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La maturità digitale massimizza l’efficacia del digital marketing

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Secondo un recente studio di Google e BCG, eccellere nel digital marketing può far crescere i ricavi del 20% riducendo i costi del 30. Le aziende che hanno raggiunto un buon livello di maturità digitale ottengono significativi e rapidi miglioramenti nei risultati delle campagne di digital marketing: solo il 2% dei brand raggiunge l’eccellenza nel data-driven marketing, ma chi ce la fa aumenta fino al 20% in più i ricavi e sperimenta fino al 30% di risparmio sui costi. Inoltre, l’adozione del machine learning porta a risultati quantificabili con un aumento fino al 50% delle vendite online. È quanto rivela The Dividends of Digital Marketing Maturity, il nuovo studio di Boston Consulting Group realizzato per Google, che misura l’impatto del digital marketing sulle performance aziendali, evidenziando risultati significativi. La ricerca ha valutato oltre 200 brand globali e condotto 16 test su sei di essi in diversi settori industriali – retail, automotive, finance – valutando le prestazioni su un periodo da quattro a sei settimane. L’indagine rivela come i brand con una maggiore maturità organizzativa sperimentino benefici sulla riduzione dei costi 1,4 volte maggiori rispetto ai concorrenti meno strutturati. L’impatto sui ricavi di un vero approccio data-driven è due volte e mezzo più intenso. Il machine learning porta a una riduzione del CPA (Cost Per Action costo per azione di marketing) del 40% e a un aumento fino al 33% del ritorno sulla spesa pubblicitaria (ROAS – Return on Advertising Spending). In media, il digital marketing migliora le prestazioni di una campagna del 20%, ma un efficace “intervento umano” combinato con gli strumenti pubblicitari digitali aggiunge un ulteriore 15% alle prestazioni della campagna. Le prove sul campo dimostrano un incremento fino al 50% delle transazioni online grazie al machine learning e al data-driven marketing. “La nostra ricerca ha dimostrato che la tecnologia può favorire miglioramenti rapidi nelle performance di business e, con la supervisione umana, si può massimizzare l’impatto”, ha commentato Alberto Zunino, Partner e Managing Director di Boston Consulting Group. “La maggior parte dei marketer deve ancora lavorare dal punto di vista tecnico e organizzativo. Ciascuna delle leve a disposizione consente miglioramenti significativi, e la combinazione dei diversi fattori rende il marketing in grado di coinvolgere i clienti in ogni fase dell’esperienza di acquisto.” Noah Samuels VP, EMEA Go To Market Solutions di Google, ha dichiarato: “Il marketing data-driven porta a una crescita reale del business. È vitale per tutti gli inserzionisti e i loro partner utilizzare queste tecniche ed evolvere. Google si impegna a supportare questo viaggio verso la maturità del marketing digitale tramite il programma Digital Marketing Transformation.” Intervento umano + tecnologia Se le tecnologie disponibili sono strumenti molto efficaci e potenti, l’input costante da parte delle persone rimane critico nel guidare le prestazioni aziendali. In media si calcola che l’intervento da parte dell’uomo possa aggiungere un altro 15% all’incremento dei risultati di una campagna marketing, oltre al 20% determinato dalla tecnologia. I test hanno dimostrato che la tecnologia può anche accelerare questa crescita, ma occorre l’input umano per ottenere il massimo impatto. Le aziende devono avere persone in atto per prendere decisioni strategiche intelligenti, ottimizzare la tecnologia e decidere il modo migliore di applicare algoritmi basati sul machine learning agli obiettivi della campagna, alle caratteristiche delle diverse categorie merceologiche e ai comportamenti del cliente. Maturità organizzativa + maturità del marketing digitale Lo studio di BCG ha delineato sei stadi dal punto di vista della maturità del marketing data-driven delle aziende, e dimostrato che oltre l’85% di quelle nei due più avanzati (Connected e Multi-moment) hanno anche un alto grado di maturità organizzativa. Il nuovo studio mostra che gli inserzionisti meglio attrezzati dal lato tecnologico e organizzativo ottengono risultati migliori. I brand con maturità organizzativa maggiore ottengono riduzioni dei costi fino a 1,5 volte i concorrenti, e incrementi fino a 2,5 volte nelle entrate, come conseguenza diretta dell’attività di marketing basata sui dati. Nel breve termine, lo studio raccomanda agli inserzionisti di testare l’impatto che il machine learning può avere sulla propria attività. Mostrare il valore della tecnologia potrà aiutarli a ottenere supporto e investimenti nelle nuove tecnologie e a guidare i cambiamenti organizzativi. Nel lungo periodo, tuttavia, il successo delle aziende richiederà l’abbattimento dei silos interni, l’inserimento di competenze ed esperienze specifiche nei team interni e la creazione di partnership strategiche. Oltre a questo rapporto, BCG ha anche collaborato con Google Digital Academy per creare uno strumento di misurazione della Digital Maturity, che consente alle aziende di analizzare in profondità lo stato del proprio marketing digitale e sviluppare una roadmap efficace verso la maturità digitale.   Fonte: BitMat.it

Cloud 2.0, è tempo per le aziende di migrare le applicazioni ‘business critical’. La corsa del Sud Est asiatico

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Il data center tradizionale è morto? L’avanzare della cloud economy, dell’Internet of Things, delle tecnologie software e dei servizi avanzati di prossimità e interconnessione, relegherà i data center tradizionali a servizi molto specifici, che non possono essere supportati altrove. Negli ultimi dieci almeno, la stragrande maggioranza delle imprese di ogni dimensione ha avuto modo di considerare i vantaggi finanziari, operativi e competitivi del processo di virtualizzazione delle proprie applicazioni. Considerare, però, non significa procedere a livello operativo. La gran parte di queste organizzazioni, infatti, ha esitato e non poco a procedere oltre, perché sono ancora diverse le preoccupazioni legate alle prestazioni delle applicazioni, alle modifiche che devono essere apportate alle procedure di gestione e alle relative operazioni, dai rischi correlati ai tempi di inattività e alla business continuity, nonché dall’incertezza su come muoversi. Sostanzialmente, non sono stati compresi gli enormi progressi fatti negli ultimi anni nel campo della tecnologia di virtualizzazione, anche se, stando alla classifica Fortune 500 di qualche anni fa, più del 75% delle imprese ha adottato la virtualizzazione dei server, mentre il numero sta aumentando tra le organizzazioni di ogni dimensione. I vantaggi ottenuti riguardano più direttamente la diminuzione delle spese di capitale, la riduzione dei costi operativi e del sovraccarico amministrativo, minori interruzioni delle attività, maggiore availability e una capacità di disaster recovery di livello superiore. Ma questa è quella che in ambiente IT è definita la prima onda del cloud, o cloud 1.0. Oggi la sfida è riuscire a far surfare le imprese sulla seconda onda del cloud, il cloud 2.0, quello che riguarderà da vicino le applicazioni business critital, che devono migrare per aumentare i livelli di efficienza e competitività. Un’applicazione business critical è da considerarsi strategica per ogni organizzazione (tra cui le applicazioni di posta elettronica, CRM, database, per la collaborazione), perché deve essere disponibile per consentire ai dipendenti di svolgere il proprio lavoro, ai partner di collaborare e ai clienti di acquistare prodotti e servizi. Un’applicazione di questa natura che rimane offline anche solo per pochi minuti comporta per l’azienda una grave perdita di denaro, di immagine e di fiducia da parte dei clienti e dei partner. Entro il 2025, secondo David J. Cappuccio, vice presidente e capo della ricerca di Gartner, ha affermato su dataeconomy.com, l’80% delle imprese procederà alla dismissione dei data center tradizionali, contro appena il 10% di oggi. Il data center così come lo abbiamo conosciuto dovrà quindi morire? In un futuro davvero prossimo, la funzione principale dell’Information Technology sarà quella di consentire al business di essere più agile ed “intelligente”, di entrare in nuovi mercati più rapidamente, di offrire servizi più vicini al cliente e di posizionare carichi di lavoro specifici sulla base degli impatti aziendali, normativi e geopolitici calcolati in fase predittiva. Il ruolo del data center tradizionale verrà relegato a quello di un’area di holding legacy, dedicata a servizi molto specifici, di quelli che non possono essere supportati altrove o che supportano i sistemi che sono economicamente più efficienti in sede. Poiché già oggi e ancora di più nel prossimo decennio, i servizi di interconnessione, le soluzioni cloud più avanzate, l’Internet of Things (IoT), i big data, i servizi periferici e di prossimità, e le offerte SaaS, continuano e continueranno a moltiplicarsi, rimanere in una logica operativa di data center tradizionale avrà vantaggi decisamente limitati. Quando parliamo di cloud 2.0 ci riferiamo principalmente all’Infrastructure as a Service (IaaS) e qui sono due le possibilità, ha spiegato Cappuccio: “o le applicazioni esistenti vengono migrate in una nuova infrastruttura cloud, con modifiche davvero minime; oppure si ha il caso del cosiddetto ‘cloud native’, cioè le applicazioni sono riscritte per il nuovo ambiente”. Quest’ultimo caso è quello che spaventa di più le imprese, perché si tratta per lo più di applicazioni sviluppate anni fa, cosa che renderà il lavoro di riscrittura molto più complesso. Le domande che le organizzazioni si devono porre, prima di seguire la nuova cloud vawe, ha ricordato il cive presidente della Ricerca Gartner, sono diverse, tra cui: è sicuro che la mia applicazioni funzioni meglio in un nuovo ambiente? Quanto mi costerà rispetto ad oggi? Quale provider di servizi cloud fa al mio caso? In tutti i casi, le risposte sono legate alla conoscenza profonda della propria organizzazione, del carico di lavoro delle applicazioni e delle caratteristiche delle prestazioni di ognuna di esse. Si è scoperto, ad esempio, a seguito di uno studio Enterprise Strategy Group, che il 57% delle organizzazioni che avevano migrato applicazioni in ambiente SaaS (Software as a Service), aveva trasferito in realtà dati e applicazioni caratterizzate da prestazioni deludenti o costi crescenti, e questo per effetto diretto della scarsa conoscenza delle proprie risorse e per mancanza di una efficace pianificazione del lavoro di migrazione. D’altronde, il cloud 2.0 altro non è, a sua volta, che la migrazione inevitabile dell’economia reale in ambienti 100% digital. Secondo i nuovi dati diffusi da ResearchAndMarkets, nel Sud Est Asiatico la spesa in infrastrutture cloud e data center raggiungerà i 2 miliardi di dollari nel 2024. Malesia, Indonesia, Thailandia, Vietnam, Filippine, Laos, i Paesi maggiormente interessati dalla crescita del mercato dei servizi cloud, soprattutto SaaS e IaaS, con particolare attenzione su Singapore, centro della digital economy locale e globale, dove operano giganti come AWS, Microsoft, Google, Alibaba, Tencent e IBM.   Fonte: Key4Biz.it

Web reputation: la reputazione nel contesto della Rete, come costruirla?

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Cosa accade nel contesto digitale? Accade che cambia il modo con cui la reputazione si costruisce. La rete, infatti, costituisce una formidabile ed immediata sorgente di informazioni in grado di influenzare le impressioni che ci si forma su qualcuno. People&Tech, la rubrica settimanale a cura di Isabella Corradini, psicologa sociale e Presidente Centro Ricerche Themis, propone riflessioni su aspetti umani e sociali nell’epoca digitale. Il concetto di reputazione, in particolare quello di web reputation, è sempre più centrale per le persone e le organizzazioni, alla luce di un contesto pervaso da tecnologie digitali permeanti e pervasive, capaci di rappresentarci in molteplici modi. Innanzitutto vale la pena di ricordare che la reputazione implica fiducia, credibilità, rinviando alla considerazione maturata all’interno di una comunità verso qualcuno o verso un brand, un’organizzazione. Quando ci si rivolge alle imprese, si preferisce parlare di reputazione aziendale (corporate reputation), un costrutto multidimensionale nel quale la percezione degli stakeholder interni ed esterni ne costituisce una dimensione fondamentale. Cosa accade nel contesto digitale? Accade che cambia il modo con cui la reputazione si costruisce. La rete, infatti, costituisce una formidabile ed immediata sorgente di informazioni in grado di influenzare le impressioni che ci si forma su qualcuno. Vogliamo sapere chi è e cosa fa? Interroghiamo la rete. Inoltre, se è vero che la rete di relazioni gioca un ruolo fondamentale nel processo di formazione della reputazione, non si può negare che il flusso delle relazioni è ormai sempre più mediato dai canali tecnologici. I social media ed il Web in generale favoriscono sempre più l’esposizione delle identità, personali e sociali, modificandone la portata in termini di visibilità. Un conto, infatti, è confrontarsi o essere oggetto di discussione all’interno di un gruppo di persone che si incontrano – ad esempio – in un bar o in altro luogo fisico, altro è relazionarsi nel web. In questo caso, infatti, può accadere che parole e frasi veicolate dai social network diventino in poche ore note a migliaia e talvolta milioni di individui. Con effetti talvolta anche tragici, quando colpire la reputazione di qualcuno diventa una vera e propria strategia. Ne sono testimonianza i casi di cyberbullismo e di cyberstalking, dove si tenta di discreditare la vittima agli occhi degli altri attraverso dicerie e notizie false, alle quali la stessa spesso non riesce a reagire perché viene a trovarsi in una situazione di inferiorità rispetto al bullo/stalker. Così, in un rapporto di forza tra molestatore e vittima, quest’ultima spesso soccombe alle prevaricazioni e alle maldicenze, con effetti devastanti sul proprio senso di autostima, sentendosi inadeguata ed incapace di reagire. Ora, pettegolezzi e maldicenze sono sempre esistiti. Ma se vengono diffusi utilizzando uno straordinario strumento di diffusione come la Rete, allora sì che ci sono differenze sostanziali. Prima di tutto perché se in una conversazione face to face puoi provare a gestirli, questo diventa praticamente impossibile nel mondo digitale. Quello che si scrive sui social media, infatti, viene rilanciato e condiviso da altri, diventando virale. Cosicché risulta difficile trovare il cosiddetto bandolo della matassa, dal momento che le informazioni più girano più si arricchiscono di dettagli che ne favoriscono la distorsione, aumentandone al contempo l’attrattività. Inoltre, proprio per le caratteristiche della rete, quello che si scrive rimane comunque disponibile online. La permanenza di queste notizie on line non può essere ignorata ai fini degli effetti di coloro che ne sono vittima. Ma perché le persone sono attratte dalle maldicenze? Premesso che il contenuto del pettegolezzo può essere anche positivo, è evidente che le persone sono molto più affascinate dai contenuti negativi. Tra le motivazioni il bisogno psicologico di sentirsi al sicuro, condividendo il fatto che si sta parlando di qualcun altro, ma anche conformarsi al gruppo per sentirsi accettati. In linea generale, comunque, si tende a ricordare molto di più i comportamenti negativi rispetto a quelli positivi, dal momento che essi non si verificano (o comunque ci si aspetta che non si verifichino) frequentemente. In questo modo si attira l’attenzione, stimolando la ricerca di spiegazioni. Purtroppo però i processi di “etichettamento” possono diventare molto pericolosi. Si pensi, ad esempio, a quei delitti efferati così morbosamente attraenti da fare audience in tv, ma anche capaci di produrre colpevoli ad ogni costo, proprio perchè al tradizionale processo nelle sedi competenti, va a sovrapporsi quello mediatico e salottiero. In aggiunta, l’esposizione ai commenti del pubblico non resta confinato nello spazio temporale del dibattito televisivo. Tweet e post ne accompagnano la sua trasmissione, senza contare che può essere replicato on line e, quindi, essere visto anche da un pubblico più vasto un numero infinito di volte. Ovviamente i canali digitali hanno la loro importanza, ma in fin dei conti sono le persone ad usarli, non sempre consapevoli delle conseguenze che ne derivano. Considerato il ruolo assunto nel contesto odierno dalle tecnologie digitali, è prioritario attivare percorsi educativi finalizzati al loro uso responsabile. Gli effetti prodotti dall’uso di questi strumenti, infatti, vanno ben oltre la percezione delle persone. Per questo è importante superare la dicotomia virtuale-reale quando si parla di rete. Le azioni non sono mai virtuali: postare notizie, twittarle, condividerle, implica agire fisicamente ma anche decidere di farlo.  Ecco perché reale e virtuale, pur sembrando così lontani, sono sempre più vicini.   Fonte: Key4Biz.it

Data Breach: il Vademecum per mettere al sicuro i propri dati

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In occasione del World Backup Day, una serie di consigli per prevenire, con poche semplici operazioni, la perdita di dati dovuta ad errori o attacchi esterni. I danni causati ad aziende ed utenti comuni dalla perdita di dati possono essere ingenti, raggiungendo somme considerevoli. L’edizione 2018 del Cost of a Data Breach Study realizzato dal Ponemon Institute ha mostrato che un data breach costa, all’azienda che lo subisce, mediamente quasi 4 milioni di dollari. Se gli attacchi informatici sono responsabili del 48% di questi problemi, nella maggior parte dei casi sono gli errori umani (27% del totale) e i problemi tecnici (25%) ad essere la causa dei danni economici legati alla mancata protezione e corretta conservazione dei dati. “Quando calcoliamo i costi dovuti alla perdita di dati dobbiamo prendere in considerazione quelli economici diretti” spiega Dionigi Faccenda, Sales Manager South West Europe, NA e LatAm di OVH, “che sono sicuramente elevati, oltre al possibile calo di fatturato, al turnover dei clienti e al maggior impegno richiesto per acquisirne di nuovi. Inoltre, non possiamo trascurare il danno reputazionale e il sentiment pubblico negativo che deriva dalla scoperta che un’azienda non ha saputo gestire, per superficialità o negligenza, nella maniera corretta i propri dati.” L’accesso ai dati è fondamentale in ogni momento per le organizzazioni, tanto che Il 93% delle aziende che non riesce non riesce ad accedervi per più di 10 giorni presenta istanza di fallimento nel giro di 12 mesi (fonte, SSE Network Services), e il 40% cessa l’attività nell’anno successivo a un guasto informatico critico (fonte, IMPACT Technology Group). Cosa fare per evitare rischi L’aspetto paradossale è che questi numeri potrebbero essere ridotti in maniera sostanziale se le organizzazioni adottassero una serie di buone pratiche, che non implicano stravolgimenti nelle abitudini delle aree coinvolte né tantomeno ostacolano le attività legate al business. Una situazione che riguarda sicuramente anche l’ambito del cloud computing e che ha spinto OVH, provider mondiale del Cloud hyperscale, a riassumerle in un vademecum comprensibile e di semplice applicazione: Se si utilizzano virtual private server (VPS) è necessario pianificare un backup automatico quotidiano, esportarlo e replicarlo alcune volte È importante essere in grado di salvare e recuperare file su uno spazio dedicato grazie a protocolli differenti (FTP, NFS e CIFS…), a prescindere dal sistema operativo utilizzato, così da mettere al sicuro i propri dati anche in caso di interruzione del servizio Inoltre, una strategia efficace di backup consiste nel creare un’istantanea della propria macchina virtuale (Snapshot). Contrariamente a un backup completo, non si ha bisogno di bloccare i servizi per impedire la modifica dei dati durante la procedura. In questo modo, si ha sempre a disposizione un punto di ripristino Infine, è importante prevedere la redazione di un report con la lista e lo status dei propri backup “L’adozione di una serie di semplici accorgimenti permette di scongiurare la maggior parte dei rischi” prosegue Faccenda, “e noi in OVH raccomandiamo costantemente ai nostri clienti e partner di dedicare la giusta attenzione a questi aspetti, affiancandoli nell’esecuzione di operazioni che garantiscono l’accesso e l’integrità dei dati e conseguentemente la sicurezza del loro business.”   Fonte: BitMat.it

A 100 giorni dalla e-fattura, le partite Iva chiedono più semplificazioni

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Il 1° gennaio 2019 è ancora lontano. Nei primi cinque mesi di quest’anno, oltre il 97% delle fatture elettroniche transitate dal Sistema di interscambio (Sdi) è stato indirizzato alla pubblica amministrazione (per la quale l’obbligo è scattato tre anni fa). Se si escludono i disguidi di trasmissione, gli invii tra privati non arrivano al 2% del totale, pari a circa 50mila al mese. Come dire: servirà un salto tecnologico e di prassi commerciali fortissimo per raggiungere i 158 milioni di fatture digitali mensili che si stima saranno emesse con l’obbligo a regime SEMPLIFICARE LA E-FATTURA I lavori sono ancora in corso, a 105 giorni dalla scadenza in cui la legge prevede il debutto della fattura elettronica obbligatoria per tutte le operazioni tra partite Iva (business to business) e con i consumatori (business to consumer). Tanto è vero che si preannuncia un restyling di «Fatture e corrispettivi», il sito internet gratuito delle Entrate con cui i piccoli operatori possono inviare e conservare le fatture elettroniche emesse e ricevute. Ma questa è solo una delle novità in cantiere. In Parlamento sarà incardinata a breve una proposta di legge a firma della presidente della commissione Finanze della Camera, Carla Ruocco (M5s). L’obiettivo è tagliare ulteriormente gli adempimenti: a partire dall’addio alla comunicazione dei dati delle liquidazioni Iva.   In parallelo, la scorsa settimana la commissione Finanze del Senato ha raccolto la voce dei professionisti. I commercialisti hanno chiesto una proroga differenziata, in base alle dimensioni aziendali. Secondo il presidente del Consiglio nazionale Massimo Miani, c’è «grande impreparazione dei clienti», che rischia di sovraccaricare gli studi, chiamati a emettere le e-fatture. Ma intravede complessità gestionali «inaudite» in una eventuale partenza scaglionata la responsabile area politiche fiscali di Confindustria, Francesca Mariotti: «I sistemi gestionali devono partire tutti insieme, sia per le operazioni attive che passive: nella fattura c’è tutta la politica commerciale di un’ azienda. Serve quindi stabilità». «Senza contare – conclude – che le imprese hanno già investito molto sui sistemi operativi, senza incentivi». Sempre a Palazzo Madama anche i consulenti del lavoro hanno ipotizzato una partenza soft, ma solo con una moratoria sulle sanzioni. Anche per superare le difficoltà tecniche: «Solo il 35% dei numeri civici nel Paese è servito dalla banda larga», ricorda Sergio Giorgini, vicepresidente del Consiglio nazionale con delega alla fiscalità. Fatture elettroniche: 3 modi per conservarle correttamente Un assaggio delle difficoltà pratiche che potrebbero emergere nel 2019 lo si è avuto il 1° luglio scorso, quando la fattura elettronica è entrata in vigore per i subappalti della Pa e la filiera dei carburanti, con l’esclusione in extremis dei distributori stradali e autostradali. «La platea non è del tutto definita – segnala Andrea Trevisani, direttore politiche fiscali di Confartigianato – e ancora oggi ai nostri artigiani arrivano fatture analogiche (con una normale email, ndr) che dovrebbero essere già digitalizzate, cioè in formato Xml». Forte di questa esperienza, anche Confartigianato teme l’ipotesi di un’entrata in vigore scaglionata. «La gradualità serve solo per le sanzioni», ammonisce Trevisani. Che si sta preparando a inviare le e-fatture per conto dei propri clienti. Un’attività su cui anche Cna prevede un forte impegno: «Noi calcoliamo che il 77% delle imprese, almeno nella fase iniziale, sarà costretto a rivolgersi al proprio intermediario anche per emettere le fatture, per questo chiediamo di poter gestire l’invio massivo delle deleghe e maggiore chiarezza sui termini di invio», conferma il responsabile delle politiche fiscali dell’associazione, Claudio Carpentieri. Del resto, la stessa Cna stima che – ancora oggi – il 35% degli artigiani compili a a mano il documento contabile. Qualche difficoltà in più si segnala per i gestori di servizi a rete (acqua, luce e gas) che in alcuni casi hanno anagrafiche ancora prive del codice fiscale dei clienti, prerequisito indispensabile per la e-fattura. Tutte le categorie si stanno preparando anche con incontri formativi e convegni sul territorio. In più i commercialisti stanno lavorando a un portale specializzato da offrire a costi contenuti ai propri associati e ai clienti. Il Consiglio nazionale vuole arrivare ad avere un sistema con funzionalità aggiuntive rispetto alla piattaforma delle Entrate. «Memorizzerà le anagrafiche dei clienti e caricherà in una sola operazione in caso di articoli plurimi in fattura», precisa Roberto Cunsolo, tesoriere con delega alla fiscalità. Che aggiunge: «I clienti avranno subito in un’unica schermata il proprio ciclo attivo e passivo». Il bando di gara per le software house dovrebbe essere pubblicato proprio oggi sul sito del Cndcec. Solo alla fine della competizione si sapranno i prezzi che il Consiglio è riuscito a spuntare, ma si partirà da un primo pacchetto di documenti gratuito, mentre per i successivi il costo dovrebbe rimanere concorrenziale. «Sul fronte della riduzione dei costi abbiamo già avuto un primo successo – aggiunge Miani – visto che abbiamo ottenuto da Sogei la conservazione sostitutiva, anche a fini civilistici, gratuita».   Fonte: Il Sole24Ore

I potenziali sviluppi di riconoscimento facciale e autenticazione biometrica

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Una tecnologia ancora in via di sviluppo che potrà avere un’ampia gamma di applicazioni in molteplici settori verticali. Considerato tutto il brusio generato dalle tecnologie di riconoscimento facciale e autenticazione biometrica, è fondamentale riconoscere che si tratta di una tecnologia ancora relativamente alla sua infanzia. Questo è importante poiché la potenza e il potenziale del suo utilizzo sono pronti a fornire incredibili livelli di sicurezza e una serie di servizi attraverso un’ampia gamma di settori verticali. Più che mai, è necessario un maggiore livello di sicurezza digitale e fisica. È giunto il momento di discutere realisticamente su come sfruttare il potenziale dell’autenticazione biometrica attraverso il riconoscimento facciale per garantire che il suo sviluppo continuo includa misure di protezione e possa cogliere nuove opportunità. L’autenticazione biometrica tramite riconoscimento facciale è ora una normale tecnologia domestica. Sostituendo la funzione di sicurezza dell’impronta digitale rispetto ai modelli precedenti, la capacità di riconoscimento facciale dell’iPhone X ha milioni di utenti che sperimentano questa tecnologia per la prima volta. Il volto dell’utente è confermato da 30.000 punti a infrarossi distinti e funziona di concerto con una robusta serie di fail-safe per impedire la falsa autenticazione, inclusa una password tradizionale. Ma la versione per iPhone della tecnologia rappresenta solo un assaggio della sua portata e capacità. Tuttavia, è importante notare che il riconoscimento biometrico del volto esiste per un motivo. E la ragione sta nel suo potenziale di rimuovere l’identificazione da qualcosa di noto (come la password) o che si possiede (un laptop o un badge) trasferendolo a chi si è nella realtà. Usato come secondo fattore di autenticazione, la biometria rappresenta un miglioramento di sicurezza decisamente significativo. E poiché parte della conversazione su questa tecnologia si concentra comprensibilmente sulla privacy e su altre questioni, c’è una miriade di altre possibilità ancora da elaborare. Si consideri il potenziale del riconoscimento facciale semplicemente come strumento di servizio al cliente, lasciando da parte le principali preoccupazioni che a volte possono far deviare una discussione sulle potenzialità di una tecnologia. È un terreno fertile per iniziare una discussione, poiché i punti di vista e le opinioni in tema di privacy cambiano significativamente tra i vari settori. Secondo il report Hotel 2025 di Oracle, c’è un crescente entusiasmo nei confronti dei sistemi di riconoscimento facciale che potrebbero essere usati per identificare oltre che per interagire con gli ospiti, con il 72% degli operatori del settore alberghiero che prevede di implementare questa tecnologia nei prossimi quattro anni. Con minori aspettative in termini di privacy, in situazioni in cui viene effettuata una prenotazione o si fa parte di un programma di fidelizzazione, il riconoscimento biometrico del volto offre il potenziale per nuovi livelli di servizio di concierge attraverso un’ampia gamma di aziende. Per gli operatori sanitari – soprattutto per chi si prende cura dei malati e per i pazienti che soffrono di Alzheimer, di demenza o qualsiasi altro tipo di disturbo cognitivo – il riconoscimento facciale offre una maggiore protezione del paziente. Se si allontana da una struttura senza identificazione, il riconoscimento facciale può aiutare a riconoscere rapidamente un paziente e a riportarlo al sicuro. Nel campo dell’istruzione, alcuni distretti scolastici in Arkansas e New York stanno già cercando di combinare la tecnologia di riconoscimento facciale con algoritmi di machine learning per identificare persone, oggetti e anche atteggiamenti che potrebbero rappresentare una minaccia alla sicurezza. In caso di una tragedia, come una sparatoria, il potenziale della tecnologia diventa evidente. Potrebbe identificare una figura che si aggira presso una determinata struttura (ad esempio un campus scolastico) e non solo confermare se la persona si dovrebbe trovare lì, ma anche gli oggetti detenuti, per determinare se la persona sta impugnando un’arma o agisce in maniera sospetta. Questo potrebbe innescare una serie di procedure e protocolli di sicurezza che aiuterebbero a prevenire il peggio o a minimizzare i danni. La figura, la posizione e le informazioni dei sospettati potrebbero essere rapidamente comunicate ai primi soccorritori, che spesso devono correre alla cieca in situazioni caotiche, confuse e di pericolo, con poca comprensione di ciò che è accaduto. La tecnologia potrebbe anche identificare le condizioni di chi è ferito e inviare immediatamente tali informazioni al personale medico e ai soccorritori, per garantire che la vittima abbia assistenza e cure il più rapidamente possibile. Permettendo ai primi soccorsi di sapere esattamente cosa sta succedendo e chi è coinvolto – così come ciò che è accaduto prima, durante e dopo un incidente – si possono salvare vite o eseguire possibili arresti con maggiore rapidità e accuratezza. Per la sicurezza pubblica e le applicazioni di protezione, le possibilità sono davvero illimitate. Ma c’è una seconda tessera tecnologica del puzzle che ha bisogno di un ulteriore sviluppo. Per sfruttare realmente il potenziale del riconoscimento, l’intelligenza artificiale e il machine learning possono essere ottimizzati con la biometria. Il video non è uguale altri tipi di dati. Può essere accelerato o rallentato per la revisione, ma senza intelligenza artificiale, tale processo è ancora macchinoso e richiede molto tempo. Ad esempio, secondo il National Center for Education Statistics, circa il 94% delle scuole pubbliche negli Stati Uniti utilizza le telecamere, che registrano in presa diretta, rendendo irrealistica l’analisi delle informazioni acquisite manualmente in tempo reale. Per ottenere una maggiore complessità legata alle applicazioni avanzate, il video deve essere convertito in byte. L’intelligenza artificiale (AI) può quindi analizzare in modo efficiente tali dati per identificare specifici modelli, creando un indice di ricerca degli eventi. Mentre la biometria, attualmente, è sufficientemente sofisticata da determinare e identificare le attività, occorrerà ulteriore innovazione nell’intelligenza artificiale per colmare il gap rimanente. Bisognerà aspettare ancora un anno o due, ma quella capacità sarà uno strumento rivoluzionario in un’ampia gamma di settori. Resta da vedere come questo si allineerà con l’era post-GDPR e alle preoccupazioni sulla privacy. Quello che è certo però, è che il livello di conformità alla privacy sarà molto più affidabile in una tecnologia che è sviluppata professionalmente e implementata con responsabilità, rispetto alla situazione attuale: filmati confusi girati con migliaia di cellulari differenti e poi trasmessi,

Data Protection: nel 2018 in Italia persi in media 1,5 milioni di dollari

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Il Global Data Protection Index di Dell EMC mostra che nel 2018 il 20% delle aziende italiane ha dovuto affrontare la perdita irreparabile dei propri dati sensibili. Ogni anno, Dell EMC pubblica i risultati del Global Data Protection Index, che analizza lo stato dell’arte globale e la maturità delle aziende in tema di protezione dei dati.   Di seguito, alcuni risultati salienti della ricerca relativa al 2018. Nel 2018, in Italia si è registrata una vera e propria esplosione dei dati gestiti dalle aziende, con un incremento del 622% rispetto al 2016, con un valore medio di dati gestiti pari a 18,48 Petabyte (vs i 9,7 Petabyte a livello globale). Si tratta di una quantità che è superiore rispetto ad altri paesi europei come la Germania (10,59 Petabyte), la Francia (11,22 Petabyte) e l’Inghilterra (10,8 Petabyte). In questo contesto di crescita, con l’allargamento del perimetro dei dati disponibili, sono aumentati parallelamente i rischi per le aziende. Infatti, nel 2018, il 20% delle aziende italiane ha dovuto affrontare la perdita irreparabile dei propri dati, con un danno economico medio di circa 1,5 milioni di dollari. Il 68% delle aziende, invece, ha affrontato criticità più o meno risolvibili legate alla perdita dei dati. Alcune hanno causato l’interruzione dei servizi con una media dell’operatività di 18 ore e un costo ponderato di oltre 530 mila dollari. Dal report, inoltre, emerge come il cloud computing stia cambiando lo scenario relativo alla localizzazione del dato e alla sua protezione sia in Italia sia nel resto del mondo. Nel Belpaese, l’utilizzo del cloud pubblico corrisponde ormai al 30% del totale degli ambienti IT delle aziende (vs 40% a livello globale). Nel mondo, infine, il 98% delle aziende intervistate che ha adottato il public cloud, lo considera come parte integrante della propria infrastruttura di data protection. “Tecnologie emergenti quali l’Intelligenza Artificiale e l’Internet of Things sono elementi su cui un numero sempre maggiore di aziende sta puntando all’interno dei propri progetti di trasformazione digitale”, ha commentato Marco Fanizzi, VP & GM Enterprise Sales di Dell EMC Italia. “Questo fattore sta generando un incremento significativo della quantità di dati da gestire e da trasformare in informazioni, previsioni precise per permettere ai manager e agli imprenditori di prendere, in tempo reale, decisioni strategiche sul business, attraverso l’impiego degli analytics. Tuttavia, il risvolto della medaglia è che si allarga il perimetro da proteggere e che strategie solide di data protection sono sempre più irrinunciabili per aziende di tutte le dimensioni.” “Il potenziale di informazioni che le aziende oggi hanno a disposizione ha un valore significativo”, ha commentato Filippo Ligresti, VP & General Manager Commercial Sales di Dell EMC Italia. “Questi dati – se correttamente gestiti ed analizzati – permettono di ottenere importanti vantaggi competitivi in termini strategici, ma anche di poter diventare molto più agili e veloci nel prendere decisioni di business basate su fatti e non sensazioni, riuscendo a influenzare o anticipare alcune tendenze del mercato. Non sorprende, quindi, che il 92% delle imprese a livello globale – secondo la ricerca – è già pienamente consapevole dell’importanza dei dati e che il 36% abbia già introdotto delle azioni concrete per valorizzarli a livello di business.”   Fonte: BitMat.it

Il 20% degli incidenti di cybersecurity viene da minacce interne

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Verizon presenta alcuni casi di scenario e individua cinque personalità che possono minacciare un’azienda dall’interno. Dopo aver aperto le porte sul mondo della criminalità informatica con il suo Data Breach Investigations Report, Verizon sposta la prospettiva sul ruolo delle minacce interne con l’Insider Threat Report. Il 20% degli incidenti legati alla cybersecurity e il 15% delle violazioni dei dati analizzati nell’ambito del DBIR 2018 di Verizon provengono da soggetti interni all’organizzazione, e i maggiori fattori scatenanti sono il profitto finanziario (47,8%) e il puro divertimento (23,4%). Questi attacchi, che sfruttano i privilegi di accesso ai dati interni e ai sistemi, spesso vengono individuati solo diversi mesi o anni dopo che si sono effettivamente verificati, rendendo significativo il loro effetto potenziale su un’azienda. Tuttavia, per molte organizzazioni le minacce interne rimangono un argomento tabù. Le aziende si mostrano troppo spesso restìe a riconoscere, segnalare o intraprendere azioni contro i dipendenti che sono diventati una minaccia per la loro organizzazione. È come se una minaccia interna fosse una macchia sui loro processi di gestione e sul loro nome. L’Insider Threat Report di Verizon punta a cambiare questa percezione, offrendo alle organizzazioni una prospettiva basata sui dati per identificare le aree di rischio tra i dipendenti, scenari di casi reali e strategie di intervento da considerare quando si sviluppa un programma ad hoc, un Insider Threat Program completo. “Per troppo tempo la violazione dei dati e gli attacchi alla sicurezza informatica interni sono stati tralasciati, e non sono stati presi sul serio. Spesso sono infatti motivo di disagio, o sono visti come un inconveniente per i soli reparti HR”, ha commentato Bryan Sartin, executive director security professional services di Verizon. “Le cose devono cambiare. Le minacce informatiche non provengono solo da fonti esterne, e per combattere la criminalità informatica nella sua interezza dobbiamo anche concentrarci sulle possibili minacce che si trovano tra le mura di un’organizzazione.” Come riconoscere una minaccia dall’interno Particolare attenzione è stata dedicata ai tipi di minacce interne che le organizzazioni possono trovarsi ad affrontare. Queste sono state inquadrate all’interno di specifici casi di scenario provenienti dal bagaglio di casi investigativi di Verizon – che vanno dall’individuazione (e convalida), alla risposta e all’indagine, e poi alle lezioni apprese (misure correttive) – sono state individuate quindi cinque personalità che possono minacciare un’azienda dall’interno: Il lavoratore distratto – Si tratta di dipendenti o partner che si appropriano indebitamente di risorse, violano le politiche di utilizzo, gestiscono dati in modo sbagliato, installano applicazioni non autorizzate e utilizzano soluzioni non approvate. Le loro azioni sono inappropriate ma non malevole, dato che in molti casi rientrano nel mondo dello Shadow IT (cioè al di fuori delle conoscenze e della gestione dell’IT). L’agente infiltrato – Individui interni all’azienda reclutati, sollecitati o corrotti da soggetti esterni per sottrarre i dati. Il dipendente insoddisfatto – Insider che cercano di danneggiare la propria organizzazione attraverso la distruzione dei dati o l’interruzione dell’attività aziendale. La risorsa interna malintenzionata – Si tratta di dipendenti o partner con accesso a risorse aziendali che utilizzano i privilegi esistenti per accedere alle informazioni per guadagno personale. La terza parte incompetente – Partner commerciali che compromettono la sicurezza a causa di negligenza, uso improprio o accesso o uso improprio agli asset aziendali. Gli 11 elementi chiave per un Insider Threat Program efficace Il rapporto fornisce consigli pratici e contromisure per aiutare le organizzazioni a implementare un Insider Threat Program completo, che dovrebbe comportare uno stretto coordinamento tra tutti i dipartimenti, da quello legale all’IT Security, alle risorse umane, per rispondere agli incidenti e gestire le investigazioni digitali forensi. Due fattori sono fondamentali per raggiungere questo obiettivo: sapere quali sono le vostre risorse e, in ultima analisi, chi vi ha accesso. “Individuare e contenere le minacce interne richiede un approccio diverso rispetto alle attività relative alle minacce esterne”, continua Sartin. “Il nostro obiettivo è quello di fornire delle linee guida che consentano alle aziende di essere più proattive in questo processo e di superare la paura, l’incertezza e il disagio che circondano questa forma di criminalità informatica interna. Verizon si frappone quotidianamente fra i responsabili e le vittime della criminalità informatica, e condividendo scenari reali dal nostro database speriamo che le organizzazioni possano imparare e adottare le contromisure da noi consigliate per implementare a loro volta i propri programmi.” Queste 11 contromisure possono contribuire a ridurre i rischi e migliorare la risposta agli incidenti: Integrare le strategie di sicurezza e le politiche aziendali – Integrando le altre 10 contromisure (elencate di seguito), o meglio ancora integrando un Insider Threat Program completo con altre strategie già esistenti, come ad esempio un piano per la gestione del rischio, delle risorse umane o della proprietà intellettuale, può contribuire a rafforzare l’efficienza, la coesione e la tempestività nell’affrontare le minacce interne. Andare a caccia delle minacce – Potenziare gli strumenti di rilevamento delle minacce come la threat intelligence, il monitoraggio del dark web, l’analisi comportamentale e le soluzioni EDR (Endpoint Detection and Response) per individuare, monitorare, rilevare e investigare le attività sospette di utenti e account, sia all’interno che all’esterno dell’azienda. Analizzare le vulnerabilità e condurre penetration test – Utilizzare le stime sulle vulnerabilità e i penetration test per identificare le falle delle strategie di sicurezza, compresi i possibili canali che un criminale può sfruttare per agire all’interno dell’ambiente aziendale. Implementare le misure di sicurezza del personale – L’implementazione dei controlli delle risorse umane (come i processi di uscita dei dipendenti), l’accesso sicuro e la formazione sulla sicurezza può ridurre il numero di incidenti associati all’accesso non autorizzato ai sistemi aziendali. Introdurre misure di sicurezza fisica – Utilizzare dispositivi fisici per l’accesso, quali badge identificativi, barriere di sicurezza e sorveglianti per porre limiti fisici, oltre ai metodi utilizzati per l’accesso digitale, come l’impiego di carte magnetiche o rilevatori di movimento e telecamere, al fine di monitorare, allertare e registrare i modelli di accesso e le attività. Implementare soluzioni per la sicurezza della rete – Attuare misure di sicurezza perimetrale e di segmento, come firewall, sistemi di rilevazione e prevenzione

Attacchi informatici in aumento, ma le imprese li sottovalutano

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Le organizzazioni non considerano la sicurezza finché un incidente non rischia di costare loro un sacco di soldi. F-Secure ha recentemente reso noti i risultati di una sua recente ricerca, da cui emerge una significativa crescita nel traffico legato agli attacchi informatici nell’ultimo semestre del 2018. Se da un lato gli attacchi sono in aumento, dall’altro molte aziende stanno ancora sottovalutando la rilevazione degli incidenti.     Il traffico riferito agli attacchi osservati sulla rete di honeypot esca di F-Secure nel 2018 è cresciuto del 32% rispetto all’anno precedente, ed è aumentato di quattro volte nella seconda metà del 2018 rispetto al primo semestre. I dati della recente indagine fanno pensare che molte aziende potrebbero non avere la visibilità di cui hanno bisogno per rilevare gli attacchi che superano misure preventive come i firewall e la protezione degli endpoint. L’indagine di F-Secure ha rilevato che il 22% delle aziende non rileva un singolo attacco nell’arco di 12 mesi, il 20% ha rilevato un solo attacco nello stesso periodo di tempo e il 31% ha rilevato dai 2 ai 5 attacchi. Le soluzioni di rilevamento e risposta di F-Secure hanno rilevato 15 minacce in un solo mese presso un’azienda con 1300 endpoint e 7 minacce in un solo mese presso un’azienda con 325 endpoint. Circa un terzo degli intervistati ha dichiarato di utilizzare una soluzione o un servizio di rilevamento e risposta. Nessuno di questi risultati ha sorpreso Leszek Tasiemski, Vice President of Cyber Security Products Research & Development di F-Secure. “Le minacce odierne sono completamente diverse da quelle di 10 o 5 anni fa. Misure e strategie preventive non basteranno più, quindi non ho dubbi che molte delle aziende intervistate non abbiano un quadro completo di ciò che sta accadendo alla loro sicurezza”, ha dichiarato Tasiemski. “Molte organizzazioni non considerano davvero la sicurezza fino a quando un incidente non rischia di costare loro un sacco di soldi, quindi non sono del tutto sorpreso dal fatto che ci siano aziende che non rilevano alcun attacco nel corso di un anno.” Di seguito, altri dati significativi emersi dall’indagine di F-Secure: Telnet è stata la porta TCP più comunemente presa di mira, che è probabilmente il risultato di un numero crescente di dispositivi Internet-of-Things compromessi alla ricerca di dispositivi vulnerabili Le aziende che operano nel settore finanziario e nell’ICT hanno rilevato il maggior numero di attacchi, mentre le organizzazioni nel settore sanitario e manifatturiero sono state quelle che ne hanno rilevati di meno La fonte e la destinazione più grande del traffico di attacco osservato sono stati indirizzi IP basati negli Stati Uniti Nginx è stata la fonte più popolare di attacchi web-based “Vediamo che le aziende che hanno soluzioni di rilevamento e risposta tendono ad avere una migliore comprensione di ciò che stanno facendo bene e di ciò che stanno facendo male. La visibilità che queste soluzioni offrono permette alle aziende di capire che stanno bloccando la maggior parte degli attacchi opportunistici standard, come quelli che i nostri honeypot pubblici solitamente attraggono. Ma queste soluzioni – conclude Tasiemski – capteranno anche ciò che le misure preventive come i firewall o le protezioni degli endpoint non rilevano, il che rende la rilevazione e risposta una parte inestimabile di una sana strategia di sicurezza.”   Fonte: BitMat.it

Privacy e cybersecurity, come il nuovo protocollo tra Garante Privacy e Intelligence tutela i cittadini

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La nuova intesa, in linea con il GDPR, assicura agevoli interlocuzioni tra le due istituzioni ai fini della sicurezza cibernetica, per esempio il Garante Privacy inoltrerà all’Intelligence le notizie di data breach rilevanti. Il Garante Privacy inoltrerà all’Intelligence le notizie di data breach rilevanti ai fini della sicurezza cibernetica, ricevute dai soggetti tenuti alla notifica in caso di violazione dei dati personali. Tale condivisione andrà a vantaggio anche delle attività del Nucleo per la Sicurezza Cibernetica – organo interministeriale istituito in seno al DIS dal DPCM del 17 febbraio 2017 – deputato alla prevenzione, preparazione, risposta e ripristino a situazioni di crisi nazionali nel dominio cyber. Questo è uno degli effetti positivi del nuovo Protocollo d’intenti sottoscritto oggi tra l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali e Servizi segreti per far sì che le attività di sicurezza cibernetica sia in linea con il GDPR e il Decreto Legislativo 18 maggio 2018 n.51, c.d. direttiva “law enforcement”. La nuova versione del protocollo è stata firmata dal Presidente dell’Autorità Garante per la Protezione dei dati personali, Antonello Soro, e dal Direttore Generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), Gennaro Vecchione: il documento conferma e rilancia le linee dell’intesa istituzionale avviate nel 2013 e da ultimo rinnovate nel 2017 e soprattutto assicurerà agevoli interlocuzioni tra le due istituzioni attraverso lo scambio di informazioni e la promozione di buone pratiche di sicurezza cibernetica, frutto delle reciproche collaborazioni con il mondo accademico e della ricerca. “L’intesa rinnovata oggi sottolinea l’importanza di elevare il livello di collaborazione istituzionale con concrete sinergie volte a far fronte comune alle complesse esigenze di sicurezza cibernetica nazionale. L’accordo” ha affermato il Direttore generale del DIS, Gennaro Vecchione “rappresenta un salto di qualità per le due istituzioni in quanto prevede interlocuzioni privilegiate per la condivisione delle notifiche di violazioni dei dati personali che ricadono nel Regolamento GDPR, a vantaggio del Nucleo per la Sicurezza Cibernetica, al fine di aumentare la resilienza del Sistema Paese, in un’ottica di alta salvaguardia della tutela dei diritti dei cittadini.” “L’odierno accordo rafforza ed estende il contenuto dell’intesa istituzionale avviata sin dal 2013 con gli Organismi di intelligence, inserendola nel quadro della nuova disciplina vigente, sia in materia di protezione dati che di cyber security.”, ha dichiarato l’Autorità Garante per la Protezione dei dati personali, Antonello Soro. “La cooperazione istituzionale tra Garante e Organismi si è rivelata, infatti, una straordinaria opportunità per una migliore governance del digitale, realizzando quel necessario equilibrio tra libertà e sicurezza che costituisce il fondamento primario di ogni democrazia.” Il Protocollo avrà durata biennale, salvo tacito rinnovo, con la possibilità per ciascuna delle parti di proporre aggiornamenti qualora le innovazioni normative e regolamentari dovessero richiederlo.   Fonte: BitMat.it