alle PMI italiane che non vendono online, è diffuso un generale disinteresse per i canali di vendita digitali: infatti il 42% di queste ha risposto di non percepire i vantaggi dell’e-commerce e il 28% di non conoscerli. “La pandemia ha accelerato il trend degli acquisti online come mai prima, ma molte aziende non hanno ancora colto i vantaggi dell’e-commerce per entrare e crescere in nuovi mercati internazionali. Nell’ultimo anno abbiamo registrato un aumento del 10% delle PMI italiane che vendono attraverso il web, ma c’è un enorme potenziale non ancora valorizzato. Poiché il livello di competitività per le attività di e-commerce è sempre più alto, dobbiamo lavorare insieme ad aziende e istituzioni per offrire le misure in grado di agevolare il più possibile le esportazioni e la presenza online delle PMI. Il supporto arriva dalle nuove tecnologie, ma anche da iniziative come il nostro Women Exporters Program, che sostiene le imprese guidate da donne affinché possano acquisire l’expertise necessaria per avere successo oltre confine”, ha dichiarato Britta Weber, Country Manager di UPS Italia. Esportare attraverso l’e-commerce Dall’indagine risulta che circa il 30% delle PMI intervistate – il 52% tra quelle che vendono online – si dedica all’export. Metà delle PMI ha dichiarato che esportare è diventato più facile dall’inizio della pandemia, mentre il 40% ha affermato il contrario. Le donne si distinguono in quanto più orientate ai mercati internazionali: infatti, il 68% delle PMI a conduzione femminile vende all’estero, mentre per quelle a conduzione maschile il dato si attesta al 39%. “La pandemia ha impresso un’accelerazione all’utilizzo degli strumenti digitali da parte delle micro e piccole imprese per valorizzare le loro capacità creative ed adattive nei tantissimi campi in cui operano. Gli artigiani e i piccoli imprenditori sono capaci di coniugare con le tecnologie digitali la tradizione, il saper fare, la creatività, il gusto, il fatto su misura, vale a dire le caratteristiche che da sempre fanno grandi nel mondo i prodotti delle imprese italiane a valore artigiano. In particolare, il commercio elettronico è un potente strumento per incrementare le vendite sia all’estero che nei mercati di vicinato. La missione del PNRR dedicata alla digitalizzazione rappresenta quindi una grande opportunità per spingere i piccoli imprenditori in un percorso di sviluppo già avviato, favorendo non soltanto l’upgrade tecnologico ma anche la formazione ed il trasferimento delle nuove competenze, a partire da quelle del titolare dell’azienda”, ha commentato Marco Granelli, Presidente di Confartigianato Imprese. Impatto sull’ambiente tra le priorità Tra le priorità delle PMI che vendono online coinvolte nell’indagine spicca l’attenzione alla sostenibilità. Il 20% considera la propria attività “molto” ecologica, mentre il 59%, la ritiene almeno “un po’ ” green. La maggior parte, circa il 52%, ha dichiarato che i propri prodotti e l’imballaggio sono sostenibili, e su questi aspetti prevede di intraprendere altre azioni in futuro per migliorare ulteriormente l’impronta green. Suggerimenti per le policy a sostegno delle PMI Tra i principali temi su cui le PMI che esportano richiedono l’intervento del governo, prevalgono l’accesso alle informazioni sui mercati esteri e sul commercio internazionale (40%) e la gestione delle tasse e dei dazi sulle esportazioni (50%). Circa la metà delle PMI esportatrici ha dichiarato che le politiche governative a sostegno delle esportazioni di e-commerce sono utili; tuttavia, si evince che molte potrebbero non essere a conoscenza delle policy e dei programmi governativi disponibili a sostegno delle aziende e delle esportazioni attraverso l’e-commerce. Per questo è importante che le politiche governative si concentrino nel dare agli strumenti per l’utilizzo dell’e-commerce, per migliorare le competenze e le infrastrutture digitali nonché per rendere più semplice l’accesso a programmi e risorse per sostenere le loro ambizioni. Sapere come poter esportare – regole doganali e non solo – resta una priorità, per cui occorre potenziare il lavoro delle agenzie per l’internazionalizzazione e il loro coordinamento con tutte le associazioni e le camere preposte. Fonte: BitMat.it
Email di phishing più ingannevoli: Kaspersky svela quali sono

Attraverso un simulatore Kaspersky ha analizzato i dati forniti dagli utenti per verificare la loro capacità di riconoscere email di phishing ingannevoli. Secondo le stime, il 91% di tutti i cyberattacchi inizia con un’email di phishing, le cui tecniche sono implicate nel 32% dei casi di tutte le violazioni di dati andate a buon fine. Per fornire ulteriori informazioni su questa minaccia, Kaspersky ha analizzato i dati raccolti da un simulatore di phishing e forniti volontariamente dagli utenti. Si tratta di uno strumento che aiuta le aziende a verificare se il personale è in grado di distinguere un’email di phishing da una reale, senza mettere a rischio i dati aziendali. L’amministratore sceglie dal set di modelli che imitano gli scenari di phishing più comuni, o crea un modello personalizzato, lo invia al gruppo di dipendenti senza preallertarli e tiene traccia dei risultati. Un numero elevato di utenti che cliccano sul link è una dimostrazione evidente della necessità di formazione aggiuntiva sulla cybersecurity. Secondo recenti campagne di simulazione le cinque email di phishing più efficaci sono: Oggetto: Tentativo di consegna fallito – Purtroppo il nostro corriere non è riuscito a consegnare il vostro articolo. Mittente: Servizio di consegna della posta. Conversione dei click: 18,5%. Oggetto: Email non consegnate a causa del sovraccarico dei server di posta. Mittente: Il team di supporto di Google. Conversione dei click: 18%. Oggetto: Sondaggio online tra i dipendenti: Cosa miglioreresti del lavoro in azienda. Mittente: Dipartimento Risorse Umane. Conversione dei click: 18%. Oggetto: Promemoria: Nuovo dress code aziendale. Mittente: Risorse umane. Conversione dei click: 17,5%. Oggetto: Attenzione a tutti i dipendenti: nuovo piano di evacuazione dell’edificio. Mittente: Dipartimento Sicurezza. Conversione dei click: 16%. Inoltre, tra le altre email di phishing che hanno ottenuto un numero significativo di click ci sono: conferme di prenotazione da parte di un servizio di prenotazione (11%), notifiche di un ordine (11%) e un annuncio di un concorso IKEA (10%). Al contrario, le email che minacciano il destinatario o che offrono vantaggi immediati sembrano avere meno “successo”. Ad esempio, un modello con l’oggetto “ho violato il tuo computer e conosco la tua cronologia di ricerca” ha ottenuto il 2% dei click, mentre offerte come quelle di un abbonamento Netflix gratis o di una vincita di 1.000 dollari hanno ingannato solo l’1% dei dipendenti. “La simulazione di attacchi phishing è uno dei modi più semplici per verificare la cyber-resilience dei dipendenti e per valutare l’efficacia della loro formazione in materia di cybersecurity. Tuttavia, ci sono aspetti significativi che devono essere considerati quando si conduce questa valutazione per renderla davvero efficace. Poiché i metodi utilizzati dai criminali informatici sono in costante evoluzione, la simulazione deve riflettere le tendenze aggiornate dell’ingegneria sociale, oltre agli scenari comuni della criminalità informatica. È fondamentale che gli attacchi simulati vengano eseguiti regolarmente e integrati con una formazione adeguata, in modo che gli utenti sviluppino una forte capacità di vigilanza che consenta loro di evitare di cadere in attacchi mirati o nel cosiddetto spear phishing”, ha dichiarato Elena Molchanova, Head of Security Awareness Business Development di Kaspersky. Per prevenire le violazioni dei dati e le relative perdite finanziarie e di reputazione causate dagli attacchi di phishing, Kaspersky raccomanda alle aziende di adottare le seguenti misure: Ricordare ai dipendenti i segnali fondamentali delle email di phishing: un oggetto drammatico, errori e refusi, indirizzi del mittente incoerenti e link sospetti; In caso di dubbi sull’email ricevuta, è importante controllare il formato degli allegati prima di aprirli e l’accuratezza del link prima di cliccare. Per farlo è importante assicurarsi che l’indirizzo sia autentico e che i file allegati non siano in formato eseguibile; Segnalare sempre gli attacchi di phishing. Nel caso di un attacco, è importante segnalarlo al reparto di sicurezza informatica e, se possibile, evitare di aprire l’email dannosa. In questo modo il team di cybersecurity potrà riconfigurare i criteri anti-spam e prevenire un incidente; Fornire ai dipendenti le conoscenze di base sulla cybersecurity. La formazione deve essere finalizzata a modificare il comportamento dei dipendenti e a insegnare loro come affrontare le minacce; Poiché i tentativi di phishing possono confondere e non c’è garanzia di evitare tutti i click accidentali, è importante proteggere i dispositivi di lavoro con una soluzione di sicurezza affidabile che offra funzionalità anti-spam, tenga traccia dei comportamenti sospetti e crei una copia di backup dei file in caso di attacchi ransomware. La protezione anti-phishing è inclusa in alcune soluzioni di sicurezza, anche per le piccole imprese. Fonte: bitMat.it
L’esperienza digitale dei dipendenti deve essere la priorità

La nuova ricerca di Ivanti rileva la cattiva esperienza digitale spinge il 49% dei dipendenti a lasciare il lavoro perché la tecnologia fornita non è adeguata. Ivanti, fornitore della piattaforma di automazione Neurons che rileva, gestisce, protegge e supporta gli asset IT dal cloud all’edge, ha divulgato i risultati dello studio sullo stato della Digital Employee Experience (DEX), che indaga proprio sulla qualità dell’esperienza digitale dei dipendenti. Ivanti ha collaborato con esperti di processi di trasformazione digitale e ha intervistato 10.000 impiegati, responsabili IT e dirigenti per valutare il livello di priorità e di adozione della DEX nelle imprese e qual è l’impatto sull’esperienza lavorativa quotidiana dei dipendenti. Il report ha rivelato che il 49% dei dipendenti è insoddisfatto dalla tecnologia e dagli strumenti che l’impresa mette a disposizione e il 64% ritiene che il modo in cui interagiscono con la tecnologia influisca direttamente sul morale. Infatti: Il 26% dei dipendenti sta pensando di lasciare il lavoro per mancanza di tecnologie adeguate; il 42% ha investito soldi propri per acquistare tecnologie migliori e lavorare in modo più produttivo; il 65% ritiene che sarebbe più produttivo se avesse a disposizione una tecnologia migliore. Si riscontrano opinioni contrastanti tra dirigenti, IT e dipendenti quando si affrontano i temi sul futuro del lavoro e sul ruolo della tecnologia nel favorire la cultura del lavoro ibrido. Solo il 13% dei knowledge worker preferisce lavorare esclusivamente in ufficio, mentre il 56% dei CXO ritiene ancora che i dipendenti debbano essere in ufficio per essere produttivi, sebbene il 74% dei dirigenti dichiari di essere più produttivo dall’inizio della pandemia – a dimostrazione di una discrepanza tra ciò che hanno sperimentato e ciò che pensano che i dipendenti dovrebbero fare per rimanere produttivi. A livello globale, la priorità numero uno dei dirigenti aziendali è la produttività dei dipendenti, mentre la qualità dell’ambiente di lavoro e la soddisfazione dei collaboratori restano in fondo alla lista. Inoltre, il 62% dei dirigenti ammette che la leadership impatta sulla redditività rispetto all’esperienza dei dipendenti. Mentre l’importanza sull’employee experience si mantiene tra le ultime posizioni nell’agenda dei dirigenti aziendali, anche l’IT continua a non considerarla prioritaria, e solo il 21% dei responsabili IT valuta l’esperienza dell’utente finale prima di scegliere i nuovi strumenti. “Un’esperienza digitale ottimale dei dipendenti deve essere garantita dalle aziende e deve diventare un elemento fondamentale nella moderna gestione IT aziendale”, ha osservato Steve Brasen, Research Director di Enterprise Management Associates. “Il miglioramento della produttività dei collaboratori aiuta ad attrarre e trattenere i talenti, accelera l’agilità e la competitività aziendale, riduce i costi operativi e guida il successo e la redditività dell’impresa. La comprensione dei requisiti DEX è la chiave per adattare le tecnologie e le relative practice che supporteranno l’ambiente unico di ogni organizzazione“. L’innovazione è innegabilmente l’elemento trainante del lavoro ibrido, ma purtroppo molte organizzazioni incontrano ancora grandi difficoltà nella sua adozione. Tra i principali problemi segnalati dai dipendenti aziendali ci sono le troppe e-mail o messaggi di chat (28%), la mancanza di connessione con i colleghi (27%) e il software che non funziona correttamente (23%). Tuttavia, nonostante queste sfide e lo scetticismo dei dirigenti, tutti gli intervistati hanno dichiarato di essere più produttivi nell’era del lavoro ibrido, evidenziando il fatto che non è tanto il luogo di lavoro a incidere sulla produttività, quanto l’esperienza che le persone hanno quando interagiscono con la tecnologia. “L’Everywhere Workplace ha cambiato per sempre le aspettative dei dipendenti per quanto riguarda il luogo di lavoro, il modo in cui lavorano e il dispositivo con cui lavorano“, ha dichiarato Jeff Abbott, CEO di Ivanti. “Il modo in cui i dipendenti interagiscono con la tecnologia e la loro soddisfazione per questa esperienza sono direttamente collegati al successo e al valore che offrono all’organizzazione. L’esperienza digitale dei dipendenti dovrebbe essere una priorità a livello di consiglio di amministrazione e i team IT sono pronti a diventare leader strategici nella loro organizzazione per realizzarla“. La crescente varietà di dispositivi e reti utilizzati dai lavoratori cosiddetti ibridi ha ampliato notevolmente l’inventario delle risorse che i team IT devono gestire, ma il 32% dei professionisti IT utilizza ancora fogli di calcolo per tenere traccia di queste risorse e solo il 47% è d’accordo sul fatto che le loro organizzazioni abbiano piena visibilità su ogni dispositivo che tenti di accedere alla rete. Una delle maggiori sfide che i responsabili IT devono affrontare oggi è la necessità di consentire un’esperienza digitale dei dipendenti senza soluzione di continuità, mantenendo al contempo una solida postura sicurezza. La sfida diventa più complessa quando dagli executive vengono esercitate pressioni per aggirare le misure di sicurezza con il 49% dei dirigenti che ha dichiarato di aver chiesto di aggirare una o più misure di sicurezza nell’ultimo anno. “Mantenere un ambiente sicuro e concentrarsi sull’esperienza digitale dei dipendenti sono due elementi inseparabili di qualsiasi processo di trasformazione digitale“, prosegue Jeff Abbott. “Un fattore chiave di differenziazione per le imprese nel provare a trattenere i talenti, è certamente quello di fornire un’esperienza digitale eccezionale e sicura. Sapere che le organizzazioni non danno priorità al modo in cui i loro dipendenti vivono la tecnologia, pensiamo sia un fattore negativo che contribuisce al fenomeno delle Grandi Dimissioni“. Con la disponibilità di nuove tecnologie innovative che abilitano e supportano le forze di lavoro ibride, l’IT ha oggi l’opportunità di avere un impatto positivo sulla strategia organizzativa più ampia. Assumendo la responsabilità dell’esperienza digitale dei dipendenti e lavorando a stretto contatto con i dirigenti per raggiungere obiettivi comuni, l’IT può favorire risultati aziendali migliori, dalla produttività dei dipendenti alla fidelizzazione dei collaboratori. Dopotutto, l’Everywhere Workplace è innegabilmente il futuro del lavoro e l’esperienza digitale è il principale fattore abilitante. FONTE:BitMat.it
La digitalizzazione delle PMI potrebbe contribuire alla crescita del PIL
Dallo studio realizzato per Meta da The European House – Ambrosetti emerge che la digitalizzazione delle PMI potrebbe portare enormi vantaggi economici e lavorativi al nostro Paese. L’Italia deve aumentare il proprio livello di digitalizzazione e questo processo può avvenire solo attraverso la crescita digitale delle piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale del tessuto produttivo del nostro Paese. Questo è quanto emerge dallo studio “Il contributo dei social network e dei canali digital per la crescita e la digitalizzazione delle PMI italiane”, realizzato per Meta da The European House – Ambrosetti. L’Italia, infatti, sconta un forte ritardo sul digitale rispetto ai Paesi UE, attestandosi al 20° posto dell’Indice DESI stilato dalla Commissione Europea per misurare il livello di digitalizzazione dei 27 Stati membri. Il Belpaese, nello specifico, è ultimo in Europa per numero di laureati in ambito ICT (circa 4mila all’anno, pari all’1,3% del totale). Un gap che potrebbe essere colmato se le oltre 375 mila PMI italiane, che costituiscono un volano di crescita per il nostro Paese, accelerassero il loro processo di digitalizzazione. Le piccole e medie imprese, infatti, da sole generano 2.834 miliardi di euro di fatturato, pari al 42% di quello totale registrato dalle imprese italiane, contribuiscono al 41% del PIL del nostro Paese, a oltre un terzo (35%) degli investimenti e a quasi la metà (48%) dell’export totale. Lo stato di digitalizzazione delle PMI Italiane – Il Digital Index PMI Sebbene la pandemia di Covid-19 abbia contribuito a migliorare l’utilizzo di soluzioni collaborative digitali (+14,5%) e la comunicazione con la clientela (+12,7%), il livello di digitalizzazione delle PMI italiane è ancora basso e purtroppo in linea con quelli dell’intero Paese secondo l’Indice DESI. Secondo, infatti, il Digital Index PMI, elaborato per l’occasione da The European House – Ambrosetti indagando alcune aree come l’accesso alla rete, la digitalizzazione del business, l’interazione digitale con i clienti e le competenze ICT, le PMI tricolori sono solo al 18° posto in Europa per livello di digitalizzazione. Uno degli ambiti principali in cui si riscontra un ritardo è indubbiamente quello delle competenze digitali, che vede le PMI italiane piazzarsi al 21° posto in UE, con i livelli più bassi (12%) di specialisti ICT nei propri organici rispetto alla media europea (18%) e all’Irlanda, a cui va la corona di best performer (29%). Un divario reso ancora più evidente dal fatto che solo il 15% delle PMI tricolori è in grado di fornire formazione digitale ai propri dipendenti (rispetto al 18% della media UE). Anche in termini di dimensione dell’interazione digitale con i clienti – rilevata attraverso la presenza di un sito web, dell’ecommerce e dell’utilizzo dei social network – le nostre PMI si mantengono al 18° posto in EU, con 3 punti percentuali al di sotto della media europea. Il nostro Paese si attesta nelle ultime posizioni della classifica (23° posto) anche per dimensione delle infrastrutture di rete. Gli ambiti in cui le PMI italiane ottengono, invece, risultati migliori rispetto alla media europea, sono la digitalizzazione del business – espressa soprattutto dalla fatturazione elettronica – e l’adozione di tecnologie digitali legate all’utilizzo del cloud, che vedono il nostro Paese al 7° posto nel ranking UE. Sempre secondo il Digital Index PMI, le PMI italiane sono all’8° posto per accelerazione della digitalizzazione registrata negli ultimi 5 anni. Lo studio ha anche identificato una forte correlazione tra la posizione che i Paesi occupano nel Digital Index PMI e la produttività del lavoro nelle piccole e medie imprese. L’Italia ha attualmente un punteggio di 51 (su una scala da 0=min a 100=max) nel Digital Index PMI. Se raggiungesse il punteggio di 80, attestandosi ai livelli dei 3 Paesi Best performer (Danimarca, Finlandia e Svezia), potrebbe aumentare la produttività del lavoro nelle PMI fino al 9,2%, generando fino a 24,8 miliardi di euro aggiuntivi di contributo al PIL, che corrispondono al 7,9% del PIL attualmente generato dalle PMI italiane. I social network come leva di crescita e sviluppo delle PMI italiane Un focus dello studio, condotto su 30 PMI che hanno utilizzato in maniera efficace i social network per raggiungere nuovi clienti, ha dimostrato concretamente che la digitalizzazione rende più produttive le PMI e favorisce l’aumento dell’occupazione. In particolare, l’analisi ha rilevato 4 benefici chiave ottenuti dalle PMI, che si traducono nell’aumento dei ricavi, del numero di clienti effettivamente raggiunti, dei follower sui social network e degli investimenti. I canali social e digital, infatti, hanno consentito alle PMI analizzate di far crescere di circa il 20% i propri ricavi, senza dover investire nell’apertura di punti vendita e spazi fisici. I social network sono stati un prezioso alleato anche nel 2020, all’apice della pandemia, perché hanno consentito alle imprese di mantenere fino al 60% degli introiti. L’incremento dei ricavi è strettamente legato al portafoglio clienti, infatti, le aziende che hanno saputo valorizzare i social network e i canali digital sono riuscite a far crescere del 30% la clientela, diffondendosi capillarmente su tutto il territorio nazionale e acquisendo il 10% in più di nuovi clienti sui mercati internazionali. Lo studio sulla digitalizzazione delle PMI italiane rivela anche che i social network hanno permesso alle PMI di incrementare la propria visibilità, registrando un aumento del numero dei follower pari al 40% e, di conseguenza, una crescita del 50% delle visite presso gli store fisici. Inoltre, i benefici attivati dai canali social e digital hanno agevolato crescenti investimenti in tecnologia e favorito la formazione digitale dei dipendenti, stimolando di oltre il 60% gli investimenti. I social network rappresentano, quindi, un importante fattore abilitante del livello di digitalizzazione delle PMI. Secondo lo studio, una crescita del 77% nella quota di PMI che utilizzano i social network potrebbe produrre fino a 10,2 miliardi di euro aggiuntivi di contributo al PIL e incrementare in maniera significativa l’occupazione del nostro Paese, con oltre 208 mila nuovi lavoratori nelle PMI. “Oggi siamo a un punto di svolta tecnologico. L’accelerazione digitale, a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, ha dimostrato alle aziende di tutte le dimensioni che si sono aperte nuove strade e nuove opportunità di crescita e che è necessario continuare a innovare per rimanere rilevanti e competitive. Una volta pensavamo che l’economia tradizionale e l’economia digitale fossero entità separate. Ora sono indivisibili. Gli strumenti digitali sono al centro delle attività di ogni settore e organizzazione e non sono mai stati così importanti come in questo momento”, ha dichiarato Luca Colombo, Country Director di Meta in
Migliorare il WiFi: da D-Link quattro semplici regole
Con l’avvento del lavoro ibrido e dello smart working sempre più utenti hanno bisogno di migliorare il proprio WiFi in termini di prestazioni e sicurezza. L’hybrid working è ormai parte integrante della nostra società. Molti di noi passano molto più tempo a casa propria per lavorare, che sia per un lavoro part-time o full-time. C’è da chiedersi però, dopo due anni, i sistemi domestici sono stati impostati nel migliore dei modi per supportare questo nuovo modo di lavorare? È possibile migliorare le prestazioni del WiFi? A causa della pandemia, la popolazione europea si è trovata a dover dipendere più che mai dai servizi online e dunque cresceva la necessità di migliorare le prestazioni del WiFi: il mantenimento dei contatti con amici e familiari, l’intrattenimento, lo shopping, il lavoro da remoto e la DaD. Secondo un report di Eurostat, nel 2021 la percentuale di famiglie dell’UE con accesso a Internet era salita al 92%, circa 20 punti percentuali in più rispetto al 2011 (72%). Il Digital Economy and Society Index (DESI) ha definito che, in Italia, nel 2021, e per quanto riguarda la copertura della banda larga veloce NGA, la percentuale di famiglie incluse è del 93%, al di sopra della media UE pari all’87%. Nel Regno Unito, l’Ofcom ha riferito che alla fine del 2020 circa il 94% delle famiglie britanniche aveva accesso a Internet: un aumento rispetto all’89% circa del 2019, con una media di 3 ore e 37 minuti al giorno su smartphone, tablet e computer (nove minuti in più rispetto al 2019) e una media di 1 ora e 21 minuti al giorno per guardare servizi online. In Germania, secondo DataReportal, il numero di utenti internet è aumentato di 1 milione (+1,3%) tra il 2020 e il 2021. Quindi, il numero di utenti che si affidano sempre più ai propri dispositivi casalinghi e che cercano una connettività Internet più veloce e senza interruzioni è sempre più consistente. Investire quindi in apparecchiature che vadano a migliorare il Wi-Fi, in termini di velocità e sicurezza, è di vitale importanza. Per investire nella tecnologia a lungo termine è necessario conoscere le offerte disponibili e le soluzioni più adatte alle proprie esigenze domestiche. Sia che si tratti di un cambio di router, sia che si tratti di trasferirsi in una nuova casa e partire da zero, ci sono molte opzioni da considerare. D-Link condivide quattro elementi da considerare per scegliere un Wi-fi affidabile e veloce: La capacità (amplificata) del Wi-Fi (6). Il Wi-Fi sta cambiando, con velocità di Internet mai viste prima grazie alla tecnologia Wi-Fi di nuova generazione. Il Wi-Fi 6 offrirà una capacità quattro volte superiore, rendendo possibile la connessione di un numero maggiore di dispositivi alle reti domestiche. Inoltre, gli smart router consentono di migliorare il servizio Wi-Fi rendendolo ancora più intelligente e potente in tutta la casa. Il Wi-Fi flessibile per coprire punti irraggiungibili. Per ottenere la massima flessibilità, l’utente dovrebbe procurarsi un sistema mesh intelligente con l’obiettivo di creare un’unica connessione per raggiungere ogni angolo della casa. Infatti, questi prodotti ottimizzano e migliorano la connettività, non solo per ottenere una copertura rapida, efficiente e stabile in ogni stanza, ma anche senza punti morti e interruzioni di rete. La gestione degli accessi Wi-Fi e dei dispositivi da un’app. Il Wi-Fi management è fondamentale: dalla gestione dei controlli e degli accessi alla verifica dell’utilizzo della rete, tutto questo può essere coordinato da una semplice app. Inoltre, la gestione del Wi-Fi consente all’utente di navigare in completa sicurezza e privacy: individuando chi è connesso, bloccando i non autorizzati, abilitando il parental control e il Wi-Fi guest. La sicurezza Wi-Fi per difendere i propri dati. Con l’evoluzione del mondo digitale si sviluppano anche le minacce informatiche, anche se questi rischi non possono mai essere completamente sradicati. Migliorare il WiFi vuol dire fare un upgrade delle tecnologie e un aggiornamento dei sistemi che consentono di ridurre questi rischi in modo significativo. L’hybrid working è ormai la normalità per le persone in tutta Europa e per accompagnare la crescita vertiginosa degli utenti di Internet e dei servizi, tra cui lo shopping online, lo streaming e il gaming, è necessaria una connessione migliore. Fonte:BitMat.it
Recupero dati e aziende: come gestire gli incidenti
I dati rappresentano la vera ricchezza di un business. Partendo dalle principali cause della perdita dei dati aziendali, ecco alcuni consigli su come prevenirle e cosa fare per recuperare dei dati in caso di incidenti. Le aziende crescono di pari passo con i loro dati, poiché le informazioni consentono realmente di trasformare le ipotesi in azioni mirate e concrete. Essi aiutano inoltre a migliorare le procedure interne, oltreché a conoscere il proprio mercato di riferimento, così da avere l’opportunità di tentare di anticipare le sue future evoluzioni e individuare le migliori strategie per stare al passo con i competitor. I dati possono provenire da tutti i dipartimenti, basti pensare alle vendite, agli acquisti, al lancio di offerte promozionali, alla gestione delle giacenze in magazzino e quant’altro. Vediamo dunque perché i dati sono importanti, le cause principali di potenziali perdite e alcuni consigli su come muoversi per il recupero dei dati. Perché i dati sono importanti per il funzionamento di un’azienda I dati rappresentano l’elemento chiave del buon funzionamento di qualunque azienda, in quanto consentono di orientarsi verso le migliori scelte strategiche non solo per ampliare il proprio raggio di clienti, ma anche per affermarsi nel relativo settore di competenza. Solo attraverso il dati si acquisisce il “potere” di comprendere le reazioni dei mercati e la percezione che questi hanno dei vari marchi, così da identificare le motivazioni che spingono i consumatori all’acquisto di un certo bene e/o servizio. Altrettanta importanza la meritano le statistiche, tramite le quali si captano i principali target di riferimento come età, sesso, abitudini e stili di vita. Non a caso i piani di marketing sono sempre più orientati verso la data driven decision, ovvero le decisioni basate proprio sui dati e, al fine di potenziare il processo innovativo e di sviluppo. Numerose imprese stanno investendo nella Data Science, ossia in professionisti capaci di interpretare al meglio le informazioni. Perdita dei dati aziendali principali cause Le principali cause di perdita dei dati aziendali sono da attribuire ai seguenti fattori: Attacchi informatici e furto di dati: gli attacchi hacker sono senza ombra di dubbio tra le prime ragione di perdita dei dati. I suddetti possono provenire da malware, ransomware e email sospette, che sfruttano le falle del sistema per insidiarsi al suo interno, creare problemi e rubare le informazioni sensibili. Errore umano: succede più spesso di quanto si possa pensare, che collaboratori e dipendenti cancellino i dati aziendali per sbaglio, oppure per semplice negligenza, oppure diventino inconsapevolmente il veicolo attraverso il quale hacker riescono a penetrare nei sistemi. Uno dei modi più efficaci per prevenire episodi del genere è rappresentato da un’opportuna formazione del personale. Meglio investire in una formazione adeguata piuttosto che subire ingenti danni dovuti a errori generati dall’inesperienza. Rottura o danneggiamenti dei dischi rigidi: gli hard disk possono danneggiarsi per le più svariate ragioni (o anche per la semplice usura frutto del tempo). I problemi possono riguardare sia il versante software, che l’hardware del device (ad esempio cadute e urti accidentali degli apparecchi). Al fine di arginare il più possibile tali avvenimenti, conviene implementare sistemi periodici ed efficienti di backup dei dati aziendali. Calamità naturali: visto che incendi, allagamenti o terremoti alluvioni non possono essere previsti, bisogna salvaguardare i dati aziendali attraverso l’adozione di strategie preventive come, ad esempio, i già citati backup o server ubicati in zone geografiche distanti dalle sedi operative. Corruzione del sistema operativo: sebbene si agisca attenendosi a tutte le regole della buona condotta, può capitare che il sistema operativo subisca delle corruzioni causate da software danneggiati, problematiche legate all’alimentazione e aggiornamenti fallaci. Per approfondire, vedi anche: I backup standard non bastano più. Come recuperare i dati aziendali Per il recupero dei dati è possibile servirsi di appositi software pensati ad hoc, spesso scaricabili anche gratis, ma devono essere maneggiati con estrema cura, pena il potenziale peggioramento della situazione. Anche di fronte a software professionali e di ottima fattura, l’insidia maggiore legata al loro utilizzo è la sovrascrizione dei dati. Si rivela invece una decisione assai migliore rivolgersi ad aziende specializzate nel recupero dati (come Recovery File), le quali dispongono sia di personale qualificato, sia all’occorrenza di camere bianche. Queste ultime, dette anche cleanroom, non sono altro che degli ambienti dove la qualità dell’aria viene costantemente monitorata, così da poter effettuare in tutta sicurezza gli interventi di recupero dati anche nei casi più delicati. Non sono molti, in Italia, i centri di recupero dati che dispongono di camere bianche certificate ai massimi livelli. La presenza di un tale ambiente è già di per sé garanzia di professionalità ai più alti livelli. Fonte: BitMat.it