Talent Garden con Google Entrepreneurs
Obiettivo formare e connettere start up di tutto il mondo
Sindrome occhio secco, colpa di computer
In arrivo le prime linee di indirizzo
Google ha dimenticato di mettere Android su alcuni Pixel 2 XL
Non una gamma così fortunata quella del secondo smartphone sfornato da Big G che in alcuni esemplari è privo di sistema operativo Google non ha messo Android su tutti i Pixel 2 XL spediti in giro per il mondo. Non un caso isolato, visto che su un forum di Reddit cominciano a spuntare diverse segnalazioni in cui gli utenti spiegano di essersi imbattuti in un errore subito dopo l’accensione del dispositivo, emblematico e privo di dubbi. Ecco il testo: Impossibile trovare un valido sistema operativo. Il dispositivo non potrà avviarsi. Visitare questo link da un altro terminale g.co/ABH. L’indirizzo rimanda a una pagina di supporto di Google che peraltro non mostra nemmeno l’errore specifico riscontrato sui Pixel 2 XL. Il topic che ci va più vicino è relativo alla presenza di un sistema operativo diverso da quello di default, tale da chiedere un download manuale del pacchetto e l’installazione avanzata tramite recovery. Insomma, un qualcosa che in molti utenti sanno fare ma non è detto che l’operazione sia così semplice per chiunque. Cosa succede Google ha già risposto alle prime avvisaglie del sito Android Police di aver risolto il problema anche se non è chiaro in che modo. Una volta distribuito a livello globale, lo smartphone privo di OS non può certo aggiustarsi da solo. Probabile dunque che vi sia la possibilità di rimandare indietro il terminale o di recarsi presso un punto di assistenza dove far caricare il sistema operativo senza alcun costo da sostenere. Il problema è che non esistono centri specializzati a marchio Google, non da noi almeno. Per fortuna, i Pixel XL 2 sono stati costruiti con il supporto di LG ed è quindi plausibile che entri in gioco la sua rete per dare la giusta svolta all’ennesima difficoltà della poco fortunata famiglia di telefonini a marchio G. The post Google ha dimenticato di mettere Android su alcuni Pixel 2 XL appeared first on Data Manager Online.
Internet of Things: i rischi (poco evidenti) di essere costantemente connessi alla rete
IMQ evidenzia la condizione dell’affermarsi dell’IoT illustrando i percorsi necessari per garantire safety e security L’Internet of Things è una realtà che si sta consolidando e insediando sempre di più nella nostra società. Un’arma a doppio taglio che, se da un lato viene in nostro aiuto rendendoci la vita più facile, dall’altro implica tutte le vulnerabilità che presenta l’avere i più disparati dispositivi connessi alla Rete. IMQ, principale organismo italiano nel settore della valutazione di conformità ed esperto di sicurezza, sottolinea i potenziali rischi collegati all’Internet delle cose, se non gestito in maniera corretta, in termini sia di cybersecurity ma anche di gestione dei dati. Internet of Things è un neologismo che ha fatto capolino nel nostro vocabolario nel 1999, ma solo recentemente è entrato a far parte in maniera veramente attiva delle nostre vite. Tra smartphone, smart car, ma soprattutto smart home, attualmente un individuo è connesso alla rete tramite device di ogni sorta praticamente in ogni momento della sua vita. Guardando la crescita dell’IoT, sembra proprio che reale e virtuale siano destinati sempre di più a contaminarsi a vicenda: secondo i dati dell’ultimo Osservatorio IoT della School of Management del Politecnico di Milano, si tratta di una delle maggiori spinte per lo sviluppo digitale dell’Italia. Il mercato era infatti a quota 2,8 miliardi di euro nel 2016, con un aumento del 40% rispetto all’anno precedente. Insomma, una crescita esplosiva effettuata in un solo anno, che è stata favorita in particolare dall’aumento del numero di oggetti collegati a Internet. Nel nostro Paese i device connessi tramite rete cellulare sono attualmente 14,1 milioni (+37% rispetto al 2016), ma in questo dato non sono compresi quelli che utilizzano altre tecnologie come la Power Line Communication o la radiofrequenza, altrettanto “smart” Elettrodomestici spia Uno dei punti chiave per lo sviluppo dell’IoT è costituito dall’impiego valorizzante dell’enorme quantità di dati raccolti grazie ai device connessi. Si tratta di dati sulle nostre abitudini di vita, che, sempre secondo l’Osservatorio del Polimi, non vengono ancora sfruttati, ma presto potrebbero dare alle aziende un profilo completo da archiviare o rivendere a terze parti che forniamo, inconsapevolmente, ogni giorno. Ma non solo, infatti gli oggetti IoT, in quanto connessi e comunicanti, possono entrare a far parte di una botnet, una rete composta di dispositivi infettati da malware controllati dai botmaster. I rischi sono quelli di un qualsiasi altro attacco DDoS (Distributed Denial of Service), in grado di mettere a repentaglio la sicurezza delle nostre informazioni. I cosiddetti botmaster possono però costituire una minaccia ben peggiore, sotto alcuni punti di vista, arrivando a infiltrarsi letteralmente nei nostri dispositivi, mettendo a rischio addirittura la nostra privacy. È emblematico il caso del 2013 di una famiglia in Texas, che si è trovata a dover fronteggiare un hacker infiltratosi nel baby monitor all’interno del lettino della loro bambina di due anni. Marc Gilbert, il padre, in seguito all’episodio ha affermato di aver impostato delle password sia per il router, sia per il baby monitor, e persino di avere un firewall attivo. Insomma, le misure di sicurezza più basilari non sono riuscite a bloccare l’attacco, dovuto a una vulnerabilità nel firmware della telecamera wireless scoperta in seguito dall’azienda. Questa falla permetteva a chiunque di controllare da remoto il dispositivo: in tutto il mondo, ai tempi, c’erano più di 48.000 telecamere come quella connesse a Internet. Dunque i rischi ci sono e chiunque può essere colpito, soprattutto se si considera che viviamo in un’epoca in cui l’Internet of Things sta letteralmente entrando nelle nostre case: il fenomeno smart home ha infatti subito un’impennata del 23% lo scorso anno. La ricerca del Polimi sottolinea come la maggioranza delle soluzioni comprenda videocamere di sorveglianza, videocitofoni intelligenti e sensori di movimento, ma non mancano all’appello le soluzioni per la gestione dei sistemi di riscaldamento e raffreddamento e di elettrodomestici. Forni, lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie: anche questi sono fonte di informazioni e possibili obiettivi di controlli indesiderati da remoto, non solo le più “convenzionali” webcam che spesso ci premuriamo di coprire sui nostri PC. Shodan: una minaccia alla portata di tutti A spaventare è la diffusione di tool sempre più accessibili che permettono, con delle conoscenze di informatica basilari, di fare operazioni di hacking. Un esempio è Shodan, una sorta di motore di ricerca per hacker che scandaglia la rete alla ricerca dei dispositivi che, grazie a essa, sono connessi tra loro, un po’ come fa Google con i siti web. Tra i suoi risultati compaiono webcam, stampanti di rete, computer, ma anche semafori e impianti di condizionamento. I suoi creatori (che lo hanno definito “il motore di ricerca più spaventoso al mondo”) sono riusciti a trovare le chiavi di accesso per prendere il controllo del frigobar di un hotel, di una stazione di benzina addirittura di una diga in Francia. Il software è riuscito a individuare anche i pannelli di controllo dei sistemi elettrici più complessi, e di equipaggiamenti scientifici. Shodan dimostra che, con il giusto mix di competenze tecniche e sadismo, chiunque potrebbe rintracciare uno di questi congegni, accedervi e tagliare l’elettricità a un’intera città, inondare una valle o mandare in fusione una centrale elettrica con un solo click. Dai suoi inventori è sempre stato utilizzato per il cosiddetto white hat hacking, ovvero hacking a fin di bene, che serve a evidenziare le potenziali falle nei sistemi di sicurezza in modo da migliorarle. Ma sfortunatamente, gli usi che possono fare gli utenti di Shodan possono non sempre essere positivi. Entro il 2019 è stato calcolato (fonte Juniper Research) che la cybersecurity diventerà un problema di 2,1 trilioni di dollari. Un problema che avrà cause esterne, ma anche interne (nel 2016 le falle nei sistemi di sicurezza sono derivate per il 58% dall’interno delle organizzazioni). Entro il 2020 ci saranno 20,8 miliardi di “cose connesse” con un quantitativo di dati in impressionante. Dati che andranno gestiti secondo i requisiti del nuovo regolamento sulla Privacy che diventerà operativo il prossimo maggio e la cui applicazione potrebbe comportare notevoli investimenti economici da parte delle aziende (si parla addirittura di miliardi).
Facebook, in arrivo lo scambio di denaro
Il social sarebbe pronto a testare anche tag ‘breaking news’
Oracle, la spinta sul cloud enterprise
Tra gli annunci di OpenWorld 2017, spiccano gli ulteriori tasselli per delineare una proposta cloud di alto livello, che ha al centro l’offerta “Cloud at Customer”, sostenuta anche dalle nuove infrastrutture appena inaugurate a Francoforte Come sempre molto ricco il menu di Oracle OpenWorld 2017, svoltosi all’inizio di ottobre. Dei principali annunci, soprattutto di quelli in ambito cloud, e delle loro ricadute sull’offerta Oracle anche nel nostro Paese, Data Manager ne ha parlato in un incontro con Fabio Spoletini, Country Leader di Oracle Italia. A cominciare dall’evoluzione dell’offerta cloud, passando dai data base in grado di sfruttare il machine learning e l’intelligenza artificiale, per arrivare ai nuovi strumenti per rendere le tecnologie blockchain sempre più al servizio del business e non solo dell’ambito finanziario, le primizie di livello non sono certo mancate. «Sicuramente il tema del cloud è stato un po’ il leitmotiv dell’evento”, esordisce Spoletini, sottolineando che “la completezza della nostra offerta cloud è sempre più evidente, con tutte le componenti SaaS, PaaS e IaaS che delineano un cloud sempre più di tipo enterprise in grado di portare gli ambienti mission critical sulla nuvola». “Cloud at Customer” Lo scopo è quello di favorire un’adozione del cloud sempre più spinta per integrare i sistemi legacy: «Pensiamo che stia finalmente per affermarsi un vero cloud enterprise, nel quale non si mettono praticamente solo le componenti meno critiche o quelle web oriented, ma anche tutto il mondo legacy dei clienti, grazie alla nostra offerta “Cloud at Customer”, con la quale proponiamo un cloud che prevede una gestione completa di macchine e servizi all’interno del firewall del cliente, combinando in maniera nativa il cloud pubblico e quello privato, rivolgendoci in particolare a quei clienti che non si sentono ancora pronti per il public cloud», prosegue Spoletini. In sostanza, l’offerta Cloud at Customer permette ai clienti di far leva su tutti i servizi Oracle Cloud, di tipo SaaS, PaaS e IaaS, sia on-premises sia nel cloud di Oracle stessa, ottenendo tutti i vantaggi tipici della “nuvola” all’interno dei loro data center, in modalità completamente gestita e supportata da Oracle. Più in dettaglio, l’offerta è basata su una moderna piattaforma di infrastruttura cloud che si fonda sulla convergenza di componenti hardware, software-defined storage, networking Oracle e IaaS di alto livello. Oracle gestisce e mantiene completamente l’infrastruttura presente presso la sede del cliente, che è quindi libero di concentrarsi sull’utilizzo dei suoi servizi IaaS, PaaS e SaaS. Infrastrutture europee Che il colosso fondato da Larry Ellison intenda fare sul serio in ambito cloud enterprise non è certo notizia di ieri, come è già stato ampiamente dimostrato e come è stato ancora una volta confermato sia dagli annunci di OpenWorld sia dalla giusta enfasi data all’apertura, avvenuta lo scorso 3 ottobre, di una nuova infrastruttura di data center in Europa. Situata per la precisione a Francoforte, la nuova struttura ha tutte le caratteristiche adatte per sostenere i piani di sviluppo nel Vecchio Continente. A cominciare dalle innovative architetture IaaS Oracle, in grado di garantire la minore latenza possibile, per rispondere a tutte le esigenze mission critical delle aziende europee e ovviamente anche italiane: «Sapere di poter contare su strutture in grado di offrire livelli massimi di performance, latenza, sicurezza, e soprattutto sapere che sono situate entro i confini dell’Unione Europea, così da poter affrontare anche le evoluzioni normative, a partire dal GDPR, darà impulso ulteriore alla penetrazione di Oracle Cloud sul mercato e permetterà ai clienti di focalizzarsi sull’innovazione, invece che sulla manutenzione di complesse infrastrutture on-premises, solo per fare un esempio», si sottolinea in Oracle. Interesse anche in Italia La nuova infrastruttura darà un ulteriore impulso allo sviluppo di un mercato che per Oracle si presenta effervescente anche nel nostro Paese. «In Italia l’adozione del cloud è molto avanti in ambiti come la customer experience, il marketing e l’ERP, come anche l’ambito HR: si tratta di processi che vengono sempre più ridisegnati in ottica SaaS da parte delle medie aziende, anche se non sono poche le grandi realtà, come quelle nell’ambito Financial Services o del settore pubblico, che stanno mostrando notevole interesse verso il Cloud e l’offerta Cloud at Customer può rappresentare un decisivo aiuto in questa direzione», conclude Fabio Spoletini. The post Oracle, la spinta sul cloud enterprise appeared first on Data Manager Online.
Finta WhatsApp scaricata 1 mln di volte
Pubblicata sul negozio di Google, diffondeva spot pericolosi
CoreTech: dopo SMAU 2017 l’avventura continua…
Il provider CoreTech ringrazia visitatori, partner e vendor che sono passati dallo stand durante le giornate del 24-25-26 Ottobre All’evento di riferimento nel settore ICT, il Provider CoreTech ha presentato la propria offerta, allestendo uno stand suddiviso in due sezioni, una dedicata al portfolio di soluzioni on premises e l’altra dedicata ai servizi cloud. A fare da cornice, è stata riservata un’attenzione speciale a Sygma, la piattaforma all-in-one per EDP, MSP e CSP che fornisce una vasta gamma di funzionalità integrate in un unico strumento e che permette a chi opera in ambito informatico di gestire l’on premises sfruttando tutta la potenza del cloud. Durante le tre giornate di SMAU, il team ha organizzato moltissimi corsi che venivano proiettati sul monitor posto al centro dello stand per tutti i visitatori interessati ad approfondire le soluzioni trattate. Roberto Beneduci, CEO di CoreTech: “Dopo il terzo anno consecutivo come espositori a SMAU, siamo ancora convinti che questo evento sia un’importante opportunità per conoscere nuovi partner, sviluppare nuovi business e crescere. Ormai in Italia di eventi dedicati all’IT ne restano davvero pochi… è un peccato perché l’IT è oggi un settore in forte espansione, dove la competizione può essere spesso trasformata in una collaborazione verso un obiettivo comune.” CoreTech ringrazia tutti i partner che in questi anni hanno creduto nell’azienda e che sono passati in fiera a trovare il team. Un saluto speciale viene dedicato anche a GFI Software e al suo Channel Manager Giovanna Angerame Zmugg, per aver presenziato durante l’evento. Da non dimenticare poi il supporto ricevuto da DoctorWeb, il leader nelle tecnologie Antivirus che ha sostenuto il provider milanese sin dall’inizio dei preparativi per SMAU. Infine, grazie a tutti i visitatori che hanno conosciuto CoreTech e che sono rimasti in contatto con il team, in prospettiva di una partnership vincente. The post CoreTech: dopo SMAU 2017 l’avventura continua… appeared first on Data Manager Online.
Facebook ammette: “Ci sono 270 mln di account non regolari”
Facebook ha stimato che ci sono circa 270 milioni di account falsi o doppi e i numeri sono superiori alle attese Almeno una volta al mese oltre 2 miliardi di persone, più di un quarto della popolazione mondiale, si connettono a Facebook. Purtroppo per l’azienda di Menlo Park e la credibilità della piattaforma, non tutti sono così onesti da essere se stessi. Il social network ha fatto il possibile per ridurre l’anonimato e spingere i suoi iscritti a utilizzare il proprio nome e il risultato è stato certamente migliore rispetto a Twitter ma questo non è bastato come ha dimostrato il suo coinvolgimento nello scandalo Russiagate. Il numero di fake e profili doppi è infatti cresciuto rispetto alle sue previsioni. Nel bilancio dell’ultimo trimestre è presente una voce a cui Facebook non ha ovviamente voluto dare particolare risalto in cui si afferma che circa 270 milioni di account non sono riconducibili ad un singolo individuo. Di questi circa 207 milioni, cioè circa il 10% degli utenti attivi a giugno di quest’anno, sono profili duplicati. Si tratta quindi di persone che possiedono più di un profilo o di aziende che invece di registrare una pagina attivano un account personale. I fake dovrebbero essere tra i 41 e i 62 milioni (2-3% del totale). I falsi profili appartengono a persone che vogliono nascondere la propria identità, reti di bot a scopo commerciale e promozione pubblicitaria e personaggi con fini politici di varia provenienza. Lo stesso social network ha confermato che i servizi di propaganda russi sono riusciti a raggiungere 126 milioni di utenti americani grazie ai contenuti pro Donald Trump pubblicati tramite profili fake. Quest’ultimi sono quindi cresciuti rispetto a luglio e in modo decisamente superiore rispetto alle previsioni di Facebook, che si era fermato all’1% dell’utenza attiva. L’azienda di Menlo Park ha però voluto sottolineare che in realtà non sono aumentati i falsi profili ma semplicemente sono diventati più efficienti i sistemi per identificali. The post Facebook ammette: “Ci sono 270 mln di account non regolari” appeared first on Data Manager Online.
HP ENVY Zero-Gravity, arriva la prima stampante pensata per lo Spazio
Nel 2016 la NASA ha scelto le workstation HP ZBook per la sua International Space Station (ISS) e circa 120 ZBook saranno utilizzate per supportare le operazioni e le missioni, con l’obiettivo aggiuntivo di ridurre i costi. Nel 2017, l’ente spaziale americano ha inoltre selezionato la stampante HP OfficeJet 5740 quale “Next Generation Printer”, una stampante di nuova generazione che sostituirà i modelli attualmente a bordo dell’ISS. Per ripagare questa fiducia, HP ha sviluppato una stampante pensata espressamente per l’utilizzo sulla stazione spaziale, la HP ENVY Zero-Gravity. Se una parte dei componenti della stampante HP ENVY Zero-Gravity è standard, infatti, la NASA aveva una lista di caratteristiche per cui era necessario realizzare ex novo alcuni elementi della stampante, per consentirle di funzionare al meglio a bordo dell’ISS, ricercando soluzioni per la gestione della carta e delle cartucce esauste in assenza di gravità, pensando all’utilizzo di materiali plastici con ritardanti ignifughi, rimuovendo le componenti di vetro e assicurando la connettività wireless e via cavo. Inoltre, la stampante doveva essere in grado di funzionare in ogni posizione (0⁰, 90⁰.180⁰ e 270⁰) e di superare test ambientali particolarmente severi per fattori quali materiali, acustica, compatibilità dell’alimentazione o resistenza alle fiamme. La sfida principale per HP è stata quella per rispondere ai requisiti per l’assenza di gravità, particolarmente difficili da raggiungere e verificare per la loro stessa natura unica. Grazie a una completa re-ingegnerizzazione delle componenti e all’utilizzo di materiali speciali e tecnologie per la stampa 3D, è stato però possibile realizzare la stampante HP ENVY Zero-Gravity rispondendo alle richieste specifiche della NASA. La International Space Station Partnership è costituita da NASA (National Aeronautics and Space Administration), CSA (Canadian Space Agency), ‘ESA (European Space Agency), JAXA (Japanese Aerospace Exploration Agency) e RSA (Russian Federal Space Agency e include 15 Paesi: Canada, Giappone, Russia, Stati Uniti, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. L’equipaggio dell’ISS utilizza circa due risme di carta al mese per stampare utilizzando i dispositivi a bordo della stazione. Gli astronauti preferiscono avere una copia fisica delle informazioni critiche per le loro missioni – come e-book con le procedure da seguire durante le emergenze, inventari con le traiettorie di rientro oppure timeline – ma anche delle loro lettere e foto personali, che li mantengono in contatto con la Terra e i loro cari. Le stampanti HP ENVY Zero-Gravity raggiungeranno la ISS a bordo del razzo Space-X 14. The post HP ENVY Zero-Gravity, arriva la prima stampante pensata per lo Spazio appeared first on Data Manager Online.