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DDoS: diminuiscono gli attacchi di base, ma aumentano quelli più sofisticati

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Il “Kaspersky Lab DDoS Q4 Report”, dedicato alle statistiche degli attacchi DDoS nell’ultimo trimestre del 2018 e dell’intero anno, mette in evidenza un calo del 13% nel numero complessivo di attacchi DDoS rispetto a quanto registrato nell’anno precedente. La durata degli attacchi misti e di tipo “HTTP flood”, però, è in crescita: questo suggerisce che i cybercriminali si stanno evolvendo verso tecniche di attacco DDoS più sofisticate. Il basso costo del “DDoS-as-hire” rende questo tipo di attacco una delle armi informatiche più accessibili per competitor scorretti o per troll su Internet. Le aziende, indipendentemente dalle loro dimensioni o dal loro settore, possono trovarsi ad affrontare questo tipo di minaccia e andare incontro a danni economici o reputazionali nel caso in cui gli utenti legittimi o i clienti non possano accedere alle risorse web dell’azienda. Nel 2018 il numero di attacchi DDoS sembra essere diminuito; nonostante questo, è troppo presto per rallegrarsi perché una diminuzione nel numero degli attacchi non corrisponde necessariamente ad una riduzione della loro gravità. Secondo i ricercatori di Kaspersky Lab, dal momento che sempre più organizzazioni adottano soluzioni per proteggersi da attacchi DDoS di tipo semplice, è probabile che nel 2019 gli attaccanti miglioreranno le loro competenze per superare le misure di protezione standard per questo tipo di attacchi e portare così la complessità generale di questa cyberminaccia ad un livello superiore. Sebbene il numero di attacchi stia diminuendo, l’analisi degli esperti di Kaspersky Lab ha rilevato che la durata media degli stessi attacchi è in crescita. Rispetto all’inizio dell’anno, la durata media di questo tipo di attacchi è più che raddoppiata, passando dai 95 minuti registrati nel corso del primo trimestre ai 218 minuti del quarto trimestre. È importante notare che gli attacchi di tipo “UDP flood” (quando un attaccante invia un gran numero di pacchetti UDP alle porte del server di destinazione per sovraccaricarlo e fare in modo che non risponda agli utenti), che rappresentano quasi la metà (il 49%) degli attacchi DDoS del 2018, sono stati di breve durata e raramente sono durati più di 5 minuti. Gli esperti di Kaspersky Lab ipotizzano che la diminuzione della durata degli attacchi di tipo “UDP flood” dimostri che il mercato degli attacchi più facili da organizzare sia in fase di contrazione. La protezione da questo tipo di attacchi DDoS si sta diffondendo ampiamente, rendendoli inefficaci nella maggior parte dei casi. I ricercatori pensano che gli attaccanti abbiano lanciato numerosi attacchi di tipo “UDP flood” per verificare se una risorsa presa di mira sia effettivamente protetta oppure no. Se è subito chiaro che i tentativi non riscontrano alcun successo, i cybercriminali fermano l’attacco. Allo stesso tempo, gli attacchi più complessi (come quelli che implicano l’”HTTP misuse”), che richiedono tempo e denaro, continueranno a lungo. Come ha rivelato il report di Kaspersky Lab, il metodo “HTTP flood” e gli attacchi misti, con componente HTTP, le cui percentuali erano prima relativamente basse (17% e 14%), rappresentano circa l’80% del tempo di attacco DDoS dell’intero 2018. “Quando la maggior parte dei semplici attacchi DDoS non raggiunge lo scopo prefissato, le persone che guadagnano denaro lanciando questo tipo di attacchi hanno due possibilità. Possono, ad esempio, riconfigurare le capacità necessarie per gli attacchi DDoS verso altre fonti di guadagno, come il cryptomining, oppure devono migliorare le loro competenze tecniche, poiché, in alternativa, i loro “clienti” cercheranno degli attaccanti più esperti. Alla luce di tutto questo, possiamo prevedere che gli attacchi DDoS si evolveranno nel 2019 e che diventerà sempre più difficile per le aziende rilevarli e proteggersi”, commenta Alexey Kiselev, Business Development Manager del Kaspersky DDoS Protection team. Per quanto riguarda i risultati dell’ultimo trimestre, l’attacco DDoS più lungo rilevato nel quarto trimestre è durato 329 ore (quasi 14 giorni); un attacco così lungo era stato registrato l’ultima volta solo alla fine del 2015. I tre stati che hanno subito il maggior numero di attacchi DDoS restano gli stessi. La Cinaè di nuovo al primo posto, ma la percentuale relativa è scesa in modo netto, passando dal 77,67% al 50,43%. Gli Stati Uniti rimangono secondi nella classifica, mentre il terzo posto è ancora occupato dall’Australia. Per quanto riguarda la distribuzione degli obiettivi, la Cina è ancora in cima alla lista, ma la percentuale relativa è scesa al 43,26% (contro il 70,58% del terzo trimestre del 2018). Nel quarto trimestre, inoltre, ci sono stati dei cambiamenti anche nei paesi che ospitano la maggior parte dei server C&C. Come nel trimestre precedente, gli Stati Uniti sono rimasti i leader, ma il Regno Unito e l’Olanda si sono posizionati al secondo e terzo posto, sostituendo rispettivamente Russia e Grecia. Ciò è probabilmente dovuto al significativo aumento del numero di server C&C Mirai attivi in questi paesi.   Fonte: BitMat.it

GDPR, il bilancio del 2018. 630 Data breach e in aumento reclami e segnalazioni

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Il Garante Privacy ha tracciato il bilancio del GDPR da quando è entrato in vigore, il 25 maggio scorso, fino al 31 dicembre 2018. Ecco i numeri più importanti. 630 notificazioni di Data breach, 4.704 reclami e segnalazioni (1326 in più rispetto al 2017), 43.269 comunicazioni dei dati di contatto dei Responsabili Protezione Dati (RPD) e 13,835 contatti con l’ufficio relazioni con il pubblico (5504 in più rispetto al 2017). Sono questi i numeri principali del bilancio, tracciato dal Garante Privacy, del GDPR da quando è entrato pienamente in vigore, il 25 maggio scorso, fino al 31 dicembre 2018.   Fonte: Garante Privacy   630 notificazioni di Data breach sono un’enormità rispetto al passato, ma ora con il nuovo regolamento GDPR vanno segnalati all’Autorità Garante per la protezione dei dati personali “senza ingiustificato ritardo e, ove possibile, entro 72 ore dal momento in cui ne è venuto a conoscenza” il titolare o il responsabile del trattamento di società o pubbliche amministrazioni, che ne sono state vittima. La conseguenza per l’Autorità è l’apertura di un fascicolo e la necessità di monitorare e verificare in real time l’evolversi della situazione. Prima dell’entrata in vigore del GDPR erano soltanto le Telco e le Pubbliche Amministrazioni che denunciavano i Data Breach, mentre nella nuova era della Data Protection tutte le imprese devono conformarsi al nuovo obbligo di legge.   Fonte: Key4Biz.it

Change Your Password Day: i consigli degli esperti di sicurezza

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Il Change Your Password Day 2019 è un’ottima occasione per dare ascolto ai consigli degli esperti di sicurezza: quando si tratta di proteggere i propri dati digitali, è meglio optare per combinazioni uniche e facili da ricordare piuttosto che procedere con un cambio frequente delle varie password in uso. I ricercatori consigliano agli utenti di adottare alcune procedure per creare la propria serie di password uniche. Raccomandano, inoltre, di usare un tool di gestione delle combinazioni, in grado di “ricordare” le password al posto dell’utente. L’uso delle password è il metodo più consolidato per l’autenticazione di un account online, ma creare combinazioni sicure e semplici da ricordare non è facile; creare nuove chiavi di accesso è sempre più difficile, anche perché le persone, oggi, hanno sempre più account da gestire. Se si creano password semplici e facili da ricordare, il rischio che un utente malintenzionato riesca a craccarle è maggiore. Se si opta per una sequenza di caratteri più complessa, invece, è probabile che l’utente stesso fatichi a ricordarla, quindi è molto probabile che ci si limiti a una o due combinazioni e che si scelga poi di utilizzarle per più siti web. Secondo i ricercatori, il pericolo più grande quando si tratta di password è legato al loro riutilizzo. Come ha mostrato il recente caso di Collection #1, relativo alla messa online di più di 700 milioni di indirizzi email e milioni di password non criptate, i dati provenienti da diverse violazioni di dati possono essere facilmente combinati tra loro e utilizzati poi in attacchi di Credential Stuffing: gli attaccanti utilizzano le combinazioni di indirizzi email e password delle vittime per introdursi negli altri account di loro proprietà, protetti dalle stesse password. I rischi non si limitano cambiando le password, ma rendendole più forti. La loro forza dovrebbe essere basata non tanto sulla complessità della sequenza di caratteri, quanto sulla loro unicità. David Jacoby, Security Researcher del Global Research and Analysis Team (GReAT) di Kaspersky Lab, ha commentato: “C’è molta confusione riguardo a cosa si debba intendere quando si parla di password ‘forte’. Molti siti web richiedono ora l’inserimento di sequenze complesse, composte da almeno otto o più lettere minuscole o maiuscole, numeri e anche caratteri speciali. Gli utenti sono arrivati a considerare questo tipo di combinazione come ‘password forte’, e questo è piuttosto scoraggiante.” Prosegue Jacoby: “La buona notizia è che ‘forte’ non deve essere sinonimo di ‘spaventoso’. Quando si esamina il problema dal punto di vista della sicurezza, si può vedere che le password generalmente ‘forti’ sono quelle uniche, per un utente e per un account. Ci sono vari modi per rendere le password uniche, ma anche facili da ricordare, in modo che non possano essere utilizzate per accedere ad altri account, anche in caso di condivisione tramite una violazione di dati. A disposizione degli utenti ci sono anche dei tool per la gestione sicura delle password, come Kaspersky Password Manager, che rendono facile creare e utilizzare in sicurezza decine di password davvero uniche.” Per creare password uniche e facili da ricordare basta seguire alcuni semplici step: Step 1: Creare una “static string” (quella parte di password che resta sempre uguale) Pensare ad una frase, al testo di una canzone, alle citazioni di un film, ad una filastrocca o a qualcosa di simile, che sia facile da ricordare; Prendere la prima lettera delle prime tre o prime cinque parole; Aggiungere, tra una lettera e l’altra, un carattere speciale (ad esempio: #, @, / e simili). Da questo momento in poi, è possibile basare tutte le proprie password uniche su questa singola stringa di caratteri. Step 2: Sfruttare la potenza dell’associazione di idee! In caso di necessità di una password per uno degli account online in uso (ad esempio per Facebook, Twitter, eBay, per i siti di dating, per l’online banking, per lo shopping online o i siti di videogiochi…), si deve prendere nota della prima parola che si associa ad un determinato sito o ad una certa piattaforma. Ad esempio, se si sta creando una password per l’account di Facebook, si potrebbe associare al social media il colore blu, presente nel logo. Basterebbe, quindi, aggiungere la parola “blu”, magari in lettere maiuscole, alla fine della “static string” creata in precedenza. “Per esempio – prosegue Jacoby – se la frase a cui si è pensato è ‘Twinkle Twinkle Little Star, How I wonder What You Are’, e il carattere speciale scelto per l’inserimento tra le lettere è ‘#’, la password sicura e unica per Facebook sarà: T#T#L#S#Hblue. Se qualcuno ci consegnasse questa password, o se la guardassimo dal di fuori, non avrebbe alcun significato per noi. Trattandosi però di qualcosa di personale per chi l’ha creata, sarà facile per l’autore riconoscere il sistema usato per la sua creazione, associare la parola al sito e ricordare così facilmente la giusta combinazione!”   Fonte: Bitmat.it

Le preoccupazioni delle imprese dopo un mese di fatturazione elettronica

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L’obbligo di fatturazione elettronica è ormai in vigore dal 1° gennaio. Si tratta di un obbligo che coinvolge il 56% delle partite Iva e circa 2,8 milioni di imprese e che, secondo le stime del MEF, dovrebbe permettere un recupero di gettito Iva pari a circa 1,97 miliardi di euro.   Ma le difficoltà non mancano, a partire dall’eccessiva burocrazia e dai tempi lunghi di alcune operazioni. Sme.UP, Gruppo IT specializzato nella risoluzione delle complessità del business moderno, ha raccolto le principali preoccupazioni delle aziende a un mese dall’entrata in vigore della normativa suddividendole in quattro macroaree. Propensione al cambiamento – Secondo l’esperta Simona Bonomi, Product Manager AFC e Fatturazione elettronica Gruppo Sme.UP, ad avere più problemi nell’affrontare la fatturazione elettronica sono le aziende meno strutturate e meno orientate al cambiamento. “La normativa può essere potenzialmente efficace e utile, ma bisogna investire nei processi che ne rendono più semplice la gestione. Dunque, competenze e strumenti adeguati. Non tutte le aziende hanno compreso quanto sia importante adottare una nuova cultura in merito.” Tempi di risposta – Il Sistema di Interscambio (Sdl) spesso ha tempi di risposta superiori ai 5 giorni previsti, generando così problematiche di varia natura nelle imprese. Le risposte fornite, inoltre, non sempre sono puntuali. “Un’eccessiva genericità nelle risposte fa sì che le imprese non sappiano quale aspetto della procedura eseguita sia andata a buon fine e quale, invece, sia stata ritenuto insufficiente. Per questo, sarebbe utile avere un intermediario capace di mediare simili situazioni – conferma Bonomi. Vuoti normativi – Sono diversi i punti su cui l’Agenzia delle Entrate non ha dato chiarimenti circostanziati. “Molte aziende si chiedono come dover gestire gli omaggi o dove dover riportare le informazioni generiche che prima venivano indicate nella fattura cartacea e che invece nella fattura elettronica non hanno una collocazione specifica. Dubbi a cui si uniscono quelli legati all’effettiva datazione della fattura e che, nella quotidianità, possono rallentare notevolmente l’attività di un’azienda – continua l’esperta. Conservazione sostitutiva – Infine, tra i macrotemi che più turbano i contribuenti c’è quello della conservazione elettronica sostitutiva che riguarda, per ora, solo le fatture elettroniche e non anche i registri contabili e fiscali, ma che presto dovrà essere affrontato nella sua interezza. Per accompagnare le imprese nella gestione di questo cambiamento epocale, Gruppo Sme.UP ha creato un portale con “Questions & Answers” e video-tutorial dedicati per capire, ad esempio, come effettuare il conteggio e il versamento dell’imposta di bollo, come gestire la mancata consegna della fattura, quali documenti generare e conservare per operazioni verso soggetti esteri e molto altro. Inoltre, ha messo a disposizione delle aziende un servizio accreditato che consente di gestire tutte le fasi di invio e ricezione delle fatture in modalità digitale da e verso aziende private e verso la Pubblica Amministrazione. Un sistema che consente anche di archiviare le fatture XML in un’unica piattaforma integrabile ai gestionali in uso, di organizzarle, di firmarle e trasmetterle gestendo le ricevute/notifiche. Con il servizio si potrà anche ricevere le fatture XML e inviare notifiche di accettazione/rifiuto, portare in conservazione a norma le fatture, ricercare e consultare le fatture emesse e corredate dai messaggi e notifiche del SdI, da qualsiasi device mobile. Il tutto, riducendo notevolmente gli archivi cartacei, avendo sempre a portata di mano documenti e fatture e adottando una modalità di business sempre più integrata, smart ed efficiente. “Siamo convinti – conclude Bonomi – che mai come in questa fase sia fondamentale il tema delle competenze. Per questo, abbiamo tenuto dei corsi con oltre 700 rappresentanti di aziende per trasferire loro il nostro know how e con l’avvio della fatturazione abbiamo risposto sul nostro sito alle domande più frequenti (https://www.smeup.com/faq-fatturazione-elettronica/) con dei video tutorial per coloro che hanno necessità di più su una tematica che rappresenta, concretamente, un primo, decisivo, cambiamento culturale, amministrativo e fiscale per le aziende italiane.”   Fonte: BitMat.it

Malware: le minacce più sofisticate emerse nel 2018

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Il 2018 ha visto emergere attacchi malware sempre più sofisticati, come Slingshot, ad oggi il più avanzato, definito “un capolavoro” dagli esperti. Sfruttando due moduli, GollumApp e Cahnadr, il malware Slingshot prende il controllo integrale della macchina infetta e svolge molteplici funzioni: recupera qualunque tipo di dato, cattura immagini dello schermo, traccia qualsiasi input dato tramite tastiera. Difficile da rilevare, si adatta persino alle soluzioni di sicurezza installate sul sistema con strategie di “anti-debugging”. Questo malware non colpisce solo siti web, ma annovera tra i propri obiettivi anche computer collegati ai router MikroTik. Svolta decisiva per il cryptojacking Fatta eccezione per Slighshot, la crescita esponenziale del malware è dovuta alla proliferazione di strumenti per minare criptovalute in modo abusivo (cryptojacking) sfruttando le risorse della CPU di macchine infette, come Coinhive e Crytoloot. Secondo il report di Skybox, questo genere di minacce ha rappresentato il 31% degli attacchi nei primi sei mesi del 2018, rispetto al 7% negli ultimi sei mesi del 2017. Una tecnica apprezzata dai cybercriminali meno esperti, poiché meno rischiosa e più remunerativa. I malware progettati a tale scopo prendono illecitamente il controllo degli onerosi processi di calcolo matematico sviluppati sia per generare criptovalute sia per verificare, autenticare e convalidare le transazioni effettuate con queste valute. I rischi del social hacking Altra minaccia in piena crescita è la frode ai danni degli utenti dei social network. Secondo Proofpoint ad esempio l’uso di tecniche di ingegneria sociale e di manipolazione delle informazioni allo scopo di trarre in inganno gli internauti sarebbe cresciuto del 485% nel terzo trimestre del 2018 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I dati sensibili delle aziende sono particolarmente esposti a questo tipo di minaccia poiché ogni impiegato è un possibile bersaglio per i social hacker: “i cybercriminali trascorrono sempre più tempo a indagare sugli interessi delle persone che lavorano per aziende specifiche, così da poter inviar loro e-mail personalizzate e, di conseguenza, entrare nella rete aziendale per carpire quanti più dati possibile”, spiega Stéphane Prévost, Product Marketing Manager di Stormshield. Botnet multifunzione Un’ultima rilevante particolarità da segnalare per il 2018 è rappresentata dalla crescita di botnet multifunzione, sufficientemente versatili per poter eseguire qualsiasi compito. Queste reti di computer infetti sono controllate da cybercriminali e utilizzate per diffondere malware e facilitare attacchi spam o i denial-of-service (DDoS). Il volume di RAT (remote access trojans) come Njrat, DarComet e Nanocore risulta raddoppiato nel 2018: “Ne è un esempio il ‘Pony RAT’, un trojan poco sofisticato ma facilmente reperibile e focalizzato su bersagli mal protetti”, afferma Paul Fariello, membro del Security Intelligence Team. La vera minaccia rimane il ransomware Tutti questi “nuovi” attacchi non devono farci perdere di vista il caro vecchio ransomware, più pericoloso che mai. SamSam, una famiglia di ransomware attiva dal 2015, è ritenuta responsabile di una serie di attacchi di alto profilo, come quello perpetrato alla città di Atlanta in marzo. In questo ambito, i cybercriminali non mancano certo di inventiva, come dimostrato dai ransomware Gandcrap e DataKeeper con i loro aggiornamenti quotidiani. “Benché gli attacchi siano divenuti sicuramente più complessi, i ransomware tradizionali (che cifrano i dati) rimangono di gran lunga la minaccia più rilevante per le piccole e medie imprese”, dichiara Paul Fariello, raccomandando di non abbassare la guardia in nessun caso.   Fonte: BitMat.it

Enterprise 4.0. Come agevolare un progetto innovativo nel 2019?

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Come può nel 2019 un’azienda finanziare un vero progetto innovativo che porti ad avere un nuovo posizionamento, un nuovo prodotto e una nuova modalità di conversare con il mercato?   La digital transformation comporta un cambiamento di leadership, un modo di pensare diverso, nuovi modelli di business ed un maggiore utilizzo della tecnologia per migliorare l’esperienza dei dipendenti, dei clienti, dei fornitori, dei partner e di tutte le parti interessate dell’organizzazione. Per questo che tu sia l’imprenditore di una piccola, media o grande impresa è importante in qualsiasi caso utilizzare le tecnologie digitali per rimanere competitivi. Le aziende che non lo faranno potrebbero non essere più in grado di competere con le imprese più innovative. Seguire la strada tracciata dalla digital transformation deve essere una priorità chiave per qualsiasi azienda che voglia competere in futuro. Ma come nel 2019 un’azienda può finanziare un vero progetto innovativo che porti ad avere un nuovo posizionamento sul mercato, un nuovo prodotto e una nuova modalità di conversare con il mercato.   Diversifichiamo allora il processo di innovazione in termini di: IDEAZIONE: in questa fase  dove si ricerca e si individua un nuovo progetto troviamo il credito d’imposta per la ricerca & sviluppo ed il fondo per l’Intelligenza Artificiale, Internet of Things & Blockchain; SPERIMENTAZIONE: in questo momento dove il progetto prende forma internamente all’azienda oppure attraverso lo strumento della “startup aziendale” troviamo il voucher digitalizzazione, le agevolazioni per la formazione 4.0 e quelle dedicate alle startup innovative; OPERATIVITÀ: quando il progetto diventa operativo la misura principe è il patent box che consente importantissimi benefici. Analizziamo nel dettaglio i vari strumenti che possono essere utilizzati in modo integrato in modo tale da ottener il massimo beneficio possibile:   IDEAZIONE – CREDITO D’IMPOSTA PER LA RICERCA & SVILUPPO La disciplina del credito d’imposta per le attività di ricerca e sviluppo prevede un incentivo su spese incrementali in ricerca e sviluppo (rispetto al triennio 2012 – 2014). Per quanto riguarda le agevolazioni 2019/2020, le spese agevolabili e le relative aliquote sono le seguenti: a) Personale dipendente titolare di un rapporto subordinato (anche a tempo determinato): 50%; a-bis) Personale titolare di un rapporto di lavoro autonomo (o comunque diverso da lavoro subordinato): 25%; b) Quote di ammortamento delle spese di acquisizione o utilizzazione di strumenti e attrezzature di laboratorio: 25%; c) Contratti con università, enti di ricerca ed organismi equiparati, contratti con startup e pmi innovative residenti e non facenti parte del gruppo della committente: 50%; c-bis) Contratti stipulati con imprese diverse da quelle della precedente lettera c), non facenti parte del gruppo della committente: 25%; d) Competenze tecniche privative industriali su invenzione industriale o biotecnologica, topografia di prodotto a semiconduttori o nuova varietà vegetale, pure da fonti esterne: 25%; d-bis) Materiali, forniture e altri prodotti analoghi anche per la realizzazione di prototipi o impianti pilota: 25%. Il beneficio annuale massimo è stato portato da 20 a 10 milioni di Euro, con un limite minimo di spesa confermato in 30.000 Euro.   IDEAZIONE – FONDO PER AI, INTERNET OF THINGS & BLOCKCHAIN Il Ministero dello sviluppo economico ha istituito un Fondo per interventi volti a favorire lo sviluppo delle tecnologie e delle applicazioni di intelligenza artificiale, blockchain e internet of things (dotazione di 15 milioni di Euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021), destinato a finanziare: a)progetti di ricerca e innovazione da realizzare in Italia ad opera di soggetti pubblici e privati, anche esteri, nelle aree strategiche per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, della blockchain e dell’internet of things, funzionali alla competitività del Paese; b)  iniziative competitive per il raggiungimento di specifici obiettivi tecnologici e applicativi; c)  il supporto operativo e amministrativo alla realizzazione di quanto previsto alle lettere a) e b), al fine di valorizzarne i risultati e favorire il loro trasferimento verso il sistema economico produttivo, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese.   SPERIMENTAZIONE – VOUCHER DIGITALIZZAZIONE Alle micro imprese (meno di 10 occupati e fatturato oppure totale di bilancio non superiori a 2 milioni di Euro) e alle piccole imprese (meno di 50 occupati e fatturato o totale di bilancio non superiori a 10 milioni di Euro), per i 2 periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2018, è attribuito un contributo a fondo perduto, nella forma di voucher, per l’acquisto di prestazioni consulenziali di natura specialistica finalizzate a sostenere i processi di trasformazione tecnologica e digitale attraverso le tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale impresa 4.0 e di ammodernamento degli assetti gestionali e organizzativi dell’impresa, compreso l’accesso ai mercati finanziari e dei capitali.   Il contributo è riconosciuto in relazione a ciascun periodo d’imposta in misura pari al 50% dei costi sostenuti ed entro il limite massimo di 40.000 Euro.   Alle medie imprese (meno di 250 occupati e fatturato non superiore a 50 milioni di Euro oppure totale di bilancio non superiore a 43 milioni di Euro) il contributo è riconosciuto in relazione a ciascun periodo d’imposta in misura pari al 30% dei costi sostenuti ed entro il limite massimo di 25.000 Euro.   Alle reti di imprese, aventi nel programma comune lo sviluppo di processi innovativi in materia di trasformazione tecnologica e digitale attraverso le tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale impresa 4.0 e di organizzazione, pianificazione e gestione delle attività, compreso l’accesso ai mercati finanziari e dei capitali, è attribuito un contributo in misura pari al 50% dei costi sostenuti ed entro il limite massimo di 80.000 Euro.   SPERIMENTAZIONE – FORMAZIONE 4.0 È stato prorogato per il 2019 il credito d’imposta per le spese di formazione del personale dipendente nel settore delle tecnologie previste dal Piano nazionale industria 4.0, che si applica anche alle spese di formazione sostenute nel periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2018. L’agevolazione varia in base alle dimensioni aziendali: Piccole imprese: 50% (limite massimo di spesa annuale 300.000 Euro); Medie imprese: 40% (limite massimo di spesa annuale 300.000 Euro); Grandi imprese: 30% (limite massimo di spesa annuale 200.000 Euro).   SPERIMENTAZIONE – INVESTIMENTI IN STARTUP INNOVATIVE

I 10 errori più comuni che aprono le porte agli hacker

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In molti uffici aziendali la sicurezza e segretezza di software e password non è la priorità, il che mette a rischio l’integrità del sistema esponendo agli attacchi. Un hacker di 20 anni ha pubblicato online i dati di centinaia di politici tedeschi. Non si sa ancora esattamente come ci sia riuscito, ma ci sono alcuni errori comuni e facilmente evitabili da parte di utenti e amministratori, che contribuiscono alla maggior parte dei dati breach. Ecco quali sono. Password insicure e conservate in pubblico L’errore più comune che si fa è l’utilizzo del nome di un animale o della persona amata come password, oppure quello dell’indirizzo o di termini analoghi facilmente individuabili da un hacker. Le password più sicure sono un mix di maiuscole, minuscole, numeri e caratteri extra. Le password vanno sostituite di frequente. Inoltre, non è una buona idea trascrivere la password su un post-it e attaccarlo dietro al monitor del pc, perché se poi usi la webcam la password diventa di pubblico dominio. Tanto vale pubblicarla direttamente su Twitter.  Usare la stessa password per scopi diversi Alcuni utenti pensano di semplificare le cose utilizzando la stessa password per accedere ad applicazioni lavorative e siti di interesse privato, ad esempio l’accesso all’home banking o al sito dell’associazione di amici di cui sono membri. E’ un invito agli hacker, che reperita la password potranno poi accedere all’account aziendale. Usare un’unica password per un gruppo, salvata in un unico punto Spesso, fra colleghi, si deve condividere una password per accedere ad esempio a software particolari o applicazioni web specifiche con un’unica postazione di accesso. Spesso la password in condivisione viene salvata in qualche file su desktop accessibile dal server o in qualche altra applicazione condivisa. In questo modo tutti i colleghi avranno l’accesso, ma lo stesso vale per gli hacker, anche se l’intruso si intrufola con le credenziali di un utente regolare senza i privilegi di un amministratore, penetrando così nel sistema. Phishing, colpo diretto alle vittime Un attacco iniziale comincia spesso con una mail di phishing. La vittima apre l’allegato o accede al link ed è fatta, il malware si installa sul pc o sullo smartphone. Molte mail di phishing finiscono direttamente nello spam o nella posta indesiderata, però altre sono più sofisticate e mirate direttamente alla vittima anche attraverso altri uffici aziendali. Sono nominative e e contengono allegati come moduli precompilati per l’accesso ad una selezione di lavoro inviata alle Risorse Umane o una fattura indirizzata all’Ufficio Acquisti. In questi casi, l’hacker dovrà camuffare la tua identità, utilizzando il tuo account di posta, per essere credibile. Amministratori poco accurati Gli hacker più ambiziosi hanno bisogno dei privilegi di un amministratore per controllare l’intero sistema in cui fanno irruzione. Una volta entrati in rete come semplici utenti, tenteranno di entrare nella intranet per scoprire chi sono le persone che si occupano dell’IT aziendale: nomi, numeri di telefono, indirizzi di posta. Su Facebook e altre piattaforme social potranno poi studiare le abitudini e i gusti di queste persone: hobby, preferenze, liste di amici, informazioni personali, nomi di parenti e colleghi. In seguito, l’intruso potrà mettere a punto un attacco mirato, personalizzato, fingendosi un collega o un amico o un parente. Perché non dovresti aprire un allegato nella mail di un amico? Interventi tardivi Troppo spesso gli amministratori intervengono troppo tardi a coprire i gap di un software di sicurezza, lasciando attiva una vulnerabilità per troppo tempo anche dopo la sua scoperta. Ciò avviene perché le aziende di software ci mettono un po’ di tempo prima di realizzare e pubblicare una patch. La cosa peggiore che può succedere è la pubblicazione di una falla di sistema quando ancora non è stata disegnata la patch. A volte ci vuole troppo tempo prima che sia pronta, e gli hacker hanno il tempo di attaccare, com’è accaduto nel caso WannaCry. Configurazioni del server sciatte Nel momento in cui si configura un server, spesso gli amministratori lasciano la prima password di accesso originale “di fabbrica” (ad esempio 1234) in attesa del cambio da parte dell’amministratore. Ma se poi l’amministratore non è un esperto di security che succede? Dimenticherà di cambiarla? Tanto più che il sistema funziona normalmente. Un altro rischio per la sicurezza è cambiare troppo spesso l’amministratore e i responsabili. I server di posta svelano troppo Server sicuri di posta rispondono raramente a domande fallaci o sospette che arrivano dall’esterno, perché i cybercriminali raccolgono informazioni preziose sul design del software inviando mail ad un falso indirizzo mail con il rispettivo nome di dominio. Ma server mal concepiti risponderanno con un messaggio di errore che dettaglia l’intero percorso della mail, con tanto di descrizione del software utilizzato dei programmi del server, aiutando così l’attaccante. Nessuna ‘sandbox’ nel sistema La maggior parte dei sistemi operativi e dei browser oggi include delle sandbox, zone virtuali isolate all’interno del sistema. Se un malware entra nel sistema, è confinato in una sezione, come una bomba a mano messa in una scatola piena di sabbia. Se troppe persone dispongono di troppi privilegi di accesso, tuttavia, il malware può trovare una via d’uscita rapidamente diffondendo l’infezione. Il software non è aggiornato Infine, per essere sicuri il sistema operativo e le applicazioni e devono essere aggiornati. L’antivirus è importante ma non basta più. Oggi, l’immunità strutturale di un sistema è più importante perché include la scoperta di attività sospette che potrebbero essere o non essere connesse ad un virus. Un buon software scoprirà e intercetterà questo tipo di attività, anche se l’antivirus non ha scoperto l’ultimo malware.   Fonte: Key4Biz.it

Le nuove frontiere del cybercrime nel 2019

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All’inizio di ogni nuovo anno, i ricercatori di Proofpoint cercano di individuare i trend che plasmeranno il panorama del cybercrime. Nel 2019, il consolidamento nel mercato delle criptovalute cambierà il modo in cui gli hacker trasferiranno – e sottrarranno – il denaro, mentre la frode via mail passerà dallo spoofing (ovvero impersonare un’identità) all’utilizzo concreto delle identità sottratte, diventando di fatto più efficace e difficile da individuare.   Allo stesso tempo raddoppierà l’abuso di infrastrutture legittime, cyber criminali sponsorizzati da un paese agiranno con garanzia di impunità, mentre i sistemi di difesa saranno chiamati ad aggiornarsi costantemente rispetto a funzionalità e obiettivi. Le minacce portate via social media si sommeranno alle preoccupazioni crescenti legate alla compliance, mentre gli hacker continueranno a perfezionare le loro capacità di filtering e targeting, rendendo i loro attacchi meno visibili e migliorandone il ritorno economico. I cybercriminali punteranno sulla qualità, più che sulla quantità Il 2016 e il 2017 hanno visto massicci attacchi via email, la maggior parte creati da un numero ristretto di cyber criminali. Al contrario, il 2018 ha visto l’autore delle campagne ransomware Locky iniziare a diffondere remote access Trojan (RAT) in volumi ridotti, mentre il ransomware ha lasciato spazio a una grande varietà di downloader, Trojan bancari e stealer di informazioni. Il volume degli attacchi non appare più la strategia di riferimento, con criminali che preferiscono focalizzarsi su infezioni di qualità, che possono rivelarsi redditizie nel più lungo periodo. Creare campagne di elevata qualità – difficili da rilevare e adeguate al contesto – richiede l’utilizzo di tecniche avanzate di filtering ed elusione. Nel corso del 2019, ci aspettiamo di vedere un filtering più esteso ed efficace associato ad attacchi URL e con l’utilizzo di malware intermedio, secondo un trend già visto nel 2018 con malware sofisticato come sLoad e catene di infezione come SocGholish, con filtering basato su area geografica, prova di sandboxing e software di ricerca, lingua, fuso orario e altre categorie. Ingegneria sociale e phishing di credenziali sorpasseranno gli attacchi malware Se filtering e social engineering verranno combinati per migliorare qualità ed efficacia degli attacchi nel corso del 2019, prevediamo un incremento costante degli attacchi basati su social engineering e phishing di credenziali, che andranno a superare i volumi del malware. Il successo nel phishing di credenziali continuerà ad alimentare l’utilizzo di account compromessi, con un trend che abbiamo già visto nel 2018. Allo stesso tempo, raddoppierà l’utilizzo da parte degli hacker di piattaforme legittime come Microsoft OneDrive e Google Drive. Non solo link basati su domini reali migliorano la credibilità delle attività di social engineering, ma l’utilizzo di servizi legittimi renderà gli attacchi più difficili da rilevare dai sistemi automatizzati. Anche la ricerca di falle all’interno dei meccanismi di sicurezza di Windows e la sperimentazione di nuovi formati di file come .wix e .pub come allegati di campagne malware hanno permesso ai criminali di essere meno individuati dai software antivirus. Ci aspettiamo che questo trend continui, data la sua efficacia come tecnica di evasione. Gli effetti del GDPR si rifletteranno su tutti i settori Il 2019 vedrà un incremento nell’abuso di domini, come conseguenza involontaria della scarsità di dati WHOIS in un mondo post GDPR. L’assenza di queste informazioni comporta una maggiore difficoltà a rilevare modelli di condotta pericolosi relativi ai domini e alla loro appropriazione illegittima, definito cybersquatting. Di conseguenza, i proprietari legittimi avranno bisogno di nuovi strumenti e tecniche per rafforzare i propri diritti legati al brand e combattere le attività di cybersquatting. Tutto questo, unito al costante aumento di top level domain (TLD) senza restrizioni, fa immaginare che l’appropriazione di un dominio aziendale diventerà più comune, mentre tecnologie e protocolli di protezione cercheranno di mettersi al passo della normativa e delle esigenze di business in evoluzione. I social media stanno diventando uno strumento sempre più utilizzato per la comunicazione aziendale e il marketing, e le nuove normative, in particolare nel settore finanziario, porteranno a investire maggiormente in soluzioni di monitoraggio e conformità. Le aziende sono sempre più preoccupate, ad esempio, per le violazioni FINRA (Financial Industry Regulatory Authority) sui social media e adotteranno policy e tecnologie per limitare i problemi con le normative. La frode via email si diversificherà, adotterà strumenti più sofisticati e garantirà guadagni ancora maggiori agli autori di BEC (Business Email Compromise) Nel corso del 2018, le frodi via email, comprese le attività di business email compromise (BEC), sono aumentate e i loro autori hanno perfezionato le proprie tecniche. Il 2019 vedrà i risultati di questi perfezionamenti, con un target più ampio e una superiore efficacia. In particolare, si passerà dallo spoofing di identità (falsificazione) allo sfruttamento di quelle rubate. Se gli attacchi BEC provengono da account interni legittimi, riescono a eludere strumenti di difesa quali tagging esterno e DMARC. I cyber criminali utilizzeranno account compromessi per lanciare i propri attacchi, derivando le credenziali da violazioni dei dati, attacchi brute force, malware per il furto di credenziali e molto ancora. Allo stesso tempo, gli autori di BEC “nigeriane”, generalmente non noti per la sofisticazione dei loro attacchi, hanno accumulato fondi rubati per un totale di quasi 500 milioni di dollari. Vedremo probabilmente almeno una parte di questi fondi reinvestiti in strumenti e approcci più sofisticati, aumentando il rischio legato a un gruppo ben finanziato. Gli autori di minacce, sia in Nigeria che a livello internazionale, seguiranno il denaro e accederanno nel mercato delle frodi via email nel 2019, aumentando ulteriormente la portata del problema e diversificando le tipologie di approccio BEC. Inoltre, se finora gli attacchi BEC sono stati rivolti con maggior frequenza a mercati caratterizzati da strutture complesse, lo sfruttamento di vulnerabilità a livello di supply chain diventerà più comune nel corso del 2019. Con un numero maggiore di aziende che vengono colpite, i cybercriminali diventano più sofisticati, puntando sull’identificazione sistematica dei partner di fiducia delle organizzazioni e dei principali stakeholder esterni. Una volta compresi i rapporti di fiducia, saranno in grado di sfruttare le vulnerabilità di identità esterne fidate e di inviare BEC e malware attraverso questi canali. Il malware “di stato” sostituirà le operazioni clandestine

PMI: il 72% crede di proteggere efficacemente i propri dati

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Un recente rapporto dal titolo From data boom to data doom: the risks and rewards of protecting personal data ha indagato il rapporto tra PMI e protezione dei dati, chiedendosi se le aziende stiano davvero proteggendo i dati e la continuità del loro lavoro dalle cyberminacce in continua evoluzione. Ne è emerso che quasi la metà (42%) delle PMI coinvolte ha subito almeno una violazione di dati, anche se la maggioranza (72%) era sicura di essere protetta in modo affidabile da questo tipo di incidenti.   Nonostante la mancanza di risorse e di finanziamenti, le piccole e medie imprese in crescita stanno ottenendo un riscontro positivo, in termini di efficienza, grazie all’uso di applicazioni per la gestione di progetti, vendite e operazioni di assistenza per la clientela. I dati dei clienti costituiscono, quindi, un elemento fondamentale di queste soluzioni. Le organizzazioni cercano di far evolvere le loro operazioni aziendali Per sopravvivere, le piccole aziende devono mantenere il passo rispetto alle imprese concorrenti e rilasciare in modo rapido nuovi prodotti o servizi. L’utilizzo di strumenti digitali è fondamentale oggi, per far sì che questo accada e per agevolare la collaborazione, la gestione e la pianificazione dei progetti, oltre che l’interazione con i clienti. Per avere successo, questi nuovi strumenti devono funzionare correttamente ed essere accessibili da parte di tutti i dipendenti che possono averne bisogno. Ecco perché le aziende si sforzano di garantire la continuità di questi processi aziendali cruciali. In effetti, quando si parla di sicurezza IT, una delle principali preoccupazioni, per il 40% delle aziende, è relativa alla “business continuity” e alla possibile perdita di accesso ai servizi interni e rivolti al cliente. Le aziende sono preparate ad un’eventuale violazione dei dati? Oltre all’accesso ai servizi, un’altra parte importante del processo di vendita e pianificazione è rappresentata dai dati, compresi quelli relativi alle analisi e alle informazioni sui clienti. Secondo lo studio, la maggior parte delle aziende (94%) archivia report finanziari e dati personali dei clienti – come numeri di conto corrente (80%) e dati di carte di credito (78%) – sui dispositivi dei dipendenti, nei server interni o su cloud pubblici. In ogni caso, questa abbondanza di dati comporta anche un aumento del rischio di compromissione. Sembra che le aziende siano preparate a questa eventualità – il 72% delle piccole e medie imprese coinvolte dallo studio di Kaspersky Lab è convinto del fatto di essere equipaggiato bene o nel miglior modo possibile in fatto di protezione dei dati – ma questa sensazione di sicurezza sembra essere non realistica. Negli ultimi mesi, il 42% delle PMI sentite ha subito almeno un incidente che ha inciso sulla sicurezza dei dati; oltre un quarto delle aziende (27%), invece, ha riscontrato da due a cinque violazioni. In oltre il 40% dei casi segnalati, sono stati proprio i dati personali dei clienti, memorizzati all’interno dei sistemi dell’organizzazione, a subire il danno maggiore in seguito a questo tipo di incidenti. “La Digital Transformation offre alle piccole e medie imprese nuove opportunità di crescita. Vari servizi e altre applicazioni digitali possono avere un enorme impatto sull’efficienza e sul successo commerciale a lungo termine. Per garantire che non si trasformino, però, in un aumento di vulnerabilità e di rischio all’interno dell’organizzazione, è fondamentale pensare alla loro sicurezza e a quella dei loro dati. Man mano che le infrastrutture IT diventano più complesse, le aziende possono rischiare di perdere il controllo sui dati. Per impedire alle organizzazioni in crescita di cadere vittima di violazioni o di attacchi pianificati, la sicurezza IT deve diventare un fattore cruciale di successo, tanto quanto lo sono le considerazioni finanziarie, legali e personali”, ha commentato Morten Lehn, General Manager Italy di Kaspersky Lab. Gli esperti consigliano di mettere in atto i consigli che seguono, in modo che, da un lato, le aziende possano mettere al sicuro i dati e le applicazioni disponibili, e, dall’altro, i dipendenti possano concentrarsi sulle proprie mansioni specifiche: È fondamentale che ci sia un responsabile dell’infrastruttura IT e della sicurezza dei dati. Può trattarsi di un dipendente del reparto IT o di un partner esterno. L’infezione da malware è l’incidente di sicurezza IT più frequente (per il 51% delle aziende sentite); è importante quindi mitigarne i rischi educando i propri dipendenti. Bisogna spiegare che non si devono aprire email da mittenti sconosciuti, scaricare programmi da fonti non autorizzate o utilizzare supporti USB non controllati quando si lavora con dati sensibili. La perdita dei dispositivi o di supporti per lo storage (45%) è il secondo tipo di incidente più comune, quindi è essenziale utilizzare la crittografia per garantire che i dati critici non vadano persi quando un dispositivo scompare o si perde. Bisogna sempre controllare e installare regolarmente gli aggiornamenti e le patch del software su tutti i dispositivi. Se i dipendenti utilizzano storage e strumenti basati su cloud, inclusi i database, è importante assicurarsi che si tratti di servizi affidabili. È meglio limitare l’uso a pochi vendor autorizzati. Bisogna tenere bene a mente che la responsabilità per la sicurezza dei dati aziendali è sempre a carico dell’organizzazione, anche se questi stessi dati sono archiviati in un cloud pubblico o tramite un’applicazione basata su cloud. I vendor possono garantire la sicurezza dell’intero ambiente cloud, ma potrebbero non essere in grado di garantire la sicurezza dei dati stessi. Per proteggere i dati critici, è fondamentale utilizzare soluzioni specificamente sviluppate per le PMI.   Fonte: BitMat.it

Fattura elettronica 2019: conservazione ed esonero, il chiarimento

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La fatturazione elettronica 2019 è partita il 1° gennaio 2019: l’ obbligo tuttavia non sarà immediatamente applicabile a tutti i soggetti fiscali. Infatti per alcune categorie ci sarà un esonero dall’ obbligo. Vedremo a breve quali saranno le categorie escluse dal vincolo di fatturazione elettronica e quali i criteri da tenere presente. Secondo le stime del Sole 24 Ore solo la metà delle partite Iva attualmente operative sarà soggetta all’obbligo della fatturazione elettronica. Dal prossimo anno scatterà l’obbligatorietà di fattura elettronica tra privati che operano in ambito B2B e B2C.   Fattura elettronica 2019: i soggetti esonerati Quali sono le categorie escluse dall’ obbligo di fatturazione elettronica? Gli operatori sanitari, i contribuenti che hanno aderito al regime forfetario e vecchi minimi (a partire dal 2019 la nuova soglia di accesso dovrebbe raggiungere i 65 mila euro), esercenti e artigiani che operano solo con consumatori ed emettono scontrini e ricevute fiscali (obbligo rinviato al 1° luglio 2019 per i grandi operatori e al 1° gennaio 2020 per tutti gli altri), gli agricoltori in regime speciale, le imprese che operano cessione di beni e prestazione di servizi nei confronti di non residenti. Fattura elettronica 2019: il chiarimento su conservazione fatture Oltre al discorso dei soggetti esonerati dall’ obbligo c’è un altro tema su cui recentemente l’ Agenzia delle Entrate ha fatto chiarezza. Stando a quanto dichiarato dall’ Agenzia delle Entrate dal 1° gennaio 2019 <strong>chi opera nel cosiddetto regime dei minimi o con regime forfettario è tenuto alla conservazione della fatturazione elettronica</strong> solo se il soggetto comunica a chi rilascia la fattura o al prestatore l’indirizzo di posta PEC o il codice destinatario con cui ricevere le fatture elettroniche.</p><p>Ricapitolando ci saranno da inizio 2019 due possibili opzioni. Conservazione analogica nel caso di mancata comunicazione dell’indirizzo telematico (PEC o codice destinatario) al quale il Sistema di Interscambio dovrà indirizzare le fatture d’acquisto emesse nei confronti di minimi e forfettari. Oppure nel secondo caso l’ archiviazione digitale nel caso di avvenuta comunicazione della PEC o del codice destinatario.   Fonte: TermometroPolitico