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Riprende la scuola: attenzione alla “truffa accademica”

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Secondo Cisco Talos quest’anno l’inizio di scuola e università ha fatto segnare un aumento di 4 volte superiore rispetto al 2019 delle richieste a siti altamente pericolosi da parte degli studenti, che li utilizzano come risorse aggiuntive per lo studio. A differenza di altre tipologie di attacco più dirette come phishing e malware, la truffa accademica fa leva sul bisogno degli utenti, rendendola ancora più subdola.     Esistono numerosi siti web che offrono aiuto agli studenti per fare i compiti e per sostenere esami on line al loro posto. Una semplice ricerca su Google della frase “fare i compiti a casa” genera attualmente 270 milioni di risultati, con centinaia di siti web che offrono questo tipo di servizio a pagamento. Cisco Talos ha provato a diventare uno studente e accedere a questi servizi. La prima cosa che salta all’occhio è la quantità enorme di recensioni positive scritte dagli utenti: ”ottimo prezzo, è così facile, dovete solo inviare l’ordine, aspettare e scaricare il documento”. Ad un’analisi superficiale sembra tutto a posto, ma indagando meglio è davvero strano notare come alcune recensioni siano praticamente identiche, differenziandosi soltanto per uno spazio o per l’aggiunta di qualche punteggiatura. Gli autori di queste recensioni hanno poi nomi piuttosto comuni e improbabili: vi fidereste di una recensione del signor Mario Rossi? Cisco Talos ha provato a commissionare un saggio universitario di circa 4 pagine ad un costo di circa 50 dollari. Dopo aver visionato una lista di scrittori che avevano numerose recensioni simili a quelle citate, è stato scelto l’autore per scrivere un testo che trattasse del furto di dati e degli strumenti utilizzati dai criminali informatici per portare a buon fine i loro attacchi. Scadenza per la consegna: 11 giorni. Il testo è stato consegnato in tempo ma, nonostante fosse stato richiesto un livello universitario, conteneva informazioni datate, statistiche approssimative e numerosi errori grammaticali, anche nel titolo. Attenzione anzitutto: i pericoli nascosti del web I criminali informatici cercano in tutti i modi di catturare clic, in particolare giocano sulla possibilità che l’utente scriva in modo errato il nome di un dominio web: l’utente viene così reindirizzato su siti pericolosi che cercano, a seconda del browser o del sistema operativo utilizzati, di installare un malware. Una pratica piuttosto comune già segnalata a suo tempo da Cisco Talos. Inoltre, questi siti cambiano di frequente l’indirizzo IP e il fornitore di hosting rendendo molto difficile scoprire la loro vera identità. Una responsabilità collettiva L’errore di una singola persona può diventare un problema per tutti gli studenti e i professori connessi a quella rete, compresi i genitori che lavorano da casa. Esistono soluzioni di sicurezza informatica che sono in grado di difendere sia gli utenti che la rete a cui sono connessi: l’Endpoint Security si occupa di proteggere i dispositivi collegati alla rete, mentre la sicurezza a livello del DNS (Domain Name System) controlla la corretta risoluzione dei nomi dei siti web e blocca a monte quelli potenzialmente pericolosi. La cyber security da sola non basta: studenti, professori e genitori devono fare uno sforzo collettivo per essere consapevoli di quali sono oggi le insidie che il web nasconde. Maggiori informazioni qui.       Fonte: BitMat.it

CheckMe: controlla gratuitamente online la sicurezza della tua connessione

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Con il boom dello smart working, le connessioni casalinghe sono molto più vulnerabili alle minacce informatiche. CheckMe è un servizio gratuito immediato e non intrusivo ideato da Almaviva per rispondere all’esigenza di verificare lo stato di salute della propria connessione. Valuta e identifica alcuni dei rischi primari relativi alla sicurezza della postazione connessa ad internet (pc, laptop, mobile), utilizzata per lavorare, studiare, per l’intrattenimento o per svolgere transazioni finanziarie private.       Collegandosi all’indirizzo dedicato la piattaforma di cyber security Joshua, attraverso l’analisi delle risorse informatiche minime necessarie alla navigazione, quindi indirizzo IP e versione del browser, identifica eventuali e possibili minacce correlate e ne dà riscontro all’utente. “La sicurezza informatica è oggi un tema particolarmente importante: l’intensificarsi dello smart working e della didattica a distanza, la condivisione di reti domestiche con dispositivi eterogenei come smartphone, smartTv, o altri oggetti IoT, espone i dati e i sistemi connessi alle risorse aziendali a rischi di violazione di riservatezza” dice Antonio Amati, Direttore Generale Divisione IT di Almaviva. La soluzione effettua un confronto tra le informazioni pubbliche disponibili su Internet, tra cui le versioni dei software rilasciate dai principali produttori di browser web, e gli indirizzi IP di sistemi che hanno mostrato caratteristiche riconducibili a determinati malware e reti di comando e controllo relative a botnet note. Grazie alle informazioni contenute nel data base Joshua CybeRisk Vision, CheckMe fornisce una risposta immediata sullo stato di salute del sistema di collegamento a Internet. Tre le tipologie di risposta: sistema sicuro, da aggiornare o compromesso. In quest’ultimo caso l’utente saprà di dover prendere delle precauzioni. E’ disponibile anche nella versione enterprise dedicata alle aziende. Il monitoraggio di CheckMe avviene accedendo solo a informazioni pubbliche e nel rispetto della Privacy, utilizzando metodi non invasivi che non possono arrecare danno, attraverso cosiddette analisi passive di definizione della superfice d’attacco. Quindi, per verificare i possibili problemi di sicurezza, non viene rivolta nessuna attività di simulazione di attacchi alla rete che effettua il test o al browser dell’utente.     Fonte: BitMat.it

Codici QR sempre più popolari: imprese e utenti finali a rischio

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La piattaforma di sicurezza mobile-centric MobileIron presenta i risultati di una nuova ricerca sul sentiment dei consumatori. Ne è emerso che i codici QR stanno aumentando di popolarità e utilizzo: il 64% degli intervistati ha dichiarato che rendono la vita più facile – ma la maggior parte di loro non possiede device protetti dalle minacce. Il 51% addirittura dichiara di non avere (o di non sapere se è installato) un software di sicurezza sui propri dispositivi. Durante la pandemia COVID-19 i dispositivi mobile sono diventati ancora più importanti e radicati nella vita di tutti, quasi la metà (47%) degli intervistati ha dichiarato un incremento dell’uso dei codici QR. Attualmente i dipendenti utilizzano maggiormente i device mobile – in molti casi, i propri (non sicuri) – per connettersi con gli altri, interagire con una varietà di applicazioni e servizi in cloud e rimanere produttivi mentre lavorano in luoghi diversi dall’azienda. Gli utenti stanno infatti utilizzando i loro dispositivi mobile anche per scansionare i codici QR al di fuori del lavoro, mettendo a rischio se stessi e le risorse aziendali. Qui di seguito sono riportate alcune statistiche che indicano un forte incremento dell’utilizzo dei QR Code durante la pandemia, aumento che non dà segni di rallentamento anzi, è in crescita: L’84% delle persone ha già scansionato un codice QR in passato, il 32% nell’ultima settimana e il 26% nell’ultimo mese. Negli ultimi sei mesi, il 38% degli intervistati ha eseguito la scansione di un codice QR in un ristorante, bar o caffè; il 37% degli intervistati ha eseguito la scansione di un codice QR presso un rivenditore e il 32% ha eseguito la scansione di un codice QR su un prodotto di consumo. Il 53% degli intervistati vorrebbe che i codici QR siano utilizzati in modo più ampio in futuro. Il 43% degli intervistati prevede di utilizzare un codice QR come metodo di pagamento nel prossimo futuro. Se fosse possibile, il 40% degli intervistati vorrebbe votare utilizzando un codice QR ricevuto per posta. Gli hacker stanno inoltre sfruttando le vulnerabilità di sicurezza che si sono inevitabilmente aperte durante la pandemia COVID-19, negli ultimi tempi infatti mirano ai dispositivi mobile con attacchi sempre più sofisticati. I dispositivi mobile sono bersagli interessanti per loro perché l’interfaccia stessa spinge gli utenti a intraprendere azioni immediate, limitando al contempo la quantità di informazioni disponibili. Inoltre, gli utenti sono spesso distratti quando operano dai propri dispositivi mobile, il che li rende più propensi a cadere vittime di attacchi. “Gli hacker attualmente lanciano attacchi utilizzando e-mail, messaggi di testo e SMS, messaggi istantanei, social media e altre modalità di comunicazione – ha dichiarato Alex Mosher, Global Vice President of Solutions di MobileIron. Purtroppo credo che presto assisteremo anche a un violento attacco tramite i codici QR. Un hacker infatti potrebbe facilmente inserire un URL dannoso contenente malware personalizzato in un codice QR, ed estrarre successivamente i dati da un dispositivo mobile quando il QR viene scansionato. Oppure, l’hacker potrebbe incorporare un URL nocivo in un codice QR che indirizzerebbe a un sito di phishing che incoraggia gli utenti a divulgare le proprie credenziali, che potrebbe poi rubare e utilizzare per infiltrarsi in un’azienda”. Di seguito riportiamo alcuni dati su come i codici QR comportino rischi significativi sia per gli utenti finali che per le imprese: Quasi tre quarti (71%) degli intervistati non è in grado di distinguere tra un QR code legittimo e uno malevolo, mentre il 67% degli intervistati è in grado di distinguere tra un URL legittimo e uno malevolo. Mentre la maggior parte degli intervistati (67%) è consapevole del fatto che i codici QR possono aprire un URL, è meno consapevole delle altre azioni che i codici QR possono attivare. Solo il 19% degli intervistati ritiene che la scansione di un codice QR possa avviare un’e-mail; il 20% ritiene che la scansione di un codice QR possa avviare una telefonata; e il 24% ritiene che la scansione di un codice QR possa avviare un messaggio di testo. Il 51% degli intervistati nutre preoccupazioni in merito all’uso dei codici QR per quanto riguarda la privacy, la sicurezza, le questioni finanziarie o di altro tipo, ma li usa comunque; il 34% non si preoccupa dell’uso dei codici QR. Il 35% degli intervistati non è sicuro che gli hacker possano prendere di mira le vittime utilizzando un codice QR. “Le aziende devono ripensare urgentemente le loro strategie di sicurezza concentrandosi sui dispositivi mobile, ha continuato Mosher. Allo stesso tempo, devono dare priorità a un’esperienza utente con soluzione di continuità. Una gestione unificata degli endpoint può fornire i controlli IT necessari per proteggere, gestire e monitorare ogni dispositivo, utente, app e rete utilizzata per accedere ai dati aziendali, massimizzando al contempo la produttività. Possono anche basarsi su UEM che difende dalle minacce ai device molto utile per rilevarle e correggerle rapidamente, compresi i codici QR dannosi, anche quando un dispositivo è offline”. MobileIron Threat Defense può proteggere i dispositivi dagli attacchi sferrati a livello di dispositivo, di rete e di applicazione. E non è necessaria alcuna azione da parte dell’utente finale per distribuire MTD sui dispositivi che sono iscritti al client UEM di MobileIron; questo viene gestito in remoto dai reparti IT. Di conseguenza, le organizzazioni possono raggiungere il 100% di utilizzo da parte degli utenti, senza alcun impatto sulla produttività. MobileIron è attualmente l’unica impresa sul mercato in grado di implementare automaticamente la protezione dalle minacce mobile senza che gli utenti debbano intraprendere alcuna azione. Lo studio ha coinvolto oltre 2.100 professionisti negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Per il dettaglio consultare il sito. Tempo di lettura: 4 minuti La piattaforma di sicurezza mobile-centric MobileIron presenta i risultati di una nuova ricerca sul sentiment dei consumatori. Ne è emerso che i codici QR stanno aumentando di popolarità e utilizzo: il 64% degli intervistati ha dichiarato che rendono la vita più facile – ma la maggior parte di loro non possiede device protetti dalle minacce. Il 51% addirittura dichiara di non avere (o di non sapere se è installato) un software di sicurezza sui propri dispositivi.Durante la pandemia COVID-19 i dispositivi

Investimenti: la priorità va ancora alla sicurezza informatica

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La sicurezza informatica è ancora uno degli investimenti prioritari per le aziende: è quanto emerge dal nuovo report di Kaspersky Investment adjustment: aligning IT budgets with changing security priorities. Per quanto riguarda le PMI, nel 2020 è stata rilevata una crescita del 26% rispetto al 23% del 2019 mentre per le enterprise si è passati dal 26% degli investimenti in sicurezza nel 2019 al 29% nel 2020. Il 71% delle organizzazioni prevede, inoltre, che il budget destinato alla sicurezza informatica subirà una crescita ulteriore nei prossimi tre anni. L’aumento degli investimenti in sicurezza si conferma nonostante i budget complessivi dedicati all’IT siano in calo in entrambi i segmenti a causa della pandemia COVID-19 e nonostante le PMI siano state le più colpite dal punto di vista economico da questa emergenza sanitaria.Senza dubbio gli eventi di questo ultimo anno hanno avuto una forte influenza sulle priorità di molte aziende. A seguito del lockdown imposto a causa della pandemia da COVID-19, le organizzazioni hanno dovuto adeguare i piani aziendali per soddisfare nuove esigenze come l’improvvisa necessità di digitalizzare alcuni processi o quella di ottimizzare i costi. Il report di Kaspersky, basato su un sondaggio condotto tra oltre 5.000 professionisti IT e di sicurezza informatica, mostra i recenti trend economici nel settore della cybersecurity e come questi siano legati agli eventi che hanno caratterizzato l’anno ancora in corso. Il budget dedicato alla sicurezza informatica continua a crescere di anno in anno, nonostante quello complessivo destinato al settore IT sia sceso da 1,2 milioni di dollari nel 2019 a 1,1 milioni di dollari nel 2020 per le PMI, e da 74,1 milioni di dollari a 54,3 milioni di dollari per le enterprise. Secondo Gartner, il calo registrato potrebbe essere una conseguenza della pandemia globale di coronavirus anche se gli esperti della società di ricerca, all’inizio di quest’anno, avevano già previsto una diminuzione del budget. Guardando agli investimenti in sicurezza informatica le piccole e medie imprese hanno stanziato 275 mila dollari, mentre le enterprise hanno investito 14 milioni di dollari. La maggior parte delle aziende si aspetta che queste cifre crescano, in media, nei prossimi tre anni dell’11% nelle enterprise e del 12% nelle PMI. Il 17% ritiene che gli investimenti saranno gli stessi di quest’anno. Chart 1: Quota del budget per la sicurezza IT all’interno del budget IT complessivo Tuttavia, un’organizzazione su dieci (10%) ha dichiarato che prevede di investire di meno per la sicurezza informatica. È interessante notare come, sia per le PMI che per le enterprise, la ragione di questa scelta risieda nel fatto che il top management non ritiene utile investire così tanto in sicurezza informatica (32%). Guardando alle PMI, la ragione per ridurre gli investimenti in questo settore è dettata principalmente dalla necessità di tagliare le spese complessive dell’azienda e di ottimizzare i budget (29%). Le piccole e medie imprese sono state le più colpite dal lockdown: più della metà di loro a livello globale ha registrato un calo delle vendite o ha sperimentato limitazioni del flusso di cassa. È evidente che abbiano dovuto ottimizzare le spese per poter sopravvivere. È anche vero però che è molto importante che le aziende trovino un modo per proteggersi dai rischi informatici in un periodo così difficile. “Il 2020 ha messo molte aziende nella condizione di dover concentrare i propri sforzi e le proprie risorse nel tentativo di sopravvivere. Anche se i budget vengono rivisti, ciò non significa che la sicurezza informatica debba finire all’ultimo posto della lista delle priorità. Raccomandiamo alle aziende, che nei prossimi anni saranno costrette a spendere meno per la sicurezza informatica, di farsi furbe e di utilizzare tutte le opzioni disponibili per rafforzare le proprie difese, rivolgendosi a soluzioni di sicurezza gratuite disponibili sul mercato, come ad esempio Kaspersky Anti-Ransomware Tool for Business, e introducendo programmi di sensibilizzazione alla sicurezza destinati a tutti i dipendenti dell’organizzazione. Sono piccoli passi che possono fare la differenza, soprattutto per le PMI”, ha commentato Alexander Moiseev, Chief Business Officer di Kaspersky. Per proteggere la propria organizzazione Kaspersky suggerisce alle piccole e medie imprese di: Istruire il proprio team sui rischi per la sicurezza IT come il phishing, le minacce web, il malware finanziario e altre minacce che possono prendere di mira i dipendenti. Esistono corsi di formazione dedicati che insegnano le pratiche di sicurezza, come quelli forniti dalla piattaforma Kaspersky Automated Security Awareness Platform. Utilizzate formati che aiutino i dipendenti a ricordare le regole di cybersecurity, come cartelli o avvisi posizionati all’interno dello spazio di lavoro. Garantire aggiornamenti tempestivi di tutti i sistemi, software e dispositivi. Questo consentirà di evitare situazioni in cui i malware si inseriscano nel sistema aziendale attraverso, ad esempio, un sistema operativo senza patch. Utilizzare password complesse per accedere ai servizi aziendali. Utilizzare l’autenticazione a più fattori per l’accesso ai servizi da remoto. Assicurarsi che tutti i dispositivi aziendali siano protetti con password complesse e che queste vengano cambiate regolarmente. Utilizzare servizi e piattaforme cloud sicuri per il trasferimento dei dati aziendali. Assicurarsi di proteggere tutti i file condivisi con password, ad esempio in Google Docs, o di renderli disponibili a una cerchia limitata all’interno di un gruppo di lavoro. Utilizzare strumenti gratuiti per la sicurezza degli endpoint, come Kaspersky Anti-Ransomware Tool for Business, che fornisce protezione sia per PC che per server da una vasta gamma di minacce, tra cui ransomware, cryptominer, adware, pornware, exploit e altro. Esistono, inoltre, alcuni strumenti utili che potrebbero rispondere a esigenze di sicurezza informatica specifiche, come il controllo di file sospetti, indirizzi IP, domini e URL. Questo può essere fatto gratuitamente sul Kaspersky Threat Intelligence Portal. Per leggere il report completo “Investment adjustment: aligning IT budgets with changing security priorities”, è possible visitare la pagina web di Kaspersky IT Security Calculator.     Fonte: BitMat.it

Riconoscimento facciale: tutte le sfide per la privacy

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I dispositivi di ultima generazione stanno portando la tecnologia di riconoscimento facciale – in inglese conosciuta con la sigla FRT (facial recognition technology) – nelle nostre vite: dalla semplice convalida di sicurezza di un telefono al check-in in aeroporto. Tramite la scansione dei tratti facciali unici, il software biometrico è in grado di identificare in modo univoco e verificare l’identità di una persona analizzando le caratteristiche distintive del volto e confrontandole con informazioni ed immagini già archiviate.       L’immagine, una volta acquisita ed analizzata, viene convertita in un codice numerico chiamato faceprint (impronta facciale). Questo codice rappresenta la conformazione unica del volto, in modo analogo all’impronta digitale di un polpastrello. Il codice verrà poi confrontato con quelli presenti in un database di faceprint. Questa base di dati contiene i codici e le foto con cui confrontare i nuovi volti analizzati. Un esempio di un database enorme e in costante espansione è quello delle foto di Facebook, infatti tutte le foto taggate con il nome di una persona vengono salvate nel database di FB. Le tecnologie di riconoscimento facciale cercano una corrispondenza tra l’immagine codificata e le voci del database disponibile. Quando ne viene trovata una, viene visualizzata la foto insieme ai dati sulla persona, come nome e indirizzo. L’uso di questa tecnologia è ancora in via di perfezionamento, oltre a dover ancora essere tutelato in toto dalla legge. Infatti, pur se in diversi settori il riconoscimento facciale è già una realtà, esistono delle preoccupazioni riguardanti i potenziali errori di identificazione, l’uso indebito di dati e la privacy degli utenti È possibile impedire l’utilizzo del riconoscimento facciale con i propri dati? In Italia, il riconoscimento facciale non è ancora molto utilizzato, a parte alcuni timidi tentativi di introduzione nella pubblica amministrazione, ma con scarsi risultati dovuti alle imprecisioni del rilevamento. Purtroppo, però, dal punto di vista legislativo l’Italia è il paese europeo meno preparato alla salvaguardia della privacy nell’uso dei sistemi di sorveglianza biometrica. Così come è previsto in altri paesi, anche in Italia non è possibile revocare il proprio consenso all’utilizzo di questi sistemi con i propri dati biometrici, trattandosi di normative a livello europeo e nazionale, almeno per quanto riguarda i sistemi pubblici. Ad esempio, il sistema utilizzato dalla polizia italiana (SARI) non prevede l’opzione da parte del cittadino di essere escluso dal database, in modo analogo a come non è possibile richiedere la rimozione di foto segnaletiche e altri dati identificativi in possesso delle forze dell’ordine o della pubblica amministrazione. È possibile però limitare l’esposizione alla raccolta dati e immagini da parte di aziende private. Le immagini spesso sono fornite inconsciamente dagli stessi utenti in quanto tramite la condivisione delle proprie foto su piattaforme social regalano dati (biometrici e non) alle grandi aziende di social media e marketing digitale come Facebook. I dati personali invece possono essere protetti tramite la VPN che limitano il volume di dati raccolti dalle aziende quando navighi. L’identificazione di una persona online non passa solo dai tratti del viso o dalle impronte digitali, ma anche e soprattutto dai suoi interessi, dati demografici, abitudini di acquisto. Queste informazioni vengono utilizzate ogni giorno per creare profili con cui veniamo analizzati, raggruppati in segmenti e infine trasformati in bersagli per la pubblicità. Nei prossimi anni l’Italia e l’Europa dovranno dotarsi certamente di strumenti giuridici specifici per la salvaguardia della privacy dei dati biometrici e l’utilizzo corretto dei sistemi di riconoscimento facciale in ambito pubblico e privato. In futuro continueremo a sentir parlare del riconoscimento facciale e dei problemi a livello di privacy dei nuovi sistemi di sicurezza nazionali. La battaglia sulle questioni etiche continuerà per lungo tempo, almeno finché il miglioramento delle tecnologie non porterà a meno errori di identificazione e, soprattutto, fino a quando anche l’Italia e l’Europa non si doteranno di strumenti giuridici specifici per la salvaguardia della privacy dei dati biometrici e l’utilizzo corretto dei sistemi di riconoscimento facciale in ambito pubblico e privato. Fino ad allora, buona navigazione e attenzione agli abusi del riconoscimento facciale!     Fonte: BitMat.it

Documenti aziendali: un italiano su tre accede con il dispositivo personale

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Secondo la ricerca Head in the Clouds di Trend Micro, il 37% dei dipendenti italiani utilizza i dispositivi personali per accedere ai documenti aziendali, spesso via cloud, ma questi device sono meno sicuri di quelli corporate e sono esposti anche alle vulnerabilità dei gadget smart connessi alla stessa rete domestica. Inoltre, il 32% dei dipendenti italiani (36% a livello globale) non utilizza una password per proteggere il proprio dispositivo. Lo studio ha approfondito le abitudini dei lavoratori da remoto durante l’instabile situazione sanitaria che stiamo vivendo, che vede il confine tra vita privata e lavorativa diventare sempre più sottile. Linda K. Kaye, Cyber Psicologa Accademica all’Univarsità Edge Hill, afferma: “Il fatto che molti lavoratori da remoto utilizzino il proprio dispositivo per accedere ai dati e ai servizi aziendali suggerisce l’assenza di consapevolezza dei rischi associati a questo tipo di comportamento. Corsi di formazione di cybersecurity, che tengano in considerazione le differenze tra gli utenti, i livelli di conoscenza e l’attitudine al rischio, aiuterebbero a mitigare le minacce”. Il 47% dei lavoratori da remoto italiani (52% a livello globale), possiede dei dispositivi IoT connessi alla rete domestica, il 7% (10% a livello globale) utilizza prodotti di marchi poco conosciuti. Molti di questi dispositivi hanno punti deboli e vulnerabilità che potrebbero permettere ai cyber criminali di inserirsi nella rete per poi infiltrarsi in un dispositivo personale non adeguatamente protetto e passare alla rete aziendale alla quale è connesso questo dispositivo. Lo studio ha rivelato anche che il 63% dei lavoratori da remoto italiani (70% a livello globale), connette il laptop aziendale alla rete domestica. Questi dispositivi dovrebbero essere protetti adeguatamente dall’IT, ma si creano dei rischi nel caso vengano installate applicazioni non approvate, per accedere magari ai dispositivi IoT personali. “L’IoT ha dotato semplici dispositivi di capacità di computing e di connettività, ma non ha pensato alla security, ha affermato Lisa Dolcini, Head of Marketing Trend Micro Italia. La vita dei cybercriminali è oggi più semplice grazie alle backdoor, che se aperte permettono di compromettere le reti aziendali. Questa minaccia è maggiore nel momento in cui milioni di lavoratori in tutto il mondo si connettono da remoto alle reti, rendendo la separazione tra vita privata e lavorativa sempre più debole. Ora più che mai, è importante che l’individuo si assuma le proprie responsabilità nei confronti della cybersecurity e che l’azienda continui a formare i dipendenti attraverso le best practise”. Trend Micro raccomanda alle organizzazioni di assicurarsi che i lavoratori da remoto operino in conformità alle policy di sicurezza esistenti o, se necessario, di perfezionare le regole per riconoscere le minacce che provengono da dispositivi e dalle applicazioni BYOD e IoT. Le aziende dovrebbero anche rivalutare le soluzioni di security messe a disposizione dei dipendenti che utilizzano le reti domestiche per accedere ai dati corporate. Un modello di security cloud-based può mitigare i rischi introdotti dalla forza lavoro da remoto in maniera efficace ed economicamente conveniente. Ulteriori informazioni e il white paper della ricerca sono disponibii a questo link. Fonte: BitMat.it

Italia in vetta alle classifiche mondiali per attacchi malware e ransomware

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Secondo Securing the Pandemic-Disrupted Workplace, il report sulle minacce informatiche del primo semestre 2020 a cura di Trend Micro Research, il nostro paese continua ad essere bersagliato da malware e ransomware. L’Italia risulta infatti ai primi posti delle classifiche mondiali per questo genere di attacchi: ottavo paese al mondo più colpito dai malware e undicesimo (secondo in Europa) per quanto riguarda le incursioni ransomware.     Le minacce a tema pandemia imperversano in tutto il mondo. A livello globale il tema più utilizzato dai cybercriminali è stato quello legato alla pandemia. Trend Micro ha infatti bloccato 8,8 milioni di minacce in sei mesi, di cui il 92% via e-mail. Tra le minacce più rilevate le truffe Business Email Compromise (BEC), che hanno cercato di capitalizzare al meglio le pratiche di smart working introdotte negli ultimi mesi e i ransomware, che hanno visto le nuove famiglie crescere del 45%. Anche le vulnerabilità sono aumentate e la Trend Micro Zero Day Initiative (ZDI) ha pubblicato un totale di 786 avvisi, ovvero il 74% in più rispetto alla seconda metà del 2019, e con un particolare focus sui sistemi di controllo industriali. Italia: i numeri della prima metà del 2020 Malware – Il numero totale di malware intercettati in Italia nella prima metà del 2020 è di 6.955.764. L’Italia è l’ottavo Paese più colpito al mondo Ransomware – Nel primo semestre 2020 l’Italia è l’undicesimo Paese più colpito al mondo con una percentuale di attacchi del’1,33%. In Europa è seconda solo alla Germania con il 18,67% di attacchi subiti Le minacce arrivate via mail sono state 151.884.242, tra cui 107.684 erano messaggi spam a tema COVID Gli URL maligni visitati sono stati 6.064.101 Il numero di app maligne scaricate nella prima metà del 2020 è di 127.690 Nella prima metà del 2020 sono stati 2.907 i malware di online banking che hanno colpito l’Italia In tutto il mondo, Trend Micro ha bloccato nel primo semestre un totale di 28 miliardi di minacce (27.823.212.959), quasi un miliardo in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il 93% di queste minacce è arrivato via mail.     Fonte: BitMat.it

Furto di identità: alcuni consigli per proteggersi

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“Perché i criminali informatici dovrebbero rubare la mia identità? Non sono un obbiettivo interessante”. Sento spesso ripetere questa frase ma penso che il presupposto sia del tutto sbagliato. Quando si parla di furto di identità ogni individuo rappresenta un target interessante. Statisticamente, la maggior parte dei criminali informatici, infatti, tende a evitare obiettivi “importanti” e di alto valore, anche se sono poi queste violazioni a passare alla cronaca.     La realtà è che esiste un vasto numero di bersagli facili (spesso distratti o vulnerabili) che vengono presi di mira con una frequenza maggiore. Lo abbiamo visto anche durante la pandemia COVID-19 quando la caccia a questi obiettivi sensibili e vulnerabili si sia notevolmente intensificata. Un furto di identità può avere un impatto improvviso e violento sulla vita di una persona, dal punto di vista economico e privato. Esistono però alcuni suggerimenti pratici che ritengo oggi possano considerarsi ancora validi per prevenirlo e contrastarlo in modo proattivo. Utilizzare strumenti di gestione delle password Una persona possiede in media tra le 70 e 80 password, archiviate in modo sporadico a mano, su fogli, cellulare, PC e altro. Peggio ancora, secondo un sondaggio Harris condotto da Google, due utenti su tre ammettono di riutilizzare la stessa password su più account. Un gestore di password può quindi rappresentare un alleato, che aiuta a creare password forti e uniche per ogni account. Inoltre, le crittografa e le memorizza in un archivio password sicuro; basta ricordare solo una password principale. È possibile che gli aggressori decidano di hackerare un’app per la gestione delle password ma, anche se avvenisse, le password crittografate al suo interno sarebbero inutili. Se la password principale è al sicuro, lo sarà anche l’identità. Chi non è ancora convinto di affidarsi a un gestore di password dovrebbe almeno iniziare a creare delle passphrase univoche, che utilizzano il numero massimo di caratteri consentiti. Inoltre, è necessario ricordarsi di reimpostare immediatamente una password in caso di violazione di un account. Come regola generale, è fondamentale non consentire al browser di memorizzare le password per gli account e non utilizzare mai le credenziali da un sito (come i social media) per creare un account o accedere ad altri siti (di terze parti). Ove possibile, infine, è utile creare nomi utente che non includano il proprio nome, indirizzo email o indizi sulla data di nascita. Questo fornirebbe ai criminali informatici già metà delle informazioni di cui hanno bisogno per violare un account. Utilizzare l’autenticazione a più fattori Bisogna superare il concetto che l’autenticazione a più fattori, che richiede l’inserimento di un codice inviato tramite SMS dopo aver fornito un nome utente e una password, sia un fastidioso inconveniente. È un livello aggiuntivo di sicurezza efficace e dovrebbe essere utilizzato per ogni account dove disponibile. Mettere un freno alla condivisione online Niente rende un bersaglio più facile e appetibile per i ladri di identità che una grande varietà di informazioni personali volontariamente condivise. L’insieme di questo patrimonio digitale e di tutti i dati “silenziosi” che si stanno accumulando dietro le quinte dei sistemi e dei servizi a cui accediamo ogni giorno consentono ai criminali di assumere l’identità di qualcuno in pochi minuti. In questo contesto, un ottimo consiglio per la propria sicurezza è ripulire i social media e gli account in rete delle informazioni personali (data o luogo di nascita, indirizzo, numero di telefono, nome del proprio animale domestico, ecc.). Esistono, inoltre, tanti piccoli ma fondamentali accorgimenti quando parliamo di social media, come: utilizzare le impostazioni di privacy forti, scegliere attentamente i propri “amici” (inclusa la segnalazione di richieste di amicizia duplicate), resistere ai quiz o ai giochi (la maggior parte sono progettati per raccogliere informazioni personali). Inoltre, è importante, non scaricare app da fonti sconosciute e diffidare dai collegamenti e / o annunci nei feed dei social media, inclusi quelli di persone che si conosce (dal momento che i loro account potrebbero essere stati compromessi) e disattivare la codifica della posizione, evitando di condividere contenuti come le foto se non si è a casa. È ovviamente impossibile elencare ogni precauzione, ma il punto di partenza è l’adozione di uno spirito critico che ci porti a domandare: “Perché sono necessarie queste informazioni? Chi ne beneficia? Potrebbe danneggiare la mia privacy o compromettere la mia identità?”.” Proteggere la privacy a casa e nei luoghi pubblici È necessario proteggere la propria rete wireless domestica (ecco alcuni suggerimenti sicuri attinti da Norton) e utilizzare solo dispositivi IoT che consentono di modificare la password e gestire le impostazioni di sicurezza e smaltire in modo sicuro vecchi telefoni, laptop e dispositivi di archiviazione. Quando si è fuori casa, bisogna ricordare che il Wi-Fi pubblico è incredibilmente suscettibile alle intercettazioni e non deve essere mai utilizzato per accedere ai servizi bancari online, effettuare acquisti (qualsiasi attività che implichi una carta di credito) o per l’accesso a servizi medici e relativi alla salute. Anche per quanto riguarda le chiamate vocali in luoghi pubblici è necessario non condividere informazioni private (come numeri di carta di credito, data di nascita, numero di previdenza sociale o numeri di abbonamento). I consumatori spesso restano sbalorditi davanti dall’infinita varietà di schemi intelligenti che i truffatori escogitano per realizzare le proprie truffe. Sono talmente tanti i casi dei quali veniamo a conoscenza che il singolo individuo a volte può sentirsi sopraffatto e indifeso. In un mondo ideale, questo non dovrebbe mai accadere e credo che compiere alcuni semplici passaggi (come quelli elencati in questo articolo) possa fare la differenza. Ai truffatori non piacciono gli ostacoli, quindi più blocchi riusciremo a mettere sulla loro strada facendoli inciampare, meglio sarà. La chiave per evitare di cadere vittima del furto di identità è infatti cercare di non essere un bersaglio facile, sapendo cosa si deve fare (dal punto di vista delle proprie possibilità) e mantenendo alto il livello di attenzione, perché, al giorno d’oggi, non fare nulla non è un’opzione praticabile. A cura di Debbie Walkowski, Security Threat Researcher, F5 Labs       Fonte: BitMat.it

Compromissione dei server aziendali, la nuova frontiera del cybercrime

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Secondo The Hacker Infrastructure and Underground Hosting: Services used by criminals, report di Trend Micro Research, un elevato numero di server aziendali on-premise e basati su cloud sono compromessi, in quanto utilizzati in modo improprio o affittati come parte di un sofisticato ciclo di vita della monetizzazione criminale. Lo studio evidenzia come le attività di mining delle criptovalute dovrebbero essere un indicatore di allarme per i team di security. Sebbene il cryptomining da solo non possa causare interruzioni o perdite finanziarie, il software di mining viene solitamente implementato per monetizzare i server aziendali compromessi che rimangono inattivi mentre i criminali tracciano schemi di guadagno più ampi. Questi includono l’esfiltrazione di dati sensibili, la vendita dell’accesso al server per ulteriori abusi o la preparazione per un attacco ransomware mirato. Qualsiasi server compromesso con un cryptominer dovrebbe essere immediatamente bonificato e andrebbe condotta un’indagine immediata per verificare eventuali falle di sicurezza all’interno dell’infrastruttura aziendale. “Il mercato cybercriminale underground offre una gamma sofisticata di infrastrutture in grado di supportare qualsiasi genere di campagna, dai servizi che garantiscono l’anonimato alla fornitura di nomi dominio, passando per la compromissione di asset, ha affermato Gastone Nencini, Country Manager di Trend Micro Italia. L’obiettivo di Trend Micro è accrescere la consapevolezza e la comprensione dell’infrastruttura cyber criminale per aiutare le Forze dell’Ordine, i clienti e più in generale altri ricercatori a fermare le autostrade del cybercrime e le loro fonti di guadagno”. Lo studio di Trend Micro elenca i principali servizi di hosting underground disponibili oggi, fornendo dettagli tecnici su come funzionano e su come vengono utilizzati dai cybercriminali. Questo include la descrizione dettagliata del tipico ciclo di vita di server aziendali compromessi, dall’inzio all’attacco finale. I server cloud sono particolarmente esposti perchè potrebbero non avere la stessa protezione degli ambienti on-premise. Gastone Nencini continua: “Asset aziendali legittimi ma compromessi possono essere infiltrati nelle infrastrutture sia on-premise che in cloud. Una buona regola da tenere presente è che qualsiasi asset esposto può essere compromesso”. I cybercriminali potrebbero sfruttare vulnerabilità nei software server, compromettere credenziali, sottrarre log-in e inoculare malware attraverso attacchi di phishing. Potrebbero prendere di mira anche i software di infrastructure management, che permetterebbe loro di creare nuove istanze di macchine virtuali o altre risorse. Una volta compromessi, questi asset di server cloud possono essere venduti nei forum underground, nei marketplace e addirittura nei social network, per essere poi utilizzati per diversi tipi di attacchi. La ricerca Trend Micro approfondisce anche i trend emergenti per quanto riguarda i servizi di infrastrutture underground, incluso l’abuso di servizi di telefonia e satellitari o il computing parassitario “in affitto”, inclusi RDP nascosti e VNC. Ulteriori informazioni sono disponibili a questo link.       Fonte: BitMat.it

Data breach: l’impatto del COVID-19 sulla violazione dei dati

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Da quando, lo scorso maggio, abbiamo lanciato il Data Breach Investigations Report 2020 (2020 DBIR) di Verizon Business, è emerso che la pandemia COVID-19 ha determinato ulteriori sfide in ambito security per le aziende di tutto il mondo. Abbiamo visto molte organizzazioni mettere a lavorare da remoto i propri dipendenti in massa; il commercio elettronico è aumentato, con molte settori – in particolare i servizi di vendita al dettaglio e le aziende alimentari – che ora dipendono maggiormente dalla loro presenza online e dai flussi di lavoro basati su cloud; e anche gli operatori sanitari sono passati alla fornitura di servizi in linea, questo per citare solo alcuni ambiti colpiti dalla pandemia. Sfortunatamente, in questi tempi di rapidi cambiamenti e grande confusione, i criminali informatici hanno continuato a operare, cercando di sfruttare ogni opportunità di guadagno finanziario. Per far luce sul numero crescente attacchi che preoccupano gli esperti di security, il nostro team DBIR ha realizzato un’analisi di tre mesi – dal titolo Analyzing the COVID-19 data breach landscape – dedicata a queste nuove minacce. A differenza del DBIR, questo studio si concentra su 36 violazioni confermate, che sono state identificate come correlate direttamente alla pandemia COVID-19 ed esamina, sulla base delle informazioni provenienti dai nostri partner e di quanto reso pubblico, anche 474 incidenti avvenuti fra marzo a maggio 2020. Abbiamo combinato questi dati con le osservazioni realizzate del nostro team, sulla base di tanti anni di esperienza collettiva, per scoprire i cyber trend che hanno interessato maggiormente le aziende in questo periodo. Nel caos, si punta su ciò che è provato e testato Prima del COVID-19, per impossessarsi dei dati i criminali informatici utilizzavano con successo metodi collaudati da tempo. Inutile dire che se queste tattiche hanno funzionato in un solido ambiente aziendale, hanno avuto ancora più riscontro in un momento di cambiamenti senza precedenti. Di fatto i criminali sono pigri nei loro approcci e, con a una superficie di attacco che si è notevolmente ampliata durante la pandemia, non hanno avuto bisogno di inventare nuove strategie di attacco per raggiungere i loro obiettivi. Sulla base dell’analisi di Verizon, è emerso che: Continuo aumento degli errori: l’errore umano è spesso visto come una delle principali cause degli incidenti di sicurezza – infatti abbiamo circa un quarto delle violazioni analizzate nel DBIR 2020 erano dovute a questo. A seguito delle lunghe interruzioni lavorative, dell’aumento dei carichi di lavoro per la riduzione delle risorse impiegate e, naturalmente, della distrazione dovuta alla presenza della famiglia e agli impegni della didattica a distanza, non stupisce che durante la pandemia siano stati segnalati un maggior numero di errori. Focus sull’hackeraggio correlato alle credenziali rubate: il DBIR 2020 ha evidenziato che oltre l’80% delle violazioni è stato causato da credenziali rubate o forzate. Tutto ciò è stato aggravato dal gran numero di dipendenti che lavorano da casa, che richiedono un costante accesso da remoto e una continua manutenzione delle loro workstation. I dipartimenti IT delle aziende devono affrontare la sfida di proteggere le risorse aziendali sulla rete aziendale mentre la maggior parte della forza lavoro è fuori ufficio. Questo ha permesso ai criminali informatici di allargare il numero di obiettivi che operano da remoto. L’utilizzo dei ransomware sta aumentando: analizzando i dati relativi alla pandemia, diversi incidenti esaminati hanno riguardato l’uso di ransomware. Questi hanno riguardato la duplicazione e la pubblicazione (parziale o totale) di dati online. Dei nove incidenti imputati a malware, sette sono state violazioni confermate, che dimostrano un picco nell’utilizzo del ransomware. Le e-mail di phishing giocano sulle emozioni: il phishing è sempre stata una tattica popolare per il crimine informatico. Prima dell’emergenza COVID-19 abbiamo messo in evidenza che il furto di credenziali e gli attacchi social come il phishing e la violazione della posta elettronica aziendale erano alla base della maggior parte delle violazioni (oltre il 67%). Se al successo di questo tipo attacco si aggiungono l’incertezza, la paura e la necessità di informazioni sul COVID-19, è facile capire perché le email di phishing contenenti le parole “COVID” o “CORONAVIRUS, “mascherine”, “test”, “quarantena” e “vaccino” siano state ampiamente utilizzate durante il periodo dell’emergenza. Dai dati emerge che le e-mail di phishing non correlate al COVID-19 hanno registrato una percentuale di clic leggermente inferiore (con una mediana del 3,1%). Le e-mail che includevano riferimenti alla pandemia hanno avuto una mediana leggermente superiore pari al 4,1% e ha mostrato che più organizzazioni hanno tassi di clic molto più elevati, oltre il 50% per cento in alcuni casi. Una simulazione di phishing eseguita su circa 16.000 persone alla fine di marzo (le prime settimane di lavoro da casa per molti stati negli USA) ha rilevato che un numero tre volte superiore di persone non solo ha cliccato sul collegamento di phishing, ma ha anche fornito le proprie credenziali alla pagina di login simulata rispetto a quanto avvenuto per i test pre-COVID-19 alla fine dell’anno scorso. Questa risposta emotiva più intensa è del tutto comprensibile se i cybercriminali inseriscono termini correlati al COVID-19. Strategie di sicurezza complete possono aiutare navigare in queste acque inesplorate Durante la pandemia, le aziende di tutto il mondo hanno continuato a concentrarsi sull’offrire servizi ai propri dipendenti e ai clienti. Grazie ai dati sulle tattiche usate dagli hacker durante questo periodo e a strategie di sicurezza complete, che includano servizi di sicurezza gestiti, soluzioni di autenticazione e, cosa più importante, a una formazione continua dei dipendenti, si può impostare un percorso efficace per contribuire a creare un ambiente aziendale più sicuro in grado di garantire la continuità del business. Per ulteriori informazioni sui prodotti security di Verizon Business, è possibile visitare questo link. A cura di Alex Pinto, Team Manager del DBIR di Verizon     Fonte: BitMat.it