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Cos’è la Local SEO e perché può aiutarti a migliorare il tuo business

Andiamo a vedere di seguito cos’è esattamente la local SEO e quanto può essere preziosa per un negozio o un’attività di ristorazione o ospitalità. La local SEO è una strategia che viene utilizzata per promuovere un’attività locale, ovvero in un luogo specifico. Se, ad esempio, hai un negozio in una città e vuoi farti conoscere di più dal tuo pubblico superando la concorrenza, dovresti apparire tra i primi risultati di ricerca nel tuo settore per quella città. Dato che gli utenti si focalizzano sul primo o secondo risultato, considerati più affidabili e utili, l’obiettivo è quello di raggiungere la posizione più alta possibile. Come potrai immaginare, non si tratta di un lavoro semplice che può fare chiunque, ma solo chi ha determinate competenze nel marketing digitale. Per questo è necessario richiedere una consulenza SEO per rendere più autorevole la presenza della propria attività sul web e farla spiccare tra i competitor. Andiamo a vedere di seguito cos’è esattamente la local SEO e quanto può essere preziosa per un negozio o un’attività di ristorazione o ospitalità. Cos’è la Local SEO La Local SEO è una strategia SEO che permette di acquisire il territorio di ricerca locale per connettersi meglio con utenti e potenziali clienti nelle vicinanze. Se si hanno già dei clienti fidelizzati è più facile avere dei buoni risultati nel breve termine, perché parleranno bene di noi lasciando delle recensioni, ma anche l’attenzione ai contenuti e all’autorevolezza del sito gioca un ruolo fondamentale. Questa tecnica di marketing funziona grazie a 3 fattori principali: la distanza: viene misurata la distanza tra la posizione fisica dell’attività commerciale e la posizione di ricerca, tramite GPS; la rilevanza: va a testare la corrispondenza tra l’attività commerciale con la ricerca effettiva sul motore di ricerca; la prominenza: la valutazione e le recensioni degli utenti giocano un ruolo importante. Per riuscire a posizionare il sito di un’attività in una determinata città, i contenuti dovranno essere ottimizzati riferendosi a quel luogo preciso. Ad esempio, se vogliamo posizionare il sito su Milano, utilizzeremo spesso la parola “Milano” nelle pagine del sito, soprattutto nella Home Page. Gran parte degli utenti utilizza lo smartphone per fare ricerche nel web con l’opzione “vicino a me” o con il GPS attivo. Sfruttando la potenza della Local SEO non bisognerà investire in sponsorizzate o pubblicità, perché facendo un buon lavoro sia sui contenuti che sull’architettura dell’informazione la nostra attività potrà superare tutte le altre o posizionarsi tra i primi risultati. L’importanza della Local SEO per un’attività commerciale Tutte le attività che vogliono raggiungere nuovi clienti dovrebbero puntare sulla Local SEO, soprattutto ristoranti, negozi e attività nati da poco che vogliono farsi conoscere. Ovviamente per avere successo anche il servizio che offriamo deve essere di qualità, altrimenti accumuliamo recensioni negative e gli utenti preferiranno la concorrenza. Oltre a questo, bisogna anche creare un’immagine professionale del proprio brand, con un sito chiaro e dalla grafica accattivante e con un servizio clienti attivo e disponibile. Più è competitiva la nicchia di mercato più sarà difficile avere un buon posizionamento: è necessario investire in un lavoro SEO periodico e a lungo termine, non fine a se stesso. L’algoritmo di Google infatti cambia di continuo e per questo bisogna effettuare spesso modifiche per migliorare la Local SEO. Ad ogni modo, investendo in questa strategia si evita di spendere risorse per campagne o altri tipi di attività di marketing che hanno una durata temporanea. Il consiglio è quello di puntare su una nicchia specifica anziché in un mercato generalizzato. Più si riesce a settorializzare l’attività, più sarà facile ottenere dei riscontri realistici su keyword specifiche. Ad esempio, se la nostra attività è un ristorante, la concorrenza sarà molto alta; quindi è meglio puntare su qualcosa di preciso, come il fatto di servire solo piatti vegetariani o di essere specializzati in pietanze a base di pesce. Essere troppo generici ci porta a confonderci con la massa, dobbiamo quindi trovare quel qualcosa in più che può fare la differenza, anche sul posizionamento online. Fonte:BitMat.it

Sicurezza informatica: come limitare i rischi di una violazione?

Le imprese sono chiamate a ridurre le probabilità di essere violate anche se il rischio 0 non esiste. Vectra AI svela alcuni fattori da tenere in considerazione La sicurezza informatica è ormai un asset sempre più importante per le aziende tanto da essere considerato un fattore abilitante per il business: subire una violazione significa avere ingenti danni economici e reputazionali oltre che non poter operare per diverso tempo. Ne abbiamo parlato con Massimiliano Galvagna, Country Manager di Vectra AI con il quale abbiamo analizzato i maggiori rischi, le debolezze delle imprese e come poter migliorare la sicurezza aziendale. Come si sta evolvendo lo scenario delle minacce informatiche? Il 2022 si è confermato come un anno molto complicato sia in termini di sofisticatezza delle minacce rilevate che per il numero di attacchi effettuati, così come per l’estensione a tutti i livelli dei target colpiti. Non sorprendono pertanto le continue notizie di imprese che hanno subito una violazione soprattutto a causa dei ransomware e, negli ultimi mesi, per attività malevoli con tematiche riguardanti la guerra Russia-Ucraina. Dopo quanto tempo le imprese attaccate si accorgono di aver subito una violazione? Fortunatamente in Europa il tempo medio si è abbassato del 20% rispetto agli ultimi anni e mediamente oscilla tra i 40 e i 50 giorni. Tutto ciò è imputabile ad una crescente maturità delle imprese nei confronti della security e all’introduzione di normative governative volte ad aumentare il livello di sicurezza nazionale come ad esempio l’instaurazione del CERT, organo che ha l’obiettivo di mantenere e sviluppare servizi di protezione preventivi e di diffondere la cultura della security. A tutto questo si aggiunge anche una maggiore collaborazione tra le imprese con l’obiettivo di condividere il know-how sugli incidenti così da fronteggiare al meglio le minacce. C’è però un ulteriore fattore che contribuisce a ridurre il tempo relativo alla scoperta di una violazione, ma non si tratta di un aspetto positivo come i precedenti: gli attacchi ransomware sono pensati per essere il più distruttivi possibili in poco tempo, per cui appena riescono ad entrare in un’organizzazione manifestano subito i loro effetti, venendo così immediatamente rilevati. Quanto costa ad un’organizzazione una violazione informatica? La risposta è molto complessa ed approssimativa in quanto i dati disponibili fanno riferimento soltanto ai casi noti senza tenere conto delle numerose violazioni mai dichiarate. Il costo varia inoltre a seconda della dimensione e dal settore nel quale l’azienda colpita opera. Si tratta in ogni caso di cifre molto significative in quanto le violazioni informatiche colpiscono direttamente il business dell’azienda che deve fermarsi fino a quando l’organizzazione non potrà nuovamente erogare i propri servizi o continuare a farlo in modo sicuro. Oltre ai mancati introiti, l’azienda deve fronteggiare anche un danno d’immagine significativo che può comportare la perdita di numerosi clienti, oltre che il costo effettivo per i team che si dovranno occupare del rispristino delle attività operative. In America si stima che il danno medio si aggiri attorno ad 1 milione di dollari, mentre in Italia, soprattutto a causa della differente composizione del tessuto imprenditoriale nostrano, oscilla tra le poche migliaia di euro fino ad alcune centinaia di migliaia di euro. Cifre in ogni caso ben superiori rispetto alla predisposizione di un sistema preventivo di protezione adeguato. Quali sono gli anelli deboli della sicurezza informatica? Sicuramente il fattore umano e quello tecnologico. Per quanto riguarda le persone, queste possono essere ingannate grazie alle sofisticate tecniche di social engineering. Pertanto, per ridurre tale rischio, le aziende dovrebbero accrescere l’awareness coinvolgendo maggiormente i dipendenti in corsi di formazione sulla sicurezza informatica. Dal punto di vista tecnologico invece, bisogna far riferimento alla complessità delle infrastrutture digitali e tener conto del fatto che il cloud e l’IoT hanno amplificato la superficie attaccabile. A tutto questo si aggiungono soluzioni di security spesso isolate che non si integrano con sistemi terzi e altri prodotti di sicurezza. Come le imprese possono quindi proteggersi? Lo fanno in modo adeguato? Oltre a colmare le problematiche appena citate, si osserva che le aziende hanno ben investito nella prevenzione, ma questo non è sufficiente in quanto le soluzioni di Prevention si occupano soltanto della prima fase di un attacco. Pertanto, qualora ci dovesse essere una violazione, l’impresa si troverà completamente alla mercè dei cyber criminali. Risulta quindi necessaria l’introduzione di soluzioni di Detection and Response, opportunamente integrate con quelle di Prevention. Che ruolo ha la Threat Intelligence? Si tratta di una componente fondamentale per ridurre i pericoli derivanti dagli attacchi informatici, in quanto fornisce informazioni molto utili sugli attaccanti, i loro obiettivi e le tecniche da loro utilizzate. Conoscendo infatti il nemico si potrà migliorare la Prevention e minimizzare la superficie di attacco e di conseguenza anche i rischi di una possibile violazione. Quali sono le soluzioni che Vectra AI mette a disposizione delle aziende? Vectra AI offre una piattaforma di Threat Detection and Response, integrabile con sistemi terzi, che sfrutta gli algoritmi di intelligenza artificiale per rilevare e contrastare gli attacchi in corso su infrastrutture eterogenee. Garantisce inoltre visibilità ed informazioni sulle metodologie di attacco, oltre ad analizzare il comportamento degli utenti, dei device e l’accesso ai servizi determinando così possibili attività sospette. L’intelligenza artificiale sta diventando sempre più importante in ambito security. Sostituirà l’uomo? L’AI ci aiuta e ci aiuterà sempre di più ad accelerare ed automatizzare l’analisi dei fenomeni malevoli e nella correlazione tra i diversi eventi di sicurezza, così da offrire una visione complessiva dei rischi e dei pericoli. Un compito questo che prima era affidato agli analisti ora maggiormente concentrati nell’intervenire, fornire consigli ed avviare strategie ancora più accurate poiché basate sulle migliori e più rapide analisi effettuate grazie all’intelligenza artificiale e al machine learning. Le imprese possono essere protette al 100%? La sicurezza al 100% non esiste e non la si potrà mai raggiungere perché il rischio 0 non esiste. È possibile però ridurre al minimo i pericoli, limitando la superficie di attacco, introducendo nuove soluzioni integrate, affidandosi ad analisti competenti, incrementando le policy e i processi di sicurezza interni, oltre che attraverso il training, la formazione e la creazione

L’eCommerce non riposa. Non è l’estate la stagione calda del settore

e commerce web development

Secondo Aruba il periodo migliore per predisporre il proprio store online e prepararsi alla stagione di picco dell’eCommerce è proprio l’estate. Secondo il Politecnico di Milano, nel 2022 gli acquisti degli italiani tramite eCommerce hanno raggiunto un valore complessivo di 45,9 miliardi di euro. I prodotti hanno segnato un +10% rispetto al 2021 arrivando a quota 34 miliardi, mentre i servizi sono stati valutati 11,9 miliardi (+28% rispetto al 2021) grazie ai segnali di ripresa già evidenziati lo scorso anno. Trend estremamente incoraggianti, che mostrano come il successo di nuove modalità di acquisto e di interazione stiano cambiando il significato originario del negozio fisico, che non fornisce più l’unica possibilità di accesso materiale ad un prodotto o servizio. Nel corso degli ultimi due anni – complice la forte accelerazione impressa dalla digital transformation – molti commercianti hanno iniziato a cogliere i vantaggi del mondo eCommerce, primo tra tutti allargare esponenzialmente il proprio bacino d’utenza. Secondo Aruba, però, quanti non lo abbiano ancora fatto, hanno l’opportunità di digitalizzare il proprio business nel corso di questa estate, un periodo ottimale per farsi poi trovare preparati per la stagione di “picco” dell’eCommerce, ossia l’ultimo trimestre dell’anno. I mesi estivi possono essere – ad esempio – essenziali per: Determinare il proprio business model – Scegliere tra dropshipping – quindi vendere prodotti online senza possederli fisicamente, non disponendo di un magazzino e inventario fisico – e vendita diretta, ossia il business model tradizionale, che prevede costi più alti all’attivazione ma anche margini superiori in fase di vendita. Redigere un business plan – essenziale per disporre di una road map che aiuti a determinare il migliore itinerario da seguire per essere poi competitivi sul mercato. Compiuti tali step, arriva il momento di effettuare la scelta di business che segnerà tutte quelle future: la selezione della piattaforma eCommerce più adatta. Se la volontà è quella di poter essere online in tempi rapidi senza rivolgersi a un professionista o a un’agenzia per creare il proprio sito web, è fondamentale disporre di una piattaforma intuitiva che conferisca al proprio store un aspetto professionale, implementabile senza che si posseggano specifiche competenze tecniche. Come selezionare, dunque, una piattaforma eCommerce se il proprio obiettivo è quello di sfruttare l’estate per essere online già a settembre? Sicuramente, è importante scegliere piattaforme che privilegino un design personalizzabile, ottimizzate automaticamente per il mobile e sufficientemente intuitive per creare nuove pagine, inserire contenuti ed essere online in pochi minuti. In questo modo, sarà semplice aggiungere prodotti e servizi al proprio catalogo e gestire il magazzino ed i principali metodi di pagamento. Tra le funzionalità più interessanti che possono ampliare ulteriormente la propria platea, è bene prestare attenzione a: Integrazione con i social media – A questo proposito, l’integrazione con lo store di Facebook – ad esempio – merita certamente attenzione perché può consentire un netto incremento di visibilità della propria attività. La vetrina social permette agli esercizi commerciali di mostrare i propri prodotti e servizi a una platea virtuale superiore a 2,5 miliardi di potenziali clienti. Funzionalità per prenotazioni online – Chi vende servizi, non può prescindere da una feature che possa consentirgli di ricevere prenotazioni online per corsi, appuntamenti o eventi. Per questo è essenziale affidarsi ad una piattaforma che renda possibile comunicare ai clienti gli orari in cui si è disponibili e consentire loro di prenotare un appuntamento, o ancora scegliere l’ora, la data e il numero massimo di persone per il proprio evento o, infine, scegliere data, ora, frequenza, durata e numero massimo di utenti per il proprio corso. Non basta, però, essere presenti online ma serve essere visibili per intercettare nuovi potenziali clienti. Non bisogna, quindi, dimenticare le attività di SEO e di Advertising online per lavorare sul posizionamento del sito sui motori di ricerca o sponsorizzare la propria presenza digitale. In conclusione, l’esperienza d’acquisto diventa sempre più ibrida anche in Italia; con il mondo fisico e quello digitale che iniziano a disporre di confini sempre meno marcati: per tale ragione non essere presenti online con un proprio canale di vendita vuol dire precludersi la possibilità di far crescere il proprio business. Chi inizierà a strutturare già da oggi la sua presenza online potrà predisporre il lancio ufficiale del proprio eCommerce tra settembre e ottobre, mesi in cui l’attenzione mediatica è particolarmente elevata, cominciando a fidelizzare il proprio pubblico in vista dei momenti cardine del mondo eCommerce attesi tra novembre e dicembre: Black Friday, Cyber Monday e Natale. Secondo la ricerca NetRetail di Netcomm, sono 33,3 milioni gli italiani che hanno comprato su Internet negli ultimi tre mesi, con un aumento pari a 9,6 milioni rispetto al periodo di pre-pandemia. Quale momento migliore, dunque, per intercettare questo pubblico? Fonte:BitMat.it

Il potenziale dei dati non è ancora pienamente sfruttato

italia digitale

Una ricerca di VMware e del prof. Feng Li evidenzia che il 70% delle aziende fatica a innovare perché il potenziale dei dati non viene colto. Secondo i risultati di una nuova indagine VMware che ha coinvolto 100 C-level delle aziende Forbes Top 2000 in Europa, quasi tre quarti (70%) delle organizzazioni faticano a sbloccare il potenziale dei propri dati, con un impatto diretto sulla loro capacità di innovare. Quasi un terzo (30%) dei responsabili aziendali coinvolti nel sondaggio indica come obiettivo strategico numero uno la riduzione dei costi; tuttavia, con la minaccia di una possibile recessione economica causata dalla crisi internazionale, un migliore utilizzo dei dati potrebbe essere una soluzione per abilitare l’innovazione a breve e lungo termine. Il 59% degli intervistati ha dichiarato che le organizzazioni che stanno dando priorità a un processo decisionale basato sui dati stanno guadagnando quote di mercato e il 58% teme di rimanere indietro rispetto alla concorrenza se non farà un migliore utilizzo dei dati. L’incapacità di trasformare le idee in nuovi prodotti, servizi e strategie che stiano al passo con le esigenze del mercato continua a rappresentare un rischio per le organizzazioni. Questo divario tra innovazione ed esecuzione, evidenziato per la prima volta nel 2018 nel report “Innovating in the Exponential Economy” presentato dalla Bayes Business School e da VMware, aumenta all’interno delle organizzazioni che hanno difficoltà a sfruttare il pieno potenziale dei dati. Secondo i responsabili aziendali intervistati, per i prossimi due anni, quattro dei sette principali obiettivi strategici di business richiederanno la disponibilità di dati accurati, pertinenti e tempestivi per sostenere il processo decisionale, dalla comprensione della forza lavoro e della produttività al miglioramento dell’esperienza cliente. Il 52% incentiva i propri team a essere più innovativi e a trovare nuovi modi per portare sul mercato prodotti, servizi e strategie. “La maggior parte delle aziende non è a corto di idee innovative. La realtà è che, nonostante i progressi nella realizzazione concreta delle idee, il divario tra innovazione ed esecuzione permane a causa di una certa carenza di competenze digitali, della presenza di infrastrutture rigide e di vari vincoli e rischi associati alla sovranità dei dati e alla conformità“, ha dichiarato il Professor Feng Li, Chair of Information Management presso la Bayes Business School della City University di Londra, che ha firmato la prefazione del nuovo studio VMware che fa seguito alla prima edizione pubblicata nel 2018. “È interessante notare come, oggi, avere a disposizione troppi dati, e congiuntamente avere difficoltà ad accedere a quelli più critici, è considerato tra gli ostacoli principali da affrontare e che l’attuale stack tecnologico di molte organizzazioni impedisce loro di diventare maggiormente data-driven, con il risultato di perdere le opportunità strategiche“. Le barriere al successo dell’innovazione data-driven Gli ostacoli alla gestione e all’utilizzo dei dati (“data barriers”) includono le organizzazioni che hanno a disposizione una quantità troppo elevata di dati (secondo l’83% dei responsabili aziendali), la difficoltà di accedere ai dati giusti (74%) e i vincoli tecnologici (60%). Anche la data sovereignty, quando i dati archiviati o raccolti sono soggetti alle leggi sulla privacy e alle strutture di governance di una nazione, di un settore industriale o di un’organizzazione, è citata tra le principali preoccupazioni, con direttive nazionali (76%) e di settore (67%) evidenziate come ostacoli significativi alla realizzazione del potenziale stesso dei dati (“data value”). Joe Baguley, VP e CTO EMEA di VMware, ha dichiarato: “L’innovazione non può essere messa da parte, soprattutto in tempi di crisi economica. È qualcosa che scorre nel DNA di un’azienda, che richiede tempo, la giusta cultura, i giusti processi e tecnologie per promuoverla e garantirne il successo. Non si tratta di qualcosa da ostentare, un semplice nice-to-have, ma è ciò che crea un vantaggio competitivo, attrae e trattiene i dipendenti e realizza valore condiviso. Qualsiasi trasformazione, che si tratti di un cambiamento organizzativo radicale o dell’individuazione di nuove modalità per ridurre i costi e ottimizzare i processi, si basa su un’infrastruttura digitale in grado di supportare un processo decisionale informato. I dati fanno questo. Se i responsabili aziendali riusciranno a sfruttare il pieno potenziale dei dati in loro possesso per prendere decisioni e migliorare la data literacy all’interno dell’organizzazione, saranno altrettanto in grado di superare sfide come le restrizioni in ambito sovranità dei dati, e si troveranno in una posizione migliore per realizzare un vantaggio di business tangibile a partire dai loro investimenti nell’innovazione“. “Nell’ecosistema aziendale italiano, fortemente eterogeneo e caratterizzato dalla presenza di realtà di dimensioni diverse e con diversi gradi di digitalizzazione, la sfida per una gestione e un utilizzo dei dati efficiente è ancora maggiore“, ha dichiarato Rodolfo Rotondo, Business Solutions Strategy Director VMware EMEA. “Di contro, siamo fortemente consapevoli che il Paese sia da sempre culla di creatività e innovazione, concepite come vere risorse nello sviluppo sociale ed economico. Per continuare a distinguersi sul mercato, è fondamentale che le aziende implementino i giusti processi e le giuste tecnologie per diventare maggiormente data-driven. Solo in questo modo, e attraverso un intenso lavoro di promozione delle competenze digitali sul territorio che solo una sinergia tra pubblico e privato può realizzare, è possibile concretizzare i tradizionali sforzi di innovazione e raggiungere risultati di business di successo“. Colmare il divario tra innovazione ed esecuzione Per fare in modo che i dati non rappresentino un ostacolo agli sforzi di innovazione è essenziale concentrarsi su persone, processi e tecnologie allo scopo di colmare il divario tra le idee e la realizzazione dell’impatto tangibile. Una volta stabilita questa connessione, le organizzazioni non solo potranno sfruttare il potenziale dei dati, ottenendo valore da essi, ma anche utilizzarli per abilitare maggiori livelli di innovazione. Il 64% delle aziende in Europa utilizza l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico per prendere decisioni informate. “Le aziende in grado di cogliere il potenziale dei dati – e di farlo al momento giusto -aumenteranno certamente la loro presenza e la loro quota di mercato“, ha commentato il Chief Medical Officer di un’azienda sanitaria svizzera, intervistato nell’ambito dell’indagine. “Queste organizzazioni si troveranno in una posizione di vantaggio rispetto ai loro concorrenti. Una maggiore qualità dei dati, la

Spedizioni internazionali: migliorare la strategia con i dati

Brian Slijp di SendCloud spiega come funzionano le spedizioni internazionali e come i dati possano rivelarsi alleati fondamentali dei rivenditori che desiderano ampliare la portata dei loro prodotti e servizi. Lo shopping internazionale è molto richiesto: lo scorso anno quasi la metà (45%) dei consumatori online ha infatti effettuato acquisti oltre le proprie frontiere. Ecco perché, per molti rivenditori online, le opportunità di vendita internazionale sono così allettanti. Per fidelizzare i propri clienti, però, è necessario che le spedizioni siano all’altezza delle loro aspettative. Quali sono dunque i desideri di consegna degli acquirenti transfrontalieri e come possono i rivenditori online soddisfarle? In questo scenario, i dati si rivelano grandi alleati per le spedizioni internazionali. La popolarità degli acquisti internazionali è cresciuta notevolmente negli ultimi anni e, con quasi 1 acquirente su 2 che indica di fare acquisti a livello internazionale al giorno d’oggi, il potenziale delle spedizioni transfrontaliere è diventato enorme. Se però attirare clienti oltre frontiera è relativamente semplice, consegnare un ordine secondo gli standard di consegna locali è tutt’altro che scontato. Le aspettative di consegna variano molto da Paese a Paese e quindi non esiste un corriere unico in grado di gestire tutti i tipi di spedizione. Guardando all’Europa, notiamo per esempio come, mentre in Italia Poste Italiane è il mezzo preferito dal 63% dei connazionali per ricevere le proprie spedizioni, nei Paesi Bassi la maggior parte dei consumatori (87%) preferisce ricevere il proprio pacco da un addetto alle consegne di PostNL. In Belgio, invece, è Bpost il corriere più popolare (86%) e in Germania la situazione cambia ulteriormente con Deutsche Post (62%). Questi dati dimostrano immediatamente perché non esista una soluzione unica per le spedizioni internazionali. Di conseguenza, il primo passo di ogni buona strategia di spedizione internazionale è conoscere i propri clienti. “I consumatori sono più pazienti di quanto ci si aspetti. Gestire le aspettative e comunicare chiaramente con loro è fondamentale”. In generale, osserviamo come i consumatori stiano diventando sempre più esigenti per quanto riguarda l’esperienza di consegna e vorrebbero decidere in maniera autonoma dove, quando e come ricevere il loro ordine. La buona notizia, tuttavia, è che i consumatori non sono così impazienti come si potrebbe pensare. Anche se spesso si considera che la velocità sia un fattore così determinante, non tutti gli ordini sono caratterizzati da urgenza e hanno la necessità di venire consegnati il giorno successivo. Le ricerche mostrano che i consumatori europei sono disposti ad aspettare in media 4,7 giorni per il loro ordine. Mentre in Italia i consumatori vogliono aspettare solo fino a 4,5 giorni, nei Paesi Bassi il tempo massimo di attesa scende 4,2 giorni, e più pazienti francesi sono invece disposti ad aspettare fino a 5 giorni. L’ipotesi che per ottenere il successo internazionale la consegna debba essere effettuata necessariamente il giorno successivo è quindi ingiustificata. I consumatori, con le spedizioni internazionali, sono più pazienti del previsto, ma in questo processo è fondamentale gestire le aspettative e comunicare chiaramente con loro. Se vengono informati subito sui tempi di consegna e le modalità servizio previsti in ogni fase del processo, la maggior parte dei clienti si rivela abbastanza accomodante. Tuttavia, un divario tra le aspettative e l’effettiva esperienza di consegna porta in ultima analisi a clienti insoddisfatti e sappiamo quanto questo debba essere sempre evitato. “Senza dati, un pacco non passa nemmeno più il confine”. Anche se la consegna il giorno successivo non è mandatoria, è fondamentale che le aspettative e l’effettiva esperienza di consegna coincidano. Fortunatamente, esistono diverse opzioni per le spedizioni internazionali: si può lavorare con i corrieri locali, con i principali operatori internazionali o con una combinazione di questi, sapendo quanto il costo, la velocità e la diligenza giochino un ruolo importante. Un’opzione può essere più veloce dell’altra, ma il fattore più importante è rispettare quanto comunicato al cliente. In qualità di rivenditore online, si può optare tra consegna standard, consegna espressa e consegne dirette, che godono di tempi propri e vantaggi aggiuntivi: La consegna standard è molto conveniente perché avviene su strada, dove un primo corriere “affida” la spedizione ad un altro corriere alla frontiera, che a sua volta la passa ad un terzo corriere locale alla successiva frontiera e così via. I pacchi provenienti dall’Italia e diretti all’Europa richiedono generalmente 3-4 giorni a seconda del Paese di destinazione. È sufficiente utilizzare un corriere locale, come Poste Italiane, Bpost, o Deutsche Post, che consegna il pacco Paese per Paese. La consegna espressa si concentra sulla velocità ed è spesso la più efficiente in termini di tempo, poiché la spedizione avviene per via aerea. Grazie al trasporto aereo, i pacchi possono essere consegnati al cliente già il giorno successivo. Esempi di servizi espressi sono UPS, DHL Express e FedEx. Con le spedizioni internazionali dirette, invece, si “inseriscono” i pacchi a livello locale. Un camion pieno di ordini arriva fino al Paese di destinazione e il pacco giunge direttamente nel centro di smistamento del corriere preferito. Un buon esempio è il Nike European Logistics Campus, dove Nike smista già le merci in base al Paese di destinazione e al corriere che le prenderà in gestione prima di affidarle ai servizi di consegna. Il vantaggio di questa strategia è che i rivenditori possono appoggiarsi a corrieri locali e avere il controllo sui tempi di spedizione, ma un punto da considerare è la necessità di un certo volume di consegna per poter utilizzare questa via. In ogni caso, per scegliere la strategia di spedizione più appropriata per ogni Paese, è utile avvalersi di dati rilevanti: ogni metodo di spedizione ha un prezzo, una velocità e vantaggi particolari e solo un’analisi approfondita dei dati di spedizione può aiutare a prendere la decisione più adatta. Se infatti oggi molti business dispongono di dati, non sempre si tratta di informazioni precise e corrette che permettono ai rivenditori di prendere la decisione più responsabile. Per rivedere la propria strategia può essere utile prendere in considerazione le proprie analisi di spedizione, ma anche i dati dei concorrenti per Paese o persino a livello di corrieri. Considerando le spedizioni su larga scala nel settore della logistica dell’e-commerce, per

Gli aggressori informatici aumentano con la crisi economica

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Dall’ultimo Incident Response Report di Unit 42 si evince che le persone vengono tentate dalla crisi a diventare aggressori informatici. Il peggioramento delle condizioni economiche potrebbe spingere un numero maggiore di persone a ricorrere alla criminalità informatica e diventare aggressori informatici per sbarcare il lunario, è questo l’esito della più recente ricerca pubblicata dal team Unit 42 di Palo Alto Networks, player mondiale specialista della sicurezza informatica. Il rapporto “2022 Unit 42 Incident Response Report”, basato su un campione di oltre 600 casi di Incident Response (IR), mira ad aiutare CISO e team di sicurezza a comprendere i rischi emergenti e quali risorse investire per ridurre il rischio di attacco. Unit 42 ha rilevato che il ransomware e la compromissione delle e-mail aziendali (BEC) rappresentano la principale tipologia di incidenti a cui il team IR ha risposto negli ultimi 12 mesi, rappresentando circa il 70% dei casi. “Il crimine informatico è un’attività facile da intraprendere perché caratterizzato da costi contenuti e ritorni spesso elevati. Gli aggressori informatici non qualificati o alle prime armi possono facilmente accedere a strumenti come l’hacking-as-a-service sempre più diffusi e disponibili sul Dark Web”, ha dichiarato Wendi Whitmore, SVP e Head of Unit 42 di Palo Alto Networks. “I creatori di ransomware si sono anche organizzati con un servizio clienti e sondaggi di soddisfazione”. Unit 42 ha inoltre rilevato che il 75% dei casi di minaccia insider coinvolge ex-dipendenti. “L’attuale volatilità economica impone alle aziende di concentrarsi sulla protezione dalle minacce interne: gli aggressori informatici cercano attivamente i dipendenti sul web e offrono denaro per accedere alle loro credenziali”, ha aggiunto Wendi Whitmore. I principali highlight della ricerca includono: Ransomware Ogni quattro ore viene pubblicata sui siti di leak una nuova vittima di ransomware. L’identificazione precoce di questa tipologia di attività è fondamentale. In genere, gli attori del ransomware vengono scoperti solo dopo che i file sono stati criptati e l’organizzazione vittima riceve una richiesta di riscatto. Unit 42 ha identificato che il tempo di permanenza medio (ovvero il tempo che gli attori delle minacce trascorrono in un ambiente mirato prima di essere individuati) è di 28 giorni. Le richieste di riscatto hanno raggiunto i 30 milioni di dollari, mentre i pagamenti effettivi sfiorano gli 8 milioni di dollari, in aumento rispetto ai risultati del Ransomware Report di Unit 42 del 2022. Sempre più spesso, le aziende colpite possono aspettarsi una doppia estorsione, che prevede la diffusione di informazioni sensibili se non viene pagato il riscatto. Il settore finanziario e quello immobiliare sono quelli che hanno ricevuto le richieste di riscatto più alte, con una media di quasi 8 milioni di dollari e 5,2 milioni di dollari, rispettivamente. BEC I cybercriminali hanno utilizzato una varietà di tecniche per compromettere le e-mail aziendali. Forme di social engineering come il phishing offrono un modo facile ed economico per ottenere accessi con un rischio basso di identificazione. Secondo la ricerca, in molti casi gli aggressori informatici chiedono semplicemente ai loro inconsapevoli bersagli di consegnare le credenziali – e le ottengono. Una volta entrati, il tempo medio di permanenza è stato di 38 giorni e l’importo medio rubato di 286.000 dollari. Settori colpiti Molti aggressori informatici sono opportunisti e si limitano a scandagliare Internet alla ricerca di sistemi con vulnerabilità note. Unit 42 ha identificato finanza, servizi professionali e legali, industria manifatturiera, sanità, tecnologia, commercio all’ingrosso e al dettaglio i settori più colpiti. La ricerca rivela inoltre alcune statistiche relative ai casi di IR che gli aggressori informatici non vogliono farvi sapere: I tre principali vettori di accesso iniziali utilizzati sono stati il phishing, lo sfruttamento di vulnerabilità note del software e gli attacchi con credenziali a forza bruta, incentrati principalmente sul protocollo di desktop remoto (RDP). Insieme, questi vettori di attacco costituiscono il 77% delle cause principali delle intrusioni sospette. ProxyShell ha rappresentato più della metà di tutte le vulnerabilità sfruttate per l’accesso iniziale (55%), seguito da Log4J (14%), SonicWall (7%), ProxyLogon (5%) e Zoho ManageEngine ADSelfService Plus (4%). Nella metà dei casi di IR, gli investigatori hanno scoperto che le organizzazioni non disponevano dell’autenticazione a più fattori sui sistemi critici rivolti a Internet, come la webmail aziendale, le soluzioni di rete privata virtuale (VPN) o altre soluzioni di accesso remoto. Nel 13% dei casi, le aziende non disponevano di misure di mitigazione per garantire il blocco dell’account in caso di attacchi con credenziali brute-force. Nel 28% dei casi, la presenza di procedure di gestione delle patch inadeguate ha contribuito al successo delle minacce. Nel 44% dei casi, le organizzazioni non disponevano di una soluzione di sicurezza per il rilevamento e la risposta degli endpoint (EDR) o per il rilevamento e la risposta estesi (XDR), oppure non era completamente implementata sui sistemi inizialmente colpiti. FONTE:BITMAT.IT

Il commercio globale e la grande sfida: la sostenibilità

Durante la conferenza annuale Momentum 2022 Manhattan Associates ha affrontato delle tematiche urgenti che riguardano il commercio globale. La crescita del commercio globale nell’ultimo secolo è certamente uno sviluppo positivo, ma ha anche presentato delle sfide e degli ostacoli da superare. Oltre alle questioni operative ed economiche, l’emergenza legata al cambiamento climatico ha portato le organizzazioni a rivalutare programmi aziendali e sociali, mettendo in primo piano argomenti come l’etica e l’ambientalismo. Moltissimi brand sono diventati più consapevoli e stanno attuando misure per diventare più sostenibili. Durante la conferenza annuale Momentum 2022, Manhattan Associates ha affrontato in modo diretto una serie di queste tematiche urgenti: dalle iniziative ambientali fino al pragmatismo per rendere il commercio globale (e le supply chain che lo alimentano) più sostenibile. Eddie Capel, CEO di Manhattan, lo scorso novembre in occasione della COP26, aveva già parlato del potenziale green insito nelle supply chain, grazie al quale possono aiutare il pianeta. Tuttavia, l’evento annuale Momentum di Miami ha rappresentato per lui un’altra opportunità per evidenziare l’impegno di Manhattan nei confronti della sostenibilità del commercio globale. Il CEO di Manhattan ha annunciato un’iniziativa con One Tree Planted, che prevede di piantare un albero per ogni partecipante a Momentum, mantenendo l’impegno preso con i dipendenti di Manhattan durante la Giornata della Terra, in cui l’azienda aveva promesso di piantare un albero anche per ognuno dei suoi oltre 3.700 dipendenti. L’azienda ha affrontato il tema della sostenibilità per i prodotti, sottolineando la necessità di ampliare le scelte dei consumatori più ecologici, eliminando resi non necessari, sprechi per imballaggi e spedizioni, consentendo loro di modificare un ordine fino al momento in cui l’articolo viene preso in carica per la delivery. Inoltre, ha esaltato i recenti progressi nella gestione dei magazzini e dei trasporti, che riescono ora a ridurre l’impatto dell’impronta di carbonio attingendo a tecnologie emergenti come il machine learning e l’in-memory computing per creare piani logistici più rapidi, intelligenti ed efficienti. Grazie all’innovazione che unisce omnicanalità, distribuzione e soluzioni di trasporto, un’organizzazione può modificare last-minute gli ordini evitando chilometri in eccesso per la consegna, riducendo le emissioni di carbonio e gli sprechi associati ai processi di reso tradizionali. “Il nostro obiettivo è ridurre il numero dei resi dando ai clienti il pieno controllo dei loro ordini fino all’ultimo momento, addirittura prima che i prodotti vengano consegnati al corriere”, ha dichiarato Brian Kinsella, Senior Vice President of product management. Il CEO di DHL Group, Frank Appel, noto e attento supporter dell’integrazione della sostenibilità nei processi logistici nel commercio globale, aveva commentato: “Non c’è modo di evitare una logistica sostenibile in futuro. Oggi stiamo decidendo in che tipo di mondo vivremo noi e i nostri figli tra 30 anni, e la nostra aspirazione è quella di dare un contributo sostanziale per garantire che questo sarà un mondo ancora migliore”. Markus Voss, CIO & COO of supply chain di DHL Group, presente a Momentum, ha ripreso i commenti di Frank Appel, sottolineando il costo del carbonio della logistica e la necessità di collaborare per risolvere la crisi climatica attraverso la digitalizzazione delle supply chain, l’uso di nuove tecnologie green e la diffusione di fonti energetiche sostenibili nel commercio globale. “Entro il 2025”, ha dichiarato Markus Voss, “tutti i nostri magazzini saranno a zero emissioni di CO₂ e credo che raddoppieremo le dimensioni IT dell’organizzazione entro il 2030, in modo da raggiungere l’obiettivo di una supply chain completamente digitalizzata”. DHL sta puntando con determinazione a degli obiettivi sostenibili e si è impegnata a raggiungere un obiettivo di emissioni zero entro il 2050. Inoltre, sta investendo in carburanti sostenibili per l’aviazione in quanto parte di un passo importante nel suo percorso di decarbonizzazione per ridurre l’impatto delle emissioni dei trasporti per i suoi clienti. “La logistica è responsabile del 25% delle emissioni di anidride carbonica, quindi investire in carburanti sostenibili e aerei elettrici oggi è un must, così come spedire tramite via aerea è un grave danno per l’ambiente. Abbiamo bisogno di partner che si impegnino nel nostro stesso percorso digitale e sostenibile”, ha concluso Markus Voss. Michael Relich, co-CEO di PacSun, retailer per la Generazione Z, ha seguito il tema della sostenibilità del commercio globale e ha dichiarato: “Dare una seconda vita agli indumenti riduce l’impatto ambientale fino all’82%, e restituire un capo di abbigliamento all’economia circolare ne prolunga la vita in media di 2,2 anni. Prolungare la vita dei capi d’abbigliamento aiuta a combattere lo spreco di vestiti. Mentre l’acquisto di capi di seconda mano elimina la necessità di produrre nuovi abiti, sottraendoli alle discariche”. Solo negli Stati Uniti ogni anno vengono gettati via 36 miliardi di capi di abbigliamento, il 95% dei quali potrebbe essere riutilizzato o riciclato. Grazie all’impegno di PacSun per la sostenibilità e alla collaborazione con ThredUp, i consumatori possono riciclare e indossare di nuovo i prodotti del brand. Il cambiamento climatico e la sostenibilità sono temi che dovrebbero interessare tutto il commercio globale, dalle più grandi organizzazioni internazionali e i governi, fino al consumatore finale. Spesso il peso di questi problemi può sembrare palese e inevitabile, ma dobbiamo essere ottimisti. Con il tipo di azioni e iniziative collaborative pro-ambiente, possiamo (come individui e brand) costruire un futuro più consapevole e sostenibile per le prossime generazioni. Fonte:BitMat.it

Incidenti ambientali: la speranza viene riposta nell’innovazione digitale

Con Big Data, AI e Space Innovation l’insurtech diventa sempre più predittiva e supportano il settore a prevenire incidenti ambientali. Le catastrofi ambientali sono tra le maggiori sfide per il settore assicurativo. Si calcola che a livello globale gli incidenti ambientali hanno comportato perdite per 343 miliardi di dollari nel 2021, di cui solo il 38% era coperto da un’assicurazione. L’innovazione digitale può aiutare l’industria a sviluppare soluzioni in grado di realizzare analisi predittive per supportare la filiera contro gli effetti del cambiamento climatico. Secondo IIA-Italian Insurtech Association nei prossimi anni i big player del mondo assicurativo dovranno investire almeno 400 milioni di euro per sviluppare nuove tecnologie in ambito Space Innovation, Intelligenza Artificiale e Big Data che aiuteranno a mappare rischi legati a disastri ambientali e stipulare servizi e polizze adeguati. Diversi settori strategici del nostro Paese necessitano di partner in grado di offrire servizi di prevenzione, non più semplici rimborsi dei danni subiti da queste calamità ambientali. Il ruolo dell’assicurazione deve quindi adattarsi a queste necessità, passando da attore passivo orientato principalmente al risarcimento a protagonista attivo nel guidare il cliente dalla stima alla gestione degli incidenti ambientali, fornendo indennizzi per eventuali business interruption. L’innovazione digitale in ambito assicurativo accelera questa transizione, sfruttando una combinazione di tecnologie satellitari, AI e analisi Big Data. Ma secondo IIA è necessario aumentare gli investimenti in tecnologia, per stimolare lo sviluppo del mercato e portare l’Italia al pari degli altri paesi europei. Gli esperti dell’associazione spiegano come grazie ad immagini satellitari che vengono analizzate da software AI-based, sia possibile realizzare modelli predittivi per l’analisi dei dati raccolti e fornire una previsione di eventuali danni naturali. I dati vengono poi utilizzati per fornire una copertura globale sui rischi e supportare strategie di adattamento e mitigazione degli incidenti ambientali in aree urbane e rurali. Piattaforme per la gestione digitale di cat bond possono automatizzare e velocizzare i processi fornendo contratti smart per liquidazioni istantanee. “Ad oggi esistono già diverse realtà italiane che stanno sviluppando soluzioni fortemente innovative che utilizzano dati climatici e meteorologici, provenienti dai satelliti in orbita, allo scopo di fornire prodotti assicurativi parametrici che indennizzano eventi monitorati e misurati per una più adeguata gestione del rischio”, commenta Gerardo Di Francesco, Founder & General SecretaryFounder & General Secretary – Italian Insurtech Association. “SaferPlaces per esempio, una startup che abbiamo conosciuto in occasione di IIA Factor, sfrutta sfrutta dati satellitari per l’analisi del rischio di alluvione nelle aree urbane realizzando mappe di pericolo allagamento per diversi scenari”. Investire in società che lavorano a soluzioni innovative in nel campo degli incidenti ambientali diventa prioritario; in Italia gli investimenti in startup si aggirano intorno ai 10 milioni di euro secondo dati dall’Insurtech Investment Index 2021, una cifra insufficiente, soprattutto se paragonata agli investimenti degli altri paesi europei.  La necessità di aumentarli è evidenziata anche da un recente report EIOPA (European Insurance and Occupational Pensions Authority) che ha classificato questi rischi come potenzialmente distruttivi per il settore assicurativo europeo. “Lo sviluppo della Space Economy fornisce un grande patrimonio di dati di nuova generazione sul nostro pianeta. L’evoluzione e la maturazione delle tecnologie di intelligenza artificiale da all’industria assicurativa la possibilità di valorizzare questi dati per la gestione e il trasferimento di rischi di catastrofi naturali. Particolare attenzione deve essere rivolta al cambiamento climatico, l’attuale situazione deve stimolare l’industry a investire in questa direzione e assurgere in modo completo ed effettivo al suo ruolo”, conclude Gerardo Di Francesco. Fonte:BitMat.it

Frodi eCommerce: la tecnologia è la barriera più potente

Grazie alle nuove frontiere della tecnologia è possibile proteggersi dalle frodi eCommerce, fenomeno che cresce e preoccupa merchant e acquirenti. L’accelerazione dell’e-commerce registrata negli ultimi 2 anni, è un trend che offre nuove opportunità di business ai merchant, ma al contempo apre le porte a nuove minacce per i sistemi informatici. Solo nel 2021 gli operatori di commercio elettronico sono stati frodati per 20 miliardi di dollari (+18% sul 2020). Il dato, che si ricava da uno studio di Juniper Research, evidenzia il livello da allarme rosso raggiunto dal fenomeno. E si tratta solo dei costi vivi, senza considerare cioè i danni reputazionali, che spesso persistono a lungo nel tempo e sono difficili da quantificare. I criminali informatici diventano sempre più raffinati nelle loro azioni: così accanto ai virus (malware capaci di autoreplicarsi e di diffondersi nei computer) e trojan (che si attivano in seguito all’azione dell’utente, che li scambia per software “buoni” e invece sono creati per fare danni), prendono piede anche minacce nuove come le frodi da triangolazione nell’eCommerce (l’acquirente paga la merce attraverso una falsa vetrina online e il truffatore prende i dettagli, spedisce la merce e invia uno storno di addebito al venditore legittimo) e quelle con carte regalo (il truffatore utilizza i dettagli di pagamento rubati per acquistare un prodotto online, quindi restituisce la merce per un rimborso sulla carta regalo). Come proteggersi dalle frodi con l’intelligenza artificiale In parallelo con le minacce, crescono anche le capacità di difesa, che oggi possono contare anche sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale, tecnologia che consente di analizzare enormi quantità di dati, spesso disponibili in maniera disordinata in azienda, per prevedere e prevenire problemi ai sistemi It provenienti dall’interno o dall’esterno dell’organizzazione. Adyen, ad esempio, ha messo a punto una tecnologia che sfrutta miliardi di dati generati dall’apprendimento automatico per gestire le frodi nascoste nell’eCommerce e ottimizzare le conversioni. Grazie al controllo del traffico, questa soluzione autorizza una piccola percentuale di transazioni indipendentemente dal punteggio di rischio per migliorare continuamente i modelli di machine learning e gli attuali profili di rischio degli esercenti. In questo modo, Adyen è in grado di tenere sotto controllo le tendenze emergenti in materia di frodi migliorando di continuo le capacità di apprendimento automatico del sistema per individuare “nuovi” tipi di frode. Inoltre, attraverso un sistema di machine learning, è possibile esaminare ogni transazione e determinare se sembra fraudolenta o autentica. Così facendo, sostituisce la necessità di impostare e adattare i profili di rischio per gli esercenti, poiché il profilo basato sull’apprendimento automatico se ne occuperà al posto loro. “Nell’e-commerce le tipologie di frode sono molteplici e in continua evoluzione: dal furto d’identità, alla friendly fraud – ovvero la richiesta di un rimborso pur avendo già ricevuto i beni – fino alla cosiddetta “verifica delle carte”, dove, in seguito a un furto, una carta viene “testata” per vedere se è ancora attiva”, commenta Philippe De Passorio, Country Manager di Adyen Italia. “Ciò che accomuna questi rischi potenziali è la capacità del merchant di difendersi. Più si è preparati e più velocemente si può reagire, meno rischi si corrono. Questo è certamente l’approccio che adottiamo come azienda nell’innovare continuamente i nostri strumenti per limitare le frodi”. Fonte: BitMat:it

Incentivi PNRR: 9 aziende su 10 puntano sulla digitalizzazione

Secondo un’indagine condotta da Qonto le PMI italiane hanno scelto di sfruttare gli incentivi del PNRR per trasformazione digitale e sviluppo delle competenze. Qonto, soluzione di business finance management, rivela i dati del suo recente Osservatorio, il terzo sulle piccole e medie imprese, condotto su un campione di oltre 1.000 PMI attive in tutto il territorio italiano e operanti in diversi settori. La survey, che ha visto coinvolte aziende appartenenti a diversi settori economici, ha indagato, tra le altre, il comportamento nei confronti degli incentivi previsti da PNRR, lo stato di digitalizzazione delle PMI, la formazione e le competenze maggiormente richieste. “In questo momento, abbiamo di fronte una grande opportunità per spingere verso la digitalizzazione del Paese, partendo proprio dal tessuto imprenditoriale. Il trend è positivo e i dati del nostro osservatorio lo confermano, ma è necessario continuare a lavorare per sensibilizzare sul tema e per stimolare la nascita e la diffusione di competenze digitali, ormai imprescindibili”, commenta Mariano Spalletti, Country Manager per l’Italia di Qonto. Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: oltre il 70% delle imprese utilizza le risorse Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), organizzato in 6 missioni, prevede per l’Italia 191 miliardi di fondi per innovazione e digitalizzazione, transizione ecologica e inclusione sociale. In particolare, Qonto ha indagato in che modo le PMI hanno investito o hanno intenzione di investire tali fondi, focalizzandosi in particolare su come le risorse messe a disposizione dal PNRR possano contribuire ad accelerare il processo di digitalizzazione del tessuto imprenditoriale del Paese. Oltre il 70% delle piccole e medie imprese intervistate ha dichiarato di avere già fatto ricorso o aver intenzione di far ricorso agli incentivi previsti dal PNRR (di queste, il 61% circa ne sta già facendo uso). Dall’indagine emerge in particolare che ad avere già aderito agli incentivi del PNRR sono maggiormente le PMI numericamente più grandi: tra le aziende da 50 a 250 dipendenti una su due (56%) ne ha già fatto ricorso, mentre tra le micro-imprese fino a 10 dipendenti solo una su quattro (26%) si è già attivata per utilizzare i fondi. Tra gli interventi coperti dalle agevolazioni, i più richiesti e scelti da oltre la metà delle PMI intervistate spiccano l’accesso al credito di imposta (52%) e la formazione (51%). Per quanto riguarda la prima, il credito di imposta interessa in particolare le aziende manifatturiere (62,5%) e le imprese dell’edilizia (60%), attirando oltre la metà (52%) delle micro-imprese fino a 10 dipendenti. La decisione di accedere ai finanziamenti è stata in buona parte influenzata dai recenti avvenimenti economici e geopolitici. Lo dichiara il 67% delle imprese che aderiranno al PNRR entro la fine del 2022. I dati mostrano inoltre che l’attuale scenario geopolitico ha favorito la scelta verso il PNRR in particolare delle aziende più giovani (il 75,5% tra le startup e il 72% delle aziende tra i 4 e 10 anni di attività) e le PMI del Sud Italia (il 70% contro il 64% delle PMI al Centro e al Nord). Inoltre, l’indagine sottolinea che i settori più attenti a ricevere i fondi in seguito alla guerra e all’attuale situazione macro-economica mondiale sono le aziende attive nei servizi per la ristorazione e l’ospitalità (76%), le imprese che si occupano di Media & Marketing (76%) e quelle della formazione (74,5%). Per il 67% circa delle imprese, gli interventi previsti grazie agli incentivi del PNRR avranno principalmente effetti nel lungo periodo. Questo dato raggiunge il 76% circa nel caso delle startup ed è addirittura al di sopra dell’80% nel settore manifatturiero. PMI e digitalizzazione: 9 su 10 imprese colgono le opportunità del PNRR Tra gli stanziamenti previsti, 9 su 10 (91%) tra le PMI italiane che stanno già sfruttando o approfitteranno degli incentivi messi in campo dal PNRR, hanno deciso di investire nella digitalizzazione del proprio progetto di impresa. Sul totale delle aziende, la percentuale di quelle che scelgono di aderire al PNRR per innovarsi digitalmente sale dal 55% di dicembre 20212 al 64% di giugno 2022. Per il 68% circa delle PMI che stanno utilizzando o hanno intenzione di utilizzare le risorse del PNRR, il digitale (e più nello specifico l’implementazione di nuovi strumenti digitali o il loro aggiornamento) avrà un ruolo fondamentale o molto importante rispetto alla tipologia di intervento che si prevede di realizzare utilizzando gli incentivi del PNRR, mentre sono solo il 5% circa quelle per cui non avrà un ruolo importante. Competenze digitali: la spinta per colmare il gap Innovare non significa solo implementare sistemi e processi a elevato valore tecnologico ma anche investire in formazione per colmare il gap di competenze digitali, che emerge in maniera evidente se si guarda ai risultati del DESI 2021, che vede l’Italia al 25° posto tra i Paesi dell’Ue in materia di e-skill. Nell’ultimo anno, anche il Ministro per la trasformazione digitale Vittorio Colao, ha più volte lanciato un “allarme competenze”, che trova conferma nei dati della survey, che ha evidenziato come le competenze digitali, oggi più che mai necessarie per essere maggiormente competitivi sul mercato, siano ritenute da 1 azienda su 4 (26%) tra le più difficili da reperire. Non a caso, inoltre, per il 64% circa delle aziende che scelgono di investire in formazione utilizzando gli incentivi del PNRR, gli investimenti in quest’area si focalizzeranno sullo sviluppo di competenze digitali, che rappresenta uno degli elementi chiave del PNRR intorno al quale ruota il futuro delle aziende e delle PMI e in particolare di quelle che operano nel settore manifatturiero (76%) e di quelle in attività da almeno 20 anni (72,5%). Fondi per l’internazionalizzazione richiesti da 1 PMI su 5, Europa prima area strategica Il PNRR prevede circa un miliardo e mezzo di fondi destinati all’internazionalizzazione delle imprese italiane. Secondo quanto emerge dall’Osservatorio Qonto, ne ha fatto ricorso o ha intenzione di farlo entro la fine del 2022 1 su 5 delle PMI che utilizzano o utilizzeranno il PNRR e 1 su 10 tra le startup. L’Europa è la prima area geografica in cui si sceglie di concentrare l’espansione internazionale. In particolare, oltre la metà (52%) è interessata