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Migliorare la sicurezza mobile: cosa c’è da sapere?

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Ecco alcuni consigli per rendere più efficace possibile la propria sicurezza mobile. Il crescente bisogno di mobilità dei dati e l’utilizzo dei dispositivi aziendali rende vitale per le imprese l’implementazione di strategie di cybersecurity adeguate ai nuovi scenari e alle nuove sfide. Con la mobilità dei dati e dei dispositivi, che diventano sempre più fondamentali per raggiungere il successo, la realtà per le aziende è cambiata sostanzialmente. Tuttavia, questo panorama presenta numerosi rischi a livello di sicurezza informatica sopratutto relativi alla sicurezza mobile. Secondo il Cybersecurity Report 2020 di Check Point® Software Technologies Ltd. quasi il 30% delle aziende soffre di attacchi informatici generati dalla compromissione della sicurezza di un dispositivo mobile. Poiché i dispositivi mobile sono ora così intrinsecamente legati alle reti aziendali, una violazione della sicurezza via mobile può avere un impatto devastante sull’intera infrastruttura IT di un’azienda, portando a interruzioni nell’attività e alla perdita di credibilità a livello di business e di brand. Per evitare potenziali violazioni della sicurezza, di seguito alcuni consigli mirarti per le aziende, da prendere in considerazione. Richiedere l’autenticazione dell’utente: è importante stabilire misure di sicurezza come il blocco schermo tramite password o l’autenticazione biometrica integrata. Questo limita l’accesso non autorizzato e costituisce una prima barriera che mantiene protette le informazioni presenti sul cellulare. Crittografare i dati sui dispositivi mobili: la crittografia dei dati è una soluzione fondamentale per proteggere sia le informazioni memorizzate sui dispositivi che le informazioni che vengono inviate. Senza la chiave di decodifica, gli utenti non autorizzati non potranno accedere ai dati. Da considerare anche la VPN, in quanto in grado di fornire una connessione sicura a Internet attraverso l’utilizzo di server privati in località remote. Tutti i dati che viaggiano tra il proprio dispositivo e il server VPN sono crittografati in modo sicuro. Mantenere aggiornati il sistema operativo e le applicazioni: eseguire sempre gli aggiornamenti per assicurarsi di avere l’ultima versione disponibile del sistema operativo per il proprio dispositivo, dei programmi e delle applicazioni installate su di esso, è di vitale importanza. I nuovi aggiornamenti solitamente includono, infatti, le ultime e più recenti correzioni a livello di sicurezza. Evitare il collegamento a reti Wi-Fi pubbliche: questi tipi di connessione non sono protetti e rappresentano un rischio molto elevato per i dati aziendali, poiché vengono facilmente hackerati attraverso attacchi di tipo Man-in-the-Middle. È quindi importante disattivare la funzionalità “collegamento automatico” sul proprio dispositivo mobile. Limitare il download di applicazioni alle sole fonti affidabili: il download e l’installazione di qualsiasi tipo di programma proveniente da fonti terze può rappresentare un serio rischio per la privacy delle informazioni aziendali, così come per l’integrità del dispositivo stesso. Non dimenticate di fare il backup: in caso di violazione di un dispositivo mobile, di un attacco di un malware che rende i dati inaccessibili, o semplicemente nel caso in cui un dispositivo venga perso o rubato, l’impatto della perdita dei dati dovrebbe essere ridotto al minimo avendo accesso al backup aggiornato altrove. È, dunque, importante rendere automatici i backup dei dispositivi mobile, come parte della routine di sicurezza IT. Attivare l’accesso remoto ai dati e la loro cancellazione: la possibilità di furto o perdita di un dispositivo rende importante disporre di strumenti di accesso per bloccarlo e perfino per cancellare a distanza i dati in esso contenuti. In questo modo si impedisce l’accesso indesiderato a informazioni aziendali sensibili. Precauzioni contro il mobile phishing: il Brand Phishing Report di Check Point evidenzia come i telefoni cellulari siano il bersaglio preferito dei criminali informatici, poiché il 23% degli attacchi di questo tipo nel primo trimestre dell’anno sono stati indirizzati proprio contro gli smartphone. Risulta necessario, dunque, evitare di cliccare su link o file sospetti che potrebbero far scattare il download di malware. Naviga solo su siti web sicuri: quando si visita un sito web da un dispositivo mobile, bisogna assicurarsi che questo sia protetto da un certificato di sicurezza SSL (verificare la presenza della dicitura HTTPS prima del nome del dominio), che cripta i dati dell’utente. Condurre controlli di sicurezza sui dispositivi mobile: è importante verificare periodicamente lo “stato di salute” dei dispositivi mobile per individuarne le vulnerabilità e le falle nella sicurezza che possono rappresentare un rischio per l’intera rete aziendale. “Mentre le aziende devono adattarsi alle nuove realtà che guidano la connettività e la mobilità dei dati, è essenziale che siano consapevoli delle sfide che questo comporta per la sicurezza delle informazioni aziendali”, Pierluigi Torriani, Security Engineering Manager. “Dato il numero crescente di dispositivi collegati alle reti aziendali, le organizzazioni dovrebbero adottare una strategia di cybersecurity basata sulla prevenzione delle minacce, che possa proteggere, su diversa scala, un numero maggiore di dispositivi e punti di connessione.” Fornire ai dipendenti l’accesso a importanti informazioni aziendali tramite dispositivi mobile incrementa la produttività, ma espone anche le aziende e le loro reti a rischi significativi. Molte organizzazioni cercano erroneamente di risolvere questo problema adottando soluzioni di gestione endpoint, che scoprono ben presto essere un approccio inefficace contro le sofisticate minacce zero-day.     Fonte: BitMat.it

Quanto conta l’elemento cultura in un team di sicurezza?

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L’allineamento delle persone all’interno dell’azienda ne determinerà il successo nel lungo periodo. Avere il giusto livello di cultura nel proprio team di sicurezza è probabilmente il fattore più importante di successo. La scelta delle soluzioni può fare una grande differenza, ma l’allineamento delle persone all’interno dell’azienda ne determinerà il successo nel lungo periodo. Nonostante si dedichi grande attenzione alla tecnologia, un programma di sicurezza efficace è spesso basato più sulla cultura e sulla dinamica aziendale. La tecnologia è solitamente il fattore più semplice del problema. Il resto riguarda le criticità aziendali, le motivazioni personali e chi guida il team. Che cosa provoca le situazioni critiche – comportamenti intenzionali o fortuiti? La scarsa cultura può dipendere da diversi fattori. Il più importante è il disallineamento tra il punto di vista e la percezione dei manager e quello che i team di sicurezza ritengono sia di loro competenza. Se il team è focalizzato sull’ottenimento di standard di qualità elevati mentre i manager si concentrano sulla riduzione dei costi o solo sulla conformità, è chiaro che nel tempo si presenteranno dei problemi. Questo può creare dei malumori e degli equivoci su come il team vede se stesso e i propri obiettivi. Un altro fattore di rischio risiede nella mancanza di comunicazione tra il team di sicurezza e gli altri reparti dell’azienda. Alcune divisioni devono collaborare per ovvi motivi – Operations e sviluppo software, ad esempio -, ma c’è comunicazione con HR, Legal o Customer service? L’ideale sarebbe impostare regole basate sulle esigenze, su ciò che serve per la collaborazione e sul modo in cui il team di sicurezza coinvolgerà il resto dell’azienda. Se non si cambia mentalità e non si opta per la collaborazione tra i diversi reparti, arriverà il momento in cui il meccanismo si incepperà. Quali sono i segnali che indicano un livello di cultura insufficiente? Per un team di sicurezza potrebbe essere difficile cogliere questi segnali, poiché di solito valuta solo la bontà del proprio operato. Ma se, ad esempio, l’impostazione è quella di risolvere i problemi via via che si presentano, di certo esiste un problema di cultura. Concentrarsi su problemi tecnici interni, mentre l’azienda ha la necessità di proteggersi da rischi esterni per espandere il proprio business online, può creare una discrepanza difficile da individuare e, senza il giusto approccio culturale, difficile da risolvere in meno di 6-12 mesi. Prendiamo ad esempio DevSecOps: i team di DevOps considerano i processi e i controlli di sicurezza controproducenti se non esiste collaborazione tra i reparti. Infatti ritengono dannoso l’approccio di “sbattere il codice appena sviluppato contro un muro”; eppure questo è un approccio che i team di sicurezza adottano frequentemente. Ciò è frutto di una mentalità che si basa solo sul prodotto, quando in realtà il problema è la mancanza di supporto e di follow-up per assicurarsi che gli strumenti vengano correttamente utilizzati. Un altro segnale arriva da quei team di sicurezza che si limitano a considerare i problemi come puramente tecnologici. Di certo non è la stessa mentalità adottata dalla maggior parte dei team aziendali, che invece pongono maggiore attenzione al bilancio o alle previsioni di business. Per non incorrere in problemi è fondamentale un coinvolgimento dei team di sicurezza in tutte le tematiche d’interesse per l’azienda, in modo che siano tutti sulla stessa lunghezza d’onda. Che cosa può fare la differenza? Per i Chief Information Security Officer è essenziale comprendere la psicologia, l’impatto culturale che le loro decisioni possono produrre, e la loro componente emotiva. La maggior parte delle sfide che si affrontano per promuovere iniziative hanno alla base l’incapacità di cogliere i fattori umani in gioco. C’è bisogno di assumere le persone giuste e di capire chi ha capacità di crescita. Includendo la diversità, varietà di pensiero, approccio e opinioni. Questo dà un valore aggiunto al dibattito e, in ultima analisi, migliora l’approccio dei team di sicurezza. Il team giusto opera da complemento per l’azienda e il suo riconoscimento può fare una grande differenza sia nel coinvolgimento che nel modo di lavorare. Tanto per citare un esempio, anni fa abbiamo lavorato per un’azienda molto seria, in cui l’input era di basarsi su fatti e cifre. Il progetto di sicurezza che abbiamo presentato, invece, si basava sull’umorismo ed era presentato da un attore comico. Questo ha portato a un coinvolgimento molto più elevato in tutta l’azienda creando una forte fidelizzazione con i dipendenti. Ne parlano ancora… Consigli su come approcciare il problema ed esempi pratici Il suggerimento è quello di cercare di capire la differenza tra culture e come queste comunicano, e di capire il senso profondo di ciò che viene detto. Un buon esempio pratico riguarda uno dei nostri team negli Stati Uniti che lavorava con un team in Australia. Il team australiano spesso rispondeva in modo ambiguo, e non era chiaro per il team USA se la risposta fosse positiva o negativa. Chris Voss di Black Swan Group è un ex mediatore dell’FBI, e spiega che ci sono tre modi per dire di sì – il sì di conferma, che vale solo come presa visione, il falso sì, che significa che non si darà seguito alla risposta e il sì dell’impegno, che implica un reale coinvolgimento. Nel suo libro spiega che siamo condizionati dall’ottenere una risposta positiva. Ma stiamo ottenendo il tipo di “sì” utile? In realtà, piuttosto di un “sì” inutile, sarebbe meglio ottenere un “No”, perché ciò consentirebbe di affrontare il problema e di lavorare per risolverlo. Tempo fa abbiamo lavorato in outsourcing e in diversi continenti. Abbiamo raccolto tutti i punti di vista dei vari team, spiegandone chiaramente il significato. Tutti erano allineati grazie alle direttive e indicazioni comuni che avevamo fornito. In sostanza i CISO possono avere un maggiore impatto sulla cultura della sicurezza attraverso la comprensione delle relazioni con i propri clienti. È importante anche l’approccio interno all’azienda: anche se potremmo ritenere di non avere un vero cliente, la realtà è che tutti noi abbiamo clienti interni da servire e supportare. Questo approccio prevede l’instaurazione di un reciproco rapporto di

Gli hacker non vanno in vacanza: suggerimenti per proteggere i tuoi dati

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Ecco una serie di suggerimenti da mettere in atto per rimanere il più possibile protetti dagli attacchi informatici degli hacker. Durante il periodo di emergenza lo smart working è entrato a far parte della vita quotidiana delle persone. Il recente rapporto Istat segnala che l’introduzione del lavoro a distanza ha coinvolto un quarto delle imprese italiane, con percentuali che vanno dal 18,3% per le micro imprese (3-9 addetti) al 37,2% delle piccole (10-49 addetti), mentre tra le aziende di dimensione media (50-249 addetti) e grande (250 addetti e oltre) è stata adottata nel 73,1 e nel 90% dei casi. Con il periodo estivo alle porte può capitare che si debba rispondere a email urgenti da luoghi che potrebbero esporre il computer a pericolose minacce informatiche. Gli attacchi informatici sono in continua evoluzione e sempre più sofisticati: solo le soluzioni aziendali più avanzate sono in grado di tutelarci ma è buona norma seguire alcuni semplici passaggi per proteggere i propri dati in modo efficace. Ecco alcuni semplici consigli da tenere presente per non esporsi a rischi inutili. Dispositivi sempre aggiornati: non importa quale dispositivo o quale sistema operativo utilizzi, controlla e applica sempre gli aggiornamenti più recenti. Ad ogni update la software house risolve i bug presenti nella versione precedente e, aggiornando il sistema operativo, il dispositivo che utilizzi è protetto dai più recenti virus informatici e malware. Le connessioni VPN: collegati sempre ad una VPN (Virtual Private Network) se devi scrivere o rispondere ad una email dal tuo dispositivo utilizzando una rete esterna a quella aziendale. In questo modo il tuo computer si comporterà proprio come se fosse collegato alla rete aziendale. Chiedi al responsabile IT di configurarti sul tuo computer una connessione VPN. Il backup non è un piano B: il backup è parte integrante della sicurezza. Assicurati che i dati che ti serviranno per lavorare da remoto siano archiviati sulla rete aziendale. Se sei un libero professionista o uno studente, fai un backup completo sia su un hard disk esterno e che su uno dei più comuni sistemi di backup su cloud. Le reti Wi-Fi pubbliche sono comode, ma anche pericolose: non puoi fidarti al 100% di una rete Wi-Fi accessibile pubblicamente. Il rischio è che a quella stessa rete si connetta un hacker o un dispositivo già infetto in grado di raggiungere il tuo computer. Se devi rispondere a una email di lavoro e non sei a casa, è sempre raccomandato usare una rete VPN o piuttosto utilizzare il tuo smartphone e la sua rete dati mobile. Non leggere o inviare mai email o dati da un dispositivo pubblico: è sempre raccomandato non usare dispositivi che non siano quelli aziendali. Non leggere o mandare mai email e documenti da computer presenti in luoghi pubblici: non puoi essere sicuro al 100% che siano protetti adeguatamente. Prestare attenzione alle comunicazioni ricevute. Le campagne di attacco sono in continua evoluzione e il social engineering è uno strumento spesso utilizzato per indurre le potenziali vittime a cliccare su un nuovo link o ad aprire un allegato apparentemente innocuo. Qualsiasi iniziativa che susciti una risposta immediata da parte della vittima, evitando una riflessione critica sull’autenticità del messaggio, fornisce al criminale informatico più possibilità di ingannare la vittima e farla così cedere all’attacco. Poniamo sempre grande attenzione a messaggi email, SMS e WhatsApp, in particolare se utilizziamo dispositivi mobili. Gli account aziendali esistono per un valido motivo: le policy delle aziende precisano che tutte le comunicazioni di lavoro devono avvenire tramite gli account aziendali. Sono davvero tanti i casi in cui le persone hanno causato danni all’azienda per cui lavorano soltanto perché hanno usato l’account email privato per comunicare. Ricorda che l’email è il mezzo più diffuso con cui un virus può entrare in un dispositivo. I dati sensibili non sono per tutti: questa regola è da ricordare ogni volta che ci accingiamo a scrivere un messaggio. Facciamo sempre molta attenzione a quei messaggi che chiedono informazioni sensibili come, ad esempio, dati bancari e password di accesso: controlla sempre il mittente e il dominio dell’email che hai ricevuto. Se hai anche solo il minimo dubbio, è meglio non rispondere. Piuttosto fai una telefonata per fare una verifica ulteriore. Due livelli di protezione sono meglio di uno. Utilizzare, ove possibile, un’autenticazione a più fattori. L’autenticazione a multi fattore è in grado di bloccare l’accesso in caso una password venga compromessa da un attacco di phishing o quando un malintenzionato tenta di accedere a un sistema non consentito. E le aziende? Ecco alcuni consigli per le aziende e per i responsabili IT Prima di tutto è essenziale utilizzare una soluzione che sia in grado di proteggere le comunicazioni via email. Anche il secure internet gateway è un’opzione da prendere in considerazione: in questo modo la sicurezza è gestita direttamente in cloud ed è possibile garantire protezione anche quando i dipendenti operano al di fuori della rete aziendale. Anche le soluzioni per la gestione delle identità e di protezione avanzata degli endpoint sono una scelta efficace: in questo modo è possibile tenere sotto controllo chi, quando, dove, da quali dispositivi e da dove si accede. Inoltre, sarà possibile bloccare in modo automatico eventuali software infetti ed avere così sempre sotto controllo la rete aziendale. Le aziende e i responsabili IT possono inoltre fare affidamento sui servizi di Threat Intelligence che è in grado di monitorare in tempo reale tutte le minacce informatiche nel mondo e fornire alle aziende tutti gli strumenti necessari per rimanere aggiornati e protetti dai nuovi malware.     Fonte: BitMat.it

Sicurezza, boom di crimini informatici a giugno

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Collegata al Coronavirus la maggior parte degli attacchi segnalati. Anche dopo la ripartenza, le conseguenze dell’emergenza sanitaria sulla sicurezza informatica in Italia si confermano serie. Stando a quanto risulta dal secondo rapporto elaborato dall’Osservatorio sulla Cybersecurity di Exprivia, giugno è stato il mese in cui dall’inizio dell’anno si sono verificati la maggior parte di crimini informatici, incidenti e violazioni della privacy a danno di aziende, privati e PA. Analizzando 40 fonti di informazione pubbliche è risultato che tra il primo trimestre dell’anno (quando gli attacchi erano stati 47) e il secondo (ben 171) l’incremento è stato superiore al 250% con un picco nel mese di giugno (ben 86 attacchi); complici l’incremento dello smart working, una maggiore connessione ai social network durante l’emergenza e la riapertura delle industrie subito dopo il lockdown. La maggior parte degli attacchi sono da mettere in relazione all’emergenza Coronavirus e oltre il 60% degli episodi ha provocato come danno il furto dei dati con una crescita a tripla cifra rispetto al primo trimestre (+ 361%), superando di gran lunga sia le violazioni della privacy (11% dei casi) che le perdite di denaro (7%). E gli esperti di Exprivia pongono l’accento sull’elevato rischio che stanno correndo i sistemi di videosorveglianza presi di mira dagli hacker, che già nel primo trimestre hanno messo a punto un pericoloso attacco con il malware MIRAI. “In questo periodo diversi siti illegali – afferma Domenico Raguseo, direttore Cybersecurity Exprivia – hanno sfruttato termini come ‘Corona Antivirus’ e simili per introdurre software malevoli nei computer delle vittime, compromettendone il funzionamento. Il cybercrime ha trovato terreno fertile soprattutto a causa di una diffusa mancanza di cultura digitale, anche nei singoli cittadini, e dell’inadeguatezza con cui aziende ed enti pubblici proteggono dati sensibili e sistemi informatici. Prevediamo anche che nei prossimi mesi corrano un rischio elevato di attacchi anche i sistemi di videosorveglianza e i dispositivi IoT collegati a Internet che non vengono protetti adeguatamente, facilitando accessi illegittimi”. Dal secondo report dell’Osservatorio di Exprivia, promotrice di nuovi corsi di formazione nell’ambito della sicurezza informatica sia per professionisti aziendali che per utenti privati, si evince inoltre che nel secondo trimestre in Italia sono cresciuti del 700% gli attacchi di matrice ‘hacktivistica’, ossia pratiche di azione digitale in stile hacker, un fenomeno emergente spesso collegato a campagne internazionali su temi di grande attualità come “black-lives-matter” e “revenge-porn”. Quadruplicano, inoltre, le truffe tramite tecniche di phishing e social engineering (+307% rispetto al primo trimestre, oltre il 37% dei casi), che ingannano l’utente facendo leva su messaggi “esca” via e-mail o su tecniche subdole tramite social network per carpire dati finanziari (il numero di conto corrente o della carta di credito) oppure rubare i codici di accesso ai servizi a cui la persona è abbonata. Anche nel secondo trimestre dell’anno resta ancora sconosciuta la modalità di attacco informatico in oltre il 30% dei casi (53 attacchi in più nel secondo trimestre), evidenziando così l’impellente necessità di elaborare adeguati sistemi di protezione. Il 17% degli attacchi, invece, è avvenuto tramite malware – software o programmi informatici malevoli – che hanno sfruttato il Coronavirus per attirare l’attenzione degli utenti. Tra questi il programma “Corona Antivirus” o “Covid 9 Antivirus”, un malware che permette ai criminali informatici di connettersi al computer delle vittime e spiarne il contenuto, rubare informazioni o utilizzarlo come vettore per ulteriori attacchi. E ancora “CovidLock”, un ransomware – tipologia di malware che rende un sistema inutilizzabile esigendo il pagamento di un riscatto per ripristinarlo – che prende di mira gli smartphone Android quando si cerca di scaricare un’app di aggiornamenti sulla diffusione del Coronavirus. Nel secondo trimestre dell’anno il 26% delle campagne criminali sono state indirizzate verso settori non classificabili e ben il 18% ha riguardato settori multipli; a seguire, tra gli ambiti individuati che hanno ricevuto più attacchi, quello della Pubblica Amministrazione e del Cloud (circa il 10% ciascuno sul totale), le cui piattaforme, anche dopo il lockdown, continuano a risentire dello stress per il lavoro da remoto. I settori Finance ed Education rimangono ancora nella lista degli ambiti più vulnerabili (in particolare a giugno università e scuole impegnate con gli esami), ma si registra una new entry per il settore Industria che a giugno segna un picco di attacchi evidentemente collegato alle riaperture di molte fabbriche dopo il periodo di emergenza. Altre indicazioni e dati utili sono contenuti nel report dell’Osservatorio sulla Cybersecurity di Exprivia scaricabile da qui, dove si può accedere anche all’elenco dei corsi organizzati per la formazione nell’ambito della sicurezza informatica.   Fonte: BitMat.it

Qualità di vita digitale: Italia ventesima al mondo

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Il nostro paese eccelle per costi di accesso a internet e sicurezza informatica. Male qualità di connessione e infrastrutture. L’edizione 2020 della ricerca di Surfshark sulla qualità della vita digitale (DQL) colloca l’Italia al ventesimo posto su 85 paesi. A livello globale, l’Italia eccelle in termini di costi di accesso a Internet (11°), sicurezza informatica (12°) e servizi di e-government (14°), mentre ottiene risultati mediocri per quanto concerne la qualità della connessione a Internet (41°) e infrastrutture digitali (54°). L’indagine sulla DQL prende in considerazione l’81% della popolazione mondiale e classifica i paesi sulla base di cinque parametri fondamentali, i quali definiscono la qualità complessiva del benessere digitale in tutto il mondo. L’analisi ha mostrato che, nonostante si collochi piuttosto in alto nell’indice DQL finale, l’Italia ha il potenziale per una progressione a livello mondiale qualora si concentri sul miglioramento di determinate aree. In termini di infrastrutture digitali, l’Italia è al pari di paesi con un indice DQL nella media e un PIL pro capite basso, come Bulgaria e Brasile. Inoltre, per quanto riguarda la qualità della connessione ad internet, si classifica appena dietro Cina e Libano, che nell’indice finale occupano rispettivamente la 38° e la 76° posizione. “Il progresso digitale di un paese e le esperienze online delle persone sono strettamente legati al potenziale economico del paese stesso e al benessere generale della sua popolazione. Per dimostrare tale correlazione, abbiamo deciso di proseguire con il nostro progetto di ricerca annuale sulla qualità della vita digitale, appunto per indagare i molteplici fattori che influenzano le esperienze online delle persone, dichiara Dom Dimas, responsabile presso Surfshark della ricerca sulla DQL. L’indice mira a definire lo status quo in termini di preparazione digitale di qualsiasi paese e a stabilire una base comune a tutti da cui far partire ulteriori dibattiti”. 7 dei 10 paesi con il livello di Digital Quality of Life più elevato si trovano in Europa, e sul gradino più alto del podio spicca la Danimarca. Il paese nordeuropeo ha registrato un punteggio di 0,7919 su una scala da zero a uno. Subito dietro la Danimarca vi sono la Svezia e il Canada. Nessuno dei paesi esaminati ha superato la soglia dello 0,8. Ciò dimostra che vi sono margini di miglioramento in tutte le aree digitali. Altre scoperte di rilievo presenti nel rapporto: Fattori come la sicurezza informatica, le infrastrutture digitali e i servizi di e-government hanno una correlazione più significativa con la qualità di vita digitale che con i PIL pro capite. Il prezzo dei servizi gioca un ruolo significativo nel consentire l’accesso a Internet, ma ha una correlazione considerevolmente inferiore con la DQL rispetto agli altri parametri. Elevata disuguaglianza in termini di costi di accesso a Internet: in 3 paesi su 4 le persone devono lavorare più della media mondiale per permettersi Internet. L’epidemia di COVID-19 ha avuto un impatto significativo sulla stabilità delle connessioni Internet. 49 paesi su 85 hanno registrato cali di velocità nella connettività mobile mentre 44 in quella a banda larga, per via dell’enorme numero di persone costretta a lavorare da casa. La ricerca sulla DQL ha esaminato una popolazione totale di oltre 6,3 miliardi di persone sulla base di 12 indicatori correlati tra loro, che hanno cooperato per fornire una misura della qualità della vita digitale complessiva. Lo studio si basa su informazioni open-source fornite dalle Nazioni Unite, dalla Banca mondiale, dalla Freedom House, dalla International Communications Union e da altre fonti. Potrà trovare il rapporto finale sulla qualità della vita digitale per il 2020 e uno strumento di confronto interattivo tra paesi con rapporti a livello delle singole nazioni qui.     Fonte: BitMat.it

UE: imposte per la prima volta sanzioni a cyber attaccanti

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Per la prima volta in assoluto, l’UE ha imposto delle sanzioni contro cyber attaccanti: sei individui e tre organizzazioni, accusate di aver compiuto gli attacchi WannaCry, NotPetya e Cloud Hopper.   Le sanzioni governative imposte includono il divieto di viaggio e il congelamento dei beni. Di seguito la dichiarazione di John Hultquist, Senior Director of Analysis, Mandiant Threat Intelligence, FireEye. “L’Unione Europea ha imposto sanzioni ai danni di più persone e organizzazioni per il loro ruolo in una serie di attacchi e attività di spionaggio informatici. Le sanzioni sono legate agli attacchi NotPetya e al blackout causato in Ucraina dal GRU, nonché a un’attività di spionaggio informatico tentato contro l’OPCW (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche) da parte degli stessi. WannaCry è stato un altro evento distruttivo globale simile a NotPetya basato su ransomware, sebbene sia stato compiuto da agressori nordcoreani. Cloud Hopper è stata una complessa operazione di spionaggio informatico a lungo termine che ha preso di mira i service provider per ottenere così l’accesso a terze parti, queste operazioni sono state effettuate da contractor cinesi che operano per conto del Ministero per la Sicurezza dello Stato. NotPetya e WannaCry sono stati due dei più devastanti attacchi informatici della storia, che hanno causato miliardi di dollari di danni, distruggendo molti sistemi vitali come quelli appartenenti all’NHS (Servizio Sanitario Nazionale) del Regno Unito. Una delle vittime di NotPetya ha subito danni per 1,3 miliardi di dollari. L’attacco NotPetya è stato condotto dagli aggressori del GRU noti come Sandworm, che in precedenza avevano condotto altri due attacchi alla rete dell’Ucraina. Questi stessi aggressori hanno tentato un attacco alle Olimpiadi di Pyeongchang, anche se nessuna dichiarazione governativa ha accusato il Governo Russo per il ruolo nell’incidente. La campagna Cloud Hopper è stata una complessa operazione di raccolta di dati, che aveva lo scopo di reperire informazioni piuttosto che interrompere la fruizione dei sistemi. APT10 ha ottenuto l’accesso a diversi Managed Service Provider come ponte per colpirne i relativi clienti – ovvero le organizzazioni che si erano avvalse a tali fornitori per gestire il loro sistemi IT. La Cina e altri continuano a svolgere questa tipologia di attività, spostandosi verso i fornitori di telecomunicazioni e IT, dove possono così compromettere più organizzazioni e più individui contemporaneamente. Il GRU ha effettuato anche un tentativo di hackerare la rete Wi-Fi dell’OPCW (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche), visitando fisicamente le loro strutture basate all’Aia. L’operazione è stata interrotta ma questa unità è stata coinvolta in operazioni simili in Svizzera, Brasile e Malesia aventi come obiettivo le Olimpiadi. L’utilizzo costante di squadre di persone dell’intelligence ad integrazione degli sforzi per queste compromissioni rende il GRU un avversario particolarmente pericoloso. Le sanzioni possono essere particolarmente efficaci per interrompere questa attività, poiché possono ostacolare la libera circolazione di coloro che lo compongono”.     Fonte:BitMat.it

Cybersecurity: spesa mondiale a 43 miliardi di dollari nel 2020, ma l’effetto Covid non è finito

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Crescono le minacce informatiche globali e con esse gli investimenti in soluzioni di cybersecurity di imprese ed enti pubblici. Si teme l’effetto lockdown nelle economie di molti Paesi, soprattutto nei budget IT, ma il mercato dovrebbe mantenersi in positivo tra +2,5% e +5,6%.   La pandemia di Coronavirus ha comportato per molti di noi un aumento del tempo passato sui nostri dispositivi elettronici connessi in rete e anche del numero stesso di device accesi in casa. Tra smart working, didattica a distanza e intrattenimento, siamo sempre più online e questo ci rende più vulnerabili ai cyber attacchi. Secondo uno studio pubblicato da Leonardo, durante il blocco delle attività e la quarantena, sono state scoperte 230 mila campagne di malspam a tema Covid-19 in tutto il mondo, il 6% lanciate contro l’Italia. Nel nostro Paese, ad esempio, la Polizia Postale ha denunciato un aumento spropositato degli attacchi informatici, stimato attorno al +318% negli ultimi 12 mesi. Uno scenario in continua evoluzione e probabilmente in peggioramento. Per questo motivo anno dopo anno si registra un aumento, anche consistente, degli investimenti in tecnologie e servizi di cyber sicurezza, da parte di imprese, come di amministrazioni pubbliche. Nel nuovo Rapporto di Canalys, si stima che entro la fine dell’anno la spesa in cybersecurity technologies potrebbe arrivare a toccare i 43,1 miliardi di dollari a livello globale (40,8 miliardi nel 2019), con un incremento calcolato attorno al +5,6%. Un dato, però, che i ricercatori si affrettano commentare come “scenario migliore” rispetto a quanto accaduto finora nel 2020. L’epidemia di Covid-19 potrebbe continuare ad impattare negativamente sui piani di investimenti in soluzioni di Information technologies (IT) da parte di aziende ed enti pubblici. La buona notizia è che nello “scenario peggiore”, comunque, la spesa in cybersecurity nel mondo sarà positiva, con un aumento del +2,5% a 41,9 miliardi di dollari. Le valutazioni pre Covid-19 stimavano gli investimenti in questo settore aumentare ad un tasso di crescita annuo del 13%, nel periodo 2020-2027, dai 112 miliardi di dollari del 2019 ai 281,7 miliardi del 2027.     Fonte: Key4Biz.it

Spyware e stalkerware le nuove minacce cyber

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Questi determinati software permettono di intercettare telefonate ed effettuare registrazioni nascoste di conversazioni su Internet, senza la conoscenza o il consenso della persona spiata. I ricercatori di sicurezza di Avast hanno riscontrato l’aumento del 51% (nel periodo marzo-giugno 2020) nell’uso di spyware e stalkerware, software non etici che consentono di tracciare la posizione di qualcuno, accedere a foto e video personali, intercettare e-mail, messaggi e comunicazioni di app come WhatsApp e Facebook. Questi determinati software permettono di intercettare telefonate ed effettuare registrazioni nascoste di conversazioni su Internet, senza la conoscenza o il consenso della persona spiata. Oltre all’intera gamma di spy e stalkerware la società ha individuato anche una serie di app relative al Covid-19 progettate per spiare gli utenti, che hanno raccolto più informazioni di quelle necessarie per funzionare. Come difendersi Per tutelarsi contro l’aumento degli attacchi spyware e stalkerware, gli esperti hanno individuato tre accorgimenti da seguire. Ecco quali: proteggere il telefono da qualsiasi accesso fisico non autorizzato ricorrendo ad un PIN e ad un sistema di autenticazione biometrica come l’impronta digitale installare un prodotto antivirus tradizionale sul proprio smartphone che tratterà lo stalkerware come un PUP (un programma potenzialmente indesiderato) in caso di attacco stalkerware, contattare immediatamente i servizi di assistenza per le vittime con un dispositivo anonimo e non con il proprio smartphone vittima dell’attacco e, quindi, non più sicuro.     Fonte: Key4Biz.it

Come gli hackers sfruttano i servizi cloud per gli attacchi di phishing?

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Un’indagine recente ha pubblicato I risultati su come attori malevoli sfruttino i noti servizi cloud per effettuare attacchi di phishing. Recentemente, abbiamo pubblicato la nostra ricerca su come gli attori malevoli sfruttino i noti servizi cloud per scaricare carichi utili dannosi. Questa tecnica è stata osservata anche negli attacchi di phishing. Tra i segnali di avvertimento che gli utenti generalmente cercano in un attacco vi sono anche domini dall’aspetto sospetto o siti Web, senza certificato HTTPS. Tuttavia, utilizzando noti servizi cloud pubblici come Google Cloud o Microsoft Azure, gli aggressori possono superare questo ostacolo e mascherare il loro intento malevolo, migliorando le loro possibilità di intrappolare anche le vittime più attente alla sicurezza. Questo è stato il caso in cui ci siamo imbattuti a gennaio. L’”aggressione” è iniziata con un documento PDF, caricato su Google Drive, che includeva un link a una pagina di phishing: Questa pagina, ospitata su storage.googleapis[.]com/asharepoint-unwearied-439052791/index.html, ha richiesto all’utente di effettuare il login con il proprio Office 365 o con l’e-mail dell’organizzazione. Quando si sceglie una delle opzioni, appare una finestra pop-up con la pagina di login di Outlook. Dopo l’inserimento delle credenziali, l’utente viene condotto ad un vero e proprio rapporto, pubblicato da una rinomata società di consulenza globale. Durante tutte queste fasi, l’utente non si insospettisce mai. Tuttavia, la visualizzazione del codice sorgente della pagina ha rivelato che la maggior parte delle risorse sono caricate da un sito web che appartiene agli aggressori, prvtsmtp[.]com: Negli attacchi più recenti, anche un utente perspicace e con gli occhi acuti potrebbe non saperlo, poiché gli aggressori hanno iniziato ad utilizzare le funzioni di Google Cloud, un servizio che consente l’esecuzione di codice nella nuvola. In questo caso, le risorse sono state caricate da un’istanza di Google Cloud Functions senza esporre i domini maligni degli aggressori. L’indagine prvtsmtp[.]com ha dimostrato che l’attacco reindirizzava ad un indirizzo IP ucraino (31.28.168[.]4). Molti altri domini collegati sono stati risolti allo stesso indirizzo IP o a diversi domini sullo stesso blocco di rete. Questo ci ha dato un’idea dell’attività malvagia degli aggressori nel corso degli anni e ci ha permesso di vedere come hanno sviluppato le loro campagne e introdotto nuove tecniche. Gli aggressori sembrano trarre vantaggio da diversi servizi di cloud storage, una tecnica che sta guadagnando popolarità a causa delle difficoltà di rilevamento. Poiché tali servizi hanno di solito usi legittimi e non appaiono sospetti, sia le vittime sia gli amministratori di rete hanno maggiori difficoltà ad individuare e respingere tali attacchi. Google ha sospeso questo particolare progetto di hacker nel gennaio 2020 per abuso di phishing. Da allora, quest’ultimo indaga e sospende queste pagine quando ne viene a conoscenza attraverso i feed di dati da Safe Browsing o da altre segnalazioni dirette. Questo incidente mette in evidenza gli sforzi che i truffatori e i criminali faranno per nascondere le loro intenzioni ed ingannare anche gli utenti più attenti alla sicurezza.  Come abbiamo notato in molti blog precedenti, i passi pratici che tutti noi possiamo fare per rimanere protetti da questi attacchi opportunistici sono: Attenzione ai domini apparenti, agli errori di ortografia nelle e-mail o nei siti web e ai mittenti non familiari. Siate prudenti con i file ricevuti via e-mail da mittenti sconosciuti, soprattutto se richiedono una certa azione. Assicuratevi di ordinare la merce da una fonte autentica. Un modo per farlo è quello di NON cliccare sui link promozionali e, invece, fare clic sul link dalla pagina dei risultati di Google. Attenzione alle offerte “speciali”. “Una cura esclusiva per il coronavirus a 150 dollari non è di solito un’opportunità di acquisto affidabile. Assicuratevi di non riutilizzare le password tra le diverse applicazioni e gli account. Le organizzazioni dovrebbero prevenire gli attacchi “zero-day” con architetture informatiche end-to-end, per bloccare i siti di phishing ingannevoli e fornire avvisi sul riutilizzo delle password. Inoltre, ricordate che le caselle di posta sono la porta d’ingresso della vostra organizzazione. Gli schemi di phishing mirati rubano ogni mese 300 miliardi di dollari alle aziende, quindi prendete in considerazione anche l’utilizzo di misure di sicurezza della posta elettronica.       Fonte: BitMat.it

La gara cybercriminale per compromettere i router domestici

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Gli utenti si trovano nel mezzo di una guerra cybercriminale per il controllo del territorio e la compromissione dei router domestici che porta ad avere l’indirizzo IP bannato da internet. I cybercriminali stanno compromettendo i router domestici per utilizzarli in botnet IoT. Il dato emerge dall’ultimo report Trend Micro, leader globale di cybersecurity, dal titolo «Worm War: The Botnet Battle for IoT Territory». Nell’ultimo quarter del 2019, è stato registrato un picco negli attacchi diretti ai router e il trend è destinato a durare, poichè i cybercriminali utilizzano i router compromessi per compiere altri attacchi. Per comprendere la portata del fenomeno, a settembre 2019 gli attacchi sono stati 23 milioni, mentre a dicembre 249 milioni. L’ultimo dato di marzo 2020 indica che sono stati 194 milioni. Un altro indicatore, che sottolinea come questa minaccia stia crescendo, è rappresentato dai dispositivi che tentano di aprire sessioni telnet con altri strumenti IoT. Il protocollo di rete telnet è utilizzato per fornire all’utente sessioni di login remote ma non è protetto da crittografia. A metà marzo 2020, 16.000 device hanno tentato di aprire sessioni telnet in una sola settimana. Il trend preoccupa per diversi motivi. I criminali informatici sono in competizione per compromettere il maggior numero possibile di router, in modo da poterli arruolare in botnet. Queste sono poi utilizzate per compiere attacchi Distributed Denial of Service (DDoS) o coprire frodi e furti di dati. La gara è così accesa che i cybercriminali disinstallano ogni malware, per avere il completo controllo sul dispositivo. La conseguenza maggiore per l’utente, è che, se il router continua ad essere utilizzato per gli attacchi, l’indirizzo IP può essere bannato da internet per sospetta attività criminale. A tal proposito, Gastone Nencini, Country Manager Trend Micro Italia, ha affermato : «I cybercriminali sanno che la maggior parte dei router domestici non è sicura e, quindi, lanciano attacchi su larga scala. Per l’utente, tutto questo si traduce in un rallentamento della rete mentre, nel caso di aziende, possiamo assistere ad attacchi secondari che bloccano completamente il sito web». I router sono facilmente accessibili e direttamente connessi alla rete e, per questo motivoo, Trend Micro raccomanda agli utenti di: Utilizzare una password forte e sicura Aggiornare sempre il firmware all’ultima versione Controllare la cronologia dei log per capire se ci sono attività sospette Abilitare solo login dalla rete locale   Fonte: BitMat.it