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Smart working: modalità di fruizione, esecuzione e assessment

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Prima dell’emergenza questa forma di lavoro non era perfettamente riconosciuta e conosciuta Lo smart working è stata una delle principali soluzioni che ha consentito a molte organizzazioni di continuare a fornire i propri servizi durante il lockdown, mantenendo la continuità operativa. Nonostante questa modalità di lavoro fosse presente già da diverso tempo, emerge come fino a prima dell’emergenza non fosse perfettamente riconosciuta e conosciuta, in termini di modalità di fruizione, esecuzione e assessment. Per il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali lo smart working (o Lavoro Agile) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e da un’organizzazione del lavoro definita per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività. Già prima dell’emergenza da Covid-19 lo smart working mostrava un trend in significativa crescita nel nostro paese che Osservatori.net stimava nel 2018 in circa 480.000 smart worker fino ad arrivare ai 570.000 del 2019 (+18,7%). Lo smart working deve essere considerato un modello organizzativo che può portare vantaggi in termini di produttività e di raggiungimento degli obiettivi per le aziende e di qualità di vita per chi lo pratica. Il nuovo concetto su cui si fonda è un diverso approccio all’organizzazione del lavoro, basato principalmente su un importante cambiamento culturale; una flessibilità rispetto ad orari e luoghi di lavoro; una dotazione di strumenti tecnologici e nuovi spazi fisici. A seguito della pandemia di Covid-19 moltissime aziende sono ricorse allo smart working, sfruttando quanto definito dal DPCM del 01/03/2020 articolo 4. La rapidità con cui si è arrivati alla chiusura pressoché totale del territorio ha trovato le aziende in tre differenti situazioni: chi già prevedeva questa pratica per i propri lavoratori ha semplicemente continuato a consentirla e istituirla obbligatoria per tutti; chi stava valutando di adottarla ha accelerato le pratiche e gli interventi tecnologici necessari e, infine, chi non aveva ancora valutato la possibilità di adottarla ha dovuto accelerare tutti i processi in maniera esponenziale al fine di adattarsi velocemente alla situazione. L’emergenza sanitaria ha messo in luce come questo strumento, definito dalla legge 81 del 22 maggio 2017, sia in realtà un’ottima soluzione per gestire la continuità operativa. Tuttavia, le soluzioni attuate in questo periodo, non permettono di usufruire dell’attivazione di tutti i principi e delle leve su cui si basa la nuova organizzazione del lavoro, venendo meno anche i benefici che derivano dall’applicazione dello smart working. Tali benefici possono essere, ad esempio, la riduzione dei costi di trasferta, la riprogettazione (riduzione) degli spazi di lavoro, una maggiore qualità del servizio in termini di tecnologia e innovazione, la soddisfazione dei dipendenti che riescono a bilanciare meglio il rapporto tra vita professionale e vita privata. E, infine, un altro importante elemento è il minore impatto ambientale: minori spostamenti significano minori emissioni di CO2. Le aziende che hanno approcciato lo smart working in quest’ultimo periodo desideravano, in primis, di avere chiarimenti in merito a questa nuova modalità di lavoro. È quanto emerge dalle parole di Sabrina Bruschi, Business Unit Manager della divisione Business Assurance di TÜV Italia, che a questo proposito afferma: “Negli scorsi mesi ci sono pervenute diverse richieste da parte di differenti interlocutori che chiedevano di comprendere meglio in cosa consistesse realmente lo smart working, le modalità per verificare lo stato di avanzamento delle attività, come attuare il controllo dei processi e come verificare il raggiungimento degli obiettivi dell’anno in corso, seppure con gli evidenti ritardi dovuti alla situazione contingente e con le risorse a casa”. Se da un lato vanno tenuti in considerazione i dubbi delle aziende, che si sono ritrovate a dover riprogettare le attività con una differente modalità organizzativa, dall’altro sono un punto fondamentale anche le considerazioni dei dipendenti, che si sono dovuti confrontare con nuove regole, spesso completamente sconosciute o non comunicate. A questo proposito Sabrina Bruschi aggiunge: ”Anche da parte dei dipendenti sono emersi dubbi più che legittimi, connessi principalmente alle modalità del lavoro da casa, su come conciliare tempi lavorativi ed esigenze familiari e sulle possibilità future di utilizzo dello smart working”. Visto che l’esigenza principale, sia da parte del management che del personale delle aziende era la necessità di chiarimenti, TÜV Italia ha intervistato dipendenti, manager, direttori delle risorse umane e imprenditori, da cui è emerso come lo smart working avviato in questa situazione emergenziale non rappresenti quello che andrebbe attuato in condizioni di normalità. Per fornire alle aziende interessate una visione chiara e precisa dell’attività di smart working presso la loro realtà, TÜV Italia ha messo a punto un servizio di assessment che ha l’obiettivo di valutare lo stato attuale dell’applicazione dello smart working rispetto alla legge (AS IS), che definisce quello che dovrebbe essere attuato (TO BE), attraverso l’individuazione di punti di forza, punti di debolezza ed eventuali aree di miglioramento future (Remediation Plan). Il servizio parte con interviste ai manager che gestiscono le risorse con l’obiettivo di analizzare il modello di leadership presente in azienda. Successivamente viene strutturato un questionario da somministrare a due/tre diversi livelli del personale: manager, eventuali dipendenti che già utilizzavano lo smart working (se presenti) e dipendenti che hanno iniziato a utilizzare lo smart working a seguito dell’emergenza sanitaria COVID-19. “Attraverso l’analisi dei questionari – prosegue Sabrina Bruschi – è possibile definire le strategie da proporre alle aziende da mettere in atto nel breve, medio e lungo periodo, consentendo loro di scegliere le modalità di gestione della compliance da implementare e di procedere con una riorganizzazione del lavoro, non più basato sugli orari e sulla presenza costante in ufficio ma su obiettivi misurabili. Dai risultati emersi dall’assessment le aziende possono avviare un percorso di cambiamento, per rispondere a quelle esigenze organizzative, di governance e tecnologiche che sono i principi su cui si basa il lavoro agile.” Il progetto, per rispettare il distanziamento sociale, può essere svolto da remoto e il coinvolgimento delle persone è molto limitato. Le competenze che TÜV Italia mette a disposizione in questa attività non riguardano solo aspetti

Sostegno alle imprese, pubblicati gli avvisi Microprestito, Titolo II Capo 3 Circolante e Titolo II Turismo Capo 6 Circolante

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  L’avviso è destinato alle microimprese (ditta individuale, società in nome collettivo, società in accomandita semplice, società cooperative, società a responsabilità limitata – anche in forma unipersonale e semplificata) e ai lavoratori autonomi iscritti al registro delle imprese, con sede operativa in Puglia.     La misura mette a disposizione 248 milioni di euro e intende sostenere l’accesso al credito con micro-finanza attraverso mutui concessi a tasso zero e senza garanzie. I finanziamenti sono erogati sotto forma di mutui quinquennali, a tasso zero, tra i 5mila e i 30mila euro più preammortamento della durata di 12 mesi. Il finanziamento potrà essere utilizzato solo per sostenere le spese di funzionamento. L’agevolazione sarà concessa per l’80% nella forma del finanziamento e per il 20% nella forma dell’assistenza rimborsabile. a condizione che le prime 48 rate del mutuo vengano restituite regolarmente. Le domande possono essere presentate a partire dal 4 giugno. – Consulta la scheda dell’Avviso Pubblico Microprestito Circolante – La domanda di partecipazione potrà essere presentata direttamente dall’impresa che chiede l’agevolazione, previa iscrizione al portale Sistema Puglia, solo tramite procedura telematica disponibile nella sezione dedicata all’Avviso Pubblico MicroCredito . Titolo II Capo 3 Circolante L’avviso è destinato a liberi professionisti e imprese di micro, piccola e media dimensione con sede operativa in Puglia operanti nel settore manifatturiero, del commercio e dei servizi. La misura mette a disposizione 150 milioni di euro per finanziare le spese di funzionamento e i costi della gestione dell’attività d’impresa. L’aiuto sarà erogato in forma di sovvenzione diretta pari al 20% dell’importo di un nuovo finanziamento concesso da un soggetto finanziatore accreditato. Questo aiuto arriverà al 30% per tutte le imprese che assumeranno l’impegno ad assicurare nell’esercizio 2022 i livelli occupazionali, in termini di unità lavorative annue (Ula), riferiti all’esercizio 2019. L’importo di ogni singola operazione di finanziamento, su cui verrà calcolata la sovvenzione diretta, non dovrà essere inferiore a 30.000 euro e non superiore a 2 milioni di euro, indipendentemente dall’ammontare complessivo del finanziamento concesso che potrà anche essere superiore a 2 milioni di euro. Il finanziamento avrà una durata minima di 24 mesi e almeno 12 mesi di preammortamento. Le domande possono essere presentate a partire dal 5 giugno. – Consulta la scheda dell’Avviso Pubblico Titolo II Capo 3 Circolante – Le imprese ed i liberi professionisti possono presentare domanda di agevolazione alla banca (soggetto finanziatore) alla quale chiedono il finanziamento o a un Confidi. La banca deve deliberare il finanziamento bancario ed inviare telematicamente la domanda entro 2 mesi dalla data di creazione della pratica. Le banche ed i Confidi devono essere accreditati per la misura Titolo II. Nella sezione dedicata all’Avviso pubblico Titolo II Capo 3 sul portale Sistema Puglia è presente l’elenco dei soggetti accreditati. La domanda di agevolazione può essere presentata dal soggetto finanziatore solo tramite procedura telematica fino al 31 dicembre 2020, salvo esaurimento fondi. Titolo II Capo 6 Circolante La misura fornisce un sostegno alle imprese del settore turistico-alberghiero. Possono accedere alle agevolazioni le imprese di micro, piccola e media dimensione con sede operativa in Puglia. L’avviso mette a disposizione 50 milioni di euro per finanziare le spese di funzionamento e i costi derivanti dalla gestione dell’attività d’impresa. Come nel precedente avviso, l’importo di ogni singola operazione di mutuo, su cui verrà calcolata la sovvenzione diretta, non dovrà essere inferiore a 30 mila euro e non superiore a 2 milioni di euro, indipendentemente dall’ammontare complessivo del mutuo concesso che potrà anche essere superiore a 2 milioni di euro. Il mutuo bancario dovrà avere una durata minima di 24 mesi ed almeno 12 mesi di preammortamento. L’aiuto sarà erogato in forma di sovvenzione diretta pari al 20% dell’importo di un nuovo finanziamento concesso da un soggetto finanziatore accreditato. Questo aiuto arriverà al 30% per tutte le imprese che assumeranno l’impegno ad assicurare nell’esercizio 2022 i livelli occupazionali in termini di unità lavorative annue (Ula) riferiti all’esercizio 2019. Le domande possono essere presentate a partire dal 5 giugno. – Consulta la scheda dell’Avviso Pubblico Titolo II – Capo 6 Circolante – Le imprese possono presentare le domande di agevolazione alla banca (soggetto finanziatore) alla quale chiedono il finanziamento o a un Cofidi. La banca deve deliberare il finanziamento bancario ed inviare telematicamente la domanda entro 2 mesi dalla data di creazione della pratica. Le banche ed i Confidi devono essere accreditati per la misura Titolo II. Nella sezione dedicata all’Avviso pubblico Titolo II Turismo Capo 6 sul portale Sistema Puglia è presente l’elenco dei soggetti accreditati. La domanda di agevolazione può essere presentata dal soggetto finanziatore solo tramite procedura telematica dal 5 giugno 2020 al 31 dicembre 2020, salvo esaurimento fondi. – Data Pubblicazione sul portale: 05 Giugno 2020 Fonte: Regione Puglia

Piano Transizione 4.0: 7 miliardi per le imprese che investiranno in innovazione

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Il decreto firmato da Patuanelli sosterrà le aziende che punteranno sulla transizione digitale, focalizzando le proprie risorse su R&S e formazione 4.0 Il Ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha firmato il decreto attuativo del Piano Transizione 4.0 attraverso cui avviare la nuova politica industriale del Paese, in grado di sostenere una veloce ripresa dell’economia dopo l’emergenza Covid. Gli obiettivi del Piano Transizione 4.0. Fonte mise.gov.it Con il Piano saranno mobilitati 7 miliardi di euro di risorse per le imprese che maggiormente punteranno sull’innovazione, gli investimenti green, in ricerca e sviluppo, in attività di design e innovazione estetica, sulla formazione 4.0. Si tratta di settori decisivi nei quali sarà sempre più fondamentale investire nei prossimi anni per favorire il processo di transizione digitale del nostro sistema produttivo, anche nell’ambito dell’economia circolare e della sostenibilità ambientale, e accrescere le competenze tecnologiche dei lavoratori. Il decreto, oltre a consentire alle imprese di condurre gli investimenti in corso e di programmare quelli successivi con maggiori certezze sul piano operativo e interpretativo, definisce le modalità attuative del nuovo credito d’imposta per il periodo successivo al 31 dicembre 2019. Trasformazione dell’iper ammortamento beni materiali in credito d’imposta. Fonte mise.gov.it Si definiscono in particolare i criteri tecnici per la classificazione delle attività di ricerca e sviluppo, di innovazione tecnologica e di design e innovazione estetica ammissibili al credito d’imposta, nonché l’individuazione, nell’ambito delle attività di innovazione tecnologica, degli obiettivi di innovazione digitale 4.0 e di transizione ecologica rilevanti per la maggiorazione dell’aliquota del credito d’imposta. Sono inoltre individuati i criteri per la determinazione e l’imputazione temporale delle spese ammissibili e in materia di oneri documentali. Trasformazione del super ammortamento beni materiali in credito d’imposta. Fonte mise.gov.it Con la pubblicazione del decreto, inviato alla Corte dei Conti per la registrazione, diventeranno attuative le disposizioni delle numerose novità introdotte nella legge di bilancio 2020 per incentivare e supportare la competitività delle nostre imprese e valorizzare il Made in Italy. Credito d’imposta previsto dal Piano Transizione 4.0 sulle spese in R&S, innovazione, design. Fonte mise.gov.it Fonte: IndustriaItaliana.it

Quante aziende ancora oggi pensano che il GDPR sia solo un adempimento burocratico?

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Quante aziende ancor oggi pensano che il GDPR sia solo un adempimento burocratico e che tanto le ispezioni sono poche perchè poche sono le risorse concesse al Garante? Se è questo il pensiero diffuso forse non si è capito che i veri ispettori non sono solo i competenti e preparati militari del nucleo privacy della GdF ma prima ancora i clienti e i dipendenti di ciascuna azienda che giustamente esigono il rispetto dei propri diritti e la protezione dei propri dati personali.Se non ci credete o pensate che sia solo uno slogan per fare “terrorismo” leggete lo stralcio della comunicazione inviata dall’Ufficio del Garante a seguito del reclamo presentato da un ex dipendente che lamenta la violazione degli artt. 12 par. 3, 15 e 18 del GDPR.Nessuna procedura di cancellazione degli account di posta degli ex dipendenti e nessuna procedura per la gestione dei diritti degli interessati era stata implementata ed ora non resta che spiegare all’Autorità il perchè. GDPR ed esercizio dei diritti interessati Fonte: LInkedin

Credenziali compromesse? Il 43% degli italiani non sa verificarlo

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Servizi come Have I Been Pwned? permettono agli utenti di controllare se le loro password sono state violate. Secondo Defending digital privacy: taking personal protection to the next level, nuovo report di Kaspersky, l’85% degli utenti italiani (83% degli utenti a livello mondiale) definisce da solo le proprie password, e il 43% (54% a livello mondiale) dichiara di non sapere in che modo verificare l’eventualità di credenziali compromesse. I risultati emersi dal report confermano l’importanza di conservare le password in modo più sicuro. Le password sono il metodo di autenticazione più comune, ma la loro efficacia è assicurata solo se sono difficili da indovinare e strettamente confidenziali. Il numero crescente di applicazioni che le richiedono può rendere difficile ideare e ricordare nuove password complesse, soprattutto quando viene richiesto agli utenti di cambiarle regolarmente. Dover ideare nuove password è una vera e propria sfida per gli utenti. Sta diventando inoltre sempre più importante conservare le password in modo sicuro e verificare se le credenziali siano state divulgate. Secondo quando accertato dal report di Kaspersky, il 55% degli utenti italiani dichiara di ricordare tutte le proprie password (dato in linea con la percentuale a livello mondiale), compito difficile nei casi in cui queste devono soddisfare requisiti di sicurezza come la complessità e l’unicità. Il 13% degli italiani tiene una traccia delle password scrivendole su un file (dato leggermente inferiore rispetto al 19% a livello globale) o un documento memorizzato sul proprio computer, mentre il 12% (18% a livello mondiale) le memorizza nel browser del proprio computer, smartphone o tablet. [imm1] Ci sono alcuni metodi per verificare se la propria password sia stata divulgata. Ad esempio, invece di visitare pagine web potenzialmente pericolose, gli utenti possono usufruire di servizi come Have I Been Pwned?, che gestiscono un database in cui gli utenti possono controllare se le loro password sono tra quelle che sono state violate. “Gli utenti possono monitorare quali dati personali e password sono stati sottratti per intraprendere le azioni necessarie a ridurre al minimo eventuali violazione della privacy ed evitare conseguenze più gravi”. L’obiettivo di Kaspersky è quello di tutelare la privacy dei consumatori”, ha dichiarato Marina Titova, Head of Consumer Product Marketing di Kaspersky. Per garantire che i dati personali siano correttamente protetti, Kaspersky raccomanda agli utenti di: Condividere le informazioni di accesso all’account personale solo con una cerchia ristretta di persone e non lasciare mai le password incustodite, né scritte su carta né memorizzate su un dispositivo. Scriverle su post-it o su un blocco note potrebbe sembrare una buona idea, ma permetterebbe ad altri di avere accesso a informazioni private. Utilizzare Kaspersky Secure Password Check, un servizio che permette di verificare il livello di sicurezza di una password e in quanto tempo può essere violata. Utilizzare password forti e robuste generate da una soluzione di sicurezza affidabile come Kaspersky Password Manager. La soluzione genera ogni volta password sicure e uniche per ogni account, evitando che la stessa password venga riutilizzata più di una volta Verificare se le password utilizzate per accedere ai conti online sono state compromesse. La funzione di verifica dell’account all’interno di Kaspersky Security Cloud consente agli utenti di controllare i propri account per accertare potenziali fughe di dati. Se viene rilevata una violazione, la soluzione fornisce informazioni sulle categorie di dati che possono essere accessibili pubblicamente in modo che la persona interessata possa intraprendere le azioni appropriate Per ricevere maggiori informazioni su come mantenere al sicuro le proprie informazioni personali e leggere il report completo, è possibile visitare il seguente link. Fonte: BitMat.it

E-mail principale vettore di attacchi informatici: il 90% passa da lì

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Come proteggere la propria azienda o il proprio account. Le e-mail sono così importanti nella nostra vita quotidiana che spessp ignoriamo che sono anche la più grande minaccia alla sicurezza informatica: il 90% di tutte le violazioni di un’azienda riguardano le e-mail; il 90% degli attacchi avvenuti con successo coinvolge lo spear phishing (email truffa indirizzata ad un singolo utente) e sempre il 90% di tutti gli attacchi malware vengono veicolati via e-mail. I criminali giocano sulle emozioni come la preoccupazione, la paura o l’amore, il tutto aggravato da un tono di urgenza. Per ogni disastro nazionale o internazionale, ci saranno un migliaio di criminali che cercano di sfruttarlo. Consideriamo ad esempio la diffusione del Coronavirus: a pochi giorni dall’inizio dell’epidemia in Italia, il 10% di tutte le organizzazioni italiane era stato preso di mira da un’e-mail di phishing che indicava come: “A causa del numero di casi di infezione da coronavirus che sono stati documentati nella tua zona, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha preparato un documento che include tutte le precauzioni necessarie contro l’infezione da coronavirus. Ti consigliamo vivamente di leggere il documento allegato a questo messaggio”. Il documento allegato era intitolato “Coronavirus: informazioni importanti sulle precauzioni” e la sua apertura veicola il download del trojan bancario TrickBot. Ecco perché bisogna conoscere bene quali sono le minacce veicolate via e-mail e quali i possibili rimedi. Di seguito l’analisi degli esperti di Avast. Gli attacchi veicolati via e-mail Le truffe via e-mail si presentano sostanzialmente in tre forme: come tentativo di coinvolgere l’obiettivo in una conversazione con il criminale (le cosiddette truffe romantiche o truffe della lotteria e altro); tentando di far cliccare la vittima su un collegamento per fargli visitare un sito pericoloso; oppure attraverso un documento dannoso allegato. L’allegato dannoso e il collegamento pericoloso sono le minacce generali più diffuse. Il testo dell’e-mail conterrà un messaggio progettato per indurre a fare clic su un collegamento o aprire un documento allegato. Il collegamento potrebbe portare a un sito dannoso che potrebbe persuadere la vittima a inserire dati personali o password del conto bancario, mentre il documento allegato potrebbe cercare di installare direttamente il malware (che sia uno spyware di informazioni, un malware fraudolento bancario o persino un ransomware). Gli attacchi e-mail più avanzati “falsificano” la fonte e sembrano provenire e condurre a fonti legittime o autentiche. Ad esempio, se conosci o lavori con JoeBloggs@xyz.com, i criminali potrebbero tentare di registrare JoeBloggs@gmail.com e inviarti un’e-mail da questo indirizzo. Allo stesso modo, potrebbero registrare domini simili a quelli esistenti e sviluppare il sito in modo malevolo, con l’intento di rassicurare il visitatore sia sul mittente che sulla destinazione del link. Le soluzioni alle minacce che arrivano via e-mail Filtri per e-mail e browser I principali provider di posta elettronica e browser tentano di filtrare le minacce. I filtri antispam incorporati mettono in quarantena e successivamente rimuovono gli attacchi evidenti. Questo è un grande aiuto per la rimozione delle minacce che arrivano per e-mail – ma purtroppo non è sufficiente per eliminare tutto il phishing – o anche qualsiasi attacco di spear-phishing. Allo stesso modo, i principali browser ci impediscono di visitare i siti dannosi noti. Ma i criminali possono creare nuovi siti dannosi più velocemente di quanto gli esperti di sicurezza possano identificarli. Quindi, ancora una volta, questo è un aiuto ma non una soluzione. Gli anti-malware Un buon prodotto antimalware costantemente aggiornato è essenziale in quanto rileva la stragrande maggioranza dei malware e protegge da tutte le tecnologie di attacco, tranne quelle più avanzate effettuate con l’ultimo malware ancora sconosciuto. Attenzione però, l’antimalware è solo il punto di partenza fondamentale per la tua difesa contro la minaccia e-mail. Le tecnologie DMARC e BIMI DMARC, acronimo di Domain-based Message Authentication, Reporting & Conformance e BIMI (Brand Indicators for Message Identification) sono tecnologie che dovrebbero essere implementate da tutte le realtà commerciali che operano online. In particolare la DMARC è una tecnologia che funziona tra aziende e provider di posta elettronica che rileva tentativi di falsificazione del marchio; infatti, se correttamente implementata, la DMARC blocca tutte le e-mail false apparentemente provenienti da aziende legittime. L’uso della tecnologia DMARC sta progressivamente crescendo, ma solo una piccola percentuale di aziende l’ha già adottata. Per i consumatori però si apre un problema: se da una parte questa tecnologia protegge le aziende che la utilizzano correttamente, dall’altra l’utente finale potrebbe credere erroneamente che le e-mail ricevute siano legittime quando non lo sono, perché il mittente non utilizza la DMARC. Una soluzione a questo problema può essere la tecnologia BIMI: le aziende che hanno installato la DMARC possono utilizzare la BIMI con il provider di posta elettronica per aggiungere un logo aziendale adiacente alle e-mail protette da DMARC. Se questo logo appare con l’e-mail consegnata, è una chiara indicazione che l’e-mail è autentica. Ultima ma più importante soluzione: il buon senso dell’utente! Se la tecnologia può ridurre la minaccia e-mail, purtroppo però non può eliminarla definitivamente: la difesa finale deve infatti essere rappresentata da noi stessi e dai nostri comportamenti. Tutte le e-mail dovrebbero quindi essere analizzate con un iniziale scetticismo. Il primo consiglio quindi è di invertire il proverbio russo “Fidati ma verifica”: dovremmo verificare prima di fidarci. Se nell’e-mail c’è qualcosa che stona – errori di ortografia, errori grammaticali che non ci aspetteremmo o un allegato di qualcuno che non conosciamo o che normalmente non ci invia allegati – occorre fermarsi e controllare meglio. Un buon consiglio è spostare il cursore del mouse sul nome del mittente e vedere l’indirizzo e-mail utilizzato. Lo stesso processo può essere utilizzato con i collegamenti incorporati nel testo dell’e-mail. Quello che viene visualizzato potrebbe essere semplicemente “Fai clic qui”: se si tiene il cursore sul collegamento, senza fare clic, verrà indicato l’indirizzo effettivo. Può ovviamente essere dannoso o può essere mascherato da un servizio di abbreviazione di collegamenti in stile bit.ly. In quest’ultimo caso, valutare se al mittente serve davvero utilizzare bit.ly. Un consiglio importante: molta attenzione quando si controlla la posta da un telefono cellulare o laptop con

Coronavirus e lockdown: è boom ecommerce

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Quasi 1,5 milioni in un mese i nuovi consumatori online: la crescita di un decennio. Durante il lockdown i consumatori hanno dovuto limitare gli spostamenti, ed hanno quindi individuato nell’ecommerce la soluzione per l’acquisto di ogni tipologia di merce, inclusi i beni primari. Anche utenti non abituati ad utilizzare l’ecommerce hanno quindi scoperto e utilizzato questo canale. Il settore del retail, con la chiusura dei negozi fisici, si è dovuto velocemente adattare fornendo ai propri clienti un canale alternativo alla tradizionale vendita al dettaglio: si è delineata così una “nuova normalità” in cui l’ecommerce e l’ottica omnicanale, data dall’integrazione tra il negozio fisico e il proprio canale online, risulta essere fondamentale per ottenere risultati proficui. Le stime presentate da Netcomm hanno registrato un aumento di oltre 1,3 milioni di nuovi consumatori online in un mese, un dato che sorprende e che soprattutto testimonia come lo shopping online abbia davvero rappresentato un metodo efficace per rilanciare le attività durante il lockdown e in vista della ripresa della cosiddetta “fase 2”. Un aiuto per la ripartenza sembra arrivare dal mondo digitale che, grazie alla tecnologia, è in grado di offrire strumenti e piattaforme per facilitare una nuova gestione delle vendite attraverso il duplice canale online e fisico, creando un nuovo modello di user experience. La chiave per mantenere costante questa crescita improvvisa consiste nell’aumentare le interazioni con l’utente, integrando nel proprio sito online sistemi all’avanguardia come quello offerto da Fanplayr che, attraverso un software intelligente che guida la fase finale del processo decisionale dei consumatori, può portare ad avere un impatto significativo sui tassi di conversione soddisfacendo, grazie alla personalizzazione, le nuove tendenze del mercato post lockdown, come il fenomeno del proximity marketing. “Il traffico registrato dai clienti di Fanplayr ha subito un’accelerazione incredibile che può essere comparata in termini di crescita solamente a quella registrata nei periodi del Black Friday e del periodo prenatalizio. Questa accelerazione ha favorito particolarmente le aziende che si sono trovate pronte ad affrontare tale cambiamento con gli strumenti adatti offerti dalla nostra piattaforma commenta Enrico Quaroni, VP Global Sales di Fanplayr. Grazie all’utilizzo della piattaforma di Fanplayr basata sulla personalizzazione che consente un ingaggio fondato sui behavioral data, i nostri clienti si stanno assicurando un aumento del traffico dati, che è destinato ad aumentare e rimanere costante in un periodo di lunga durata. Lo scenario che è andato a crearsi ha favorito una crescita del settore che solitamente si può prevedere in un decennio su tutti i verticali, compreso il settore finanziario.” “Il ripensamento dei modelli di vendita ha portato vantaggi non solo a coloro che già erano soliti utilizzare tali strumenti, ma anche a coloro che si sono approcciati a queste soluzioni per riuscire a soddisfare efficacemente le nuove necessità derivate dall’emergenza COVID-19. Anche lato utente, chi ha scoperto questi nuovi canali, difficilmente tornerà indietro, soprattutto se continuerà ad avere un’esperienza d’acquisto soddisfacente. Siamo quindi davanti a una reale svolta nelle abitudini di vendita e di acquisto che va sfruttata in modo intelligente dai retailer di tutti i settori che ne possono trarre grande beneficio”, ha concluso Quaroni.     Fonte: BitMat.it

Covid-19 e sicurezza sul lavoro, le responsabilità (anche penali) del datore di lavoro

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Se il contagio da COVID-19 avviene in azienda, è un infortunio sul lavoro, con conseguenze penali. Consigli pratici per proteggere i lavoratori. Inizia la “fase 2”. Le aziende riaprono, gradualmente, ma il rischio contagio da Covid-19 resta. Solo un approccio prudenziale e sistematico potrà impedire un nuovo lock-down generale o, più semplicemente, il rischio di una forzata sospensione dell’attività nella propria azienda. Parlando con chi si occupa di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, abituato da tempo alla valutazione dei singoli rischi ed all’applicazione di azioni preventive, emerge una situazione molto favorevole, purché non si abbassi la guardia. Il contagio è un infortunio Il contagio da COVID-19 rientra nella categoria degli infortuni sul lavoro: “la causa virulenta è equiparata a quella violenta“, si legge dalla circolare INAIL n. 13 del 3 Aprile 2020. Certo, non vi è alcun automatismo nel qualificare ogni contagio come infortunio sul lavoro, ma su questo l’INAIL si è espressa con sufficiente chiarezza: per gli operatori ad alto rischio (segnatamente, gli operatori sanitari) prevale la presunzione semplice di origine professionale, estesa agli ausiliari sanitari, operatori di front-office, addetti alle vendite da banco. per altre professioni, la presunzione è opposta, pertanto sarà necessario un accertamento medico-legale sulle cause del contagio, con le procedure ordinarie, valutando i seguenti elementi: epidemiologico, clinico, anamnestico e circostanziale. Quali le conseguenze? Quali sono le conseguenze dell’eventuale identificazione del contagio da COVID-19 come infortunio sul lavoro? Sicuramente il datore di lavoro può essere responsabile, anche penalmente, di un infortunio, se non dimostra di aver adottato le misure di prevenzione, la valutazione corretta del rischio, la formazione ed il controllo. Inoltre dando per scontato che, in generale, la tutela della salute delle persone sia obiettivo primario ed imprescindibile, vediamo anche degli aspetti pratici. L’imprenditore deve, principalmente, prendere coscienza della circostanza che il rischio esista. Quindi, quotidianamente, dovrà affrontare l’eventualità che i suoi dipendenti possano essere collocati in quarantena. Ma, pure, che il contagio possa diffondersi rapidamente negli ambienti di lavoro dell’azienda. Quindi, l’imprenditore deve partire dal presupposto che l’attività dell’azienda, appena ripresa con l’inizio della Fase 2, possa di nuovo interrompersi o sia costretta ad un fermo, parziale o totale, nel caso in cui si verifichi internamente una diffusione del contagio. Valutazione dei rischi, non burocrazia L’aggiornamento del documento di valutazione dei rischi, il dialogo costante con il medico competente e con il servizio di prevenzione e protezione (interno o esterno), l’adozione di protocolli e di dispositivi, quindi, non sono più un mero “adeguamento alla normativa”. Ma diventano azioni indispensabili di livello strategico-aziendale. Soffermiamoci sul protocollo di prevenzione. Non è da considerarsi un adempimento formale, ma un vero e proprio documento strategico. Ecco le nostre prime indicazioni. Il protocollo deve essere chiaro, comprensibile ai lavoratori, strutturato in sezioni ed argomenti che ne permettano una lettura guidata ed efficace; Deve essere spiegato, distribuito, esposto a tutte le persone che interagiscono con la nostra organizzazione: dipendenti, ma anche fornitori o visitatori in genere; Deve contenere le istruzioni per l’utilizzo degli strumenti di protezione, eventuale rilevamento della temperatura corporea, garantendo quindi l’efficacia degli strumenti stessi; Deve prevedere che i dati delle persone siano tutelati e protetti (il GDPR ed il Codice della Privacy non sono sospesi); Deve contemplare tutti gli ambiti di lavoro: in sede, in mobilità, in smartworking ed in telelavoro; Deve prevedere dei piani temporali di attivazione graduale delle attività; Deve essere concretamente applicabile: quindi ogni indicazione, obbligo o processo deve essere valutato ed adattato alla propria realtà; Deve essere costantemente aggiornato, perché può essere modificato in funzione delle necessità che emergono durante la sua applicazione. Smartworking contro il virus Parlando di strategie aziendali e Covid-19, non possiamo infine trascurare l’adozione delle forme di lavoro agile (smartworking) in tutte le situazioni in cui esso sia applicabile e possibile. Mai come ora questa moderna modalità di lavoro risulta strategica, ma vale la pena di renderla strategica in modo strutturale per l’impresa, anche per il post-emergenza. Se, ad oggi, il primo vantaggio del lavoro agile è quello di contenere il numero di presenze in azienda ai fini di ridurre il rischio di contagio, nella sua natura ordinaria lo smartworking si inserisce nelle scelte strategiche aziendali finalizzate all’efficienza, alla dinamicità, alla flessibilità ed al welfare. E’ quindi il momento giusto per andare oltre, per trasformare la reazione al momento di emergenza in piano più ampio di sviluppo. La parola chiave è “compliance”: l’armonizzazione di modelli organizzativi, processi, regole, obiettivi, in un sistema virtuoso, nel quale c’è anche posto per una gestione consapevole dell’emergenza e del post-emergenza. a cura di Lodovico Mabini e Marco Longoni – LMTeam     Fonte: BitMat.it

Sicurezza informatica e Pandemia: cosa hanno in comune?

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Come applicare le lezioni della pandemia COVID-19 al mondo della sicurezza IT? Il mondo reale è fragile ed è inquietante vedere come un virus possa impattare in maniera così profonda e significativa. Anche il mondo digitale lo è, come ci hanno dimostrato i recenti cyber attacchi. Non è un caso che alcuni dei termini che usiamo per descrivere le minacce alla sicurezza informatica siano tratti dal settore biologico, come ad esempio “virus” e “infezioni”. Le somiglianze sono notevoli. Come applicare quindi le lezioni della pandemia COVID-19 al mondo della sicurezza Informatica? Il virus come metafora Il Coronavirus, come molti virus informatici, è stato un attacco zero day. Non c’è stato alcun preavviso, nessuna epidemia di minore entità che potesse essere contenuta prima di proliferare. Poi si è diffuso rapidamente, senza alcuna mitigazione, causando danni enormi. Si è propagato di nascosto, infettando molti individui prima di mostrare i sintomi. Il Coronavirus viene trasmesso dai singoli quando interagiscono di persona, imitando la diffusione di virus informatici all’interno di una rete. Tutti attributi che rispecchiano alcune tipologie di malware. Come osserva il mio collega Ryan Olson: “I virus informatici scrivono nuovo codice in un altro file eseguibile e modificano il punto di ingresso per avviarne l’esecuzione e opera in modo quasi identico a un virus biologico che non può vivere da solo e deve attaccarsi a una cellula ospite per sopravvivere e riprodursi”. Un’altra importante somiglianza è la necessità di un vaccino. Le classiche soluzioni antivirus funzionano in modo simile a quello in cui il nostro sistema immunitario respinge i virus. Contengono una piccola parte del virus e creano file per identificare quelli infetti da virus. Il sistema immunitario fa lo stesso, salvando una piccola parte del virus e usandolo per identificare le cellule infette e distruggerle. Anche se probabilmente è più facile e veloce creare una mitigazione nel mondo cibernetico rispetto a quello biologico, un virus informatico può diffondersi molto più velocemente grazie alla connettività. Prevenzione e risposta Nel mondo reale, tutti noi avremmo potuto essere meglio preparati, con attrezzature critiche adeguate come mascherine e ventilatori. Ma pochi paesi erano disposti ad accettare un modello di rischio per qualcosa che sembrava così lontano e astratto. Una lezione che possiamo trarre però è che dobbiamo essere preparati per l’inimmaginabile in materia di sicurezza informatica nello stesso modo in cui avremmo dovuto essere preparati per questa pandemia. Un’altra lezione è quella della mitigazione. L’adozione di un modello di sicurezza Zero Trust è la chiave per la prevenzione. Con un approccio di questo tipo si definisce ciò che è più critico da proteggere, come si farebbe con un virus. Nella cybersecurity è possibile utilizzare la segmentazione per stabilire dei controlli intorno alle risorse chiave e utilizzare politiche per limitare la capacità del malware o degli attacchi zero-day di entrare in quell’ambiente. La segmentazione mantiene i dati sensibili e gli asset separati di modo che un’infezione non si diffonda. L’approccio è simile a quello che del distanziamento sociale e all’uso di mascherine per limitarne la diffusione. E proprio come nel mondo biologico, anche nel cyberspazio si può fare prevenzione bidirezionale, impedendo alle infezioni di entrare e uscire. La metafora si estende ancora di più. Con le metodologie Zero Trust fate i tamponi, isolate e mettete in quarantena le persone in tempo reale, prima che l’infezione entri nel sistema e infetti altri. A cura Di John Kindervag, Field Chief Technology Officer di Palo Alto Networks.     Fonte: BitMat.it

Come gestire e difendere le nostre password?

gmail spy

Panda Security fornisce alcuni consigli su come proteggere al meglio le nostre password dagli attacchi degli hacker.   Con la pandemia che ha visto esplodere gli acquisti online della GDO, toccando picchi di +80% rispetto allo scorso anno (fonte Nielsen), le registrazioni a piattaforme di entertainment (Netflix, Spotify, etc…), ma anche la richiesta di servizi istituzionali digitali tramite SPID con un raddoppio delle identità digitali erogate rispetto allo scorso anno (fonte AGid) si intuisce come le password che gli italiani sono chiamati a gestire siano cresciute in maniera importante. Come gestire e difendere le nostre password quindi? Ogni giorno di più dobbiamo destreggiarci fra decine di account di app, negozi online, social network e siti di vario genere, ognuno dei quali prevede un protocollo di sicurezza incentrato sulle password. Per questo dobbiamo ringraziare, specialmente nella giornata del World Password Day, Fernando Corbatò, professore emerito di informatica del Massachusetts Institute of Technology (Mit), ed il suo lavoro sul time-sharing che portò alla creazione del personal computer con relativa password di accesso, risalente al 1964. Difficile che il professore potesse all’epoca immaginare il numero di password che un giorno avremmo inserito in un dispositivo. Proprio per amministrare e rendere sicure numerose credenziali che sono nati i “password manager”, programmi che permettono di memorizzare nomi utente, password, dati di carte di credito e altre informazioni sensibili proteggendo il tutto a loro volta con una password. Esistono ormai diversi software, gratuiti o a pagamento, che sono in grado di esaudire tutte le necessità degli utenti. Ciononostante, la propensione alla convenienza o la mancata conoscenza di questi tool portano la maggioranza degli utenti a salvare le credenziali direttamente nel browser usufruendo dei password manager integrati. Questi sistemi sono affetti da problematiche di sicurezza che consentono ad un cyber criminale di attingere direttamente dalla workstation di un singolo utente, sfruttando le password usate per i social media e/o altre credenziali memorizzate sul dispositivo. Ma quali sono i principali attacchi per sottrarre le password e in quali modi è possibile difendersi? Panda Security ha voluto descrivere le diverse modalità in cui un cybercriminale può rubare o scoprire una password, oltre a consigliarvi come gestire e difendere le nostre password. Password alfanumeriche – Attacchi di “forza bruta” Esistono software che testano migliaia di combinazioni diverse per indovinare una password alfanumerica. Dal momento che sono alfanumeriche le password più utilizzate e le più facili da scoprire (la più diffusa è ancora “123456”), gli attacchi di “forza bruta” rappresentano un metodo tuttora efficace per impossessarsi di informazioni personali. Non solo elementari serie numeriche ma anche date di nascita sono facilmente smascherabili. I software di ricerca delle password come Brutus, RainbowCrack e Wfuzz e possono essere reperiti gratuitamente dalla rete. Ovviamente password lunghe e complesse costringono gli hacker ad impiegare altri metodi. Attacchi “a dizionario” I software di attacco “a dizionario” utilizzano un elenco prestabilito di termini, provando varie combinazioni e variazioni delle parole.  Gli elenchi spesso vengono arricchiti con password rubate, reperite tramite il deep web, e non utilizzate per attaccare ma per determinare le password più utilizzate. Approfittano della prevedibilità umana per restringere le ricerche e indirizzare più precisamente i loro attacchi. Questa pratica è diffusa anche tra aziende legali che acquistano password rubate per cercare di proteggere le informazioni dei propri clienti. Sono, inoltre, consultabili online dei database che  valutano l’efficacia delle password confrontandole con una “lista nera” di password non accettabili. Attacchi mediante monitoraggio del Wi-Fi Una rete Wi-Fi pubblica potrebbe fare da tramite per un cybercriminale nel rubare delle credenziali. Esistono dei software in grado di segnalare uno o più utenti connessi ad un Wi-Fi pubblico, l’hacker così può intercettare password, comunicazioni e i dati trasmessi. Attacchi di phishing L’utilizzo di e-mail e siti web fraudolenti per rubare le password forse è la forma più nota di attacco. La maggior parte dei phishing consiste nell’invio di un’e-mail che sembra provenire da un’organizzazione reale e legittima, ad esempio una banca, una piattaforma online o un ente pubblico. Queste e-mail contengono un allegato da scaricare o un link a un sito web falso in cui viene richiesto di eseguire l’accesso con le proprie credenziali così da poterle rubare. Queste sono solamente alcune delle tipologie più frequenti di attacco. Per la gestione e la sicurezza delle proprie credenziali, Panda security consiglia l’utilizzo di Password Manager dedicati. I password manager dedicati sono una buona opzione se si parla di uso personale e possono aiutare a migliorare la sicurezza dei dispositivi e delle informazioni digitali. Questi consentono di salvare, generare e aggiornare tutte le password in una posizione crittografata protetta da un’unica password primaria (o da altri metodi: file key o altro ancora). Inoltre, non essendo esposti direttamente alla rete, sono molto più difficili da raggiungere da attacchi esterni. Queste risorse sono molto utilizzate da utenti privati e/o aziende anche se, come la maggior parte delle tecnologie, non garantiscono la totale prevenzione da rischi: rappresentano, però, sicuramente la migliore soluzione di difesa esistente. Capire come gestire e difendere le nostre password al meglio risulta quindi un’ottima strategia contro i cybercriminali     Fonte: BitMat.it