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Soft Strategy, investire in data protection per prevenire le violazioni

Data Protection, un’esigenza sempre più critica per aziende e istituzioni pubbliche. La visione di Soft Strategy per costruire una cultura della sicurezza, integrando intelligenza artificiale e fattore umano Secondo i dati dell’Executive’s Guide dell’NTT Security Global Threat Intelligence Report 2017, il numero dei tentati cyber attacchi si aggira intorno ai sei miliardi in un anno, mentre nel corso del 2016 le violazioni di tipo DoS (denial of service) e DDoS (distribuited DoS) ai dispositivi IoT (smartphone, tablet, smartwatch…) è raddoppiato, passando dal tre al sei per cento. Non solo. Secondo le previsioni, durante le feste di Natale di quest’anno, gli attacchi informatici prenderanno di mira dispositivi IoT, smartphone e tablet con botnet basate su Android. «Gli episodi di violazioni in termini di cybersicurezza nella PA e i dati sempre più preoccupanti, che coinvolgono anche l’Italia, devono essere un campanello d’allarme e un incentivo alla prevenzione» – spiega Antonio Marchese, executive partner di Soft Strategy, azienda italiana attiva nel campo della consulenza alle imprese. «Fatta eccezione per gli addetti ai lavori, ancora troppo poco si sa in materia di data protection, con la conseguenza che cittadini e aziende sono sempre più esposti agli attacchi senza sapere come proteggersi. Affidarsi a professionisti, alfabetizzare gli utenti sulle nozioni base ed investire in cybersicurezza oggi come oggi è fondamentale per scongiurare questi danni». Le cyberminacce sembrano essere dunque un trend in crescita in Italia, dove però l’investimento nella protezione dati delle PMI è insufficiente: in un giro d’affari di oltre 900 milioni di euro, le piccole e medie imprese occupano una fetta del solo 26 per cento (dati dell’Osservatorio Information Security&Privacy del Politecnico di Milano). Puntare sui giovani talenti in data protection e cybersecurity Nato a Gioia del Colle (Bari) il 14 luglio 1961, laureato in Economia e Commercio all’Università La Sapienza di Roma, Antonio Marchese ha maturato una profonda esperienza nel settore della finanza, della consulenza e dell’IT, lavorando per oltre 15 anni in società di livello internazionale ricoprendo ruoli dirigenziali. Nel 2001 ha fondato, con altri tre soci, Galyleo, società specializzata nell’offerta completa di soluzioni e servizi per l’area Enterprise. Nello stesso anno, Galyleo entra a far parte del Gruppo Visiant. Nel 2011, ha guidato il processo di M&A di Visiant Galyleo dal gruppo Visiant alla multinazionale spagnola Indra Sistemas. E dopo il cambio di denominazione, in Indra Italia, Marchese ha svolto il ruolo di amministratore delegato fino al 2014. Dal 2015, è entrato in Soft Strategy, con il ruolo di executive partner. Antonio Marchese @SoftStrategySpA Investire in #dataprotection per prevenire le #violazioniClick To Tweet Sotto la guida di Antonio Marchese, l’azienda, cento per cento italiana, è riuscita a raddoppiare il suo fatturato, chiudendo il 2016 con un valore della produzione pari a oltre 10.5 milioni di euro, in crescita del 60 per cento rispetto all’anno precedente, e una previsione che sale a 18 milioni per il 2017. Il gruppo Soft Strategy conta a oggi oltre 240 dipendenti e 6 sedi in Italia (Roma, Bologna, Genova, Milano, Firenze e Matera) e una sede a Rio de Janeiro. Un risultato che è stato possibile, garantisce, proprio grazie a una strategia che punta a non lasciare che i nostri “cervelli” fuggano all’estero: «I giovani talenti che assumiamo dimostrano di essere creativi, seri e curiosi, qualità che per le aziende rappresentano un incredibile valore aggiunto. Da gennaio 2017, abbiamo assunto oltre 40 dipendenti e contrattualizzati 12 stagisti. Il 77% di loro ha meno di 30 anni e solo il 17% più di 40». Con questo spirito, Soft Strategy ha partecipato al lancio del Master in Customer Experience & Social Media Analytics, realizzato dall’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, in collaborazione con a SAS. Il valore della sicurezza La crescente digitalizzazione delle relazioni e dei servizi, i nuovi modelli di business basati sui dati, l’e-payment, le nuove norme stanno inequivocabilmente delineando un percorso che porta ad una nuova economia digitale basata appunto sui dati. Secondo gli analisti, entro il 2020 ciascun soggetto dell’ecosistema digitale produrrà decine di Mbyte di dati al minuto. Secondo Antonio Marchese, la protezione dei dati – nella duplice accezione di asset dell’azienda e di vera e propria moneta di scambio con uno specifico valore economico – sarà uno dei temi trasversali della trasformazione digitale delle imprese. «Soft Strategy – spiega Marchese – è all’avanguardia e in prima linea sulle tematiche di data protection con una service line dedicata, promuovendo un approccio olistico che parte in primo luogo dalla cultura della sicurezza. La sicurezza non è solo tecnologia, ma anche processi, formazione, awareness, change management. Troppe volte il valore della sicurezza viene scoperto solo dopo un incident, quando ormai si può solo calcolare il valore del danno che si è subito. Le aziende e le istituzioni devono sempre più parlare di retun of security investment (ROSI) e non solo di costo della sicurezza». Un’evoluzione inarrestabile Ma mentre i riflettori sono accessi sul nuovo regolamento GDPR, si parla poco di trasparenza in materia di algoritmi di machine learning. «Siamo nel pieno di un’evoluzione inarrestabile» – continua Marchese. «Il GDPR definisce un framework orientato a fare in modo che le aziende e le istituzioni che trattano dati personali lo facciano avendo coscienza e contezza che questi hanno un valore intrinseco per chi li fornisce e li genera: il cosiddetto interessato. Oggi, nel nuovo ecosistema digitale, l’identità di un individuo coincide con la mappa dei “dati che genera” con i propri comportamenti “digitali”. Questi pertanto sono la trasposizione dell’individuo e, obbligatoriamente, su tali dati devono essere garantiti i diritti fondamentali dell’individuo». Il nuovo regolamento GDPR non può essere né un freno né un limite. «Nulla viene proibito dalla norma e tutto si può fare, purché seguendo delle regole e garantendo la sicurezza e i diritti dell’individuo. Le aziende che saranno in grado di costruire impianti di sicurezza “compliant” con le norme avranno un vantaggio competitivo» – mette in evidenza Marchese. «Soft Strategy non a caso supporta su queste tematiche aziende di grandi dimensioni che gestiscono volumi di dati inimmaginabili come le telco, aiutandole a

nowave: nasce la startup italiana che produce occhiali anti luce blu, fondendo design e attenzione alla cura degli occhi

Trascorrere molte ore davanti a uno schermo può provocare diversi problemi e i primi a pagarne le conseguenze sono i nostri occhi che possono ritrovarsi affaticati, stanchi e arrossati. Questo è dovuto alla luce blu, una luce emessa da tutti i dispositivi tecnologici e dalle lampadine a led, che oltre a essere la causa dell’arrossamento e dell’affaticamento della vista, può rappresentare anche “la miccia” che accende altre problematiche, tra cui mal di testa e insonnia (e nei casi più gravi può portare anche alla maculopatia, una patologia più seria). Una startup italiana, che vede alla guida Gino Repetto (41 anni, con un’esperienza pluriennale nel settore farmaceutico ed ottico) e Mauro Piras (28 anni, esperto di marketing), ha preso consapevolezza di questa situazione e ha ideato una soluzione che si propone di risolvere queste complicazioni. Si tratta dell’azienda nowave, che grazie agli occhiali che produce, si dimostra come una soluzione di design alle problematiche che derivano dall’esposizione prolungata alla luce blu: i loro occhiali Anti Luce Blu, UV (99%) e Anti riflesso HMC, infatti, bloccano le onde nocive donando immediato sollievo agli occhi. “L’idea – racconta Mauro Piras co-founder di nowave, che vede 4 persone nel team – è nata per risolvere un problema quotidiano che riguarda la maggior parte dei professionisti di tutto il mondo: l’utilizzo prolungato di schermi a LED. Non solo, però: anche gli studenti, che sempre più preferiscono leggere e studiare sui dispositivi digitali, i gamers e, infine, anche gli amanti delle serie TV, possono essere ‘vittime’ dell’esposizione prolungata alla luce blu. Analizzando il contesto ci siamo accorti che sul mercato mancava un prodotto che unisse qualità dei materiali con un design accattivante e molto ricercato: un prodotto utile, sicuro e anche piacevole esteticamente, capace di incontrare anche le esigenze di un pubblico attento alla cura del proprio look. Questa presa di coscienza ci ha portato alla creazione di nowave, la nostra creatura imprenditoriale, che è attiva da poco più di un anno. I nostri occhiali, inoltre, hanno un costo finale irrisorio rispetto al prezzo di un’ottica tradizionale (parliamo di un costo medio pari a 60€) perché sfruttiamo la cosiddetta filiera corta, dato che non ci avvaliamo di magazzini, agenti, ottiche. La nostra distribuzione, infatti, avviene solo online, attraverso il sito web e attraverso il canale Amazon, in tutta Europa. Non ci sono intermediari tra noi ed il cliente, né intermediari a monte tra la produzione e noi e questo ci consente di abbattere molti costi.” L’importanza del design: “L’attenzione alla salute degli occhi e l’attenzione al design si uniscono nei nostri prodotti” “Sul mercato – racconta Gino Repetto co-founder di nowave – esistevano già alcune soluzioni, ma i produttori si erano poco concentrati sul design degli occhiali e spesso questi accessori risultavano poco adatti ad essere indossati sul posto di lavoro o in altre situazioni meno formali: noi, invece, abbiamo scelto di coniugare utilità ed estetica e di dare vita a un prodotto che potesse rispondere anche all’esigenza di un pubblico attento all’estetica e non solo alla parte connessa all’utilità effettiva dell’accessorio. Questa linea aziendale che abbiamo sviluppato – continua Gino – ci ha premiato, in quanto abbiamo oltre 10mila clienti. L’80% del fatturato proviene dal mercato italiano, il 15% da quello Europeo e il 5% da un mercato extra UE. Nel mese di Giugno 2017 abbiamo aperto anche il primo store monomarca a Genova. Inoltre, per il 2018 abbiamo in programma di avviare la vendita anche degli occhiali graduati anti luce blu online e prevediamo la creazione di un nuovo network di distribuzione dei nostri prodotti attraverso le ottiche tradizionali ma sempre senza ulteriori intermediari e quindi senza incidere sui costi.” The post nowave: nasce la startup italiana che produce occhiali anti luce blu, fondendo design e attenzione alla cura degli occhi appeared first on Data Manager Online.

Kaspersky Lab ricorre in appello contro l’interdizione del Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti

L’azienda denuncia l’impatto che la Binding Operational Directive, basata esclusivamente su notizie riportate dai media, rumor e accuse infondate, avrà sulla reputazione e sul fatturato Kaspersky Lab ha annunciato che sta presentando ricorso alla corte federale del Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti (DHS) contro la decisione relativa alla Binding Operational Directive 17-01, che vieta l’uso dei prodotti dell’azienda nelle agenzie federali. Kaspersky Lab ha presentato ricorso ai sensi della legge sulle procedure amministrative per far valere i propri diritti processuali costituzionali e contestare la Binding Operational Directive che vieta l’uso dei prodotti e delle soluzioni della società da parte delle agenzie governative degli Stati Uniti. La società afferma che la decisione del DHS è incostituzionale e basata su fonti pubbliche soggettive e non tecniche, come resoconti fatti dai media, dichiarazioni e rumor non avvalorati e spesso anonime. Inoltre, il DHS non è stato in grado di fornire alla società un adeguato processo che le consentisse di contestare le accuse infondate alla base della direttiva e non ha fornito alcuna prova di illecito da parte della società. La volontà dell’azienda di collaborare con il DHS è stata ben documentata. A metà luglio, Kaspersky Lab si è rivolta direttamente al DHS, offrendosi di fornire qualsiasi informazione o supporto che riguardasse l’azienda, le sue operazioni o i suoi prodotti, ribadendo il proprio impegno costante alla trasparenza, allo sviluppo affidabile delle proprie tecnologie e servizi e alla cooperazione con i governi e l’industria della sicurezza IT di tutto il mondo per contrastare le minacce informatiche. A metà agosto, il DHS ha confermato di aver ricevuto la lettera da parte dell’azienda e di aver apprezzato l’offerta di fornire informazioni e ha manifestato interesse per future comunicazioni con Kaspersky Lab in merito alla questione. Tuttavia, la successiva comunicazione ricevuta da Kaspersky Lab da parte del DHS è stata la notifica dell’emissione della Binding Operational Directive 17-01, in data 13 settembre 2017. Di conseguenza, le azioni del DHS hanno causato un danno indebito sia alla reputazione dell’azienda nel settore della sicurezza IT che alle vendite negli Stati Uniti. Ha ingiustamente messo in discussione i principi fondamentali di Kaspersky Lab che consistono nel proteggere i propri clienti e combattere le minacce informatiche indipendentemente dalla loro origine o scopo. Presentando ricorso, Kaspersky Lab spera di proteggere il diritto di ottenere un giusto processo ai sensi della Costituzione degli Stati Uniti e della legge federale e rimediare al danno. causato alle proprie operazioni commerciali, ai propri dipendenti e partner commerciali con sede negli Stati Uniti. “Poiché a Kaspersky Lab non è stata fornita la dovuta opportunità di rispondere alle accuse e non sono state fornite prove tecniche per convalidare le azioni del DHS è nell’interesse dell’azienda difendersi da queste accuse. Indipendentemente dalla decisione del DHS, continueremo a fare ciò che conta davvero: rendere il mondo più sicuro dal crimine informatico”, ha dichiarato Eugene Kaspersky, CEO di Kaspersky Lab. A testimonianza del proprio impegno per la fiducia e la trasparenza, il 23 ottobre Kaspersky Lab ha lanciato la Global Transparency Initiative. Questa iniziativa includerà una revisione indipendente del codice sorgente dell’azienda, degli aggiornamenti del software e delle regole di rilevamento delle minacce; una revisione indipendente dei processi interni per verificare l’integrità delle soluzioni e dei processi dell’azienda; l’apertura di tre centri di trasparenza entro il 2020, in Asia, Europa e Stati Uniti; l’aumento della ricompensa fino a 100 mila dollari per la scoperta di vulnerabilità nei prodotti Kaspersky Lab. The post Kaspersky Lab ricorre in appello contro l’interdizione del Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti appeared first on Data Manager Online.

Facebook ti dirà quando compari in una foto senza tag

Photo Review è una nuova funzione di Facebook che segnala all’utente quando il suo volto compare in una foto non taggata Facebook ha introdotto un nuovo strumento per garantire agli utenti un maggior controllo sulle foto in cui sono ritratti e condivise da altri. A tutti è infatti capitato di comparire in uno scatto e di scoprirlo solo in un secondo momento in quanto amici e conoscenti non hanno inserito il tag. La funzione si chiama Photo Review ed è stata ufficialmente annunciata sul blog del social network con una nota. Photo Review grazie all’intelligenza artificiale e al riconoscimento facciale notificherà all’utente quando il suo volto è presente in una foto appena pubblicata. Quest’ultimo potrà decidere poi se taggarsi, chiedere la rimozione, segnalarla a Facebook o non fare nulla. Nel caso di una immagine del profilo si riceveranno segnalazioni a cadenza regolare mentre per gli altri scatti l’avviso arriverà solo quando sono molti i contatti che vi hanno interagito. L’intera collezione di notifiche relative alle foto, siano esse taggate o meno, sarà comunque disponibile in un’apposita sezione di Facebook, che nel frattempo ha ammesso che può causare depressione se non utilizzato in modo corretto. Photo Review è uno strumento che potrà inoltre essere disattivato dall’utente ed è pensato per limitare azioni come il furto d’identità e la nascita di profili fake. Facebook infatti stima che ci siano più di 270 milioni tra account falsi e doppi. Photo Review utilizza il riconoscimento facciale e quindi non sarà immediatamente disponibile in Europa e Canada, dove le leggi sull’argomento sono molto più restrittive di quelle statunitensi. “Il nostro obiettivo è rendere queste possibilità disponibili ovunque – ha spiegato Rob Sherman, Chief Privacy Officer di Facebook, a TechCrunch – ma ovviamente inizieremo dove i suggerimenti per i tag sono disponibili”. Il mese scorso Facebook ha inoltre confermato di voler utilizzare il riconoscimento facciale per combattere anche il fenomeno del revenge porn. Il social network ha infatti chiesto ad alcuni utenti di inviargli foto di nudo per affinare il suo algoritmo automatico. The post Facebook ti dirà quando compari in una foto senza tag appeared first on Data Manager Online.

Tessuti, rigenerazione turbo grazie a una proteina “truccata”

Creata in laboratorio una proteina che accelera la rigenerazione dei tessuti Sviluppata all’Irccs Ospedale San Raffaele in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca una proteina “truccata” in grado di velocizzare il processo di riparazione dei tessuti danneggiati. La proteina ha dimostrato di funzionare bene nella ricostruzione dei tessuti nei topi colpiti da danni al fegato e ai muscoli, con risultati promettenti che potrebbero aprire nuovi approcci terapeutici anche nella lotta contro i tumori. Proteina con una duplice natura All’origine della scoperta c’è la ‘doppia vita’ della proteina HMGB1 (High Mobility Group Box 1): presente nel nucleo delle cellule, viene utilizzata come richiesta di emergenza in caso di stress o danno al tessuto. Una volta rilasciata, la proteina esercita una duplice azione: innanzitutto tiene a bada l’infiammazione, richiamando le cellule del sistema immunitario che ‘bonificano’ l’area da microrganismi e tossine; successivamente controlla la rigenerazione portata avanti dalle cellule staminali. La chimica pensa quindi a regolare le due fasi: quando la proteina è ossidata svolge azione infiammatoria, mentre quando non lo è ha un’azione rigenerativa. Proprio a partire da questo duplice ruolo i ricercatori hanno messo a punto una versione artificiale della proteina (chiamata 3S-HMGB1) che non può essere ossidata: con una sola iniezione determina la rigenerazione muscolare ed epatica in modo più efficiente della forma normale, senza mai indurre una risposta infiammatoria esagerata. Scenari futuri Sempre questa duplice azione di HMGB1 potrebbe aprire a nuovi scenari terapeutici anche in oncologia, dove è l’azione infiammatoria della proteina ad giocare un potenziale ruolo. “I tumori si comportano in modo simile a tessuti danneggiati”, spiega Marco Bianchi, capo dell’unità di Dinamica della cromatina all’Ospedale San Raffaele “In questo caso l’azione rigenerativa di HMGB1 può essere però dannosa. Sfruttando le sue proprietà infiammatorie, si potrebbe invece ostacolare la crescita del tumore”. The post Tessuti, rigenerazione turbo grazie a una proteina “truccata” appeared first on Data Manager Online.

L’88 per cento delle app Java sarebbe esposto ad attacchi di vaste proporzioni provocati da falle conosciute

Secondo quanto emerso dallo studio di Veracode, società controllata da CA Technologies, il 28 per cento delle organizzazioni tiene attivamente sotto controllo i componenti che potrebbero aprire falle nella sicurezza Veracode ha diffuso i risultati dello studio 2017 State of Software Security Report, un’analisi dettagliata dei dati relativi ai test sulla sicurezza delle applicazioni dagli scanning eseguiti dagli oltre 1.400 clienti CA Veracode. Oltre ai vari trend di settore come i tassi di correzione delle vulnerabilità e la percentuale di applicazioni soggette a vulnerabilità, lo studio evidenzia il rischio molto esteso rappresentato dalla vulnerabilità dei componenti open source. Lo studio condotto da CA Veracode ha infatti rilevato che l’88% delle applicazioni Java contiene almeno un componente vulnerabile che le rende suscettibili ad attacchi di vaste proporzioni. In parte questo è dovuto al fatto che il 28% delle aziende esegue regolarmente analisi al fine di comprendere quali sono i componenti presenti all’interno delle loro applicazioni. “L’impiego universale di componenti per lo sviluppo applicativo implica che, quando emerge una vulnerabilità a carico di un componente, essa può potenzialmente interessare migliaia di applicazioni – rendendone molte passibili di violazione con un unico exploit,” ha dichiarato Chris Wysopal, CTO di CA Veracode. Nel corso degli ultimi dodici mesi, numerose violazioni ad alta visibilità nelle applicazioni Java sono state provocate da vulnerabilità diffuse nei componenti commerciali o open source. Un esempio di vulnerabilità di vaste proporzioni a livello di componenti è stato “Struts-Shock”, scoperto nel marzo 2017. Secondo questa analisi, il 68% delle applicazioni Java che utilizzavano la libreria Apache Struts 2 usava ancora una versione vulnerabile del componente nelle settimane successive ai primi attacchi. Questa vulnerabilità critica presente nella libreria Apache Struts 2 ha reso possibili degli attacchi Remote Code Execution (RCE) basati sull’iniezione di comandi, ai quali sono risultati vulnerabili fino a 35 milioni di siti. Sfruttando questa pervasiva vulnerabilità, i cyber criminali sono riusciti a colpire svariate applicazioni delle vittime, fra cui l’Agenzia canadese delle Entrate e l’Università del Delaware. Il report “2017 State of Software Security” ha inoltre rivelato che circa il 53,3% delle applicazioni Java si fonda su una versione vulnerabile dei componenti Commons Collections. Ancora oggi è in uso lo stesso numero di applicazioni che utilizzavano la versione vulnerabile del 2016. L’impiego di componenti per lo sviluppo applicativo è un pratica diffusa in quanto consente agli sviluppatori di riutilizzare codice funzionale, accelerando il rilascio del software. Gli studi mostrano che fino al 75% del codice di una tipica applicazione è costituto da componenti open source. “I team addetti allo sviluppo non smetteranno certo di utilizzare i componenti, ed è giusto che sia così,” ha continuato Chris Wysopal. “Quando però compare un exploit, il fattore tempo è fondamentale. I componenti open source e di terze parti non sono necessariamente meno sicuri del codice sviluppato in casa, ma è essenziale mantenere un inventario aggiornato delle versioni utilizzate per ogni componente. Abbiamo già assistito a un certo numero di violazioni derivanti dalla presenza di componenti vulnerabili perciò prevedo che, se le aziende non inizieranno a prendere più sul serio questa minaccia e a usare appositi tool per monitorare l’utilizzo dei componenti, il problema non potrà che peggiorare”. L’utilizzo di componenti vulnerabili è fra le tendenze più preoccupanti a carico della sicurezza delle applicazioni rilevate nel rapporto “State of Software Security”. Ad esempio, secondo quanto rilevato dallo studio di CA Veracode, mentre molte organizzazioni si concentrano sulla risoluzione delle vulnerabilità più pericolose, alcune hanno ancora difficoltà a correggere in modo efficiente i difetti del software. Anche gli errori più gravi necessitano di molto  tempo per la loro correzione (l’analisi indica che solo il 22% dei difetti di elevata gravità è stato risolto in meno di 30 giorni) e la maggior parte degli aggressori sfrutta le vulnerabilità nel giro di pochi giorni dalla loro scoperta. Gli hacker e le organizzazioni degli stati-nazione dispongono di tempo abbondante per la potenziale infiltrazione di una rete aziendale. Oltre alle informazioni riguardanti la minaccia posta dall’utilizzo di componenti vulnerabili, lo studio di CA Veracode ha anche scoperto che: Le vulnerabilità continuano a emergere a tassi allarmanti nel software precedentemente non testato. Il 77% delle app presenta almeno una vulnerabilità in sede di prima scansione. Le organizzazioni governative continuano a mostrare risultati inferiori a quelli di altri settori: non soltanto hanno segnato un tasso di superamento del test del 24,7% nell’ultimo scanning, ma hanno anche registrato la più alta prevalenza di vulnerabilità altamente sfruttabili quali cross-site scripting (49%) e SQL injection (32%). Come metro di paragone, fra la prima e l’ultima scansione, il settore delle infrastrutture critiche ha registrato il tasso OWASP più alto (29,8%) fra tutti i settori studiati, pur avendo accusato una lieve flessione (29,5%) in occasione dell’ultima scansione. I due settori che hanno registrato lievi miglioramenti tra la prima e l’ultima scansione sono stati la sanità (27,6% vs. 30,2%) e la GDO/ricettività (26,2% vs. 28,5%). The post L’88 per cento delle app Java sarebbe esposto ad attacchi di vaste proporzioni provocati da falle conosciute appeared first on Data Manager Online.

Chrome è stato rimosso da Microsoft Store

Microsoft ha rimosso Chrome dal suo negozio di app per Windows 10 in quanto non rispetta le sue linee guida Ieri gli utenti Windows 10 hanno visto apparire all’interno del Microsoft Store l’app di Chrome. Dopo appena 24 ore il browser di Google è stato però rimosso dall’azienda di Redmond per il semplice motivo che non rispetta le policy del suo negozio digitale. Microsoft infatti non permette di proporre alternative al suo navigatore Edge, che qualche giorno fa è finalmente arrivato anche su iOS e Android, a meno che il servizio non sfrutti lo stesso motore di rendering. La stessa strategia è stata ad esempio adottata anche da Apple per App Store. Google ha tentato la sorte usando uno stratagemma ma ha fallito la missione. Big G per poter rendere disponibile Chrome all’interno di Microsoft Store ha caricato solamente l’installer contenente i diversi file necessari all’installazione. Il colosso fondato da Bill Gates, che ha stretto un’alleanza con Reddit per migliorare il motore di ricerca Bing, ha scoperto il trucco e in una dichiarazione a The Verge ha sottolineato come l’app di Mountain View non rispettasse le sue direttive. Microsoft si è comunque resa disponibile a integrare il software nella sua piattaforma se Google deciderà di adeguarsi ma la cosa sembra poco probabile. Big G dovrebbe infatti realizzare un’apposita versione di Chrome con lo stesso motore di rendering di Edge. Ciò gli permetterebbe di rendere disponibile il suo browser anche agli utenti Windows 10 S, ovvero la versione del sistema operativo di Microsoft pensata per gli studenti. Dato che Chrome può comunque essere tranquillamente scaricato dall’apposito sito e pochissimi a oggi utilizzano Windows 10 S, è probabile che non vedremo mai una versione del browser ottimizzata per Microsoft Store. Per quanto riguarda iTunes, invece, bisognerà attendere ancora qualche tempo. Apple ha confermato che la sua app non sarà disponibile sul negozio di Microsoft prima del 2018 come aveva promesso. The post Chrome è stato rimosso da Microsoft Store appeared first on Data Manager Online.

Dalla smart city alla città sostenibile

Il ruolo del digitale nella pianificazione urbanistica. Mariano Corso (Politecnico di Milano): «Dimenticare Le Corbusier e progettare luoghi multifunzionali, partendo dal lavoro agile per un nuovo modello organizzativo e di produzione» Dalla smart city alla città sostenibile: “il digitale come fattore abilitante per conoscere, collaborare e realizzare le città del futuro” è il tema del panel di apertura dell’evento ICity Lab 2017, tenutosi a Milano il 24 ottobre 2017. Tra gli speaker, Mariano Corso, direttore scientifico di Partners4Innovation e professore ordinario alla facoltà di Ingegneria dei Sistemi del Politecnico di Milano dove insegna Organizzazione e Risorse Umane ed Economia e Organizzazione Aziendale. Mariano Corso propone di dimenticare Le Corbusier, famoso urbanista, architetto, pittore e designer svizzero che, oltre alla chaise longue, viene ricordato per il grande apporto allo sviluppo del pensiero urbanistico della prima metà del secolo scorso. Le Corbusier – spiega Mariano Corso – elaborava modelli per complessi urbanistici che potessero gestire tre milioni di persone, articolati in modo simile al corpo umano: un centro autonomo contenente tutta l’amministrazione; le viscere, in cui doveva concentrarsi l’energia e la produzione; gli arti, ovvero i quartieri residenziali dove la gente andava a riposare; le grandi arterie, come collagamenti. «Questo modello fa riferimento a un paradigma ancora valido?» – incalza Mariano Corso. «Le Corbusier era figlio di un paradigma tecnologico in cui la produzione doveva essere concentrata in luoghi fisici perché ai suoi tempi le tecnologie avevano bisogno della catena di montaggio. Se cent’anni fa, le città fossero state di 30 milioni di abitanti e fosse esistito il cloud computing, Le Corbusier stesso avrebbe sicuramente pensato a città diverse, adatte alla vita che viviamo oggi». Dalla #smartcity alla città sostenibile @urbanocreativoClick To Tweet Secondo Corso, un altro modello da ridiscutere è quello che organizza la nostra vita in modo tripartito: otto ore per il lavoro, otto ore per il tempo libero e otto ore per il riposo: «Le nuove tecnologie di produzione rendono l’atto della creazione di valore, il divertimento, il riposo e la comunicazione tutte attività profondamente integrate». La divisione netta non è più valida: «È intelligente svegliarci tutti negli stessi quartieri che poi diventano dei dormitori? Spostarci tutti insieme, sugli stessi mezzi pubblici o sulle stesse vie di comunicazione, per andare negli stessi luoghi dove ci accalchiamo in uffici o in fabbriche per poi trasferirci tutti in altri luoghi dove crediamo di divertirci? Ragionando sulle nuove potenzialità della tecnologia, si può pensare a un modello più integrato, più omogeneo, dove i luoghi in cui viviamo sono anche luoghi in cui si può lavorare, o socializzare, e i luoghi in cui lavoriamo possano essere luoghi in cui vivere, riposarci, informarci. In questo modo, si eviterà un modello di urbanizzazione che io credo sia deleterio. E si potrà pensare a una città che mette al centro la persona e i suoi bisogni, la sua voglia di sviluppare i propri talenti e perseguire il suo benessere». Il pensiero sulla città deve essere autocritico e deve partire dalla riflessione sulla trasformazione stessa della città e del territorio, iniziando dai grandi quesiti come il cambiamento climatico, l’immigrazione o l’impatto delle rivoluzioni industriali sull’occupazione. «Le politiche urbanistiche – continua Mariano Corso – devono avere il coraggio e la lungimiranza di programmare sul medio-lungo periodo, perché determinate risposte prescindono da ogni ideologia e richiedono tempo, continuità di azione e di amministrazione». Solo così si possono progettare realtà che siano vivibili, partendo da una base solida. Qual è quindi il significato che il digitale ha nella pianificazione urbanistica? Che fine fanno i cassonetti intelligenti, le app per trovare parcheggi liberi, le piattaforme per soddisfare bisogni all’insegna della sharing economy, gli elettrodomestici connessi e le automobili autonome? Il digitale è una risposta, ma – da solo – non basta. Giulia Cattoni @urbanocreativo The post Dalla smart city alla città sostenibile appeared first on Data Manager Online.