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E se la sostenibilità facesse vendere di più?

Il recente rapporto “Sustainability Perceptions Index” realizzato da Brand Finance dimostra che più i consumatori percepiscono la sostenibilità ambientale e sociale (ESG) di un prodotto, tanto più lo scelgono. Evidentemente questo si traduce in valore reale per il brand. Per Amazon, ad esempio, la ‘sostenibilità percepita’ da parte dei consumatori contribuisce con ben sette punti percentuali (+7%) al valore del brand, che tradotto significa +19,9 miliardi di dollari. Per Tesla, altro esempio, il valore generato dalla sostenibilità è stimabile in +17,8 miliardi di dollari laddove la sensibilità all’ESG percepita nel marchio da parte dei consumatori pesa per il 27% nel comportamento d’acquisto. “Ai colleghi imprenditori che vivono la trasformazione green come un onere da sopportare, magari al minor costo possibile, dico vi sbagliate. L’ecosostenibilità fa vendere più prodotti e aumenta l’equity, ovvero il valore del marchio” così Aurelio Manzoni, Sustainability manager di Nuncas, marchio italiano di riferimento nel settore della cura della casa, a margine di “Il Verde e Blu Festival” in corso in queste ore. Notiamo che questa preferenza per l’ecosostenibilità era già in atto nel 2019, quando il report “Sustainability matters, but does it sells?”, realizzato da McKinsey&Company calcolava che “il 70% dei consumatori era disposto a scegliere un prodotto ecosostenibile al posto di uno a maggiore impatto ambientale, spendendo il 5% o il 10% in più”. Dato ancora confermato dalla ricerca Deloitte “The Conscious Consumer” (2021) in ambito alimentare, realizzata su 17.000 consumatori in 15 Paesi europei. Secondo quest’ultima quale “il 78% degli intervistati italiani affermava di essere disposto a pagare almeno il 5% in più per alimenti sostenibili, ma anche per generi alimentari locali (79%), biologici e fair trade (entrambi 76%)”. “E molti altri esempi si potrebbero fare – commenta Aurelio Manzoni, che prosegue – da noi questo percorso di attenzione all’ambiente è stato avviato più di 20 anni fa, con investimenti e adeguati e importanti. E questo approccio continua oggi convintamente tanto che, entro il 2024, ci prefiggiamo di raggiungere una quota del 100% di plastica riciclata per la realizzazione dei nostri prodotti, di fatto quasi doppiando l’obiettivo UE, con un anticipo di ben 16 anni”. La proposta di Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sugli imballaggi fissa infatti al 35% il contenuto di riciclato minimo a decorrere dal 2030 per arrivare al 65% nel 2040. “Chi può faccia, e subito – continua Aurelio Manzoni – e, non solo il pianeta gli sarà grato, ma anche consumatori e società civile. E persino il budget sorriderà, perché se è vero che determinati cambiamenti in chiave green possono rappresentare extra-costi, così come quelli che sopportiamo noi nell’acquisto plastica riciclata da post consumo (PCR) semitrasparente e bianca, nel medio termine questi si trasformeranno in benefici, anche in termini di conto economico dell’azienda”. Fonte: bitmat.it

La rivoluzione della logistica nel mondo e-commerce

La logistica gioca un ruolo determinante nel successo di un e-commerce. Ecco come si sta trasformando Nell’era digitale, l’evoluzione del commercio elettronico ha cambiato il volto del retail tradizionale, portando al centro dell’attenzione un settore spesso sottovalutato ma fondamentale: la logistica. Questa componente è diventata essenziale per garantire la soddisfazione del cliente, la gestione efficiente delle scorte e la puntualità delle consegne. La logistica moderna nell’era dell’e-commerce Il rapido sviluppo dell’e-commerce ha posto nuove sfide per la logistica. La necessità di spedizioni rapide, la gestione delle restituzioni e la previsione accurata delle scorte sono solo alcune delle problematiche che le aziende affrontano. Qui entra in gioco il servizio specializzato FBY Solutions, un esempio di come l’innovazione e l’esperienza possano combinarsi per offrire soluzioni logistiche su misura per le esigenze del commercio elettronico moderno. La gestione delle scorte Uno dei principali problemi legati alla logistica dell’e-commerce è la gestione delle scorte. Avere troppi prodotti in magazzino può risultare in costi eccessivi, mentre avere troppo poco può portare a perdite di vendita. Ecco perché la previsione della domanda e un sistema di gestione dell’inventario efficiente sono cruciali. Con l’uso della tecnologia e dei dati, le aziende possono ora prevedere con maggiore precisione le esigenze dei clienti e gestire le loro scorte di conseguenza. La velocità di consegna Le aspettative dei clienti riguardo alla velocità di consegna sono cresciute enormemente. Grazie a giganti dell’e-commerce come Amazon, i consumatori si aspettano ora consegne in giornata o il giorno successivo. Questa esigenza ha portato alla creazione di magazzini e centri di distribuzione in posizioni strategiche, permettendo alle aziende di spedire i prodotti più velocemente e di rispondere in modo agile alle esigenze dei clienti. La gestione delle restituzioni Le restituzioni sono una parte inevitabile dell’e-commerce. Offrire una politica di reso semplice e senza problemi può essere un fattore chiave per garantire la fiducia del cliente e incoraggiare ulteriori acquisti. Tuttavia, gestire le restituzioni può essere complesso dal punto di vista logistico. Le soluzioni moderne possono aiutare le aziende a gestire efficacemente questo aspetto, riducendo i costi e migliorando l’esperienza del cliente. La sostenibilità nella logistica L’attenzione crescente verso l’ambiente ha portato le aziende a cercare soluzioni logistiche sostenibili. Ciò include la riduzione dell’impatto ambientale attraverso la scelta di imballaggi eco-compatibili, la gestione efficiente delle rotte di spedizione e l’adozione di veicoli a basse emissioni. L’adozione di pratiche sostenibili non solo aiuta l’ambiente, ma può anche offrire un vantaggio competitivo, poiché i consumatori diventano sempre più consapevoli delle questioni ambientali. Nonostante le sfide, l’evoluzione della logistica nell’e-commerce offre anche numerose opportunità. Con l’adozione di tecnologie avanzate e soluzioni innovative come quelle offerte da FBY Solutions, le aziende possono garantire non solo la soddisfazione dei clienti, ma anche la sostenibilità e l’efficienza dei loro processi logistici. La chiave del successo risiede nella capacità di adattarsi e innovare in risposta alle mutevoli esigenze del mercato. Fonte: bitmat.it

IA: Italia primo paese UE per progetti realizzati nella PA

A partire dal 2010, in tutta Europa, i progetti di Intelligenza Artificiale nelle PA hanno registrato un’importante crescita, passando da 26 a 148 all’anno, per un totale di 637 progetti mappati. Quasi un terzo ha l’obiettivo di migliorare i servizi rivolti a cittadini e imprese. L’Italia, con 63 progetti, emerge tra i Paesi più impegnati nello sviluppo delle soluzioni di Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione, seconda solo ai Paesi Bassi (116). Conquista inoltre il primato per numero di progetti implementati: 38 iniziative, circa il 10% del portafoglio europeo. A livello globale, sono gli Usa a trainare le applicazioni d’Intelligenza Artificiale nella PA con un investimento, negli ultimi 5 anni, di oltre 60 miliardi di dollari. L’Italia, con 1 miliardo di euro investito, sembra adottare in confronto un approccio più conservativo, allocando meno risorse pubbliche suddivise in un più ampio numero di iniziative, molte delle quali sono progetti pilota. Questi i dati emersi dal report “Le opzioni tecnologiche per la digitalizzazione avanzata della Pubblica Amministrazione”, realizzato da The European House – Ambrosetti e Salesforce. Lo studio ha analizzato le strategie di adozione dell’IA elaborate dai principali Paesi UE, individuando proposte e azioni di policy per lo sviluppo e la diffusione del digitale in particolare nella PA italiana. “La Pubblica Amministrazione del futuro potrà far leva sulle tecnologie digitali per migliorare il proprio operato e aumentare l’attrattività del Sistema Paese. In particolare, le soluzioni di Intelligenza Artificiale semplificano l’accesso e lo sviluppo di nuovi servizi per i cittadini e le imprese, aiutano a ridurre il peso della burocrazia e a rendere più fluidi i processi amministrativi, supportano lo sviluppo di simulazioni degli impatti delle policy”, spiega Corrado Panzeri, Partner e Responsabile InnoTech Hub, The European House – Ambrosetti. “Il Sistema Italia ha bisogno di disporre di una Pubblica Amministrazione moderna, evoluta ed efficiente per competere efficacemente a livello europeo e internazionale. È quindi fondamentale che la PA italiana impari ad applicare le soluzioni di Intelligenza Artificiale con efficacia, a partire da una mappatura del livello di digitalizzazione, per conoscere il punto di partenza e definire quello di arrivo, e dalla definizione del percorso più idoneo per raggiungere obiettivi e posizioni di leadership. In tal modo si potrà disegnare una roadmap di trasformazione, individuando le tappe intermedie e prevedendo l’adozione di modelli di collaborazione con altri ecosistemi, dall’industria alla ricerca. Il tutto, coniugando l’uso delle tecnologie con il fattore umano, per offrire ai cittadini servizi in grado di abbinare alla precisione digitale un tratto personalizzato, assicurando inclusività, affidabilità e trasparenza”. “Il Digitale è entrato da tempo nelle nostre vite e l’Intelligenza Artificiale Generativa è stato il più recente fenomeno che ha portato un’ulteriore accelerazione dell’adozione – accentua Paolo Bonanni, Country Leader Salesforce per la Pubblica Amministrazione. – In molti affermano che siamo nel pieno di una Rivoluzione. Un fenomeno che sta portando i cittadini/consumatori da un lato, le aziende e le istituzioni dall’altro, a ripensare la modalità di relazione e la definizione dei processi. Le implicazioni sono svariate e l’impatto significativo. Per questo ormai sempre di più si parla anche di una Rivoluzione della Fiducia: quel Trust che le organizzazioni devono conquistare nei confronti dei cittadini e dei consumatori e la fiducia degli individui verso la tecnologia e chi la produce. Salesforce è ormai da anni al fianco della Pubblica Amministrazione Italiana nel processo di Transizione Digitale a tutti i livelli. L’Intelligenza Artificiale e le nuove tecnologie sono un elemento di accelerazione, ma bisogna preparare il terreno, formare le competenze, dar vita a ecosistemi che poi consentano un utilizzo pieno, efficace ed evolutivo delle nuove potenzialità“. Dalle competenze al PNRR, le azioni concrete per implementare la IA nella PA italiana La ricerca mette in luce anche le priorità d’azione da mettere in campo per accelerare la digitalizzazione e l’uso dell’Intelligenza Artificiale nella PA. Considerando che l’Italia si pone oggi al 20° posto in UE per incidenza dei servizi pubblici digitali erogati ai cittadini, emerge la necessità di spingere sulla diffusione di tecnologie digitali nella PA, in particolare con l’adozione di architetture Cloud. D’altro canto, è consigliato promuovere nuove piattaforme pubbliche di Open Data per condividere l’enorme patrimonio informativo disponibile a beneficio di altre PA, dei cittadini e delle imprese. È essenziale, poi, stabilire un dialogo continuo e costruttivo con l’Authority competente (Garante Privacy o altro), che garantisca l’adozione responsabile e efficace di tali tecnologie. Per implementare la AI nella Pubblica Amministrazione è poi necessario investire sulla formazione. Sul versante delle competenze digitali di base, per raggiungere il target europeo all’Italia mancano 15,3 milioni di cittadini: per questo è urgente intervenire con un piano di alfabetizzazione digitale dei cittadini e tutti gli stakeholder sono chiamati a fare la propria parte: il pubblico attraverso il percorso di istruzione formale, il privato attraverso la formazione on-the-job dei lavoratori, entrambi per valorizzare bacini e comunità periferiche a forte rischio di esclusione. Allo stesso tempo, bisogna favorire lo sviluppo delle competenze digitali avanzate. In Italia sono 42.000 i laureati in discipline ICT, contro i 252.000 della Germania, i 134.000 della Spagna, gli 81.000 della Francia e i 69.000 della Polonia. Per colmare il gap, è richiesto un intervento strutturale con l’ampliamento del bacino delle università che prevedono corsi di laurea in materia ICT, il potenziamento degli insegnamenti sull’AI, il rafforzamento del ruolo degli ITS per formare i giovani su temi tecnologici, l’adozione di meccanismi per trattenere i giovani qualificati. Inoltre, il report ribadisce l’urgenza di attuare il prima possibile le iniziative sulla digitalizzazione presenti nel PNRR: sono infatti previsti circa 6,1 miliardi di euro per digitalizzare la Pubblica Amministrazione, cui aggiungere risorse pari a circa 3,6 miliardi di euro non destinate alla digitalizzazione. Le risorse allocate dal PNRR sono oltre 3 volte quelle dell’attuale spesa ICT della PA relativa alla digitalizzazione. Tra opportunità e rischi: i principi guida per adottare l’IA nella Pubblica Amministrazione Un approccio responsabile all’adozione dell’AI è in ogni caso indispensabile, per creare un contesto capace di massimizzare le opportunità e parallelamente mitigare i rischi, in particolare quelli legati alla privacy e all’ottenimento di risultati non trasparenti, parziali, inaffidabili e non spiegabili. Il report individua quindi 5 principi guida a cui deve uniformarsi

Addio cookie terze parti: marketing online verso gestione più etica

Il blocco imminente dei cookie di terze parti, utilizzati per tracciare il comportamento degli utenti e fornire annunci mirati, sta portando a un’evoluzione nel mondo della pubblicità online, verso una gestione più etica delle informazioni degli utenti. Come possono i brand adattarsi a questi sconvolgimenti restando comunque competitivi sul mercato? Immaginiamoci di essere in una pasticceria, farci un giro, soffermarci su 2-3 tipologie di torte, e poi uscire senza acquistare nulla perché dobbiamo andare in palestra e si sta facendo tardi. Immaginiamo che il negoziante della pasticceria paghi una persona per osservare di nascosto i comportamenti dei clienti e farsi trovare in palestra quando stiamo per uscire e tornare a casa, per darci un volantino della pasticceria in cui ci mostra proprio quelle torte che stavamo pensando di comprare, magari scontate per 24 ore. Se volessimo trasferire questa scena nel web ecco, la persona col volantino è il cookie di terze parti che prende le informazioni dal sito web che stiamo navigando (pasticceria) e fa vedere l’annuncio giusto (volantino torte) nel posto giusto (palestra). Cosa sono i cookie di prima e terza parte? I cookie di terze parti funzionano in modo simile all’esempio della pasticceria. Ma procediamo con ordine: cosa sono i cookie? Quando un utente naviga su un sito web, possono essere utilizzati alcuni “pezzi di informazione” chiamati cookie – che altro non sono che dei piccoli file di testo che vengono inviati dal sito e memorizzati sul dispositivo con cui si sta navigando – utili per riconoscere l’utente e registrare le azioni che compie sul sito stesso. I cookie sono molto utili per molte funzionalità online: permettono di mantenere l’accesso a un sito, memorizzare preferenze e impostazioni, riportare l’utente al punto in cui aveva lasciato un determinato processo, come ad esempio un carrello abbandonato o la compilazione di una pratica lasciata a metà. In questi casi si parla di cookie di prima parte, ovvero sono generati dallo stesso proprietario del sito per migliorare l’esperienza di navigazione a tutto vantaggio dell’utente. I cookie vengono però creati non solo dal proprietario del sito stesso ma anche da altre società o servizi esterni (terze parti) che hanno una sorta di accordo con il sito web che si sta visitando. Questi cookie di terze parti servono al sito web per appoggiarsi a una società esterna che, ad esempio, gli consentirà di fare pubblicità mirate per ogni singolo utente su altri siti che navigherà. Ad oggi sono stati uno degli strumenti principali per le grandi piattaforme di advertising online per tracciare il comportamento dei clienti su più siti web e creare quindi un profilo più definito fino ad arrivare a mostrargli annunci pubblicitari basati su interessi mirati e proporre offerte commerciali pertinenti. Ma se da un lato possono essere utili per fornire contenuti più rilevanti e migliorare l’esperienza di navigazione, allo stesso tempo sollevano preoccupazioni sulla privacy, poiché sono molte le informazioni che possono essere condivise con società esterne ed è difficile per l’utente tenere traccia del percorso che faranno queste informazioni che lo/la riguardano. La fine dei cookie di terze parti Presto questi cookie non saranno più supportati. Le date si rincorrono da un po’ di tempo ma ormai sembra ufficiale: entro la fine del 2024 anche Google Chrome, come già fatto da Safari, Microsoft Edge e Firefox, completerà la messa al bando globale dei cookie di terze parti stravolgendo così il mondo del marketing online. Si pensi che, secondo l’analisi di Twilio “The State of Customer Engagement Report 2023”, l’81% dei brand si affida ai cookie di terze parti per personalizzare l’offerta online e che in generale l’investimento nel digital customer engagement porti ai brand un aumento dei ricavi del 90%. Stando allo stesso report, il 57% dei consumatori dichiara che spenderebbe di più da un brand che personalizza l’esperienza ma, d’altro canto, ben il 95% dei consumatori chiede di avere più controllo sui propri dati online e il 50% di loro afferma di aver abbandonato un sito web piuttosto che dare il consenso ai cookies. Di conseguenza molti brand (il 42%) sostengono che la principale sfida corrente per il coinvolgimento dei clienti sia quella di trovare un equilibrio tra sicurezza ed esperienza del cliente. Un equilibrio necessario, dato che, secondo questo report di BCG, le aziende perderanno fino al 5% di fatturato a parità di investimento. Secondo un’analisi di McKinsey, all’incirca 10 miliardi di dollari di advertising che ad oggi è basato sui cookie di terze parti dovrà essere sostituito con delle pubblicità che derivano da una combinazione di dati proprietari. Sembrerebbe inoltre che la maggior parte delle perdite le avranno le agenzie che si occupano di marketing e pubblicità: secondo un’analisi di Google i big della pubblicità che usano questi strumenti potrebbero perdere il 50-70% dei loro incassi. Insomma, nel mondo del marketing digitale è in atto una vera e propria rivoluzione, ma le soluzioni a portata dei brand per andare incontro alle esigenze dei consumatori ci sono già, e spesso sono più vicine di quanto pensino. La nuova frontiera: riscoprire i dati di prima parte e parte zero A causa di questo nuovo limite, marketers e aziende sono ora alla ricerca di alternative partendo forse da quella più scontata ma anche, ad oggi, un po’ sottovalutata: la gestione più consapevole dei dati di prima parte – ovvero le informazioni raccolte direttamente dal proprio sito web o applicazione, o attraverso il proprio e-commerce, programma di loyalty, ecc… – e quelli di parte zero – vale a dire i dati che vengono direttamente e volontariamente lasciati dall’utente, per esempio attraverso sondaggi o la compilazione di form. Infatti i dati di prima parte e zero parte provengono da processi che i clienti seguono volontariamente, quindi sono più accurati e precisi e molto più adatti ad essere utilizzati come input per operazioni ad alto valore strategico – soprattutto lato marketing – tra le quali: personalizzare l’esperienza dell’utente, indirizzare la pubblicità, misurare l’efficacia delle campagne e migliorare l’esperienza complessiva del cliente. Il paradosso privacy-personalizzazione Oggi più che mai gli utenti non sono disposti ad accontentarsi di un’esperienza impersonale. Secondo il report “State of personalization 2023” di

Next-commerce: che cosa cerca l’e-shopper italiano?

“Next-commerce: il futuro dell’e-commerce in Italia e in Europa”: Un campione di 5.000 intervistati tra 16 e 65 anni, che hanno acquistato almeno 1 volta online negli ultimi 12 mesi, ha permesso di decodificare le abitudini di acquisto degli e-shopper e di delinearne le aspettative. Realizzato da Kantar per Veepee – protagonista Europeo delle flash-sales, in 5 mercati principali del Gruppo: Italia, Francia, Spagna, Olanda e Belgio – lo studio ha messo l’accento sui diversi elementi che caratterizzano il comportamento degli acquirenti in Europa ed in particolare in Italia, ma anche sull’indice delle loro attese in termini di esperienza e di relazione con i brand. “Veepee è sempre all’ascolto dei brand, ma anche del consumatore finale”, spiega Valentina Corbetta, Country Manager Italia di Veepee. “Per meglio interpretare le loro necessità e capire quali sono le loro aspettative, realizziamo delle ricerche interne ed esterne che ci permettono anche di individuare ed intercettare i nuovi trend, e da questo studio sono emersi diversi elementi”. “L’e-shopper oggi è sempre più informato, attento al prezzo e in cerca di qualità, non solo relativamente ai prodotti che acquista, ma anche in termini di esperienza. Oltre ad una maggior sensibilità nei confronti dei temi della sostenibilità, notiamo anche un interesse crescente per i marketplace, che uniscono prezzo competitivo e ampia scelta nelle proposte. Per i brand le opportunità sono quindi numerose per coinvolgere ed ingaggiare un cliente curioso ed esigente, che si aspetta da loro una relazione sempre più personalizzata, in grado di intrattenerli con modalità innovative”. L’e-shopper online italiano è sempre più informato ed attento al prezzo I dati emersi mostrano che lo shopping online è in costante crescita: 1 italiano su 2 ha dichiarato di aver aumentato i propri acquisti negli ultimi 12 mesi. L’Italia è, insieme alla Spagna, il paese in cui gli acquisti online sono maggiormente cresciuti rispetto ai vicini europei. Ecco le principali tendenze: L’online è il canale che gli e-shopper italiani privilegiano nel 39% dei casi per comprare prodotti di un brand che già conoscono. In fase di pre-acquisto, l’85% degli e-shopper italiani ha dichiarato informarsi. I research tools sono la prima fonte per il 64% quando si tratta di cercare un prodotto, seguito dai marketplace (56%) e infine dal sito del brand (48%). Il prezzo risulta essere un fattore determinante per finalizzare l’acquisto per il 51% degli italiani intervistati. 7 italiani su 10 infatti cercano i prodotti filtrando le loro ricerche in base al prezzo. Questo fattore è anche il principale criterio di attrattività per le flash-sales, in seguito alla scoperta di nuovi brand (40%). In risposta alla domanda “ti piace un articolo ma il prezzo è ancora troppo elevato”, il 38 % degli intervistati dichiara di controllare subito online per vedere se ci sono offerte; il 40% aspetta che ci siano sconti o promozioni per provvedere all’acquisto. Risulta anche di crescente interesse la contaminazione e il collegamento positivo tra on e offline: il 91% ha dichiarato che l’online ha inciso sul loro modo di comprare negli store fisici a conferma del comportamento d’acquisto omnicanale. I marketplace: un opportunità per brand e per consumatori La ricerca mette inoltre in rilievo un interesse crescente per i marketplace. Oltre a rappresentare la prima fonte di ricerca in fase di pre-acquisto, per il 56% degli italiani i marketplace offrono diversi vantaggi: Al 38% gli italiani, interessano per un fattore di prezzo; il 30% dichiara di consultarli per le offerte e promozioni; e il 28% per l’ampia scelta di prodotti che offrono. Quando si richiede ai consumatori dove comprano articoli fashion, il 27% degli italiani dichiara di acquistare soltanto sul sito del brand, mentre il 21 % esclusivamente attraverso marketplace; per il 50% l’acquisto avviene indifferentemente su entrambi. Una differenza sempre più sottile che attesta che il marketplace si stia consolidando come destinazione shopping sempre più utilizzata. Next-commerce: qualità e sostenibilità temi chiave La qualità dei materiali rimane per gli italiani un fattore di capitale importanza : 1 italiano su 2 compra regolarmente articoli fashion e il 22% cita la qualità come criterio più importante in fase di scelta del prodotto, subito dopo il fattore prezzo. Gli italiani in particolare attribuiscono grande valore alla manifattura dei prodotti e per 6 intervistati su 10, il Made in Italy è prima di tutto sinonimo di qualità. Un tema importante che impatta in modo sempre più significativo sulle scelte dei consumatori, è la sostenibilità. L’attenzione da parte del consumatore online verso la sostenibilità cresce: il 46% degli italiani afferma infatti che l’e-commerce ha contribuito nella loro scelta di acquistare prodotti più sostenibili, un dato sopra la media Europea. Per l’acquirente italiano, comprare in modo sostenibile è principalmente legato alla fiducia e alla trasparenza con i brand, ma anche alla scelta dei materiali e all’utilizzo di processi sostenibili nella manifattura. Anche la preoccupazione per l’ambiente è un fattore determinante per gli acquisti: 1 italiano su 2 ha comprato o venduto articoli second-hand negli ultimi 12 mesi. Il 45% lo fa per ridurre gli sprechi e il 39% per prolungare il ciclo di vita dei prodotti o per dargli una seconda vita. Il fashion è la prima categoria di prodotti a generare turnover per il mercato dell’usato. Innovazione e personalizzazione per arricchire l’esperienza d’acquisto In conclusione, i consumatori cercano una relazione con i brand sempre più trasparente e personalizzata. In questa ottica, l’e-shopper è anche propenso a sperimentare innovazioni che possano rendere la sua esperienza d’acquisto coinvolgente ed interattiva: 39% degli intervistati italiani ammette infatti di non aver ancora sperimentato nessuna innovazione tecnologica durante la sua shopping journey. Il 77% è invece molto propenso a poter provare nuove modalità di vivere l’acquisto. Così riscuotono un successo crescente le sessioni di Live Shopping che favoriscono un dialogo diretto tra brand e cliente, o ancora nuove tecnologie al servizio dello shopping online come la realtà aumentata o l’utilizzo di chatbot di Intelligenza artificiale. Fonte: bitmat.it

Tecnologie Indossabili e IoT: in prima linea per un futuro connesso

Le tecnologie indossabili e Internet of Things (IoT) stanno aprendo nuove opportunità per professionisti altamente specializzati che guidano lo sviluppo di soluzioni ingegneristiche avanzate In un’epoca di rapide innovazioni, le tecnologie indossabili e Internet of Things (IoT), oltre a rivoluzionare il nostro stile di vita, cambiando il modo in cui ci relazioniamo con il mondo digitale e fisico, stanno anche aprendo nuove opportunità per professionisti altamente specializzati che guidano lo sviluppo e l’adozione di soluzioni ingegneristiche avanzate. “Gli ingegneri del software per dispositivi indossabili stanno ridefinendo il modo in cui ci connettiamo e interagiamo con il mondo digitale, mentre gli esperti di dati e analisi IoT traducono il flusso di informazioni in insight preziosi, guidando decisioni informate. Insieme, questi professionisti stanno plasmando un futuro sempre più connesso, in cui la tecnologia migliora la qualità della vita e abilita innovazioni straordinarie” afferma Alberto Sala, Head of Technology & Innovation Division, Robert Walters Italy I ruoli chiave nel campo delle nuove tecnologie indossabili e IoT Vi presentiamo uno studio in cui Alberto Sala, Head of Technology & Innovation Division di Robert Walters Italia, esplora i ruoli chiave in questo campo, mettendo in luce il loro ruolo cruciale nella creazione del nostro futuro sempre più interconnesso. Ingegneri del software per dispositivi indossabili: Architetti dell’UX (User Experience) Gli ingegneri del software dedicati ai dispositivi indossabili stanno ridefinendo il concetto di interazione uomo-macchina. Questi professionisti creano applicazioni intuitive e software personalizzati per dispositivi come smartwatch e occhiali intelligenti, migliorando il modo in cui ci connettiamo e interagiamo con il mondo digitale. Esperti di dati e Analisi IoT: estrattori di significato dai flussi di informazioni La mole di dati generati dai dispositivi IoT richiede menti analitiche capaci di tradurre numeri in insight preziosi. Gli esperti di dati e analisi interpretano le informazioni raccolte da dispositivi connessi, applicando tecniche avanzate per rilevare tendenze e modelli che guidano decisioni informate. Ingegneri delle Telecomunicazioni IoT: Architetti della connessione senza interruzioni Gli ingegneri delle telecomunicazioni specializzati nell’IoT sono i maestri dietro le quinte che rendono possibile la comunicazione fluida tra dispositivi connessi. Creano e ottimizzano le reti di comunicazione che consentono ai dati di fluire in modo affidabile e sicuro, contribuendo alla base stessa della connettività. Progettisti di hardware per dispositivi indossabili: artisti dell’eleganza tecnologica I progettisti di hardware per dispositivi indossabili uniscono funzionalità e stile in un unico pacchetto. Concepiscono componenti elettronici compatti ed efficienti, trasformando la tecnologia in accessori di design che migliorano la nostra vita quotidiana. Esperti di Sicurezza IoT: guardiani della protezione digitale Nell’era della connettività, la sicurezza è fondamentale. Gli esperti di sicurezza IoT sviluppano strategie per proteggere dispositivi indossabili e dati sensibili da minacce digitali, creando un ambiente sicuro in cui la tecnologia può prosperare. Specialisti in Integrazione dei dati e IoT: costruttori di ecosistemi connessi Gli specialisti in integrazione dei dati giocano un ruolo fondamentale nel creare un’esperienza utente armoniosa tra dispositivi e sistemi. Creano ponti digitali tra diverse piattaforme, consentendo agli oggetti connessi di comunicare e collaborare in modo sinergico. Ingegneri biomedici per dispositivi indossabili: innovatori della salute connessa Gli ingegneri biomedici specializzati nei dispositivi indossabili stanno spingendo i confini nella fusione tra tecnologia e benessere. Questi professionisti sono i cervelli dietro l’innovazione nella sfera della salute. Sviluppano dispositivi di monitoraggio avanzati che forniscono informazioni vitali in tempo reale, consentendo una gestione oculata del proprio stato e benessere fisico. Con i loro dispositivi, offrono la possibilità di mantenere un costante monitoraggio della propria salute, favorendo un approccio proattivo alla gestione del benessere personale. Fonte: bitmat.it

Social engineering: le strategie che colpiscono l’emotività

Il social engineering rappresenta ai nostri giorni una nuova insidia. Si tratta di una nuova forma di strategia capace di indurre le persone a rivelare informazioni riservate o a compiere azioni che possono mettere a rischio la sicurezza. Il social engineering prende di mira l’individuo con tattiche che fanno leva su emozioni di paura o urgenza. Gli attacchi assumono varie forme e la minaccia digitale è particolarmente insidiosa perché capace di colpire contemporaneamente un gran numero di persone. Questo tipo di attacco informatico non si basa su algoritmi complessi o codici impenetrabili, ma sfrutta invece tattiche psicologiche e la fiducia delle persone. Secondo il Data Breach Investigations Report 2023 di Verizon, il 74% delle violazioni avvenute nel 2022 ha coinvolto l’elemento umano, un dato che conferma quanto sia necessario prendere sul serio questo tipo di crimine. La protezione delle informazioni sensibili diventa infatti sempre più difficile. Ecco sette degli stratagemmi più comuni utilizzati dai cybercriminali Denis Cassinerio, Senior Director e General Manager di Acronis, leader globale della Cyber Protection, esamina gli stratagemmi che i criminali informatici utilizzano di più per manomettere dati e sistemi. 1. Phishing: una tecnica subdola che prevede l’invio di e-mail apparentemente legittime alle vittime scelte, ingannandole in modo che rivelino informazioni personali, attivino link dannosi o scarichino allegati infetti. Un hacker potrebbe, ad esempio, fingersi l’impiegato di una banca rinomata per spingere i destinatari ad aggiornare le informazioni relative al proprio account, facendo clic su un link che li reindirizza a un sito fasullo. 2. Vishing: questo nome deriva dalla contrazione di “voice phishing”, perché il metodo utilizza il contatto telefonico per carpire dati sensibili. Spacciandosi per un’autorità in cui si ripone fiducia, ad esempio un istituto bancario o un ente della pubblica amministrazione, i truffatori convincono le vittime a rivelare codici fiscali o informazioni finanziarie. 3. Smishing: simile al vishing, questo approccio inganna i destinatari con i messaggi di testo. I truffatori inviano messaggi SMS che contengono link dannosi o convincono le vittime a chiamare un numero falso, nel tentativo di indurle a condividere informazioni finanziarie, dati bancari o altre informazioni personali, oppure a installare malware che hanno la stessa finalità. 4. Whaling: la posta in gioco di questi attacchi è in genere molto alta: il whaling (caccia al pesce grosso) punta infatti a dirigenti o decisori di spicco all’interno delle organizzazioni. Queste personalità hanno condizioni, autorevolezza e credenziali di sistema più elevate; se l’inganno riesce, consente di estorcere informazioni aziendali o finanziarie strategiche. 5. Pretexting: una tecnica nella quale i criminali elaborano pretesti, cioè narrazioni o storie complesse, per conquistare la fiducia delle vittime e portarle a rivelare informazioni riservate. Uno degli esempi più diffusi è il truffatore che si finge tecnico informatico e chiede le credenziali di accesso, con il pretesto di eseguire semplici attività di manutenzione o di collaudo. 6. Compromissione delle e-mail aziendali: spesso sferrato verso i reparti commerciali delle aziende, questo tipo di attacco vede i criminali firmare messaggi e-mail fingendosi dirigenti di alto livello, chiedendo trasferimenti urgenti di denaro o informazioni finanziarie riservate, approfittando del rispetto percepito dal destinatario verso l’autorità del mittente. 7. Piggybacking: una forma fisica di social engineering in cui un hacker accede insieme alle persone autorizzate ad aree con accesso limitato. Approfittando della fiducia della persona, il criminale riesce a entrare senza autorizzazioni in spazi altrimenti interdetti. Molto vulnerabili a questo tipo di attacco sono i call center e le stanze dei server. Come contrastare le minacce Di fronte a tutte queste insidie, serve più che mai un approccio articolato che coniughi tecnologia e consapevolezza. Istruire i clienti sui vari tipi di attacchi di social engineering e fornire esempi tratti da situazioni reali è il metodo giusto per fornire strumenti di riconoscimento e capacità di risposta efficaci. L’offerta di sessioni di formazione con scadenze regolari permette di rafforzare il valore dello scetticismo e della cautela da adottare nelle comunicazioni digitali. Fornire filtri e-mail e software anti-phishing che individuano e prevengono gli attacchi di social engineering può aiutare a identificare i contenuti dannosi e le potenziali minacce prima che raggiungano le caselle di posta dei clienti. Favorire un atteggiamento proattivo Se il personale e i dirigenti sono costantemente informati sulle truffe e i raggiri più recenti, i clienti riescono a riconoscere e a reagire meglio ai potenziali pericoli. Il partner tecnologico di fiducia ha il ruolo essenziale di mettere in guardia e proteggere i clienti da ogni tipo di attacco informatico. L’aggiornamento continuo sulle tattiche in continua evoluzione di cui si avvalgono i criminali consente di fornire agli utenti finali informazioni e linee guida preziose. Un’altra misura proattiva è l’obbligo alla sensibilizzazione alla Cyber Security, con iniziative che contribuiscono alla crescita di una cultura attenta alla sicurezza. La formazione continua è il metodo più efficace per mantenere vigili e pronti gli utenti contro i tentativi di social engineering. Non da ultimo, è necessario vigilare sulla comunicazione tempestiva, che nella pratica prevede la diffusione continua di aggiornamenti sulle novità nel panorama delle minacce di social engineering. Questo approccio è bivalente: da una parte aiuta i clienti a rimanere informati e preparati, dall’altra rafforza la fiducia nelle capacità degli MSP di proteggere i loro interessi. Mantenendo sempre aperto il canale di comunicazione e condividendo attivamente le nuove informazioni, si creano relazioni solide con i clienti, migliorando inoltre il loro profilo complessivo di sicurezza informativa. Fonte: bitmat.it

Boom degli e-commerce, vendere online e far crescere il proprio business

Chi non ha mai fatto acquisti online alzi la mano. Come si può immaginare, sono praticamente inesistenti le braccia alzate. Questo perché acquistare online oggi è diventata la prassi. Eppure, per arrivare a questo punto ci sono voluti alcuni “salti evolutivi” notevoli. Pensate solo a quale impulso ha dato l’avvento degli smartphone a questo settore: poter comprare qualunque cosa, ovunque ci si trovi e in qualunque momento, e farsela recapitare dove si desidera in poche ore. Tutto con pochi click sul proprio iPhone. E-commerce e pandemia: l’inizio di una rivoluzione digitale La pandemia, come sappiamo, ha poi dato l’impulso definitivo, perché in quel difficile periodo anche i più scettici e i meno tecnologici non hanno potuto fare altro che affidarsi al digitale e agli e-commerce. I numeri pre-pandemia sono significativi a riguardo: dal 2015 al 2019, ad esempio, l’e-commerce nel nostro Paese era sì quasi raddoppiato, ma aveva ancora un’incidenza minima (poco più del 7% del venduto totale), tanto che faticava a decollare, lasciando perplessi gli addetti ai lavori. Erano gli anni di una trasformazione che si prospettava lenta, ma che, proprio la pandemia, esplosa di lì a poco, avrebbe, invece, accelerato fino a far diventare gli e-shop un fenomeno di massa apprezzato e, soprattutto, riconosciuto da tutti come utile e vantaggioso. Anche in questo caso i numeri parlano chiaro: la pandemia ha portato a una crescita delle vendite di prodotti di largo consumo online, le quali sono letteralmente raddoppiate, passando dall’81% al 162% (dato Nielsen), e registrando solo in Italia, e solo nel 2020, un aumento di oltre 2 milioni di consumatori online (dato Osservatorio eCommerce B2C). Altre cifre significative? Durante il lockdown sono aumentate le vendite di prodotti per animali (+154%), quelle di cibi freschi e confezionati (+130%), quelli per la cura della casa (+126%) e della persona (+93%), senza contare l’avvicinamento di tutto il settore della ristorazione e della GDO al mondo del food delivery. Una corsa all’acquisto online che non si è fermata con la fine della pandemia, ma che proprio in virtù dell’effettiva praticità del sistema e-commerce, continua ancora oggi, seppur con numeri più bassi. Aziende e professionisti alle prese con il salto nel digitale Una situazione, questa, che ha avuto un’altra importante conseguenza: spingere anche piccoli commercianti e le aziende sul Web, con l’intento di aprire la propria “bancarella” digitale. I nuovi e-shop, però, inevitabilmente, sono destinati a scontrarsi con due tendenze tipiche del Web: da un lato, l’accentramento del mercato e dei consumatori sui grandi colossi dell’e-commerce e dall’altro, al contrario, la dispersione dei clienti restanti nel grande mare del Web. Ecco, allora, che farsi aiutare in questo “salto nel Web” da professionisti dell’e-commerce e del digitale, può realmente fare la differenza in termini di ottimizzazione degli strumenti, delle risorse da dedicarvi e di visibilità finale rispetto alla sterminata concorrenza presente online. Perché affidarsi a professionisti del digitale Questi professionisti sono, ovviamente, le web agency, aziende in grado non solo di aiutare un’azienda a sviluppare una piattaforma di e-commerce, personalizzata secondo le sue esigenze specifiche, ma anche di supportarla nella fase di spinta iniziale del portale con campagne Google, campagne social e newsletter. Queste rappresentano, di fatto, i nuovi strumenti per la cosiddetta lead generation (raccolta di contatti utili) e per la conseguente e definitiva “conversione” di tali contatti in clienti paganti. Il mondo degli e-commerce si riunisce al PrestaShop Connect: COMMED I A c’è! Una delle web agency più apprezzate su tutto il territorio nazionale è COMMED I A, società di comunicazione e IT che, non a caso, sarà presente con un suo stand a Roma al prossimo PrestaShop Connect, l’evento dedicato al mondo degli e-commerce, organizzato da PrestaShop, il CRM per la creazioni di piattaforme di vendita online. Qui si riuniscono ogni anno i player del settore per analizzare nuovi trend, valutare l’efficacia delle nuove tecnologie e capire in quale direzione si sta muovendo il mondo degli e-commerce. E la direzione sembra, in effetti, puntare sempre più verso le nuove tecnologie digitali che, messe al servizio di un e-commerce, sono e saranno in futuro in grado di migliorare l’esperienza d’acquisto nella sua totalità. Vecchi e nuovi strumenti digitali per migliorare l’esperienza d’acquisto Basti pensare alle Intelligenze Artificiali e al ruolo che stanno già giocando nell’assistenza clienti, in veste di chatbot con le quali il cliente può letteralmente dialogare per trovare risposta a dubbi e perplessità. Ma non solo, perché se ci si sposta sulla Realtà Aumentata ecco che si può scoprire un’ulteriore passo avanti del settore, in quanto questa tecnologia che integra elementi reali e digitali, consente di migliorare l’esperienza di scelta di un prodotto, risultando perfetta per un e-commerce. Due tecnologie che mostreranno, senz’altro, tutto il loro potenziale nei prossimi anni e che oggi stiamo ancora imparando a conoscere. Ciò che, invece, è già pienamente utilizzato e collaudato sono le strategie di web marketing pensate da web agency e società di comunicazione per rafforzare i brand: ecco che la SEO oggi raggiunge il suo apice come strategia ideale per posizionare un sito e aumentare la visibilità online di un negozio digitale, ed ecco che le piattaforme di e-commerce non possono fare a meno di un’interfaccia utente (la cosiddetta UI) intuitiva e facilmente accessibile a tutti, così come in perenne evoluzione sono i contenuti proposti, che nel caso degli e-commerce si traducono in video e live streaming in cui chi vende ci mette sempre più la faccia e la propria autorevolezza. Senza contare, poi, che dalla tecnologia digitale passano ormai tutte le forme di pagamento online che offrono caratteristiche di praticità, velocità e sicurezza. Il tutto, ovviamente, non dimenticandosi mai dell’altra nuova tendenza alla quale non ci si può più sottrarre oggi, né tanto meno in futuro: la sostenibilità. Nel caso degli e-commerce questa tematica tocca attività come la logistica, i trasporti e gli imballaggi della merce. Tutte attività per le quali si cercano sempre più spesso soluzioni ecologiche e rispettose dell’ambiente, a partire da muletti e mezzi di trasporto elettrici per una riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera, passando dall’automazione dei processi in fase di stoccaggio che consente di ottimizzare le operazioni, riducendone i consumi energetici, fino all’utilizzo di imballi realizzati con materiali riciclati e riciclabili. Il futuro degli e-commerce si decide a Roma il 14 settembre Insomma, ormai pare chiaro che

Mercato Cloud italiano: cresce nel 2023 a 5,51 miliardi (+19%)

Crisi energetica e aumento dell’inflazione potrebbero avere potenziali impatti rilevanti su un servizio erogativo come il cloud , le imprese nazionali hanno continuato a valutare positivamente i percorsi di digitalizzazione affrontati negli ultimi anni, ormai saldamente fondati nella “nuvola”. Nel 2023 infatti il mercato Cloud italiano continua a consolidarsi, con un tasso di crescita del +19% e un valore complessivo che raggiunge i 5,51 miliardi di euro. A trainare la crescita sono in particolare i servizi infrastrutturali (IaaS), che raggiungono i 1,511 miliardi di euro (+29% sul 2022), arrivando a parimerito con la quota rappresentata dai servizi Software (SaaS), storicamente più diffusi. “L’andamento dell’inflazione non ha rallentato la spesa delle grandi imprese in Cloud: la precedente allocazione dei budget delle grandi imprese su progetti strategici pluriennali, caratterizzati da contratti a tariffe bloccate, ha contribuito a mitigare gli effetti del rialzo dei prezzi sull’anno in corso – spiega Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Cloud Transformation – Inoltre, gli ingenti investimenti dei grandi Cloud provider nel mercato italiano dei Data Center, agiscono come indicazione di una crescente domanda per questi servizi”. Sono questi i dati emersi dall’Osservatorio Cloud Transformation, giunto alla sua tredicesima edizione e promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano. La spesa nella “nuvola” in Italia nel 2023 In continuità con gli scorsi anni, è la componente Public Cloud & Hybrid Cloud a registrare la dinamica di crescita più significativa, con una spesa di 3,729 miliardi di euro e una crescita del +24% sul 2022. Tra le altre componenti della spesa complessiva Cloud, il Virtual & Hosted Private Cloud, cioè i servizi infrastrutturali residenti presso fornitori esterni, raggiunge 1,034 miliardi di euro (+9%) mentre la Data Center Automation, ossia la modernizzazione delle infrastrutture on-premises, cresce del +10% per un totale di 748 milioni di euro. La spesa della nuvola italiana è rappresentata per l’87% dalle grandi imprese, che hanno raggiunto una consapevolezza sulla necessità di indirizzarla non solo verso l’adozione di nuovi servizi digitali, ma anche verso il consolidamento di quelli esistenti. Ma anche le PMI sono un comparto in grande crescita: grazie a iniziative sistemiche, come i fondi del PNRR, la spesa in Public Cloud si attesta nel 2023 a 478 milioni di euro in crescita del +34% rispetto al 2022. La Cloud Transformation nelle grandi imprese: a che punto siamo? Oltre la metà delle applicazioni aziendali delle grandi imprese (51%) oggi risiede nel Cloud. Tuttavia, come lo rileva Stefano Mainetti, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Cloud Transformation, le sfide principali per una reale trasformazione delle modalità con cui le aziende fruiscono la tecnologia, non sono certo terminate. “La ricerca 2023 ha sancito il ‘sorpasso’: per le grandi aziende del nostro panel oltre il 50% delle applicazioni del sistema informativo oggi è nel Cloud. Dopo aver affrontato i passi più semplici, quali l’adozione di applicazioni erogate in modalità SaaS o la migrazione di applicazioni già compatibili con il Cloud, il focus si sta spostando, da un lato verso un maggior controllo della spesa e dall’altro verso l’ammodernamento del parco applicativo legacy a supporto dei processi core. In questo scenario, è ormai matura la consapevolezza del ruolo del Cloud come importante fattore abilitante la trasformazione digitale delle imprese.Grazie alla trasformazione del proprio modo di lavorare con approcci più agili e con una maggiore collaborazione fra Business e IT, le aziende sono oggi più preparate per godere dei benefici di innovazione portati dalle piattaforme di intelligenza artificiale, dagli ambienti di sviluppo low-code e no-code e dall’emergere di nuove applicazioni enterprise”. Si aggiunge inoltre la necessità di un cambiamento culturale. Ancora oggi, quasi due organizzazioni su tre (63%) dichiarano di misurare l’apporto del Cloud al business dell’azienda in base al risparmio sui costi rispetto a una configurazione on-premise.Questo dato è espressione di una cultura organizzativa diffusa: invece di guardare al Cloud come una leva di efficacia nell’accelerare la digitalizzazione e l’innovazione, lo si adotta come mezzo di puro efficientamento, alimentando una narrazione che inibisce la vera trasformazione. Non è infatti un caso che tra le iniziative in ambito Cloud che si profilano nell’arco dei prossimi 12 mesi, la più dichiarata è l’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse e dei costi della nuvola. Una nuova sfida per le grandi organizzazioni: il Cloud Financial Management “L’incapacità di prevedere i costi del Cloud, la lentezza e la rigidità nell’adeguare i budget, comportano spesso difficoltà gestionali o, nei casi peggiori, il taglio o la riduzione di servizi – dichiara Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Cloud Transformation – In molti casi, purtroppo, questo fenomeno determina un rallentamento degli investimenti in digitale che colpisce soprattutto i progetti innovativi che vengono sacrificati per poter invece garantire continuità ai servizi già in produzione. Una efficace Cloud Transformation, dunque, richiede una maggiore maturità nel prevedere e gestire dinamicamente le risorse economiche dedicate cloud”. La “nuvola” impone dunque nuove modalità di gestione dei sistemi informativi che si adattino alle logiche di fruizione as-a-service. La revisione dei processi di IT Financial Management, oggi prioritari per le imprese, potrebbe rappresentare un primo passo fondamentale da cui partire nella sperimentazione di nuove modalità di lavoro tra Direzione IT e business. Per farlo, è possibile ispirarsi a paradigmi collaborativi come il FinOps, ormai best practice internazionale, che favorisce una maggiore responsabilizzazione dei dipendenti e identifica spazi di efficientamento nell’uso delle risorse. Fonte: bitmat.it

Come ottenere successo nel marketing post-spedizione?

Si stima che entro la fine dell’anno gli acquisti online in Italia cresceranno del 13%, con un giro d’affari complessivo di 54 miliardi di euro. L’eCommerce è certamente un settore in buona salute. Tuttavia, per chi si occupa di eCommerce le attività operative sono molteplici e devono essere curate nei minimi dettagli per garantire un’alta soddisfazione del cliente finale: non solo durante la navigazione o nel momento dell’acquisto, ma soprattutto nella fase di post-spedizione, ossia tra la conferma dell’ordine e l’effettiva consegna del prodotto. Qapla’ – società specializzata nel settore eCommerce che semplifica e potenzia la gestione delle spedizioni e massimizza l’esperienza del cliente, con particolare attenzione al marketing post-spedizione – volendo accompagnare i merchant attivi nel mondo degli acquisti online, ha realizzato una guida in cinque step per la gestione efficace della fase post acquisto, evidenziando le migliori strategie e soluzioni per un maggiore coinvolgimento dei clienti e ottimizzare le conversioni. Qual è il potenziale della fase post-acquisto? Nonostante sia il momento di massima attenzione dell’utente, la fase post-spedizione viene spesso trascurata dai merchant. Infatti, se il tasso medio di apertura delle email nel B2C è del 15%, le comunicazioni riguardanti lo stato di avanzamento di una spedizione hanno un open rate medio superiore al 70%. Di conseguenza, è essenziale che i merchant presidino l’intera customer experience, garantendo continuità in ogni punto di contatto tra l’azienda e il cliente – anche se successivo all’acquisto. Tale strategia rende la customer journey priva di interruzioni, mantenendo il rapporto diretto con il cliente. Creare email personalizzate Dopo aver impostato il server di posta SMTP (programma che elabora e gestisce l’invio delle email) è il momento di personalizzare la propria email di tracking. In questa fase è fondamentale non solo configurare il mittente, scegliendo con quale nome e indirizzo email si vuole comparire nella inbox del cliente, ma anche aggiungere il proprio logo, utile al destinatario per identificare facilmente l’azienda. Inoltre, per garantire coerenza e riconoscibilità del brand, è funzionale uniformare tutte le email destinate alla propria customer base (newsletter, DEM, email di recupero del carrello, etc.), impostando un unico layout. Le metavariabili massimizzano la personalizzazione delle comunicazioni Per rendere più interattive le email può essere utile includere le metavariabili – codici per il recupero di specifici dati – e QR code. Strategia che consente anche di migliorare la personalizzazione delle email, che anziché essere standard e generiche, potranno riportare dati utili e riferimenti precisi degli ordini di ogni specifico cliente (per esempio, l’elenco e le immagini dei prodotti ordinati). Arricchire le email con Call To Action e tool esterni Le Call to action sono elementi cruciali per stimolare azioni da parte del cliente. Possono essere collegate a immagini, banner o button (pulsanti) e, oltre ad essere collocate in posizione strategica, devono avere un copy conciso e persuasivo, in grado di suscitare curiosità. E’ utile, ad esempio, inserire banner che includono un coupon o che invitano ad iscriversi alla newsletter. Inoltre, può essere vantaggioso per la post-spedizione arricchire il contenuto delle comunicazioni con tool esterni, per esempio con servizi di recensioni certificate. Misurare l’efficacia delle strategie di marketing con gli Analytics In conclusione, non può mancare il monitoraggio delle performance delle proprie campagne di marketing; ciò è possibile inserendo nelle URL delle pagine web dei parametri chiamati UTM, capaci di trasmettere alle piattaforme di analisi dati le informazioni relative al canale da cui proviene il traffico su una determinata pagina del sito. In questo modo, sarà possibile ad esempio sapere quanti utenti vi approdano cliccando su un preciso banner, oppure quando e quante volte un cliente ha aperto le email sulla spedizione: informazioni utili per riadattare le strategie in base al target di riferimento. Fonte: bitmat.it