Analytics per l’Internet of Things, un mercato pronto a esplodere
Nel giro di pochi anni, il volume d’affari delle soluzioni Big Data and Analytics per l’IoT potrebbe perlomeno quadruplicare, sottolinea IDC. Il 28 novembre a Milano l’evento “Remixed IoT” organizzato da Cisco e SAS in collaborazione con IDC L’effetto combinato di paradigmi come l’Internet of Things e la Digital Transformation sta portando un rinnovamento sostanziale tanto nel comparto dei servizi quanto in quello produttivo. Da un lato, la propagazione di sensori e dispositivi intelligenti, in modo sempre più capillare e in alcuni casi oltre i confini più esterni delle reti; dall’altro, la digitalizzazione sempre più radicale dei processi aziendali. L’insieme di tali fenomeni pone una sfida fondamentale ai decision maker: come impiegare in modo sistematico e in tempo reale i dati aziendali per indirizzare le decisioni sia a livello strategico che operativo? L’obiettivo è quello di concretizzare un nuovo modello di automazione organica, distribuita e connessa, che venga abilitato dalla sinergia tra piattaforme di edge computing, networking, security e data center, e piattaforme di advanced analytics. Tutto questo sta alimentando un nuovissimo mercato che IDC annuncia in enorme espansione, quello dei tool software di Big Data and Analytics (BDA) per l’IoT, che abbraccia casi d’uso basati tanto su sistemi analitici centralizzati quanto su soluzioni dispiegate perimetralmente. Secondo IDC, questo mercato esploderà letteralmente passando da un valore a livello mondiale di 420 milioni di dollari nel 2016 a oltre 1,8 miliardi nel 2021, con un tasso di crescita annuale composto (CAGR) superiore al 34%. Si tratta di una previsione che IDC già tra sei mesi potrebbe rivedere al rialzo, soprattutto perché sta accelerando la richiesta di soluzioni BDA in grado di gestire l’elaborazione dei dati là dove questi vengono creati e hanno un valore di contesto, riducendo al minimo il tempo di latenza “decisionale” e trasferendo al data center l’informazione necessaria. Inoltre, sottolinea IDC, sta diventando essenziale l’impiego di algoritmi di data analysis sempre più sofisticati come le learning networks, per analizzare in real-time il flusso di dati prodotti dalla moltitudine di sensori e dispositivi che tracciano i processi produttivi. Proprio di “edge analytics” e di infrastrutture per realizzare modelli IoT a partire dai dati e dai sistemi aziendali si parlerà nel corso di un nuovo evento organizzato da Cisco e SAS in collaborazione con IDC che si terrà a Milano il 28 novembre con il titolo “Remixed IoT: la combinazione vincente tra ICT Architectures e Analytics Technologies”. Durante l’evento, gli analisti di IDC e gli esperti di Cisco e SAS illustreranno come la capacità di interpretare i dati per prendere decisioni dipenda dalla realizzazione di piattaforme IoT flessibili e facili da usare per una gamma sempre più ampia di ruoli aziendali, e da infrastrutture pensate per gestire i dati che vengono analizzati perimetralmente e poi raccolti a livello enterprise. The post Analytics per l’Internet of Things, un mercato pronto a esplodere appeared first on Data Manager Online.
Russiagate, Fb +10mila addetti sicurezza
Entro fine 2018. Annuncio durante audizioni al Senato
Troppa liquirizia fa male al cuore
Un’overdose di liquirizia fa alzare la pressione e altera il battito cardiaco E’ la Fda (Food and Drug Administration), il maggiore ente governativo degli Stati Uniti che si occupa dei controlli e della regolamentazione degli alimenti e dei farmaci immessi sul mercato, a lanciare l’allarme. Questa radice, derivante dalla lavorazione di una pianta e utilizzata spesso per la preparazione di dolci, potrebbe essere dannosa per la salute. Già nota per le sue proprietà farmaceutiche, la liquirizia viene utilizzata anche come antinfiammatorio, digestivo e come diuretico, considerata da molti un depurante e protettivo per l’intestino. Infine viene utilizzata anche come additivo per le sigarette, come il cacao. La Fda aveva già allertato la popolazione riguardo al rischio di sviluppare problemi cardiaci legati a un eccessivo consumo di liquirizia: una media di circa 57 grammi al giorno per due settimane di questo prodotto causerebbe infatti vari problemi di salute. Perché fa male al cuore? Il comunicato ufficiale della Fda riporta che il principale responsabile dei problemi causati dalla liquirizia sarebbe la glicirrizina in essa contenuta, ovvero un composto potenzialmente nocivo presente nella radice della pianta. Le analisi effettuate in laboratorio rivelano che la liquirizia tende ad abbassare i livelli di potassio presenti nel sangue, favorendo irregolarità nel ritmo cardiaco, pressione sanguigna elevata, insufficienza cardiaca e letargia. Una recente ricerca ha inoltre dimostrato che la glicirrizina assunta dalle donne in gravidanza può causare danni a lungo termine sullo sviluppo del feto. Disintossicarsi dalla liquirizia Si spiega quindi il motivo per cui se ne sconsiglia l’assunzione a soggetti di età superiore ai 40 anni che hanno già avuto problemi del sistema cardiocircolatorio. Ecco perché sarebbe bene in questi casi ridimensionare drasticamente il consumo di liquirizia, o acquistando prodotti a base di anice o che contengono liquirizia senza glicirrizina, precedentemente eliminata mediante un processo di lavorazione. I medici assicurano che il livello di potassio si regolarizza da solo dopo un breve periodo di astinenza dal prodotto, quindi basta evitare di “disintossicarsi” evitandone il consumo per qualche giorno. The post Troppa liquirizia fa male al cuore appeared first on Data Manager Online.
WhatsApp, malfunzionamenti nel mondo
Problemi dalle 9 segnalati da utenti, da Italia a Malesia
Trump fuori da Twitter per 11 minuti
Dipendente del social disattiva account in ultimo giorno lavoro
Ecco com’è il Razer Phone
Un telefono indirizzato agli amanti dei videogame con doppia fotocamera e batteria di lunga durata. Ma il design lascia a desiderare Non sarà potente come l’iPhone 8 e il Galaxy Note8 di Samsung ma Razer Phone si saprà far valere. Il motivo? Il primo telefonino del brand conosciuto soprattutto dagli amanti dei videogame guarda proprio al particolare pubblico di appassionati ludici, che potranno godersi giochi di spessore anche fuori dalle mura domestiche. Finora l’unico dispositivo che permette una fruizione del genere, di qualità, è la Nintendo Switch che non può svolgere altre attività possibili per uno smartphone, ancora in grado di porsi come device unico e versatile. Dal punto di vista della dotazione hardware c’è ben poco da eccepire: Snapdragon 835, ben 8 GB di memoria Ram, 64 GB di storage con supporto alle microSD e batteria da 4.000 mAh. Proprio quest’ultimo è un elemento a favore di chi intende vivere lunghe sessioni di gaming in mobilità, senza doversi preoccupare costantemente dell’autonomia. Ma design old style Più di un dubbio sul design scelto da Razer per il suo phone. Indubbiamente si tratta della conseguenza dell’aver acquisito qualche mese fa Nexbit, la compagnia dai cui lab era uscito Robin, un cellulare che prometteva di poter vivere completamente di cloud. Non a caso, Razer Phone è praticamente un Robin ridisegnato nel software, con un form factor che in tempi di schermo full touch e infinity pare davvero appartenere al passato. In ogni caso il vetro è di qualità, visto il pannello da 5,7 pollici Sharp Igzo, con refresh rate a 120 Hz, per intenderci lo stesso dell’iPad Pro. Ciò dovrebbe consentire una fluidità dei contenuti, anche quelli più spinti, senza precedenti, e una restituzione del suono di assoluto spessore, data la presenza di una doppia uscita audio Dolby Atmos. Buona, almeno sulla carta, anche la fotocamera dual da 12 + 13 megapixel e flash LED. Date e prezzi da confermare. The post Ecco com’è il Razer Phone appeared first on Data Manager Online.
Facebook ammette: gli adv russi pro-Trump visti da 126 milioni di americani
Non si ferma il vortice chiamato Russiagate che coinvolge anche il social network e la piattaforma pubblicitaria da esso veicolata. Mosca avrebbe distorto i voti dell’elettorato USA Quanto contano i social network all’interno delle dinamiche di voto di un paese come gli Stati Uniti? Probabilmente tanto, forse troppo. Uno dei paesi (forse “il”) più socialmediatici al mondo potrebbe aver mandato alla Casa Bianca un presidente non voluto a causa delle pressioni svolte, volontariamente, da Mosca su Facebook e altre piattaforme simili, come Twitter e Google. Non un lavaggio del cervello in senso stretto ma una forma di comunicazione figlia dei nostri tempi, in cui un post o un tweet, vero o fake che sia, è in grado di muovere più coscienze di quanto non sappia fare una comune tribuna politica in televisione o un comizio in piazza. Per questo all’interno dell’ampio caso di indagine chiamato Russiagate sono entrati in gioco anche i siti e le app 2.0, in quanto vettori di messaggi pubblicitari costruiti ad-hoc dal Cremlino per favorire Donald Trump. Cosa succede Proprio Facebook, in settimana, ha ammesso che almeno 126 milioni di iscritti americani potrebbero essersi imbattuti negli adv sponsorizzati dalla Russia, circa 80 mila in totale, contenente propaganda repubblicana elargita dall’Europa agli Stati Uniti. Putin, dal canto suo, ha sempre negato tutto ma le dichiarazioni delle ultime ore sembrano andare in una direzione diametralmente opposta. Sia il team di Zuckerberg che i colleghi-rivali di Twitter e Google, sono stati ascoltati dal Senato in merito alla diffusione di banner pro-Trump con risultati alquanto chiari: circa 2.700 account del microblog sono stati collegati a operativi russi mentre un ammontare di 4.700 dollari è stato utilizzo su Google per creare advertising e link sponsorizzati. Si tratta di numeri importanti ma, come ha evidenziato lo stesso Facebook, molto piccoli rispetto all’universo gestito da ognuno. Eppure la targetizzazione di ogni piattaforma consente di mirare per bene la pubblicità verso un pubblico definito, così da rafforzare l’obiettivo e cercare di influenzare il voto della fascia di elettorato indefinita, capace di spostare gli equilibri. Che sia stato il caso delle elezioni USA del 2016 è tutto da verificare ma sottovalutare il potere dei social media non è più possibile. The post Facebook ammette: gli adv russi pro-Trump visti da 126 milioni di americani appeared first on Data Manager Online.
Waymo non si fida dei passeggeri delle sue self driving car
Waymo ritiene poco sicuro affidare improvvisamente la guida delle self driving car ai passeggeri e studia quindi una soluzione alternativa Waymo, l’azienda di proprietà di Google che si occupa dello sviluppo di self driving car, è convinta di essere quasi pronta a lanciare sul mercato una soluzione per la guida autonoma. In particolare, la divisione di Mountain View si sta adoperando per migliorare la sicurezza delle sue vetture e pare proprio che l’uomo non avrà alcun ruolo nella mobilità del futuro. Al momento Waymo consente al conducente di riottenere il controllo del veicolo in situazioni di potenziale pericolo. L’azienda però ha riscontrato nei suoi test che i passeggeri sono spesso concentrati su altre attività invece che su quello che l’auto sta facendo autonomamente. Ridargli il volante improvvisamente significherebbe quindi creare un pericolo ancora maggiore in quanto la persona non ha gli occhi fissi sulla strada come dovrebbe. Waymo comunque vuole affidare all’uomo una pur minima funzione di controllo. Ad esempio sarà possibile cambiare marcia attraverso un apposito pulsante e si potranno visionare le azioni compiute dalla vettura tramite schermi posti all’interno dei poggiatesta. In questo modo si potrà comprendere meglio perché la vettura si è comportata in un certo modo. Come ha sottolineato il CEO di Waymo, John Krafcik, l’obiettivo è quello di realizzare automobili più simili a taxi che a vetture private. La strategia d’altronde era già stata confermata dai test effettuati sulle Fiat Pacifica dotate di LIDAR negli Stati Uniti. Il mezzo sarà in grado di riconoscere l’utente probabilmente tramite scansione del volto e potrà farlo anche se quest’ultimo non si troverà nel punto preciso dove aveva effettuato la chiamata. The post Waymo non si fida dei passeggeri delle sue self driving car appeared first on Data Manager Online.
I dipendenti investono risorse proprie per rimanere competitivi
I lavoratori manifestano la volontà di cambiare azienda se le loro competenze digitali non evolvono. E’ quanto emerge da The Digital Talent Gap di Capgemini e LinkedIn Capgemini in collaborazione con LinkedIn, il network professionale più grande al mondo, ha pubblicato oggi il report “The Digital Talent Gap – Are Companies Doing Enough?”, che analizza la domanda e l’offerta di lavoro relativa a esperti con specifiche competenze in ambito digital e la disponibilità di posizioni digital all’interno di diversi settori e paesi. Il report svela le preoccupazioni dei lavoratori nella valutazione delle proprie competenze digitali, oltre alla mancanza di risorse per la formazione messe a loro disposizione sul posto di lavoro. Tra gli aspetti più salienti, il report evidenzia il fatto che quasi il 50% dei lavoratori (percentuale che raggiunge il 60% per quei dipendenti con competenze digitali) sta investendo sia denaro che tempo libero per acquisire competenze digitali. Il gap in ambito digitale si sta ampliando Tra le società intervistate, una su due riconosce che il gap sulle competenze digitali si sta espandendo. Infatti, più della metà (54%) delle aziende è d’accordo sul fatto che questo divario stia ostacolando i loro programmi per la digital transformation e di aver perso il loro vantaggio competitivo proprio a causa della carenza di talenti digitali. Sebbene il divario in termini di competenze digitali si fa più ampio, i budget per la formazione digitale sono rimasti invariati o hanno addirittura subito un calo in oltre la metà (52%) delle aziende. Il 50% degli intervistati afferma inoltre che il gap digitale è uno dei temi più discussi ma che, allo stesso tempo, non vengono intraprese delle azioni per colmarlo. Le preoccupazioni sulla ridondanza delle competenze potrebbero creare frizioni Molti degli attuali dipendenti sono preoccupati dal fatto che le proprie competenze siano ormai superate o che lo stiano per diventare. Complessivamente, il 29% dei lavoratori ritiene che siano già superate o che lo diventeranno entro due anni, mentre per oltre un terzo di loro questo succederà tra 4-5 anni. Nello specifico, sono quasi la metà (47%) dei dipendenti appartenenti alle generazioni Y e Z a ritenere che le proprie competenze digitali diventeranno obsolete entro i prossimi 4-5 anni. Da un punto di vista di settore, dal report si evince che il 48% dei lavoratori del comparto automobilistico pensano che le loro competenze diventeranno superflue nei prossimi 4-5 anni, seguiti da quelli dei settori bancario (44%), delle utility (42%), delle telecomunicazioni e assicurativo (entrambi al 39%). Inoltre, i dipendenti credono che i programmi di formazione messi in atto dalle aziende non siano molto efficaci. Infatti oltre la metà degli attuali talenti in ambito digitale afferma che questi programmi non sono utili o che spesso non gli viene concesso il tempo necessario per potervi partecipare. Quasi la metà degli intervistati (45%) descrive i programmi formativi della propria azienda come “inutili e noiosi”. Le preoccupazioni in merito alle skill digitali che divengono superflue e la mancanza di fiducia nei confronti degli sforzi messi in atto dal datore di lavoro per incrementare queste competenze potrebbero creare delle frizioni. Più della metà dei dipendenti con competenze digitali (55%) afferma di essere disposto a trasferirsi in un’altra azienda nel caso in cui dovesse avvertire che le proprie capacità digitali siano in una fase di stallo presso l’attuale datore di lavoro. Allo stesso tempo, è probabile che quasi la metà dei dipendenti (47%) si indirizzi verso quelle aziende che offrono migliori possibilità di sviluppo di queste competenze. Tuttavia, anche i datori di lavoro affermano di essere preoccupati per le possibili frizioni con il personale dotato di maggiori competenze, tanto che più della metà di essi (51%) ritiene che i propri dipendenti abbandoneranno l’azienda dopo aver ricevuto una formazione e la metà di loro (50%) afferma di non registrare molta affluenza durante le sessioni di training sulle competenze digitali. Alessandra Miata, HR Director di Capgemini Italia ha dichiarato: «Oggi le società stanno affrontando una sfida di dimensioni enormi per quanto riguarda l’upgrade delle competenze digitali. Come evidenzia la ricerca che abbiamo realizzato in collaborazione con LinkedIn, si tratta infatti di un aggiornamento che non riguarda solo le conoscenze tecnologiche ma anche quelle di leadership e relazione, necessarie a cogliere appieno i benefici della digital transformation. Diventa quindi essenziale garantire un percorso di sviluppo delle competenze per riuscire a mantenere i propri dipendenti al passo con i tempi e con le loro stesse richieste. In futuro il divario delle competenze digitali continuerà ad ampliarsi e nessuna azienda potrà permettersi di ignorare il cambiamento in atto. Le imprese devono costantemente innovare e pianificare la crescita dei propri dipendenti». Il gap nelle soft skill digitali è maggiore rispetto a quello nelle hard skill Il report ha evidenziato un incremento della domanda per i professionisti con esperienza in hard skill digitali, in aree come advanced analytics, automazione, intelligenza artificiale e cybersecurity. Tuttavia, soft skill digitali come la centralità del cliente e la passione per l’apprendimento, sono tra le più richieste dalle imprese e rappresentano una caratteristica sempre più importante per un professionista digitale a tutto tondo. Dal report, inoltre, emerge che: Anche se il 51% dei dipendenti ritiene che nella propria azienda ci sia una mancanza di hard skill digitali, allo stesso tempo, il 59% degli intervistati sottolinea anche una carenza di soft skill Sette lavoratori su dieci con competenze digitali (72%) preferiscono lavorare per società che hanno una cultura imprenditoriale che promuova agilità e flessibilità, come quella della startup. È molto improbabile che le competenze digitali prosperino in un ambiente caratterizzato da mancanza di libertà di sperimentare e fallire. Qualora non dovesse esistere una cultura basata sulla sperimentazione ne risentirà anche l’innovazione. I must-have per i ruoli in ambito digital Sulla base dell’analisi dei dati di LinkedIn all’interno del report, negli ultimi anni i Data Scientist e i Full Stack Developers sono stati, in media, le figure professionali più richieste. Qui di seguito viene indicata in ordine di posizione la top 10 dei ruoli digital che nei prossimi 2-3 anni diventeranno i più significativi: Information
La nuova era del digitale terrestre arriva nel 2022
La prossima adozione del nuovo standard DVB-T2 per il digitale terrestre ha suscitato il panico ma per cambiare televisore c’è ancora molto tempo Il passaggio dall’analogico al digitale terrestre è stato più traumatico del previsto per molti italiani e la prossima rivoluzione nell’ambito della televisione contenuta nella Legge di Bilancio 2018 in corso di approvazione ha già scatenato il panico. Entro il 2022 tutti gli apparecchi dovranno essere aggiornati al nuovo standard di trasmissione DVB-T2 e supportare il codec H265/HEVC. La maggior parte delle TV acquistate prima del 1° luglio 2016 utilizzano ancora lo standard DVB-T e questo significa che secondo le stime circa il 90% di esse dovrà essere cambiato. La notizia ha ovviamente suscitato critiche piuttosto accese ma in realtà non bisogna farsi prendere dall’allarmismo. Il passaggio allo standard DVB-T2 è stato deciso dalla Commissione europea per liberare le frequenze mobili della banda 700 (694-790 MHz) e consentire la diffusione della rete 5G, di cui Vodafone è pioniera in Italia. Innanzitutto bisogna considerare che il passaggio al nuovo digitale terrestre, che offrirà una rinnovata gamma di servizi e contenuti in altissima qualità, avverrà gradualmente. L’adozione del nuovo standard riguarderà prima alcune Regioni ed emittenti per poi estendersi a tutta Italia secondo un piano quinquennale stabilito dall’Agcom entro il prossimo 31 maggio. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha sottolineato in una nota che “la tecnologia T2-HEVC sarà introdotta solo nel 2022 quando nello switch off saranno coinvolte tutte le emittenti nazionali. Per quella data si prevede che il naturale ricambio dei televisori con le nuove tecnologie avviato con 5 anni e mezzo di anticipo sarà sufficiente a garantire la transizione senza particolari problemi per le famiglie”. Dal 1° gennaio 2017 è infatti obbligatorio per i commercianti vendere solamente televisori con questa tecnologia per favorire l’aggiornamento degli apparecchi. Coloro che non hanno intenzione di acquistare una nuova TV entro i prossimi 5 anni potranno comunque continuare a guardare i loro canali preferiti grazie a un decoder abbinato esattamente come è avvenuto nel passaggio dall’analogico al digitale terrestre. The post La nuova era del digitale terrestre arriva nel 2022 appeared first on Data Manager Online.