BeeProd sulla rivista Tecnologia & Innovazione
[vc_row type=”in_container” full_screen_row_position=”middle” column_margin=”default” column_direction=”default” column_direction_tablet=”default” column_direction_phone=”default” scene_position=”center” text_color=”dark” text_align=”left” row_border_radius=”none” row_border_radius_applies=”bg” overlay_strength=”0.3″ gradient_direction=”left_to_right” shape_divider_position=”bottom” bg_image_animation=”none”][vc_column column_padding=”no-extra-padding” column_padding_tablet=”inherit” column_padding_phone=”inherit” column_padding_position=”all” column_element_spacing=”default” background_color_opacity=”1″ background_hover_color_opacity=”1″ column_shadow=”none” column_border_radius=”none” column_link_target=”_self” gradient_direction=”left_to_right” overlay_strength=”0.3″ width=”1/1″ tablet_width_inherit=”default” tablet_text_alignment=”default” phone_text_alignment=”default” bg_image_animation=”none” border_type=”simple” column_border_width=”none” column_border_style=”solid”][vc_column_text]Siamo lieti di annunciare che BeeProd®, il nostro incredibile software dedicato alle aziende di produzione, è stato protagonista di un articolo sullo speciale “Consulenza e Innovazione” della prestigiosa rivista “Tecnologia & Innovazione”. “Tecnologia & Innovazione” è la rivista che divulga le più importanti innovazioni tecnologiche nel contesto industriale e aziendale italiano. La rivista mappa dall’interno i principali processi di cambiamento dei settori trainanti Made in Italy: dall’automotive alla moda, dal food&beverage al settore dell’arredamento e dell’automazione. All’interno dell’articolo è presente un approfondimento su BeeProd® e un Case History di un’azienda leader nel suo territorio che parla di come BeeProd® ha migliorato la sua produzione.[/vc_column_text][divider line_type=”No Line” custom_height=”40px”][vc_custom_heading text=”Di seguito il link all’articolo online e il link per sfogliare l’intera rivista gratuitamente online.” font_container=”tag:h4|text_align:center” use_theme_fonts=”yes”][divider line_type=”No Line” custom_height=”40px”][vc_row_inner column_margin=”default” column_direction=”default” column_direction_tablet=”default” column_direction_phone=”default” text_align=”center”][vc_column_inner column_padding=”no-extra-padding” column_padding_tablet=”inherit” column_padding_phone=”inherit” column_padding_position=”all” column_element_spacing=”default” background_color_opacity=”1″ background_hover_color_opacity=”1″ column_shadow=”none” column_border_radius=”none” column_link_target=”_self” gradient_direction=”left_to_right” overlay_strength=”0.3″ width=”1/2″ tablet_width_inherit=”default” bg_image_animation=”none” border_type=”simple” column_border_width=”none” column_border_style=”solid”][nectar_btn size=”jumbo” open_new_tab=”true” button_style=”regular” button_color_2=”Accent-Color” icon_family=”default_arrow” text=”Leggi l’articolo online” url=”https://tinnovamag.com/publiredazionali/beeprod-lincredibile-software-di-produzione/”][/vc_column_inner][vc_column_inner column_padding=”no-extra-padding” column_padding_tablet=”inherit” column_padding_phone=”inherit” column_padding_position=”all” column_element_spacing=”default” background_color_opacity=”1″ background_hover_color_opacity=”1″ column_shadow=”none” column_border_radius=”none” column_link_target=”_self” gradient_direction=”left_to_right” overlay_strength=”0.3″ width=”1/2″ tablet_width_inherit=”default” bg_image_animation=”none” border_type=”simple” column_border_width=”none” column_border_style=”solid”][nectar_btn size=”jumbo” open_new_tab=”true” button_style=”regular” button_color_2=”Accent-Color” icon_family=”default_arrow” text=”Sfoglia la rivista online” url=”https://tinnovamag.com/riviste/speciale-consulenza-innovazione-2023/”][/vc_column_inner][/vc_row_inner][/vc_column][/vc_row]
La Pubblica Amministrazione italiana sta vincendo la sfida della digitalizzazione
Nella PA si osserva però un livello di attenzione spesso insufficiente per l’individuazione di potenziali vulnerabilità di sicurezza che possono coinvolgere le applicazioni e le infrastrutture basate su Cloud La Pubblica Amministrazione italiana è sulla giusta strada nel processo di integrazione fra i canali di contatto online e quelli offline. Complice l’emergenza sanitaria, che ha sicuramente accelerato questo processo, il settore pubblico ha iniziato a riflettere sul ruolo dei singoli punti di contatto con i cittadini e a lavorare per un’integrazione tra i diversi canali. Oggi la quasi totalità degli enti pubblici (98%) offre la possibilità di prenotare un servizio online e usufruirne offline. Sono questi i dati dell’ultimo rapporto sulla digitalizzazione dei canali di vendita nel settore della Pubblica Amministrazione, realizzato dagli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano in collaborazione con Minsait. Secondo il rapporto, le organizzazioni pubbliche stanno anche rivedendo il ruolo dei touchpoint fisici: gli sportelli non sono più uno spazio dedicato solo all’accesso ai servizi, ma si stanno trasformando in un punto di supporto cross-canale all’utente in tutte le fasi del processo di interazione con l’ente. In questo caso, le soluzioni tecnologiche implementate con maggior frequenza riguardano i sistemi di prenotazione online della visita allo sportello (implementata dal 96% delle organizzazioni), le soluzioni per consentire il pagamento digitale di servizi pubblici presso gli sportelli (95%), i sistemi per la gestione virtuale delle code (85%), le soluzioni per raccogliere e integrare le informazioni sul singolo utente (attraverso, ad esempio, totem interattivi per la profilazione) per avere una vista unica sul cliente, adottate dal 24% degli enti pubblici. Una barriera all’integrazione di attività e processi relativi ai singoli canali è data, ad oggi, da uno scontro tra funzioni e difficoltà ad abbattere i silos. Infatti, il 18% delle pubbliche amministrazioni gestisce in maniera indipendente (a silos) ogni canale presidiato, attraverso una funzione o un responsabile ad hoc per canale. Il 34% degli enti, pur avendo una gestione a silos, afferma di aver stabilito meccanismi di coordinamento tra le funzioni dei diversi canali. Ma c’è anche una buona parte di aziende pubbliche che sta provando a superare queste difficoltà. Il 22% ha introdotto un responsabile cross-funzionale con un team ad hoc dedicato al coordinamento dei diversi canali, mentre il 26% del campione ha realizzato una funzione aziendale completamente dedicata alla gestione integrata dei differenti punti di contatto. “L’interoperabilità e l’integrazione dei canali online e offline per le organizzazioni della pubblica amministrazione porta benefici tangibili, facilitando l’accesso ai servizi, migliorando l’efficienza e potenziando l’esperienza dei cittadini. Un’interazione sinergica tra questi canali permette di offrire soluzioni complete e personalizzate, consentendo una comunicazione più efficace, un flusso di informazioni più rapido e una maggiore trasparenza nella gestione delle attività amministrative“, afferma Giuseppe Catarinozzi, direttore del mercato Pubblica Amministrazione di Minsait in Italia. Transizione al Cloud Due sfide decisive per il successo del processo di digitalizzazione dei canali della Pubblica Amministrazione riguardano la transizione al Cloud e la sicurezza delle informazioni. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha stanziato ingenti fondi per la digitalizzazione della PA indirizzandola su un principio Cloud First. Ad oggi, secondo il rapporto, ad eccezione del sito web, che risiede in Cloud per più della metà degli enti intervistati, gli altri canali presi in esame (App Mobile, Contact Center e sportelli) sono ancora gestiti nel Data Center dell’ente. Ciononostante, buona parte delle organizzazioni progetta di migrare questi sistemi in Cloud nei prossimi 12 mesi. I principali vantaggi del Cloud per le aziende pubbliche riguardano: la scalabilità per adattarsi alle nuove esigenze o ai cambiamenti delle esigenze iniziali (motivazione significativa per l’adozione del Cloud nel 96% dei casi), la rapidità per sperimentare soluzioni innovative (85%) e l’usabilità delle soluzioni (74%) che facilita l’adozione effettiva degli strumenti e la trasformazione dei processi. Tra le principali problematiche, le organizzazioni pubbliche evidenziano la variabilità dei costi di Operations per il 67% del campione e la mancanza di competenze per il 40% delle aziende. Cybersecurity Anche la sicurezza riveste un ruolo cruciale nel processo di digitalizzazione della PA, al fine di garantire ai cittadini la possibilità di accedere ai servizi da remoto, gestendo dati spesso critici o sensibili. Secondo il rapporto, il 79% delle PA mette a disposizione dei propri utenti sia credenziali proprietarie sia sistemi di identità digitale nazionali (come SPID e CIE) per garantire l’accesso sicuro ai propri servizi online. Nel 18% dei casi è sufficiente l’utilizzo di credenziali proprietarie, mentre nel restante 3% l’accesso può avvenire unicamente attraverso identità digitali nazionali. Questa rilevazione evidenzia un generale ritardo rispetto a quanto previsto dalla normativa vigente: secondo quanto stabilito dal Decreto Semplificazioni, tutte le amministrazioni locali e centrali avrebbero dovuto integrare SPID e CIE come sistemi di autenticazione e accesso ai servizi pubblici digitali a partire da febbraio 2021. All’interno della pubblica amministrazione, inoltre, si osserva un livello di attenzione spesso insufficiente per l’individuazione di potenziali vulnerabilità di sicurezza che possono coinvolgere le applicazioni e le infrastrutture basate su Cloud, sfruttabili dai criminali informatici come punto di ingresso per attuare azioni malevole nei sistemi aziendali. Il 37% delle organizzazioni sembra non aver ancora definito una strategia chiara per riconoscere le vulnerabilità presenti nelle applicazioni e nelle infrastrutture: tra queste, il 35% effettua solo occasionalmente attività di identificazione, mentre il restante 2% non svolge alcuna forma di valutazione della sicurezza. Fonte:Bitmat
Imballaggi aggiuntivi nelle spedizioni: gli italiani ne farebbero a meno
Amazon ha aumentato gli ordini spediti senza imballaggi aggiuntivi. I clienti però possono scegliere di celare il contenuto dell’acquisto. Il settore eCommerce si sta impegnando molto per ridurre il proprio impatto sull’ambiente e, per farlo, parte dal packaging. Secondo uno studio commissionato da Amazon, il 64% degli italiani sarebbe disposto a ricevere gli ordini online nel loro involucro originale, senza imballaggi aggiuntivi. Questi risultati vengono rilasciati in concomitanza con l’aumento degli articoli di prima necessità – tra cui, ad esempio, accessori per la cucina, detersivo per il bucato e pannolini – che i clienti italiani potranno ricevere da Amazon senza imballaggi aggiuntivi. Il mancato utilizzo di imballaggi aggiuntivi consente alle spedizioni di essere più leggere e di occupare meno spazio nei furgoni per la consegna. Ciò contribuisce alla riduzione delle emissioni legate alle consegne e riduce per i clienti la quantità di materiale da riciclare. Dal 2015, Amazon ha ridotto il peso degli imballaggi in uscita per singola spedizione del 38% in media ed eliminato oltre 1,5 milioni di tonnellate di materiale da imballaggio. I clienti rinuncerebbero agli imballaggi aggiuntivi, ma solo per alcune tipologie di prodotti Tra gli articoli che le persone sono più disposte a ricevere nella confezione originale del produttore con la sola aggiunta di un’etichetta con l’indirizzo di spedizione, ci sono gli alimenti per animali, la carta igienica, i detersivi per la casa, i cibi in scatola, i prodotti per il giardinaggio e gli articoli per il fai da te. I prodotti che i clienti sarebbero meno contenti di ricevere senza imballaggio aggiuntivo includono articoli per la cura della persona, come preservativi, crema per le emorroidi e strisce per la ceretta all’inguine, e articoli di valore elevato, come le console per videogiochi e i personal computer. Tutte categorie che Amazon esclude già automaticamente dal programma per la riduzione degli imballaggi aggiuntivi. “Al pari nostro, anche i nostri clienti hanno davvero a cuore la riduzione degli imballaggi. E, anche se in questo ambito abbiamo fatto molti passi avanti nel corso degli anni, potremo dirci soddisfatti solo quando riusciremo ad eliminarli del tutto”, ha dichiarato Justine Mahler, Director of Packaging Innovation per Amazon. “Stiamo collaborando con i produttori per progettare imballaggi originali adatti ad essere spediti in modo sicuro ai clienti, senza che ci sia bisogno da parte nostra di aggiungere sacchetti di carta, buste o scatole. Abbiamo aumentato il numero di ordini spediti ai nostri clienti senza imballaggi aggiuntivi del 50% in Italia lo scorso anno e stiamo lavorando per spedirne sempre di più“. I clienti possono usufruire di questo programma in modo automatico, senza dover selezionare alcuna opzione. Se il prodotto è idoneo, durante il check-out viene visualizzato un messaggio che spiega che “l’articolo arriverà in una confezione che rivela ciò che contiene“. I clienti che desiderano celare gli ordini possono farlo selezionando la voce “Nascondi il contenuto, spedisci nell’imballaggio Amazon” dal menu a tendina disponibile per gli articoli certificati per essere spediti senza imballaggi da consegna aggiuntivi. Sicuri e certificati Tutti i prodotti e gli imballaggi selezionati per il programma hanno superato rigorosi test di caduta, per assicurare che gli articoli siano in grado di raggiungere i clienti in modo sicuro e protetto nella loro confezione originale – un fatto rassicurante per quel 51% degli intervistati che ha identificato nel possibile danneggiamento durante il trasporto la principale preoccupazione per le consegne senza imballaggi aggiuntivi. Oltre il 36% ha dichiarato invece che sapere di poter ottenere un rimborso o una sostituzione per gli articoli non ricevuti dona la fiducia necessaria per scegliere questo tipo di opzione di consegna. Se c’è un problema con un ordine Amazon, il cliente può sempre rivolgersi al servizio clienti per richiedere una sostituzione o un rimborso completo. Gli italiani non sembrano preoccupati dei vicini “ficcanaso”: il 78% degli intervistati ha dichiarato di fidarsi dei propri vicini per la cura delle consegne quando non sono presenti per riceverle. Meno imballaggi aggiuntivi, l’ambiente ringrazia! Amazon sta lavorando a stretto contatto con aziende come Procter & Gamble per progettare e testare imballaggi per i loro prodotti che siano in grado di essere spediti senza involucri aggiuntivi. Quando gli imballaggi sono necessari, Amazon utilizza algoritmi di apprendimento automatico per ottimizzare la scelta degli imballaggi appropriati, affinché questi si adattino al meglio, utilizzando la minor quantità possibile di materiale e proteggendo gli ordini dei clienti. Oltre a ridurre gli imballaggi, Amazon è co-fondatore e primo firmatario del Climate Pledge, un impegno a raggiungere zero emissioni nette di CO2 entro il 2040. Ad oggi, il Pledge conta più di 400 firmatari, in 55 settori e 35 Paesi. Nell’ambito di questo impegno, Amazon è sulla buona strada per alimentare tutte le sue attività con il 100% di energia rinnovabile entro il 2025. L’anno scorso, l’azienda ha annunciato che investirà oltre 1 miliardo di euro in 5 anni per elettrificare la rete dei trasporti dei suoi fornitori di servizi di consegna in Europa al fine di ridurre le emissioni di CO2. Fonte:bitamat
Influence Marketing: mercato in evoluzione, ma non mancano i rischi
Dal White Paper di FLU emerge che solo il 30% dei brand ha un team dedicato all’influence marketing e non tutti monitorano e garantiscono la brand safety. Le tendenze dell’Influence Marketing a livello mondiale sono chiare: entro il 2025 i brand spenderanno circa 22 miliardi di dollari. Sempre più aziende oggi inseriscono questa leva all’interno del proprio marketing mix, in sinergia con altri touchpoint. L’Influence Marketing appare dunque come un settore multi sfaccettato, che non può più essere affrontato con superficialità, sia per la rilevanza a livello di investimenti, sia per tutte le implicazioni che porta con sé. Il maggiore spazio che trova all’interno dei piani di comunicazione ha trasformato, inoltre, le dinamiche del settore, creando la necessità di lavorare con metriche più puntuali e di avere una regolamentazione aggiornata. Influence Marketing: un mercato in controtendenza Stando alle stime di UPA in Italia questo settore vale oltre 300 milioni, ma in controtendenza a una crescita costante solo metà delle aziende italiane utilizza tool per monitorare e garantire la brand safety e solo il 30% ha una figura o un team dedicato alla gestione delle attività di influence marketing. I dati, da un certo punto di vista sorprendenti, emergono da una nuova ricerca condotta da FLU, realtà specializzata in influence marketing parte di Uniting Group, che ha da poco pubblicato “BRAND SAFETY e Influence Marketing: strumenti legali e guideline per tutelare la tua campagna”, white paper realizzato con il contributo di IAP (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria) e dello studio legale DGRS. Uno strumento che mira a rispondere ad alcune delle domande più comuni da parte di aziende e attori del settore sul rapporto tra Influencer e sicurezza del brand, ma anche sulla tutela degli stessi creator e dei loro intermediari. I risultati principali del White Paper Tra le principali evidenze che emergono dalla ricerca non sorprende invece che per l’80% dei marketer l’elemento più importante quando si parla di brand safety è la credibilità, mentre 7 marketer su 10 sono preoccupati per l’accostamento con influencer e talent che spesso prendono posizione su tematiche eticamente controverse. La ricerca, grazie al coinvolgimento di un campione selezionato di importanti aziende italiane e multinazionali operanti in Italia, mira ad esaminare i principali rischi, gli strumenti legali e linee guida da seguire quando si affronta una campagna di influence marketing per poter garantire la brand safety. Contratti di Influence Marketing non è ancora standardizzato Il white paper dedica poi un approfondimento alla Digital Chart, strumento particolarmente importante dato che, come emerge dal white paper, solo 1 brand su 2 utilizza clausole di esclusività nei contratti di influence marketing e solo il 40% inserisce eventuali penali. “Oltre cinque anni di esperienza nel settore, ci hanno permesso non solo di monitorare l’evoluzione dell’Influence Marketing e dell’utilizzo di questo asset all’interno del marketing mix, ma anche di constatare come, ancora oggi, le aziende si approccino in maniera molto differente. La tipologia di interlocutori con cui dialoghiamo è molto ampia e questo è un indicatore piuttosto eloquente del fatto che a questa tipologia di attivazioni siano attribuiti differenti obiettivi”, afferma Rosario Magro, Co-Founder e Chief Operating Officer di FLU. “Esistono, ovviamente, casi specifici e tantissime eccezioni, ma è interessante creare correlazioni ricorrenti per capire la percezione dell’Influence Marketing da parte delle aziende e studiare progetti il più possibile su misura rispetto alle loro esigenze”. Fonte:bitmat
Automazione: è l’event-driven automation il futuro
Le piattaforme di automazione aiutano gli amministratori e semplificano i processi. La event-driven automation porta a un livello di libertà ancor più elevato. In questo articolo Goetz Rieger, Principal Solution Architect di Red Hatparla dell’importanza dell’automazione delle infrastrutture IT e di come l’event-driven automation consenta una gestione completamente automatizzata. Event-driven automation: automatizzare l’automazione Gli amministratori non hanno vita facile. Applicazioni sempre più complesse e volumi crescenti di dati richiedono infrastrutture IT più grandi, e anche il passaggio al cloud si sta facendo sentire. Improvvisamente, gli amministratori devono gestire scenari ibridi e multi-cloud che elevano ulteriormente il livello di complessità. E come se non bastasse, la richiesta di operatori qualificati è più forte che mai. Con un mercato che non è in grado di soddisfare questa domanda, c’è una costante carenza di personale, che a sua volta porta a un sovraccarico nei reparti operativi IT di molte aziende. Il tempo rappresenta un’altra sfida complessa. Nessuna azienda può permettersi di aspettare mesi per collegare nuovi server e client o installare software. Tuttavia, se mancano le risorse umane o se le infrastrutture sono troppo grandi per essere gestite manualmente, non è possibile evitarlo. Nel caso di patch e aggiornamenti, il fattore tempo porta con sé anche un aspetto di sicurezza: più a lungo rimangono aperte le falle nella sicurezza, maggiore è il rischio. Le piattaforme di automazione cambiano tutto Rispetto a questi e altri problemi, la soluzione è un’automazione strategica dell’IT, che significa automatizzare non solo alcuni processi selettivi, ma il più possibile e in tutta l’azienda. Dal punto di vista tecnico, le piattaforme di automazione sono il mezzo per raggiungere questo obiettivo: automatizzano le fasi amministrative ridondanti e i processi di controllo di hardware e software. In questo modo, alleggeriscono gli amministratori e creano la libertà di occuparsi di attività a maggior valore aggiunto. L’esperienza mostra che i migliori risultati in termini di automazione si ottengono con piattaforme che hanno un’architettura modulare e comunicano tramite interfacce di programmazione (API). Le piattaforme disponibili come software open source hanno un chiaro vantaggio in questo senso, poiché i moduli per molte applicazioni e dispositivi provengono dalla comunità. Un buon esempio di strumento di automazione che combina modularità e disponibilità open source, con la possibilità di un supporto professionale, è Red Hat Ansible Automation Platform. L’automazione viene eseguita tramite i cosiddetti playbook, che gli amministratori scrivono nel linguaggio di markup YAML (Yet Another Markup Language). In questi playbook, ad esempio, vengono definiti tutti i passaggi necessari per installare una patch su un numero qualsiasi di sistemi Linux. Una volta creati, gli utenti possono eseguire questo processo più volte premendo un pulsante, ad esempio quando è disponibile la patch successiva. Il vantaggio principale delle piattaforme di automazione è che possono utilizzarle non solo gli specialisti IT. Un’interfaccia grafica, che fa parte del repertorio standard, permette anche a chi non è esperto di tecnologia di farlo. Le piattaforme di automazione non sono rivolte solo agli amministratori IT, ma anche agli sviluppatori: spesso testano nuove versioni di software, per le quali hanno bisogno di istanze isolate di server o di cloud che devono configurare e distribuire. Poi devono spingere il software sul sistema e installarlo. Potrebbero eseguire tutti questi passaggi con un solo clic attraverso l’interfaccia utente della piattaforma di automazione, a condizione che sia stato predisposto un playbook appropriato. Inoltre, queste istanze di test possono essere chiuse con un solo clic, il che è particolarmente importante nel contesto del cloud per non incorrere in costi inutili. La event-driven automation fissa nuovi standard L’automazione tramite modulo (o playbook nel caso di Ansible) è un primo passo importante, ma è proattivo. Ciò significa che l’esecuzione dei processi automatizzati deve essere attivata dall’utente stesso. Nell’amministrazione IT, tuttavia, ci sono sempre una serie di eventi ai quali gli amministratori IT devono reagire prontamente. Spesso la reazione (o “azione”) necessaria non è altro che l’esecuzione di una serie di processi che potrebbero essere eseguiti anche automaticamente. È qui che entra in gioco la event-driven automation, ovvero l’automazione basata sugli eventi. Per abilitarla, le piattaforme di automazione hanno bisogno di un “ascoltatore di eventi”. Si tratta di una componente in grado di elaborare gli eventi generati da strumenti di terze parti. In Ansible, queste applicazioni sono chiamate sorgenti e la piattaforma supporta già in modo nativo strumenti come Prometheus, Sensu, Apache Kafka e diverse soluzioni software di Red Hat e non solo. Anche i webhook, funzioni di comunicazione basate su HTTP per i server (web), possono essere utilizzati come sorgenti. Poiché Ansible è un software open source, gli sviluppatori possono implementare anche altri strumenti. Un book per un’automazione completa Nel caso di Ansible, gli amministratori definiscono il modo in cui la piattaforma di automazione deve reagire a un evento attraverso i rulebook. Sono molto simili ai playbook e contengono istruzioni scritte in YAML, ma seguono un modello rigoroso “se-questo—allora-quello“. Le possibili reazioni a un evento sono chiamate “azioni” in Ansible. Ad esempio, puoi chiamare un playbook e attivare automaticamente l’esecuzione dei processi in esso contenuti. Continuando con l’esempio di uno sviluppatore che imposta un’istanza di test possiamo illustrare meglio il principio: ad esempio, uno strumento di monitoraggio potrebbe inviare alla piattaforma di automazione l’informazione che non ci sono più processi in esecuzione sull’istanza di test, ovvero che il test è stato completato. Se nel manuale delle regole viene definito che in questo caso (“if this”) AWS deve chiudere l’istanza (“then that”), lo sviluppatore non dovrà nemmeno attivare personalmente questo processo. In questo esempio, basta un solo clic per creare l’intero ambiente di prova temporaneamente necessario e spegnerlo nuovamente al termine dei test. Naturalmente, gli amministratori devono creare inizialmente i rulebook e i playbook, ma ciò comporterà un grande risparmio di tempo e lavoro nelle fasi successive. Le possibilità che questa funzionalità apre nelle piattaforme di automazione sono praticamente illimitate. diGoetz Rieger, Principal Solution Architect Red Hat Fonte:bitmat
Trasformazione digitale: troppe aziende ancora “dilettanti”
La nuova ricerca di F5 dedicata alla trasformazione digitale delle aziende dimostra che solo il 4% delle aziende si colloca al livello più alto di maturità digitale. Nonostante si parli ormai da tempo dell’urgenza di intraprendere percorsi di trasformazione digitale, molte organizzazioni sono solo ai primi passi, solo una piccola percentuale registra un alto grado di maturità digitale. Questo è il risultato emerso dalla prima edizione del Digital Maturity Index di F5, che ha valutato 300 risposte del rapporto State of Application Strategy 2023 rispetto a un insieme di sei capacità tecniche: infrastruttura, app delivery, dati, operazioni di Site Reliability Engineering (SRE), osservabilità e automazione, sicurezza. Trasformazione digitale: tra doer, dilettanti e temporeggiatori Stando alle analisi condotte da F5 sulla trasformazione digitale delle aziende, solo il 4% delle organizzazioni può essere classificato come “doer” digitale, ovvero in grado di agire nell’adottare e integrare la tecnologia al punto da renderla fondamentale (core) per la propria azienda, sfruttando dati e analisi per prendere decisioni, fornendo servizi digitali e sfruttando le tecnologie emergenti per entrare in nuovi mercati e ottenere un vantaggio competitivo. In alcuni settori chiave, tra cui i servizi finanziari, la sanità, l’istruzione e l’energy/utilities, nessuna organizzazione intervistata si è classificata in questa categoria. Al contrario, la stragrande maggioranza (65%) si colloca nella fascia intermedia, ovvero in quella dei cosiddetti “dilettanti” del digitale (che hanno ottenuto punteggi elevati in alcune aree, ma non in modo costante nelle sei capacità chiave valutate). Il restante 31% è costituito dai “temporeggiatori“, che indugiano in tutte le dodici metriche utilizzate (tra cui la distribuzione dell’infrastruttura, l’app delivery e la sicurezza, la strategia di osservabilità, l’implementazione dell’automazione nelle aree chiave e l’uso della telemetria per sfruttare insight sui dati). “In un momento in cui ci si concentra più che mai sulle potenzialità delle tecnologie dirompenti, la nostra analisi misura quanto le organizzazioni sono pronte a trarne concretamente vantaggio“, ha dichiarato Lori MacVittie, Distinguished Engineer di F5. “Il fatto che così poche organizzazioni siano digitalmente mature può sorprendere, ma in realtà sottolinea la complessità di questa transizione e l’estensione e la profondità delle capacità tecniche necessarie per avere successo. Anche dopo un lungo percorso di trasformazione digitale, la maggior parte delle organizzazioni ha ancora molto da fare“. Automazione e cloud pubblico come indicatori chiave della maturità digitale La curva di adozione delle tecnologie chiave delinea un quadro chiaro di ciò che differenzia chi agisce (“doer”) da chi temporeggia. Mentre la totalità dei primi ha descritto le proprie organizzazioni come automatizzate, solo il 30% dei “dilettanti” e il 6% dei “temporeggiatori” della trasformazione digitale hanno detto lo stesso. Oltre la metà di questi ultimi ha dichiarato di non aver fatto alcun progresso nel proprio percorso di automazione. Per quanto riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (AI) e dell’apprendimento automatico (ML), c’è stata una forte convergenza tra “doer” e “dilettanti”: in entrambi i casi, il 35% ha dichiarato di utilizzare o pianificare l’uso di queste tecnologie in ambito security e il 29% in ciascuna linea di business (LOB). Si distinguono i “temporeggiatori”, con quasi un quarto (24%) che non ne fa uso, anche se il 27% di loro si affida a queste tecnologie per le operations e la sicurezza. Il cloud pubblico rappresenta un ulteriore indicatore chiave della maturità digitale. Mentre almeno un quinto delle organizzazioni lo utilizza per la continuità operativa e lo sviluppo, un notevole gruppo dei “temporeggiatori” (39%) non utilizza il cloud pubblico, rispetto a solo il 7% dei “dilettanti” e a nessuno di coloro che passano all’azione. Anche l’approccio sicurezza racconta un quadro ben preciso della trasformazione digitale: mentre la stragrande maggioranza dei “doer” utilizza un approccio di piattaforma (platform approach) per proteggere l’azienda (91%), l’infrastruttura (82%) e le applicazioni/API (74%), questi numeri sono progressivamente più bassi tra i “dilettanti” e i “temporeggiatori”, il 13% dei quali non utilizza affatto questo tipo di approccio. Anche le organizzazioni più digitalmente avanzate possono avere difficoltà nel percorso di trasformazione digitale Se le organizzazioni più mature dal punto di vista digitale si distinguono dalle altre per l’uso della tecnologia, ciò non significa che il loro percorso di trasformazione digitale proceda senza problemi. La ricerca di F5 ha rilevato che anche le aziende più mature dal punto di vista digitale sono ancora in difficoltà in alcune aree, soprattutto quando si tratta di generare insight basati dai dati. Coloro che agiscono (“doer”) hanno citato la mancanza di visibilità quando si tratta di ottenere insight (75% rispetto al 54% dei “dilettanti” e al 50% dei “temporeggiatori”), oppure la frammentazione dei dati (66% contro 55% e 43%). Per la maggioranza, ovvero i “dilettanti”, il problema principale risiede nella mancanza di osservabilità, evidenziata dal 53% rispetto a solo un quarto di chi passa all’azione. Conclusioni “La trasformazione digitale è una maratona, non uno sprint. La nostra ricerca racconta molto di più sull’entità della sfida che sul successo o il fallimento delle aziende“, ha dichiarato Lori MacVittie. “Anche quelle indecise, che temporeggiano, mostrano segni di maturità in uno o due settori: ciò che manca è la coerenza nell’adozione e nell’integrazione degli approcci digitali in tutto il business, l’infrastruttura e le applicazioni. È anche importante notare che alcuni settori sono destinati a muoversi più lentamente di altri a causa della natura della regolamentazione e della governance, in particolare i servizi finanziari e la sanità. Non si tratta di una gara, e ogni organizzazione deve trovare il proprio percorso di trasformazione, al proprio ritmo. Allo stesso modo, non ci dovrebbero essere dubbi sull’importanza di questo processo. La ricerca di F5 ha rilevato che la maturità digitale è fortemente correlata a un aumento della produttività, della soddisfazione dei clienti, della generazione di ricavi e della resilienza. Il futuro di ogni settore dipende dalla capacità di realizzare la trasformazione digitale: la nostra analisi evidenzia quanto debba essere completo l’approccio se un’organizzazione vuole trarre vantaggio e realizzare le opportunità che le tecnologie dirompenti offrono ogni giorno“. Fonte:bitmat
L’open source è alla base di un’Intelligenza Artificiale affidabile
Strategie, tecnologie e soluzioni open source trasparenti avranno un ruolo centrale per l’implementazione di modelli di AI e Machine Learning. In questo articolo Armin M. Warda, Chief Technologist FSI EMEA di Red Hat spiega il ruolo cruciale che l’open source giocherà nell’implementazione di sistemi di Intelligenza Artificiale nel settore finanziario. Introduzione AI e ML (Intelligenza Artificiale e Machine Learning) sono temi particolarmente caldi oggi: sempre più aziende si affidano a queste tecnologie per implementare le proprie operazioni e i processi produttivi, e le istituzioni finanziarie non fanno certo eccezione. In questo contesto, l’affidabilità dell’AI è sempre più cruciale, anche visti i crescenti requisiti normativi. La tracciabilità e la spiegabilità dei modelli di AI/ML sono importanti per creare fiducia e accettazione nella loro adozione e assicurarne il miglioramento continuo. Strategie, tecnologie e soluzioni open source trasparenti avranno quindi un ruolo centrale per la loro implementazione. Le tecnologie di AI e ML sono già utilizzate con successo in alcuni ambiti del settore finanziario, con scenari applicativi classici che includono la gestione del rischio o il rilevamento di anomalie, soprattutto in relazione alle transazioni per il rilevamento di frodi e il riciclaggio di denaro. L’elaborazione del linguaggio naturale viene utilizzata anche per l’analisi dei documenti o per i chatbot interattivi. Infine, gli istituti finanziari utilizzano AI e ML in aree quali la segmentazione dei clienti, l’iper-personalizzazione e la definizione di strategie di marketing sempre più avanzate AI e ML sono già utilizzati da molte imprese di quasi tutti i settori, con il successo di ChatGPT che ne ha reso ancor più visibili i benefici e ha contribuito ad accelerarne l’adozione. Di conseguenza, è naturale prevedere un incremento nell’uso di AI e ML anche nel settore finanziario, persino nei sistemi centrali. Le soluzioni che soddisfano il criterio di “AI affidabile” svolgeranno un ruolo importante in questo senso. Dopotutto, gli istituti finanziari sono vincolati da rigidi requisiti normativi. AI Act: un quadro normativo per definire le direzioni di sviluppo L’AI Act (Artificial Intelligence Act) dell’UE, una normativa dedicata allo sviluppo e all’utilizzo dell’AI, sarà di grande importanza in futuro. L’AI Act conterrà un quadro normativo che si applicherà anche al settore finanziario. Sebbene la configurazione finale non sia ancora definita, si può presumere che la normativa conterrà requisiti rigorosi per l’uso dei sistemi di AI, che determineranno, ad esempio, se le banche potranno gestire applicazioni per la valutazione del rischio, utilizzando ad esempio i modelli di AI per valutare l’affidabilità creditizia di un cliente. Attualmente esistono diverse iniziative volte a promuovere l’applicazione dell’AI affidabile nelle aziende, tra cui spicca la più estesa in Europa, appliedAI. Nata nel 2017 da UnternehmerTUM, l’iniziativa mira a rafforzare l’innovazione europea nel campo dell’AI: grazie alla partecipazione di NVIDIA, NetApp, Red Hat e Munich Re, appliedAI ha esaminato l’uso dell’AI affidabile in vari ambiti, tra cui finanza e assicurazioni. Una stretta collaborazione tra diverse aziende è comunque indispensabile per il successo dell’introduzione delle applicazioni di AI. Di norma, nell’implementazione sono sempre coinvolti tre tipologie di partner: un fornitore e gestore di piattaforme, un fornitore di software indipendente con soluzioni di AI e ML e un Global System Integrator. I principi dell’open source alla base di un’AI affidabile Ma quali sono i prerequisiti per fornire un’AI affidabile? Qui che entrano in gioco strategie, tecnologie e soluzioni open source, proprio per le loro intrinseche proprietà di trasparenza e collaborazione. La trasparenza, infatti, è sinonimo di dati facilmente accessibili e processi decisionali tracciabili, mentre la collaborazione garantisce uno scambio continuo tra tutte le parti, che porta a risultati migliori, più efficienti e più sostenibili. Questo approccio open source può anche costituire un punto di riferimento per l’AI/ML in termini di affidabilità. L’affidabilità dell’AI riguarda in ultima analisi aspetti quali spiegabilità, equità, trasparenza, tracciabilità, riproducibilità, robustezza e monitorabilità dei modelli. Le piattaforme ibride favoriscono l’implementazione dell’AI L’open source è quindi un aspetto cruciale nel percorso verso un’AI affidabile. Allo stesso modo, le piattaforme cloud ibride aperte basate su Kubernetes con controlli di sicurezza, versioning e archiviazione possono costituire la base sia per l’implementazione di AI e ML che per lo sviluppo, l’addestramento e l’incorporazione di nuovi modelli di AI in tutte le applicazioni, anche in ambito bancario. In genere, per modellare l’AI, i data scientist conducono dei processi di formazione, test e riadattamento al di fuori dell’ambiente IT produttivo degli istituti finanziari. Il passaggio, poi, all’implementazione delle applicazioni di AI in un ambiente produttivo e, nello specifico, la loro integrazione nei sistemi bancari, richiede di rispettare le specifiche best practice e le norme di sicurezza, di conformità e di governance dell’istituto finanziario. È proprio per favorire questi compiti e processi che le piattaforme aperte rappresentano un’ottima base, in quanto consentono di progettare i modelli in modo affidabile e accelerare il cambio di passo tra la fase di sperimentazione l’operatività. I concetti di MLOps (Machine Learning Operations), in particolare, stanno acquisendo crescente importanza. Questi si basano su collaudati principi DevOps e mirano allo sviluppo, alla fornitura, alla gestione e alla manutenzione efficiente dei modelli di apprendimento automatico. I modelli di ML sono quindi confezionati in container e distribuiti in modo sicuro utilizzando le procedure DevOps. Il grande vantaggio dei processi MLOps è che possono supportare sia i data scientist nella fase di sviluppo sia i team operativi nella distribuzione dei modelli di ML in un ambiente di produzione. Il concetto di piattaforma porta a un’elevata flessibilità e resilienza Una piattaforma open hybrid cloud può anche offrire alle aziende maggiore flessibilità in termini di infrastruttura utilizzata, consentendo di gestire a piacimento il passaggio da ambienti on-premise a cloud. Tale concetto di piattaforma consente, ad esempio, lo sviluppo e l’addestramento del modello di ML nel cloud utilizzando dati di test sintetici, con il successivo incorporamento del modello nell’applicazione on-premise. Al contrario, è possibile addestrare i modelli con i propri dati altamente sensibili nel proprio data center e poi utilizzarli nel cloud. Inoltre, una strategia open source e di cloud ibrido è vantaggiosa per garantire la conformità ai nuovi regolamenti DORA (Digital Operational Resilience Act) dell’UE, che obbligano le società finanziarie ad assicurare la resilienza delle tecnologie utilizzate per i
Minacce digitali aumentate anche grazie all’AI
L’edizione di metà anno del Report Acronis sulle minacce digitali segnala un aumento del 464% degli attacchi e-mail. Non diminuiscono ransomware e furto di dati. Le organizzazioni non hanno tregua, le minacce digitali si evolvono con l’evolversi della tecnologia. Acronis, specialista globale nella Cyber Protection, ha pubblicato i risultati dell’edizione di metà anno del report sulle minacce, che analizza i rischi dell’innovazione e come gestire le implicazioni degli attacchi che sfruttano l’intelligenza artificiale. Lo studio completo, basato sui dati acquisiti da oltre un milione di endpoint a livello globale, coglie l’evoluzione del panorama della sicurezza informatica e rivela il più diffuso utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale generativa, come ChatGPT, da parte dei criminali informatici per creare contenuti dannosi e sferrare attacchi sempre più sofisticati. Anche per questo semestre, il ransomware è il principale rischio per le piccole e medie imprese, e mentre il numero delle nuove varianti di ransomware continua a diminuire, la gravità degli attacchi resta ancora molto alta. Preoccupa molto anche la minaccia crescente dei data stealer, che sfruttano le credenziali rubate per l’accesso non autorizzato a informazioni sensibili. Gli hacker si “specializzano”. Servono soluzioni di sicurezza adeguate “Nel 2023, il volume delle minacce digitali ha registrato un picco rispetto all’anno precedente, un segnale che indica la proliferazione del crimine informatico e l’accresciuta abilità degli hacker di compromettere i sistemi e sferrare gli attacchi“, ha sottolineato Candid Wüest, Vicepresidente Research di Acronis. “Il panorama è estremamente dinamico e per affrontarlo le organizzazioni devono adottare soluzioni di sicurezza agili, complete e unificate, che garantiscano la visibilità necessaria a capire gli attacchi, semplificare il contesto e fornire misure di correzione efficienti per ogni minaccia, che si tratti di malware, vulnerabilità dei sistemi e altro“. I risultati del report indicano il phishing come metodo più quotato dai criminali per scovare le credenziali di accesso. Solo nella prima metà del 2023, il numero degli attacchi di phishing basati su e-mail è aumentato del 464% rispetto al 2022. Nello stesso intervallo di tempo è stato osservato anche un aumento del 24% degli attacchi subiti da ogni azienda. Sempre nella prima metà del 2023, sugli endpoint monitorati da Acronis è stato registrato un aumento del 15% del numero di file e URL dannosi per e-mail analizzata. I criminali hanno anche attinto al fiorente mercato dei grandi modelli linguistici (LLM) basati sull’intelligenza artificiale, avvalendosi delle piattaforme per creare, automatizzare, perfezionare e rendere scalabili i nuovi attacchi tramite l’apprendimento attivo. Minacce digitali: un panorama in costante evoluzione Nei loro attacchi, i criminali informatici mostrano capacità sempre più sofisticate e utilizzano l’intelligenza artificiale e il codice ransomware già esistente per penetrare in profondità nei sistemi delle vittime ed estorcere informazioni riservate. Il malware creato con l’intelligenza artificiale è in grado di sfuggire agli antivirus tradizionali; rispetto all’anno scorso sono aumentati in modo esponenziale i casi di ransomware pubblico. Gli endpoint monitorati da Acronis restituiscono dati preziosi sulle modalità di azione dei criminali, confermando la maggiore intelligenza, complessità e difficoltà di rilevamento di alcune tipologie di attacco. I risultati della ricerca sulle minacce digitali Nel primo trimestre del 2023, Acronis ha bloccato circa 50 milioni di URL sugli endpoint, con un aumento del 15% rispetto all’ultimo trimestre del 2022. Nello stesso periodo, sono stati resi pubblici 809 casi di ransomware, con un picco del 62% a marzo, rispetto alla media mensile di 270 casi. Sempre nel primo trimestre del 2023, il 30,3% di tutte le e-mail ricevute erano spam e l’1,3% conteneva malware o link di phishing. Ogni esemplare di malware circola in media per 2,1 giorni prima di scomparire. L’73% degli esemplari è stato osservato una sola volta. I modelli di IA pubblici agiscono come complice inconsapevole dei criminali alla ricerca di vulnerabilità nei codici sorgente: li aiutano infatti a creare situazioni che impediscono di prevenire e sventare le frodi, come i deep fake. I gruppi di hacker utilizzano il phishing per acquisire credenziali, estrapolare dati e trarne profitto. Il phishing resta tra le minacce digitali più diffuse legato al furto delle credenziali e costituisce il 73% di tutti gli attacchi. Al secondo posto, troviamo gli attacchi di compromissione delle e-mail aziendali, con il 15%. Il gruppo LockBit è responsabile della maggior parte delle violazioni dei dati. Il gruppo Clop ha violato i sistemi di una rete di fornitori di servizi per la salute mentale, colpendo i dati personali e protetti dalla normativa HIPAA di oltre 783.000 persone. BlackCat, infiltrandosi nei sistemi di un produttore industriale indiano, si è appropriato di oltre 2 TB di dati militari segreti, incluse anche informazioni personali di dipendenti e clienti. Vice Society ha compromesso 1.200 server e le informazioni personali di 43.000 studenti, 4.000 persone dello staff accademico e 1.500 dello staff amministrativo dell’Università di Duisburg-Essen, in Germania. Le violazioni confermano i timori relativi alla sicurezza Secondo lo studio sulle minacce digitali, i tradizionali metodi di Cyber Security e l’inazione aprono le porte ai cybercriminali in quanto non vengono adottate soluzioni di sicurezza robuste e capaci di rilevare gli exploit delle vulnerabilità zero-day, spesso le aziende non aggiornano subito il software vulnerabile ma introducono le correzioni molto tempo dopo la loro disponibilità, i server Linux, colpiti con sempre più spesso, sono protetti in modo inadeguato e non tutte le aziende seguono i protocolli di backup dei dati raccomandati, inclusa la regola del 3-2-1. Analizzate queste tendenze, Acronis ribadisce la necessità di misure di Cyber Protection proattive. Un solido profilo di sicurezza impone la scelta di una soluzione che agisca su più livelli, combinando in un’unica risorsa funzionalità anti-malware, EDR, DLP, sicurezza e-mail, vulnerability assessment, patch management, RMM e backup. L’impiego di una soluzione avanzata che combini IA, machine learning e analisi comportamentale consente di contenere i rischi posti da ransomware e furto di credenziali e dati. Tramite la ricerca continua, le attività di sviluppo e la collaborazione con i Partner di settore, Acronis è impegnata a realizzare gli strumenti che consentiranno a singoli e aziende di difendersi al meglio dalle minacce informatiche emergenti. Fonte:bitmat
I CEO sono pronti ad utilizzare l’AI generativa?
Lo studio IBM evidenzia che il 50% dei CEO ha già integrato l’AI generativa nei prodotti e nei servizi digitali. Oltre la metà degli intervistati è preoccupata per la sicurezza dei dati. I leader aziendali riconoscono le potenzialità delle nuove tecnologie e del supporto che danno a livello di produttività. Però il tema sicurezza rimane la preoccupazione principale. Un nuovo studio globale condotto da IBM Institute for Business Value ha rilevato che quasi la metà dei CEO intervistati identifica la produttività come la loro massima priorità di business, rispetto al sesto posto nel 2022. Riconoscono che la modernizzazione della tecnologia è la chiave per raggiungere i loro obiettivi di produttività, classificandola come seconda priorità. Tuttavia, i Chief Executive Officersi trovano ad affrontare barriere fondamentali nella corsa alla modernizzazione e all’adozione di nuove tecnologie, come l’AI generativa. I CEO valutano pro e contro dell’AI generativa Lo studio annuale sui Chief Executive Officer, “CEO decision-making in the age of AI, Act with intention”, ha rilevato che tre quarti degli intervistati ritengono che il vantaggio competitivo dipenderà da chi possiede l’AI generativa più avanzata. Tuttavia, i dirigenti stanno anche considerando potenziali rischi o barriere della tecnologia, come ad esempio i pregiudizi, l’etica e la sicurezza. Oltre la metà (57%) dei CEO è preoccupata per la sicurezza dei dati, mentre il 48% è preoccupato per la parzialità o l’accuratezza dei dati. Esiste anche una disconnessione tra i Chief Executive Officer e i loro team quando si tratta di esser pronti all’adozione dell’AI. Il 50% dei CEO dichiara di aver già integrato l’AI generativa in prodotti e servizi e il 43% afferma di utilizzare l’AI generativa per comunicare le decisioni strategiche. Tuttavia, solo il 29% dei loro team ritiene di avere le competenze interne per adottare l’AI generativa; solo il 30% dei dirigenti senior non CEO afferma che la propria organizzazione è pronta ad adottare l’AI generativa in modo responsabile. “L’AI generativa può ridurre le barriere all’adozione dell’AI e metà dei CEO intervistati la sta esplorando attivamente per avviarsi verso una nuova ondata di produttività, efficienza e qualità del servizio in tutti i settori“, ha dichiarato Jesus Mantas, Global Managing Partner di IBM Consulting. “I CEO devono valutare i requisiti aziendali in materia di privacy dei dati, protezione della proprietà intellettuale, sicurezza, responsabilità algoritmica e governance al fine di pianificare l’implementazione di casi d’uso emergenti di AI generativa su larga scala“. I risultati principali dello studio I CEO affermano che la produttività – e la tecnologia che contribuirà a realizzarla – è una priorità urgente Quasi la metà (48%) dei CEO intervistati indica la produttività come priorità assoluta per la propria organizzazione, rispetto al sesto posto del 2022; la modernizzazione della tecnologia segue al secondo posto tra le priorità (45%), benché i CEO indichino che anche questa è una delle loro principali sfide. Per il quarto anno consecutivo, i CEO intervistati affermano che i fattori tecnologici rimangono la forza esterna principale che avrà un impatto sulla propria organizzazione nei prossimi tre anni. I CEO si rivolgono sempre più ai leader operativi, tecnologici e dei dati in qualità di decisori strategici Ulteriori dati raccolti durante l’indagine indicano quanto segue: Alla domanda ‘su quali membri di C-Suite prenderanno le decisioni cruciali nei prossimi tre anni’, i CEO identificano i COO (62%) e i CFO (52%). L’influenza dei leader tecnologici sul processo decisionale è in crescita – il 38% dei CEO intervistati indica i CIO (rispetto al 19% di un anno fa), seguiti da Chief Technology o Chief Digital Officer (30%) come responsabili delle decisioni più importanti all’interno della propria organizzazione. I CEO dichiarano di essere pronti ad adottare l’AI generativa, mentre altri dirigenti hanno delle riserve Tre CEO su quattro (75%) tra gli intervistati ritengono che l’organizzazione con l’AI generativa più avanzata avrà un vantaggio competitivo. La metà (50%) dei CEO dichiara di aver già integrato l’AI generativa in prodotti e servizi; il 43% afferma di utilizzare l’AI generativa per comunicare decisioni strategiche, mentre il 36% utilizza la tecnologia per decisioni operative. Mentre il 69% dei CEO intervistati vede ampi vantaggi dell’AI generativa all’interno della propria organizzazione, solo il 29% dei team esecutivi afferma di possedere le competenze interne per adottarla. Solo il 30% dei dirigenti senior non CEO afferma che la propria organizzazione è pronta ad adottare l’AI generativa in modo responsabile. L’AI generativa sta alimentando i cambiamenti della forza lavoro, ma le valutazioni più ampie del suo impatto sulla forza lavoro sono in ritardo Circa il 43% dei CEO intervistati dichiara di aver ridotto o ridistribuito la propria forza lavoro a causa dell’AI generativa, mentre un ulteriore 28% indica che intende farlo nei prossimi 12 mesi. Allo stesso tempo, il 46% dei CEO intervistati ha assunto ulteriore forza lavoro a causa dell’AI generativa, con un 26% che afferma di avere piani per nuove assunzioni future. Tuttavia, meno di un CEO su tre (28%) ha valutato il potenziale impatto dell’AI generativa sulla propria forza lavoro, e il 36% prevede di farlo nei prossimi 12 mesi. Fonte:bitmat
Attori delle minacce sempre più creativi e pericolosi
Gli attacchi informatici si evolvono e gli attori delle minacce fanno un uso sempre più esteso di strumenti e tecniche non comuni. Come ogni anno Proofpoint, azienda specializzata in cybersecurity e compliance, pubblica il report Human Factor. La nuova ricerca analizza nel dettaglio l’evoluzione della catena di attacco e le principali minacce odierne e evidenzia come, dopo due anni di sconvolgimenti legati alla pandemia, il 2022 abbia rappresentato un ritorno alle normali attività per i cybercriminali di tutto il mondo. Con la fine delle misure sanitarie ed economiche del COVID-19, gli attori delle minacce hanno dovuto trovare nuovi modi per continuare a operare, affinando le loro abilità di social engineering, rendendo comuni tecniche di attacco un tempo sofisticate e cercando di identificare nuove opportunità creative. Dall’incremento di attacchi – brute-force e mirati – rivolti ai tenant cloud all’aumento di azioni di smishing conversazionale fino alla proliferazione di bypass dell’autenticazione multifattoriale (MFA), il panorama delle attività cybercriminali ha visto sviluppi significativi su diversi fronti nel 2022. Il report analizza le più moderne tecniche degli attori delle minacce Human Factor è il report che approfondisce i nuovi sviluppi nel panorama delle minacce, concentrandosi sulla combinazione di tecnologia e psicologia che rende i moderni attacchi informatici così pericolosi su tre principali sfaccettature di rischio per gli utenti: vulnerabilità, attacchi e privilegi. Il report si basa su uno dei più vasti e diversificati set di dati globali di cybersecurity del settore, relativi a email, cloud e mobile computing, provenienti da oltre 2,6 miliardi di messaggi email, 49 miliardi di URL, 1,9 miliardi di allegati, 28 milioni di account cloud, 1,7 miliardi di SMS sospetti e altro ancora. Da tecniche complesse come il superamento dell’autenticazione a più fattori, ad attacchi telefonici e minacce conversazionali che si basano esclusivamente sulle capacità dei cybercriminali di trarre in inganno la vittima, il 2022 si è rivelato un anno di creatività senza precedenti tra gli attori delle minacce, che hanno modificato le catene di attacco, testando ed eliminando rapidamente i metodi di consegna. I principali risultati evidenziati del report Human Factor 2023 L’uso delle macro di Office è crollato dopo l’introduzione dei controlli da parte di Microsoft per bloccarle: dopo quasi tre decenni come metodo popolare di distribuzione del malware, le macro di Office hanno finalmente iniziato a diminuire dopo che Microsoft ha cambiato il modo in cui il proprio software gestisce i file scaricati dal web. Le modifiche hanno dato il via a una continua sperimentazione da parte degli attori delle minacce, alla ricerca di tecniche alternative per compromettere gli obiettivi. Gli attori delle minacce hanno iniziato a combinare il proprio ingegno con nuovi livelli di precisione e pazienza: minacce quali smishing conversazionale e pig butchering, che iniziano con l’invio di messaggi apparentemente innocui, sono aumentate lo scorso anno. In ambito mobile, questa è stata la minaccia in più rapida crescita, con un volume dodici volte superiore. La consegna di attacchi orientati al telefono (TOAD) ha raggiunto un picco di 13 milioni di messaggi al mese. Diversi attori APT sponsorizzati da uno Stato hanno investito molto tempo nello scambio di messaggi benevoli con i loro obiettivi per costruire un rapporto nel corso di settimane e mesi. I kit di phishing per superare l’MFA sono diventati onnipresenti, consentendo anche a criminali non tecnici di avviare una campagna di phishing: framework per il bypass dell’MFA come EvilProxy, Evilginx2 e NakedPages sono stati responsabili di oltre un milione di messaggi di phishing al mese. L’infrastruttura legittima svolge un ruolo chiave nella realizzazione di molti attacchi basati su cloud e mostra i limiti delle protezioni basate su regole: la maggior parte delle organizzazioni ha affrontato minacce provenienti dai noti giganti del cloud, Microsoft e Amazon, la cui infrastruttura ospita innumerevoli servizi legittimi su cui le organizzazioni fanno affidamento. Nuovi metodi di distribuzione hanno portato SocGholish nella top five delle minacce informatiche per volume di messaggi: con un nuovo metodo di distribuzione che coinvolge download drive-by e falsi aggiornamenti del browser, l’attore dietro la minaccia SocGholish – TA569 – è stato sempre più in grado di infettare i siti web per distribuire malware esclusivamente attraverso download drive-by, convincendo le vittime a scaricarlo attraverso falsi aggiornamenti del browser. Molti siti che ospitano il malware SocGholish non ne sono consapevoli, facendo proliferare ulteriormente la sua diffusione. Le minacce al cloud sono diventate onnipresenti: gli attori delle minacce prende di mira il 94% dei tenant cloud attraverso un attacco cloud – mirato o brute-force – con una frequenza pari a quella dei vettori email e mobile. Il numero di attacchi brute-force, in particolare lo spraying di password, è passato da una media mensile di 40 milioni nel 2022 a quasi 200 milioni a inizio 2023. Abusare della notorietà dei grandi brand è una delle forme più semplici di ingegneria sociale: i prodotti e servizi Microsoft occupano quattro delle prime cinque posizioni tra i brand abusati dagli attori delle minacce, mentre Amazon è quello più sfruttato in assoluto. Un accesso iniziale riuscito può portare rapidamente ad attacchi a livello di dominio, come l’infezione da ransomware o il furto di dati: il 40% di identità di amministratore mal configurate o “shadow” può essere sfruttato in un solo passaggio, come la reimpostazione di una password di dominio per elevare i privilegi. Inoltre, il 13% degli shadow admin è risultato già in possesso di privilegi di amministratore di dominio, consentendo agli attaccanti di raccogliere le credenziali e accedere ai sistemi aziendali. Circa il 10% degli endpoint ha una password di account privilegiato non protetto e il 26% di questi account esposti sono amministratori di dominio. Emotet è tornato a essere il più importante al mondo tra gli attori delle minacce, un anno dopo la chiusura della botnet da parte delle forze dell’ordine nel gennaio 2021: nonostante l’invio di oltre 25 milioni di messaggi nel 2022 – più del doppio del volume del secondo attore di minacce più importante – la presenza di Emotet è stata intermittente e il gruppo ha mostrato segni di rallentamento nell’adattarsi al panorama delle minacce post-macro. Il parere dell’esperto “Con Microsoft 365