Minacce informatiche al settore finanziario sempre più elevate secondo i decision maker
Malware, ransomware, spyware, phishing e attacchi mirati sono le minacce informatiche più diffuse nel settore finanziario. Una nuova ricerca di Kaspersky ha rivelato che il 93% dei decision maker IT del settore finanziario ha affermato che la propria organizzazione ha subito uno o più cyber attacchi o problemi di cybersecurity durante la pandemia. Il 60% degli intervistati ha dichiarato che l’azienda per cui lavorano ha dovuto affrontare attacchi ransomware e spyware. Inoltre, i dati mostrano che phishing e attacchi malware (58%) sono minacce informatiche particolarmente diffuse nel settore finanziario. Il settore finanziario italiano è al centro di un processo di digitalizzazione avanzata che permette di ottimizzare le attività aziendali. Sulla scia della pandemia di Coronavirus, questo sviluppo è stato accelerato, poiché molte persone e aziende hanno spostato le loro attività nello spazio virtuale. Secondo l’Indagine Fintech, condotta dalla Banca d’Italia, infatti, la spesa in tecnologie fintech per il biennio 2021-2022 ammonta a 530 milioni di euro, in crescita rispetto al biennio precedente (456 milioni di euro). Tuttavia, l’implementazione di queste complesse tecnologie digitali favorisce l’aumento delle probabilità di attacchi informatici. La ricerca Kaspersky “Sicurezza IT: focus sul settore finanziario in Italia” offre una panoramica sullo stato della sicurezza IT del settore finanziario in Italia, mostrando anche come le aziende e le istituzioni possano proteggersi in maniera efficace contro un numero crescente di minacce informatiche. Il 67% dei decision maker IT italiani appartenenti al settore finanziario considera “alto” il rischio di un attacco informatico. Nonostante l’elevato numero di minacce informatiche al settore finanziario, l’84% pensa che la propria azienda disponga di tutti gli strumenti necessari per contrastare un attacco informatico, percentuali quasi identiche se si prendono in considerazione personale IT (87%) e dirigenti (85%). Questo senso di sicurezza viene percepito soprattutto dalla maggior parte delle aziende (86%) che contano oltre 1.000 dipendenti, che secondo quanto dichiarato dagli intervistati, sono le più protette dalle minacce informatiche e le più inclini ad affidarsi a un Disaster Recovery Plan (95%). Più di nove intervistati su dieci (91%) hanno, infatti, dichiarato di avere Disaster Recovery Plan / Business Continuity Plan regolarmente testati, percentuale che scende all’83% tra le organizzazioni più piccole (50-999 dipendenti). Il 26% sostiene però che manchino le competenze interne adeguate, dato che sale al 39% tra le piccole-medie imprese (250-999 dipendenti). Secondo un responsabile IT di una grande azienda con oltre 5.000 dipendenti la sfida maggiore è “poter fare affidamento su una strategia informatica pronta e reattiva”, mentre per un dirigente di un’azienda delle stesse dimensioni sono gli “attacchi malware, perché sempre più sofisticati e invasivi”. Infine, per il responsabile IT di una realtà con meno di 5.000 dipendenti la sfida è “avere competenze a sufficienza per fronteggiare questi problemi”. “Che si tratti di ransomware, phishing, attacchi mirati o “semplicemente” malware generici, il settore finanziario si trova ad affrontare un panorama diversificato di minacce. Non sorprende quindi che i decision maker IT intervistati valutino la situazione delle minacce informatiche al settore finanziario in Italia come elevata. Le aziende che operano nel settore finanziario si considerano sufficientemente attrezzate contro gli attacchi informatici dal momento che, tra l’altro, dispongono di piani di emergenza. Tuttavia, il settore deve investire maggiormente nella sicurezza informatica. Un attacco che va a buon fine può portare alla perdita di dati, denaro e clienti. Inoltre, è fondamentale affidarsi ai servizi di threat intelligence, ancora poco utilizzati dalle aziende del settore finanziario, per prevedere e prevenire cyber minacce e attacchi”, ha dichiarato Cesare D’Angelo, General Manager Kaspersky Italia & Mediterranean. Cosa teme il settore finanziario Nell’ambito della ricerca sulle minacce informatiche al settore finanziario condotta da Kaspersky sono state approfondite anche le ripercussioni nel caso di un eventuale attacco informatico.Le perdite finanziarie ingenti per i clienti e l’azienda (44%) o la frode, la manipolazione e l’uso improprio dei servizi (40%) sono le prime due preoccupazioni per le società bancarie e finanziarie indipendentemente dalla loro dimensione.L’impatto finanziario di multe o contenziosi normativi si colloca al terzo posto (32%), più della metà degli intervistati (57%). La preoccupazione maggiore per le istituzioni finanziarie con oltre 1.000 dipendenti è, invece, registrare perdite economiche considerevoli sia per i clienti sia per l’azienda stessa a causa di transazioni false (47%), percentuale che si riduce sensibilmente (39%) tra le aziende più piccole (50-999 dipendenti). Per garantire la sicurezza delle istituzioni finanziarie contro le minacce informatiche, Kaspersky consiglia di: Limitare l’accesso ai tool di remote management dagli indirizzi IP esterni Garantire che le interfacce remote siano accessibili solo da un numero limitato di endpoint. Applicare rigorose policy in materia di password per tutti i sistemi IT e utilizzare l’autenticazione a più fattori. Assegnare privilegi estesi solo a chi ne ha bisogno per svolgere il proprio lavoro. Eseguire regolarmente il backup dei dati aziendali rilevanti. In questo modo, i dati importanti che sono stati criptati e resi inutilizzabili da un ransomware possono essere ripristinati rapidamente. Organizzare regolari sessioni di formazione rivolte ai dipendenti, è essenziale per aumentare la consapevolezza sulle minacce digitali. Il sistema di protezione multi-livello aiuta le aziende del settore finanziario e bancario a implementare una strategia di sicurezza flessibile. L’obiettivo è rilevare e ridurre al minimo il rischio di attacchi mirati e di minacce tecnologicamente avanzate, individuando un’ampia gamma di vettori di compromissione. Proteggere gli endpoint e i dispositivi embedded, come bancomat e sistemi POS, nonché altre tecnologie utilizzate nei punti vendita. Proteggere server virtuali e fisici, implementazioni VDI, sistemi di storage e persino i canali di dati nei cloud privati. Consentire ai team SOC di accedere alle informazioni più recenti sulle minacce grazie alla threat intelligence. Gli scenari di simulazione, consentono ai team di sicurezza IT di trovarsi in un ambiente aziendale simulato. Fonte:Bitmat
Volete proteggere i vostri dati? Utilizzate una VPN con generatore di password
In questo articolo scopriamo come le VPN riescono a proteggere i vostri dati Viviamo in un mondo digitale. Al giorno d’oggi, quasi tutti hanno accesso a Internet e utilizzano i servizi online per vari motivi. Gli utenti possono guardare video in streaming, pagare le bollette, utilizzare i social media e molto altro ancora, comodamente da casa o in movimento con le applicazioni mobili. Tuttavia, questo significa anche che i vostri dati sono a rischio. Se utilizzate Internet senza una VPN, state dando agli hacker una linea diretta con le vostre informazioni personali. Ecco perché l’uso di una VPN con un generatore di password è essenziale se volete proteggere i vostri dati e tenere le vostre informazioni private al sicuro da occhi indiscreti. Continuate a leggere per saperne di più su VPN e generatori di password e su come possono proteggervi durante l’utilizzo di Internet! Che cos’è una VPN? VPN è l’acronimo di Virtual Private Network (rete privata virtuale). Una rete privata virtuale è un tipo di rete che utilizza una rete di telecomunicazioni pubblica per fornire accesso remoto alla rete informatica dell’organizzazione. Le connessioni VPN sono comunemente utilizzate per collegare utenti remoti a reti di computer LAN, ma possono anche essere utilizzate per collegare utenti LAN. Quali sono gli utilizzi di una VPN? Le VPN sono incredibilmente utili. Permettono di connettersi a una rete che non è accessibile nel luogo in cui ci si trova. Ad esempio, se viaggiate e volete guardare la vostra squadra sportiva preferita, ma le partite non sono trasmesse nella vostra località, una VPN vi permetterà di collegarvi a un server nel vostro paese e di guardare la partita online! Le VPN consentono anche di proteggere le informazioni personali. Quando ci si collega a un server esterno a quello fornito dal proprio ISP, ci si collega in realtà a una rete completamente diversa. Ciò significa che la persona che gestisce il server non può vedere ciò che state facendo su Internet. È inoltre possibile utilizzare le VPN per cambiare il proprio indirizzo IP. È un’operazione che gli hacker fanno spesso quando cercano di rubare le vostre informazioni personali. Alcune VPN offrono anche un generatore di password sicuro, perfetto per tutti coloro che hanno molti account diversi. Con una VPN è possibile generare password casuali per diversi siti e tenerle al sicuro all’interno della VPN. Così avrete tutte le vostre password al sicuro in un unico posto. Vale la pena di dotarsi di una VPN? Assolutamente sì. Le VPN sono una parte essenziale della privacy su Internet. Quando ci si iscrive a una VPN, si ottiene l’accesso a un server lontano dalla propria posizione fisica. Ciò significa che il vostro indirizzo IP viene mascherato dall’indirizzo IP del server, il che significa che gli altri utenti di Internet non possono vedere ciò che state facendo. Anche il vostro provider di servizi Internet può vedere ciò che state facendo su Internet. Potete utilizzare questa VPN per navigare sul web in modo anonimo, sbloccare contenuti altrimenti bloccati nella vostra località e proteggere la vostra privacy impedendo agli ISP di raccogliere dati sulla vostra attività online. Le VPN sono essenziali per chiunque abbia una presenza online. Che cos’è una VPN? VPN è l’acronimo di Virtual Private Network (rete privata virtuale). Una rete privata virtuale è un tipo di rete che utilizza una rete di telecomunicazioni pubblica per fornire accesso remoto alla rete informatica dell’organizzazione. Le connessioni VPN sono comunemente utilizzate per collegare utenti remoti a reti di computer LAN, ma possono anche essere utilizzate per collegare utenti LAN. Quali sono gli utilizzi di una VPN? Le VPN sono incredibilmente utili. Permettono di connettersi a una rete che non è accessibile nel luogo in cui ci si trova. Ad esempio, se viaggiate e volete guardare la vostra squadra sportiva preferita, ma le partite non sono trasmesse nella vostra località, una VPN vi permetterà di collegarvi a un server nel vostro paese e di guardare la partita online! Le VPN consentono anche di proteggere le informazioni personali. Quando ci si collega a un server esterno a quello fornito dal proprio ISP, ci si collega in realtà a una rete completamente diversa. Ciò significa che la persona che gestisce il server non può vedere ciò che state facendo su Internet. È inoltre possibile utilizzare le VPN per cambiare il proprio indirizzo IP. È un’operazione che gli hacker fanno spesso quando cercano di rubare le vostre informazioni personali. Alcune VPN offrono anche un generatore di password sicuro, perfetto per tutti coloro che hanno molti account diversi. Con una VPN è possibile generare password casuali per diversi siti e tenerle al sicuro all’interno della VPN. Così avrete tutte le vostre password al sicuro in un unico posto. Vale la pena di dotarsi di una VPN? Assolutamente sì. Le VPN sono una parte essenziale della privacy su Internet. Quando ci si iscrive a una VPN, si ottiene l’accesso a un server lontano dalla propria posizione fisica. Ciò significa che il vostro indirizzo IP viene mascherato dall’indirizzo IP del server, il che significa che gli altri utenti di Internet non possono vedere ciò che state facendo. Anche il vostro provider di servizi Internet può vedere ciò che state facendo su Internet. Potete utilizzare questa VPN per navigare sul web in modo anonimo, sbloccare contenuti altrimenti bloccati nella vostra località e proteggere la vostra privacy impedendo agli ISP di raccogliere dati sulla vostra attività online. Le VPN sono essenziali per chiunque abbia una presenza online. Info:Bitmat
Smishing: si contano 100.000 attacchi al giorno nel 2022
Sempre più spesso gli attacchi di smishing sfruttano i provider di messaggistica mobile per nascondere una frode. Servono barriere più forti e meno “permissive”. Provider e aggregatori di messaggi offrono alle aziende un modo scalabile per inviare messaggi mobili, con numerosi usi legittimi. Pensiamo al settore viaggi e hospitality: aggiornamenti dei voli, conferme di prenotazioni di treni e hotel e ristoranti, tutto ricevuto via SMS o notifica su cellulare. Come sottolineato dall’Osservatorio Innovazione Digitale nel Turismo, l’e-commerce dei viaggi guida la crescita del settore, che nel suo complesso conferma una forte ripresa dopo due anni caratterizzati dalle limitazioni alla mobilità, avvicinandosi ai livelli pre-pandemia. A guidare il trend è proprio la componente digitale: nel 2022 l’e-commerce nel mercato dei trasporti è cresciuto dell’84% rispetto al 2021. Tuttavia, a differenza delle email, che possono essere inviate liberamente da qualsiasi dispositivo connesso a Internet, gli SMS viaggiano su una rete chiusa e, per accedervi, i malintenzionati hanno bisogno di hardware costoso o di un fornitore di messaggistica di terze parti che invii gli SMS in rete per loro. E poiché i provider offrono generalmente accesso facilitato alle reti mobili, diventano un bersaglio molto appetibile per gli smishing. I tassi di clic sugli URL nella messaggistica mobile sono fino a otto volte superiori a quelli delle email, e questa reattività permane anche nei mercati in cui servizi come WhatsApp e Messenger hanno sostituito gli SMS come mezzo di comunicazione testuale mobile. Come evidenziato nel report Human Factor 2022 di Proofpoint, i criminali informatici sanno che lo smartphone contiene le chiavi della nostra vita personale e professionale. I tentativi di smishing sono più che raddoppiati negli Stati Uniti nel corso dell’anno, mentre nel Regno Unito oltre il 50% delle esche era incentrato sulle notifiche di consegna. Complessivamente, sono stati lanciati più di 100.000 attacchi telefonici al giorno. Come spiegano i ricercatori Proofpoint: “Molte piattaforme di messaggistica operano su un modello freemium, con scarsa verifica dell’utente e alcune permettono addirittura di registrarsi con un numero prepagato usa e getta. Quindi, anche in caso di rilevazione di un abuso da un dispositivo, i criminali informatici possono registrarne un altro o centinaia. Sono stati segnalati anche casi di malintenzionati che hanno utilizzato numeri di carta di credito o credenziali falsi o rubati”. Come i cybercriminali approfittano di questi servizi Un ulteriore vantaggio offerto da questi servizi è l’accesso a mercati mobili di alto valore, pensiamo a quello statunitense o europeo. Osservando il punto di origine dei messaggi di smishing inviati da una popolare piattaforma americana, si nota che vengono inviati da tutto il mondo. Per un cybercriminale in Pakistan o in Cambogia inviare SMS direttamente negli Stati Uniti sarebbe proibitivo, ma grazie alle opzioni gratuite disponibili, questi attaccanti potrebbero non pagare nulla per colpirne i consumatori. Molti criminali informatici utilizzano le piattaforme di messaggistica per avviare attacchi conversazionali. Di solito iniziano con un messaggio innocuo, spesso un semplice “Ehi, come stai?” e per stabilire un rapporto può essere necessario inviarne più d’uno. Questi attacchi sono spesso multimodali e possono passare dagli SMS a un servizio di messaggistica come WhatsApp, e chiedere alle vittime anche di investire denaro su false piattaforme di criptovalute o altri siti finanziari fraudolenti. Un altro attacco comune consiste nello spoofing di tipologie di messaggi legittime, come notifiche di consegna o reimpostazione della password, che possono condurre a siti di smishing o, meno comunemente, all’invio di malware. Infine, oltre alle minacce palesi, le piattaforme di messaggistica vengono abusate anche per inviare spam assumendo la forma di messaggi politici, offerte locali o avvisi per campagne sociali. Nella maggior parte dei casi questi messaggi non rispettano le impostazioni di opt-in/opt-out o permettono agli utenti di richiedere la rimozione. Come possono reagire i provider “Se i fornitori di messaggistica non abbassassero le barriere all’ingresso, i malintenzionati dovrebbero fare un investimento finanziario più serio per accedere alle reti mobili”, aggiungono i ricercatori Proofpoint. “Lo smishing è un problema complesso, i messaggi dannosi sono spesso indistinguibili da aggiornamenti e notifiche legittime, ma risolverlo è fondamentale per mantenere elevata la fiducia nella telefonia mobile”. Gli operatori di rete mobile filtrano già i messaggi per proteggere gli utenti dagli SMS pericolosi e queste stesse tecnologie possono essere installate dai fornitori di messaggistica per rilevare lo smishing prima ancora che i messaggi vengano trasmessi, permettendo anche una riduzione dei costi legati al pagamento di ogni messaggio immesso in rete. Inoltre, aspetto fondamentale, contribuirebbe a mantenere l’integrità delle comunicazioni mobili da cui queste aziende e molte altre dipendono. Fonte:Bitmat.it
Furto di credenziali bancarie: il rischio raddoppia durante il Black Friday
Nel 2022 Kaspersky ha trovato numerosi esempi di pagine di phishing che per la prima volta abusano dei servizi Buy Now Pay Later per rubare le credenziali bancarie. I ricercatori di Kaspersky hanno riferito che il numero di attacchi tramite Trojan bancari che rubano i dati di pagamento, è raddoppiato nel 2022 rispetto al 2021, raggiungendo quasi 20 milioni. Quest’anno, oltre a questa intensa campagna di furto delle credenziali bancarie, i criminali informatici non sono rimasti fermi e hanno sviluppato nuovi modelli di frode. In particolare, durante il Black Friday, i truffatori hanno utilizzato per la prima volta un nuovo tipo di meccanismi di phishing, sfruttando i servizi Buy Now Pay Later (BNPL). Questi sono alcuni dei risultati del report di Kaspersky “How customers got scammed amid the Black Friday season in 2022”, volto a educare gli utenti in tema di sicurezza durante la stagione degli sconti. I trojan bancari sono strumenti ampiamente utilizzati dai criminali informatici che approfittano della stagione degli sconti. Quando si visita uno store online, il trojan salva tutti i dati che l’utente inserisce nei moduli del sito web così i criminali informatici hanno accesso al numero della carta di credito o di debito, alla data di scadenza e al CVV, nonché alle credenziali di login al sito. Una volta ottenute queste informazioni, gli attaccanti possono utilizzarle per svuotare il conto bancario dell’utente, utilizzare i dati della carta per gli acquisti o vendere i dati nei negozi del Dark Web. Dopo un rapido calo del numero di attacchi con trojan bancari nel 2021, i criminali informatici sono tornati a questo tipo di minaccia con rinnovata forza. Nel 2022, il numero di attacchi è raddoppiato rispetto allo stesso periodo del 2021. Da gennaio a novembre, le soluzioni Kaspersky hanno rilevato e contrastato quasi 20 milioni di attacchi, con una crescita complessiva del 92% nel numero di rilevamenti. La stagione degli sconti attira inevitabilmente l’attenzione di acquirenti e rivenditori. Tuttavia, è anche il momento preferito dai criminali informatici, che non esitano a sfruttare i clienti online con offerte vantaggiose false che scadono rapidamente e obbligano l’utente ad affrettarsi per ottenere il prodotto gratuitamente o al prezzo più basso. In questo modo i criminali informatici catturano i clienti, che sono alla ricerca di offerte gratuite e non controllano con attenzione il sito in cui stanno inserendo i loro dati: quello di phishing o quello originale. Nel 2022, gli esperti di Kaspersky hanno anche trovato numerosi esempi di pagine di phishing che per la prima volta abusano dei servizi BNPL per rubare credenziali bancarie. Questi strumenti consentono ai clienti di suddividere il costo dell’acquisto in diverse rate senza interessi. Di conseguenza, questi servizi attraggono i consumatori, soprattutto i più giovani, e si sono dimostrati particolarmente popolari durante i periodi di shopping come il Black Friday. Un esempio di questo tipo di truffa è l’uso improprio di un servizio popolare chiamato Afterpay (Clearpay nel Regno Unito e in Italia), con 20 milioni di utenti attivi in tutto il mondo. Gli autori della truffa creano una pagina che imita il sito ufficiale, inducendo le persone inconsapevoli a inserire numeri di carta di credito e CVV in un modulo falso. Quando l’utente ha inserito le proprie credenziali bancarie, i criminali informatici cercheranno di rubare quanto più denaro possibile dalla carta, svuotando il portafoglio della vittima. “L’evento di shopping dell’anno – il Black Friday – è un momento cruciale non solo per i venditori e i loro acquirenti, ma anche per i truffatori che vogliono rubare quanto più denaro possibile ai clienti impazienti. Il nuovo modello che sfrutta i servizi Buy Now Pay Later (BNPL) dimostra che i criminali informatici non si fermano nel loro intento di attaccare le vittime ed escogitare nuovi metodi per farlo. Nei giorni ordinari il cliente può facilmente capire: se il prodotto è troppo economico, molto probabilmente si tratta di una truffa, ma durante il periodo degli sconti del Black Friday questo aspetto non è così chiaro. Gli acquirenti diventano meno vigili e sono quindi un facile bersaglio per i criminali informatici. Ecco perché è importante prestare attenzione al sito da cui si acquista, fare attenzione alle aziende sconosciute e utilizzare una soluzione di sicurezza affidabile”, ha commentato Olga Svistunova, Security Expert di Kaspersky. Per usufruire del meglio che il Black Friday ha da offrire quest’anno, Kaspersky consiglia di: Per proteggere tutti i dispositivi che si utilizzano per gli acquisti online, è necessaria una soluzione di sicurezza affidabile. Non bisogna fidarsi di link o allegati ricevuti per posta; verificare due volte il mittente prima di aprire qualsiasi cosa. Prima di inserire qualsiasi informazione, è importante controllare attentamente i siti web degli e-shop: l’URL è corretto? Ci sono errori di ortografia o bug di progettazione? Per proteggere i dati, le attività finanziarie e le credenziali bancarie, è buona norma assicurarsi che la pagina di pagamento sia sicura e che accanto all’URL sia presente l’icona di un lucchetto chiuso. Prima di acquistare un prodotto da un’azienda sconosciuta, è importante controllare le recensioni prima di procedere. Nonostante siano state prese tutte le precauzioni possibili, probabilmente non ci si accorgerà che qualcosa non va fino a quando non si vedrà l’estratto conto della banca o della carta di credito. Quindi, se si ricevono ancora estratti conto cartacei, non bisogna aspettare che arrivino nella mailbox. Per verificare se tutti gli addebiti sono legittimi, basta collegarsi online e, in caso contrario, contattare immediatamente la banca o la società emittente della carta di credito per risolvere la situazione. Fonte: Bitmat.it
Traffico Bot: quanti sono i profili falsi sui social?
Oltre l’80% degli account di Twitter siano fake. Sicuramente tutti abbiamo sentito parlare della sofferta acquisizione e della controversia legale in corso tra Twitter, un’azienda che non cercava di essere acquisita, ed Elon Musk, che ha ritirato la sua offerta di acquisto del social network. Al centro di questo conflitto troneggia il tema del traffico di bot. Negli ultimi sei anni, un team di data scientist si è occupato dell’analisi delle interazioni web per identificare i bot, le applicazioni a cui si rivolgono e i loro obiettivi. In media, ogni giorno, circa 2 miliardi di transazioni vengono analizzate dall’infrastruttura di Bot Defense di F5. Ed è doveroso informare centinaia di aziende, che operano in tutti i settori, di quale sia il loro traffico bot. Il traffico di bot di Twitter è quasi certamente molto più consistente di quanto è stato pubblicamente dichiarato, anzi, forse è maggiore persino di quanto si creda internamente all’azienda. In tutta onestà, la situazione è probabilmente simile a quella di tutte le organizzazioni che, pur essendo bersaglio di bot dannosi o indesiderati, non utilizzano le migliori tecnologie per eliminarli. Di seguito un’analisi di ciò che si è imparato sul traffico bot negli ultimi anni, per spiegare come, tutto sommato, sia stato così facile arrivare a questa conclusione. I bot hanno sempre un obiettivo Un’organizzazione che consente ai clienti di accedere agli account online sa bene quanto l’automazione venga spesso utilizzata contro l’applicazione di login per tentare qualsiasi tipo di frode. Ad esempio, un’organizzazione che offre prodotti con sconti speciali online vedrà i cybercriminali sfruttare l’automazione per estrarre informazioni su tariffe e prezzi di rivendita. Ci sono decine di esempi come questo. Nel caso di Twitter, un incentivo fondamentale ai fake è l’acquisizione di follower. Oggi si pensa che più follower si hanno, più interessante è il profilo e i suoi tweet, e, in effetti, gli account con il maggior numero di follower tendono a essere i più influenti. L’obiettivo di amplificare l’influenza degli account è il punto chiave che fa sì che questo modello possa diventare interessante anche per il cybercrime. Immaginate la risonanza che si potrebbe ottenere attraverso il controllo automatizzato di milioni di account Twitter che interagiscono con gli account, reali, di personaggi pubblici e privati cittadini. È probabile che questo attragga attori nazionali altamente motivati e dotati di risorse virtualmente illimitate. Se c’è una motivazione e ci sono i mezzi, ci saranno inevitabilmente più bot Ciò detto, non solo c’è un enorme incentivo ad applicare questo modello a Twitter, ma esistono anche i mezzi per realizzarlo. Su Internet sono disponibili innumerevoli servizi (in particolare nei mercati del dark/deep web) che offrono account Twitter, follower, like e retweet a pagamento. A scopo di ricerca, è stato fatto questo esperimento sfruttando tali servizi su un account Twitter creato appositamente. Per meno di 1.000 dollari, l’account oggi conta quasi 100.000 follower. Una volta è stata twittata una completa idiozia pagando i follower perché la ritwittassero. Lo hanno fatto da account con nomi come “TY19038461038”, e seguono anche molti altri account. Quanto sarebbe stato facile, quindi, creare un account Twitter utilizzando l’automazione? Dopo aver ricercato qualche framework di automazione su YouTube e Stack Overflow, si è scoperto che, tutto sommato, è facile. Procedendo con i test, è stato scritto uno script, per nulla sofisticato, in grado di creare automaticamente un account Twitter, che non è stato bloccato da alcuna contromisura. L’indirizzo IP e l’user agent non sono stati cambiati, né è stato fatto nulla per nascondere le attività. Se è così facile realizzare tutto questo per una persona con competenze limitate, immaginate quanto sia facile per un’organizzazione di individui altamente qualificati e motivati! Le aziende spesso sottovalutano le dimensioni del problema del traffico bot Qualche anno fa, un sito di social network statunitense ha adottato la soluzione di Bot Defense di F5 e ha scoperto che il 99% del proprio traffico di login era automatizzato: avete letto bene, il 99%. In effetti, è stato riscontrato che in molte applicazioni l’80-99% del traffico è automatizzato e non si tratta di casi isolati, ma è comune a molte organizzazioni (retailer, istituti finanziari, telco e fast food, per citarne alcuni). Per l’azienda è stata una notizia inaspettata quanto devastante. Si sapeva già di avere un problema di bot, ma non avrebbero mai immaginato che fosse di questa entità. Solo una minima parte degli account dei clienti era costituita da veri clienti umani! Per le aziende di social network, il numero di utenti attivi giornalieri (DAU), che è un sottoinsieme di tutti gli account, è un dato molto importante; scoprire che questo numero rappresentava in realtà una minima frazione dei DAU reali ha fatto crollare il valore dell’azienda in borsa in modo significativo. Le aziende che traggono vantaggio dai bot non sempre vogliono sapere la verità Forse sarebbe stato meglio per i suoi azionisti se l’organizzazione non avesse mai appreso la verità e si fosse limitata ad affermare che il problema bot era inferiore al 5%. Una problematica che non si applica solo ai siti di social network, la cui valutazione è determinata dal numero di utenti attivi giornalieri, ma anche ad aziende che vendono, ad esempio, prodotti e servizi ad alta domanda con scorte limitate, come biglietti per concerti, sneakers, borse firmate o smartphone. Quando questi prodotti si esauriscono in pochi minuti a causa dei bot, per poi essere rivenduti su un mercato secondario a prezzi decisamente gonfiati, i clienti ne sono parecchio infastiditi. Eppure, l’azienda continua a vendere rapidamente l’intero inventario. In alcuni di questi casi, un’azienda potrebbe dare l’impressione di fare tutto il possibile per fermare il traffico bot ma decidere che in realtà è più conveniente fare finta di nulla. Non si tratta solo di Twitter Considerando il volume e la velocità raggiunti dalle tecnologie di automazione, la sofisticazione dei bot per cogliere nuove opportunità di profitto e la relativa mancanza di contromisure che ho riscontrato nella mia ricerca, si può giungere a una sola conclusione: con ogni probabilità, più dell’80% degli account Twitter sono in realtà bot. Ovviamente si tratta di un’opinione personale e sicuramente
Il digitale in Puglia cresce del 5% rispetto al 2021
Il rapporto Anitec-Assinform conferma che si continua a investire sul digitale in Puglia ma persiste ancora un divario a livello nazionale. Nel 2021 il mercato digitale, in Puglia, ha registrato un valore pari a 3,18 miliardi di euro, oltre il 4% del valore nazionale (75,3 miliardi) con una crescita del 4,7% sull’anno precedente. Il 2022 si prevede ancora positivo (+ 3,5%) con stime di crescita più robusta nei prossimi anni (2023-2025) fino a raggiungere un +5,9% nel 2025, soprattutto in vista degli investimenti per la digitalizzazione previsti dal PNRR e di un minore impatto della crisi energetica e internazionale. Sono questi alcuni dei dati relativi al mercato digitale in Puglia, frutto della prima analisi a livello regionale del rapporto nazionale Anitec-Assinform; lo studio, condotto in collaborazione con il Distretto Produttivo dell’Informatica pugliese, è stato presentato in occasione dell’apertura dei lavori del Forum Ambrosetti nella sede di Exprivia a Molfetta, per il secondo anno consecutivo hub regionale dell’evento insieme a BPPB. Da oltre 50 anni l’associazione che raccoglie le principali aziende di Information and Communication Technologies che operano sul mercato italiano, in collaborazione con NetConsulting cube, analizza il settore e il mercato dell’ICT in Italia fornendo punti di forza e linee di indirizzo per la politica industriale. “Questa prima fotografia dello stato dell’ICT in Puglia offre l’occasione per ragionare ulteriormente su come sfruttare appieno le opportunità della trasformazione digitale e del PNRR anche nella nostra regione”, afferma Domenico Favuzzi, Presidente e Amministratore Delegato del gruppo Exprivia e Vice Presidente nazionale di Anitec-Assinform. “Infatti, la combinazione di importanti investimenti pubblici e di contributi all’innovazione e all’occupazione, per le aziende che si localizzano al Sud, sta attirando molto interesse a livello nazionale e internazionale. È importante che in questo nuovo scenario caratterizzato anche da crescenti preoccupazioni di tipo inflazionistico e geopolitico non vada persa l’occasione per un salto di qualità necessario anche delle imprese del nostro territorio, promuovendo una qualità di progetti che possano alimentare un processo di innovazione sociale ed economico con un orizzonte temporale ampio e duraturo. Siamo certi che potremo vincere questa sfida solo rafforzando la rete delle nostre imprese e coinvolgendo anche il mondo istituzionale e accademico della nostra regione”. “La digital transformation sta rivoluzionando radicalmente tutti i settori, tra cui, inevitabilmente, anche quello finanziario”, dichiara il presidente di BPPB Leonardo Patroni Griffi, “un beneficio di non poco conto poiché offre ai clienti servizi sempre più smart ed evoluti, ma che comporta ovviamente una maggiore richiesta di investimenti da parte delle banche che intraprendono sempre più collaborazioni con le Fintech. Noi, come banca del territorio, stiamo investendo molto in digitale: questo ci permette di dialogare da remoto con la nostra clientela promuovendo una rinnovata “vicinanza” virtuale e fidelizzandone il rapporto. Oggi il mercato del lavoro richiede nuove competenze, necessarie per comprendere le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie e gestirne le applicazioni nei processi organizzativi e di business di banche e intermediari finanziari. Questo potrà delineare una nuova fisionomia del settore bancario italiano, portando ad un’accelerazione dei processi di consolidamento e all’ingresso di nuovi operatori altamente specializzati””. A crescere, nel corso del 2021, sono stati quasi tutti i settori del mercato digitale in Puglia. In particolar modo l’ambito dei ‘Contenuti e pubblicità digitali’ è cresciuto del 13,7%, trainato da una ripresa degli investimenti pubblicitari online sia da parte delle imprese private che per sostenere il settore turistico; il comparto ‘Dispositivi e sistemi’ registra un +8,5%, per il forte incremento delle vendite di personal computer e apparecchi televisivi. Crescono un po’ meno i settori Software e soluzioni ICT (+7,3%) e Servizi ICT (+7%), tra cui spiccano i servizi di Cybersecurity e Cloud Computing. Proprio quest’ultimo sarà la leva che trainerà la maggiore crescita del settore dei Servizi ICT da qui al 2025: l’adozione della ‘nuvola’, tra l’altro, che consente di disporre dei servizi da remoto, ha rappresentato il più importante fattore di accelerazione della digitalizzazione in tutta Italia a seguito della pandemia. Circa un terzo della spesa digitale complessiva in Puglia avviene nel Barese (33,9%), area in cui si concentrano maggiormente attività legate a Pubblica Amministrazione, finanza e attività manifatturiere; segue la provincia di Lecce con una quota del 18,9% del mercato digitale pugliese. A pari livello il Foggiano (15%) e la provincia di Taranto (14%) mentre in fondo alla classifica quelle di Brindisi (9,4%) e BAT (8,9%). “Con lo studio “Il digitale in Puglia 2022. Mercati, dinamiche, policy”, realizzato in collaborazione col Distretto Produttivo dell’Informatica pugliese, avviamo la prima analisi del mercato digitale a livello regionale”, commenta il Presidente Anitec-Assinform, Marco Gay. “La dimensione territoriale è fondamentale per il settore dell’ICT, protagonista indiscusso della competitività dell’intero Paese e delle politiche di attuazione del PNRR. Nel contesto di estrema incertezza in cui ci troviamo abbiamo bisogno di creare aggregazioni sinergiche tra i protagonisti del digitale, soprattutto sui territori. E questo studio può fornire il punto di partenza per progettare ecosistemi sinergici e competitivi”. Protagonisti della crescita del mercato digitale in Puglia sono la Pubblica Amministrazione – che nel 2021 cresce con un tasso di crescita del 16%, trend che rimarrà tale anche nel prossimo triennio – e la Sanità (+9%), i settori più dinamici interessati dall’ammodernamento tecnologico delle infrastrutture e dei servizi offerti ai cittadini. Segue il settore dell’Industria, che ha registrato nel 2021 una ripresa degli investimenti (+7,4%) legati soprattutto alle esigenze di automatizzazione del comparto, soprattutto su linee produttive e logistica. Rispetto alla media nazionale, nel Mezzogiorno e in Puglia la presenza di personale ICT è nettamente meno diffusa. Meno di un quinto (22,7%) delle posizioni aperte e pubblicate sul web nel Mezzogiorno (Sud e Isole) riguarda professioni ICT: nel 2021 si cercavano 1.844 unità. La figura più richiesta è quella del Developer (sviluppatore software), seguono il Digital Consultant, il Digital Media Specialist e il System Analyst. Nel 2020, al netto delle cessazioni, sono state assunte 1.095 persone. “Il rapporto “Il Digitale in Puglia 2022” propone un’analisi trasversale della filiera ICT regionale sia per quanto riguarda la domanda che per quanto riguarda l’offerta, mettendo in luce le potenzialità ma anche le criticità che si trovano ad affrontare gli imprenditori dell’ICT della nostra regione, sia grandi imprese, che PMI”, dichiara Gianni Sebastiano, CSO di Exprivia, Past President e Coordinatore del progetto Osservatorio ICT del Distretto dell’Informatica. “Il rapporto, redatto con la medesima metodologia adottata a livello nazionale,
Minacce cloud e web: un rischio da non sottovalutare

Per proteggere il personale e difendersi dalla perdita di informazioni le aziende devono attuare strategie puntuali contro le minacce cloud e web. Proofpoint, azienda specializzata nel settore della cybersecurity e della compliance, ha pubblicato la sua recente analisi, “Cloud and Web Security Challenges in 2022”, realizzata in collaborazione con The Cloud Security Alliance (CSA). Lo studio ha interpellato più di 950 professionisti di informatica e sicurezza di organizzazioni di diverse dimensioni e paesi, per comprendere meglio conoscenza, comportamenti e opinioni del settore in merito alle minacce provenienti da cloud e web. I risultati rivelano le sfide che le organizzazioni stanno affrontando per proteggere i nuovi ambienti cloud implementati durante la pandemia, mantenendo al contempo gli apparati legacy e cercando di adattare la propria strategia complessiva di sicurezza a un panorama in continua evoluzione. “Sulla scia del COVID-19, le aziende hanno accelerato notevolmente le loro iniziative di trasformazione digitale per adattarsi alla necessità di una forza lavoro remota“, commenta Hillary Baron, Lead Author e Research Analyst di CSA, organizzazione specializzata nella definizione di standard, certificazioni e best practice per garantire un ambiente cloud computing sicuro. “Se queste iniziative mirano a migliorare produttività dei lavoratori, qualità dei prodotti o altri obiettivi aziendali, non mancano però possibili conseguenze indesiderate e problematiche dovute ai cambiamenti strutturali su larga scala richiesti. Una di queste consiste nello sviluppare un approccio coesivo alle minacce cloud e web, gestendo al contempo le infrastrutture di sicurezza legacy e on-premise”. Con la continua migrazione delle organizzazioni verso il cloud, aumenta la dipendenza da fornitori di terze parti e partner, che a sua volta aggrava il rischio di minacce in arrivo tramite la supply chain. Secondo lo studio “Cloud and Web Security Challenges in 2022” l’81% delle aziende intervistate è moderatamente o fortemente preoccupato per i rischi legati a fornitori e partner, e quasi la metà (48%) indica specificamente la potenziale perdita di dati come risultato di tali rischi. Questo elevato livello di preoccupazione è del tutto giustificato, dato che il 58% ha indicato che nel 2021 terze parti e fornitori sono stati oggetto di una violazione basata su cloud. Lo studio rivela che la protezione dei dati è una delle principali preoccupazioni delle aziende, con il 47% che indica la “perdita di dati sensibili” come conseguenza più preoccupante degli attacchi cloud e web. Tra i dati di cui le aziende si preoccupano maggiormente ci sono quelli dei clienti, le credenziali e la proprietà intellettuale. Il 43% ha indicato la protezione dei dati dei clienti come il principale obiettivo di sicurezza cloud e web per il 2022. Nonostante ciò, solo un terzo (36%) dispone di una soluzione di Data Loss Prevention (DLP) dedicata. “Man mano che le aziende adottano infrastrutture cloud a supporto dei propri ambienti di lavoro remoti e ibridi, non devono dimenticare che il nuovo perimetro è rappresentato dalle persone. Ed è responsabilità di un’organizzazione formare ed educare adeguatamente dipendenti e stakeholder su come identificare, contrastare e segnalare gli attacchi prima che provochino danni“, spiega Mayank Choudhary, Executive Vice President e General Manager Information Protection, Cloud Security & Compliance di Proofpoint. “Coltivare una cultura della sicurezza all’interno e intorno all’organizzazione, insieme all’uso di soluzioni semplificate, è fondamentale per proteggere efficacemente le persone dalle minacce cloud e web e difendere i dati aziendali“. I principali risultati dell’analisi includono: Il 47% degli intervistati ha indicato la “perdita di dati sensibili” come conseguenza più preoccupante degli attacchi cloud e web, mentre il “pagamento di un riscatto” è risultato il meno preoccupante (10%). Il 58% ha avuto un fornitore di terze parti, un contractor e/o un partner coinvolto in una violazione cloud. Le aziende temono che le applicazioni cloud colpite contengano o forniscano accesso a dati quali e-mail (36%), autenticazione (37%), archiviazione/condivisione di file (35%), gestione delle relazioni con i clienti (33%) e business intelligence aziendale (30%). Quasi la metà degli intervistati (47%) ritiene che la gestione dei sistemi legacy sia la principale fonte di preoccupazione per la sicurezza cloud, mentre per il 37% è necessario preparare e formare i dipendenti a un comportamento più sicuro. Solo un terzo delle organizzazioni intervistate (36%) dispone di una soluzione dedicata di Data Loss Prevention (DLP). Le altre soluzioni implementate includono sicurezza degli endpoint (47%), soluzioni di gestione delle identità (43%) e gestione degli accessi privilegiati (38%). Fonte:BitMat.it
Consumatori sostenibili: quali le esigenze e le aspettative?

Uno studio SAP aiuta le aziende a capire come i “consumatori sostenibili” italiani si orientano all’acquisto di prodotti e servizi e come interagiscono con i brand. SAP presenta i risultati di una ricerca volta a comprendere come si comportano i “consumatori sostenibili” italiani quando devono decidere acquisti per la propria famiglia o per sé stessi in una o più delle seguenti categorie: cibo e beni di consumo, moda, servizi finanziari e bancari, servizi di pubblica utilità, e viaggi. “Il gruppo di interesse che sta evolvendo più velocemente è il consumatore green. Potremmo essere convinti di sapere chi sia, cosa sta pensando e dove viva, e potremmo sbagliarci”, ha dichiarato Carlos Diaz, Chief Sustainability Officer, SVP EMEA South di SAP, a margine della presentazione dei risultati della ricerca. “Ogni anno realizziamo la Sustainable Consumer Research per conoscere ciò che i clienti dei nostri clienti desiderano. I consumatori sostenibili stanno definendo le nuove regole di mercato, rappresentano un nuovo punto di riferimento perché definiscono quali aziende sopravvivono e quali prosperano. Comprendere le tendenze del mercato della sostenibilità è essenziale per gestire un’organizzazione sostenibile e intelligente. Le aziende che padroneggiano queste tendenze possono rendere la sostenibilità redditizia e il profitto sostenibile”. Inquinamento, consumo delle risorse e produzione di rifiuti sono le preoccupazioni maggiori degli italiani. Salute globale e diseguaglianza economica considerati meno significativi. La survey evidenzia che la maggiore preoccupazione per gli italiani è l’inquinamento dell’acqua, considerato un problema importante da più della metà degli intervistati (53%), seguito dall’inquinamento dell’aria (43%), dal consumo delle risorse disponibili (38%) e dalla produzione di rifiuti (35%). Nonostante la crisi sanitaria degli ultimi due anni, il tema della salute globale si pone al penultimo posto tra i timori degli italiani con il 16% di risposte, davanti solo al tema della diseguaglianza economica (6%). Identikit del “consumatore sostenibile” La ricerca di SAP ha indagato le caratteristiche dei consumatori che acquistano o sono interessati ad acquistare prodotti o servizi green in senso ampio, ovvero quelli che lo studio definisce i “consumatori sostenibili”. Ne emerge che l’attenzione a problematiche sociali e ambientali influenza positivamente il consumatore sostenibile e ne guida le scelte; inoltre, rispetto ad altri consumatori, questo cluster pone maggior attenzione alla propria impronta di CO2 e giudica più importanti il rispetto delle norme e la corporate governance come garanzia dell’impegno di un’impresa ad assumere comportamenti etici e responsabili. I settori più influenzati dalla richiesta di maggiore sostenibilità La categoria cibo e beni di consumo è quella con la percentuale più alta di consumatori sostenibili: il 35%. Le categorie utilities, servizi finanziari e bancari, e moda mostrano un livello di maturità moderato, rispettivamente con il 22%, 21% e 17% dei rispondenti. Il settore dei viaggi evidenzia invece una maturità minore (9%). Un risultato chiave della ricerca SAP, rispetto all’edizione dell’anno scorso, è che i consumatori italiani sostenibili sono ora meno disposti a pagare un premium price per i prodotti e servizi sostenibili (in media dichiarano lo 0-5% in più) rispetto agli altri consumatori, che sono disposti a pagare in media tra l’11 e il 20% in più. Questo vale per tutti i settori. Probabilmente, i consumatori green si aspettano che i fornitori trovino il modo di fornire prodotti e servizi sostenibili senza far ricadere sul cliente finale gli eventuali costi aggiuntivi. Nel settore della moda è importante notare che una fetta molto ampia di consumatori (73%) è preoccupata per le questioni sociali. Per questi consumatori, elementi come il trattamento corretto dei lavoratori, compensi adeguati e rispetto dei diritti degli animali sono molto importanti. Nel settore bancario circa il 21% dei consumatori considera le questioni legate alla sostenibilità critiche nella scelta di prodotti finanziari o investimenti. Inoltre, una porzione abbastanza ampia di consumatori (15%) si definisce fedele verso gli istituti con cui già collabora e non compara fra loro gli istituti in base a performance sulla sostenibilità. Nell’ambito delle utilities, sebbene solo il 17% dei consumatori possa essere considerato green, circa il 44% si preoccupa di temi sociali (come, ad esempio, adeguati compensi per i lavoratori e rispetto dei diritti umani). I clienti mostrano poi un’elevata propensione, approssimativamente tra l’11 e il 20% in più, a pagare per energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili. Strumenti per coinvolgere i clienti I modi con cui un’azienda può coinvolgere maggiormente i propri clienti sui temi legati alla sostenibilità variano tra i diversi settori. Per la categoria cibo e beni di consumo, il 60% degli intervistati ha indicato di voler ricevere informazioni trasparenti sui prodotti; per il fashion la modalità preferita, con il 40% dei rispondenti, è la possibilità di accedere a un tool che visualizza come le loro azioni possono contribuire direttamente alla sostenibilità; per il settore bancario la prima modalità di interazione, con il 45% di risposte, è il poter accedere a momenti pratici di apprendimento su come adottare comportamenti e pratiche sostenibili; infine, per i consumatori green delle utilities risulta predominante con il 37% la possibilità di poter far parte di gruppi social tematici proposti dall’impresa. FONTE: BitMat.it
Lotta ai cambiamenti climatici: determinante la diffusione dell’AI
Secondo il report di AI for the Planet, BCG e BCG Gamma la lotta ai cambiamenti climatici attraverso l’AI è ostacolata da troppi fattori. Il cambiamento climatico avrà un impatto significativo sui sistemi ambientali, sociali, politici ed economici: capire come ostacolarlo, oltre che sviluppando piani di adattamento e resilienza, è pertanto cruciale. Certamente gli sforzi per raggiungere l’obiettivo net-zero entro il 2050 sono decisivi, così come lo sono quelli per prepararsi alle conseguenze del cambiamento climatico e per ridurre i danni che ne deriveranno. Per questo, la diffusione di analisi avanzate basate sull’uso di Intelligenza Artificiale (AI) può rappresentare oggi una soluzione fondamentale nella lotta ai cambiamenti climatici con l’implementazione cambiamenti significativi in un momento critico. Secondo il recente studio “How AI Can Be a Powerful Tool in the Fight Against Climate Change” realizzato da AI for the Planet Alliance in collaborazione con Boston Consulting Group (BCG) e BCG GAMMA, l’87% dei leader di svariati settori, sia pubblici che privati, ritiene che l’Intelligenza Artificiale sia una valida leva nella lotta ai cambiamenti climatici. Lo studio rileva infatti, sulla base dei risultati di un’indagine condotta su oltre 1.000 dirigenti, che circa il 40% delle organizzazioni è disposta ad utilizzare l’AI per le proprie iniziative climatiche e di sostenibilità. Tuttavia, gli esperti concordano sul fatto che ci siano ancora degli ostacoli significativi perché l’adozione dell’AI possa realmente estendersi: il 78% degli intervistati cita tra questi l’insufficiente competenza in materia, il 77% menziona la limitata disponibilità di soluzioni di AI e il 67% mostra una mancanza di fiducia verso dati e analisi AI. “La capacità unica dell’AI di raccogliere, completare e interpretare grandi e complesse mole di dati aiuta gli stakeholder a essere maggiormente informati e ad adottare un approccio efficace per ridurre le emissioni di carbonio e affrontare in modo mirato rischi climatici. La maggior parte delle soluzioni esistenti tendono a essere frammentate, di difficile accesso e non dispongono delle risorse necessarie per scalare”, commenta Roberto Ventura, Managing Director and Partner di BCG. L’uso dell’AI nella lotta ai cambiamenti climatici Più del 60% dei leader globali intervistati considerano la riduzione e la misurazione delle emissioni, come il massimo valore che le aziende possono trarre dall’AI. Tuttavia, ci sono diversi modi per utilizzare l’AI per raggiungere obiettivi di contrasto al cambiamento climatico: Mitigazione: uno dei più importanti usi dell’AI sta nella misurazione, sia a livello micro che macro, nella riduzione e nella rimozione di emissioni e effetti dei gas serra (GHG). Secondo BCG, l’uso dell’AI può trainare le riduzioni GHG dal 5% al 10%, o da 2.6 a 5.3 di gigatoni di CO2 se applicata globalmente. Adattamento e Resilienza: l’adattamento ai cambiamenti climatici è una questione fondamentale per i decisori politici e pubblici, in quanto aumenta la capacità di resilienza sia verso gli effetti di lungo termine del cambiamento climatico – come, ad esempio, la previsione dell’innalzamento del livello del mare, che rispetto agli eventi climatici estremi e imprevisti – come la previsione di uragani o siccità. Fondamentali: L’AI può essere utilizzata per supportare la ricerca e la necessità educativa sul cambiamento climatico, aiutando gli stakeholder a comprendere i rischi e le implicazioni dello stesso e incoraggiandoli nella diffusione e condivisione di quanto appreso. Questi sforzi agiscono come un fondamentale supporto del costante lavoro di mitigazione, adattamento e resilienza. “L’Intelligenza Artificiale rappresenta una promessa incredibile nella risoluzione della crisi climatica, ma da sola non è sufficiente. È vincolata alla volontà dei decisori di implementare i cambiamenti necessari – supportati in parte dall’AI e dalle altre tecnologie emergenti”, ha commentato Damien Gromier, Fondatore di AI for the Planet e co-autore del report. Nell’arena della lotta ai cambiamenti climatici, ci sono una moltitudine di utilizzi decisivi offerti dall’Intelligenza Artificiale, ma ogni soluzione deve risultare accessibile, offrire benefici tangibili agli utenti e raccomandazioni chiare e semplici da applicare. FONTE: BitMat.it
Minacce email difficili da riconoscere: le più comuni sono 3

Barracuda ha identificato 13 tipi di minacce email e spiega quali sono le più difficili da riconoscere e perché. C’è una domanda che tutte le organizzazioni si devono porre quando si tratta di protezione delle email: “i miei utenti sono in grado di distinguere un’email legittima da una minaccia?” Alcune aziende possono investire pesantemente in un’architettura di sicurezza, ma molte non se lo possono permettere. In uno scenario di aziende con diversi livelli di protezione, il denominatore comune è rappresentato dagli utenti finali. Barracuda ha recentemente identificato 13 principali tipi di minacce email. Di seguito, le tre minacce email più difficili da riconoscere da parte degli utenti. Business email compromise (BEC) Qualcuno finge di essere una persona interna all’azienda o con stretti legami con la stessa al fine di ottenere qualcosa di valore. Con questo tipo di attacchi, la speranza dell’hacker è di spingere la vittima a fornire denaro, credenziali di accesso o altri dati sensibili. Perché queste minacce email sono difficili da riconoscere Questi messaggi sono tipicamente confezionati per apparire come se provenissero dall’email personale di qualcuno e contengono una richiesta urgente. Vogliono che il destinatario pensi: “questa persona ha fretta e ha bisogno del mio aiuto”. L’aggiunta di una frase a indicare che il messaggio è stato spedito da un dispositivo mobile aumenta la probabilità che il destinatario non faccia caso agli errori di ortografia o alla formattazione anomala. Spesso, le persone non conoscono gli indirizzi email personali dei loro colleghi o manager e quindi, se il nome appare corretto nell’intestazione o nella firma, non si fanno troppe domande. Conversation hijacking Questo tipo di attacco avviene quando un malintenzionato ha già ottenuto l’accesso a un account interno: si inserisce in una conversazione legittima usando un dominio somigliante e verosimile e rimuovendo poi la parte compromessa, riducendo il thread a uno scambio di messaggi tra l’hacker e la sua nuova vittima. Perché queste minacce email sono difficili da riconoscere La vittima ha già stabilito un rapporto con il legittimo destinatario: potrebbe trattarsi di qualcuno con cui scambia regolarmente email o con cui ha parlato al telefono o incontrato di persona. Talvolta, l’unico indizio sarà una piccolissima differenza nell’indirizzo email e/o nel dominio della parte compromessa. Se il destinatario della truffa si trova sul dispositivo mobile, distratto o non nella possibilità di fare un doppio check dell’indirizzo del mittente, è facile che cada vittima di questo tipo di attacco. Brand impersonation Esistono due tipi di brand impersonation: service impersonation e brand hijacking. Il primo tipo si ha quando l’hacker finge di essere un’applicazione comunemente utilizzata per costringere gli utenti a digitare le credenziali di accesso o altre informazioni personali. Il secondo avviene quando un hacker utilizza un dominio contraffatto per fingere di essere un’azienda conosciuta. Perché queste minacce email sono difficili da riconoscere Gli utenti sono abituati a ricevere email legittime da applicazioni che li invitano a reinserire le proprie credenziali. Queste email provengono da servizi come, ad esempio, Microsoft 365, Amazon e Apple, che chiedono agli utenti di confermare la propria identità, reimpostare la password o accettare nuovi termini di servizio. Per questo motivo, molti utenti non ci pensano due volte prima di cliccare su link che in realtà li indirizzano a siti di phishing. FONTE: BitMat.it