Neuromarketing: l’influenza degli esperti sui consumatori
Il 95% delle decisioni di acquisto avviene inconsciamente ed in pochi secondi, grazie alla capacità di risposta emotiva della mente. Cresce la richiesta degli esperti che anticipano ed influenzano i desideri (nascosti) dei consumatori E’ possibile capire e anticipare i bisogni, le attese ed i desideri dei consumatori? Di fatto, quando compriamo un prodotto, oppure scegliamo la nostra marca preferita, il 95% delle nostre decisioni d’acquisto è preso “inconsapevolmente”. Il consumatore non è per nulla un pensatore razionale ma è mosso maggiormente da istinto, emozioni e ricordi: ciò che compriamo è frutto di meccanismi e scelte pilotate, anche se non sappiamo bene il perché. Per questo il neuromarketing – disciplina che fonde psicologia, marketing ed emozioni – sta avendo sempre più un impatto sul mondo della comunicazione e sui messaggi trasmessi ai consumatori. Tant’è vero che sta diventando una vera e propria professione. Con il neuromarketing si può studiare la capacità di evocare una risposta emotiva tramite uno spot, una promozione, un’iniziativa, un logo, uno slogan, un colore, un odore o anche un’associazione con una celebrità. Questo rivela che il cervello non agisce in modo razionale al 100%. La stragrande maggioranza delle decisioni di acquisto avviene inconsciamente e in pochi secondi. Quindi non basta avere un’ottima offerta, bisogna saperla vendere. Aiutare grazie a consigli pratici, aziende e professionisti a vendere sul web, richiede specialisti che si muovano nel campo con creatività e competenza. “Utilizzare strumenti di neuromarketing e storytelling, offre l’opportunità di raggiungere un grande numero di persone, tutte potenzialmente interessate, lavorando tramite la vetrina dei social network, sui potenziali desideri inespressi. Per questo ogni giorno insegno come farsi scegliere, senza mai dimenticare che non sono le vanity metrics a convertire gli utenti in clienti, bensì la capacità di prendersi cura dei sogni e dei bisogni delle persone”. 5 consigli per colpire nel segno del neuromarketing Evitare strumenti di comunicazione offline: Utilizzare strumenti di comunicazione offline come brochure, dépliant e cartellonistica è ormai dispendioso e poco proficuo. I social, al contrario, offrono l’opportunità di raggiungere un grande numero di persone, tutte potenzialmente interessate al prodotto o servizio di riferimento, senza costi esosi e spesso anche senza alcun investimento. Contenuti basati sulle emozioni: Bisogna analizzare il comportamento del consumatore per sapere come promuoverlo e saper creare un contenuto basato sulle emozioni che produce nelle persone e non sulle sue caratteristiche. Non deve piacere a noi ma agli altri. Il formato video aumenta il coinvolgimento: È consigliato puntare su una comunicazione che prenda in considerazione più sensi possibili. Pertanto, è essenziale presentare contenuti che provocano sensazioni nell’utente come toccare, vedere, annusare, gustare, udire. Il formato video ne accomuna la maggior parte, e risulta il più adatto. Meno informazioni, più scelta: Non è quindi avere “troppa scelta” che farà vendere maggiormente ma bensì ridurre la possibilità di tre opzioni. Il processo mentale richiesto per valutare e prendere una decisione oltre queste scelte va in sovraccarico. Occorre quindi ridurre il blocco decisionale riducendo le opzioni. Scarsità batte quantità: Quando le opzioni sono scarse ciò che è disponibile diventa automaticamente molto più attraente. Le compagnie aeree o gli stessi alberghi utilizzano spesso frasi come “solo 3 posti rimasti” per portare ad effettuare l’acquisto. Si chiama principio di scarsità. Più una cosa ha poche disponibilità e più diventa improvvisamente desiderata. Fonte: bitmat.it
I servizi marketing più richiesti dalle aziende nel 2023
Scopriamo le richieste più frequenti delle aziende, tra nuovi media, investimenti online e offline e nuove competenze richieste. In un mercato in continua evoluzione è bene rimanere informati su quali siano le tendenze al giorno d’oggi, e quali quelle previste per il futuro. E questo soprattutto in un mondo così variegato e veloce come quello dei servizi marketing più richiesti, dove ogni giorno una nuova strategia nasce, cresce e si sviluppa in direzioni diverse, con lo scopo di rappresentare nella maniera più efficace un’azienda o un brand. Ma quali sono i servizi che le aziende richiedono oggi dal punto di vista di marketing per rimanere competitive? E quali i trend del momento? A queste domande risponde Superfluid Team che ha fotografato da vicino quali sono i servizi marketing più richiesti dal mercato in questo 2023, tra nuovi media, investimenti online e offline e nuove competenze richieste. Gli investimenti pubblicitari nell’online marketing si attestano al 48%1 del budget Le aziende italiane si ritengono sempre più soddisfatte delle attività di marketing che riflettono il loro operato e stanno capendo che puntare sull’online rispetto all’offline può portare a un ottimo ritorno sull’investimento, anche se la quantificazione rimane un grande argomento di discussione. Non tutti i marketer ritengono infatti affidabili gli strumenti di misurazione dell’online e spesso fanno riferimento a più di uno per ottenere dei dati dimostrabili. I ritorni misurabili rappresentano l’elemento che più di tutti condiziona i marketer a prendere decisioni tattiche di investimento. Ciò non significa però che sia diminuito l’interesse nelle potenzialità che il digital può offrire. Tra gli strumenti di online marketing più ricercati, spiccano sicuramente ancora SEM (19%2) e SEO (15%2). La gestione dei canali di online marketing, in particolare Google Ads e Meta Ads, è sempre altamente richiesta per due motivi. In primo luogo, la quota di budget marketing dedicata a questi canali è costantemente in crescita e fondamentale per le strategie dei brand. In secondo luogo, queste competenze sono in forte e continua evoluzione e i nuovi cambiamenti e le innovazioni apportate in media ogni 2-3 anni comportano la necessità di una formazione e sperimentazione continua e il supporto da parte di professionisti specializzati e focalizzati solo su questo. Per quanto riguarda Google Ads ad esempio, nel corso degli ultimissimi anni con il lancio di Performance Max, è stato rivoluzionata la modalità con cui le campagne si creano e questo ha messo in grande difficoltà tutti i marketer, in quanto gli spazi per ottimizzare le performance sono risultati meno chiari. Quest’area di competenza quindi, relativa a quali dati usare, come integrarli, come utilizzarli, è diventata di grande importanza. Su Meta Ads, invece, il lancio di diverse automazioni ha apparentemente reso più difficile il controllo del budget e del testing di nuove variabili e in particolare delle audience da parte dei marketer. Infine, rimangono sfide sempre presenti che richiedono molta esperienza tecnica, come la minimizzazione della data loss, dovuta alla non accettazione dei cookies, i nuovi limiti di tracciamento di iOS o gli approcci più giusti per fare campagne marketing full-funnel. Insomma, un ambito del marketing in forte e continua espansione ed evoluzione. Motivo per cui gli addetti marketing necessitano di tempi, budget e competenze per sperimentare e formarsi continuamente. “La gestione di questi canali, da parte di professionisti del marketing, offre alle aziende grandi opportunità. Per account medio-grandi (con una spesa in online marketing da 700k€ a 3M€ all’anno in media), ad esempio, noi di Superfluid Team identifichiamo in media la possibilità di aumentare i risultati del +30%. Per account più piccoli (con una spesa media in online marketing inferiore a 700k€ all’anno), la media di miglioramento stimato spesso supera il +100%” – spiega Ivan Cogliati, CEO di Superfluid Team. Sfruttare la tecnologia per ottimizzare gli investimenti nell’offline Se i media digitali possono restituire risultati tangibili e concreti su un determinato investimento, cosa succede quando si tratta dei media offline? Nelle grandi aziende ancora una buona parte del budget è allocato sui mezzi offline come TV (37%1) e OOH (4% con crescita del + 40%1), ma la percentuale di risorse economiche dedicate ad assicurare una gestione ottimale di questi mezzi è generalmente molto bassa (le stime di Superfluid Team dicono che le risorse dedicate alla gestione e ottimizzazione sono il 15%-20% sulla spesa in media online, mentre le risorse dedicate all’ottimizzazione media offline sono il 5%-8%). “Nella maggior parte dei casi, non esistono paragoni per le competenze e i modelli usati per assicurarsi di spendere bene i soldi nell’offline rispetto a quanto impiegato sul digitale. Sui mezzi offline ancora troppe poche aziende lavorano sulle analisi di incrementalità sui punti ora della TV, o gestiscono il budget con modelli statistici adattivi attraverso un lavoro di Marketing Mix Modelling, o ancora incrociano dati per scoprire l’efficacia di questi canali in real time. Stimiamo che meno del 5% delle medie e grandi aziende sfrutti al meglio i dati e la tecnologia per ottimizzare gli investimenti in media offline. Un vero peccato, e potenziale danno alle risorse finanziarie aziendali, se si pensa che questi sono proprio gli investimenti più pesanti sia in termini monetari, sia in termini di misurazione, di ROI atteso e di volatilità dei risultati a seconda dell’efficacia della gestione.” precisa Cogliati. Social media Marketing (19%1 del budget): si confermano i megatrend di TikTok e dell’Influencer Marketing Nel mondo dei Social Media, il contenuto originale e gli UGC (gli User Generated Content) stanno diventando un must, sempre più importanti per i creatori digitali e anche per i brand. Da qui è chiaro che i megatrend che continueranno a spopolare e che non possono più essere ignorati sono rappresentati dall’Influencer Marketing e in particolare da TikTok. Le aziende stanno riscontrando molta fatica a muoversi con velocità e autonomia nella creazione di contenuti TikTok che richiedono originalità, produzione video, tone of voice e format diversi. Da qui lo sforzo a costruirsi competenze, creare ecosistemi di collaborazione con creatori nativi e la nascita di numerosi servizi verticali di produzione. L’Influencer Marketing, invece, è una modalità di promozione che funziona e che continua a crescere. Già il 22%3 degli Italiani dichiara di aver acquistato prodotti in seguito ad averli visti promossi dagli influencer. Pur riconoscendo
L’autenticazione a più fattori (MFA)
Per i criminali che cercano di commettere frodi attraverso il credential stuffing, l’autenticazione a più fattori (MFA) aggiunge di certo diverse barriere, ma oggi gli aggressori hanno scoperto nuovi modi per aggirare questo sistema di protezione. Pertanto, le aziende devono adottare ulteriori misure per rafforzare la sicurezza dell’MFA, tra cui la mitigazione dei bot e il monitoraggio del rischio contestuale. Nonostante le sue “debolezze”, l’MFA rappresenta un passo avanti significativo rispetto all’uso esclusivo delle password, che è chiaramente inadeguato. Gli esseri umani hanno difficoltà a ricordare lunghe stringhe di caratteri; quindi, spesso scelgono password semplici e prevedibili, e le riutilizzano in tutte le applicazioni, il che ha portato a numerose violazioni della sicurezza. Tuttavia, con il progressivo abbandono delle password e l’adozione dell’autenticazione a più fattori, abbiamo assistito a un aumento degli attacchi MFA, tra cui: Proxy di phishing in tempo reale: in un attacco di phishing proxy in tempo reale (RTPP), i truffatori utilizzano messaggi di phishing per ingannare gli utenti e indurli a visitare un sito controllato dall’aggressore che si presenta come un sito affidabile. Lì, gli utenti inseriscono le proprie credenziali e approvano la richiesta di autenticazione a due fattori, che potrebbe essere un messaggio SMS o una notifica push. L’RTPP inoltra le credenziali all’app di destinazione, consentendo l’accesso agli aggressori. Bombardamento MFA: in questi attacchi, gli aggressori inducono l’obiettivo a fornire il codice di autenticazione inviando numerose richieste false. Questo metodo è efficace contro le app di autenticazione basate su notifiche push, poiché gli utenti possono facilmente interrompere l’ondata di richieste premendo un pulsante. Gli aggressori talvolta combinano il bombardamento MFA con il social engineering per incoraggiare gli utenti ad accettare la notifica push e concedere l’accesso. Spoofing biometrico: gli aggressori sono riusciti persino a superare l’autenticazione biometrica. Dopotutto, lasciamo le nostre impronte digitali ovunque, su quasi ogni superficie liscia che tocchiamo, dove possono essere raccolte e replicate utilizzando qualsiasi cosa, dalla stampa 3D agli ingredienti degli orsetti gommosi. I ricercatori di sicurezza hanno dimostrato anche che è possibile falsificare il riconoscimento facciale, vocale e la scansione dell’iride. Nonostante i vendor abbiano sviluppato tecniche anti-spoofing, come i controlli di vivacità per rilevare tentativi di superamento, qualsiasi dispositivo biometrico potrebbe diventare vulnerabile man mano che gli aggressori rendono sempre più sofisticate le proprie tecniche. Scambio di SIM: in questo tipo di attacco, i truffatori sfruttano la capacità dei service provider di trasferire un numero di telefono a un altro dispositivo. Dopo aver raccolto informazioni personali, il truffatore mette in atto il social engineering per trasferire il numero di telefono della vittima sulla sua SIM. Questo consente al truffatore di ricevere i messaggi di testo destinati all’utente, comprese le one-time password (OTP), bypassando così l’MFA. Rafforzamento della sicurezza MFA Poiché l’autenticazione multifattore (MFA) costituisce un notevole miglioramento rispetto all’uso della semplice password, è destinata a rimanere un’importante pietra miliare nella sicurezza informatica. Pertanto, i professionisti della cybersecurity devono affrontare le sue potenziali debolezze. Un ottimo punto di partenza consiste nel mitigare e contrastare l’azione dei bot. Gli aggressori sfruttano il riutilizzo delle password per testare le credenziali rubate nei processi di accesso, una tattica nota come “credential stuffing” secondo la definizione di OWASP. Questo consente loro di eludere il primo livello di sicurezza dell’MFA. Inoltre, i bot vengono impiegati anche negli attacchi RTPP, in cui le One-Time Password (OTP) vengono inoltrate al sito di destinazione prima che scadano. Il “bombardamento MFA” è un altro attacco automatizzato che dipende dall’uso di bot. Implementando con successo una soluzione efficace di gestione dei bot, un team di sicurezza può eliminare uno strumento cruciale su cui gli aggressori si basano per bypassare le misure MFA. Un’altra strategia per mitigare le vulnerabilità dell’MFA è considerare il rischio contestuale, che può essere determinato da vari fattori, tra cui l’indirizzo IP, il provider di servizi Internet (ISP), la posizione dell’utente, l’orario del giorno, il dispositivo utilizzato, la funzionalità a cui si sta accedendo e il comportamento generale. Tutti questi elementi possono essere utilizzati per calcolare un punteggio di rischio mentre l’utente naviga all’interno di un’applicazione. Maggiore è il punteggio di rischio, più rigorose saranno le richieste di autenticazione, che potrebbero persino portare alla sospensione dell’account. I prossimi passi Sicuramente continueremo a sentire dichiarazioni riguardo la fine dell’epoca delle password e all’asserzione che nuove tecniche MFA renderanno l’autenticazione completamente sicura. Tuttavia, gli aggressori determinati continueranno a cercare modi per aggirare queste nuove implementazioni, il che richiederà uno sforzo costante nel monitorare e mitigare le vulnerabilità dell’MFA. Fonte: bitmat.it
Pubblicità personalizzata: se la vorrai, dovrai dare il consenso
Si fa sempre più serrato il dibattito europeo sull’utilizzo dei dati digitali per la profilazione delle persone ai fini di marketing. Vediamo perché è un tema di cui tutti noi dovremmo preoccuparci e cosa sta facendo l’Unione Europea per tutelarci. Una recente sentenza della Corte di Giustizia dell’UE potrebbe avere un effetto dirompente come la nota sentenza Schrems che, nel luglio 2020, ha reso illegittimi i trasferimenti di dati personali tra Unione Europea e Stati Uniti. In breve, con la sentenza Schrems la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha invalidato il “Privacy Shield” che permetteva il flusso di dati UE-USA senza restrizioni, in quanto i dati personali trasferiti e conservati negli Stati Uniti non godevano di un livello adeguato di protezione, come invece previsto dal GDPR. Come avvenuto in quel caso, anche oggi il “nemico” citato nella sentenza più recente è Facebook, ma ad essere onesti dovremmo dire che il vero nemico è un intero sistema, quello della profilazione e della pubblicità personalizzata sui social network, che continua ad essere la prima fonte di sostentamento delle big tech. Di che nuovo consenso stiamo parlando Un sistema che ora è colpito nelle sue fondamenta, perché la Corte di Giustizia con una semplice parola ha dato una propria interpretazione che lascia adito a pochi dubbi, ma che rischia di mettere in ginocchio l’enorme business che ruota attorno all’advertising sui social. Quella parola è: consenso. Sì, la Corte è tranciante su questo punto: per utilizzare quel tipo di trattamento di dati, così invasivo, che sta alla base dell’ecosistema di pubblicità e che frutta più del 90% del profitto delle big tech è necessario ottenere il consenso degli utenti interessati. Un consenso specifico, separato da qualsiasi altro consenso o accettazione dei termini e condizioni della piattaforma. Un consenso che, quindi, rispetti gli alti standard della normativa privacy europea. E non è un dettaglio, perché quel consenso, in quanto libero e specifico, dovrà essere facoltativo. L’utente potrà decidere di non rilasciarlo oppure di revocarlo in un secondo momento, così di fatto spuntando le armi di Facebook che non sarà in grado di profilarci come desidera. La Corte, infatti, ha sottolineato che un tale trattamento non potrà essere “legato” ai termini e condizioni della piattaforma, come se fosse incluso nella loro accettazione in fase di registrazione. La profilazione è la base della pubblicità mirata Facciamo però un passo indietro e cerchiamo di capire di quale trattamento stiamo parlando. Lo spiega bene la Corte all’inizio del suo provvedimento: Meta Platforms Ireland non si limita a raccogliere dati riguardanti le attività degli utenti all’interno di Facebook. Questi dati vengono infatti uniti ai cosiddetti “dati off Facebook”, derivanti dalla nostra consultazione di pagine Internet e di terzi, oltre che dall’utilizzo di altri servizi online appartenenti al gruppo Meta, fra i quali Instagram e WhatsApp. Questo consente a Meta di creare un profilo davvero efficace e rappresentativo delle nostre preferenze e interessi, perché frutto di un patrimonio informativo enorme. Quel profilo, poi, serve ad alimentare il business dell’advertising, perché le aziende iscritte su Facebook sanno a loro volta di potersi appoggiare a Meta per targetizzare nel modo corretto i propri annunci; sanno, quindi, che grazie alla profilazione di Meta, le loro campagne pubblicitarie andranno a segno, perché saranno effettivamente proposti ai clienti target che hanno individuato. Ma questa catena di processi che parte dalla profilazione degli utenti per arrivare agli annunci personalizzati di aziende paganti potrebbe spezzarsi. Gli utenti, infatti, seguendo le parole della Corte dovranno essere messi nella condizione di scegliere se rilasciare o meno il consenso per essere profilati (anche al di fuori di Facebook) ed è quindi presumibile che alcuni (o molti?) di essi lo negheranno oppure in futuro faranno marcia indietro revocandolo. Un danno incalcolabile per Meta come per tutti i social network e le piattaforme che fanno leva su questo business, perché probabilmente i loro tool di targetizzazione non si riveleranno più così efficaci e qualche azienda deciderà di investire altrove. Il “capitalismo della sorveglianza” è a rischio? Chi dice che ormai è troppo tardi perché abbiamo ceduto tutti i nostri dati alle big tech non conosce i meccanismi che si celano dietro a quello che Soshana Zuboff ha definito come capitalismo di sorveglianza. La nostra identità cambia, i nostri interessi e preferenze mutano nel tempo, e quindi anche il nostro profilo di Meta deve essere aggiornato, altrimenti in futuro riceveremo annunci poco “in target”. Quindi il nostro consenso fa e farà tutta la differenza del mondo per queste piattaforme. La domanda ora è: Meta e gli altri social network si adegueranno a questa interpretazione della Corte di Giustizia? D’altronde le parole dei giudici comunitari sulla necessità del consenso per legittimare il business della pubblicità hanno un peso e faranno certamente giurisprudenza, oltre ad evidenziare ancora di più il grande divario esistente tra USA e Unione Europea in tema di protezione dei dati. Di questa questione e di molto altro si parlerà in occasione della Privacy Week, la rassegna che investiga il nostro rapporto con il digitale e le potenziali soluzioni per proteggere la privacy dei cittadini. Quest’anno (25-29 settembre) si parlerà proprio della spesso sottovalutata condizione di essere sempre più “esposti” online. Una condizione che – e ce lo indica anche la Corte di Giustizia dell’UE – per il nostro stesso bene non dovremmo più ignorare. Fonte: bitmat.it
Acquisti online: come ridurre l’abbandono del carrello
L’84% dei consumatori è incline ad abbandonare il carrello se le opzioni di consegna desiderate non sono disponibili. Nell’attuale panorama altamente competitivo dell’e-commerce, l’ottimizzazione dei tassi di conversione è fondamentale per i rivenditori online. Non è sufficiente indirizzare il traffico verso il sito web; occorre assicurarsi che i visitatori completino i loro acquisti e diventino clienti fedeli. Tassi elevati di abbandono del carrello negli acquisti online possono infatti incidere significativamente sui ricavi e ostacolare la crescita dell’azienda. Per aiutare i rivenditori ad affrontare questa sfida, Packlink ha realizzato una guida su come usare la personalizzazione per fidelizzare i clienti. Le cause dell’abbandono del carrello L’abbandono del carrello si verifica quando i clienti vi aggiungono articoli e lasciano il sito web senza prima aver completato l’acquisto. È un problema abbastanza diffuso nell’e-commerce e affrontarlo è essenziale per poter incrementare le vendite di un’azienda. Al fine di ottimizzare in maniera efficace il tasso di conversione, è necessario comprendere i fattori che vi contribuiscono. Tra i motivi principali vi sono: costi aggiuntivi imprevisti, processi di checkout complicati, preoccupazioni sulla sicurezza dei pagamenti e opzioni di consegna limitate. In particolare quest’ultimo fattore è un elemento fondamentale. Secondo una delle ultime ricerche di Packlink, l’84% dei consumatori è incline ad abbandonare il carrello se le opzioni di consegna desiderate non sono disponibili. 2) Come ridurre l’abbandono del carrello e migliorare i tassi di conversione Ci sono varie strategie che possono essere messe in atto per ovviare al problema ed aumentare gli acquisti online: Curare la consegna e garantire più opzioni: offrire più corrieri, consegne a domicilio e opzioni di ritiro alternative come il click-and-collect o i locker. Semplificare il checkout: ridurre al minimo il numero di passaggi necessari per completare l’acquisto e fornire informazioni chiare sui costi di spedizione e sui tempi di attesa previsti. Ridurre i costi di spedizione: i dati evidenziano che le misure volte a ridurre o compensare i costi di spedizione possono portare ad un aumento significativo dei tassi di conversione e fornire un forte incentivo per i clienti a finalizzare gli acquisti. Migliorare la comunicazione: una comunicazione proattiva può alleviare le preoccupazioni e creare fiducia nei clienti. Ottimizzare il processo di reso: rendere il processo di reso semplice ed agevole per il cliente, fornire istruzioni chiare su come avviare i resi, offrire etichette di reso prepagate quando possibile e assicurare rimborsi o cambi rapidi senza problemi può aumentare la fiducia dei clienti e ridurre l’abbandono del carrello. 3) L’importanza dell’analisi dei dati L’analisi e gli approfondimenti dei dati possono essere uno strumento eccezionale. Monitorare e analizzare le metriche chiave – come il tasso di abbandono del carrello, il tasso di conversione e il comportamento dei clienti durante il percorso di acquisto – consente di identificare modelli, tendenze e punti critici ed attuare miglioramenti mirati. “Comprendendo i fattori che contribuiscono all’abbandono del carrello e implementando misure strategiche, è possibile migliorare il tasso di conversione, ridurre l’abbandono del carrello e, infine, incrementare le vendite.” ha spiegato Noelia Lazaro, Direttore Marketing di Packlink. Fonte: bitmat.it
Quasi il 50% degli italiani fa shopping online dallo smartphone
Lo shopping online è sempre più digitale e integrato tra mondo virtuale e reale. Ma quali sono gli aspetti ritenuti importanti dai clienti di tutto il mondo per vivere un’esperienza di acquisto positiva? Planet ha voluto scoprirlo attraverso un’indagine globale*, che ha restituito comportamenti e aspettative degli shopper internazionali e un ritratto dettagliato degli acquirenti del Belpaese. I pagamenti degli italiani? soprattutto su mobile – La ricerca incorona il mobile non solo come device preferito per fare ricerca (60%), ma anche per completare i propri acquisti (48%). Per il pagamento, la preferenza degli shopper italiani va ai metodi di pagamento digitale alternativi (71%), seguito da carte di credito o debito (60%). A differenza della media internazionale (13%), le prepagate restano ancora molto rilevanti per gli acquirenti tricolore (31%), più per i Baby Boomer** (39%) che per la Gen Z (27%). Meno diffusi i wallet digitali come ApplePay e GooglePay (14%) e solo un italiano su dieci sceglie metodi di pagamento rateali negli shopping online come Klarna, mentre più del 20% non ritiene fondamentale la possibilità di acquistare con le criptovalute. Se il reso è facile, l’acquisto sarà positivo – Per poco meno della metà degli online shopper italiani intervistati** (43%), la semplicità del procedimento di reso e di cambio è l’aspetto più importante per rendere l’esperienza di acquisto positiva, seguito dalla presenza del proprio metodo di pagamento preferito (39%), dalla visibilità dello stock (37%) e l’offerta di diverse possibilità di consegna, a casa o in negozio (35%). Consegna, più importante la precisione della velocità – Più che la rapidità, è alla certezza della consegna a cui gli acquirenti italiani pensano quando acquistano tramite e-commerce. Per il 51% degli intervistati è molto importante la precisione della data di arrivo della merce, la cui possibilità di personalizzazione è rilevante per il 43%. Se non fondamentale, la velocità è comunque molto apprezzata: più di un italiano su tre non disdegna la consegna nella stessa giornata (36%) e il Click & Collect entro le 24 ore dall’ordine (31%), mentre solo per un italiano su quattro ha un peso quello entro le due ore. Sicurezza e valute: due aspetti da non sottovalutare – Comprare in sicurezza è un dettaglio non sottovalutato: un sito non degno di fiducia può compromettere un acquisto (44%), così come il redirect verso altre pagine (32%), mentre l’autenticazione della propria banca è indice di sicurezza per un italiano su due. Quasi nove su dieci, infine, pagherebbero con la propria valuta se ne fosse offerta la possibilità: un aspetto, questo, considerato molto importante da più del 42% degli intervistati. Tra le ragioni, il fatto di conoscere l’esatto ammontare degli acquisti (37%), la possibilità di monitorare meglio le spese (36%) e di conoscere il prezzo esatto nella valuta locale (34%). In negozio convince l’omnicanalità – Il pagamento è il primo aspetto a cui gli italiani pensano anche in negozio: per il 57%, infatti, è molto importante che il metodo preferito sia accettato. Nel punto vendita sono le carte di debito o credito a vincere (60%) rispetto ai metodi digitali alternativi (53%), seguito dalle prepagate (28%) e dai wallet digitali (16%). Per quasi la metà degli intervistati (44%), inoltre, è rilevante il fatto che lo staff possa controllare in tempo reale la disponibilità di un prodotto, mentre il 40% ritiene un dettaglio di valore la possibilità di consegna a casa se il prodotto è out-of-stock in negozio. Per uno su tre, infine, è molto importante la possibilità di fare self check-out o di ritirare il prodotto scelto in un altro store. Come acquistano i clienti internazionali – Come per gli italiani, la facilità con cui effettuare il reso negli shopping online è un aspetto importante per una shopping experience online positiva anche per molti clienti europei, come danesi (56%), francesi (54%) e spagnoli (52%). Pagare con il proprio metodo preferito è invece il dettaglio più rilevante per gli e-shopper provenienti da USA (52%), Emirati Arabi (52%), Arabia Saudita (49%) e Cina (44%); per brasiliani (55%) e messicani (59%) è invece l’offerta di metodi di consegna alternativi, come l’home-delivery o il pick up in negozio. La possibilità di addebitare gli acquisti con la propria valuta locale è un aspetto imprescindibile per i clienti extraeuropei: se il dato medio dei clienti provenienti dall’Europa è intorno all’80%, per quelli fuori da questi confini si va ben oltre il 90%, in particolare tra gli acquirenti statunitensi (92%), emiratini (93%), arabi (94%), messicani (96%), brasiliani e cinesi (97%). Per più di un cliente a stelle e strisce su due (54%) è soprattutto per comprendere in modo chiaro i tassi di conversione, mentre la necessità di tenere sotto controllo facilmente le proprie spese è il motivo più indicato da brasiliani (52%) e singaporiani (43%); vedere i prezzi nella propria valuta locale, infine, è l’aspetto considerato dalla metà degli intervistati in Arabia, Emirati e Cina. “Made in” e Tax-Free per conquistare i clienti esteri – Cosa rende lo shopping all’estero più appetibile rispetto a quello nel proprio paese di provenienza? Secondo la ricerca, il “Made in” è sempre un aspetto molto ricercato: a indicarlo come primo motivo sono quasi tutti gli shopper extraeuropei, soprattutto cinesi (62%), messicani (61%), brasiliani e statunitensi (57%). I prezzi più convenienti attirano di più i singaporiani (57%) e gli arabi (54%), mentre sono il secondo aspetto importante per gli emiratini (42%). Anche la possibilità di recuperare l’Iva attraverso il Tax-Free è un aspetto cruciale, in particolare per chi proviene da Cina (59%) e USA (49%). Un argomento, quest’ultimo, che nasconde un importante potenziale ma che a volte scoraggia gli shopper esteri per la poca chiarezza: tra gli aspetti più critici, la mancanza di istruzioni da parte del personale di negozio per circa il 40% di statunitensi e cinesi, mentre per il 38% degli arabi il ritardo nel rimborso. Anche la difficoltà di trovare uno sportello per il Tax-Free è sentita da un terzo dei clienti provenienti dagli Emirati Arabi Uniti, mentre per uno shopper da Singapore su quattro trova scomodo ricevere il rimborso in una valuta estera. “Ogni retailer vuole regalare ai clienti una shopping experience memorabile, flessibile e variegata. Ma più il nostro mondo diventa connesso, più crescono le aspettative dei clienti e maggiori sono le sfide per le aziende. I dati emersi dalla nostra ricerca confermano che, se da un lato sono stati fatti numerosi passi in avanti dal
e-commerce B2C in Italia cresce nel 2023 a 54 miliardi di euro
Anche nel 2023 l’e-commerce in Italia registra dati di crescita significativi a conferma di una sempre più spiccata maturità. È quanto emerge dal rapporto della Fondazione per la sostenibilità digitale, secondo cui gli acquisti online B2C cresceranno del 13% quest’anno raggiungendo il valore di 54 miliardi di euro. Interessante anche il dato relativo alla diffusione di siti e app di e-commerce B2C, con quasi la metà (41%) degli intervistati che dichiara di farne uso regolare. Che l’acquisto di beni online sia sempre più comune nel nostro Paese lo si evince anche dai dati relativi a due recenti indagini Istat e Nielsen. Secondo l’Istituto Italiano di Statistica, nel 2022 il 48,2% della popolazione over 14 ha usato internet per fare acquisti online. Il picco nella crescita del commercio elettronico in Italia si è registrato nel biennio 2020-2021 con un aumento del 6,5%, solo mitigato dal leggero decremento (-2,1 negli ultimi dodici mesi) dovuto al cambiamento delle abitudini di acquisto degli italiani, tornati ad acquistare nei punti vendita fisici terminate le restrizioni legate alla pandemia. Tra le tipologie di prodotto più acquistate dagli italiani nel 2022, PET e cosmetici la fanno da padrone (con incrementi tra il 20% e il 30% solo nel mese di dicembre), come rivelano i dati dello studio Nielsen. I segnali mostrati dall’e-commerce non sono solo di crescita, ma anche di evoluzione. La piattaforma di pagamento online Payplug ha, infatti, individuato quelli che saranno i trend che caratterizzeranno il settore nel 2023. Dalla realtà aumentata – il 65% degli italiani vorrebbe sfruttarla per effettuare i propri acquisti, soprattutto per abbigliamento e arredamento – passando per i pagamenti digitali (oltre tre italiani su 5 li preferiscono rispetto a quelli in contanti) fino alla omnicanalità, rispetto alla quale il 98% dei consumatori si dichiara soddisfatto, le aziende che vorranno avere successo nella vendita online dovranno essere in grado di comprendere e tenere conto di queste tendenze nelle proprie strategie. Anche allo scopo di evidenziare i trend emergenti a vantaggio di strategie efficaci di e-commerce, l’8 e 9 novembre prossimi torna Digital 1to1, l’evento a cui i decision maker delle principali aziende italiane non potranno mancare. Nella splendida cornice dell’Hotel Regina Palace di Stresa si svolgerà, infatti, una due giorni di networking che metterà in contatto fornitori di soluzioni digitali ed e-commerce con realtà aziendali italiane per la crescita digitale di queste ultime. Il profilo dei partecipanti all’evento spazia da amministratori delegati e fondatori di alcuni dei più rappresentativi brand nazionali di e-commerce a direttori marketing e head of digital. L’esperienza offerta viene definita ‘The Hive’ (l’alveare) in quanto assicura un nuovo modo di fare business in un ecosistema e in una location predisposti per accogliere i leader dell’industria digitale, con tutte le comodità e il format perfetto per creare relazioni in maniera estremamente efficace. “La trasformazione digitale sta ridefinendo il panorama dell’e-commerce B2C in Italia”, afferma Ronan Bardet, co-fondatore di Digital 1to1. “Con l’aumento della connettività e l’adozione di soluzioni all’avanguardia, i partecipanti a Digital 1to1 sono in prima linea nel plasmare l’evoluzione dell’e-commerce nel nostro Paese. L’evento rappresenta un’opportunità unica di networking volta a sviluppare sinergie che spingono l’innovazione e l’eccellenza del settore. Siamo entusiasti di mettere a disposizione questo nuovo modo di ‘fare business’ per favorire il futuro del commercio online in Italia e oltre”. Fonte: bitmat.it
Il software al centro dell’innovazione per le aziende consumer e retail
Il software sta sconvolgendo e trasformando ogni settore, e l’impatto è particolarmente pronunciato nelle organizzazioni rivolte ai consumatori. Con l’affermarsi del modello direct-to-consumer, i ricavi provengono sempre più spesso dall’online piuttosto che dai canali tradizionali. Poiché le esperienze digitali pesano sul fatturato, le organizzazioni rivolte ai consumatori devono effettuare investimenti digitali efficaci. Le aziende che fanno del software una parte fondamentale della loro organizzazione e sfruttano le tecnologie emergenti, come l’IA (compresa l’IA generativa), la realtà mista e la robotica, possono costruire una solida base per una crescita sostenibile. Molti player del settore retail e consumer hanno già effettuato investimenti decisivi in software e tecnologia. Ad esempio, Starbucks ha sviluppato Deep Brew, uno strumento per sfruttare l’intelligenza artificiale per varie applicazioni. Lego ha collaborato con Epic Games per creare un metaverso in cui i bambini possano connettersi, giocando tra mondo digitale e fisico senza soluzione di continuità. E L’Oréal ha investito in Digital Village, una piattaforma di costruzione di mondi virtuali e un marketplace di NFT, per scommettere sulle opportunità offerte dal metaverso e dal Web3 per la creazione di negozi virtuali. Secondo la ricerca McKinsey, le aziende che investono massicciamente nel software superano i propri peer: i leader digitali hanno creato un maggior valore per i propri azionisti – pari a tre volte i rendimenti degli ultimi cinque anni, rispetto alle aziende leader non digitali. L’analisi, condotta su oltre 120 public company del settore consumer e retail, rivela anche che quelle con un modello operativo tecnologico maturo superano quelle che operano in modo più tradizionale e vantano, in media, un rendimento per gli azionisti 2,2 volte superiore, nonché livelli di customer engagement e brand awareness dal 40 al 45% più elevati. L’avvento dell’IA generativa potrebbe guidare la transizione di aziende tradizionali del settore consumer in entità software. Le organizzazioni dei consumatori e della vendita al dettaglio si basano su molte funzioni in cui si prevede che l’impatto dell’IA generativa si farà sentire maggiormente, tra cui il marketing, le vendite e le customer operation. Si prevede che l’impatto annuale dell’IA generativa sulla produttività del settore sarà compreso tra 400 e 660 miliardi di dollari, tra i più alti di tutti i settori. Sulla base della propria ricerca ed esperienza, McKinsey rivela sei principi fondamentali con cui le organizzazioni del settore consumer e retail possono sfruttare efficacemente la tecnologia e ottenere risultati più simili a quelli delle software companies: Costruire una cultura incentrata sul software (e sul cliente) Promuovere le competenze di product management nel settore consumer – Investire nelle funzioni di product management (PM) è fondamentale. Ma secondo un recente sondaggio, l’80% di oltre 300 product manager del settore consumer ha dichiarato che le funzioni di PM delle proprie organizzazioni erano inferiori o inesistenti. Sono tre le azioni possibili per potenziare le proprie funzioni di PM: Investire in strumenti di IA Sviluppare una cultura basata su test continui per migliorare il prodotto e la customer experience Aggiornare costantemente i PM sui prodotti e approfondire la loro comprensione delle preferenze dei consumatori, in evoluzione costante. Aggiornare l’architettura della piattaforma e della gestione dei dati – L’innovazione tech di nuova generazione richiede una solida architettura tecnologica di base; tuttavia, la maggior parte delle aziende ha problemi con i sistemi obsoleti e di solito più del 20% degli asset tecnologici è da includere nella categoria “debito tecnico”. Inoltre, circa il 60% dei CIO ha visto aumentare i livelli di debito tecnico negli ultimi anni. Fungere da anello di congiunzione tra gli ecosistemi tecnologici e manifatturieri – I consumatori apprezzano l’innovazione che un ecosistema può fornire; sette consumatori su dieci in un sondaggio McKinsey hanno dichiarato di apprezzare le offerte di ecosistemi che semplificano il proprio percorso di acquisto. Sfruttare la creatività nella strategia go-to-market – Molte aziende stanno già adottando misure per trasformare le proprie strategie di go-to-market (GTM), utilizzando la tecnologia per aumentare la funzionalità della propria offerta principale e per favorire un maggiore coinvolgimento dei clienti. Le case di moda e la grande distribuzione, ad esempio stanno espandendo le sfilate e i negozi fisici nel mondo virtuale con esperienze interattive, contenuti gamificati e nuovi modi per generare consapevolezza e monetizzare la merce. Gucci ha lanciato sfilate nel metaverso che rispecchiano quelle fisiche, Gap ha aperto vetrine in-game con repliche digitali della merce e ha lanciato camerini virtuali, mentre Tiffany & Co. ha raccolto 12,5 milioni di dollari attraverso il sellout istantaneo dei suoi drop NFT in concomitanza con i lanci dei nuovi prodotti. Sviluppare un ampio bacino di talenti tech e un modello operativo basato su tecnologia moderna – Secondo la Voice of Consumer Organizations Survey 2022 di McKinsey, i manager delle aziende consumer altamente performanti hanno 1,4 volte più probabilità di dichiarare di disporre di talenti tech in gran parte in-house per le aree di attività critiche. Tuttavia, i livelli di insourcing sono relativamente bassi; l’analisi di McKinsey indica che la quota di talenti IT esternalizzati è del 40-50% nel settore retail e del 50-60% in quello dei beni di consumo confezionati. Le aziende possono ricorrere all’”acquihiring”, ovvero all’acquisizione strategica di aziende native digitali per accedere alle loro offerte tecnologiche e ai loro pool di talenti. Ad esempio, quando L’Oréal ha acquisito ModiFace, un’azienda di VR che costruisce tecnologie per il settore beauty, ha integrato con successo il team nella propria organizzazione core, con un aumento di tre volte del tasso di conversione e di due volte dell’engagement. Un altro approccio è che le aziende creino i propri ecosistemi di talenti o entrino a far parte di quelli esistenti creati da organizzazioni esperte di tecnologia, sfruttando così conoscenze e risorse collettive. Inoltre, le aziende del settore consumer possono distinguersi dalle imprese tech-native puntando sulla riconoscibilità dei propri brand e sulla possibilità per i talenti di vedere l’impatto tangibile delle loro innovazioni sul mercato. Per esempio, Nike si promuove come un’azienda che cerca di assumere “le persone più creative del mondo” che vogliono “rivoluzionare il futuro attraverso l’incontro tra sport e tecnologia”. Fonte: bitmat.it
Sistema anticorruzione Obbligatorio – Adeguati Subito
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Le università statali italiane non bloccano in modo proattivo le email fraudolente
Proofpoint ha pubblicato oggi una nuova ricerca secondo la quale il 97% delle università statali italiane è in ritardo sulle misure di cybersecurity di base, sottoponendo studenti, personale e partner a un rischio maggiore di frodi basate su email contraffatte. Questi risultati si basano su un’analisi dell’adozione del protocollo DMARC (Domain-based Message Authentication, Reporting and Conformance) […] Proofpoint ha pubblicato oggi una nuova ricerca secondo la quale il 97% delle università statali italiane è in ritardo sulle misure di cybersecurity di base, sottoponendo studenti, personale e partner a un rischio maggiore di frodi basate su email contraffatte. Questi risultati si basano su un’analisi dell’adozione del protocollo DMARC (Domain-based Message Authentication, Reporting and Conformance) da parte delle università statali italiane. DMARC è un protocollo di convalida delle email progettato per proteggere i nomi di dominio dall’abuso da parte dei criminali informatici, autenticando l’identità del mittente e prevede tre livelli di protezione: monitoraggio, quarantena e reject (rifiuto); quest’ultimo è il più sicuro per evitare che le email sospette raggiungano la casella di posta. L’analisi di Proofpoint ha rilevato che solo il 3% delle università statali italiane ha implementato il livello di protezione più rigoroso e raccomandato (reject) e il 52% non dispone di alcuna protezione DMARC, ed è quindi a rischio di attività truffaldine da parte di criminali informatici, che potrebbero impersonare i loro domini per colpire gli utenti con frodi via email. Quasi la metà (48%) ha adottato invece misure di protezione iniziali, pubblicando un record DMARC di base. Si tratta di dati che mostrano come numerose università italiane siano in ritardo rispetto anche a quelle europee, in cui il livello di protezione DMARC più rigoroso è stato implementato dal 10% degli istituti, mentre quelli che hanno adottato le misure iniziali per proteggere studenti e personale dalle frodi via email con un record DMARC di base sono il 69%, con il 31% quindi che non dispone di alcuna protezione DMARC. “La nostra ricerca ha dimostrato che la grandissima parte delle università statali italiane continua a esporre le persone a rischi provenienti da criminali informatici a caccia di dati personali e finanziari, non implementando semplici ma efficaci best practice per l’autenticazione delle email”, afferma Luca Maiocchi, country manager di Proofpoint Italia. “L’email continua a essere il vettore preferito dagli attaccanti e il settore dell’istruzione rimane un obiettivo chiave. Scuole e università custodiscono dati preziosi di migliaia di studenti, ricercatori e personale e sono per questo un obiettivo ambito da parte dei cybercriminali: se non sfruttano le tecnologie a loro disposizione resteranno anche un obiettivo vulnerabili agli attacchi.” Anche gli attacchi BEC (Business email compromise) dovrebbero essere all’attenzione delle aziende quando si parla di sicurezza delle email. Consistono nell’assumere l’identità di contatti di business per inviare email fraudolente che sembrano essere legittime e provenienti da organizzazioni affidabili al fine di ingannare gli utenti Secondo il report State of the Phish 2023 di Proofpoint, nel corso dello scorso anno, il 51% delle organizzazioni italiane ha segnalato un tentativo di attacco BEC. “I criminali informatici utilizzano regolarmente il metodo del domain spoofing per spacciarsi per organizzazioni e aziende note, inviando un’email da un indirizzo apparentemente legittimo. Questi messaggi sono pensati per indurre le persone a cliccare su un link o condividere dettagli personali che possono poi essere utilizzati per rubare denaro o identità,”, continua Luca Maiocchi. “Per un normale utente di Internet può essere quasi impossibile identificare un mittente fittizio. Implementando il livello più rigoroso di DMARC, le università possono bloccare attivamente email fraudolente, e criminali informatici che cercano di impersonare il loro istituto”. Proofpoint raccomanda agli studenti e al personale delle università, ma anche a tutti gli utenti, di seguire questi semplici consigli per rimanere al sicuro online: Usare password forti: Non riutilizzare due volte la stessa password. Prendere in considerazione l’utilizzo di un gestore di password per rendere la propria esperienza online semplice e al tempo stesso sicura. Usare l’autenticazione a più fattori per un ulteriore livello di sicurezza. Fare attenzione ai siti “sosia”: Gli aggressori creano questi siti per imitare marchi e istituzioni familiari, con l’obiettivo di fingersi un’azienda credibile, distribuire malware o rubare denaro o credenziali. Abituarsi a individuare i potenziali attacchi di phishing e smishing: Le email di phishing portano a siti web non sicuri che raccolgono dati personali, come le credenziali e i dati della carta di credito. Fare attenzione anche al phishing via SMS – il cosiddetto “smishing” – o ai messaggi inviati attraverso i social media. Non cliccare sui link: Nel caso si ricevano email da un’università, Proofpoint consiglia agli studenti di andare direttamente al sito web dell’istituto, digitando l’indirizzo nel proprio browser. Fonte: bitmat.it