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Guadagni online: scatta il tracciamento dei redditi

Nuovo obbligo 2024 di tracciamento delle vendite online di prodotti e servizi tramite piattaforma: dati al Fisco per il pagamento delle tasse. Con il Dlgs n. 32/2023, il Governo ha recepito la Direttiva UE 2021/514 (DAC 7) sulla tracciabilità delle vendite online, che ora entra nel vivo grazie alle istruzioni operative dell’Agenzia delle Entrate. Obiettivo finale, il massiccio recupero di gettito fiscale. Come? Obbligando dal 2024 a comunicare i redditi prodotti tramite le piattaforma online sui avvengono le operazioni (ad esempio Booking per le locazioni turistiche) con la sola eccezione degli incassi inferiori a 2mila euro per meno di 30 operazioni complessive. Entro il 29 febbraio 2024, partirà lo scambio dati tra le autorità dei singoli paesi UE. Piattaforme online: obbligo di scambio informazioni Entro il 31 gennaio 2024, i gestori di piattaforme digitali residenti in Italia e in alcuni casi anche quelli extra-UE (FPO – Foreign Platform Operator), dovranno comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati sulle vendite di beni e sulle prestazioni di servizi realizzate dai contribuenti privati attraverso i loro siti e le loro app. Tutte le istruzioni sono contenute nel provvedimento del 20 novembre 2023 con le regole operative sullo scambio automatico delle informazioni fiscali fornite dai gestori di piattaforme online. Se un privato vende online un prodotto (per esempio vestiti, auto e mobili usati) o un servizio (caso classico, gli affitti brevi), la piattaforma utilizzata comunica i suoi dati all’Amministrazione finanziaria di riferimento, con libero accesso au suoi dati da parte di tutte le autorità fiscali degli altri stati UE. In questo modo, si assicura il pagamento delle tasse dovute. Redditi online: i dati da comunicare L’obbligo coinvolge le informazioni di vendita online di tutti gli inserzionisti, tranne quelli più piccoli per i quali le piattaforme hanno movimentato meno di 30 attività con un importo totale del corrispettivo fino a 2.000 euro nell’anno. I gestori devono comunicare le seguenti informazioni: codice fiscale o IIN del soggetto che effettua la comunicazione; indirizzo di posta elettronica del soggetto che effettua la comunicazione; informazioni di cui all’articolo 11, comma 1, del decreto legislativo n. 32/2023, tra cui i venditori registrati e che svolgono attività pertinente sulla piattaforma; codice fiscale italiano, ove presente, dei venditori oggetto di comunicazione cui si riferiscono le informazioni. La regola generale è la seguente: il gestore della piattaforma comunica all’autorità competente i dati dei venditori: nel caso di privati (per esempio chi mette online oggetti usati) comunica generalità, codice fiscale o partita IVA, eventuale NIF (numero di identificazione fiscale); nel caso di aziende comunica ragione sociale, indirizzo, partita IVA, eventuale NIF e altri dati identificativi dell’attività. I dati ulteriori da comunicare riguardano: identificativo del conto finanziario, la sua titolarità, stato di residenza, corrispettivo versato, eventuali commissioni già pagate. Per i servizi che riguardano immobili (come gli affitti brevi), la piattaforma comunica anche i dettagli sulle operazioni (immobile, giorni di affitto). La direttiva prevede comunque specifici obblighi di privacy, per cui i venditori devono essere informativi del trattamento dei dati. E impedisce alle piattaforme di accettare venditori che non forniscano tutti i dati richiesti per queste comunicazioni. Adempimenti per piattaforme di vendita I gestori delle piattaforme (intese come “qualsiasi software, compresi i siti web o parti di essi e le applicazioni, comprese le applicazioni mobili”) devono registrarsi presso le autorità competenti dello Stato membro di appartenenza. Se non lo fanno, incorrono in sanzioni. Ogni mancata comunicazione comporterà una multa da 3.000 a 31.500 euro. La norma riguarda tutti i proventi che derivano da operazioni di vendita di beni e di servizi personali (inclusa la locazione di beni immobili, compresi gli immobili residenziali e commerciali, nonché qualsiasi altro bene immobile e spazio di parcheggio), nonché di noleggio di qualsiasi mezzo di trasporto. La prima comunicazione di questi dati deve avvenire entro il 31 gennaio 2024, in relazione ai guadagni 2023. Se vi sono più gestori di piattaforma con obbligo di comunicazione delle stesse informazioni, è previsto l’esonero quando si può comprovare che le stesse informazioni sono state comunicate da un altro gestore tenuto all’adempimento, predisponendo una “Comunicazione di assenza di dati da comunicare”. La Commissione Europea ritiene che, grazie a questi nuovi obblighi di trasparenza, si possa recuperare gettito per un totale di circa 30 miliardi.ù Fonte: pmi.it

Decarbonizzazione imprese e applicazione ESG

Gli addetti ai lavori prospettano una decarbonizzazione del sistema economico, attraverso il raggiungimento di due obiettivi intermedi di riduzione delle emissioni di gas serra: il primo, prevede una diminuzione dell’intensità energetica così da ridurre l’energia necessaria per produrre un’unità di prodotto; il secondo, un calo dell’intensità carbonica, ovvero della quantità di gas serra emessa per ciascuna unità di energia utilizzata. Obiettivi da raggiungere per decarbonizzazione Il raggiungimento del primo obiettivo richiede misure per l’efficienza energetica mentre, per soddisfare il secondo è necessario adottare tecnologie che diminuiscano l’impronta carbonica degli usi energetici come, ad esempio, la generazione elettrica con fonti rinnovabili. Ed è in questa direzione che si muovono i diversi accordi stretti tra i Paesi a partire dagli Accordi di Parigi del 2015, passando per l’Agenda ONU 2030, sino ad arrivare al Green Deal europeo e al Next Generation EU. Va da sé che, per raggiungere questi obiettivi, è necessario l’impegno di tutti gli attori coinvolti: governi, istituzioni, cittadini e imprese. Se da un lato i governi possono intervenire, a livello legislativo, con delle norme specifiche di tutela e promozione ambientale decarbonizzazione che coinvolgano sia i cittadini che le imprese, dall’altro, queste ultime, sono chiamate ad agire tempestivamente rimodellando i processi produttivi in funzione degli obiettivi di riduzione delle emissioni. Un’economia net-zero entro il 2050 Un impegno che si è tradotto nell’adesione, da parte delle principali imprese a livello globale, al Global Compact delle Nazioni Unite, proprio per definire, insieme, gli obiettivi aziendali necessari per lo sviluppo sostenibile e la riduzione delle emissioni science-based così da raggiungere un’economia net-zero entro il 2050. Stando ai dati il 59,5% delle imprese manifatturiere nel corso del 2022 ha intrapreso pratiche di sostenibilità (il 50,3% segue pratiche di tutela ambientale; il 44,6% iniziative di sostenibilità sociale; il 38,6% ha svolto azioni di sostenibilità economica). Analizzando i dati da un punto di vista geografico, è interessante notare come le imprese manifatturiere maggiormente sostenibili siano localizzate principalmente nel Nord-est (61,8%) e nel Nord-ovest (60,2%). Si tratta per lo più di grandi imprese (81,5%), vincolate anche alla rendicontazione di sostenibilità prevista dalla CSRD, mentre, per le imprese di minori dimensioni, la quota di coinvolgimento è ferma al 36,1%. Nonostante questo dato di partecipazione inferiore è importante sottolineare come, nel panorama italiano, siano proprio le piccole medie imprese (PMI) a giocare un ruolo fondamentale nel quadro della transizione energetica. Il Rapporto Regionale PMI 2023 quantifica 163.551 piccole medie imprese (+ 4,2% rispetto al 2020), con un fatturato pari a 904,2 miliardi, concentrate prevalentemente nel Nord Ovest. Secondo le previsioni 36 mila imprese adotteranno entro il 2024 la transizione 4.0, di cui il 25% con fondi messi a disposizione dal PNRR. L’applicazione dei criteri ESG Una scelta dettata, in parte, anche dalla rilevanza che i criteri ESG stanno assumendo nel quadro di valutazione delle imprese da parte dei soggetti finanziatori, sia pubblici che privati. Acronimo di Environmental, Social and Governance, gli ESG rappresentano degli indicatori che permettono di analizzare l’attività di un’impresa non solo sulla base degli aspetti finanziari, ma anche sotto il profilo ambientale, sociale e di buona governance. Il Rapporto sui Sustainable Development Goals (SDGs) mostra empiricamente l’impatto dei criteri ESG con 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) e i relativi 169 target. Nonostante i segnali positivi, per le imprese italiane la strada è ancora lunga: i dati indicano come l’8% mostra un livello molto basso di adeguatezza ESG; il 60% un livello medio-basso; il 30% uno stadio avanzato di adeguatezza. Le aziende che hanno un fatturato superiore ai 10 milioni di euro si caratterizzano di gran lunga nella transizione verso la decarbonizzazione e un’economia più sostenibile, con una maggiore concentrazione nelle classi ad alta e molto alta di adeguatezza ESG. Figura 1: Distribuzione dei livelli di adeguatezza ESG per numero di aziende italiane e classe di fatturato   In questo contesto, l’efficienza energetica sta assumendo un ruolo sempre più centrale sia come soluzione implementata dalle imprese per gli obiettivi di decarbonizzazione sia come paradigma strategico delle politiche net-zero emission promosse a livello europeo. Non a caso, la IEA, nel suo report annuale ha evidenziato la necessità di raddoppiare gli sforzi per migliorare l’efficienza energetica proprio per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra al 2050. Entro il 2030 è urgente un’accelerazione energetica Secondo le proiezioni dell’IEA, entro il 2030 diventa cruciale aumentare l’efficienza energetica di almeno il 4% all’anno, il doppio rispetto al tasso attuale del 2,2%. Questa accelerazione è essenziale per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e di emissioni nette zero previsti dal piano di azione europeo entro il 2050. Inoltre, tale incremento al 4% non solo porterebbe a una netta riduzione delle emissioni di CO2 ma comporterebbe anche una serie di vantaggi sociali ed economici significativi. Si delinea, infatti, uno scenario di sviluppo economico positivo, con la creazione di nuovi posti di lavoro e una diminuzione della dipendenza energetica e della povertà energetica. In conclusione, la sostenibilità, nelle sue varie declinazioni, non solo mitiga l’effetto dei cambiamenti climatici, ma può rappresentare un volano per la crescita e la competitività. Le imprese che hanno investito in tecnologie innovative a basso consumo energetico mostrano, infatti, un vantaggio in termini di produttività, soprattutto in presenza di investimenti in R&S (84,8mila euro). Fonte: bitmat.it

Shopping: la metà dei clienti vuole cambiare brand pur di risparmiare

Un’indagine di Manhattan Associates rivela che la sostenibilità è un argomento sentito per gli italiani, ma ha un ruolo marginale quando deve essere consegnato un prodotto. La preferenza è la velocità di consegna. Per un quinto dei retailer intervistati, i processi nei punti vendita e online sono ancora disgiunti l’uno dall’altro. La shopping experience ibrida è ormai uno standard Il settore retail in Italia si affaccia sul periodo più intenso dell’anno. Ma i clienti come giudicano il servizio e le opportunità del retail digitale e tradizionale? Quali sono le sfide che il settore retail deve affrontare e quali sono gli aspetti prioritari? Questo è quanto rivela Manhattan Associates, azienda tech che opera nel settore della supply chain e nello shopping omnicanale, attraverso la ricerca “Redefining retail: What’s Next for Shoppers and Retailers?”. In tempi di difficoltà economica come quello attuale, in Italia sta emergendo una netta separazione tra i consumatori quando si tratta di fedeltà ai brand. La metà degli intervistati (48%) cerca alternative ai propri prodotti abituali per risparmiare. Il 42% rimane fedele ai propri brand, ma acquisterebbe di meno. Il 23% cercherebbe di risparmiare sui prodotti alimentari, sugli abbonamenti e sulle iscrizioni per poter continuare ad acquistare i propri brand preferiti. Delivery Shopping: la sostenibilità ha un ruolo subordinato Ci si può chiedere come valutino i clienti italiani l’impegno dei retailer in materia di sostenibilità? Per il 18% degli intervistati, l’argomento ha la massima priorità, per il 50% è comunque importante. Il 20% lo descrive come “bello da avere, ma non indispensabile”, e il 7% non considera affatto questo aspetto. Quando si parla di consegna dei prodotti, tuttavia, l’impatto ambientale gioca un ruolo importante solo per il 12% degli intervistati. La questione più rilevante è quella dei costi di consegna (50%), seguita dai tempi di delivery (28%) e dal metodo (consegna immediata, curbside gratuita, ecc. – 12%). Tuttavia, i retailer rivelano un maggiore impegno verso la sostenibilità nella loro agenda. Il 55% degli intervistati ritiene fondamentale una gestione efficiente dello stock, mentre il 51% sta adattando la propria rete di punti vendita (dimensioni e ubicazione). Per il 45%, l’ottimizzazione dei resi svolge un ruolo importante per ottenere operazioni più sostenibili in futuro. Interazione digitale con i brand Quali ruoli giocano la presenza online e le attività sui social media dei retailer in Italia? Molti consumatori eseguono ricerche online prima di fare shopping in store: il 60% cerca l’offerta più vantaggiosa (così come nel 2022), mentre il 52% legge le recensioni dei prodotti che intende acquistare (2022: 51%); invece, per il 50% dei consumatori è importante saperne di più sul prodotto desiderato (2022: 57%), mentre il 35% si accerta che il prodotto desiderato sia in stock (2022: 36%) e il 14% prenota l’articolo per il click and collect (2022: 8%). È interessante evidenziare che in Italia quasi la metà dei consumatori predilige Whatsapp come canale di comunicazione, con un picco del 55% nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Esperienze di shopping ibride più agevoli In Italia, il 70% dei retailer, nel caso il prodotto non sia disponibile in store, rende possibile ordinarlo online e consigliare le migliori opzioni di fulfilment (57% nel 2022). Allo stesso tempo, si sta delineando la tendenza a unificare il retail online e quello fisico: il 62% dei clienti ha la possibilità di acquistare in store e restituire online (35% nel 2022), mentre il 56% può comprare online e poi restituire, eventualmente fare il reso, nel punto vendita fisico (40% nel 2022). Inoltre, se il prodotto non è disponibile in quello store, il 49% dei retailer può verificare la sua disponibilità nei punti vendita vicini e avvisare il cliente (33% nel 2022). È importante notare che una shopping experience agevolata tra mondo fisico e digitale è ormai diventata uno standard in Italia: solo il 4% dei retailer intervistati ha dichiarato che i processi in store e online sono ancora indipendenti l’uno dall’altro, ma intende connetterli in futuro. Rispetto allo scorso anno la percentuale è aumentata del 14%, a dimostrazione del fatto che ogni anno un numero maggiore di retailer offre un’esperienza di acquisto fluida, senza intoppi, ma c’è ancora margine di miglioramento. “Le abitudini di acquisto delle persone in Italia sono cambiate”, ha dichiarato Roberto Vismara, Sales Director di Manhattan Associates. “È sempre più importante per i retailer avere una visione complessiva del proprio business ed essere in grado di utilizzare la tecnologia per migliorare l’esperienza fisica e digitale del cliente e soddisfare gli ordini in store e online in modo flessibile, sostenibile e proficuo”. Più varietà nelle opzioni di consegna Nel corso del 2023, ci sono state molte nuove introduzioni nell’ambito delle opzioni di consegna: i retailer italiani intervistati hanno introdotto di recente: la consegna in giornata (60%), click and collect (59%), consegna a domicilio (53%), delivery lockers (53%) e accorpare spedizioni di più prodotti per un utente in un’unica delivery, anziché consegnarli uno per uno (42%). Ciò dimostra che i retailer sono consapevoli che le aspettative dei consumatori sono elevate quando si tratta di consegne rapide e adatte alle loro esigenze. “Dopo i risultati della nostra ricerca shopping nel 2022, lo studio di quest’anno sottolinea ancora una volta l’importanza di unificare il commercio omnichannel e la supply chain non solo per ridurre l’onere economico sui consumatori, ma anche per affrontare le conseguenze del consumo sfrenato sul nostro pianeta”, conclude Vismara. Fonte: bitmat.it

Identità Digitale: in arrivo lo SPID gratuito in versione UE

Si avvicina il lancio della nuova identità digitale UE, una sorta di SPID valido per tutti i membri degli Stati dell’Unione Europea che sarà messo a disposizione in versione gratuita per le persone fisiche: l’8 novembre è stato raggiunto l’accordo finale tra Parlamento e Consiglio UE sul Regolamento che introduce i portafogli europei di identità digitale. Nei prossimi mesi è prevista la prosecuzione del lavoro tecnico che porterà al completamento dell’accordo, mentre il testo finale sarà sottoposto al vaglio dei rappresentanti degli Stati membri per l’approvazione definitiva. EuDIW: portafoglio europeo di identità digitale (SPID) Fornito dal Paese di origine, lo “SPID europeo” permetterà ai cittadini di accedere ai servizi online utilizzando le credenziali EuDIW (European Digital Identity Wallet) riconosciute in tutta la UE, senza dover utilizzare ulteriori metodi di identificazione privati.   Ciascun portafoglio digitale sarà utilizzabile per accedere ai servizi pubblici e per collegare diversi documenti personali, come la patente di guida, il diploma, la laurea e il conto corrente bancario. Ad accettare il nuovo EDIW saranno anche le grandi piattaforme online designate dal Regolamento sui servizi digitali (Amazon, Booking, Facebook, ecc.). Stesso discorso per i servizi privati per legge tenuti all’autenticazione degli utenti: dovranno accettare il portafoglio di identità digitale dell’UE come metodo di accesso ai loro servizi online. Installato sullo smartphone come Mobile App, il portafoglio digitale seguirà elevati standard di sicurezza e sarà utilizzabile non solo per autenticarsi ma anche per effettuare pagamenti e firme. Fonte: pmi.it

Cloud: una potenzialità ancora misconosciuta

Implementare il cloud su scala è fondamentale per ottenere il massimo valore dagli investimenti nell’intelligenza artificiale. La metà delle banche e delle compagnie assicurative non ha ancora trasferito le applicazioni aziendali core nel cloud Il primo report realizzato dal Capgemini Research Institute rivela che il 91% degli istituti bancari e delle compagnie assicurative ha iniziato il proprio percorso di trasformazione in cloud, con un aumento significativo rispetto al 2020, quando solo il 37% delle aziende lo aveva fatto. Tuttavia, quest’alta percentuale e i relativi investimenti non si traducono in un’effettiva adozione del cloud su larga scala: oltre il 50% delle società intervistate ha infatti trasferito nel cloud solo una minima parte delle proprie applicazioni aziendali core. L’89% dei dirigenti nel settore finanziario ritiene che una piattaforma abilitata al cloud sia fondamentale per garantire l’agilità, la flessibilità, l’innovazione e la produttività necessarie a soddisfare esigenze di business sempre più complesse. Tuttavia, la maggior parte delle aziende non è ancora cloud-native e tende a optare per un approccio “lift and shift”, che impedisce di sfruttare appieno i vantaggi di scalabilità e flessibilità offerti dai sistemi in cloud. Implementare il cloud su scala è fondamentale Due società di servizi finanziari su tre hanno iniziato a utilizzare l’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di adottarla lungo l’intera catena del valore nei prossimi due anni. Nonostante il suo potenziale, l’AI, comprese le tecnologie di AI generativa e di machine learning, non è ancora stata adottata su larga scala nel settore dei servizi finanziari e il suo impatto è quindi limitato. La ricerca ha rilevato che finora la maggior parte degli investimenti nel cloud è stata destinata ad applicazioni moderne, facili da usare, basate sull’AI e rivolte ai clienti. Si investe invece meno nei sistemi core di back-end, che forniscono input alle applicazioni front-end rivolte ai consumatori e generano di conseguenza una user experience di bassa qualità. Secondo il report, la migrazione dei sistemi core interni verso ecosistemi e piattaforme compatibili con il cloud è fondamentale per sfruttare appieno il potenziale e l’efficienza dell’AI e dell’AI generativa, che si tradurrà nei prossimi anni in maggiori opportunità di crescita aziendale. Oggi, nel settore bancario e assicurativo, le aziende stanno testando i casi d’uso dell’AI generativa per l’onboarding dei clienti, l’analisi del credito, la pianificazione finanziaria, il rinnovo delle polizze e per supportare i modelli di servizio alla clientela. Il cloud gioca un ruolo fondamentale nel favorire l’impatto ESG La quasi totalità delle società tiene ormai conto dell’impatto ESG (ambientale, sociale e di governance) nelle principali decisioni di investimento: in questo contesto, il cloud può svolgere un ruolo centrale nella gestione efficace della rendicontazione ESG, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità. Il cloud può infatti fornire strumenti essenziali per la misurazione dell’impatto ESG, come dimostra il 51% delle società di servizi finanziari che rilevano un miglioramento in termini di trasparenza e misure di reporting. I cloud provider stanno inoltre iniziando a sviluppare soluzioni in grado di monitorare e documentare il livello di emissioni Scope 1, 2 e 3, offrendo una panoramica completa della carbon footprint di un’azienda in tutte le sue aree di attività e prodotti. “Per un’organizzazione che opera nel settore dei servizi finanziari, rinunciare al cloud non è più un’opzione possibile. Il passaggio al cloud richiede un approccio che vada oltre il risparmio sui costi e che sia incentrato sull’innovazione come strumento di vantaggio competitivo”, ha dichiarato Dario Patrizi, Financial Services Director di Capgemini in Italia. “Le aziende che oggi si affrettano a implementare l’AI generativa devono essere consapevoli che non sarà possibile ottenere i vantaggi futuri offerti dall’AI senza sistemi abilitati al cloud. Solo attraverso la definizione e la creazione di un efficace modello operativo su larga scala basato sul cloud sarà infatti possibile sfruttare appieno il potenziale trasformativo di queste nuove tecnologie.” La priorità: gestione del rischio e delle relazioni con i clienti I dirigenti del settore intervistati per questo report, che si occupano di assicurazioni sanitarie, vita, mercati dei capitali, pagamenti, retail banking e wealth management, indicano la gestione del rischio e delle relazioni con i clienti tra le tre principali aree di adozione del cloud. Nel wealth management, oltre la metà degli intervistati (60%) cita i vantaggi derivanti dall’utilizzo di tecniche di rilevamento delle frodi abilitate dal cloud per prendere decisioni di gestione del rischio basate sui dati. Analogamente, più di un terzo dei dirigenti in ambito retail banking (39%) sottolinea la necessità di trasferire nel cloud la complessa gestione del rischio di credito per ridurre i tempi di decisione necessari per l’elaborazione dei prestiti, grazie a processi automatizzati e analisi integrate abilitate dal cloud. Le compagnie assicurative stanno esplorando servizi personalizzati a valore aggiunto basati sui dati, come l’assistenza stradale, per adeguarsi all’evoluzione delle preferenze dei clienti. Tra i dirigenti del ramo vita, la gestione delle relazioni con i clienti (55%) spicca come la principale priorità per l’adozione del cloud. Le sfide legate alla sicurezza dei dati e ai costi Benchè i vantaggi risultino notevoli su molti fronti, i dirigenti intervistati esprimono alcune preoccupazioni per le sfide associate alla migrazione alla “nuvola”. Due terzi (68%) considerano infatti il problema della sicurezza dei dati come un ostacolo all’adozione di soluzioni cloud, mentre il 51% indica gli elevati costi operativi e di trasformazione. Un ulteriore 45% cita le normative, ad esempio quelle sulla sovranità dei dati, come un altro fattore potenzialmente problematico. Di recente, il Digital Operational Resilience Act (DORA) ha imposto alle istituzioni finanziarie soggette alle normative dell’Unione Europea (UE) di implementare, documentare e proteggere rigorosamente sistemi, protocolli e strumenti necessari a garantire sufficienti livelli di affidabilità, capacità e resilienza. Il sovereign cloud, che fornisce ai paesi infrastrutture di cloud computing sicure e indipendenti per aiutarli a garantire la privacy e la sovranità dei dati, sta quindi rapidamente diventando un’opzione di utilizzo comune. In risposta a queste preoccupazioni, il 39% dei dirigenti ha dichiarato di preferire il cloud pubblico, il 49% quello privato e il restante 12% quello ibrido. Fonte: bitmat.it

Boom di consegne in Italia: ecommerce in aumento del 111,8%

Iniziano le spese del periodo natalizio: Il numero di pacchi elaborati al secondo si quadruplicherà a dicembre per gli ecommerce Sta per tornare il Black Friday, l’occasione più propizia dell’anno per approfittare di offerte imperdibili, attesa, come sempre, dai consumatori di tutto il mondo desiderosi di risparmiare. Le maggiori aziende e multinazionali proporranno grossi sconti per i propri prodotti, scatenando una vera e propria “febbre da Black Friday” che dà inizio allo shopping natalizio. Inizia dunque il periodo più indaffarato dell’anno per i commercianti e, in particolare per gli ecommerce. I negozi online si stanno preparando per i picchi delle prossime settimane, con un aumento previsto dei volumi di pacchi del 111,8%. L’apice di questa ondata è atteso l’11 dicembre con 117 pacchi elaborati al secondo, il quadruplo (+265.2%) rispetto ai 32 pacchi di una giornata standard. Questo è quanto prevede Sendcloud, la principale piattaforma di spedizioni in Europa, basandosi su dati storici consolidati. Ecommerce infuocato nel quarto trimestre del 2023 Secondo le previsioni, nel quarto trimestre in Italia si consegneranno circa 3.816.109 pacchi al giorno, il 50,8% in più rispetto al trimestre precedente. I volumi di pacchi cominciano a crescere già a novembre (+45,9%), ma sarà dicembre il mese più fitto, con un aumento previsto del 63,5% in occasione delle festività. “Nonostante le incertezze dello scorso anno legate alla crisi dei costi di vita, il Black Friday e il Cyber Monday hanno registrato un aumento delle vendite del 5%, confermando la loro solidità come eventi di promozione consolidati”, afferma Rob van den Heuvel, CEO e co-fondatore di Sendcloud. “Anche quest’anno prevediamo un picco simile nelle consegne nell’ecommerce. Per garantire tempistiche puntuali, consigliamo ai consumatori di anticipare gli ordini e considerare opzioni di spedizione alternative, come l’utilizzo dei punti di ritiro. Inoltre, diversificare la rete di trasportatori può essere una strategia vantaggiosa per i rivenditori, consentendo loro di adattarsi a eventuali ritardi”. Chi prima arriva, meglio consegna: prepararsi ai ritardi Con l’avanzare delle settimane, gli acquirenti online si devono preparare a possibili ritardi nelle consegne ecommerce. Mentre normalmente i pacchi vengono consegnati in media entro 2,1 giorni, nel quarto trimestre questo periodo si estende a 2,3 giorni. I volumi dei pacchi iniziano ad aumentare già da inizio novembre, ma è durante la prima settimana di dicembre che i tempi di consegna raggiungono il punto massimo, con una media di 2,6 giorni. L’ideale per i consumatori è effettuare i propri ordini il prima possibile o valutare delle opzioni di consegna alternative. Il Cyber Monday e il Black Friday in Europa Tutta l’Europa è interessata da questa impennata delle consegne, ma esistono evidenti differenze locali. Il Cyber Monday si conferma protagonista nella maggior parte dei Paesi, ma in Italia e in Francia il picco è atteso in prossimità del Natale, specificamente lunedì 11 dicembre, quando i volumi di pacchi aumenteranno rispettivamente del 265% e del 298%. A differenza degli altri paesi europei, nei Paesi Bassi il picco non si verificherà la settimana prima del Natale, bensì verso la fine di novembre, quando i consumatori e gli ecommerce olandesi si immergeranno negli acquisti per la festa nazionale di “Sinterklaas”. Fonte: bitmat.it

Black Friday nel segno della sostenibilità ambientale

Chi dirà se il Black Friday di quest’anno sarà davvero nero? Lo sarà di certo, ma all’insegna della sostenibilità ambientale! Infatti, secondo la recente ricerca Unguess-Scalapay effettuata su un panel di 1500 consumatori tra Italia, Spagna e Francia, emerge che 1 consumatore su 2, considera decisivo nel comportamento d’acquisto l’impatto ambientale nella scelta di cosa e dove acquistare, durante questo Black Friday. Per quanto riguarda il Black Friday italiano, i 238 euro che la ricerca stima che sarà speso pro capite, saranno più facilmente indirizzati verso marchi e prodotti che testimoniano un impegno verso la sostenibilità ambientale. Ed in particolare tra le diverse fasce d’età sono i più giovani, la cosiddetta Gen Z (fino a 26 anni) i più propensi ad acquisti di prodotti che essi percepiscono ‘impegnati nel green’. Alla domanda: “Considererai l’impatto ambientale nella scelta di cosa e dove acquistare?” il 54% dei giovani sotto i 26 anni (Gen Z) ha risposto “Si, molto o in parte” seguiti dai Boomers (età oltre 59 anni) con il 43%, allienati a Gen X (43-58 anni) e Millenials (27-42 anni), rispettivamente al 41% e 42%. Il sustainability manager: approccio che va oltre la logica dell’affare a tutti i costi “Questi dati confermano quanto sosteniamo con convinzione da tempo – commenta Aurelio Manzoni di Nuncas – Il fatto che la sostenibilità oggi rappresenti un propellente per l’economia dei brand è arcinoto e più che avvalorato da decine di studi, ma il dato davvero interessante e stimolante che emerge da questa ricerca non è nella numerica ma tra le righe – spiega il manager della sostenibilità – dove evidenzia quanto oggi i consumatori siano sempre più attenti a queste tematiche, anche in momenti di acquisto impulsivo come il Black Friday, andando perciò – sottolina Aurelio Manzoni – oltre la logica dell’affare. Ed è per me bello vedere oggi giovani che non ‘barattano’ per pochi euro di sconto la loro sensibilità al tema della preservazione ambientale. Un atteggiamento che forse, dovrebbe ispirare i nostri governanti”. Fonte: bitmat.it

IA generativa: qual è il punto di vista dei consumatori?

Come viene vista l’IA generativa dalle persone “comuni”, cioè da chi non necessariamente lavora nel settore tecnologico? A dare una risposta ci ha pensato Thoughtworks, società di consulenza tecnologica che opera sul mercato globale, intervistando circa 10.000 consumatori in dieci Paesi (Australia, Brasile, Germania, India, Italia, Paesi Bassi, Singapore, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti). L’IA generativa? L’opinione generale è positiva, ma non mancano alcune preoccupazioni Lo scenario che emerge dall’analisi di Thoughtworks evidenzia come la percezione sull’IA generativa sia tendenzialmente positiva. Il 30% degli intervistati afferma di essere entusiasta dall’idea di poter usare le nuove tecnologie, mentre un 42%, pur avendo un’opinione positiva, non nasconde di avere qualche perplessità: sono pronti all’incremento dell’uso, purché le aziende restino trasparenti e proattive nel comunicare il modo in cui la IA generativa viene da loro utilizzata. La ricerca dimostra che gli utenti hanno aspettative elevate nei confronti delle aziende che utilizzano la IA generativa per innovare. Queste aspettative, se rispettate, consentiranno alle aziende di mantenere la loro “licenza sociale”, ovvero la percezione da parte dei consumatori che l’azienda stia agendo in modo equo, appropriato e meritevole di fiducia. La ricerca “IA generativa: cosa chiedono i consumatori” analizza nel dettaglio le risposte di 10.000 consumatori di dieci diversi Paesi. Di seguito i principali risultati: Fra gli aspetti positivi dell’IA generativa, gli intervistati hanno affermato che porterà più innovazione (59%), una migliore esperienza d’uso, anche grazie a un miglior support utente (51%) e un’esperienza più personalizzata (50%). Le perplessità, invece, sono relative alla privacy (48%), alla mancanza di regole condivise (45%) e all’assenza dell’intervento umano (64%). Il problema però non è dovuto alla scarsa fiducia che le persone danno alla tecnologia: semplicemente, le persone tendono a fidarsi poco delle aziende, se lasciate libere di operare senza vincoli, e chiedono l’intervento normativo delle istituzioni. Più della metà degli intervistati (56%) sostiene infatti di non fidarsi dell’approccio delle imprese, mentre uno schiacciante l’82% ritiene che delle regole imposte dai governi possano garantire una competizione più equa, una maggiore inclusività e più responsabilità nell’utilizzo dell’IA generativa. I principali timori? Prima di tutto, la paura che le imprese private utilizzino i dati senza consenso (71%). Al secondo posto, il timore che l’IA generativa possa contribuire a diffondere fake news e ad alimentare la disinformazione (67%). Il 55%, invece, è preoccupato per temi come il plagio e contenuti potenzialmente pericolosi. Nonostante il 93% del campione sostenga di avere qualche dubbio dal punto di vista dell’utilizzo etico di questa tecnologia, il 68% afferma comunque che le imprese dovrebbero continuare a far leva sulle innovazioni che scaturiscono dall’utilizzo dell’IA generativa. Gli intervistati, come visto, chiedono nuove regole per normare l’utilizzo dell’IA generativa, e alle aziende chiedono una maggiore trasparenza. Per il 68% degli intervistati, le aziende dovrebbero specificare come vengono utilizzati i dati, il 63% sostiene che le imprese dovrebbero assicurarsi che non vengano generati contenuti illegali e il 62% dice che dovrebbero anche dichiarare esplicitamente quali contenuti sono stati generati da un’IA. Parlando dei risultati della ricerca, Mike Mason, Chief AI Officer di Thoughtworks, ha commentato: “In un mondo in cui la fiducia è fondamentale, le aziende devono capire che guadagnare la fiducia dei consumatori attraverso un utilizzo etico dell’Intelligenza Artificiale non è solo un obbligo normativo, ma un vantaggio strategico. Per decenni Thoughtworks ha lavorato con i propri clienti per consentire loro di trarre pieno vantaggio dall’adozione di tecnologie emergenti, introducendo contestualmente una governance responsabile dei processi di business a tutela della fiducia dei loro consumatori.” Lauren Woodley, a capo della ricerca condotta da Vanson Bourne, ha affermato: “Thoughtworks ha adottato una prospettiva unica in merito al controverso tema della IA generativa, cercando di capire come si sentono i consumatori quando interagiscono con le aziende che la utilizzano. I risultati sono allarmanti: i consumatori esprimono molte preoccupazioni riguardo al modo in cui le aziende utilizzano i dati relativi alla IA generativa. Questo va a sottolineare la responsabilità sociale che le imprese hanno nel creare fiducia e rassicurare i consumatori. Se le aziende saranno in grado di affrontare queste preoccupazioni con proattività e trasparenza, il futuro della IA generativa potrà essere positivo: dai prodotti/servizi più innovativi a una migliore customer experience, i risultati indicano entusiasmo tra i consumatori. Prima però bisogna rassicurare i consumatori.” “La IA generativa offre infinite possibilità. Noi aiutiamo i nostri clienti a sperimentare le nuove applicazioni di cui gli intervistati sono entusiasti, come la generazione di idee per prodotti più innovativi, un’assistenza più rapida ed esperienze più personalizzate, per poi ingegnerizzare questi esperimenti e portarli in produzione”. Fonte: bitmat.it

Imprese italiane e digitale: perché la cyber security diventa un must

La sfida che le Imprese italiane sono chiamate a intraprendere è quella di proteggere le reti aziendali, senza aumentare i carichi di lavoro dei team di rete e sicurezza, né ostacolare la produttività. Con la transizione alla quarta rivoluzione industriale, sono più di novemila, in Italia, le PMI del settore manifatturiero volte verso una produzione sempre più interconnessa ed automatica. Con la cosiddetta Industria 4.0, il processo di innovazione, digitalizzazione e miglioramento delle performance si aggancia, oggi, al tema della Cyber Security come indispensabile per garantire la business continuity e la prosperità del tessuto produttivo italiano. Inoltre, questa forte accelerazione del digitale ha reso il focus sull’Industrial IoT più rilevante che mai. L’Industrial IoT segna, infatti, la nuova fase della produzione industriale, permettendo al settore di compiere un significativo passo in avanti in termini di efficienza, sicurezza e impatto ambientale. Le soluzioni di IoT & Industry 4.0 si pongono l’obiettivo di portare a piena convergenza le tecnologie operative da un lato (OT, Operation Technology) e quelle digitali dall’altro (IT, Information Technology), garantendo una gestione intelligente ed ottimizzata dell’intero ciclo produttivo. Questo permette di snellire notevolmente i processi lavorativi assicurando, al contempo, livelli di sicurezza maggiori per centri di lavoro specifici e politiche di sicurezza automatizzate per la messa in sicurezza dopo eventi anomali o incidenti. La sfida che le organizzazioni sono chiamate a intraprendere è quella di proteggere le reti aziendali, senza aumentare i carichi di lavoro dei team di rete e sicurezza, né ostacolare la produttività. Gli attacchi informatici crescono quotidianamente ed in modo esponenziale, fino a rappresentare una vera e propria minaccia per la sicurezza e l’operato delle organizzazioni. Per contrastare questo fenomeno, i tre pilastri su cui basare un sistema di sicurezza in grado di proteggere le informazioni aziendali più preziose sono: Persone, Processi e Tecnologia. Il patrimonio informativo e strategico di un’azienda è uno degli asset fondamentali per la sopravvivenza della stessa. È facile quindi comprendere perché la protezione di dati e informazioni sia di primaria importanza per gli addetti ai lavori. Le esigenze delle imprese, però, vanno oltre alla semplice necessità di contrastare minacce informatiche derivanti da fenomeni di cybercrime, phishing e malware. Oltre a ciò, infatti, si aggiunge il bisogno di diffondere trasversalmente all’interno delle aziende i principi di sicurezza di base, come il rispetto delle normative in materia di GDPR (General Data Protection Regulation), l’esecuzione del backup dei dati, la scelta di password complesse, il diffidare dagli allegati delle email etc. Elementi indispensabili per la continuità del business Sicurezza di rete, delle applicazioni e delle informazioni: le soluzioni di Cyber Security hanno lo scopo di garantire la difesa delle reti informatiche, delle infrastrutture, dei software, nonché dei dati e delle informazioni aziendali stesse. Gestione, protezione e privacy dei dati (sia quelli archiviati che quelli temporanei). Conoscenza dello stato up-to-the-minute di diversi endpoint e possibilità di confrontare le informazioni pervenute dai vari endpoint. Riduzione del rischio: rilevazione e correzione delle vulnerabilità dei sistemi operativi e delle app di terze parti, nel rispetto delle normative. Usabilità degli endpoint: eliminazione dei problemi che rallentano i dispositivi degli utenti e correzione dei bug al momento giusto, nelle giuste condizioni, per ridurre al minimo l’impatto sull’operatività. Formazione e awareness: rendere i dipendenti parte di un team che rappresenti prima e ultima linea di difesa, oltre agli strumenti informatici. Incremento della produttività: i sistemi di monitoraggio consentono alle imprese di ispezionare reti e i sistemi alla ricerca di vulnerabilità permettendo ai tecnici di intervenire in modo mirato solo dove necessario. Innovazione tecnologica: le soluzioni di Cyber Security stanno guidando l’innovazione, rendendo più facile per le imprese costruire nuovi servizi e consentendo alle organizzazioni di soddisfare al meglio le esigenze dei clienti. Fonte: bitmat.it

E-commerce B2B: “Buy now pay later” come fattore di sviluppo

Le imprese che utilizzano l’E-Commerce B2B come canale di vendita in Italia sono oltre 46 mila e il maggior utilizzo si registra nei settori della logistica e trasporti (25%) e in quello dell’agroalimentare (21%). Grazie alle dilazioni il valore delle vendite può salire fino al 40%. Il tasto: “Compra ora paga dopo” – ovvero il sistema di pagamento “Buy now pay later” – è ormai prassi ben conosciuta e utilizzata nell’universo delle piattaforme e-commerce rivolte ai consumatori. Una survey di Allianz Trade, il leader mondiale dell’assicurazione crediti, realizzata in collaborazione con Format Research, è andata oltre, esplorarando il settore degli acquisti realizzati tra imprese: l’E-Commerce B2B. Chi utilizza E-commerce in Italia? Dall’indagine effettuata è emerso che sono oltre 46 mila le imprese italiane che oggi utilizzano l’E-commerce come canale di vendita. Nel 2021 il valore di questo mercato aveva raggiunto i 430 miliardi di euro costituito principalmente dal fatturato delle medie imprese, in particolare le piccole realtà hanno contribuito con valore residuale sebbene costituiscano il 50% degli operatori. In termini geografici l’Italia vede questa concentrazione di imprese che utilizzano l’E-Commerce B2B come canale di vendita: in Lombardia (17,6%), Veneto (9,3%) e Campania (8,5%) Logistica e trasporti (25%) e agroalimentare (21%) si sono rivelati i due settori in cui questa modalità di vendita è più sviluppata. Dalla survey di Allianz Trade emergono anche le sfide da affrontare per le aziende che hanno sviluppato un B2B E-Commerce, in primis c’è quella di concedere termini di pagamento ai propri buyer, valutandone il merito di credito in tempo reale al check-out. Questo diventerà una leva commerciale che permetterà di incrementare il valore delle vendite fino al +40%. Ad oggi, le aziende che utilizzano una piattaforma di vendita online con pagamento differito a 90 giorni sono lo 0,5%, ma si stima che raggiungeranno il 4,4% a fine 2024 e l’8,8% dopo il 2024. Massimiliano Fidilio, E-Commerce Sales Manager MMEA Allianz Trade commenta questi dati: “L’E-commerce B2B si sta rivelando sempre più un elemento strategico e di sviluppo di business imprescindibile. Stiamo assistendo infatti a una richiesta sempre crescente di dilazione sui sistemi di pagamento e-commerce e questo pone indubbiamente una nuova sfida per le imprese. Il trend è confermato dalle prospettive future: si evidenzia infatti che entro due anni avremo un aumento dal 2,2% al 17,2 % dei Sellers che gestiranno le relazioni commerciali esclusivamente da piattaforma B2B per arrivare ad oltre il 50% (oltre il 2024)” Fonte: bitmat.it