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Password semplici: basta un minuto per comprometterle

Gli esperti di Kaspersky hanno condotto uno studio sulla resistenza di 193 mln di password, compromesse dagli infostealer e disponibili nella darknet, agli attacchi brute force e smart guessing Secondo i risultati della ricerca condotta dagli esperti di Kaspersky, il 45% di tutte le password analizzate (87) poteva essere indovinato dai cybercriminali entro un minuto. Solo il 23% (44 milioni) delle combinazioni si è rivelato abbastanza forte: servirebbe più di un anno per decifrarle. Inoltre, gli esperti di Kaspersky hanno rivelato quali sono le combinazioni di caratteri più utilizzate per la creazione di password. Igiene digitale e di policy adeguate La telemetria di Kaspersky evidenzia oltre 32 milioni di tentativi di attacco agli utenti con pass stealer nel 2023. Questi numeri dimostrano l’importanza dell’igiene digitale e di policy adeguate in materia di password. Attraverso un nuovo studio, a giugno 2024 Kaspersky ha analizzato 193 milioni di password, che sono state trovate nel dominio pubblico su varie risorse darknet. I risultati dimostrano che la maggior parte di quelle analizzate non erano sufficientemente forti e potevano essere facilmente compromesse utilizzando algoritmi di smart guessing. Ecco come capire la velocità con cui ciò può accadere: 45% (87 milioni) in meno di 1 minuto. 14% (27 milioni) – da 1 minuto a 1 ora. 8% (15 milioni) – da 1 ora a 1 giorno. 6% (12 milioni) – da 1 giorno a 1 mese. 4% (8 milioni) – da 1 mese a 1 anno. Gli esperti hanno ritenuto resistenti solo il 23% (44 milioni) delle password e per comprometterle ci vorrebbe più di un anno. Inoltre, la maggior parte delle formule esaminate (57%) contiene una parola del dizionario, il che ne riduce significativamente la forza. Tra le sequenze di vocaboli più popolari, si possono distinguere diversi gruppi: Nomi: “ahmed”, “nguyen”, “kumar”, “kevin”, “daniel”. Parole ricorrenti: “per sempre”, “amore”, “google”, “hacker”, “gamer”. Password standard: “password”, “qwerty12345”, “admin”, “12345”, “team”. L’analisi ha mostrato che solo il 19% di tutte le formule contiene gli elementi di una combinazione forte e difficile da decifrare: lettere minuscole e maiuscole, numeri e simboli e non contiene parole standard del dizionario. Allo stesso tempo, lo studio ha rivelato che il 39% di queste password potrebbe essere indovinato con algoritmi intelligenti in meno di un’ora. L’aspetto più preoccupante Il peggio è che gli aggressori non hanno bisogno di conoscenze approfondite o di attrezzature costose per decifrare le password. Ad esempio, un potente processore di un computer portatile è in grado di trovare la combinazione corretta per una password di 8 lettere minuscole o cifre utilizzando la forza bruta in soli 7 minuti. Inoltre, le moderne schede video sono in grado di svolgere lo stesso compito in 17 secondi. Inoltre, gli algoritmi intelligenti per indovinare le password considerano le sostituzioni di caratteri (“e” con “3”, “1” con “!” o “a” con “@”) e le sequenze più diffuse (“qwerty”, “12345”, “asdfg”). “Inconsciamente, gli esseri umani creano password ‘umane’ – contenenti parole del dizionario nella loro lingua madre, con nomi e numeri, ecc. Anche le combinazioni apparentemente forti sono di rado completamente casuali, quindi possono essere indovinate dagli algoritmi. Di conseguenza, la soluzione più affidabile è quella di generare una formula casuale utilizzando pass manager moderni e affidabili. Tali applicazioni sono in grado di memorizzare in modo sicuro grandi volumi di dati, fornendo una protezione completa ed efficace delle informazioni degli utenti”, ha commentato Yuliya Novikova, Head of Digital Footprint Intelligence di Kaspersky. Per migliorare la policy Gli utenti possono utilizzare i seguenti semplici consigli: È quasi impossibile memorizzare formule lunghe e uniche per tutti i servizi utilizzati, ma con un pass manager è possibile memorizzare una sola password principale. Utilizzare una password diversa per ogni servizio, in questo modo, anche se uno dei propri account venisse rubato, gli altri non sarebbero coinvolti. Le passphrase possono essere più sicure quando si usano parole inaspettate. Anche se si utilizzano parole comuni, è possibile disporle in un ordine insolito e assicurarsi che non siano correlate. Esistono anche servizi online che aiuteranno a verificare se una password è abbastanza forte. È meglio non utilizzare password che possano essere facilmente indovinate a partire da informazioni personali, come date di nascita, nomi di familiari, animali domestici o il proprio nome. Questi sono spesso i primi tentativi che compie un aggressore per indovinare la password. Attivare l’autenticazione a due fattori (2FA). Nonostante non sia direttamente correlata alla forza delle password, l’attivazione della 2FA aggiunge un ulteriore livello di sicurezza. Anche se qualcuno scoprisse la password, avrebbe comunque bisogno di una seconda forma di verifica per accedere all’ account. I moderni gestori di password memorizzano le chiavi 2FA e le proteggono con i più recenti algoritmi di crittografia. L’utilizzo di una soluzione di sicurezza affidabile aumenta il livello di protezione. Monitora Internet e il Dark Web e avvisa se le password devono essere modificate. Informazioni sullo studio La ricerca è stata condotta sulla base di 193 milioni di password pubblicamente disponibili su varie risorse della darknet. Lo studio è consultabile cliccando sul link nel post di Kaspersky Daily. Ulteriori informazioni sono disponibili nel materiale di ricerca su Securelist. Nell’ambito del sondaggio, gli esperti Kaspersky hanno utilizzato i seguenti algoritmi per indovinare le password: Bruteforce: è un metodo per indovinare una password che consiste nel provare sistematicamente tutte le possibili combinazioni di caratteri fino a trovare quella corretta. Zxcvbn: è un algoritmo di punteggio avanzato disponibile su GitHub. Per una password esistente, l’algoritmo ne determina lo schema. Successivamente, l’algoritmo conta il numero di iterazioni di ricerca necessarie per ogni elemento dello schema. Quindi, se la password contiene una parola, la sua ricerca richiederà un numero di iterazioni pari alla lunghezza del dizionario. Avendo a disposizione il tempo di ricerca per ogni elemento dello schema, possiamo contare la forza della password. Algoritmo di smart guessing: è un algoritmo di apprendimento. Basandosi sul set di dati delle password degli utenti, può calcolare la frequenza delle varie combinazioni di caratteri. Quindi può generare prove a partire dalle varianti più frequenti e dalle loro combinazioni a quelle meno ricorrenti.

False email dell’Agenzia delle Entrate ad imprese e PA

Agenzia Entrate: nuova campagna di phishing che prende di mira imprese e pubbliche amministrazioni: come riconoscere le false comunicazioni e proteggersi. L’Agenzia delle Entrate segnala che in corso una campagna di phishing che prende di mira sia le imprese private sia le pubbliche amministrazioni, utilizzando false comunicazioni del servizio di raccomandata online TNotice, apparentemente inviate a nome dell’Agenzia delle Entrate. Le nuove email di phishing  Mittente: indirizzo email estraneo all’Agenzia delle Entrate.  Oggetto: “Avviso di giacenza posta raccomandata #XXXXXXXXXX” (il numero di raccomandata è variabile).  Contenuto: Riferimenti a una presunta raccomandata elettronica accessibile tramite un link malevolo indicato come “Ritira la raccomandata”.  Corpo del messaggio: si cita l’Agenzia delle Entrate come mittente con riferimento “Pignoramento conto terzi”.  Senso di urgenza: il messaggio trasmette un senso di urgenza per indurre gli utenti a cliccare sui link. Ecco un esempio Raccomandazioni per gli utenti Si invita a prestare massima attenzione a tali comunicazioni e, in caso di ricezione di e-mail simili, a eliminarle immediatamente senza aprire allegati o cliccare sui link presenti. L’Agenzia delle Entrate dichiara di essere totalmente estranea a queste comunicazioni. In caso di dubbi sull’autenticità di una comunicazione ricevuta, si consiglia di: Consultare la pagina “Focus sul phishing” sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Rivolgersi ai contatti disponibili sul portale istituzionale www.agenziaentrate.gov.it. Contattare direttamente l’Ufficio territorialmente competente. Segnalare queste comunicazioni sospette contribuisce a proteggere sé stessi e gli altri da potenziali frodi. Fonte: pmi.it

Il 90% delle aziende italiane ha subito due o più violazioni legate all’identità nell’ultimo anno

Solo il 37% delle aziende italiane profila come utenti privilegiati tutte le identità umane e macchina che accedono a dati sensibili Una nuova ricerca firmata da CyberArk (NASDAQ: CYBR), the identity security company, mostra come il mancato coordinamento nella protezione delle identità umane e macchina sia responsabile degli attacchi basati sull’identità nelle aziende e nei loro ecosistemi. Il report CyberArk 2024 Identity Security Threat Landscape fornisce prospettive uniche su: come l’intelligenza artificiale (AI) incrementi sia le difese che le capacità degli attaccanti, quanto aumenti il ritmo con cui vengono create identità in ambienti nuovi e complessi; quale sia la portata delle violazioni legate all’identità che colpiscono le aziende. Il rischio informatico aumenta quando la sicurezza delle identità macchina è gestita diversamente da quella delle identità umane Sebbene la quantità di identità umane e macchina stia crescendo rapidamente, il report ha rilevato che i professionisti della sicurezza considerano le macchine il tipo di identità più a rischio, che continuano a essere create in volumi significativi a causa dell’adozione diffusa di strategie multi-cloud sia e del crescente utilizzo di programmi legati all’intelligenza artificiale, come i Large Language Model. Molte di queste identità richiedono un accesso sensibile o privilegiato, tuttavia, contrariamente a come viene gestito l’accesso umano a dati sensibili, le identità macchina spesso non dispongono di controlli di sicurezza specifici e rappresentano quindi un vettore di minacce diffuso e potente, pronto per essere sfruttato. Qui di seguito alcuni dei risultati principali sulle aziende italiane: Il 90% ha subito due o più violazioni legate all’identità nell’ultimo anno. Le identità di terze parti sono considerate le più rischiose (51%), seguite da quelle macchina (49%) e da quelle dei clienti b2b (44%). Il 39% prevede che le identità cresceranno di 2 volte nei prossimi 12 mesi (media: 2,4 volte). Il 63% considera privilegiato solo gli utenti umani, mentre solo il 37% estende questa definizione a tutte le identità – umane e macchina – dotate di accesso sensibile. Il 91% ha affrontato almeno un attacco ransomware nel corso dell’ultimo anno e l’83% ha pagato un riscatto per ripristinare i dati. L’AI si afferma come strumento per combattere l’AI Allineato alla ricerca 2023, il Report Threat Landscape 2024 ha rilevato che la quasi totalità (98%) delle aziende sta utilizzando l’AI nelle iniziative di cybersecurity. Non solo, la ricerca prevede un aumento del volume e della sofisticazione degli attacchi legati all’identità dato che anche i malintenzionati – qualificati e non – possono sviluppare le loro capacità, compresi malware e phishing, grazie all’intelligenza artificiale. Invece, contrariamente alle aspettative, la maggioranza degli intervistati italiani è fiduciosa che gli eventuali deepfake rivolti alla loro azienda non inganneranno i dipendenti. Il 98% ha adottato strumenti basati sull’intelligenza artificiale come parte delle proprie difese informatiche. Il 90% prevede che gli strumenti basati su AI porteranno rischi informatici per la propria azienda nel prossimo anno. Oltre il 70% è convinto che i dipendenti siano in grado di identificare eventuali deepfake. Nove aziende su 10 sono state vittime di una violazione dell’identità dovuta a un attacco di phishing o vishing. “Le iniziative digitali volte a far progredire le aziende creano inevitabilmente una pletora di identità umane e macchina, molte delle quali con accesso a dati sensibili, a cui devono essere applicati controlli di sicurezza per proteggersi dalle violazioni incentrate sull’identità”, ha dichiarato Matt Cohen, Chief Executive Officer di CyberArk. “Il report mostra come violazioni di questo tipo abbiano colpito quasi tutte le imprese – quasi sempre più di una volta – e conferma che le soluzioni tradizionali puntuali siano inefficaci per contrastare gli attacchi attuali. Per essere all’avanguardia è necessario un cambio di paradigma, in cui la resilienza sia costruita attorno a un nuovo modello di cybersecurity che metta al centro la sicurezza delle identità.” “Come emerso dal nostro report, il 90% delle aziende italiane ha subito due o più violazioni di identità nel corso dell’ultimo anno. È un dato che allarma e conferma l’esigenza prioritaria per l’Italia di focalizzarsi rapidamente sulla cybersecurity per rafforzare le proprie difese da attacchi IT sempre più sofisticati e pericolosi,” sottolinea Paolo Lossa, Country Sales Director di CyberArk Italia. “La digitalizzazione sta cambiando il nostro modo di vivere e di lavorare, portando notevoli vantaggi in termini di efficienza e produttività, ma aumentando anche il rischio che un cyber criminale, dotato di identità rubate, possa agire indisturbato in azienda, compiendo azioni potenzialmente disastrose in termini economici, di reputazione e fiducia dei clienti.” Fonte: bitmat.it

Europei 2024, è tempo di phishing e truffe online

Gli Europei di calcio 2024 stanno per cominciare, e come ogni evento portano con sé un picco di attività dei cybercriminali. Che si tratti di cercare gli ultimi biglietti delle partite, organizzare un viaggio last minute in Germania, o semplicemente partecipare a discussioni sui forum online, le occasioni per frodare i singoli consumatori non mancano. Per questo, Proofpoint invita tutti i fan in cerca di un buon affare a prestare attenzione alle truffe di social engineering. Come già accaduto in occasione di precedenti eventi sportivi di alto profilo, è possibile che i criminali informatici utilizzino questo evento come esca per ingannare le persone a condividere informazioni sensibili o versare denaro nella speranza di acquistare biglietti inesistenti. Le truffe di social engineering sono quelle in cui un malintenzionato manipola la psicologia umana per sfruttare le persone, inducendole a divulgare informazioni sensibili fingendo di essere una figura o un servizio fidati. Questi attacchi possono essere molto efficaci perché si basano sulla tendenza umana a fidarsi degli altri o a cedere alla curiosità di scoprire nuove offerte o informazioni che fungono da esca. Indipendentemente dal fatto che i criminali informatici prendano di mira aziende o privati, per fingere credibilità fanno leva su eventi e temi in tempo reale che hanno l’attenzione del mondo intero. Le persone sono vulnerabili le loro emozioni possono essere sfruttate trasmettendo un senso di urgenza, generando eccitazione per un’opportunità o creando paura di perdere denaro o di fare qualcosa di sbagliato. Come evitare di essere vittima di truffe? Gli utenti dovrebbero fare attenzione a questi elementi quando considerano un messaggio: Spoofing del mittente: la maggior parte degli utenti non sa che l’indirizzo e-mail di un mittente può essere contraffatto, ma un sistema corretto di e-mail security impedirà ai mittenti non verificati di accedere alla casella di posta del target. Invece, un attaccante registrerà un dominio simile a quello ufficiale nella speranza che l’utente colpito non noti le differenze nella battitura. Link a siti web non professionali: i link di phishing sono talvolta utilizzati con l’ingegneria sociale per indurre gli utenti a divulgare informazioni sensibili. È consigliabile non inserire mai le credenziali in un sito web direttamente da un link, anche se sembra ufficiale. Meglio cercarlo tramite il classico motore di ricerca. Fare attenzione ai messaggi truffaldini che cercano di spingere a rispondere in modo istintivo: se sembra “troppo bello per essere vero”, è probabile che lo sia. Se si riceve un’e-mail, o anche una telefonata o un messaggio che cerca di fare pressione per prendere una decisione immediata, è opportuno fare un bel respiro e rifletterci. L’attaccante di solito vuole una risposta rapida ed emotiva – puntando sulla preoccupazione che un pacco stia per essere restituito, o un conto bloccato, o sull’eccitazione per un’offerta apparentemente imperdibile, come la disponibilità di biglietti last minute per una partita di calcio, ma solo con una risposta immediata. Fonte: bitmat.it

I pagamenti cashless generano fino al 93% di CO2 in meno rispetto al contante

Worldline presenterà, a Phygital Sustainability Expo, i vantaggi dei pagamenti cashless in termini di sostenibilità e crescita economica, avendo le transazioni  cashless un diretto impatto positivo sull’ambiente, i commercianti e i consumatori Worldline, leader europeo dei pagamenti digitali, è in prima fila per guidare la rivoluzione del settore in ottica di sostenibilità.  Ha infatti constatato da tempo che i pagamenti digitali rappresentano un rilevante componente dell’industria  finanziaria in grado di svolgere una parte attiva nell’impegno verso la sostenibilità del  settore. Le transazioni cashless peraltro comportano per natura una riduzione importante dell’impatto  sull’ambiente. L’impegno dell’azienda in questa direzione viene illustrato dal Group Head of CSR Sébastien  Mandron al Phygital Sustainability Expo in un panel in programma oggi 4 giugno a Roma dal  titolo “Finanza Sostenibile ESG”. Con la partecipazione, tra gli altri, del Viceministro  dell’Economia Maurizio Leo e del Presidente di Confimprese Mario Resca. I risultati dello studio “Accelerating the decarbonisation of payments” I risultati della ricerca rilevano che una transazione in contanti in negozio emette il 14% in più di  emissioni di CO2 rispetto a una transazione digitale. Un pagamento in contanti genera infatti 2,8  g di emissioni, rispetto ai 2,45 g prodotti da un pagamento cashless, senza tener conto dell’impatto  sull’ambiente che può avere l’attività di prelievo di banconote, che comporta l’utilizzo di mezzi di  trasporto, ma anche la doppia stampa delle ricevute e dei componenti fisici della catena del valore,  come le carte in plastica e il terminale di pagamento. Tenendo conto di questi fattori, una singola  transazione in contanti può emettere fino 36,8 g di CO2, circa 15 volte in più rispetto ai  pagamenti digitali. Lo studio identifica inoltre le azioni che potrebbero contribuire a ridurre ulteriormente l’impronta di  carbonio di una transazione di pagamento digitale in negozio, tra cui la virtualizzazione delle carte  e l’utilizzo di pagamenti da smartphone a smartphone, che comporterebbero fino al 70% di emissioni in meno. I pagamenti online, invece, ridurrebbero l’impronta di carbonio fino al 93%. “La riduzione delle emissioni legate alle transazioni di pagamento dipende ora dalla nostra capacità  di cambiare le nostre abitudini”, spiega Sébastien Mandron. “Per progredire verso un’industria più  decarbonizzata sarà necessario ridurre i dispositivi fisici e utilizzare maggiormente le infrastrutture  digitali che comportano meno emissioni e vantaggi diretti sull’ambiente, mantenendo al contempo  sicurezza e convenienza ai massimi livelli. La necessità è di lavorare collettivamente come un  ecosistema verso benefici comuni per operatori del settore, banche, autorità di regolamentazione e cittadini”. Il programma Trust 2025 Per quanto riguarda il contributo specifico di Worldline, il Manager illustrerà il programma Trust 2025, che punta ad accelerare gli avanzamenti compiuti nel proprio settore in ottica ESG, coinvolgendo tutti  gli stakeholder al fine di costruire la fiducia dei clienti grazie a soluzioni affidabili, sicure, innovative e  dall’impatto positivo su tutti contesti sociali. In termini di riduzioni delle emissioni, Worldline ha ottenuto nel 2022 una riduzione del 48%  (emissioni scope 1, 2), con l’obiettivo di un’ulteriore riduzione del 42% entro il 2030. Gli interventi riguardano aspetti e pratiche ESG quali la valutazione del ciclo di vita delle soluzioni e una loro progettazione eco-compatibile, la promozione di un’economia circolare attraverso acquisti  ecosostenibili, oltre che investimenti nel benessere sul lavoro, incentivando la diversità e l’inclusione,  e lo sviluppo delle comunità locali. Oltre ad essere direttamente impegnata a ridurre la propria impronta carbonica, Worldline ha  aumentato l’adozione di pratiche sostenibili all’interno della propria catena di fornitura. Questo  avviene sia tramite un’opera di allineamento sugli obiettivi che attraverso aspetti contrattuali e di  successivo monitoraggio. A questo fine è coinvolta la piattaforma specializzata EcoVadis. Sono stati in questo senso vagliati nel 2023 il 91% degli investimenti in fornitori strategici, raggiungendo in  anticipo il target prefissato al 2025. Il nostro Paese Anche l’Italia ha dato un rilevante contributo agli obiettivi di Gruppo. Nel nostro Paese, infatti, Worldline ha gestito 3,1 miliardi di transazioni di issuing/acquiring e 16,1 milioni di carte e quasi  460 milioni di transazioni nei negozi. Sébastien conclude: “La sostenibilità è al centro del modello aziendale e dei valori di Worldline, che  aspira a diventare un riferimento nel settore dei pagamenti. Il miglioramento dei rating CSR e degli  indicatori di performance extra-finanziari negli ultimi anni dimostra quanto Worldline prenda sul serio  questo tema. Le sfide della sostenibilità ci aiutano ad alimentare il motore dell’innovazione attraverso nuove offerte, processi e modalità organizzative, che potranno creare valore aggiunto per i nostri  clienti e la società. Si tratta inoltre di un’ulteriore motivazione che può dare nuova linfa al costante  impegno dei nostri manager e dei nostri dipendenti”. Fonte: bitmat.it

Aumenta il divario di credibilità tra i responsabili di cyber security e le aziende

L’ultima ricerca Trend Micro evidenzia le difficoltà dei CISO nel far comprendere al management i rischi cyber che possono colpire l’azienda “Oltre la metà dei responsabili di sicurezza afferma che i rischi cyber sono quelli più pericolosi per l’azienda. Purtroppo, i CISO non riescono a comunicare questi rischi in un linguaggio che sia comprensibile ai leader aziendali e di conseguenza vengono ignorati, sminuiti o accusati di eccessivo allarmismo”, è quanto afferma Veronica Pace, Head of Marketing di Trend Micro Italia. A questa luce, il 79% dei responsabili di cyber security ammette di aver avvertito pressioni da parte dei leader delle rispettive aziende, per minimizzare la gravità dei rischi informatici a cui è esposta l’organizzazione. Il dato emerge da “The CISO Credibility Gap: How a Communication Breakdown in the Boardroom is Hurting Cyber-Resilience”, l’ultima ricerca Trend Micro, leader globale di cybersecurity. E prosegue Veronica Pace: “I responsabili di cybersecurity devono riuscire a interagire meglio, oppure la resilienza informatica dell’organizzazione ne risentirà. Il primo passo è avere a disposizione un’unica fonte di verità su tutta la superficie di attacco”. Tra i responsabili di cyber security che ammettono di aver subito pressioni… Tra i responsabili della cyber security ammettono di aver subito pressione da parte dei responsabili aziendali: il 43% afferma di essere stato etichettato come ripetitivo o fastidioso, mentre il 42% come eccessivamente negativo. Un terzo (33%) sostiene addirittura di essere stato licenziato. I dati evidenziano un grave divario di fiducia, collegato alla difficoltà di spiegare e allineare i rischi cyber con quelli aziendali. A dimostrazione di questo, il 46% afferma di aver guadagnato maggiore credibilità nel momento in cui è riuscito a quantificare il valore, in termini di business, della propria strategia di sicurezza informatica. Che cosa si aspetterebbero i responsabili IT? Grazie a un approccio di questo tipo, i responsabili IT potrebbero: Ottenere più responsabilità (45%) Essere visti come una funzione di maggior valore (44%) Ricevere più budget (43%) Guadagnare posizioni nei processi decisionali (41%) Tuttavia, al momento persiste un importante divario comunicativo tra l’IT e la leadership aziendale. Solo la metà del campione (54%) ritiene, infatti, che la propria dirigenza comprenda completamente i rischi informatici a cui è esposta l’organizzazione, percentuale stabile dal 2021 (50%). Oltre un terzo (34%) degli intervistati afferma anche che la sicurezza informatica è ancora considerata parte dell’IT, piuttosto che un rischio aziendale. Inoltre, l’80% ritiene che solo una violazione grave possa incentivare i responsabili dell’azienda ad agire con maggiore fermezza nei confronti del rischio informatico. Queste sfide sono complicate dal moderno ed eterogeneo ambiente della cybersecurity. L’utilizzo di prodotti isolati sulla superficie di attacco genera dati incoerenti, ad esempio, e complica la possibilità di poter dare ai leader aziendali un’idea chiara del rischio informatico. Per questo, oltre la metà del campione (58%) ritiene che sarà necessario migliorare le abilità comunicative per correggere la situazione. Ma una piattaforma ASRM (Attack Surface Risk Management) unificata potrebbe eliminare la necessità di ulteriori investimenti, fornendo informazioni coerenti e convincenti sul rischio, all’interno di una executive dashboard. Fonte: bitmat.it

Boom del commercio online: spedizioni aumentate del 44%

Le spedizioni sono cresciute in tutti i mercati del 14%. In Italia, solo ad aprile 2024, le spedizioni sono aumentate del 44%. Settori in crescita: Elettronica, salute e bellezza, abbigliamento e calzature Il nostro Paese sta vivendo un vero e proprio boom del retail online, segnando una crescita esponenziale che ha trasformato il panorama del commercio. Secondo i dati di Packlink, leader nel settore logistico, l’incremento delle spedizioni su base annua ha riguardato tutti i mercati. Le spedizioni sono infatti aumentate di oltre il 14%, riflettendo la crescente domanda del commercio elettronico a livello globale. In Italia, questa tendenza è ancora più marcata: solo ad aprile 2024, le spedizioni hanno registrato un impressionante aumento del 44% rispetto all’anno precedente.  La crescente fiducia dei consumatori italiani nelle piattaforme di e-commerce e la comodità degli acquisti online hanno alimentato questa espansione. I settori più dinamici sono elettronica, salute e bellezza, e abbigliamento e calzature: qui si è registrata la crescita maggiore, rispondendo rapidamente alle esigenze di un mercato in continua evoluzione. “Questo boom non solo riflette un cambiamento nelle abitudini di acquisto, ma anche l’efficacia delle soluzioni logistiche moderne. Questi dati dimostrano il nostro impegno nel soddisfare le esigenze dei clienti, ma anche l’adattabilità del nostro servizio alle tendenze di consumo emergenti. Packlink continuerà a migliorare e innovare i propri servizi per supportare la crescita del retail online in Italia e garantire soluzioni di spedizioni e logistiche sempre più efficienti e convenienti.” ha commentato Noelia Lázaro, Direttore Marketing di Packlink.  Fonte: bitmat.it

Ransomware: strategie di prevenzione, risposta e ripristino

Luca Maiocchi, Country Manager di Proofpoint Italia analizza lo stato di avanzamento di minaccia Ransomware sempre più sofisticata Il mondo digitale è pieno di minacce in continua evoluzione, progettate per eludere le misure di sicurezza che gli utenti possono implementare. Tra queste, il ransomware rimane una delle più persistenti e dannose del panorama odierno. Bloccando l’accesso a sistemi o dati fino al pagamento di un riscatto, ha registrato negli ultimi anni una crescita esponenziale, che ha riguardato anche il nostro Paese. Il 71% delle aziende italiane ha subito un’infezione ransomware nell’ultimo anno (con un aumento del 61% rispetto all’anno precedente). Fatto ancor più grave, il 66% dei professionisti IT italiani ha dichiarato che la propria impresa ha subito più infezioni ransomware differenti. Nella lotta contro il ransomware, come per la maggior parte delle minacce, è fondamentale il ruolo della prevenzione: ciò significa mantenere tutti i sistemi operativi e i software aggiornati con le ultime patch, soprattutto quelle relative alla cybersecurity. Allo stesso modo, è essenziale investire in soluzioni solide per proteggere la posta elettronica e gli account cloud, eseguirne regolarmente il backup e archiviarli in una rete separata. L’altro elemento cruciale è la formazione degli utenti, che devono essere informati su come evitare o segnalare tali minacce e sulle azioni da intraprendere in caso di attacco. Nessun sistema può essere completamente immune al ransomware Nonostante tutte le misure preventive, nessun sistema può essere completamente immune al ransomware. Pertanto, è essenziale avere un piano di risposta pronto. Nel caso di un’azienda, i dipendenti dovrebbero disconnettere i propri dispositivi dalla rete nel caso venga segnalato un ransomware. Se l’attacco raggiunge un server, è necessario isolarlo il prima possibile e controllare che non vi siano altri sistemi infetti. È importante non utilizzare strumenti gratuiti di decrittografia del ransomware, poiché potrebbero essere obsoleti e non funzionare correttamente. Infine, si dovrebbe procedere al ripristino dei sistemi a partire dalle copie di backup disponibili. Il grande dilemma associato agli attacchi ransomware è la decisione di pagare o meno il riscatto. Tra le aziende italiane colpite dal ransomware, il 23% ha accettato di pagare i cybercriminali (in calo rispetto al 27%) ma solo il 25% di loro ha riacquistato l’accesso ai propri dati dopo un singolo pagamento (in calo rispetto al 38% di un anno fa). Come è meglio comportarsi qualora ci si trovi in questa situazione? La risposta è complessa e dipende da fattori diversi, come il tempo e le risorse necessarie, le responsabilità legali e le possibili conseguenze. Per questo motivo, è difficile formulare una raccomandazione universale, anche se organismi importanti come l’FBI o l’Interpol sconsigliano decisamente ogni forma di pagamento. Una volta superata la crisi, è necessario valutare se le minacce sono ancora presenti e dove procedure e strumenti di sicurezza hanno fallito. È importante rivedere il livello di preparazione alle minacce, imparare dall’esperienza vissuta e rafforzare le difese tecnologiche. Una cosa è certa: il ransomware continuerà a esistere finché i criminali informatici troveranno il modo di trarne profitto, quindi il modo migliore per minimizzarne l’impatto è una strategia di sicurezza incentrata sulle persone. Formando gli utenti a una maggiore resilienza alla sicurezza, è possibile spingerli a reagire in modo rapido ed efficace, spostando di fatto l’equilibrio della bilancia a vantaggio delle imprese. Fonte: bitmat.it

Il 59% delle applicazioni del settore pubblico contiene falle non risolte

Una ricerca di Veracode, il report “State of Software Security Public Sector 2024”, conferma come il debito di sicurezza nel settore pubblico sia più elevato rispetto a quello privato Il leader mondiale nella gestione del rischio applicativo, Veracode, ha pubblicato una ricerca che rivela come le applicazioni sviluppate dalle aziende del settore pubblico registrino un debito di sicurezza – definito in questo report come l’insieme delle falle che non vengono risolte da più di un anno – pari al 59% rispetto a un tasso complessivo del 42% – maggiore rispetto a quello privato. Queste le parole espresse da Chris Eng, Chief Research Officer di Veracode: “Un debito di sicurezza che dura da decenni, generato da software non patchati e configurazioni inadeguate, caratterizza le applicazioni al servizio del settore pubblico. Senza un approccio sistematico e continuo alla ricerca e alla correzione delle falle, la pubblica amministrazione è pericolosamente esposta agli attacchi dei criminali informatici”.    Attacchi critici al settore pubblico Le applicazioni del settore pubblico sono sempre più spesso oggetto di attacchi da parte di malintenzionati, che adottano tecniche sempre più pericolose e dirompenti. In risposta, la pubblica amministrazione sta mettendo in atto una serie di iniziative per rafforzare la sicurezza informatica, compresa quella delle applicazioni statali. Figure 1. Stato della sicurezza del software 2024 – Istantanea del settore pubblico I ricercatori hanno scoperto che le organizzazioni del settore pubblico, pur avendo un numero di debiti di sicurezza leggermente inferiore (68%) rispetto ad altri (71%), tendono ad accumularne di più. Solo il 3% delle applicazioni è privo di falle, rispetto al 6% degli altri. Ancora più significativo è il fatto che il 40% delle aziende della PA presenta vulnerabilità persistenti e di elevata gravità che costituiscono un debito di sicurezza “critico”, tale da mettere a serio rischio la loro riservatezza, integrità e stabilità se queste falle venissero sfruttate dai criminali informatici. “La buona notizia è che la maggior parte delle aziende ha la capacità di correggere tutti i debiti critici, ma la loro prioritizzazione è fondamentale” ha spiegato Eng. “Due terzi di tutte le falle presenti nelle strutture della pubblica amministrazione risalgono a meno di un anno fa o non sono di gravità critica. Inoltre, meno dell’1% di tutte le vulnerabilità costituisce un debito di sicurezza critico. Dando la priorità al debito di sicurezza con uno sforzo mirato, è possibile ottenere la massima riduzione del rischio e passare così alle falle non critiche in base alla propria tolleranza al rischio e capacità”.       Figure 2. Stato della sicurezza del software 2024 – Istantanea del settore pubblico Ridurre il debito di sicurezza Secondo il report, il debito di sicurezza nel settore pubblico riguarda principalmente il codice di prima parte (93%), ma la maggior parte di quello di livello critico proviene da terze parti (55,5%). Questo dato rafforza l’importanza della Open Source Security Software Initiative (OS3I), un gruppo di lavoro inter-agenzie che si occupa di garantire che il software open source sia “tanto sicuro, protetto e sostenibile quanto aperto”. Inoltre, sottolinea la necessità di concentrarsi sia sul codice di origine che su quello di terze parti per ridurre efficacemente il debito di sicurezza. Infine, l’analisi evidenzia che il debito di sicurezza nel settore pubblico si concentra principalmente nelle applicazioni più datate ed estese (22%). Ciò è particolarmente vero per quello critico (30%), confermando una correlazione tra età delle applicazioni e accumulo di debito. I ricercatori hanno anche confrontato il profilo del debito per i diversi linguaggi di sviluppo, scoprendo che le applicazioni Java e .NET si distinguono come fonti significative di debito nel settore pubblico. “Lo stato attuale della sicurezza del software nel settore pubblico rafforza l’importanza di adottare l’approccio secure by design come standard per tutto il mondo connesso alla rete,” ha concluso Chris Eng. “Apprezziamo il recente annuncio di CISA del suo Secure by Design Pledge e siamo orgogliosi di esserne uno dei primi firmatari. Il nostro obiettivo con questa ricerca è quello di supportare ulteriormente i nostri partner del settore pubblico nel promuovere un utilizzo su larga scala di questi principi”. Fonte: bitmat.it

AI, un’arma a doppio taglio per la cybersecurity

Come sfruttare l’AI per mantenere la difesa in vantaggio rispetto all’attacco, a cura di Daniel Rapp di Proofpoint L’intelligenza artificiale generativa (GenAI) è emersa come uno dei trend tecnologici più caldi dell’ultimo anno, ottenendo attenzione significativa. Il rapido sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) e di strumenti come ChatGPT ha spinto le aziende a esplorare i potenziali vantaggi dell’AI generativa. Anche se forse stiamo raggiungendo il picco delle aspettative che la circondano, è fondamentale che i responsabili della sicurezza riconoscano che l’AI offre una gamma molto più ampia di applicazioni. Molti vendor di sicurezza incorporano da anni nelle loro soluzioni l’intelligenza artificiale, in particolare sotto forma di machine learning (ML), con l’obiettivo di migliorarne l’efficacia e potenziarne le capacità. L’intelligenza artificiale ha un potenziale immenso per rafforzare la sicurezza e consentire ai difensori di essere all’avanguardia rispetto alle minacce. Tuttavia, è essenziale riconoscere che l’AI ha casi d’uso molto più ampi. Ad esempio, le funzionalità basate su AI/ML sono valide solo quanto i dati e i processi utilizzati per addestrare i modelli, tra cui la dimensione e la qualità dei set di informazioni, il monitoraggio dei cambiamenti nella loro distribuzione, ecc. La complessità della tecnologia crea ulteriori ostacoli e limitazioni e, nonostante la capacità dell’AI di superare gli esseri umani in alcuni compiti complessi, non è sempre l’approccio più efficace. In sostanza, l’AI non è l’unica soluzione a tutti i problemi di sicurezza. Con l’obiettivo di migliorare le difese aziendali, è consigliabile prendere in considerazione tutta l’ampiezza dei suoi casi d’uso, ponendo ai vendor di sicurezza domande dettagliate per capire quali casi e soluzioni siano più adatti a una specifica azienda. Difese abilitate dall’AI, promessa e funzionalità  I sistemi di intelligenza artificiale sono particolarmente abili nell’identificare modelli in enormi quantità di dati e nel fare previsioni sulla loro base. Prendiamo ad esempio le truffe di payroll diversion come esempio dei vantaggi dell’AI: questi tipi di attacchi BEC (Business Email Compromise) sono sempre più frequenti e sfuggono costantemente al rilevamento della sicurezza delle email. Le valutazioni delle minacce condotte da Proofpoint lo scorso ottobre, ad esempio, hanno rilevato che più di 400 minacce di deviazione delle buste paga  hanno eluso 12 strumenti di sicurezza email. Gli attacchi sono difficili da rilevare perché in genere non hanno payload come link o allegati. Inoltre, le soluzioni di sicurezza email tradizionali basate su API analizzano le minacce dopo la consegna, il che richiede un impegno molto lungo da parte dei team IT o di security per popolare lo strumento con i dati. Poiché questo approccio non è scalabile, molti team scelgono di implementare i controlli solo per un gruppo selezionato, come i dirigenti. Gli attori delle minacce, tuttavia, prendono di mira una categoria molto più ampia di persone in azienda quando effettuano attacchi di deviazione delle retribuzioni. È qui che gli strumenti basati su AI/ML, compresa la GenAI, offrono un enorme vantaggio. Il rilevamento delle minacce basato su AI/ML, insieme a quello pre-delivery basato su LLM, può essere utilizzato per interpretare il tono e l’intento contestuale di un’email. Questo approccio protegge l’azienda bloccando le email fraudolente e dannose prima che raggiungano i dipendenti, riducendo notevolmente la loro esposizione a minacce come quelle BEC. Non tutti gli strumenti alimentati dall’AI sono uguali Per operare in modo efficace, le soluzioni di AI e ML hanno bisogno di enormi quantità di dati di alta qualità, perché i modelli imparano da esempi, non da regole. Proofpoint addestra i propri con milioni di email giornaliere provenienti da un ecosistema di threat intelligence mondiale. Questo garantisce maggiore fedeltà di rilevamento e dà ai team di sicurezza o IT la fiducia nell’efficacia della loro sicurezza. Pertanto, prima di adottare nuove soluzioni basate su AI e ML, è bene porre ai vendor di security domande quali: Dove ottengono i dati per l’addestramento degli algoritmi? È facile recuperare dati per applicazioni AI generiche, ma quelli di intelligence sulle minacce non sono altrettanto frequenti. I dati di addestramento utilizzati dal vendor devono riflettere non solo gli scenari del mondo reale, ma anche le minacce specifiche che interessano una determinata azienda e il suo staff. Come integrano AI/ML con i loro stack di rilevamento? La tecnologia intelligente non è altrettanto efficiente, efficace o affidabile per tutti i tipi di minacce. È fondamentale che una soluzione di sicurezza integri altre tecniche, come ad esempio regole e firme, o processi “human-in-the-loop”. Prima ancora di addentrarci in questi dettagli, è necessario valutare se l’AI sia ottimale per le proprie sfide specifiche. I modelli di AI sono complessi e ad alta intensità di calcolo e possono richiedere più tempo per essere eseguiti rispetto a funzionalità meno complicate. A volte le tecniche basate su regole sono più efficaci, soprattutto quando la rapidità di risposta è fondamentale. È necessario comprendere chiaramente gli obiettivi di sicurezza e il percorso ideale per raggiungerli. GenAI, ancora in attesa di giudizio  Molti vendor di sicurezza hanno integrato senza problemi l’AI nei loro stack già da anni, ma ci aspettiamo molta più visibilità sugli sforzi di GenAI. In primo luogo, l’intelligenza artificiale generativa sta attraversando cicli di hype molto più rapidi rispetto a qualsiasi altra tecnologia precedente. Persino i governi, che di solito sono lenti a reagire, hanno già lanciato l’allarme, come dimostra il recente ordine esecutivo del presidente degli Stati Uniti volto ad affrontare i rischi di questa tecnologia in rapida ascesa. Mentre la community di sicurezza cerca di comprendere le implicazioni dell’AI, non possiamo trascurare il fatto che anche i malintenzionati possano usarla a loro vantaggio. Ecco un’altra arma a doppio taglio. La GenAI, in particolare, è diventata l’area di preoccupazione in più rapida crescita per le aziende, con team IT e di sicurezza che stanno prendendo sul serio questa minaccia e i responsabili  aziendali sono d’accordo. Secondo un’indagine condotta da Proofpoint lo scorso anno sui componenti dei consigli di amministrazione, il 59% riteneva che le tecnologie emergenti come la GenAI rappresentassero un rischio per la sicurezza della propria azienda. I cybercriminali stanno già abusando di questa tecnologia, utilizzando modelli linguistici di grandi dimensioni open-source per